Coppa a Gedda, tacciono Lega e Club. L’Ambasciata: giocate

C’è un dilemma che il pallone italiano – con palese ipocrisia e il supporto del governo – ha rinchiuso negli spogliatoi per non infastidire il pubblico pagante: è opportuno disputare in gennaio la finale di Supercoppa d’Italia tra Juve e Milan a Gedda, l’affascinante città saudita sul Mar Rosso, dopo il barbaro assassinio di un dissidente dei regnanti, il giornalista e scrittore Jamal Khashoggi? Il muro invalicabile che impedisce finanche la riflessione è il solito muro di denaro, rapporti, appalti. E va oltre il contratto – circa 21 milioni di euro per tre edizioni di Supercoppa – che la Lega di Serie A ha firmato con Abdel Muhsin Al-Asheikh, il capo di General Sports Authority, la struttura statale creata da re Salman per trasformare lo sport in oppio dei popoli, peraltro solida usanza mutuata da altri regimi di altre epoche. Il pallone tricolore ammutolisce perché l’Italia non ha una posizione sul commando legato al governo di Ryad che, un mese fa, ha sequestrato e trucidato Khashoggi nel consolato saudita di Istanbul. Jamal era un oppositore dei sovrani e dei metodi spietati del principe Mohammed bin Salman, l’erede al trono.

Il Milan che fu di Berlusconi, e per un giro di beffe di uno sconosciuto e squattrinato cinese, e adesso è del fondo Elliott, tace impettito perché s’attiene – la formula non è casuale né banale – agli ordini dei vertici supremi della Lega. La Juve che è sempre della famiglia Agnelli, e arruola tra dirigenti e consiglieri una sparuta truppa di dubbiosi, è una società quotata in Borsa con una geopolitica complessa. Pure la Signora, la protagonista più scettica della vicenda, s’attiene agli ordini dei vertici supremi di Lega. E anche il servizio pubblico Rai, strattonato dai sindacati interni che invocano la sospensione del vincolo con la Lega che obbliga Viale Mazzini a trasmettere la partita del 16 gennaio, s’attiene agli ordini di eccetera, eccetera. E allora chi emana gli ordini – cioè la Lega Serie A, una congrega di patron del calcio che affitta volentieri lo spettacolo che produce – che linea suggerisce? Semplice, non suggerisce. Perché la Lega, un gruppo molto litigioso affidato al banchiere Gaetano Micciché, non s’intesta una rottura diplomatica con l’Arabia Saudita. Al contrario, la Lega ha scartato presto l’ipotesi perché ha ricevuto un’indicazione precisa: l’ambasciata italiana a Ryad ha esortato Micciché & C. a non interferire, a non irritare gli amici sauditi, così generosi con la nostra Italia, così facoltosi e dunque potenzialmente ancora più generosi. Il patto con Ryad impone alla Lega di trasferire dai sauditi il circo della Supercoppa tre volte nei prossimi cinque anni: in teoria, l’incontro di gennaio può saltare, se davvero ci fosse bisogno e intenzione di segnalare un disagio, marcare una distanza. Invece no. Le tribune dello stadio King Abdullah – totale di 62.241 posti – vanno riempite per dimostrare in diretta mondiale l’efficienza di Salman e figli, l’importazione a tempo di un simbolo occidentale. E l’Italia s’adegua. È di settembre una commessa di 2,9 miliardi di dollari a Ferrovie, in un consorzio con Ansaldo e Alstom, per la gestione della metropolitana di Ryad.

È sempre in vigore l’accordo tra Rmw Italia, società del gruppo tedesco Rheinmetall Defence con basi in Sardegna, che da anni fornisce bombe ai sauditi, le stesse che ammazzano e distruggono nell’ignorata guerra civile dello Yemen. Lo sport non annacqua i regimi, ma li amplifica e li tollera, come i Mondiali in Argentina nel ’78, la Davis in Cile nel ’76, le Olimpiadi di Berlino nel ’36. E poi la Lega ha noleggiato già la Supercoppa a Tripoli con Gheddafi (2004), a Doha ai qatarioti nemici di Ryad (2016). Il sistema pallone, la Fifa di Gianni Infantino, ha prestato la carovana dei Mondiali ai russi (2018) e proprio al Qatar (2022). Il calcio ha smesso di nascondersi dietro la bugia del sentimentalismo: è un’industria. Non conta l’etica, ma il fatturato.

Una coppia Vip la capisci soltanto quando si lascia

Quando, due giorni fa, ho letto che Nando Pagnoncelli stimava il gradimento della Lega intorno al 34,7 per cento, ho deciso che era ora di abbandonare sondaggi, razionalità e dati empirici e ho cercato conforto nelle parole di Paolo Fox. E siccome nulla accade per caso, il buon Paolo, stella polare e unico saldo riferimento di questo Paese, aveva appena rilasciato una lunga intervista al Corriere della Sera in cui dichiarava: “È tempo di verità finale per tante coppie”. Il tutto, dimostrando un’affidabilità che Alessandra Ghisleri e Pagnoncelli se la sognano, tant’è che il giorno dopo hanno annunciato la fine della loro storia Simona Ventura e Gerò Carraro, Afef Jnifen e Marco Tronchetti Provera, Micaela Ramazzotti e Paolo Virzì.

