Napoli a Roma: “Nei telefoni l’incontro Tiziano-Romeo”

Henry John Woodcock e Celeste Carrano non hanno mollato l’osso su Tiziano Renzi e Alfredo Romeo.

I due magistrati partenopei hanno continuato a riascoltare le conversazioni intercettate nel 2016 nell’indagine Consip per verificare se c’è stato un incontro a Firenze tra Romeo e Carlo Russo alla presenza di Tiziano Renzi.

Alla fine il Procuratore di Napoli Giovanni Mellillo ha inviato le carte al procuratore di Roma Giuseppe Pignatone. Il gesto di Woodcock e Carrano non era affatto scontato. Sono entrambi sottoposti a un procedimento disciplinare davanti al Csm e c’è traccia dei loro timori nella nota del 14 marzo del 2018. Woodcock e Carrano scrivono a Melillo “gli scriventi hanno dato espressa disposizione al personale di segreteria di custodire la nota in questione ‘a parte’ (…) ogni utilizzo della stessa dovrà evidentemente essere concordato con l’Autorità Giudiziaria di Roma (e viceversa)”. Cautele legittime quando un pm come Woodcock, dopo aver trasferito le carte su Romeo, Russo e Tiziano Renzi ai colleghi di Roma si trova indagato con l’accusa (sballata e poi archiviata) di aver spifferato il contenuto al Fatto.

La nota del 9 marzo del Nucleo Investigativo di Napoli contiene tutti gli elementi utili per sostenere che il 16 luglio del 2015 ‘una persona di sesso maschile’ che potrebbe essere Tiziano Renzi abbia incontrato a Firenze Alfredo Romeo con l’intermediazione di Carlo Russo. A leggere l’informativa di 46 pagine con allegate le intercettazioni è chiaro che ci sono elementi per sostenere la tesi dell’incontro, dopo le 15 e fino alle 17.

Appena due giorni prima di questa informativa napoletana anche i Carabinieri di Roma scrivono un’altra informativa nella quale sostengono la ‘probabilità’ dell’incontro a tre. La differenza è che i Carabinieri di Napoli fanno un passo in più evidenziando le conversazioni di Romeo che parla al telefono con i suoi collaboratori, prima durante e dopo l’incontro, delle gare della società Grandi Stazioni Rail alle quali Romeo stava partecipando. Alcune di queste conversazioni sono inedite. Altre hanno formato oggetto di articoli in prima pagina del Fatto. Eppure non sono riportate né nell’informativa dei carabinieri di Roma né nella richiesta di archiviazione per Tiziano.

Per i pm Paolo Ielo, Mario Palazzi e Giuseppe Pignatone, Russo millanta anche su Grandi Stazioni, non solo suConsip, nonostante la frase riportata in neretto e sottolineata nell’informativa dei Carabinieri di Napoli: “La presenza di Romeo a Firenze non si esclude possa essere tra l’altro legata alle gare di Grandi Stazioni”. Quali sono le motivazioni addotte a sostegno di questa conclusione: “sia perché Romeo contattava – proprio mentre si trovava in tale centro e in un orario compatibile con quello del prospettato incontro – la Grittani (addetta all’ufficio gare della Romeo Gestioni, Ndr) per chiedere informazioni proprio su tali gare (richiesta reiterata alla Grittani anche una volta ultimato l’incontro, alle 17 e 38) sia perché l’8 luglio 2015 Romeo metteva, di fatto, in relazione il ragazzo che voleva presentargli ‘il papà’ (che sembra tanto essere Tiziano Renzi, Ndr) proprio con Grandi Stazioni”. E questo riferimento Romeo lo faceva proprio “nel dialogo in cui svelava di essersi visto con il ‘ragazzo di Firenze’ (che secondo i Carabinieri dovrebbe essere Russo, Ndr) e faceva allusione ai contatti telefonici con il presidente di questa società”.

Romeo sosteneva che il ‘ragazzo’, che per i Carabinieri potrebbe essere Russo, gli aveva fatto vedere le telefonate sullo schermo del suo cellulare a riprova dei rapporti con il presidente di Grandi Stazioni.

