Sono sempre insidiosi, i turni dopo le Coppe e prima delle soste. La partita clou è l’ultima, quella di domani sera: Milan-Juventus. Esaurito il calendario pianeggiante (10 vittorie, 1 pareggio), per Allegri cominciano le salite. Viene, il Diavolo, da tre successi, gli ultimi due firmati da Romagnoli, e dal punto di Siviglia. San Siro frigge: Higuain contro Cristiano. Traduzione: il Pipita contro colui che gli ha dato lo sfratto. Dolorante alla schiena, risparmiato giovedì, l’argentino medita rivincita, tremenda rivincita. Gattuso ha abbracciato la politica del “bidente”, cara a Berlusconi, e incerottato la classifica. Da Biglia a Bonaventura, gliene mancheranno però un sacco. Madama, da parte sua, deve tenere d’occhio quei cali di tensione che, per eccesso di pilota automatico, sono riusciti addirittura a banalizzare la prodezza di Cristiano in Champions: e proprio alle orecchie di Mourinho. Il Milan ne peserà la forza di riscatto. Premesso che le notti di Suso non vanno mai trascurate, dico X 2. Sul podio anche Atalanta-Inter. Gasperini ha aggiustato la Dea, reduce da una tonificante “tripletta”. L’Inter, in compenso, trasforma in oro tutto quello che tocca: persino l’unico tiro (di Icardi, e di chi se no?) nella porta del Barcellona. La difesa meno battuta garantisce una solida base di lancio. Come Ancelotti, inoltre, Spalletti ha allargato la rosa, risorsa che gli permette di aspettare i migliori, Nainggolan in testa, senza l’ansia frenetica che in passato determinò pericolose turbolenze. Per questo, al netto della zavorra europea, Inter leggermente favorita. Molto ha sacrificato il Napoli, al Paris di Neymar, ma Juric è già in crisi, Piatek non segna più e allora sarà dura, per il Genoa, sfruttare il fattore campo.
Bebe la “terribile” tra ori e pubblicità ma senza etichette
Le medaglie, le interviste, la tv, la politica: Bebe Vio è una star. La carrozzina in pedana, le protesi agli arti non le tolgono più nulla. Oggi anche l’etichetta di campionessa paralimpica di scherma le sta stretta: il successo nella Coppa del mondo è solo l’ultimo trionfo di una carriera già stellare a soli 21 anni.
La ragazzina terribile, colpita a 11 anni da una meningite fulminante che le ha causato l’amputazione di gambe e avambracci e poi è diventata un’olimpionica, è ormai un simbolo d’Italia.
La sua consacrazione è stata ai Giochi di Rio de Janeiro 2016, dove ha vinto l’oro nel fioretto e ha trascinato le compagne nel bronzo a squadre. Da allora è una pioggia di medaglie, premi, riconoscimenti, successi (non solo sportivi): ieri a Tbilisi in Georgia ha vinto la gara di fioretto individuale, stracciando tutte le avversarie (nessuna contro di lei ha mai superato i 10 punti su 15 in tutto il torneo) e conquistando matematicamente la classifica mondiale di questa stagione.
È la sua quarta Coppa consecutiva, è imbattuta da oltre due anni: oggi nella stessa tappa della Coppa del mondo può fare il bis anche nella gara a squadre insieme alle sue compagne Loredana Trigilia e Andreea Mogos. Ha già vinto tutto, Europei, Mondiali, Olimpiadi. La strada verso Tokyo 2020, il suo prossimo grande obiettivo, è già tracciata, e poi chissà che altro. “La vita è una figata”, è il suo motto.
Incontenibile in pedana, estroversa sui social, diretta in pubblico e in privato: una forza della natura. Impossibile tenerla ferma sul podio, confinata nel piccolo mondo di uno sport “minore” come la scherma, praticata ad alto livello solo in 5-6 Paesi al mondo (l’Italia è la sua patria), che in ambito paralimpico diventa ancora più di nicchia.