Qualche giorno prima era toccato a Matteo Salvini ed Elisa Isoardi, qualche mese prima a Flavio Briatore ed Elisabetta Gregoraci oltre che a Gigi D’Alessio e ad Anna Tatangelo che però sono tornati insieme anche perché un’altra separazione e Gigi D’Alessio, per arrotondare, si deve mettere a vendere suoi dischi masterizzati al semaforo. Ad agosto era tornato single anche Luca Cordero di Montezemolo dopo diciotto anni di matrimonio con Ludovica Andreoni.

Riassumendo per le donne che leggono: con Carraro, Tronchetti Provera, Briatore e Montezemolo disponibili, è attualmente su piazza metà del Pil nazionale. Volendo Maria De Filippi potrebbe organizzare un trono Over 60 billion e sistemarli tutti. Ogni coppia, naturalmente, si è mollata con lo stile che gli appartiene di più. La Isoardi col pizzino finto-romantico che sappiamo e vabbè, inutile aggiungere altro. Aspettiamo solo che in una delle pentole de La prova del cuoco metta a bollire il coniglietto del figlio di Salvini.

Tronchetti Provera e Afef, dopo 17 anni di matrimonio, si sono detti addio senza rumore, così come si erano sposati (con dieci invitati in tutto, a Portofino). Negli stessi giorni, dopo ben 14 anni, per Tronchetti Provera terminava con un’assoluzione anche il processo per la vicenda Kroll. Insomma, se il matrimonio è finito per “un’altra”, l’altra o è un pm o è un avvocato. Afef comunque, dopo il matrimonio, aveva scelto una vita ritirata: “Ho deciso di essere invisibile perché essere in due in prima linea era davvero troppo. Preferisco tacere il più possibile”, aveva dichiarato anticipando di ben 14 anni il programma politico di Giuseppe Conte.

Anche Flavio Briatore ha rotto il matrimonio con la Gregoraci nello stile che gli è più congeniale, ovvero: andando a gnocca. L’ultima fidanzata che gli hanno attribuito ha 24 anni, ben 10 in meno del suo primo lifting. La separazione è stata pacifica, nel senso che è stato pacifico fin dal primo momento che con l’assegno di mantenimento della Gregoraci, volendo, doveva essere possibile comprare la Cina. Paolo Virzì e la Ramazzotti si sono lasciati con assoluta discrezione dopo 10 anni di matrimonio. Si erano conosciuti sul set di Tutta la vita davanti. Finalmente riaprono i casting per il ruolo da protagonista nei prossimi film di Virzì.

Gigi D’Alessio e Anna Tatangelo si erano lasciati a marzo per poi ricongiungersi a settembre, quando sono tornati a vivere insieme nella loro sobria magione denominata (davvero) “Amorilandia”. Lei, con una dichiarazione che neanche il contadino trisavolo di Albano Carrisi, ha specificato: “Non intendo lasciare nulla di intentato per salvare il valore sacro della famiglia”, dimostrando quello che abbiamo sempre pensato tutti: non ha 31 anni portati male, ma 123 portati bene. Infine, Simona Ventura e Gerò Carraro.

Qui tocca aprire una parentesi a parte perché è successo qualcosa di meraviglioso. Simona e Gerò hanno comunicato via instagram con un video girato insieme la fine della loro storia. La scena è la seguente: parte una gallery di foto dei momenti felici dei due al mare e in montagna con Sei nell’anima di Gianna Nannini” in sottofondo, che fa subito falò di confronto a Temptation Island. La voce della Ventura spiega che le grandi storie d’amore non finiscono mai quando si è fatto un bel “percorso”. Considerato che l’espressione “percorso” è la più utilizzata in tutti i reality con “emozione” “mi sei arrivato”, “mi sono messo in gioco” e “sono stato me stesso”, è già chiaro che Simona non è ancora riuscita a staccarsi dal ruolo di conduttrice di Temptation Island come fu per Daniel Day-Lewis da quello di Abramo Lincoln.

Lui, inquadrato a metà perché probabilmente mani e braccia sono legate alla scrivania, naturalissimo in giacca e cravatta, ascolta Simona dire quanto si sono amati, quanto si vogliono bene, nonostante tutto. Poi balbetta qualcosa tipo “il rispetto è importante, ci terremo la stima e i ricordi” e si danno un bacio che manco al morto prima che si chiuda la bara. Il video doveva essere una rivendicazione dell’affetto che sopravvive alla fine dell’amore, è sembrato una rivendicazione delle Brigate rosse.

Una cosa è certa. Era meglio quando ci lasciavamo con la ciavatta che volava dalle scale.

