La “Banda delle 4” che vuole Forza Italia e assedia lo stanco B.

Scene di vita domestica da Arcore, nella villa dell’ex Cavaliere Ottuagenario. Due domeniche fa, di sera. Si cena e a tavola ci sono Mariastella Gelmini, capogruppo forzista a Montecitorio; Mara Carfagna, vicepresidente della Camera, e il suo compagno Alessandro Ruben, già deputato finiano, quindi Francesca Pascale, la fidanzata napoletana dell’ex Cavaliere. Si discute del gramo futuro di Forza Italia, tra ambizioni personali e scarse speranze di rilancio in questi tempi populisti e salviniani. Silvio Berlusconi ascolta, mastica, beve un sorso d’acqua, sembra quasi misurare lo scorrere dei minuti. Più noia che insofferenza. Si discute dunque dell’ex partitone dell’amore e il citato Ruben azzarda: “Presidente, forse Mara dovrebbe cominciare ad andare nei talk show da sola, come fanno i veri leader”.

Il sillogismo è evidente: Mara Carfagna da sola in tv come leader di Forza Italia. Una rinnovata aspirazione che stavolta poggia sulle macerie azzurre e soprattutto sul neonato cerchio magico che a giorni alterni circonda lo stanco Berlusconi. Un cerchio magico che ha il suo quartier generale a pochi chilometri da Arcore: villa Maria a Rogoredo, la magione che il magnanimo Silvio ha donato alla sua fidanzata Pascale. Da un po’ di settimane, a Villa Maria, si radunano a cena parlamentari, in particolare deputati, determinati a rompere l’alleanza con la tracimante Lega del Capitano Salvini. Nelle conversazioni degli azzurri Villa Maria è identificata come il “bunker”. A guidare la fronda antisalviniana, oltre a Pascale, ci sono Carfagna e Gelmini e, sorpresa, una rediviva Mariarosaria Rossi, l’ex badante casertana dell’ex Cavaliere. Con le quattro, un’altra donna di peso quasi sempre presente è la misteriosa Marta Fascina da Portici (il paesone napoletano di Noemi Letizia, per intenderci), da mesi stellina prediletta dell’inguaribile ex premier.

L’odio per Salvini, raccontano alcuni forzisti, è ormai qualcosa di ancestrale, riconducibile alla ferita ancora sanguinosa dello scorso 4 marzo, quando la Lega ha surclassato Forza Italia alle elezioni politiche. È il caso, in primis, di Pascale che quotidianamente su WhatsApp riversa sul ministro dell’Interno contumelie e insulti. Al punto che lo stesso leader leghista, domenica scorsa in un’intervista al Corriere della Sera, ha risposto duramente sullo stato dei rapporti con gli azzurri. I forzisti sono “corretti”, ha detto Salvini, “ma non tutti: c’è chi si alza col gusto di insultarmi, mi stupisce solo che siano persone anche molto vicine a Berlusconi”. Come la fidanzata, appunto.

Per strappare con la Lega, i congiurati di villa Maria hanno inquadrato nel mirino due obiettivi. Il primo è la senatrice Licia Ronzulli – come ha già raccontato Il Fatto a ottobre – che è anche l’assistente personale dell’ex Cavaliere: subentrò a Mariarosaria Rossi nella tragica estate del 2016, quando Berlusconi fu operato a cuore aperto dopo una campagna elettorale sotto il sole a fare comizi superflui in piccoli centri della provincia campana. La famiglia si schierò contro Rossi (e Pascale) e venne scelta Ronzulli come assistente. Oggi Rossi è di nuovo in partita e con l’amica Francesca sogna la vendetta. Anche perché la detestata Licia è ritenuta (insieme con Anna Maria Bernini, capogruppo al Senato) l’azzurra a capo del- l’ala filoleghista, accusata pure di voler l’annessione di Forza Italia alla Lega.

Il secondo obiettivo investe più le ambizioni personali che la linea politica. Cioè scalzare il moderato Antonio Tajani, presidente del Parlamento europeo, dal ruolo di numero due di Berlusconi. Tajani è infatti vicepresidente di Forza Italia e ha una marcata identità anti-populista. Ma il problema, per la banda delle quattro, non è questo. Piuttosto è considerato “grigio e senza carisma”. Di qui la guerra mossagli da Carfagna ma anche da Gelmini: entrambe sono convinte di poterlo sostituire.