Troppo poco. Infatti da un paio d’anni a questa parte la si ritrova dappertutto. È la testimonial perfetta. Anche e innanzitutto istituzionale, per le campagne pro vaccini: chi meglio di lei, che sa sulla propria pelle cosa vuol dire ammalarsi di meningite. Ma a chiunque piacerebbe associare il proprio nome al suo volto, scanzonato e vincente: macchine, elettricità, fondotinta, di pubblicità ne ha fatte tante, ci ha preso gusto e non si tira indietro. La celebrità porta celebrità. Dallo sport alla tv, c’è chi la vorrebbe addirittura in politica. Matteo Renzi la sognava candidata alle ultime Politiche, per rilanciare l’agonizzante Partito democratico.
Giovanni Malagò la immagina prossima presidente di un Comitato che unisca quello olimpico (Coni) e paralimpico (Cip) insieme, in un futuro non troppo vicino (per ora c’è lui, che ha di fronte questo e magari il prossimo quadriennio, grazie alla legge Lotti che gli ha regalato la possibilità di un terzo mandato). Dopo le elezioni, in piena crisi istituzionale, era stata addirittura ipotizzata come possibile ministra dello sport di un governo tecnico.
Lei, per ora, da grande schermitrice si schermisce. Colpisce ma non affonda, come col fioretto di cui è campionessa.
Si schiera (come ad esempio a favore del referendum costituzionale: “Mi dispiace per Renzi”, disse dopo il successo del No) ma non si compromette. Compare, riappare, si diverte. Soprattutto, e questa è la sua arma migliore, non smette mai di vincere. E di stare sotto i riflettori.
Moretti trova Allende Il “golpe” da regista: “Non sono imparziale”
“Io non sono imparziale. Io non sono imparziale”. Così Nanni Moretti risponde alle rimostranze del militare della junta di Pinochet Eduardo Iturriaga, ma è una rivendicazione che pare esulare dal documentario Santiago, Italia per farsi manifesto programmatico: di una nuova sinistra, anche e sopra tutto italiana.
Il regista racconta i mesi successivi al colpo di Stato dell’11 settembre 1973 in Cile che terminò il governo democratico di Salvador Allende: “Pur senza avere la vocazione del martire – lo rivediamo nelle immagini di repertorio del trailer – non farò un passo indietro. Resterò alla Moneda, fino al compimento del mandato che il popolo mi ha affidato”, e sappiamo tristemente come è andata.
Film di chiusura del 36° Torino Film Festival il prossimo 1° dicembre e dal 6 in sala con Academy Two, Santiago, Italia si concentra sul ruolo salvifico della nostra ambasciata a Santiago, che diede rifugio e futuro a centinaia di oppositori del regime: “Scappavano – osserva il diplomatico Piero De Masi – come scappano oggi dall’Africa”. Con una sostanziale differenza, che Moretti affida a un’altra talking head del doc, il traduttore Rodrigo Vergara: “Io sono un rifugiato, sono stato accolto, mi hanno permesso di integrarmi”.
Film politico, dunque, a monte come a valle: “Tutta una vita democratica che di colpo si trasformava in dittatura”, rievoca il regista Patricio Guzman. Moretti sottoscrive: qui e ora, s’intende.
“Il passato torna per specchiarsi nel nostro tempo”
Pubblichiamo di seguito il testo dello scrittore Matteo Strukul in libreria da pochi giorni con “Inquisizione Michelangelo”. Il libro sarà presentato a Bookcity il 18 novembre.
Gli anni recenti hanno segnato in letteratura una rinascita del romanzo storico. Dinastie come i Medici di Firenze e grandi artisti come Michelangelo, Leonardo, Caravaggio sono tornati protagonisti di storie che hanno saputo riconquistare un ampio pubblico di lettori. Anzitutto sottolineo fin d’ora che sarebbe un errore ridurre la questione alla semplice funzione consolatoria del romanzo storico, magari cavalcando l’idea che il lettore viva la dimensione del passato come rifugio rispetto a un presente non certo esaltante. Cosa che del resto accadeva anche nell’Ottocento, quando il romanzo fiorì come genere letterario, e proprio con grandi saghe legate al passato. Valgano per tutti il caso de I promessi sposi di Alessandro Manzoni o, in prospettiva europea, il ciclo dei moschettieri di Alexandre Dumas e Notre-Dame de Paris di Victor Hugo.