“Tetto del 30% per gli stranieri in classe” Polemica a Trieste

Un tetto massimo del 30% di alunni stranieri in ogni classe, il crocifisso previsto in tutte le scuole e l’insegnamento della religione cattolica “quale principio fondante l’attività”. Sono alcuni punti del nuovo regolamento delle scuole dell’infanzia del Comune di Trieste che è stato approvato dalla Giunta – su proposta dell’assessore all’Educazione, Angela Brandi – e che ha sollevato polemiche. Il regolamento sta passando al vaglio delle Circoscrizioni prima di arrivare al voto in Consiglio comunale. Il capogruppo del Pd in V circoscrizione, Maria Luisa Paglia, definisce il testo “propaganda fatta sulla pelle dei bambini, che non esprime nessuna logica o criterio comprensibile se non quello di essere discriminatorio e danneggiare la fascia più debole della popolazione”. Paglia si è rivolta anche al garante regionale dei diritti dei bambini, Walter Citti, secondo cui è “obiettivamente suscettibile di veicolare e rafforzare nell’opinione pubblica un messaggio potenzialmente stigmatizzante e di esclusione nei confronti dei minori con background migratorio e delle loro comunità”.

“È contro le donne!”, 60 piazze contro il ddl Pillon

“Dimentica le donne vittime di violenza e le costringe a trattare con il proprio aggressore. Nega l’accesso alla giustizia a chi non ha soldi per le spese legali. Trasforma i figli in oggetto di contesa per continuare a controllare le madri”. Con questi slogan le femministe di Non una di meno scendono oggi in piazza in oltre 60 città: manifestano contro il disegno di legge del leghista Simone Pillon che vuole riformulare le norme per affidamento e mantenimento dei figli. Al loro fianco la rete dei centri Antiviolenza D.i.Re., i sindacati Cgil, Cisl, Uil e Usb, Arcigay, Arci e Arcidonna, Telefono Rosa e Udi. Un fronte trasversale capace di unire attiviste, l’Autorità garante per l’infanzia Filomena Albano ed esperti di diritto familiare. Il promotore del ddl, già organizzatore del Family Day, assicura che sarà approvato. Ma ci sono cedimenti anche sul fronte politico. Seppure previsto dal contratto di governo, non piace a parte dei 5 stelle che hanno già promesso “modifiche”. “Così non va”, ha detto Luigi Di Maio in un’intervista a Elle. Chi scenderà in piazza oggi ne chiede il ritiro integrale. “È una proposta intrisa di violenza”, dice Non una di meno. “La respingiamo senza condizioni”.

Sotto accusa c’è la struttura generale. Intanto si introduce l’obbligo della mediazione familiare al momento della separazione, di cui solo la prima seduta gratuita. Questo è in contrasto con l’articolo 48 della Convenzione di Istanbul che definisce inapplicabile l’obbligo di mediazione. E in questo caso, dicono i detrattori del ddl, costringerebbe le donne vittime di violenze a incontrare i mariti aggressori. Sempre nella legge si stabilisce uguale divisione del tempo trascorso con i figli, “compresi i pernottamenti”: quindi si obbliga al doppio domicilio. Ma, dicono le critiche, così non si tutela “la stabilità psicologica dei bambini”. E, ribadiscono i centri antiviolenza, si “costringono i figli a stare con i genitori violenti fino a che la violenza non è comprovata”, ovvero non si è arrivati alla condanna in terzo grado di giudizio. Una eventualità che metterebbe in pericolo gli stessi minori. Altro punto contestato è l’eliminazione dell’assegno di mantenimento, che sarà sostituito con il “mantenimento diretto” del figlio da parte dei genitori in proporzione al reddito. Infine il ddl si propone di intervenire contro la cosiddetta “alienazione parentale”, concetto criticato pure negli ambienti scientifici. Ovvero nel caso in cui il minore non voglia avere rapporti con uno dei genitori, il giudice può “limitare la responsabilità genitoriale dell’altro pur in assenza di evidenti condotte”. Ipotizzando quindi che ci siano state pressioni e influenze sul figlio contro il coniuge. Questo, secondo Non una di meno, rischia di essere “un ricatto per scoraggiare la denuncia di violenza del marito”.

Il testo preoccupa gli operatori sul campo. “Vanifica”, dicono dal Telefono Rosa, “tutti gli sforzi per prevenire tragedie familiari”. La rete D.i.Re. ha lanciato una petizione su Change.org che ha già raccolto 100 mila firme: “Il dispositivo – denunciano – rischia di sostenere gli interessi della parte peggiore degli ordini professionali, oltre che supportare una cultura patriarcale e fascista che tenta di schiacciare la soggettività e la libertà delle donne ancorché dei minori”. Pure l’Onu ha mandato una lettera al governo per mettere in guardia sul rischio “discriminazione”. Il fronte dei contrari raccoglie adesioni, mentre il testo continua il suo iter. Per Pillon si va avanti, mentre i leghisti temporeggiano. Per il ministro della Famiglia Fontana, le proteste “sono premature”.

