Tra le tante colpe di Virginia Raggi ce n’è una particolarmente insopportabile agli occhi di Ernesto Galli della Loggia, nel sobrio editoriale sul Corriere della Sera: il quartiere di provenienza. La sindaca infatti non ha natali nobili, non è cresciuta nei palazzi del centro. Invece – e le dita tremano d’imbarazzo mentre si accingono a scrivere queste parole – la Raggi è cresciuta all’Appio Latino. Per chi non conosce la Capitale: trattasi di quartiere residenziale di ceto medio, non al centro ma nemmeno in periferia. Galli descrive la sindaca con leggiadria. Non si preoccupa affatto di nascondere il suo disgusto antropologico: “Giovane piccolo-borghese romana dall’abbigliamento e dalle maniere che ‘fanno tanto per bene’ nel quartiere dell’Appio Latino dove è cresciuta”. E poi la Raggi ha “l’aria sempre annoiata e il tratto vagamente indolente che ricorda le protagoniste di un racconto di Moravia; alla vigilia delle elezioni le chiedono il titolo dell’ultimo libro letto e lei risponde ‘non mi ricordo’”. Ignorante, insomma, e pure un po’ scema. Studia da avvocatessa “nel quartiere Prati” (un po’ meno cheap dell’Appio) circondata da “palazzinari”, “generoni”, “ceto burocratico-faccendiere”, ma “non sembra aver appreso molto da questo che pure è a suo modo un serbatoio di saperi”. Si potrebbe offendere, Virginia. Se almeno sapesse leggere.
Why not, l’appello dà ragione a De Magistris
Ora c’è una sentenza che lo dice. Mette nero su bianco che le inchieste “Why Not” e “Poseidone” furono sottratte illecitamente all’allora sostituto procuratore di Catanzaro, Luigi de Magistris. E questo fu utile a proteggere una potentissima lobby di politici, magistrati, imprenditori e professionisti calabresi dalle indagini di un pm che non guardava in faccia a nessuno. Una sentenza che, tuttavia, arriva troppo tardi rispetto ai fatti e ai reati, ormai prescritti. È quella pronunciata nella tarda serata di venerdì dalla Corte d’appello di Salerno presieduta da Massimo Palumbo. I giudici hanno parzialmente riformato la sentenza del 20 aprile 2016 di assoluzione piena dalle accuse di corruzione in atti giudiziari e falso, arrivata dopo 98 udienze, accogliendo nella sostanza un appello proposto dalla sola parte civile de Magistris, oggi sindaco di Napoli, difeso dall’avvocato Elena Lepre. Il processo di secondo grado si è celebrato “ai soli effetti della responsabilità civile”, perché la Procura non aveva fatto ricorso.
Il dispositivo di due pagine sentenzia che i reati ipotizzati intorno al provvedimento di revoca di “Poseidone” da parte dell’allora procuratore capo di Catanzato Mariano Lombardi, datato 29 marzo 2007 – che riguardava l’inchiesta sugli affari intorno alla depurazione delle acque in Calabria – vanno riqualificati da corruzione giudiziaria in abuso d’ufficio. E dichiara di conseguenza l’intervenuta prescrizione per l’allora procuratore aggiunto Salvatore Murone, per l’allora senatore di Forza Italia Giancarlo Pittelli e per l’allora sottosegretario alle Attività Produttive Giuseppe Galati. Mentre i reati ipotizzati intorno al provvedimento di avocazione della Procura generale del fascicolo “Why Not”, avvenuta il 19 ottobre 2007 – l’inchiesta che scoperchiò il verminaio dei finanziamenti della Regione Calabria alle imprese – vanno anch’essi riqualificati da corruzione giudiziaria in abuso d’ufficio, con annessa prescrizione per Murone, per l’ex facente funzioni di procuratore generale Dolcino Favi, per l’imprenditore della Compagnia delle Opere Antonio Saladino.
Confermata l’assoluzione piena per l’avvocato Pierpaolo Greco, figlio di Maria Grazia Muzzi e dell’ex procuratore capo Lombardi, questi ultimi rinviati a giudizio e deceduti nel corso del dibattimento. Confermate le assoluzioni per tutti gli imputati dalle accuse di falso. I giudici si sono presi 90 giorni per le motivazioni.