Vi sono ragioni più profonde e nobili per questo ritorno del romanzo storico. In primo luogo esiste una nuova generazione di autori che ha deciso di interrogarsi sul passato, riportando alla luce figure carismatiche, eroiche, affascinanti, senza per questo rinunciare all’azione, all’intreccio, alla bellezza della lingua.
E non è un fatto di poco conto.
Poi, c’è un pubblico che chiede, letteralmente, questi romanzi, poiché vuole prendere coscienza e riappropriarsi d’una memoria collettiva che definisca un’identità culturale. In terzo luogo perché, a dispetto di una tecnologia sempre più veloce, che per varie ragioni tende a semplificare e appiattire l’informazione, esistono ancora molte persone, in Italia, che apprezzano lo studio e l’approfondimento rigoroso che caratterizza un’efficace ricostruzione storica. In questo senso, lungi dal celebrare tout court le dinastie rinascimentali o i grandi casati del Medioevo, questi romanzi riescono a mettere in evidenza contraddizioni e sfumature, compromessi accettati dai personaggi. Narrare la storia di famiglie come i Medici o gli Estensi, per esempio, permette di approfondire la questione che riguarda la formidabile sfida di conquistare, mantenere e gestire il potere e quella, inquietante, della scoperta di come e quanto un simile fatto possa cambiare la natura dell’uomo. Lorenzo il Magnifico e Caterina de’ Medici si misurarono con la difficile arte di garantire il governo di una Signoria o di uno Stato fra lotte intestine e guerre di religione. Sono, questi, temi che da sempre catturano l’attenzione dei lettori.
Naturalmente è più che probabile che serie tv di grande successo come I Medici, Vikings, Da Vinci’s Demons, I Borgia abbiano contribuito a ridestare l’attenzione e la curiosità del pubblico per la Storia, così come alcuni fortunati anniversari: valgano per tutti i cinquecentenari per la morte di Leonardo e per la nascita di Tintoretto. Affrontare figure come Michelangelo, Caravaggio o Leonardo, comprendere fino in fondo le ragioni che guidarono uomini del genere a voler dominare la meraviglia della scultura, della pittura e dell’arte, piegando il marmo e la materia, rivelando le figure contenute nei blocchi candidi o intrappolando la luce, le ombre i colori nelle armonie pittoriche: il pubblico non può che rimanere affascinato da simili racconti.
Tanto più che, a fronte degli stupefacenti doni di questi personaggi, scriverne vuol dire raccontare anche il tormento dell’artista, costretto ad accettare le regole delle committenze, i ritmi disumani del lavoro, le pretese di pontefici e sovrani.
Per questo, in definitiva, il romanzo storico è vincente: perché riesce a narrare le sfide eroiche dell’uomo, la grandezza dell’arte e della storia d’Italia, attraverso un recupero d’una memoria che non va data per scontata. E la prospettiva storica, ampia e dilatata nel tempo, ci mostra ciascun fatto per quello che è, ridimensionando un dilagante apparire – complici i social –, offrendo finalmente un senso della proporzione e della misura reale dei valori e dei talenti.
Senza contare che non credo ci sia nulla di più bello, per uno scrittore, di misurarsi con il romanzo storico: provare a rievocare una realtà fra verità passata e immaginazione, quasi egli fosse uno sciamano, uno stregone in grado di dominare i venti della fantasia e gli oceani del tempo. Il ritorno del romanzo storico è dunque provvido e necessario: ci aiuta a relativizzare il presente, a comprendere le radici del nostro passato, a ritrovare un’identità culturale che si va smarrendo e invece andrebbe tenuta stretta e compresa nella sua varietà meravigliosa. L’Italia è magnifica proprio perché si compone di storie e culture molto diverse fra loro ma tutte fondamentali e preziose.
The Donald: niente asilo a chi attraversa il confine con il Messico illegalmente
The Donald non molla la presa sull’immigrazione. Il presidente torna a usare la questione migranti per mostrare al proprio elettorato di non avere paura della vittoria dei Democratici alla Camera. La Casa Bianca ha così annunciato nuove regole per limitare drasticamente le richieste di asilo, escludendo le persone che attraversano illegalmente il confine sud degli Stati Uniti con il Messico, ritenuto da Trump il punto da dove entrano i “delinquenti” travestiti da profughi.