“Desirée doveva andare in comunità: non c’era posto”

Il Tribunale dei minori stava cercando una comunità di recupero per Desirée Mariottini. Ma nelle strutture contattate non ci sarebbero stati posti disponibili. Il “nulla di fatto” sarebbe arrivato pochi giorni prima che la 16enne perdesse la vita nello spazio abbandonato di via dei Lucani a Roma. Un nuovo retroscena che, se confermato, potrebbe aggiungere ulteriore rammarico sulla morte della teenager di Cisterna di Latina. La ragazza era stata assegnata ai servizi sociali un paio di settimane prima dei fatti di San Lorenzo, quando fu denunciata per spaccio di hashish e Rivotril. In quell’occasione, gli assistenti sociali avrebbero concordato con la famiglia l’affidamento in comunità, mobilitando proprio il Tribunale dei minori. Ma, secondo alcune indiscrezioni sulla vicenda, non confermate dai legali della famiglia di Desirèe, il giro di telefonate alle strutture abilitate fu infruttuoso.

Nel frattempo, ieri, il Tribunale del Riesame di Roma ha discusso la richiesta di scarcerazione del nigeriano 46enne, Chima Alinno, detto ‘Sisko’, uno dei 4 africani arrestati per il presunto omicidio e la violenza sessuale della ragazzina. L’avvocato Giuseppina Tenga ha chiesto la scarcerazione dell’uomo in quanto, citando il Gip presso il Tribunale di Foggia con riferimento a Salia Yusif, uno dei quattro indagati ha spiegato che “non si evince chi sia stato (lui) a cedere alla vittima quel mix di gocce, metadone, tranquillanti e pasticche che ne avrebbe determinato la morte per grave insufficienza respiratoria”. I pm Monteleone e Pizza hanno depositato, fra le altre cose, i risultati dell’esame tossicologico che certifica come Desirée sia morta per mix di psicofarmaci e metadone. Agli atti sono finite anche intercettazioni ambientali carpite dalla polizia nella sala d’attesa della Questura di Roma, nel giorno in cui sono sfilati come testimoni, di fronte al capo della Squadra Mobile, Luigi Silipo, alcuni dei frequentatori di via dei Lucani.

A essere intercettati Narcisa, Giovanna, Muriel e Noemi, oltre al bulgaro Nasko. Stando alle trascrizioni, Giovanna avrebbe detto: “Desirée se l’è cercata, era una cretina”; “nessuno merita di morire così”. Riguardo al ruolo degli italiani, Noemi, raccontando di quando la polizia era venuta a prelevarla a casa, dice: “Hanno bussato alla porta, erano quello alto e quello grosso e pensavano che erano gli scagnozzi di Mirko”. Quindi “Giovanna cerca di zittirla facendo il verso ‘shhhh zitta’ come sa sapesse di essere ascoltata lasciando intendere che non vuole che si metta in mezzo Mirko”. Mirko sarebbe “l’ultra salviniano” di San Lorenzo (residente ad Aprilia) con precedenti per spaccio, divenuto noto per le ‘ronde’ di quartiere e gli appelli al ministro dell’Interno, che la sera successiva alla morte di Desirée aveva accompagnato il keniota ‘Pi’ a raccontare la propria versione al commissariato di zona con “l’intenzione di dare una mano”.

Si parla anche di Marco, il misterioso 35enne che tutti sembrano conoscere ma di cui la polizia non ha notizia, che potrebbe aver fornito al gruppo gli psicofarmaci letali: “Dicono sottovoce – si legge nella trascrizione – che Marco ha un coltello infilzato nella gamba. Muriel ripete che per questo motivo forse non lo aveva più visto. Giovanna dice che è stato accoltellato e ha il cranio fasciato”. E sempre sul mix di farmaci, Narcisa rivela che “Ibrahim ha detto che Marco le ha dato le gocce e lui solo le pasticche e Giovanna dice ‘uno le gocce, uno le pasticche, uno il metadone e ha fatto il cocktail’”. E Narcisa rivela che “questa boccetta l’ha portata Marco là dentro”.

A trieste cacciamo i profughi: le prove

La prova dei comportamenti fuori legge della polizia italiana al confine di Trieste è un documento un po’ stropicciato che Nveed K. tira fuori dalla tasca dei jeans. È nato 21 anni fa a Jalalabad, in Afghanistan. Il 28 ottobre scorso è stato fermato a Trieste. In quanto afghano, dovrebbe avere diritto all’asilo in un Paese europeo. Certamente ha il diritto di farne richiesta, aspettando la risposta in Italia. Invece è stato preso, portato nella caserma di Fernetti, al confine con la Slovenia, identificato e poi consegnato ai poliziotti sloveni.

È stato riportato in Serbia, la nuova Libia delle rotte di terra. Faceva parte di un gruppetto di quindici afghani, arrivati insieme quel giorno a Trieste, tutti espulsi in modo irregolare dall’Italia e ora finiti nel ghetto serbo di Šid, una minuscola nuova “Giungla di Calais”, abitata dai migranti cacciati segretamente dall’Italia e in attesa di ritentare la fortuna, riprendendo il viaggio della speranza verso Trieste.