In sfregio a Tajani, per esempio, il nuovo cerchio magico ha imposto a B. di non andare a Helsinki al recente congresso del Ppe. Per tutta risposta il gruppetto delle amazzoni azzurre ha dovuto incassare il dissenso di Gianni Letta, padrino di Tajani, e finanche di Niccolò Ghedini, altro factotum dell’ex Cavaliere. Non solo. Nelle discussioni di villa Maria è stata esaminata persino la possibilità di fondersi coi renziani in uscita dal Pd, in caso di sconfitta alle primarie, per un partitino liberale di centro.

E Berlusconi? Ascolta perlopiù e cerca di mantenere lo status quo, consapevole e timoroso che muovere qualcosa adesso possa favorire un esodo delle truppe parlamentari di FI verso la grassa Lega, candidata a un clamoroso 32-34 per cento alle prossime Europee. E così, qualche giorno fa, all’ennesima sollecitazione di Carfagna sul posto di Tajani, se l’è cavata come suo solito: “Mara, potremmo fare due vicepresidenti: tu e Tajani”.

Tutti i renziani contro il Pd Intanto Renzi sonda Minniti

“Non sarò mai il capo di una corrente. Non mi ritengo quello che può dalla mattina alla sera avere l’ambizione di rappresentare una parte del partito”. Il palco di Salsomaggiore è scarno, l’incontro al Teatro Nuovo è a porte chiuse, la platea è fatta solo di fedelissimi invitati. Ma di fronte a questo zoccolo duro, Matteo Renzi si esercita di nuovo a giocare il ruolo del leader. E alla fine del suo intervento in realtà dice la verità. Il capocorrente è cosa che non è nelle sue corde. Per come l’ha sempre vista lui, o fa il capo, o niente. “Per me il partito è un mezzo e non un fine”, rincara. In fondo è stato così fin da quando decise per la prima volta di candidarsi alla segreteria del Pd contro Bersani. “Non sono cresciuto col sogno della Ditta, invece una parte di loro ha considerato prioritario riprendersi la Ditta pur perdendosi il Paese”. Ma tra l’ambizione e le possibilità effettive c’è di mezzo la realtà. “La nostalgia in politica è un sentimento importante”, dice in un altro passaggio rivelatore.

E dunque, si tratta di gestire quel che c’è. E organizzarsi con metodo. Marco Minniti alla riunione di corrente non ci è venuto: presenterà a Firenze il suo libro con il senatore di Scandicci venerdì.

C’è da aspettarsi che un qualche annuncio sulla sua candidatura al congresso arrivi da lì. Ma l’altroieri i due si sono parlati. E nello zoccolo duro di Salsomaggiore si racconta che oggi ci sarà un incontro segretissimo. Almeno nelle intenzioni. Perché sul tavolo della discussione ci sarebbero alcuni posti chiave da attribuire: il tesoriere (Renzi vorrebbe lasciare Francesco Bonifazi), il responsabile dell’Organizzazione, magari un vice segretario (per Renzi potrebbe essere Teresa Bellanova). Tra Minniti che si sottrae all’abbraccio di Renzi e l’altro che cerca di intestarsi la corsa, la battaglia di nervi va avanti da settimane. Tanto è vero che il non ancora candidato liquida con un secco “Non esiste” un incontro per oggi. A prescindere da se e quando i due si vedranno, la trattativa è in corso. Come quella parallela dell’ex Ministro, che si sta costruendo una rete nel partito indipendente dall’ex segretario.

Il nuovo capitolo del renzismo decadente si scrive in una Salsomaggiore piena di nebbia. “Stamattina mi sono arrivati i video di voi che cantavate ieri sera. Finalmente lo spirito giusto”, dice Renzi dal palco. In mezzo al deserto, venerdì sera c’erano praticamente solo due punti di ritrovo: il Gran Caffè, accanto al Teatro Nuovo, pieno dei giovani della zona e il Grand Hotel, lo storico albergo tutto bianco di Miss Italia, dove erano sistemati i big renziani, che ha visto i momenti di convivialità che tanto hanno rincuorato l’ex premier. In un evento per il resto essenziale, per non dire cupo. Nel format, l’anti Leopolda.

Da una parte Alessia Morani, dall’altra Simona Malpezzi, ieri mattina Renzi è rimasto sul palco tutto il tempo. Accanto a loro, uno dopo l’altro interventi critici verso il Pd e verso la conta imminente: “Non sono entusiasta di questo congresso”, dice Luigi Marattin. “Io non ne posso più di quelli che ci chiedono di fare l’analisi della sconfitta. Facciamo invece l’analisi del 40%”, propone un’inarrivabile Silvia Fregolent. E Matteo Ricci, sindaco di Pesaro: “Nessuno ha avuto il coraggio di dire che dovevamo aspettare ottobre per fare il congresso, chiedere a Martina di gestire le Europee, e permettere poi a Matteo di ricandidarsi”. È un partito nel partito, pieno di rancore per quel che è stato considerato “fuoco amico”. E con tanta voglia di uscire.

