Preti “di frontiera” a Salvini: “Napoli è abbandonata”

Ventottoparroci della periferia orientale di Napoli, in un appello al ministro dell’Interno, al prefetto di Napoli, Pagano, e al sindaco De Magistris, hanno invocato una maggiore presenza dello Stato e delle istituzioni in un territorio che ritengono abbandonato a se stesso. Nella lettera, presentata due giorni fa nella Chiesa di San Giovanni Battista, hanno chiesto l’adozione di un programma politico che possa garantire il bene comune e il coinvolgimento sociale. “Nel nostro territorio una cosa più grave della violenza è il degrado, il letto nel quale il fiume della malavita scorre tranquillamente invadendo le nostre strade – si legge – e il degrado è conseguenza di un abbandono sistematico da parte degli uomini di potere, delle politiche miopi o cieche, dell’assenza reiterata di interventi”. I parroci, dunque, hanno deciso di scendere in campo per combattere il degrado, ma anche “un altro male profondo: la rassegnazione”. La risposta di Salvini non si è fatta attendere. La segreteria del ministro ha contattato il decano Federico Saporito e ha comunicato l’intenzione di incontrare lui e gli altri firmatari dell’appello.

“L’ispettore del lavoro stava con le aziende”

Il paese di Sottosopra nei rapporti tra imprese e lavoratori si intravedeva già con chiarezza in un’interrogazione parlamentare del luglio 2016, firmata da un deputato avellinese di Sel, Giancarlo Giordano. Rilanciava una denuncia del sindacato Usb e un loro volantino dal titolo “Figli e figliastri, tutti hanno famiglia”.

Nel paese di Sottosopra il dirigente dell’ispettorato del Lavoro non tutela i dipendenti ma le aziende. Perché ha le sue buone ragioni: l’impresa da proteggere gli ha assunto il figlio ingegnere. E quindi gli ispettori a lui sottoposti devono fare finta di nulla. E se non lo fanno scattano pressioni, azioni disciplinari. Ed in mezzo ci sono gli operai delle aziende “tutelate”, figli di nessuno: povera gente che privata di diritti e di informazioni importanti per decidere in piena coscienza, accettava di firmare verbali di conciliazione a condizioni svantaggiose. Anche perché minacciata.

Il paese di Sottosopra è Avellino e il dirigente in questione è Renato Pingue, capo dell’Ispettorato interregionale del lavoro di Napoli e quindi di tutto il meridione, che due anni fa all’epoca dei fatti era ‘reggente’ del capoluogo irpino. Da ieri Pingue è agli arresti domiciliari su ordine del Gip Fabrizio Ciccone. Nelle informative del nucleo investigativo dei carabinieri, la Procura guidata da Rosario Cantelmo ha ricostruito accuse di corruzione per atti contrari ai doveri d’ufficio in concorso con Gerardo Capaldo, già sindaco di Atripalda e legale rappresentante della Antonio Capaldo spa, colosso nel settore della logistica e dei servizi.

Secondo il pm Capaldo, indagato a piede libero, ha assunto come dirigente il figlio del dirigente dell’ispettorato, l’ingegnere Luca Pingue, per ottenere qualcosa in cambio dal padre. Era il periodo in cui l’ispettorato contestò delle irregolarità nell’appalto di fornitura di servizi di movimentazione merci, pulizia e facchinaggio della Natana.doc spa, che aveva subappaltato a cooperative nelle quali operavano lavoratori che a quel punto avrebbero maturato dei diritti retributivi e contributivi. Su queste irregolarità si sarebbe chiuso un occhio. In che modo? Dall’ispettorato, Pingue si sarebbe attivato per far spedire agli 83 lavoratori coinvolti delle lettere che dimenticavano di citare i loro diritti di rivalsa verso l’impresa Capaldo. Compresa la facoltà – si legge a pagina 2 dell’ordinanza – di chiedere loro l’assunzione diretta. Soli e dimenticati, senza sindacalisti affianco, gli operai hanno firmato conciliazioni che hanno consentito alle imprese di risparmiare quasi 2 milioni di euro – il Gip ne ha ordinato il sequestro – e sulle quali hanno pesato anche larvate minacce, del tipo “ma che fai birbantello… se non firmi perdi Filippo e Panaro… ti conviene firmare perché il posto di lavoro è caro ed è un peccato che lo perdi”. Su questi episodi ci sono indagini per estorsione. L’avvocato di Capaldo, Luigi Petrillo, replica: «È assolutamente impensabile che Pingue abbia voluto favorire la Capaldo spa: Pingue ha applicato alla ditta una sanzione di circa sei milioni di euro, nel maggio del 2016, subito dopo l’assunzione del figlio”.