La sentenza non può riaprire la partita penale ma riapre quella degli eventuali risarcimenti. “Esprimo grande soddisfazione per il fatto che, seppur a distanza di così tanto tempo e seppur con tante ingiustizie che ho dovuto subire, la Corte d’appello di Salerno abbia riconosciuto le responsabilità degli imputati che utilizzarono le istituzioni per sottrarmi illecitamente le inchieste Why Not e Poseidone” afferma de Magistris in una nota. “Da oggi – prosegue il sindaco – abbiamo la prova che quelle indagini, che riguardavano i rapporti tra criminalità organizzata, istituzioni, politica e massoneria deviata, che arrivavano fino al cuore dello Stato, mi furono illecitamente sottratte, affinché non arrivassi alla verità e non mi si consentisse di fare le doverose indagini che svolsi nel rispetto della legge. Ho tanta amarezza nel cuore, ma oggi lo Stato, anche se in parte, mi ha ripagato con una sentenza così importante. E voglio ringraziare il mio avvocato Elena Lepre per il lavoro encomiabile svolto al mio fianco in questi anni”.
E Di Maio mette nel mirino i giornali: “Infimi sciacalli”
Niente sorrisi. Solo facce feroci e insulti, contro giornali e giornalisti, ovvio. I nemici perfetti per ricompattare la base disorientata dalle troppe bandiere ammainate, e per lanciare messaggi: innanzitutto all’alleato che è anche il primo avversario, Matteo Salvini, pronto da settimane a lanciare l’assalto al Campidoglio. Ma che dovrà rimandare. Pochi attimi dopo l’assoluzione di Virginia Raggi, il capo politico dei Cinque Stelle Luigi Di Maio traccia il solco: “La vera piaga di questo Paese è la stragrande maggioranza dei media corrotti intellettualmente e moralmente: esaltano la Lega e massacrano il M5S”.
Non si salva quasi nessuno, assicura il vicepremier, perché “la stragrande maggioranza di quelli che si autodefiniscono ancora giornalisti sono solo infimi sciacalli, che per due anni hanno provato a convincere il Movimento a scaricare la Raggi”. Quindi, “presto faremo una legge per gli editori puri”.
Un pugno di minuti, e dal Guatemala l’altro leader che tornerà a Natale, Alessandro Di Battista, suona lo stesso spartito: “Oggi la verità giudiziaria ha dimostrato solo una cosa: che le uniche puttane qui sono proprio loro, questi pennivendoli che non si prostituiscono neppure per necessità, ma solo per viltà”. E non poteva mancare il fondatore, Beppe Grillo, che commenta tramite post: “Colpisci forte mentre riprendono fiato”. Rieccolo, il Movimento classico, che ad ogni curva stretta va di toni bellici e addita ai suoi i cattivi che remano contro. E la stampa è sempre la prima, comoda opzione. Anche nel giorno del sollievo, comunque evidente, perché una condanna della sindaca di Roma avrebbe provocata una valanga di problemi al Movimento. A partire dal destino della giunta, perché il M5S dopo settimane di dibattito aveva effettivamente deciso di non provare a mandare avanti l’amministrazione Raggi.
Troppo complicato, convincere 28 consiglieri comunali ad autosospendersi e a proseguire senza simbolo del Movimento assieme alla sindaca: la quale peraltro non ha mai detto di essere disposta a dimettersi se condannata. E allora sarebbero state le urne in primavera, il piatto che Salvini non vedeva l’ora di assaggiare, per provare a prendersi Roma proprio in coincidenza con le Europee, quelle elezioni che saranno un chiaro derby tra alleati di governo.
Ergo, l’assoluzione della sindaca è una sventura schivata, per Di Maio e i suoi. Che però hanno tanti altri grattacapi, tra il sì obbligato al Tap, quello che dovevano chiudere in 15 giorni, e il via libera altrettanto sofferto al decreto sicurezza, con dissidenti di contorno. Ma soprattutto, c’è il compromesso con la Lega sulla prescrizione differita al 2020, ossia con lo stesso Carroccio che continua a invocare il Tav (ma Salvini è più sfumato dei suoi). Insomma, la battaglia infuria, anche su provvedimenti, come il decreto fiscale e il reddito di cittadinanza. E il M5S rispolvera i classici con una campagna preparata per tempo.