Gli avvocati che si occupano della materia e le associazioni umanitarie hanno subito bocciato la decisione su questo tema estremamente sensibile e sottolineato che viola l’attuale legge statunitense che consente alle persone in fuga da persecuzioni e violenze nei Paesi d’origine, di richiedere asilo indipendentemente dal fatto che entrino illegalmente o meno, da nord come a sud, da est o da ovest, attraverso mari o monti.
La stretta non mancherà di provocare una serie di ricorsi legali, perché l’Immigration and Nationality Act (Ina) del 1969 prescrive chiaramente che tutti possono fare richiesta d’asilo, indipendentemente da come sono entrati negli Stati Uniti. L’Amministrazione Trump ritiene tuttavia che l’Ina dia al presidente l’autorità necessaria “per sospendere l’ingresso” di migranti se ciò “va a detrimento degli interessi degli Stati Uniti”.
La stessa giustificazione, accolta dalla Corte suprema, è stata usata per il travel ban contro l’ingresso di migranti provenienti da alcuni Paesi. La vittoria dei Democratici alla Camera, dove sono entrati diversi deputati di minoranze etniche, renderà più difficile il varo di leggi di questo tipo. Una Corte d’appello federale ha ribadito ieri che l’Amministrazione Trump non poteva abolire il Daca, l’atto con il quale il presidente Barack Obama aveva concesso il permesso di soggiorno agli immigrati arrivati illegalmente da bambini, che hanno poi studiato e sono cresciuti negli Stati Uniti. Intanto la carovana che è partita dal Centro America e ormai conta circa 8.000 persone non demorde: da Città del Messico, dove è accampata, ha chiesto all’Onu che venga fornito un numero sufficiente di autobus per continuare il viaggio verso gli Stati Uniti “in maniera comoda e sicura”.
Non solo Russiagate, Trump inguaiato dalla pornostar
Iguai giudiziari del magnate-presidente non sono solo il Russiagate. Gli inquirenti avrebbero le prove – scrive il Wall Street Journal – che Trump sarebbe stato coinvolto nei pagamenti in nero alla pornostar Stormy Daniels e all’ex coniglietta di Playboy, Karen McDougal, perché tenessero la bocca chiusa sulle sue ‘scappatelle’. L’azione potrebbe configurare una violazione delle norme federali sul finanziamento della campagna elettorale. C’è da ricordare che la vicenda di Stormy Daniels era stata gestita dall’avvocato di Trump, Michael Cohen, poi diventato un collaboratore della Procura; in agosto Cohen aveva ammesso i pagamenti.
Capitolo Russiagate. In queste ore, il procuratore Robert Mueller sfoglia l’album delle figurine delle spie russe d’ogni genere, emissari del Cremlino, ma anche doppiogiochisti e millantatori, che ha riempito in oltre un anno d’inchiesta per provare l’intreccio di contatti con Mosca che la campagna di Trump ebbe nel 2016, prima e subito dopo le elezioni presidenziali.
L’attenzione, ora, sarebbe puntata – scrive il Guardian – su Konstantin Kilimnik, 48 anni, un russo che avrebbe avuto legami con l’intelligence moscovita e con i servizi segreti miliari e che poteva disporre del jet privato d’un oligarca vicino a Vladimir Putin. Kilimnik era socio in affari di quel Paul Manafort capo della campagna di Trump fino a metà 2016 e già indagato e condannato: faceva il lobbista per potenze straniere – l’Ucraina filo-russa del presidente Yanukovich – contravvenendo alle regole Usa.
Manafort adesso collabora all’inchiesta di Mueller e ha fornito informazioni utili a incriminare l’ex partner per avere minacciato un testimone e per avere illegalmente foraggiato con 50 mila dollari d’un ricco ucraino il fondo per le cerimonie d’insediamento alla presidenza di Trump. Kilimnik avrebbe pure avuto le mani in pasta nel tentativo di Manafort di sfruttare la sua vicinanza a Trump per regolare un debito multi-milionario con l’ex cliente Oleg Deripaska, un oligarca amico di Putin.