Arriva il perito e lui lo uccide. “Temevo mi pignorasse casa”

Una pozzanghera rossa sull’asfalto. La pioggia che lentamente la cancella mentre le auto accanto passano veloci. Così, su un marciapiedi di via Asti a Portacomaro, è finita la vita del geometra Marco Massano, 44 anni. “E adesso dobbiamo andare a Torino, a dirlo alla moglie e ai tre figli”, si passano la mano sulla fronte i carabinieri. Sono ancora al lavoro, a scuola e non possono immaginare che il loro marito, il papà, è stato ucciso con un colpo al cuore da Dario Cellino, un novantunenne asserragliato in casa con le sue armi. Terrorizzato al pensiero che gli pignorassero la casa.

Sono le nove di ieri mattina. Massano ha ricevuto istruzioni di fare una perizia in via Asti, uno stradone in mezzo a questa campagna intrisa di pioggia e foglie rosse. A poche centinaia di metri c’è Portacomaro, siamo nella terra di papa Bergoglio. “Eravamo d’accordo, doveva prima passare da noi e lo avremmo accompagnato”, racconta il maggiore Lorenzo Repetto che guida il Nucleo Investigativo dei carabinieri di Asti. È la prassi, perché con i pignoramenti non si sa mai come vada a finire. Massano, però, decide di andare da solo, forse per risparmiare uno choc a quel signore di 91 anni che vive chiuso in casa con i due figli. Ma appena suona alla porta dal primo piano si apre una finestra. Cellino si affaccia con la pistola e spara con la mira di chi ha sempre amato le armi. Centra in pieno petto Marco che cade di schianto. Subito si ferma un’auto, scende una coppia, si trova davanti un uomo disteso in una pozza di sangue. Non capisce. Ma dalla finestra Cellino continua a urlare, appena arrivano i soccorsi minaccia di sparare anche a loro. Si sente un altro colpo: “Si è ucciso anche lui”, urlano in strada.

Ma quando i carabinieri entrano se lo trovano davanti, seduto su una poltrona, immobile: “Sono stato io. Ma non ne potevo più, ero esasperato”. I militari lo portano via, da ieri sera è nell’infermeria del carcere di Asti. Intanto Massano muore in ospedale. E cominciano le indagini, i rilievi, ma la spiegazione della tragedia è sotto gli occhi degli investigatori, in questa casa grigia, intrisa di pioggia e di miseria: in una camera, stesa sul suo letto come se non si alzasse da anni, c’è la figlia di Cellino. Una donna di 57 anni, “sapesse quanto era bella, tutta bionda, poi un giorno è sparita. Chiusa in casa, forse segregata dal padre”, raccontano nel circolo del paese. Il figlio era uscito. Chissà da quanto vivevano così, forse dalla morte della moglie di Cellino, anni fa. O da quando l’uomo aveva chiuso la sua piccola fabbrica di mobili, proprio accanto alla casa. Se la devono essere passata bene, tre fabbricati uno vicino all’altro, centinaia di metri quadrati. Poi qualcosa è andato storto, lo vedi dalle saracinesche arrugginite, dalle tende strappate del vecchio negozio. E c’era quel mutuo che tormentava Cellino. Anche se il pignoramento era lontano, come raccontano gli investigatori: “Massano era lì per un atto preliminare, una semplice stima degli immobili. Nulla era deciso”. Difficile portare via la casa a un novantenne.

“Dario? Certo, lo vedevamo spesso. Guidava ancora la sua Ford tutta scassata, veniva qui e si prendeva un aperitivo, chiacchierava con gli amici”, raccontano al circolo. Cercava di tirare avanti, di salvare la dignità. Si metteva la giacca e la cravatta con il nodo troppo stretto dei lavoratori nei giorni di festa. Ma qualcuno si batte l’indice sulla tempia: “Era andato fuori di testa”. Si era lasciato andare, basta affacciarsi nelle stanze della casa per capire. Il tempo pare essersi fermato: le tende anni Settanta a fiori, i lampadari a goccia pieni di polvere. E roba ovunque che quasi non riesci a muoverti. “Quanta disperazione!”, allarga le braccia un carabiniere.