A raccontare la storia è un compagno d’avventura di Nveed. Si chiama Mosum K. È un ragazzo di 19 anni con i capelli ricci. Parla solo pashtun, non capisce né l’italiano, né l’inglese. Lo traduce, collegato a Internet, un connazionale che ce l’ha fatta a stabilirsi in Italia.

“Eravamo felici, dopo un viaggio di mesi
siamo finalmente arrivati in Italia”

“Siamo arrivati a Trieste il 28 ottobre. Eravamo felici. Avevamo fatto un viaggio durato sei giorni, dalla Serbia all’Italia. Eravamo un gruppo di quindici afghani. Io ho pagato 2 mila euro a un capo, per il viaggio attraverso la Croazia e la Slovenia. Ci portavano in macchina, di giorno. Le persone che ci portavano cambiavano ogni volta. Di notte ci fermavamo nei boschi e dormivamo in qualche riparo, in qualche casa abbandonata. L’ultimo pezzo, nei boschi, l’abbiamo fatto a piedi. Ci hanno fatto passare il confine invisibile tra Slovenia e Italia non tutti insieme, ma cinque alla volta, finché siamo arrivati tutti in territorio italiano e abbiamo raggiunto la fermata di un autobus che ci ha portato a Trieste. Eravamo proprio felici. Ce l’avevamo fatta”. Continua Mosum: “Era mattina. Stavamo camminando per la città, quando è arrivata la polizia. Non ci hanno chiesto niente, ci hanno solo presi e portati in caserma. Siamo stati fotografati, ci hanno preso le impronte digitali, ci hanno fatto firmare delle carte. Mi hanno dato un pezzo di carta con stampate delle parole e delle firme e un timbro. No, non ce l’ho più, l’ho buttato via. Io non capivo niente. Volevo chiedere asilo e restare in Italia. Mi sembrava stesse andando tutto bene. A un certo punto ci hanno portato via. Io credevo ci portassero in un campo d’accoglienza, avevo capito così, invece ci hanno portato di nuovo alla frontiera e consegnati alla polizia slovena. È ricominciato il nostro viaggio all’incontrario”.

“Riportati in Slovenia, poi in Croazia bastonati e cacciati in Serbia”

“Il ritorno è stato molto più breve”, prosegue Mosum. “In un giorno e mezzo siamo arrivati in Serbia, portati nei furgoni dei poliziotti sloveni, che poi ci hanno consegnato a quelli croati. Fino al confine con la Serbia, dove ci hanno lasciato i croati, che ci hanno salutato prendendoci a bastonate. Adesso sto qui, di giorno vado in giro, la notte mi riparo nel campo di Šid. È una struttura abbandonata e ci sono varie tende. Per fortuna ci sono dei volontari che vengono ad aiutarci. Ho riprovato a tornare verso l’Italia una decina di volte. Non ce l’ho mai fatta. Non ci lasciano più uscire dalla Serbia. Sono disperato, non so più cosa fare. Ho perso la speranza”.

“In Afghanistan”, racconta Mosum, “studiavo scienza informatica. In famiglia siamo in otto, mio padre, mia madre, due sorelle e quattro fratelli. Per arrivare in Serbia ci avevo messo più di un mese, attraverso l’Iran e la Turchia. Viaggiavo con mezzi privati e i confini li passavo a piedi. In tutto, il viaggio dall’Afghanistan all’Italia mi è costato più di 6 mila euro”, conclude Mosum, “ma adesso non so più davvero che cosa fare”.

Il campo di Šid, la “Giungla di Calais” in Serbia “Qui ho perso tutte le speranze”

Šid è una cittadina serba a 5 chilometri dal confine con la Croazia. Da anni è zona di passaggio dei migranti che cercano di entrare in Europa percorrendo la rotta balcanica. Attorno a Šid ci sono alcuni campi profughi ufficiali, gestiti dal governo serbo, in cui vivono migliaia di persone. Uno di questi, quello di Principovac, ne ospita circa 350. “Molti ragazzi preferiscono però non stare nei campi ufficiali”, racconta Alessia, una volontaria appena tornata da Šid, “e vivono in un campo informale fuori città. È un edificio abbandonato, senza più né porte né finestre, dove di notte ci sono, in questo periodo, circa 150 persone. Accanto alle strutture in muratura ci sono anche alcune tende. Negli ultimi mesi sono aumentati i minori non accompagnati, ragazzini dagli undici, dodici anni, fino ai diciassette. Tutti sono in attesa di ripartire, di tentare l’ingresso in Italia. Di giorno vivono in giro, cercano di non farsi vedere troppo in città perché sanno di non essere graditi, la sera tornano a dormire nel campo. Per mangiare si arrangiano. Ora è presente una organizzazione spagnola, ‘No name kitchen’, che fornisce a tutti un pasto al giorno e qualche vestito”.