Kilimnik è solo l’ultimo russo in ordine di tempo a comparire nel Russiagate, in cui si sono già trovati impigliati a vario titolo l’ex ambasciatore russo a Washington Sergey Kislyak, protagonista nel 2016 d’incontri ravvicinati con la cerchia del candidato Trump; l’avvocatessa Natalia Veselnitskaya che fu ricevuta da Donald jr e vari altri alla Trump Tower, promettendo informazioni compromettenti su Hillary Clinton; la siberiana Mariia Butina, giovane, rossa di capelli, capace d’infiltrare la Nra (National Rifle Association, la lobby delle armi), di avvicinare governatori e lo stesso Trump; e ancora Alexander Torshin, vice-governatore della Banca centrale russa, che incontrò Donald Jr a una cena alla convention della Nra del 2016; da aprile, il banchiere è oggetto di sanzioni.
Resta da vedere se questo guazzabuglio d’incontri e personaggi, consentirà al procuratore Mueller di formulare capi d’accusa solidi per compromettere il presidente ed esporlo all’ impeachment’. E’ una corsa contro il tempo, perché Trump e il suo nuovo ministro della Giustizia pro tempore, Matthew Whitaker, lavorano per affossare il Russiagate.
In difesa di Mueller e della sua inchiesta, centinaia di americani sono scesi nelle strade, l’altra notte, a New York e in diverse altre città, per chiedere che le indagini sul Russiagate siano tutelate. Silurando il segretario alla Giustizia Jeff Sessions e sostituendolo con un ‘falco’, Trump rende possibile un ‘blitz’ contro il procuratore: Whitaker non intende affatto tenersi fuori dal Russiagate, che, anzi, ha più volte criticato negli ultimi mesi.
Première dame, nostalgia di Carla Bruni
Anche Brigitte Macron perde la simpatia dei francesi. Secondo l’ultimo implacabile sondaggio Ifop, realizzato per il settimanale Vsd, la première dame raccoglie il 52% dei consensi, ovvero 15 punti in meno in cinque mesi. Eppure la presenza costante di lei, una donna matura, discreta ed elegante, accanto al giovane presidente sembrava, sin dall’epoca della campagna elettorale, rassicurare i francesi.
In termini di sondaggi Brigitte fa comunque meglio di Emmanuel, che batte record di impopolarità, con solo il 25% di opinioni favorevoli. Dopo gli scandali estivi che hanno scosso l’Eliseo e un autunno difficile per la fuga di ministri dal governo, neanche il tour “della memoria” nel nord ed est della Francia per commemorare il centenario della fine della Grande Guerra, che ieri ha fatto tappa nella Somma in presenza della premier britannica Theresa May, sembra aiutare Macron a riconquistare la fiducia dei francesi, anche per via delle polemiche per l’aumento del prezzo del carburante (una giornata di protesta è già in programma per il 17 novembre).
Brigitte che, come è stato rivelato di recente, si preoccupa molto del futuro del mandato presidenziale, finisce dunque col fare a sua volta le spese dell’impopolarità del marito. Solo il 4% ritiene che la sua presenza all’Eliseo sia “indispensabile”. Si rimpiange persino Carla Bruni, la ex modella italiana entrata all’Eliseo sposando Nicolas Sarkozy. Ben il 55% dei francesi vorrebbe che l’attuale première dame si facesse “da parte” sulla scena pubblica. Era il 45% a pensarlo della Bruni. I francesi amavano di più anche Bernadette Chirac e Danielle Mitterrand. Mentre faceva peggio di Brigitte solo Valérie Trierweiler, la compagna poco amata di François Hollande. Qualche dato positivo su Brigitte però c’è. Il 55% pensa che ha “un’influenza positiva” sul marito e il 57% che “rappresenta bene la Francia all’estero”. Lo ha confermato la stampa biritannica che ha elogiato il french style, da star del cinema, di Brigitte, che indossa solo abiti Dior, Saint Laurent o Givenchy.