Ma forse il nodo della tragedia è un altro: la passione del vecchio per le armi. C’è la pistola che avrebbe ucciso Massano, ma non solo. “A Cellino piacevano. C’era da aver paura. Qualche anno fa ha minacciato di spararmi mentre passavo nel sentiero dietro casa sua”, racconta un uomo nel circolo del paese, “Stavo andando a cercare funghi e Dario è uscito dalla finestra urlando che se non me ne andavo mi uccideva. Vedi a lasciare le armi a tutti…”. Come è successo ieri con il povero geometra, ma stavolta Cellino ha sparato davvero.

A sera i carabinieri tolgono i segnali per i rilevamenti. La chiazza rossa non c’è più.

Evan, l’Osho di Salvini e la questione “sciamani”

Ognuno ha il suo filosofo di riferimento; Platone aveva Socrate, Nietzsche aveva Schopenhauer, Heidegger aveva Husserl. Elisa Isoardi ha Gio Evan. Ma chi è Gio Evan? C’entra qualcosa con il Medio Evan? Con Evan contro Evan? Tutta Italia se lo chiede da quando l’ex compagna di Matteo Salvini cita questo pensatore a ogni post sospinto… Allora non è vero che le ideologie sono finite! Una grave lacuna ignorare Evan in questa fase storica, che tuttavia si può facilmente colmare andando sul sito www.gioevan.it Basta un clic per avere squadernati vita, pensiero e immagini di questo teoreta sincretico; un po’ Rasputin, un po’ Osho, un po’ Caparezza e un po’ Federico Moccia. Basta, cediamo la parola a lui: “Gio Evan esiste” (a differenza del Jo Condor); “Scrittore, poeta, filosofo, umorista, performer, cantautore e artista di strada” (al suo confronto, Leonardo fu un ingegno limitato). Decisivo nella formazione un viaggio in India: “Comincia a studiare e a vivere con gli sciamani del posto” (c’è il posto delle fragole e il posto degli sciamani; d’altronde uno sciamano tira l’altro, come le ciliegie); così “riceve attivazioni al mondo vibrazionale e terapeutico”. Attivato a mille, “si avvicina al Surrealismo” (con un secolo di ritardo, ma meglio tardi che mai), e in ossequio alla poetica surrealista comincia a scrivere libri. Invitiamo gli appassionati di filosofia a proseguire direttamente sul sito: non resteranno delusi. Anzi, come scrive Evan stesso, “ne vale la penna”.

La grande riforma (mancata) della Rai-Tv

“Oggi comincia la rivoluzione culturale della Rai”

(da una dichiarazione del vicepremier Luigi Di Maio, al termine del Consiglio dei ministri – Roma, 27 luglio 2018)

Èpassata molta acqua sotto i ponti, e nel frattempo qualche ponte purtroppo è anche crollato, da quando Luigi Di Maio predicava in campagna elettorale che bisognava “cacciare i partiti dalla Rai” e che era “meglio il sorteggio che le nomine della politica”. Assurto dagli spalti dell’opposizione ai vertici del “governo del cambiamento”, finora il vicepremier pentastellato non è riuscito a cambiare granché nell’ormai cronica lottizzazione del servizio pubblico, spartendosi poltrone e poltroncine con il vicepremier leghista Matteo Salvini nel segno del “contratto di governo” che lega i rispettivi partiti.

Se alla Rai gli alleati giallo-verdi non hanno fatto peggio dei predecessori, non sono riusciti certamente a fare molto meglio, in particolare sul piano della governance: vale a dire di una riforma organica dell’azienda, mirata a modificarne l’assetto e il sistema di controllo, in modo da affrancarla una volta per tutte dal giogo della politica. L’idea fantasiosa e peregrina di sorteggiare le nomine è finita nel dimenticatoio degli annunci e la maggioranza del “cambiamento” s’è ridotta così a replicare la lotteria spartitoria di sempre. E del resto, non avrebbe potuto essere altrimenti con un partner come la Lega che di questo metodo aveva già usufruito ampiamente nel fatidico ventennio berlusconiano, condividendone le responsabilità con il partito-azienda di Sua Emittenza.