Il problema è che prima delle Amministrative e delle Europee non si può: Renzi rischierebbe di non garantire nulla a nessuno (né posti da eurodeputati, né da amministratori).

Nelle prime file sono schierati Maria Elena Boschi, Luca Lotti, Andrea Marcucci, Francesco Bonifazi. È arrivato pure Graziano Delrio. Tocca a Lorenzo Guerini l’intervento politicamente più chiaro: “Anche se ci sarà qualche mugugno, io nel Pd mi sento a casa. Noi portiamo la consapevolezza che senza di noi il Pd non esiste”. A Minniti: “Mi auguro che qualcuno sciolga la riserva e possa essere un interlocutore importante”. E alla fine: “Una leadership c’è, è quella di Renzi”. Non c’è bisogno di leggere neanche tanto tra le righe per capire che ci sono un piano A e un piano B. Portare Minniti alla segreteria e nel frattempo lavorare per uscire. Se vince Nicola Zingaretti di certo, altrimenti lasciarsela come possibilità. “Il mondo non finisce con il congresso del Pd”. Renzi scandisce, la platea plaude.

Renzi, Berlusconi, Confindustria: il coro del “s’ha da fare”

Un coro quasi unanime e l’hashtag #SìTav. Ieri le dichiarazioni degli esponenti di Forza Italia e Pd, industriali e Cisl, avevano tutto un filo comune, scagliarsi contro chi dice no: “A Torino stamattina inizia la fine di chi dice solo no – ha twittato il senatore Pd Matteo Renzi -. No alla Tav, no alle Olimpiadi, no alla crescita. L’Italia sta sperimentando che con i No si ferma tutto. Tornerà presto il tempo di chi dice Sì”. Anche Nicola Zingaretti, presidente del Lazio e candidato alla segreteria del Pd, twitta: “L’Italia libera che crede nel futuro torna protagonista. Siamo stanchi della cultura del no, del rancore e di chi alimenta e gioca sulle paure”. Per il fondatore di Forza Italia Silvio Berlusconi “in piazza a Torino non c’è la politica, non ci sono i partiti, c’è l’Italia vera, che lavora e produce, che vuole costruire il futuro, che dice sì alla crescita e no alle follie falso-ambientaliste del Movimento 5 Stelle”. Il presidente della Liguria, l’azzurro Giovanni Toti, sostiene che “la stagione dei ’no’, dei ’basta’, dell’interrompere decisioni prese per ricominciare da capo e non cambiare mai niente deve finire”.

“Quella di Torino è stata oggi una iniziativa davvero importantissima. Tante donne e tanti uomini sono scesi in piazza per dire vogliamo la crescita, vogliamo lo sviluppo e di conseguenza vogliamo la Tav – ha detto la segretaria generale della Cisl Annamaria Furlan – Credo sia indispensabile che la sindaca di Torino Appendino inizi a confrontarsi con le parti sociali. E credo che sia ancora più importante che a livello nazionale si smetta di avere un atteggiamento così contrario alle infrastrutture e si capisca che le opere pubbliche sono un elemento indispensabile per il futuro del nostro paese”.

Tra gli imprenditori si esprime il presidente dell’Unione industriali della città, Dario Gallina: “Da Torino è venuto un messaggio forte e chiaro che riguarda non solo il capoluogo piemontese, ma tutta Italia per quanto riguarda le grandi opere di collegamento con l’Europa – afferma – Chi ha responsabilità di governo può e deve avere la statura politica di cambiare idea se questa non è coerente con il futuro del Paese”.

Non solo la Valsusa, dal Terzo Valico alla Pedemontana: i progetti sotto esame

Non solo il Tav Torino-Lione. Per le (tante) grandi opere in cantiere o approvate in questi anni (130 miliardi il costo totale) il governo ha istituito una task force al Ministero delle Infrastrutture di esperti economisti con compito di rivalutare i lavori e i progetti alla luce dell’analisi costi-benefici. Della lista, fanno parte: il Terzo Valico caro alla Lega (tratta ferroviaria da Genova a Tortona, costo 6,2 miliardi) i cui lavori sono iniziati nell’autunno 2013 per il quale l’analisi non dà appigli ma che verrà fatta perché lo chiede il Carroccio: la Gronda, cioè il raddoppio dell’autostrada A10 tra Genova Ovest e Vesima per alleggerire il traffico cittadino (costo 4,7 miliardi); la Pedemontana Lombarda (sulla Veneta la Lega non vuole sentirne parlare), che è in stallo con soli 30 Km realizzati sui 157 previsti; il Mose, la grande diga veneziana progettata nel 2003 e mai completata (è stato definito dal M5s un “sistema di illegalità diffusa”, e il costo finale è di 5 miliardi, con gran parte dei lavori fatti); e l’alta velocità Brescia-Padova.