Addosso ai giornalisti, “cani di riporto di Mafia Capitale” che presto verranno regolati con la legge fatta per lasciare in piedi solo gli editori puri, senza interessi in altri ambiti. Però c’è pure la botta alla Lega, tacciata indirettamente di essere legata ai famigerati poteri forti, quindi di essere portata in palmo di mano dalla stampa. E sono sillabe che torneranno da qui a maggio.
Salvini ovviamente sa e legge, proprio nel giorno in cui la Cassazione conferma il sequestro di 49 milioni al Carroccio. E il ministro un po’ si morde la lingua un po’ no. “Se c’era qualcuno che aspettava di vincere e di stappare spumante a colpi di sentenze, questo non è il Paese che mi piace” giura. Insomma, lui è “contento per l’assoluzione della Raggi”. Ma c’è il però: “Sul fatto che a Roma si possa fare tanto di meglio e tanto di più, ahimè questo sì”. Ecco: ahilui.
I consiglieri romani M5S: “Un fardello, ci siamo liberati”
”Era un fardellodi cui ci siamo liberati. Per quanto si può essere tranquilli e fiduciosi, è normale che un procedimento penale preoccupi chiunque, lo ritengo naturale e non c’è bisogno di prenderci in giro. Abbiamo sempre lavorato, ma la spada di Damocle c’era ed era ingombrante”. Andrea Coia, consigliere comunale a Roma per i 5 Stelle e presidente della Commissione commercio, esprime il sentimento di tutto il gruppo grillino dopo l’assoluzione di Raggi. A questo punto, non è escluso un rimpasto in Giunta: “Ci sono situazioni di efficienza e altre di non efficienza. Correggere in corsa è sempre possibile e la sindaca l’ha sempre ammesso. Anche sul fronte dei dirigenti, per quanto più complicato, bisognerebbe rimettere le mani”. Meno conciliante, diciamo così, il commento di Roberta Lombardi, ex candidata M5S alla Regione e storica “nemica” della sindaca di Roma all’interno del Movimento: “L’assoluzione della sindaca sia l’opportunità per l’amministrazione capitolina di voltare pagina e procedere con un rinnovato impulso per il bene di Roma”. Come dire: ora, però, mettiti a lavorare.
Lavori Tor di Quinto Indagati Bergamo e Montanari
Sale a treil numero degli assessori della giunta Raggi interessati dall’indagine della Procura per i lavori realizzati nell’area di Tor di Quinto dagli organizzatori del Cirque du Soleil. Dopo Daniele Frongia, assessore allo Sport, è toccato al vicesindaco con delega alla Cultura, Luca Bergamo, e a titolare del dossier Ambiente, Pinuccia Montanari. Bergamo e Montanari sono stati destinatari a fine ottobre di atti di elezione di domicilio. Ne ha dato notizia Repubblica. L’inizio della vicenda risale all’agosto 2017 quando il Cirque du Soleil ha inaugurato i cantieri nell’area dell’ex Gran Teatro con una nuova recinzione e una colata di bitume per la base del tendone che avrebbe poi ospitato lo spettacolo. Lavori che i vigili del gruppo Cassia, diretto da Renato Marra, hanno considerato abusivi. Gli assessori alla Cultura, allo Sport e all’Ambiente ( Bergamo, Frongia e Montanari) in una delibera hanno chiesto di sospendere le attività di “ripristino dello stato dei luoghi”, richiesto invece in precedenza, e di mantenere le “migliorie” lasciate in eredità dal circo. Il reato di abuso edilizio è stato archiviato per gli organizzatori dello show. Prosegue l’indagine per abuso d’ufficio.
Atac, oggi il referendum: la Capitale vota sulla liberalizzazione del trasporto locale
Quasi 2 milioni e mezzo di cittadini romani potranno votare oggi, dalle ore 8 alle 20, per il referendum consultivo sulla liberalizzazione della gestione del trasporto pubblico locale, adesso affidata ad Atac. L’esito del voto non sarà vincolante, ma fornirà alla giunta un’indicazione sul parere dei cittadini. Il quorum da raggiungere è il 33,3 per cento (occorrono circa 760 mila voti), dunque un terzo degli aventi diritto.