Si chiamano, con un eufemismo che nasconde nel nome la brutalità della cosa, “riammissioni”. Sono respingimenti di migranti che la polizia italiana ferma appena hanno passato il confine e riconsegna alla polizia slovena. “Sono regolari, compiute in forza di un accordo bilaterale tra Italia e Slovenia”, spiegano alla questura di Trieste.

Il questore, Isabella Fusiello, lo aveva già messo nero su bianco dopo le polemiche suscitate da un’inchiesta del quotidiano La Stampa, che il 2 novembre aveva scritto di migranti consegnati agli sloveni e rimandati in Bosnia. “I migranti che vengono riammessi sono quelli che hanno espresso al personale della polizia di Stato la volontà di non richiedere asilo politico”, aveva scritto Fusiello. “L’intera procedura viene documentata con provvedimento formale anche alla presenza di interpreti esterni all’organizzazione della polizia di Stato e impiegati come mediatori culturali”.

La catena informale internazionale che caccia i migranti fuori dall’area Schengen

Scuote la testa Gianfranco Schiavone, presidente di Ics, l’organizzazione che a Trieste si occupa d’accoglienza insieme alla Caritas diocesana. “Le riammissioni sono illegali. Abbiamo molte testimonianze di persone che sono state ricacciate in Slovenia e poi portate in Serbia o in Bosnia, quindi buttate fuori dall’area di Schengen, ma che invece avevano diritto di chiedere asilo in Italia e quindi di attendere qui la risposta sull’accoglimento o meno della loro richiesta. La verità è che la polizia non ha interpreti che si facciano davvero capire, quei poveretti che arrivano non sanno una parola né di italiano, né di inglese. Noi abbiamo offerto più volte l’intervento dei nostri mediatori culturali: ci hanno sempre respinto”.

L’ipotesi di Schiavone è che negli ultimi mesi si sia affermata una pratica che punta a espellere più persone possibile, riconsegnate agli sloveni, che a loro volta le consegnano ai croati, i quali li buttano fuori dall’area Schengen in Serbia o in Bosnia, con metodi spicci e non senza violenza. Si è creata una catena internazionale informale Italia-Slovenia-Croazia-Serbia che serve ad alleggerire gli ingressi in Italia e a sgonfiare le statistiche. “Per i migranti è una lotteria”, dice Schiavone, “alcuni sono accolti regolarmente, altri riconsegnati agli sloveni. Alcuni ce la fanno a chiedere asilo al secondo o terzo tentativo. È la prova delle riammissioni illegittime: è sempre la stessa persona, se alla seconda o terza volta riesce a fare domanda d’asilo, vuol dire che poteva farla anche la prima”.

Il questore di Trieste: “Se cambiano idea, non è colpa nostra”

“Tutto quello che facciamo, lo facciamo secondo le regole”, assicura il questore di Trieste Isabella Fusiello. “A chi è fermato in prossimità della frontiera viene presentato un modulo plurilingue in cui è chiaramente chiesto se vuole chiedere asilo oppure no. Solo chi dice no viene ‘riammesso’ in Slovenia. Oltre al modulo, c’è anche l’interprete, che oltretutto non è della questura, ma ci viene ‘prestato’ dalle organizzazioni che gestiscono i migranti. Ripeto, chi è stato riportato in Slovenia è perché ha fatto capire di non voler chiedere asilo. Se poi cambia idea, e a voi viene a dire un’altra cosa, non ci posso fare niente. Loro possono dire quello che vogliono, noi abbiamo gli atti che provano la correttezza del nostro operato”.

Comunque sia, il fronte orientale dell’immigrazione è diventato ben più “caldo” di quello occidentale, che pure nei mesi scorsi ha visto l’accendersi di una piccola guerra fredda tra Italia e Francia, per alcuni episodi di sconfinamento della Gendarmerie a Bardonecchia, dove i gendarmi francesi hanno fermato un cittadino nigeriano alla stazione, e a Claviere, dove sono stati riportati migranti, scaricati dai francesi in un bosco in territorio italiano. Sui fatti sta indagando, non senza difficoltà, la Procura di Torino. Ma Italia e Francia sono due Paesi dell’Unione europea che si rimpallano tra loro migranti. Sul fronte orientale starebbe invece avvenendo qualcosa che infrange le norme del regolamento di Dublino 3: l’espulsione in Paesi fuori area Schengen (Serbia e Bosnia) di persone a cui non viene permesso di fare domanda di asilo in Italia, con poliziotti italiani che le consegnano, al confine, alla polizia slovena. Da chi hanno avuto l’ordine?