La politica esalta le grandi opere dubbie perché non deve risponderne dei costi

Le proteste locali piemontesi, destinate a ripetersi in futuro per qualsiasi grande opera messa in discussione, fanno riflettere. Ci sono alcuni fatti incontrovertibili:

1) I piani di investimento in infrastrutture lasciati in eredità dal governo Gentiloni comportano un impegno di spesa che supera i 130 miliardi. Molte di queste opere sono estremamente controverse.

2) La mobilità di merci e passeggeri, in Italia come negli altri Paesi, è per circa il 75% di breve distanza, mentre le opere maggiori sono indirizzate prevalentemente alla lunga distanza.

3) Tra le opere di gran lunga più onerose vi sono quelle ferroviarie che, al contrario di altre, sono interamente a carico delle casse pubbliche, non certo floride. Ovviamente ci sono anche opere utili, ma l’assenza di valutazioni esplicite delle legislature passate ne rende difficile l’individuazione.

4) I contribuenti, che sopporteranno i costi, sono molti e disinformati. Quelli che avranno i benefici sono pochi, ma informatissimi e vocali.

Questo quadro mette in luce due incentivi perversi per le scelte nel settore

1) A livello locale vi è un forte incentivo a dichiarare qualsiasi opera indispensabile, non essendovi costi che ricadano a tale livello, ma solo benefici per imprese, occupazione ed utenti, che si traducono poi in risultati elettorali (con alcune rumorose eccezioni, spesso non meno ideologiche di quelle dei sostenitori). Si annunciano catastrofi imminenti se l’opera non viene finanziata, e crisi occupazionali anche se l’occupazione locale è risibile rispetto ad altri usi di quei miliardi (manutenzioni).

2) A livello centrale gli incentivi perversi sono solo in parte coincidenti (i voti locali hanno anche impatti nazionali). Ma ve ne sono di specifici:

– data la lunghezza dei tempi di costruzione nessuno risponderà di eventuali risultati negativi.

– l’impatto immediato sul debito pubblico di aprire cantieri per opere inutili è modesto, ma non è così nel medio periodo, quando i costi si assommano.

– i trattati che vengono usati per parlare di “finanziamenti europei” rispondono di fatto a richieste dei paesi interessati. Si tratta essenzialmente di “partite di giro” rispetto ai versamenti dei paesi stessi.

In sintesi, spesso le scelte infrastrutturali, rispondendo a questi tipi di incentivi, sono definibili come fenomeni di “cattura”, cioè di scambi di utilità che con l’efficienza hanno pochissimo a che spartire. Che fare? Si potrebbe guardare alle normative di altri paesi, che incominciano a richiedere la partecipazione finanziaria degli enti locali ad alcuni tipi di infrastrutture.

Si tratterebbe di un decentramento parziale ma rilevante: se fosse in proporzione ai benefici economici, data la prevalenza di traffici locali, la quota locale sarebbe maggioritaria rispetto alla quella nazionale.

Tale decentramento per essere efficace dovrebbe ovviamente riguardare sia il prelievo delle risorse (tasse e tariffe), che la spesa, cioè cosa costruire. Gli incentivi si capovolgerebbero, sia verso la minimizzazione dei costi, sia verso le opere economicamente più efficienti e socialmente più efficaci. E tutto ciò sarebbe controllato più da vicino da soggetti che diverrebbero anche i pagatori delle opere, cioè soggetti incentivati al monitoraggio delle scelte e dei risultati. Si passerebbe da Incentivi perversi ad incentivi virtuosi.

E vi sarebbe anche un forte contenuto di equità sociale: la quota maggiore dei costi sarebbe a carico di chi ne gode i benefici (in generale poi i contenuti distributivi delle grandi opere sono spesso dubbi o regressivi). Analisi economico-finanziarie delle alternative possibili, finora osteggiate per paura di perdere trasferimenti dallo Stato, sarebbero incoraggiate. Le parti politiche che per decenni hanno chiesto maggior autonomia fiscale, dovrebbero rallegrarsene.

In tale ottica appare assai condivisibile la proposta del governatore del Piemonte Chiamparino di autofinanziare la grande opera che più sembra interessare quella regione: sarebbe davvero interessante vedere come risponderebbe in un ipotetico referendum una famiglia media piemontese alla richiesta di contribuire all’opera con 4.000 euro di maggiori tasse, oggi distribuite a carico di tutti gli ignari contribuenti.