Nell’informativa dei Carabinieri di Roma c’è scritto che i telefonini di Tiziano Renzi, Carlo Russo e Alfredo Romeo agganciano celle attigue del centro di Firenze compatibili con un loro incontro a partire dalle 15.00. Alle 15 e 27 Romeo telefona alla dottoressa Grittani per avere dettagli sulle gare di Grandi Stazioni in corso. Ora grazie ai Carabinieri di Napoli scopriamo che alle 15 e 32, quindi 5 minuti dopo la telefonata con la Grittani, il figlio chiama Romeo e l’imprenditore risponde: “sto a Firenze … finisco questo incontro e ti richiamo dai”. L’incontro era quindi in corso. Romeo era con Russo e Tiziano quando parla con la sua collaboratrice delle gare di Grandi Stazioni?

La domanda non è secondaria ma non sembra interessare i pm di Roma.

Dall’informativa napoletana scopriamo altri dettagli: Romeo quel giorno perde il treno prenotato per le 17 e 5 e sposta di mezz’ora il rientro. Chiama la dipendente Gaia Montuoro e dice che ‘l’incontro è andato bene … meno male che es ss logorroici al massimo in questa riunione e quindi ho fatto fare il biglietto delle 17 e 38”. I Carabinieri di Napoli sottolineano in neretto il plurale, ‘logorroici’ e il fatto che è lo stesso termine, (‘logorroico’) usato il giorno dopo da Romeo con Italo Bocchino per definire un soggetto vestito male, che ‘probabilmente’ potrebbe essere Tiziano Renzi, secondo i Carabinieri di Roma.

L’incontro di Firenze non era un segreto. “Come è andato l’incontro?” chiede alle 19 e 15 il consulente Carlo Nicotera. E Romeo “bene bene bene”. Cinque minuti dopo chiama la Grittani: “ti è piaciuto l’incontro?”. E Romeo con un tono snob: “Mi è piaciuto sì… gentarella non ho avuto l’impressione di grande profilo”. Poi Ivan Russo, alle 19 e 56: “Come è andata” e lui: “Bene bene bene”. Cinque minuti dopo richiama Gaia Montuoro e lui si vanta: “se ti dico con chi ho parlato, tu dice: ‘cazz’”.

Prescrizione, M5S: “In vigore comunque nel 2020”. Lega: “No”

In attesadi leggere il testo dell’emendamento o subemendamento con cui il governo intende tagliare i tempi della prescrizione – o meglio bloccarla dopo la sentenza di primo grado – ma solo a partire dal gennaio 2020, tiene ancora banco la divisione tra Lega e 5 Stelle su quale sia il vero contenuto dell’accordo politico tra Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Ieri mattina, per dire, il Guardasigilli Alfonso Bonafede si diceva sicuro: “La prescrizione non è legata alla riforma del processo penale. L’accordo politico è che va fatta la riforma del processo penale e che la delega deve avvenire entro dicembre 2019. Ma nella legge Anticorruzione che entra in vigore a gennaio non c’è alcun collegamento con altre leggi. Quella entra in vigore comunque“. Di parere diverso proprio Salvini: “Le due riforme sono strettamente collegate. Se non entra in vigore la riforma della giustizia uno o due mesi prima, allora la prescrizione non c’è“. Come si vede, due interpretazioni completamente opposte: il dibattito in commissione si annuncia appassionante.

Legge “ad cognatum” e prescrizione. Si salva Bracco, ex presidente Expo

Salvata in appello grazie alla cosiddetta legge ad cognatum, ovvero quella legge che ha cancellato la procedibilità d’ufficio per l’appropriazione indebita, rendendo necessaria la querela di parte. L’ex vicepresidente di Confindustria ed ex presidente di Expo 2015 Diana Bracco ringrazia così il governo Gentiloni e l’allora Consiglio dei ministri che in zona Cesarini deliberò il decreto legislativo poi approvato ad aprile, che legava la procedibilità dell’appropriazione indebita a una denuncia della persona offesa.