Ogni elettore riceverà due schede, ognuna riferita ad un quesito. Nel primo, si chiede al votante se vuole affidare “tutti i servizi relativi al trasporto pubblico locale di superficie e sotterraneo mediante gare pubbliche, anche ad una pluralità di gestori e garantendo forme di concorrenza comparativa”. Nel secondo ci si riferisce invece alla possibilità che Roma “favorisca e promuova altresì l’esercizio di trasporti collettivi non di linea in ambito locale a imprese operanti in concorrenza”.
Per il Sì si sono schierati, tra gli altri, i Radicali – promotori del referendum –, Partito democratico e Forza Italia, che sperano di forzare l’amministrazione a mettere a gara la gestione del servizio di trasporto pubblico.
A favore del No sono invece i sindacati di Atac, compatti per mantenere pubblico il settore, il Movimento 5 Stelle, Lega, Fratelli d’Italia e anche parte della sinistra, con Liberi e Uguali.
Dagli incarichi Asl al rapporto con Raffaele. Ventinove mesi vissuti pericolosamente
Quasi tutti i 29 mesi di Virginia Raggi al governo del Campidoglio sono stati scanditi da una serie di inchieste che la hanno riguardata in prima persona o che hanno comunque coinvolto manager e funzionari da lei nominati. Eletta il 19 giugno del 2016 dopo il ballottaggio, la sindaca è arrivata a Palazzo Senatorio con la necessità di affrontare subito l’indagine della Procura di Roma – rivelata due giorni prima dal Fatto – sulle dichiarazioni da lei effettuate quando, in veste di consigliere comunale M5s nella consiliatura di Ignazio Marino, aveva dovuto comunicare gli incarichi legali svolti per conto della alla Asl Roma F di Civitavecchia nel 2012 e 2014. Due consulenze come avvocato per il recupero di alcuni crediti da un medico debitore, deceduto nel frattempo, per un totale di 13 mila euro: la Raggi aveva dichiarato la prima quando aveva ricevuto l’acconto di 1.878 euro (unica somma percepita) nel 2015, ma non la seconda. Tre mesi dopo, il 27 settembre 2016, la sua posizione è stata archiviata dall’accusa di falso. Secondo la Procura i moduli che aveva dovuto compilare erano poco chiari.
Passano solo tre mesi quando il 16 dicembre 2016, Raffaele Marra, capo del Personale in Comune dopo aver ricoperto nei mesi precedenti il ruolo di vicecapo di gabinetto vicario della sindaca, viene arrestato per corruzione in concorso con l’immobiliarista Sergio Scarpellini. Appena tre settimane, il 9 gennaio 2017, è direttamente la Raggi ad essere iscritta sul registro degli indagati per le nomine – realizzate tramite un interpello nell’ottobre 2016 – di Renato Marra, fratello di Raffaele, promosso da vicecapo della polizia municipale alla Direzione Turismo del Campidoglio (con un aumento stipendiale di circa 20 mila euro) e di Salvatore Romeo. Il secondo, funzionario comunale elevato a capo della segreteria politica passa dai 39 mila a 110 mila euro, poi ridotti a 93 mila a seguito dei rilievi formulati dall’Anac. La Raggi inizialmente viene indagata per falso e abuso d’ufficio (in concorso con Raffaele Marra) per la nomina alla Direzione Turismo, mentre per l’altra vicenda risponde solo di abuso d’ufficio in concorso con Romeo. Nel corso di un primo interrogatorio fiume, durato 8 ore, la sindaca respinge le accuse che gli vengono mosse dalla Procura.
Trascorrono altri quattro mesi di indagini e a giugno dello scorso anno il procuratore aggiunto Paolo Ielo e il pm Francesco Dall’Olio depositano gli atti contestando alla prima cittadina il reato di falso documentale in relazione alla nomina di Renato Marra e per abuso d’ufficio per la questione Romeo.