“Il Sole 24 Ore” avvia la “mobilità” per 103 grafici e poligrafici

La decisioneera attesa e ora la società che edita Il Sole 24 Ore l’ha resa ufficiale con una lettera ai dipendenti e alle rappresentanze sindacali di grafici e poligrafici: è l’avvio della procedura di mobilità per altre 103 unità di personale su 545 totali in quel settore (-19%). Nessun licenziamento nel senso tecnico, però: si procederà uno contro uno, cioè attraverso accordi singoli tra società e lavoratori; nella precedente tornata di “mobilità volontaria” il cosiddetto incentivo all’esodo erano 24 mensilità (più i sussidi di legge). Peraltro questi incentivi all’esodo vengono pagati (in parte) dagli stessi lavoratori: nell’accordo del 2017 si prevedevano 236 “esuberi” su 812 unità di personale totali (-29%)e, contemporaneamente, un bel contratto di solidarietà biennale. Una fonte sindacale sentita dal fattoquotidiano.it non è sorpresa, ma amareggiata: “Siamo in solidarietà da sei anni, continuano a risparmiare sui costi perché non riescono a recuperare i ricavi. Quindi risparmiano sulla pelle dei lavoratori. Il problema della malagestione è in alto, non in basso. Del resto le false comunicazioni sociali e perquisizioni della Finanza qualcosa vorranno dire“. Il riferimento è ai fasti dell’ex direttore Roberto Napoletano.

“Il nome non importa, la Carta dice che chi è povero va aiutato”

Il dibattito sul cosiddetto “reddito di cittadinanza” si è concentrato, nella finezza dialogica che contraddistingue questa fase politica, sulle future truffe a opera dei professionisti del divano, prevalentemente residenti nel Sud Italia (a proposito di discriminazioni). Il tema era stato sollevato già all’indomani del risultato elettorale, visto il successo dei 5 Stelle nel meridione che, si diceva, sperava nell’assistenzialismo di Stato. Poche parole invece sono state spese sul principio che informa la misura (di cui ancora non esiste un testo), ovvero il diritto di vivere dignitosamente. E di questo vogliamo parlare con Lorenza Carlassare, professore emerito di Diritto costituzionale a Padova: “Finalmente si comincia a parlare di misure di assistenza né parziali, né eccessivamente settoriali: un po’ in ritardo, invero, visto che sono passati settant’anni dall’entrata in vigore della Costituzione”.

Cominciamo da qui, professoressa.

C’è un articolo preciso di cui voglio parlare, ma prima m’importa sottolineare che tutta la Carta è attraversata dal principio di dignità della persona. Cosa volevano i Costituenti? Il loro obiettivo era creare una società umana, in cui tutti potessero vivere dignitosamente, concorrere alle decisioni comuni ed essere parte consapevole della società. C’è un rapporto molto stretto tra condizione dei cittadini e democrazia: povertà ed emarginazione non consentono alcuna partecipazione. I Costituenti volevano eliminare le pesanti fratture che dividono il corpo sociale, invece negli anni l’emarginazione è cresciuta, si sono saldate antiche e nuove povertà, una situazione che ormai riguarda 5 milioni di persone.

Arriviamo all’articolo 3.

Sì, soprattutto al suo secondo comma che va oltre l’eguaglianza della legge ma impone alla Repubblica di ‘rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese’. Il centro è qui, nelle parole ‘rimuovere’ e ‘di fatto’. È Teresa Mattei, in accordo con altre costituenti, a proporre l’inserimento della locuzione ‘di fatto’, essenziale per dar senso alla disposizione: di diritto siamo tutti uguali, di fatto no. Gli ostacoli ‘di fatto’ sono tanti, miseria e ignoranza innanzitutto. Le donne, che nella Commissione dei 75 erano solamente cinque e 21 in totale, hanno avuto un ruolo fondamentale: lottarono perché alle proclamazioni dei diritti si accompagnasse la garanzia per tutti di un minimo benessere economico senza il quale libertà e partecipazione sono parole vuote di senso.

E poi c’è l’articolo 38: “Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale”.

L’art. 38 non garantisce solo gli ‘inabili’ al lavoro , ma – al secondo comma – anche i cittadini involontariamente disoccupati, infortunati e invalidi: ‘I lavoratori hanno diritto che siano preveduti e assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria’. Nella terza sottocommissione se ne discusse il 10 e l’11 settembre 1946. Una proposta dell’onorevole Togni, Dc, ‘Ogni essere che […] si trovi nell’impossibilità di lavorare ha diritto di ottenere dalla collettività mezzi adeguati di assistenza’ venne subito riformulata dalla socialista Lina Merlin: ‘Lo Stato ha il compito di assicurare a tutti i cittadini il minimo necessario all’esistenza, in particolare dovrà provvedere all’esistenza di chi è disoccupato senza sua colpa e incapace di lavorare per età o invalidità’. Ed è importante ricordare che Teresa Noce, nel corso del dibattito, precisava che l’assistenza ‘va data anche a tutte le persone che non godono della previdenza’. Alla fine è nato l’articolo 38 che fornisce una copertura completa: nel primo comma a chi sia inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere, nel secondo al lavoratore involontariamente disoccupato, malato o infortunato o invalido. A tutti, insomma, purché abbiano voglia di lavorare e non possano farlo.

Su questo si è espressa anche la Corte?