* Membri della commissione per l’analisi costi-benefici presso il ministero dei Trasporti 

Dietro la protesta si riorganizza il “sistema Torino”

Grigia è la mattina dell’Onda Sì Tav nel cuore di Torino, in piazza Castello. Ed è pure una mattinata bianca. Il grigio è dato dall’acquerugiola. Il bianco lo aggiunge la maggior parte dei presenti, visto che sono signore e signori di età non più tenera, con qualche giovanotto al seguito. Quanti sono? Gli organizzatori dicono di essere più di 40 mila. Il cronista del Tg Rai regionale supera persino la tradizione, che vuole la polizia sempre al ribasso nei numeri della piazza. Sbotta: “Sono 45 mila, secondo la Questura”. L’enfasi Sì Tav dei media, dalla Rai a La Stampa, da Repubblica al Corriere della Sera, è più forte di quella degli stessi manifestanti.

Ancora una volta ha ragione l’Ennio Flaiano del Diario notturno: “Poco dopo incontro Mino Maccari, cupo, che mi confida: ‘Ho poche idee, ma confuse’”. E che sia così, lo attestano i commenti degli “ondisti”. C’è chi se la prende con i 5 Stelle che affermavano, ipse dixit, che il ponte Morandi non sarebbe crollato, e che “adesso stanno zitti” (!). C’è un ragazzotto, uno dei pochi, che sostiene la necessità del Tav per rimanere “collegati con la via della Seta”. C’è poi una madama, con erre moscia regolamentare e abbronzatura da solarium, che ricorda di essere “europeista”, dunque per la Torino-Lione. E c’è uno che sfoggia un cartello contro il “nazi-assistenzialismo”. Tuttavia si declina soprattutto una folla di cittadini e cittadine forse in buona, e ingenua, fede. Vogliono la rinascita di Torino, chiedono lavoro e lo immaginano arrivare sui binari del Tav, dove sarebbero previsti 2-3 mila posti temporanei. E piangono per le Olimpiadi (del 2026) perdute, temono il declino, danno la colpa a Chiara Appendino e ai 5 Stelle.

Tuttavia nel preteso declino, o nella pretesa decrescita, hanno un bel po’ di responsabilità proprio molti dei loro compagni di piazza, o forse gli organizzatori più o meno occulti, come ai tempi della marcia dei 40 mila del 1980, della protesta di ieri. A cominciare dagli esponenti politici della Prima e Seconda Repubblica, e proseguendo con gli ex dirigenti della Fiat, come Carlo Callieri, il licenziatore di operai; una Fiat che notoriamente ha abbandonato Torino dopo averla spremuta.

Ma le idee sono poche e confuse. E confusi, tra la brava gente, ecco gli attori vecchi della politica. Si vede l’ex democristiano e lobbista Mino Giachino, uno dei promotori dell’Onda, l’ex sindaco Valentino Castellani, già espressione di un’alleanza elettorale, anni fa, che riuniva centro-sinistra, borghesia delle professioni e Fiat. Si fa vedere, poco opportunamente, Paolo Foietta, commissario del governo per l’asse ferroviario Torino-Lione. E tra i militanti e i dirigenti del Pd, della Lega, di Forza Italia e dei fascisti, gli avvocati e i rappresentanti degli industriali, i commercianti e i notai, spuntano donne manager, i costruttori che invocano, per rinascere, colate di cemento “come fanno a Milano”, e gli oltranzisti dell’anti-ambientalismo, inneggianti all’ingresso libero delle auto nel centro città. Esultano le sette “madamine” che dicono di avere ideato, con Giachino, la giornata a partire dall’informatica Giovanna Giordano, già sostenitrice di Fassino.

In barba alle cittadine e ai cittadini in buona fede, che desiderano una Torino che “non stia ferma” come durante le Olimpiadi del 2006, in piazza Castello si delinea un vecchio-nuovo schieramento del partito degli affari. Punta a una lista o movimento già in vista delle elezioni regionali prossime, che dia forza al ceto che aveva dominato la città; quel ceto del “Sistema Torino” dei soliti noti al potere. Peccato che la signora Fiat per antonomasia, al secolo Evelina Christillin, presidente tra l’altro del Museo Egizio, e simbolo di tutto ciò, ieri fosse presente solo in spirito, come ha detto a La Stampa, perché a Modena per lavoro.