Il passaggio centrale del- l’accusa: la Raggi ha dichiarato per iscritto a Mariarosa Turchi, responsabile dell’Anticorruzione in Campidoglio, che nelle nomine della macrostruttura Raffaele Marra ha eseguito pedissequamente le sue determinazioni, mentre le chat acquisite agli atti per i pm racconterebbero una versione diversa dei fatti.
Anche nel secondo interrogatorio, a metà luglio, la Raggi ribadisce di aver agito nel rispetto delle regole. Arriva il 28 settembre 2017 e la Procura chiede il rinvio a giudizio della sindaca per falso in relazione alla nomina di Renato Marra mentre sollecita l’archiviazione – arrivata per infondatezza del reato il 20 febbraio 2018 – sulla vicenda di Romeo.
Dopo l’istanza dei legali della difesa di giudizio immediato, il processo per falso inizia il 21 giugno di quest’anno. Nelle aule di piazzale Clodio sfilano come teste nomi di peso della giunta capitolina, dal vice sindaco Luca Bergamo agli assessori Daniele Frongia e Adriano Meloni. E naturalmente viene nuovamente ascoltata la sindaca, che partecipa a tutte le sedute e il 25 ottobre davanti al giudice Roberto Ranazzi conferma la sua estraneità ai fatti contestati. Il 9 novembre la richiesta del pm ad una condanna di 10 mesi e ieri la sentenza di assoluzione.
“È fallita l’Opa di Salvini su Roma. Ora soldi e poteri”
Giura di non essersi mai sentita sola: “Il M5S mi ha sempre fatto avvertire il suo supporto, Di Maio, Grillo e Casaleggio mi hanno chiamato dopo la sentenza: ma c’erano anche prima”. E racconta anche le telefonate che non ti aspetti: “Oggi ho sentito anche Matteo Salvini e Matteo Renzi. E con l’ex premier ci siamo ripromessi di sfidarci sul campo, come dovrebbe essere sempre in politica”. Nel Campidoglio assaltato da troupe e messaggi, la sindaca di Roma Virginia Raggi celebra l’uscita dal suo incubo.
Cosa rappresenta questa sentenza di assoluzione?
Cancella due anni di fango politico. Il giudice ha dichiarato che sono stata assolta perché sto lavorando bene, nell’interesse della città.
Di Maio e Di Battista hanno commentato con attacchi e insulti alla stampa. Condivide?
Penso che i cittadini siano stanchi dei media che si parlano un po’ addosso, ignorando i loro problemi.
Un processo a carico della sindaca di Roma è rilevante a prescindere, e va raccontato.
Il discorso dovrebbe essere più generale. La stampa dovrebbe raccontare tutte le realtà, senza colori politici.
Sostiene che su di lei ci sia stato accanimento politico?
Credo che si debba uscire dalle contrapposizioni, tutti. E a me farebbe piacere che la stampa ci aiutasse a farlo, soprattutto a Roma.
Però i giornalisti fanno domande. Per esempio, in caso di condanna lei si sarebbe dimessa?
Questo tema è stato ampiamente superato dai fatti.
Tra i fatti c’è anche la reazione di Matteo Salvini, che in queste settimane ha attaccato spesso la sua giunta. E che oggi ha ripetuto: “Sul fatto che a Roma si possa fare tanto di meglio e tanto di più, ahimè questo sì”. Fiutava la sua condanna, e le elezioni anticipate…
La Lega aveva provato a lanciare un’Opa su Roma, ma ha fatto davvero male i conti. Speravano di arrivare prima della scadenza della mia giunta per raccogliere i frutti di quello che abbiamo seminato in questi due anni e mezzo. Il Carroccio ora dovrebbe pensare a rispettare il contratto di governo. Per esempio, noi vogliamo più soldi e poteri per Roma.
E quindi?
Noi abbiamo chiesto 180 milioni per rifare le strade della città. Si impegnassero ad approvare un emendamento apposito alla manovra: me lo aspetto io e se lo aspettano tutti i romani. E non solo: Salvini si è impegnato a mandare a Roma 250 uomini delle forze dell’ordine. I cittadini non si accontentano delle promesse: ci aspettiamo questo piccolo ma importante aiuto.
Ora come si riparte? Parlano tutti di rimpasto per la sua giunta.