Hamas, i giorni della rabbia valgono 15 milioni di dollari
È stato un venerdì diverso nella Striscia di Gaza. Animazione per le strade, lungo la lingua d’asfalto sulla costa che arriva fino a sud, fino a Rafah, la città tagliata in due dal confine con l’Egitto. La notizia ha percorso la Striscia come un fulmine. I frutti dell’accordo raggiunto al Cairo – fra Hamas e le altre fazioni palestinesi di Gaza, e Israele con l’Anp di Abu Mazen a fare da spettatore – grazie alla mediazione dell’Egitto e alla “generosità” dell’emirato del Qatar sono arrivati. Stipati in quattro valigie di quart’ordine, 15 milioni di dollari in contanti pagheranno gli stipendi ai dipendenti pubblici da mesi senza salario, una prima boccata d’ossigeno per un territorio devastato dalle guerre e dalla miseria nera. Mohammed Al Amadi, “l’ambasciatore” del Qatar a Gaza, è tornato l’altra notte nella Striscia con in tasca gli esiti della lunga trattativa, Israele acconsente al pagamento dei dipendenti pubblici, all’acquisto di gasolio per far funzionare la centrale elettrica, in cambio Hamas e le fazioni si impegnano a mantenere basso il tasso di violenza lungo i 37 km di frontiera con lo Stato ebraico e a ridurre il numero di aquiloni incendiari che hanno devastato le coltivazioni nel sud del Paese.
Uno dei portavoce di Fatah, Osama Qawasmi – citato dall’agenzia Wafa – ha detto che “Hamas ha sfruttato i bambini e le donne di Gaza e approfittato della sofferenza del popolo palestinese accettando senza il minimo dubbio”, le richieste americane e sioniste, approvando “il principio di ‘sangue per denaro’”.
Dopo sei mesi di manifestazioni, costati 200 vite e 16.000 feriti, è iniziata una hudna, tregua di 6 mesi – al ritmo di 15 milioni di dollari al mese – da perfezionare con l’allentamento dell’embargo israeliano e l’ingresso nella Striscia di altri genere di prima necessità. Una delegazione egiziana era ben visibile ieri nella zona di Khan Younis per osservare Hamas fare la sua magia sui manifestanti. C’erano meno manifestanti, mantenevano una distanza maggiore dal Muro. La conclusione, sia egiziana che israeliana, è che Hamas non solo è in grado di innescare lo scontro ma può anche regolarne l’intensità. Se vuole, in migliaia torneranno a confrontarsi come nei mesi scorsi con l’Idf lungo la frontiera, se invece lo ritiene, può fermare gli attacchi alla barriera.
Nei giorni scorsi già si percepiva un’atmosfera di cambiamento, soprattutto nella vita quotidiana, causato da un aumento della fornitura di energia elettrica fino a 12-16 ore al giorno. È la fornitura giornaliera più lunga per gli abitanti di Gaza dalla guerra del 2014, più del doppio della media giornaliera dello scorso anno, da quando l’Anp di Abu Mazen impose sanzioni contro Hamas dopo il fallimento della “riconciliazione”. La luce è arrivata grazie a una fornitura di carburante pagata sempre dal Qatar. La relativa calma lungo il confine nella scorsa settimana ha consentito ai camion di carburante di entrare nella Striscia attraverso il valico israeliano di Kerem Shalom.
È arrivata l’elettricità, sono arrivati i primi (pochi) soldi per gli stipendi. I gazawi tornano a sperare che il peggio sia alle spalle. Nessuno dei boss di Hamas si è visto in giro negli ultimi giorni, ma i loro “uomini di fiducia” hanno fatto circolare progetti che prevedono la creazione di 10.000 nuovi posti di lavoro per laureati (il 56% è disoccupato). Con i soldi arrivati dal Qatar verranno pagati il 60% dei salari ai dipendenti pubblici (350 euro) e verrà data una sovvenzione della metà a 5.000 famiglie i cui componenti sono rimasti feriti durante le proteste iniziate a marzo. Mai s’erano visti per le strade di Gaza tanti mendicanti all’angolo di ogni strada, alle uscite delle scuole, agli angoli dei mercati. L’economia di Gaza è in ginocchio, i settori trainanti – pesca, economia e edilizia, sono bloccati, l’Unrwa – l’agenzia Onu che assiste un milione su due di abitanti ha iniziato a ridurre il personale locale e da quattro mesi Hamas non paga gli stipendi. Economia ferma e disoccupazione alle stelle, una miscela che come una bomba poteva esplodere in faccia a Hamas. Se lo aspettavano per motivi diversi anche Israele e l’Anp di Abu Mazen. Non è successo.