Il popolo dei telespettatori avrebbe potuto aspettarsi che il nuovo governo modificasse innanzitutto la legge che regola le nomine al vertice di Viale Mazzini, a cominciare dal consiglio di amministrazione e dal suo presidente. E invece, il meccanismo è rimasto lo stesso: quello dell’investitura politica, con la classica lottizzazione tra le forze parlamentari. Ma è proprio da qui invece che occorrerebbe cominciare per trasformare finalmente la Rai dei partiti nella Rai dei cittadini.

A suo tempo un gruppo di lavoro costituito dall’ex senatrice del Pd Tana de Zulueta, a cui aveva partecipato anche il sottoscritto, elaborò una proposta che prevedeva come primo passo il trasferimento del pacchetto azionario dell’azienda dal ministero del Tesoro, e cioè dalle mani del governo, a una fondazione rappresentativa della società civile, composta da esponenti della cultura, dell’università, del giornalismo, dei sindacati, dei consumatori e degli ambientalisti. A questo organismo super partes sarebbe spettato il compito di nominare un consiglio di amministrazione formato da cinque componenti, con un presidente e un amministratore delegato affiancato magari da un direttore editoriale.

Oltre alla riforma della governance, il progetto puntava poi ad abolire la pubblicità sulle reti Rai, sul modello della mitica Bbc, limitando le risorse al canone d’abbonamento. In questo modo, l’azienda sarebbe stata liberata anche dalla sudditanza all’audience, per svolgere effettivamente la sua funzione di servizio pubblico. Il canone – come si sa – è diventato obbligatorio per legge, ma il 50% dell’extra-gettito è stato dirottato finora agli altri media e dall’anno prossimo andrà alla fiscalità generale.

La nuova Rai giallo-verde, insomma, resta prigioniera della sua doppia subalternità: alla politica e al mercato pubblicitario. Un ircocervo radiotelevisivo. Un mostro a due teste, una pubblica e l’altra privata. E neppure il “governo del cambiamento” è riuscito, per ora, a modificarne la natura e l’identità.

Sì Tav, un’onda lunga tra ex Dc e camicie nere

La chiamano Onda, rubando il nome al movimento studentesco. Una Onda Sì Tav che va, senza problemi, dal Pd a CasaPound e a Forza Nuova, da Forza Italia a Fratelli d’Italia, dai condannati per peculato agli eterni trasformisti, dagli affaristi agli amici di Putin, dal Rotary ai notai. E passando per le madamine fintamente apolitiche (firmavano appelli per Piero Fassino) e per gli imprenditori come Licia Mattioli, vicepresidente Confindustria, che paragona i Sì Tav a dei “piccoli Cavour”. Vorrebbe emulare la marcia dei 40 mila dei capi e capetti Fiat; in verità rammentano, in modo farsesco, il pensiero unico. Quello di cui parlava Ignacio Ramonet: “Che cos’è il pensiero unico? È la trasposizione in termini ideologici, che si pretendono universali, degli interessi di un insieme di forze economiche, e specificamente di quelle del capitale internazionale”.

Qui, sotto la Mole, il capitale è forse meno internazionale, il provincialismo predomina. Se Fruttero & Lucentini fossero vivi, i descamisados con golfino di cachemire del Sì Tav potrebbero entrare di diritto in un remake de La donna della domenica. Trattasi di una Onda trasversale. Anzi, per dirla con l’industriale Paolo Pininfarina, fratello meno noto di Andrea, che si picca di conoscere la storia, sarebbe molto transfrontal. Ci sguazzano intanto ex democristiani come Roberto Rosso, da alfiere di Mani Pulite a seguace di Silvio Berlusconi, e Mino Giachino. Quest’ultimo ama riflettere sulla pretesa decrescita di Torino con Vito Bonsignore, altro potente ras dello Scudo Crociato, con una condanna definitiva per vicende corruttive. Se Bonsignore era contrario al Tav, essendo boss delle autostrade, l’ex ministro Francesco Forte, craxiano di ferro, è un fedelissimo “ondista”. Tra i più attivi nel Sì Tav si agitano i post o neo-fascisti. Come Augusta Montaruli, milizia in Fratelli d’Italia, condannata in uno dei processi per Rimborsopoli, per peculato, a un anno e 7 mesi. E come Maurizio Marrone, pure lui di Fratelli d’Italia, al quale La Stampa, pochi giorni fa, dedicava un bel cammeo: “A Torino opera l’ufficio di rappresentanza dell’autoproclamata Repubblica popolare di Donetsk. Il responsabile, Maurizio Marrone, il 6 settembre scorso si è fatto ritrarre in camicia nera, con alle spalle la bandiera del Donbass e la foto di Aleksandr Zakharchenko, presidente dei separatisti supportati da Putin”. È lo stesso che affermava: “Una rinfrescata alla memoria di quanti si accaniscono su Priebke anche dopo la morte: la rappresaglia alleata era cinque volte più feroce”. Faceva sue, notò Repubblica, “le parole postate da Gabriele Adinolfi, leader neofascista di Terza posizione”.