Innanzitutto si riparte raccogliendo i frutti di quello che abbiamo fatto. Dopodiché il nostro faro resta il programma con i suoi obiettivi. Chi si impegna a raggiungerli resta con me, chi non lo fa è fuori.
Lei racconta di aver seminato, ma la città ha moltissimi problemi e la sua popolarità è in netto calo.
I cittadini li ascolto ogni giorno e hanno sempre ragione. I conti si fanno alla fine.
Pochi giorni fa c’è stata un’affollata manifestazione in piazza del Campidoglio contro la sua amministrazione, peraltro organizzata da sei donne. Non è un ottimo segnale, non crede?
Io non faccio distinzioni tra uomini e donne. Ma la piazza va sempre ascoltata, per recepire consigli, e le sei organizzatrici presto riceveranno un invito per girare per la città assieme a me. E mostrerò loro anche cosa abbiamo ereditato.
La solita risposta: colpa di chi c’era prima… Avete commesso errori. E forse neanche pochi.
Noi abbiamo trovato enormi ostacoli. Mancavano totalmente un servizio giardini, e abbiamo dovuto indire due grandi gare, rimediando nel frattempo con gare ponte. E poi i rifiuti: le competenze tra i vari enti si sovrappongono.
Insisto: gli sbagli?
Quando le fondamenta di una casa sono in brutte condizioni, è complicato. Ma presto raccoglieremo i frutti del nostro lavoro.
Falso su Marra, Raggi assolta. Per il giudice “non è reato”
Gli occhi lucidi, gli abbracci, le strette di mano di Virginia Raggi. E poi gli applausi e l’esultanza della folla, i consiglieri comunali e i sostenitori, che per due giorni hanno popolato l’aula dieci del Tribunale di Roma. Il giudice Roberto Ranazzi ha assolto la sindaca di Roma dall’accusa di falso. Il fatto non costituisce reato, ha sentenziato ieri. Assolta con formula piena.
La sentenza disinnesca una bomba politica, quella delle eventuali dimissioni in caso di condanna. Si chiude così dopo otto mesi di indagini e sei di processo. La sindaca viene indagata il 9 gennaio 2017: l’accusa è di aver scritto il falso nella dichiarazione al Responsabile anticorruzione del Campidoglio – che doveva rispondere all’Anac – quando ha affermato che nella procedura per la nomina di Renato Marra a direttore del Turismo, il fratello Raffaele – allora capo del Personale e principale collaboratore della sindaca – aveva avuto solo “compiti di mero carattere compilativo”. Aveva seguito le sue direttive, così si è difesa la sindaca. La nomina viene revocata, i pm chiedono e ottengono per la Raggi l’archiviazione dell’abuso d’ufficio inizialmente contestato, ma resta l’accusa di falso. E così, con giudizio immediato, il 21 giugno inizia il processo.
I pm Paolo Ielo e Francesco Dall’Olio non hanno dubbi: la Raggi ha mentito perché dietro la nomina di Renato c’era il fratello. Ne sono convinti e chiedono una condanna a dieci mesi di reclusione. E il movente, nella tesi accusatoria, era nella volontà di proteggere Marra, uomo macchina indispensabile per far funzionare gli ingranaggi del Campidoglio, ma anche se stessa: “Il codice etico del M5s vigente in quel momento prevedeva dimissioni in caso di indagini”, hanno sostenuto i pm.
La Raggi, presente alle udienze, ha ribadito più volte che a volere Renato Marra era l’ex assessore Adriano Meloni. Per cui Raffaele, da capo del Personale quale era, aveva solo firmato l’atto. Diverse volte ha preso la parola. Prima durante il suo interrogatorio e poi con spontanee dichiarazioni. Le ultime due giorni fa, quando ha risposto sul movente: “Nella prassi – ha detto – l’espulsione non è mai stata applicata, né a Nogarin né a Pizzarotti, che anche se indagati non furono espulsi. Pizzarotti fu sospeso perché omise di comunicare che era indagato”. E ieri i suoi legali hanno fatto acquisire una nota pubblicata sul blog dei 5stelle con alcune precisazioni: “Non esisteva alcun automatismo ma un meccanismo che comportava una valutazione caso per caso”.