Voglio citare due sentenze sul principio di solidarietà che sta alla radice di questi diritti, la 409 del 1989 e la 75 del 1992: ‘Il principio solidarista è posto dalla Costituzione tra i valori fondanti dell’ordinamento giuridico, tanto da essere solennemente riconosciuto e garantito insieme ai diritti fondamentali e inviolabili dell’uomo, dall’articolo 2 come base della convivenza sociale normativamente prefigurata dal costituente’. L’avverbio ‘normativamente’ sta a significare che non siamo di fronte a un’esortazione generica, ma che la struttura normativa del sistema deve essere ispirata a quel principio. Principio indissolubilmente legato al valore primario su cui si fonda la Costituzione intera: la persona e la sua dignità. ‘La dignità della persona è il valore costituzionale che permea di sé il diritto positivo’, dice la Corte in una sentenza del 2000 , dignità che è ‘valore di ogni essere umano’ ‘indipendentemente dalla condizione personale e sociale, dai pregi e dai difetti del soggetto, di guisa che a ciascuno è riconosciuto il diritto a che la sua dignità sia preservata’ ( sent. n.13/1994). Ma senza il necessario per vivere – che i Costituenti si preoccupavano di assicurare a tutti – quella dignità non è preservata. Il nome non conta: reddito di cittadinanza o come altro lo si voglia chiamare, deve essere chiaro che si tratta per lo Stato di un dovere costituzionale e, per chi sia nelle condizioni previste, di veri e propri diritti sanciti in Costituzione.

Atlantia, -15% di utili Pesano gli oneri per il ponte Morandi

La tragedia del ponte Morandi di Genova pesa sui conti di Atlantia, che controlla Autostrade per l’Italia, e che chiude i primi nove mesi di esercizio con un utile di pertinenza del gruppo a 733 milioni di euro, in calo del 15%. A erodere i guadagni l’accantonamento di circa 350 milioni come stima preliminare degli oneri per il crollo del Viadotto Polcevera. Atlantia ha deciso che non distribuirà ai soci l’acconto sul dividendo, ma che verserà tutta la cedola a maggio 2019. L’accantonamento, si legge in una nota, non tiene conto per “motivi prudenziali” dei rimborsi assicurativi, ed è eseguito mediante conferimento a fondi del passivo patrimoniale per circa 345 milioni di euro, a cui si aggiungono circa 5 milioni di oneri già sostenuti. Dai conti emerge infatti che è in corso un contenzioso sui risarcimenti. Autostrade, si legge, ha avviato “in via volontaria” le procedure per risarcire i familiari delle vittime e “sta facendo fronte alle esigenze economiche di commercianti, artigiani e imprenditori direttamente colpiti dal crollo del viadotto, pur in presenza di una contestazione da parte della Compagnia di Assicurazione sulla presa in carico del sinistro con riguardo alla polizza Rct, che viceversa si ritiene operante”.

Dottor Jekyll e mister Tria in guerra contro l’Ue

Strano personaggio il ministro del Tesoro Giovanni Tria: fino a qualche settimana fa assicurava a tutti gli interlocutori, italiani e internazionali, che il deficit 2019 mai avrebbe oltre passato l’1,6 per cento del Pil perché l’Italia non voleva violare le regole Ue. E ora che la Commissione europea ha calcolato che il vero deficit 2019 sarà non il 2,4 per cento previsto dal governo ma addirittura il 2,9, Tria risponde con grinta: “Per evitare la procedura d’infrazione sul debito noi dovremmo fare una manovra di restrizione fiscale violentissima, andare a un deficit dello 0,8 per cento, sarebbe un suicidio”.

Tria ha incontrato il presidente dell’Eurogruppo (i Paesi della moneta unica) Mario Centeno che, ieri a Roma, ha detto quello che tutti pensano fuori dall’Italia: “Non ho dubbi sull’impegno dell’Italia per l’euro. È essenziale che la legge di bilancio dimostri questi impegni”. Tradotto: inutile fare rassicurazioni a parole se poi i numeri dimostrano una volontà di scontro che sui mercati spaventa molto più dell’effettivo extra-deficit. Lo spread, ieri, è tornato a toccare quota 300 che non è affatto indolore. Secondo quanto ha stimato la Banca d’Italia, l’aumento di spread rispetto a quanto previsto nel Def di aprile ci è già costato 1,5 miliardi e il conto salirà a “oltre 5 miliardi nel 2019 e circa 9 nel 2020, se i tassi dovessero restare coerenti con le attuali aspettative dei mercati”, dice il vice direttore generale di Bankitalia Antonio Signorini. Lo spread assorbirebbe più denaro pubblico del reddito di cittadinanza.

Tria che ne pensa? Boh. A dimostrare tutta la sua ondivaga confusione prima accusa la Commissione Ue di non saper fare i calcoli nelle sue previsioni, (“defaillance tecnica”) poi annuncia: “Dobbiamo rispondere in modo documentato ristimando tutte le nostre previsioni per vedere se è necessario cambiarle o confermarle”. Tutto chiaro.