Nell’ammucchiata da maggioranza semi-silenziosa dei Sì Tav, così eterogenea eppure in sintonia nella parodia del pensiero unico, non poteva mancare Paolo Giordana, ex capo gabinetto dell’Appendino. Ha dichiarato: “Sulla mia appartenenza Sì Tav direi però che non ci sono dubbi”. Ciò che non dice, tuttavia, è che ad allontanarlo dal Palazzo Civico non sono state le sue posizioni in tema ferroviario. Macché. L’hanno cacciato per avere fatto togliere una multa a un amico. Spicca infine Pier Franco Quaglieni. Fondatore del Centro Mario Pannunzio, già “pizzicato” per molestie telefoniche a una magistrata, un giornale lo ha immortalato come “l’ultimo liberale” contro “la decrescita”. Diventato berlusconiano, scriveva Marco Travaglio, “l’erede dell’incolpevole e ignaro Pannunzio si batte impavido contro ‘l’egemonia culturale della sinistra’ (infatti nel 1976, quando il vento della politica tirava a sinistra, si era prontamente candidato nelle liste del Pci, come si conviene a ogni intellettuale controcorrente)”. Per tutta questa bella gente, dunque, viene da esclamare con il vecchio caro Totò: “Ma mi faccia il piacere!”.

Nuova prescrizione: solo un primo passo

Diritto senza giustizia. In tanti bollarono così l’epilogo del processo Eternit. Per le vittime dell’amianto nel Monferrato la prescrizione dei reati in Cassazione (ultimo grado del giudizio) fu una tremenda beffa. Per lo Stato fu una sconfitta. Si “bruciarono” anni di attività giudiziaria, con costi a carico dell’erario. E non si riuscì neppure ad avere un verdetto definitivo sui responsabili del disastro ambientale, abdicando a quelle funzioni che giustificano il divieto di farsi giustizia da sé. Purtroppo il “diritto senza giustizia” non si è fermato al caso Eternit. Il decorso del tempo continua, a processi in corso, a cancellare con un tratto di penna reati di impatto civico e sociale: disastri ambientali, corruzioni, falsi in bilancio, truffe. Ma l’indignazione del “giorno dopo” non basta a produrre rimedi convincenti.

Oggi il Guardasigilli propone una soluzione netta: impedire l’estinzione del reato per decorso del tempo dopo la sentenza di primo grado. Tante le reazioni di dissenso. Non solo nel mondo politico e nell’avvocatura, ma anche tra i magistrati. Eppure una soluzione simile veniva caldeggiata sino a qualche mese fa in documenti ufficiali dell’Associazione nazionale magistrati e del Consiglio superiore della magistratura. E trovava il favore di non pochi accademici per due ragioni: la logica dell’istituto della prescrizione e le esigenze di efficienza del sistema giudiziario.