In questi sei mesi, la sindaca ha cercato di spiegare ogni elemento del processo. Come una riunione e una email inviata per conoscenza anche a lei, in cui Meloni ringraziava Marra per il suggerimento. La sindaca ha spiegato: “Della riunione fra Meloni, il mio delegato al personale Antonio De Santis e Raffaele Marra, in cui quest’ultimo fece il nome del fratello, sono venuta a conoscenza solo a febbraio 2017, durante il mio interrogatorio. Inoltre Meloni difese a spada tratta quella nomina”. Per quanto riguarda la mail, ha spiegato che le fu inviata solo per conoscenza e sull’indirizzo di posta “istituzionale” del Campidoglio, “dove ogni giorno arrivano almeno 500 messaggi”. Era stato depositato anche un messaggio in cui la sindaca chiede a Marra chiarimenti sullo stipendio del fratello, che sarebbe lievitato di 20 mila euro lordi l’anno dopo la nomina. “Mi arrabbiai con Meloni e con Marra perché non è possibile che non me l’avessero detto”.
Ha convinto il giudice Ranazzi, che ieri ha sentenziato: il fatto non costituisce reato. Bisognerà aspettare le motivazioni. Per adesso si può ipotizzare che abbia valutato la mancanza dell’elemento soggettivo, del dolo. La sindaca, insomma, non voleva ingannare nessuno. Il documento inviato all’Anac potrebbe aver rappresentato una circostanza falsa, nel senso che Marra potrebbe aver partecipato alla procedura di nomina del fratello Renato e in particolare, averne parlato con l’assessore Meloni (su questo è in corso un processo a parte), ma la Raggi poteva non essere a conoscenza di quanto avvenuto alle sue spalle, o almeno non c’è la prova del contrario. E ha scritto ciò che sapeva in quel momento. “Era un processo vinto dall’inizio, e doveva essere già archiviato in fase preliminare quando abbiamo consegnato ai pm tutte le carte”, ha commentato l’avvocato Alessandro Mancori, difensore della Raggi con i colleghi Emiliano Fasulo e Pierfrancesco Bruno. Dopo il deposito delle motivazioni, la Procura farà ricorso. La sindaca può tornare a governare.
La marcia funebre
“Hanno perso la Virginità” (Il Tempo, 19.12.2016).
“Il bivio di Raggi: ammettere la bugia col patteggiamento o rischiare il posto”, “L’ultima spinta che avvicina di un’altra spanna Virginia Raggi al suo abisso insieme giudiziario e politico è arrivata dalla testimonianza dell’assessore Meloni” (Carlo Bonini, Repubblica, 26.1.2017).
“La Raggi teme l’arresto. C’è aria di autosospensione” (il Giornale, 27.1.2017).
“Mutande verdi di Virginia” (Libero, 31.1.2017).
“La fatina e la menzogna”, “mesto déjà vu di una stagione lontana, quella della Milano di Mani Pulite”, “la Raggi è inseguita dallo schianto dell’ennesimo, miserabile segreto, custodito dai ‘quattro amici al bar’: una polizza sulla vita”, “Romeo ha un legame privato, privatissimo con la Raggi, in pieno conflitto d’interesse”, “Quelle polizze potrebbero avere un’origine non privata, ma politica… una ‘fiche’ puntata su una delle anime del M5S romano, quella ‘nero fumo’”, “il rebus della provenienza dei fondi”, “Soldi di chi? Per garantirsi quale ritorno?”, “tesoretti segreti e ricatti” per “garantire un serbatoio di voti a destra” (Repubblica, 3.2.2017).
“Spunta la pista dei fondi elettorali”, “Fondi coperti”, “L’ombra dei voti comprati”, “I pm a caccia dei contributi privati inferiori a 5mila euro e mai registrati” (Messaggero, 3.2.2017).
“La pista che porta alla compravendita di voti”, “Romeo potrebbe aver agito per conto di altri… Il sospetto di finanziamenti occulti giunti al Movimento 5Stelle” (Corriere della sera, 3.2.2017).
“Come in House of Cards”, “L’accusa di corruzione è vicina”, anzi “potrebbe emergere” (La Stampa, 3.2.2017).