Quell’atto fu una manna per i fratelli del cognato di Matteo Renzi, finiti in un’indagine per aver destinato i soldi della beneficenza per i bimbi africani su conti privati. A oggi non sono perseguibili senza una denuncia. In primo grado la Bracco era stata condannata a 2 anni. Pena ridotta ieri a 1 anno e 9 mesi. Diana Bracco era accusata di frode fiscale e appropriazione indebita in qualità di presidente del cda della Bracco spa. In particolare una parte dell’imputazione fiscale è stata cancellata in secondo grado dalla prescrizione, mentre da quella di appropriazione indebita Bracco è stata, appunto, prosciolta per mancanza della querela da parte della società e sulla base delle nuove norme.

La Procura di Milano contestava all’industriale una presunta frode fiscale da circa un milione di euro che sarebbe stata da lei realizzata abbattendo l’imponibile attraverso fatture inesistenti per spese personali, come la manutenzione di una barca o di case in località turistiche, fatte confluire sui bilanci delle società del gruppo. Il difensore di Bracco, l’avvocato Giuseppe Bana, sottolineando “l’importante riduzione della pena”, ha chiarito che “ricorreremo in Cassazione”. La seconda sezione della Corte d’appello ha accolto le richieste di condanna formulate dal sostituto procuratore generale Gaetano Santamaria Amato anche per Marco Isidoro Pollastri e Simona Adele Calcinaghi, titolari dello studio di progettazione Archilabo di Monza e architetti di fiducia dell’industriale, condannati in primo grado a 1 anno e 6 mesi e oggi a 1 anno e 3 mesi per effetto sempre della prescrizione e delle nuove norme sull’appropriazione indebita. Il presidente del Cda della Bracco Real Estate Srl, Pietro Mascherpa, aveva già patteggiato in passato davanti al gup una multa da 45 mila euro. In primo grado, il giudice aveva riconosciuto all’imputata, che ha saldato i debiti con l’erario, le attenuanti, la sospensione condizionale della pena e la non menzione della condanna. Santamaria aveva sottolineato nel suo intervento che Bracco ha avuto un “vantaggio” per il suo “patrimonio personale” e ha “esposto la società a dei costi”, utilizzando “fatture per operazioni inesistenti”, tra il 2008 e il 2013, e scaricandole sui “bilanci”.

Per l’accusa di frode fiscale, però, “l’annualità del 2008 si è già prescritta in primo grado e quella del 2009 in secondo grado”, ha precisato il pg, così come riconosciuto dai giudici dell’appello. Santamaria ha poi spiegato che “Bracco, dopo l’emergere dei fatti, ha versato 4 milioni di euro alla società e questo le giova anche per ottenere l’assoluzione da quel capo di imputazione per improcedibilità”.

Per i 49 milioni della Lega anche Bossi sarà prescritto

Il traguardo è vicino: tra due mesi per Umberto Bossi scatterà la prescrizione. Niente più grane giudiziarie a Genova, quel processo che gli è costato una condanna in primo grado a 2 anni e 6 mesi (l’accusa è truffa). Il prossimo 20 novembre è attesa la decisione dei giudici d’appello. Il pm Enrico Zucca, quello che ha seguito i processi del G8, ha chiesto una condanna a un anno e dieci mesi per il Senatùr. Lo stesso Zucca nella sua requisitoria ha affermato: “Il partito non può essere uno schermo per compiere atti illeciti”.

Ma ormai è certo: finirà tutto nel nulla. Non ci sarà neanche tempo per la Cassazione.

È l’inchiesta per la truffa ai danni del Parlamento (compiuta attraverso i rimborsi elettorali) diventata, però, famosa perché aveva svelato il transito di denaro che dalle casse del partito era finito a Cipro e in Tanzania (per poi ritornare). Uno scandalo che aveva portato alle dimissioni del fondatore della Lega e alla fine di un’era politica.