La disciplina sulla prescrizione vuole che lo Stato agisca tempestivamente in presenza di un reato. Per questo stabilisce termini che variano in base alla gravità dell’illecito per cui si procede. Col passare del tempo aumentano le difficoltà di ricostruire i fatti e si affievoliscono le ragioni della pena. Inoltre, una regola di civiltà vuole che, a distanza di anni dai fatti, il potenziale imputato sia “lasciato in pace”. Così la norma sulla prescrizione esaurirebbe la sua funzione con la concreta manifestazione della pretesa punitiva entro i termini di legge. Ma cosa significa “concreta manifestazione”? Per la riforma in discussione è la sentenza di primo grado, frutto di accertamenti nel contraddittorio tra le parti. Una soluzione che può evitare la “denegata giustizia” proprio per i reati “subdoli”. Quelli dei colletti bianchi. Che, come per Eternit, vengono alla luce in ritardo, scontano la fisiologica complessità delle prove e sovente si prescrivono nel giudizio di impugnazione. Per i detrattori della riforma, l’attuale prescrizione va salvata. Sarebbe il “farmaco” per la malattia cronica del processo, ossia la sua lentezza. Senza la “scure” della prescrizione, i tempi nei gradi di appello e di Cassazione si dilaterebbero. E ne farebbe le spese l’imputato, esposto a dismisura al pregiudizio per la sua onorabilità e per le sue condizioni di vita personale. Tuttavia si dimentica che la prescrizione da “agente terapeutico” troppo spesso si è trasformata in “fattore patologico” del processo. Disincentiva i riti alternativi, come abbreviato e patteggiamento, necessari per decongestionare il carico complessivo della giustizia penale. E può appesantire di molto ogni segmento del processo, perché non pochi, pur di evitare comunque una pronuncia definitiva, seminano ricorsi pretestuosi e ogni tipo di istanza ostruzionistica che solo gli imputati facoltosi possono permettersi. Dunque l’“emendamento-prescrizione” risponde a ingiustizie e sprechi. Certo non può essere un rimedio isolato. La durata ragionevole del processo va garantita a tutti. Anche in forma specifica. Come nell’ordinamento tedesco dove la prescrizione si ferma con la condanna in primo grado ma le decisioni tardive si traducono in riduzioni della pena. Senza arrivare a tanto, potrebbero comunque introdursi dei rimedi risarcitori se si sforano certi tetti temporali dopo il primo grado. In ogni caso, bisogna abbattere i tempi di definizione del processo con interventi di sistema. Dal rinnovato impegno organizzativo della magistratura agli investimenti economici del governo; oltre a nuove depenalizzazioni e norme più razionali. Andrebbero ulteriormente rafforzati i filtri alle impugnazioni e i riti alternativi. Ma, sul punto, la recente idea dello stesso ministro di ridurre gli spazi del giudizio abbreviato sembra muoversi in direzione del tutto opposta.

Forse è lecito chiedersi se vi siano le condizioni politico-istituzionali per aprire una nuova stagione di riforme organiche. La giustizia penale resta purtroppo terreno di conflitti, demagogie e opportunismi di ogni tipo; nonché di spaccature all’intero delle stesse maggioranze. Solo abbassando i toni, studiando i dati e mettendo a confronto tutti gli attori del processo, si possono trovare gli antidoti al “diritto senza giustizia”. Per l’Italia sarebbe un “cambiamento” prezioso. Non solo di stile.

 

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Caro direttore, con qualche giorno di ritardo, le chiedo come inviare 100 euro per contribuire al risarcimento che il Fatto deve pagare a Renzi Senior. Mi dispiace tantissimo. Leggo ogni giorno il Fatto, l’ho vista qui a Conegliano dove abito con la mia famiglia. Nei vari talk show e a Otto e mezzo. Mi piace la sua preparazione e la sua ironia. Mi piace leggerla sulla carta stampata, la lettura è attiva e non ci si dimentica ciò che si legge. Non amo il web e non frequento i social. Mi permetta di dire che le voglio bene.

Rosamaria Prisco

 

Cara Rosamaria, grazie di cuore, è bello avere lettrici come te. Ma è meglio che siamo noi a pagare. Perché, con quei 100 euro, non regali un abbonamento al Fatto a un amico per Natale? Un caro saluto.

M.Trav.