“Patata bollente. La vita agrodolce della Raggi nell’occhio del ciclone per le sue vicende comunali e personali. La sua storia riguarda l’epopea di Berlusconi con le Olgettine, che finì malissimo” (Libero, prima pagina, 10.2.2017).
“Dopo via Almirante, via Raggi” (Il Foglio, 16.6.2018).
“Sindaca sempre più sola. Quei consiglieri tentati di toglierle la fiducia. L’idea dell’addio prima del giudizio per falso” (Repubblica, 19.6.2018).
“La Raggi fa perdere voti. M5S vuole cacciarla” (Libero, 20.6.2018).
“Al Campidoglio il piacere dell’omertà” (Repubblica, 15.7.2018).
“Virginia, la paura della condanna e l’ipotesi dell’auto-sospensione” (Messaggero, 22.9.2018).
“L’archiviazione per il reato di abuso può fornire nuovi elementi all’accusa del pm” (Messaggero, 6.10).
“Processo Raggi, la funzionaria di polizia contraddice la linea difensiva della sindaca” (Corriere della sera, 20.10).
“‘Marra decise per il fratello’. Altro colpo alla difesa Raggi”, “L’exit strategy se arriva la condanna. Abbandonare, autosospendersi o provare a tirare avanti senza simbolo” (Repubblica, 20.10).
“Assist di Marra a Raggi, ma Meloni lo smentisce” (Messaggero, 23.10).
“L’Opa leghista su Roma” (Il Foglio, 25.10).
“Se condannata, la carta Rousseau. ‘Voto web per andare avanti’” (Messaggero, 26.10).
“Raggi-Raineri, colpo di scena al processo” (Repubblica, 26.10).
“I partiti si preparano alla caduta”, “Il gioco di Salvini in Campidoglio”, “La sindaca nel suo labirinto. Nel momento più difficile, Virginia Raggi è sola e sembra non poter contare più nemmeno su Di Maio… È come scomparsa” (Il Foglio, 1.11).
“Sindaca a rischio condanna” (il Giornale, 2.11).
“L’ultima tentazione dei 5S: crisi pilotata per non votare” (Repubblica, 8.11).
“La Lega e la corsa per il Campidoglio. Parte l’offensiva social e nei municipi” (Messaggero, 8.11).
“Passo indietro o giunta ‘no logo’, le vie per Virginia in caso di sconfitta. No al perdono web” (Corriere della sera, 10.11).
“Raggi in bilico, un guaio per il M5S”, “La crisi in Campidoglio e gli effetti sul governo” (La Stampa, 10.11).
“Raggi, chiesti 10 mesi. Il M5S la molla” (il Giornale, 10.11).
“Pure Di Maio si prepara a scaricare la Raggi inguaiata dai giudici. Anche lei non vede l’ora di levare le tende” (Libero, 10.11).
“La Capitale, il malgoverno da cancellare”, “Con Virginia Raggi la situazione è precipitata. Ora che la conosciamo possiamo dire che in realtà tutto la predisponeva a questo esito. Giovane piccolo-borghese romana dall’abbigliamento e dalle maniere che ‘fanno tanto perbene’ nel quartiere Appio Latino dove è cresciuta, è centaura provetta e con l’aria sempre annoiata e il tratto vagamente indolente che ricorda la protagonista di un racconto di Moravia” (Ernesto Galli della Loggia, Corriere della sera, 10.11).
“L’esperimento romano può dichiararsi concluso con un sostanziale fallimento. Il tramonto di Virginia Raggi può intrecciarsi con un colpo al populismo municipale. Comunque vada, la sindaca è già fuori gioco” (Stefano Folli, Repubblica, 10.11).
“La Raggi è riunita con i suoi legali per l’ultimo disperato tentativo di salvarsi” (SkyTg24, 10.11).
“Il Tribunale di Roma assolve l’imputata Raggi Virginia perché il fatto non costituisce reato” (il giudice Roberto Ranazzi, 10.11.2018, ore 15.10).
Ps. Subito dopo il verdetto, quelli di SkyTg24 informano che la Raggi “è scoppiata a piangere perché non si aspettava una sentenza del genere” e il giudice ha stabilito che “la sindaca non si rendeva conto di quel che succedeva in Campidoglio”. Vergognamoci (anche) per loro.