Sì Tav, in migliaia in piazza e la Lega ci mette il cappello

“Abbiamo riempito questa piazza in cui nel 1947 in ventimila erano venute per De Gasperi. Oggi siete di più”. Esulta il democristiano ex sottosegretario ai trasporti del governo Berlusconi Mino Giachino. L’idea di aver superato il leader Dc lo esalta. La questura parla di 25mila persone. Non proprio i 40mila dichiarati dagli organizzatori e auspicati dal presidente dell’Unione industriali Dario Gallina per evocare il parallelo con la marcia contro gli scioperi Fiat del 1980. Resta che ieri in piazza Castello a Torino c’erano migliaia di persone, come non se ne vedevano da tempo. Tanto che la sindaca M5S Chiara Appendino apre al dialogo: “Accolgo le critiche. Sono stati proposti alcuni punti condivisibili per la Città. La mia porta è aperta”. Anche la Lega scende in piazza e ne approfitta per saltare sulla protesta e mettere in difficoltà i 5Stelle: “La Tav va fatta”. Arriva anche la sponda di Matteo Salvini. Altro sale nelle ferite dei pentastellati e un nuovo fronte di scontro nel governo.

È il primo risultato ottenuto dagli organizzatori della manifestazione Sì Tav: Giachino con le sette “madamine” del gruppo Facebook “Sì, Torino va avanti”. In piazza, senza bandiere, ci sono cittadini, imprenditori, industriali, costruttori, artigiani, professionisti, sindacati (non la Cgil, a parte gli edili perché la sezione Torinese resta contraria al Tav a differenza del nazionale), lavoratori della Torino-Lione e molti partiti (Pd, Fi, Lega, FdI). C’è anche l’ex capo di gabinetto di Appendino, Paolo Giordana, cacciato e indagato in quattro inchieste e in cerca di collocazione politica. Tanti cartelli pro Tav, bandiere italiane e dell’Ue.

Dura meno di un’ora l’evento organizzato in due settimane, da quando il 28 ottobre il consiglio comunale ha approvato una mozione contro il Tav. Atto che ha scatenato la reazione di chi vuole la Torino-Lione con un vasto fronte, dagli industriali ai sindacati, ai politici bipartisan al grido di “basta immobilisimo”. Gli altoparlanti diffondono “Penso positivo” di Jovanotti. Uno studente del Politecnico dà il via agli interventi: “Penso positivo perché il Tav è il futuro che ci permette di partire e andare a studiare in altri posti d’Europa (in realtà la linea è pensata per le merci, ndr)”.

Lo segue Gianmarco Moschella, 22enne studente di economia, da anni impegnato nei club “Forza Silvio”: “Qui non c’è lavoro. La giunta non ci ascolta”. Davanti al palco si vedono il commissario del governo alla Torino-Lione, Paolo Foietta, che dovrebbe essere super partes, e onorevoli di FI, ma anche i commercianti contro la Ztl per le macchine in centro e imprenditori come Giorgio Marsiaj, presidente di Amma (600 aziende metalmeccaniche): “È una piazza di bugianen (in piemontese, chi non arretra, ndr) e madamine che vogliono dimostrare che qui si fa. E il Tav non si tocca”. Ci sono alcuni sindaci della Valsusa. Su un cartello si legge “Sì Tav – Più compensazioni ai valsusini”. “Per tamponare i no bisogna dargli di più”, dice Alberto Pirona, un pensionato.

Quelli della sua generazione riempiono la piazza. Giovani se ne vedono pochi: “Non ci sono perché non potevano, ma credono nel Tav”, spiegano i manifestanti. Sul palco interviene Giovanna Giordano, una delle “madamine”: “Abbiamo fatto la moda, l’industria, l’automobile e l’Italia. Ci appelliamo a Mattarella perché vogliamo dire sì a Torino, all’Italia e all’Europa”. Parte l’inno di Mameli. Alcuni restano a discutere, molti firmano le petizioni Sì Tav. Giachino parla di “manifestazione storica”. Forza Italia e il Pd esultano: “La piazza ha mandato un messaggio alla Appendino e al governo – dice l’ex sindaco Piero Fassino – Non si può deprimere Torino rinunciando al Tav”. Mariastella Gelmini, capogruppo FI alla Camera, in piazza parla di “importante insegnamento al Paese”. La capogruppo M5S Valentina Sganga tende la mano: “Serve coadiuvare il governo nella ricerca di una soluzione alla contrapposizione tra la piazza di ieri e quelle No Tav, che sono state altrettanto numerose e degne”. Ma il malumore è forte.