Ma ormai è certo: Bossi, tuttora senatore e presidente del Carroccio, ne uscirà indenne. La legge in vigore all’epoca dei fatti prevede un termine di prescrizione di sette anni e mezzo (oggi, dopo la riforma Orlando, sarebbero circa nove, ma la nuova disciplina non è applicabile retroattivamente). Tre sono i capi di imputazione per truffa contestati nel processo: il primo riguarda un reato che, secondo i pm, sarebbe stato consumato nell’agosto 2009. Si parla di 22,4 milioni, ma il pm Zucca ha già dovuto chiedere che fosse dichiarata la prescrizione. Il secondo invece riguarda una somma di 17 milioni e una truffa che sarebbe stata commessa – sempre secondo l’accusa – nell’agosto 2011. Ecco, appunto, che la prescrizione scatterà a gennaio. Nemmeno due mesi dopo la condanna d’appello. Materialmente impossibile che in un lasso di tempo così breve si possa arrivare alla sentenza di Cassazione. C’è poi una terza tranche, per 8 milioni, che potrebbe non prescriversi, ma non tocca Bossi né Francesco Belsito.

La situazione dell’ex tesoriere della Lega, condannato in primo grado a 4 anni e 10 mesi complessivi (14 mesi per appropriazione indebita), è però più incerta. Una parte delle accuse potrebbe non rientrare nella prescrizione; si giocherà comunque sul filo di lana.

Prescrizione, quindi. Anche se i magistrati genovesi ricordano i tempi rapidi delle indagini. Partite dalle intercettazioni di un’inchiesta calabrese e compiute velocemente, nonostante la difficoltà di ricostruire i fatti. Certo, poi il processo è stato complesso e lungo, vista la delicatezza dei fatti e la grande quantità di testimoni. Ma anche l’appello è filato via rapidamente: le motivazioni del primo grado sono state depositate nell’ottobre scorso. Scaduti i termini per le parti, il processo è iniziato a giugno e finirà tra dieci giorni. Difficile fare più velocemente.

Ma questa è anche l’inchiesta che ha portato i pm a chiedere il sequestro di 48,8 milioni del tesoretto scomparso della Lega. Quella vicenda senza fine di cui proprio in queste ore si sta occupando ancora una volta la Cassazione. Il Carroccio ha ottenuto dai pm di poter restituire i soldi a rate: ogni bimestre saranno prelevati 100 mila euro da uno specifico conto fino all’estinzione del debito. Fanno 600 mila euro per 76 anni.

Intanto, però, gli avvocati della Lega hanno presentato l’ennesimo ricorso in Cassazione contro l’ultima decisione del Riesame che dava il via libera al sequestro. La decisione è attesa a ore.

Ma se intervenisse la prescrizione, è questo l’interrogativo che molti si pongono, il sequestro dei 48,8 milioni sopravviverebbe? Sì. Il provvedimento nei confronti della Lega ha infatti carattere riparatorio, cioè mira a restituire alla vittima del reato – il Parlamento – il denaro che è stato sottratto. Ma non si potrebbe più chiedere il denaro anche agli imputati, proprio perché nei loro confronti il sequestro sarebbe per equivalente, cioè, in parole povere, avrebbe un carattere sanzionatorio. E senza condanna, anche se per via della prescrizione, niente sanzioni. Insomma, Bossi e compagnia tirerebbero un bel sospiro di sollievo.

Le incognite, però, non sarebbero finite. Certo, c’è stata una condanna di primo grado, che implica un accertamento dei fatti. Ma con la prescrizione niente condanna definitiva. E in Tribunale a Genova c’è già chi ipotizza che la Lega, facendosi forte della prescrizione, potrebbe presentare ricorso alla Corte europea per chiedere l’annullamento del sequestro. Le speranze sono poche, ma non si sa mai.