 

Diritto di replica

Sia pure in ritardo (per ragioni istituzionali, come spiegherò) rispondo all’articolo “Banca Etruria, i risarcimenti affidati a Kafka” di Giorgio Meletti, pubblicato il 17 ottobre. Mi duole rilevare che il servizio si fonda esclusivamente su una missiva del difensore di Vincenza Occhiuzzi, acquirente di un’obbligazione subordinata emessa dall’istituto, poiché i fatti sono andati molto diversamente da come ricostruito. La signora ha presentato istanza per ottenere, in carenza di adeguate informazioni della banca, il ristoro delle somme investite. Dal momento che il ricorso era stato presentato soltanto da lei, nonostante lo strumento finanziario fosse in un conto titoli cointestato con la figlia, in sede di esame il collegio B della Camera arbitrale dell’Anac ha chiesto ulteriori informazioni sulla titolarità del “derivato” per stabilire il quantum da riconoscere. Invece di rispondere sul punto, il difensore ha inviato una missiva – fra l’altro irritualmente anche a soggetti estranei alla procedura come i presidenti delle commissioni Bilancio e Finanze, Pesco e Ruocco, e il sottosegretario al Mef Villarosa – profondendosi in gravi ingiurie al collegio (“non legge i ricorsi e i documenti connessi ovvero non sa leggere gli estratti conto”; “istituito in altra era politica definitivamente consegnata alla storia”, “persegue finalità dilatorie ed evasive”) e delineando, ancor più irritualmente, che tale linea di condotta “appare ormai manifestamente in conflitto con il Contratto di governo”! Dopo l’astensione degli arbitri, per ragioni di opportunità, lo scorso 23 ottobre il collegio A da me presieduto ha deliberato il ristoro della somma, purtroppo solo parziale, proprio perché in assenza della documentazione ulteriore richiesta non è stato possibile riconoscere il 50% della cifra ascrivibile alla figlia, non avendo ella presentato ricorso autonomo. Ora che la decisione è stata adottata, posso quindi spiegare che non c’è stato alcun comportamento kafkiano. Anzi, si è cercato di consentire alla parte di giustificare perché, pur non apparendo titolare per intero del titolo, il ricorso fosse stato presentato solo da una delle cointestatarie. Se Meletti avesse chiesto spiegazioni, gli avrei fornito i doverosi chiarimenti. Non reputo necessario difendere l’onorabilità dei componenti del collegio B (un docente universitario, un vice avvocato generale dello Stato e un ex magistrato), dall’etica specchiata e la professionalità indiscussa: valuteranno se agire a loro tutela. Per quanto riguarda l’avvocato (del quale non commento le evidenti finalità politiche), osservo che da marzo abbiamo già esaminato circa mille ricorsi su 1700 giunti e finiremo per la primavera. Saranno comunque il Consiglio dell’Ordine di Roma e il presidente Mauro Vaglio, al quale è stata trasmessa la lettera, a valutare se il comportamento del legale merita censura sul piano disciplinare.

Raffaele Cantone, presidente Anac

 

Mi duole confermare che i fatti sono andati esattamente come ho scritto. Il mio articolo non è fondato su “una missiva del difensore” ma sugli atti del Collegio arbitrale. Sono atti formali di tale chiarezza che – sia detto a merito dell’Anac – non richiedono spiegazioni. Duole dunque dover respingere la sgradevole insinuazione sulla mia correttezza. La frase “Se Meletti avesse chiesto spiegazioni, gli avrei fornito i doverosi chiarimenti” è smentita da questa stessa lettera che arriva a tre settimane dalla pubblicazione dell’articolo: “Ora che la decisione è stata adottata, posso quindi spiegare”. Peraltro la ricostruzione “autentica” fornita (“la Camera arbitrale dell’Anac ha chiesto ulteriori informazioni sulla titolarità del ‘derivato’ per stabilire il quantum da riconoscere”) non corrisponde al verbale del collegio del 21 settembre scorso, dove, come da me correttamente riferito, ci si è limitati a chiedere all’avvocato della ricorrente l’estratto conto che il Collegio aveva già da mesi.

G.M.

 

I nostri errori

Recensendo ieri La scortecata di Emma Dante, ho scritto erroneamente che è in dialetto siciliano, tratta in inganno da alcune espressioni della pièce lontane dal dialetto napoletano seicentesco dell’originale. Dell’errore mi scuso con gli interessati e con i lettori.

Cam. Ta.

 

Sulla prima pagina di ieri, a corredo dell’articolo “I mafio-massoni nigeriani” è apparsa una foto la cui didascalia recitava: “Il primo pentito in Italia: il “Buscetta nero”. La didascalia si riferisce ovviamente alla notizia contenuta nel reportage e non al volto specifico della foto.