La Lega ne approfitta. I suoi parlamentari scendono in piazza: “Rispettiamo gli impegni assunti con il M5S – affermano gli eletti torinesi Elena Maccanti, Alessandro Benvenuto, Gualtiero Cassaratto e Marzia Casolati insieme al segretario cittadino Fabrizio Ricca -, ma ribadiamo con forza che l’opera va realizzata”. Per il ministro leghista dell’Agricoltura Gian Marco Centinaio: “Serve e per noi si farà”. Arriva pure la sponda del leader. “È sempre bello quando c’è la gente che scende in piazza – dice Salvini – Sono sempre convinto che un’opera cominciata è sempre meglio finirla. Però nel contratto c’è l’analisi e aspettiamo i risultati”. Gli accordi politici non scritti parlavano di uno stop al Tav in cambio del via libera al Terzo Valico (caro alla Lega). Da ieri niente è più sicuro. Di Maio tace. Per i 5Stelle replica il ministro Danilo Toninelli: “Massimo rispetto per chi manifesta, ma niente lezioni da chi ha lasciato problemi enormi da risolvere”.

L’Unità è senza pace: adesso potrebbe finire a Lele Mora

Alla triste storia recente de l’Unità, il quotidiano fondato da Antonio Gramsci lasciato chiudere dal Partito Democratico, potrebbe aggiungersi un nuovo capitolo inatteso. A rilanciare il giornale potrebbe infatti essere Lele Mora, l’ex manager dello spettacolo adesso in affari in Retewebitalia.net: “Il quotidiano l’Unità potrebbe ritornare nelle edicole o sul web, – ha detto Mora – ho parlato con alcuni investitori in ambito europeo con interessi in Italia i quali sono interessati a finanziare l’operazione di acquisizione del quotidiano”. Nel caso, la cui guida editoriale sarebbe affidata al gruppo Retewebitalia.net che, fa sapere Mora, “darebbe vita ad un pool di giornalisti con esperienza e autorevolezza, per divenire voce, opinione e penna di un segmento sociale non più rappresentato”. Questo segmento, nei piani dell’imprenditore, dovrebbe essere “la sinistra moderata, vicina ai giovani”. Mora, nonostante la poca esperienza nell’editoria, giura di avere le carte in regola per rilanciare l’Unità: “Possediamo il know how per realizzare rapidamente questo nuovo media. Possiamo effettuare un’operazione di restyling del quotidiano e riportarlo di nuovo , se ci viene consentito, nelle edicole di tutto il Paese.

Bergamin, il sindaco che delira su gay e cavalli

La politica, a volte, è ingiusta. Ieri le piazze se la sono presa con Simone Pillon, da mesi sui giornali per le sue esternazioni – e il suo ddl – in tema di diritti civili, ma c’è un altro leghista che nell’ombra piccona senza sosta contro unioni omosessuali, migranti e tutto ciò contro cui può prendersela un salviniano. All’anagrafe è Massimo Bergamin, ha 54 anni, è iscritto alla Lega e dal 2015 fa il sindaco di Rovigo.

Più che per meriti politici, i più attenti lo ricorderanno per le prese in giro di Maurizio Crozza o per quelle sue uscite a metà tra Lorenzo Fontana e Mario Adinolfi. Sulle unioni omosessuali, per esempio: “Mai e poi mai celebrerò un matrimonio tra due persone dello stesso sesso. E se un bel giorno si presentassero in tre? E se qualcuno viene qua con un cavallo e vuole sposare quello?”

Finirà che vostra moglie scapperà con la serva, si diceva nella Prima Repubblica. Bergamin, fedele al partito, amministra Rovigo con l’ossessione della sicurezza e col pallino dell’immigrazione. Ogni tanto, per sua stessa ammissione, va in giro di notte a fare le ronde da solo, “per verificare che sia tutto a posto”. Evidentemente non soddisfatto, tempo fa aveva sollecitato l’ex ministro Angelino Alfano a mandare l’esercito per le strade della città – nel frattempo divenuta Bronx d’Italia senza che nessuno se ne accorgesse – paventando persino l’ipotesi di chiedere aiuto a Vladimir Putin.

Per fortuna non ce n’è stato bisogno. Rovigo è sopravvissuta senza scomodare i caschi blu dell’Onu, ma le ansie di Bergamin non si sono placate. Con tutti quegli immigrati, d’altra parte, c’era poco da star tranquilli: “In giro solo clandestini (Bergamin deve saperli distinguerli alla vista dagli immigrati regolari, ndr). Bici senza fanali, cuffiette, abiti firmati, pancia piena, cellulare in mano, sorriso a 32 denti”. Chissà se non avessero sorriso, cosa avrebbe pensato. Bergamin aveva pure escogitato una soluzione drastica per risolvere la faccenda: “Propongo che chi è ospitato nei nostri territori venga controllato giorno e notte con strumenti elettronici all’avanguardia che consentano alle forze dell’ordine di rintracciarlo in tempo reale”. Un braccialetto elettronico? O, perché no, un microchip sottopelle? Le vie di Bergamin sono infinite, l’importante è essere intolleranti con l’illegalità. Solo quella degli altri, però, perché lui qualche strappo alle regole se lo concede. Anni fa, per esempio, si è vantato di non aver mai pagato il canone Rai in vita sua, ché tanto “serve solo a mantenere la casta”.