È nato Andrea, il figlio della ministra della Salute Grillo

Travagliodurato ore e parto naturale. Il ministro della Salute Giulia Grillo, a 43 anni, è diventata mamma del suo primo figlio, Andrea. Lo ha reso noto il ministero e la notizia ha rapidamente fatto il giro dei social. “Un abbraccio di cuore alla neomamma @GiuliaGrilloM5s e benvenuto al mondo al suo piccolo Andrea! #BenvenutoAndrea”, ha postato su Twitter il premier Giuseppe Conte. Anche i vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini hanno affidato a Twitter le loro congratulazioni alla neo mamma. In una nota di auguri congiunta i parlamentari del M5S si sono dichiarati “sicuri che questo evento così importante e così bello non potrà che rafforzare ulteriormente la sensibilità” del ministro “nei confronti di tutti i cittadini e la sua attenzione per garantire un futuro migliore ai nostri figli”. Auguri anche dai ministri Lorenzo Fontana ed Elisabetta Trenta, dal presidente della Camera Roberto Fico, da Giorgia Meloni e dall’Ordine dei medici. La Grillo e il suo compagno Gianluca hanno ringraziato tutta l’équipe di ginecologi, anestesisti, ostetriche e neonatologi del Policlinico Gemelli di Roma.

E Gentiloni lo demolisce senza nominarlo

Non è che sia proprio una lettura di quelle che illuminano un freddo pomeriggio autunnale, La sfida impopulista di Paolo Gentiloni (in uscita martedì per Rizzoli). Non è uno di quei libri che ti fanno fare le ore piccole, perché non riesci a chiuderli finché non li hai finiti.

Somiglia piuttosto al suo autore e all’immagine che vuole accreditare di sé: sobrio, serio, rigoroso, piano. Gentiloni scrive un libro sui suoi anni di governo – Esteri e Palazzo Chigi – senza l’ombra di un retroscena. Niente segreti, niente intrighi. È tutto dritto, tutto liscio, ogni polemica è a bassa intensità.

Cosa ci vuole comunicare l’ex premier? Prima di tutto che è stato bravo. Alla Farnesina ha risolto il caso dei marò, ha partecipato alla sconfitta del Daesh, ha iniziato a stabilizzare la Libia. Da capo del governo ha accompagnato la crescita, ha protetto Marco Minniti sull’immigrazione anche dal “fuoco amico” del suo partito. E tante altre piccole cose serie. E allora perché il Pd è così impopolare (oltre che “impopulista”)?

Gentiloni non lo dice, ma allude: ha dovuto raccogliere i cocci. Non ha parole cattive per Matteo Renzi, si limita a demolire la sua gestione dal referendum in poi. Ma sempre in modo sobrio e pacato, spesso senza nominarlo, per lo più evocandolo.

Per esempio: la mozione contro Ignazio Visco, governatore di Bankitalia, è “una frittata politica e istituzionale”, “un autogol”. Mentre “l’istituzione della Commissione sulle banche è stata un vero e proprio suicidio”. Tutte idee di Matteo, anche se Gentiloni non lo scrive.

La tesi del libro, sempre felpata e tra le righe, è che il Pd sia stato massacrato dagli elettori malgrado abbia governato bene. Non perché ha smesso di rappresentare gli ultimi e i perdenti, ma perché scimmiotta troppo i 5Stelle: “L’idea di poter combattere il populismo scendendo sul suo stesso terreno non ha funzionato”.

E poi il perché il capo aveva perso la capoccia. Tradotto in gentilonese: durante la campagna elettorale “Renzi invocava la squadra, molti nostri elettori il cambio di capitano”, cioè Renzi stesso.

Anche la madre di tutte le sciocchezze – la campagna sul referendum costituzionale – è stato un errore grossolano che Gentiloni ha inutilmente tentato di scongiurare. Invitando Renzi “ogni volta che ne avevo l’occasione, a non caricare di troppa importanza la prova referendaria”. Pure con simpatiche e goliardiche battute: “Matteo, ma che ci frega del bicameralismo. Ce l’abbiamo da settant’anni…”.