FQ

Doping. Non è solo un problema sportivo ma culturale. Sempre più contrastato

 

In questi ultimi anni, il doping nello sport è cresciuto con tale intensità da obbligare le Istituzioni nazionali e internazionali a esprimere tutta la preoccupazione per la gravità di un problema che mina le fondamenta dell’etica sportiva e mette a repentaglio la salute. Il ricorso a tecniche illecite è stato favorito dal progresso scientifico e dall’approccio sempre più commerciale della pratica sportiva. Serve quindi un’azione immediata per migliorare le informazioni in materia di doping, il coordinamento legislativo dei Paesi dell’Unione europea e la tutela dei giovani atleti, attratti dall’illusione di ottenere un fisico che permetta loro di primeggiare. Molti sono gli sportivi amatoriali raggiunti dal mercato legale degli integratori, ovvero quella zona grigia, anticamera del passaggio verso prodotti più dannosi (stimolanti, narcotici, anabolizzanti, diuretici e ormoni peptidici). Sul piano repressivo, è importante poi che per dissuadere gli sportivi dall’utilizzo di queste sostanze, le pene debbano essere molto più dure, iniziando con la radiazione immediata a vita al primo conclamato uso del doping con un coinvolgimento penale per chi procura sostanze dopanti con pene simili a quelle per gli spacciatori di stupefacenti. Tutto questo va fatto se, e solo se, l’atleta è colpevole. Ma nel caso di Filippo Magnini trovo assurdo punire un campione per “aver tentato di usare” ormoni, senza essere mai stato trovato positivo.

Andrea Zirilli

 

Quello di Filippo Magnini è un caso molto particolare: squalificato per aver pensato di doparsi. Non c’è prova che abbia assunto sostanze proibite, nemmeno che ne sia entrato effettivamente in possesso. Ma per la giustizia sportiva è sufficiente averci provato per commettere un illecito. Giusto, sbagliato? Sicuramente triste: la verità scritta dal processo è quella di un grande atleta, due volte campione del mondo, capitano della Nazionale, simbolo dello sport pulito, che arrivato a fine carriera e in piena parabola discendente non è riuscito ad accettare il declino ed è caduto in tentazione. Non è troppo diverso, benché agli antipodi anagrafici, da tutti quei giovani e amatori che accostandosi al mondo dell’agonismo sentono di non poter competere senza l’“aiutino”. Per questo il doping è quasi impossibile da debellare: è una questione culturale, un problema meramente sportivo e persino una sfida tecnologica, perché il doping sarà sempre un passo avanti all’antidoping, l’antidoto arriverà comunque dopo il veleno. Non bisogna sottovalutarlo, ma neanche lasciarsi prendere dallo sconforto: se i casi e gli scandali si moltiplicano è anche perché gli sport, specie quelli più fragili, a partire dal tanto vituperato ciclismo, sono molto più controllati che in passato.

Lorenzo Vendemiale

Bomba carta contro il locale di un capo ultras vicino ai clan

Poco dopo le quattro del mattino di giovedì, una bomba carta è stata lanciata contro il Black Devil lounge bar di Solaro in provincia di Milano. Decisamente limitati i danni. Si tratta del locale a cui fa riferimento l’omonimo gruppo ultras del Milan. Il bar, inaugurato nel settembre scorso alla presenza dell’ex calciatore rossonero Filippo Galli, è gestito da Domenico Vottari e dalla sua compagna. Vottari è anche uno dei leader del gruppo di tifosi che sta al primo anello blu della stadio Giuseppe Meazza. Alle spalle una condanna per omicidio e soprattutto rapporti importanti con la ‘ndrangheta lombarda. Rapporti accertati dagli investigatori nonostante lo stesso Vottari non sia mai stato indagato per mafia. Il Fatto quotidiano si era occupato di Vottari, dei suoi contatti e della sua presenza nel gruppo ultras in un articolo del 3 novembre scorso. Gruppo per la maggioranza composto da semplici tifosi. La bomba carta lanciata la mattina del 9 novembre non ha ancora una movente. Sul fatto indagano i carabinieri di Desio. Pare escluso un regolamento di conti interno al mondo degli ultras milanisti. Più probabile, ma resta un’ipotesi, una motivazione extra tifo.