Il presidente egiziano al Sisi ha dovuto faticare molto per far “ingoiare” al presidente palestinese i termini dell’accordo, che di fatto riconoscono in Hamas l’interlocutore per Gaza – anche per Israele – mandando in soffitta i sogni della riconciliazione palestinese.
Sarebbe facile farsi contagiare dall’euforia che si avverte a Gaza City sulla Omar Mukhtar, nei giardini davanti all’università, nelle conversazioni che si colgono per la strada, ma la speranza anche a Gaza non costa niente.
Haftar e gli altri: cosa vogliono i libici
Il percorso verso la conferenza sulla Libia di Palermo avanza lentamente schivando mille ostacoli. Per avere la presenza di tutti i Paesi coinvolti (oltre 20), è stato necessario dar fondo a tutte le abilità diplomatiche. Questa parte è passata sotto silenzio sui nostri media nazionali, occupati a raccontare la vicenda degli inviti libici, ma non è meno importante. Attorno al tavolo ci saranno Stati che sulla Libia hanno posizioni opposte, siederanno uno accanto all’altro Paesi avversari su dossier come Egitto, Turchia, Qatar e Arabia Saudita ecc. Tutto ciò non era scontato.
Il lavoro di queste settimane – con numerose missioni del ministro degli Esteri Moavero e del viceministro Del Re – è servito a ottenere la presenza di tutti, in modo da potersi rivolgere ai rappresentanti libici con una forza politica maggiore. Ora tocca vedere a quale livello gli Stati saranno rappresentati, segno della qualità del loro coinvolgimento. La Farnesina punta sui ministri degli Esteri ma la presenza già confermata di Al Sisi e Medvedev lascia sperare presenze di grado più alto.
C’è poi la parte libica della conferenza: assisteremo fino all’ultimo secondo al balletto sul “viene-non viene”, da parte non solo di Haftar (sul quale premono i russi perché ci sia) ma anche di altri protagonisti della frammentazione libica (meno conosciuti ma importanti). Ogni fazione sta negoziando la sua partecipazione. Ad esempio c’è il problema della rappresentanza di Misurata, cuore del potere militare della rivoluzione. Ci si domanda chi sarà presente per le tribù del Sud, che aspirano ad avere un proprio profilo politico. Avremo la presenza qualificata delle due assemblee legislative attuali, scadute ma ancora in vigore. Le recenti proteste di sedicenti partiti “esclusi” dall’invito dimostrano che esserci è considerato importante.
Tripoli e Bengasi cercano di mantenere il controllo dicendo la loro sulle liste preparate. Va evitato il rischio di esclusioni incrociate. A nessuno può essere concesso un diritto di veto ma occorre considerare le varie sensibilità. Il premier Conte punta molto sulla conferenza per rimettere in moto il processo di unificazione dello Stato libico; rafforzare la leadership italiana. Dall’Europa non sono venute in questi anni grandi iniziative di politica estera sulle aree di crisi.
La conferenza di Palermo rappresenta quindi un atto di responsabilità politica italiana in un momento in cui in Europa si bada ad altro. Ciò è molto apprezzato dagli Usa e dalla Russia. Il presidente del Consiglio ha voluto che, oltre alla conferenza politica, si svolgesse anche una riunione della società civile libica. Un modo per segnalare l’attenzione italiana a tutti i libici e alle loro sofferenze. Tale appuntamento si svolgerà circa una settimana dopo quello politico e la sua preparazione è stata affidata al viceministro Emanuela Del Re, con la collaborazione della Comunità di Sant’Egidio e dell’Università di Palermo. In preparazione di tale secondo appuntamento, si è svolta a Ghat un’assemblea di rappresentanti del Sud che ha preparato una lista di “doléances” della parte più abbandonata del Paese. Si sta pensando a una simile operazione sulla questione delle donne.
Tali iniziative autonome della società libica, sostenute dal governo italiano, hanno provocato qualche nervosismo tra le fazioni politiche, abituate a sorvegliare tutto nei rispettivi territori. Dalla Libia si sono fatte correre false voci di “complotti stranieri, tuttavia la direzione italiana rimane ferma.