Niente da fare. E ora? Il Pd deve rifondarsi ma da solo non basta: serve un “blocco democratico”. E lui che fa? Papa Francesco a fine incarico gli diede un consiglio premuroso: “Ora si riposi presidente”. Gentiloni ne fu commosso, ma non persuaso: “Chissà se lo ascolterò”.

Renzi, la “festa” la paga il Senato (e Minniti non va)

“Marco Minniti? No, non verrà”. Pausa, riflessione. “Ci ho parlato prima”. Le foglie sugli alberi di Salsomaggiore sono secche, gli edifici in stile liberty evocano un mondo che non c’è più, la luce è grigia, l’atmosfera decadente. L’arrivo di Matteo Renzi al Teatro Nuovo, dove si riunisce (a porte chiuse) la sua corrente (che lui si rifiuta ostinatamente di chiamare così) è vagamente surreale. Si aspettava un candidato da sponsorizzare (e soprattutto da condizionare) per il congresso e invece non c’è. Sparito no, ma presente neanche.

Quello che invece appare e poi, improvvisamente scompare, è un roll all’entrata (nome tecnico per definire il manifesto): “Italia 2030”, il titolo dell’iniziativa. Sotto la data. Sopra, il logo “Senatori Pd”. Che è successo? “Ce l’hanno fatto togliere”, dicono gli organizzatori locali confusi. L’ordine arriva dai piani alti. Il logo, infatti, è più che scivoloso. Prima di tutto, perché attribuisce l’iniziativa al gruppo dei senatori del Pd, mentre si tratta di una riunione di corrente. Ma soprattutto perché si usa per indicare che un evento è pagato con i soldi del gruppo. “Il gruppo del Senato ha destinato 2000 euro l’anno a ognuno dei 52 senatori Pd per finanziare le proprie iniziative politiche. E alcuni hanno deciso di usarli per questa”, dice Stefano Collina, tesoriere del gruppo, renziano, presente a Salsomaggiore. Quanti? E quanto è costata? “Non lo so, non me lo ricordo”. E spiega: “Sì, sono una parte dei soldi che arrivano ai gruppi”. Una specie di fondo, insomma, costituito con i contributi del finanziamento dei gruppi parlamentari, il cui “frazionamento” sarebbe stato deciso dall’Ufficio di presidenza dem di Palazzo Madama. Per usare questi soldi, i senatori devono fare richiesta di autorizzazione al tesoriere. Lecito utilizzare questi fondi per una due giorni come questa? “Le spese dei Gruppi sono finalizzate esclusivamente agli scopi istituzionali”, si legge nel “Regolamento di contabilità dei gruppi del Senato”, che rimanda all’articolo 16, comma 2, del Regolamento di palazzo MAdama: i contributi “sono destinati esclusivamente agli scopi istituzionali riferiti all’attività parlamentare e alle attività politiche ad essa connesse, alle funzioni di studio, editoria e comunicazione ad esse ricollegabili, nonché alle spese per il funzionamento dei loro organi e delle loro strutture”. Che l’iniziativa di Salsomaggiore ci rientri è tutto da dimostrare. Lo stesso Regolamento prevede che ci sarà una società di revisione che dovrà valutare le spese. A quel punto, si vedrà. I vertici dem sminuiscono: “Si trattava solo di tre rolls con una scritta sbagliata, un errore dello stampatore”. E ancora: “Quel fondo c’era già nella scorsa legislatura”.

Anche questa storia racconta sia il caos in cui versa il Pd, sia il fatto che Renzi continua a utilizzare il Senato come una sorta di bunker dal quale cercare di condizionare il presente e il futuro dem.