Gaffe a parte, gli va riconosciuto di aver saputo scegliere il cavallo giusto in politica. Leghista ormai da più di dieci anni, si era avvicinato al partito grazie all’amicizia con Antonello Contiero, storico esponente del Carroccio locale e suo ex collega alla Polesine Bus, la società di trasporti di Rovigo in cui Bergamin ha lavorato prima in biglietteria – era stato assunto senza patente – e poi come autista. Nel 2013 Flavio Tosi, nel tentativo di prendersi il partito veneto, fece piazza pulita degli oppositori interni: Bergamin decise di non seguirlo e fu espulso finché due anni dopo, con Tosi fuori dai giochi, la vecchia Lega si riprese in mano la segreteria locale e in sessanta giorni Bergamin passò da essere un reietto ad avere la fascia tricolore sul busto.

Ora il sindaco ha mani libere sulla Lega locale, a maggior ragione che l’ex amico e factotum Contiero è stato cacciato anche a causa degli screzi con Bergamin. Potente, imprevedibile, sicuro di sé: meglio averlo dalla propria parte, uno così. Anche solo per evitare brutte sorprese durante le ronde notturne in solitaria.

Sfilano i No Pillon: 60 cortei contro la “legge medioevo”

Il leghista col farfallino ha messo d’accordo quasi tutti. Contro di lui. In 60 piazze d’Italia è andata in scena la protesta contro il ddl del senatore Simone Pillon, il disegno di legge che potrebbe stravolgere la normativa sull’affidamento e il mantenimento dei figli di coppie divorziate. Presidi in quasi tutte le Regioni, da Nord a Sud: i più partecipati sono stati quelli di Roma, Milano e Bologna. A manifestare c’erano associazioni, sindacati e partiti di centrosinistra (dal Pd a Leu a Possibile). Tutti con la stessa richiesta (“È una legge maschilista, non è emendabile, va solo ritirata”) e con la medesima proccupazione: l’approvazione farebbe tornare la normativa sul diritto di famiglia indietro di decenni.

Il ddl Pillon – prima dell’elezione famoso per la sua militanza nel Family Day – vorrebbe introdurre la “bigenitorialità perfetta”: in caso di separazione di una coppia, il mantenimento dei figli deve essere equamente diviso tra padre e madre; i costi e il tempo trascorso con ognuno dei due devono essere divisi esattamente a metà. È stato criticato non solo da un’ampia platea di associazioni – avvocati, psicologi, operatori familiari, centri antiviolenza, movimenti femministi – ma anche dalle relatrici delle Nazioni Unite sulla violenza e la discriminazione contro le donne, Dubravka Simonovic e Ivana Radacic, che il 22 ottobre hanno inviato una lettera critica al governo.

Ieri queste preoccupazioni sono arrivate in piazza. Quella di Roma è stata riempita soprattutto da centinaia di donne. Tra di loro le militanti di “Non una di meno”, vestite di rosso come le protagoniste di Handmaid’s Tale, ambientata in un futuro distopico in cui la società è dominata da un potere maschilista e repressivo.

Al presidio ha partecipato anche il segretario del Pd Maurizio Martina. “Penso che in Parlamento ci siano le condizioni – ha detto – per trovare una maggioranza trasversale che respinga questa provocazione. Dobbiamo fare tutto il possibile perché succeda”. Anche perché il ddl del leghista non piace nemmeno agli alleati: Luigi Di Maio, a nome del Movimento 5Stelle, ha detto che la legge “così non va” e per adesso “non è nei programmi di approvazione dei prossimi mesi”.

Il corteo più numeroso è stato probabilmente quello di Milano: oltre un migliaio di persone si sono riunite sotto Palazzo Marino, la sede del Comune, che ha appoggiato l’iniziativa.

Anche qui sul palco si sono alternati esperti legali, rappresentanti di associazioni impegnate sui temi della difesa dei diritti delle donne o dei minori e qualche esponente di partito. Tra di loro l’assessore alle Politiche sociali della Giunta Sala, il dem Pierfrancesco Majorino: “Nessuno dica che questa proposta di legge deve essere modificata – ha affermato – perché deve essere cancellata completamente, dato che non è in grado di affrontare il tema vero del sostegno ai genitori che si separano. Il timore è che si tratti di un primo passo teso a smontare decenni di passi avanti nei diritti”.