Libia, stavolta l’Unione europea appoggia l’Italia
La presenza dell’Alto rappresentante dell’Unione europea, Federica Mogherini, alla conferenza sulla Libia che si terrà il 12 e 13 novembre a Palermo era scontata, ma nel quadro di diffidenza che si è creato attorno all’iniziativa del governo italiano sembra una notizia di primo piano.
Da diversi giorni, infatti, si moltiplica un tam tam mediatico per sottolineare il quasi definitivo fallimento della conferenza con giornali come La Stampa che sono arrivati a suggerire al governo di annullare l’evento per evitare di fare una brutta figura.
La pietra dello scandalo finora è stata la mancata presenza di leader importanti come Angela Merkel, Emmanuel Macron oltre a Donald Trump e Vladimir Putin. Lo scorso maggio, però, quando la Francia con un blitz improvviso convocò un’analoga conferenza a Parigi, il livello internazionale era inferiore a quello che si preannuncia a Palermo.
La presenza di Mogherini, del resto, si annuncia come una presenza di supporto all’iniziativa italiana. “Tutto quello che va nella direzione di sostenere lo sforzo libico e l’iniziativa dell’Onu è ottima e benvenuta”, dicono fonti della diplomazia Ue che invitano a non guardare tanto alla “vetrina” degli ospiti presenti quanto alla sostanza delle decisioni finali e confermano “il pieno appoggio” alla conferenza.
A Palermo, sottolineano da Palazzo Chigi, ci saranno 30 delegazioni e molti capi di Stato e di governo dei Paesi limitrofi alla Libia: il presidente tunisino, Beji Caid Essebsi, il primo ministro dell’Algeria, Ahmed Ouyahia. “Ci sarà molto probabilmente il presidente dell’Egitto, al Sisi”, fa sapere una nota, oltre ai capi di Stato e di governo di Ciad, Niger, Grecia e Malta. Per la Russia verrà l’inviato speciale per il Medioriente, Mikhail Bogdanov, e Palazzo Chigi ribadisce che ci sarà anche il premier russo Dmitri Medvedev. Per gli Stati Uniti il consigliere speciale per la Libia David Satterfield, che è stato in ballo la scorsa estate per diventare ambasciatore in Egitto. La Francia sarà presente con il ministro degli Esteri, Jean Yves Le Drien, molto attivo in questi giorni come dimostra il colloquio tenuto ieri a Parigi con una delegazione di Misurata, la città-stato rappresentata al governo con il vicepresidente, e possibile ago della bilancia delle varie mediazioni, Ahmed Maitig.
Ci saranno, soprattutto, i libici: il presidente riconosciuto dalla comunità internazionale, Fayez al Sarraj, il generale che lo contesta Khalifa Haftar, Aguila Saleh, presidente del Parlamento di Tobruk e il capo dell’Alto consiglio di Stato di Tripoli, Khalid al Mishri.
La conferenza vedrà loro come protagonisti e l’Italia ha organizzato i lavori attorno a due temi centrali: sicurezza ed economia. Due punti delicati, che ruotano attorno alla possibile unificazione delle milizie e ai fondi che la comunità internazionale sarà in grado di mettere sul tavolo di un percorso di pace.
La discussione prenderà le mosse dal piano di azione che l’inviato delle Nazioni Unite, Ghassan Salamé ha già illustrato l’altroieri al Palazzo di Vetro e che ruota su tre punti: messa in sicurezza della Capitale, con la formazione di una forza istituzionale, un supporto alla redistribuzione delle ricchezze nazionali e una conferenza nazionale che coinvolga tutte le realtà libiche, una sorta di congresso nazionale, che prepari un processo elettorale il cui culmine potrebbe essere nella primavera del 2019.
La conferenza però non si chiuderà con un documento finale e forse non ci sarà nemmeno un testo letto. Giuseppe Conte ha insistito molto su questa iniziativa per riprendere l’iniziativa politica e dimostrare di avere un ruolo e una statura internazionali.
Conte ha precisato sul suo profilo Facebook, che “l’obiettivo è dare un contributo concreto al percorso di stabilizzazione del Paese in pieno accordo con i principali attori politici libici. Non a caso il messaggio che vogliamo lanciare è #ForLibyaWithLibya”. Il processo di pace si deciderà più avanti e sul campo, ma per ora, almeno, c’è l’hashtag.