“Non parliamo del congresso. Ascolto”, ha chiarito ieri l’ex segretario. Un candidato suo non ce l’ha. Minniti – ammesso che alla fine decida di correre – è considerato il male minore. Ieri a Salsomaggiore c’erano circa 100 parlamentari (tra i quali più o meno la metà dei 52 senatori dem) e amministratori locali. Circa 300: ma l’iniziativa era ad inviti. Manca Paolo Gentiloni, che non è stato invitato. Assente ieri pure Maria Elena Boschi, attesa in serata. Non si presenta neanche Graziano Delrio, su posizioni defilate rispetto a Renzi, impegnato nel tentativo di convincere Maurizio Martina a correre e a fare un ticket con Matteo Richetti (non c’è neanche lui). Tra lo zoccolo duro, presenti invece Ettore Rosato, Lorenzo Guerini, Andrea Marcucci e soprattutto Luca Lotti. Impegnatissimo a fare i conti dei pacchetti di tessere potenzialmente presenti. Perché poi, l’ex segretario ha un piano: far fare le liste dell’Assemblea in sostegno a Minniti allo stesso Lotti. “È sì al 51%”, ha detto l’ex ministro dell’Interno ieri a Nemo. Tentennamenti giustificati date le condizioni.

Tra gli interventi in teatro, molte perplessità sull’opportunità di fare il congresso subito. E Roberto Giachetti tira fuori il non detto: “Se si torna a 6 anni fa, questo partito non mi interessa. Prima o poi il tema se stare dentro o fuori dal Pd si deve porre”. Dubbi. Minniti non convince, l’alternativa non esiste. Il Pd non piace più, uscire è troppo rischioso. Venerdì a Firenze Renzi presenterà il libro di Minniti, con lui. Il giorno dopo c’è l’Assemblea. L’ex segretario vuole portare l’ex Ministro (con liste sue) e poi, visto che né lui né Zingaretti avranno il 50% ai gazebo, usare Martina per incoronarlo in Assemblea. Da Salsomaggiore, la domanda sorge spontanea: sarebbe Matteo o Marco la vera Miss Italia?

CasaPound: “Non manifestiamo col Pd né con la Appendino”

“Né con la sindaca né con i poteri forti, CasaPound domani (oggi, ndr) non sarà in piazza Castello”. Lo annunciano in una nota i responsabili regionale e provinciale di Torino Marco Racca e Matteo Rossino, alla vigilia della manifestazione Sì Tav e contro la giunta pentastellata in programma stamattina alle 11.

“Non scendiamo in piazza con il Pd e i poteri forti che hanno ucciso Torino – affermano Racca e Rossino – e Chiara Appendino è il peggior sindaco che la città potesse avere, deve andare via prima che la situazione peggiori. Pur condividendo le legittime proteste degli amici del ‘No Ztl’ (i commercianti in protesta contro l’allargamento della zona a traffico limitato, ndr), domani (oggi, ndr) non manifesteremo. Non intendiamo scendere formalmente in piazza con il Pd e il circuito di poteri forti che rappresenta”.

“Sappiamo – aggiungono – che tanti nostri amici e simpatizzanti domani saranno in piazza, soprattutto perché attivi nei vari comitati di quartiere. La loro presenza sarà però a titolo meramente personale”.

“In piazza non ci sarò, vado al concerto degli U2”

Stefano Esposito, lei oggi sarà a Dublino per il concerto degli U2. Lo fa apposta?

Non diciamolo neppure per scherzo. Avevo prenotato in epoca non sospetta e, lo si ammetterà, gli U2 che tornano a suonare nella loro città costituiscono un avvenimento straordinario.

Più straordinario della manifestazione Sì Tav nella sua Torino e contro quella sindaca Appendino e quei Cinquestelle che lei non ha mai risparmiato? Contro i No Tav lei si batte da quasi 17 anni e ancora oggi gira con la scorta, nonostante non sia più senatore del Pd.

Non credo che la mia presenza alla manifestazione sarebbe rilevante, proprio perché ho quella storia alle spalle. Non devo dimostrare nulla. Anzi….

Anzi cosa?

L’ultima manifestazione a favore dell’Alta velocità la organizzammo Sergio Chiamparino, io e Mimmo Portas, il leader dei Moderati, nel 2010. Tanta gente che oggi parla, anche nel mio Pd, allora stava zitta, addirittura flirtava con i No Tav della Valsusa a caccia di voti per le Regionali. Sono felice di vederli ora, anche se tacevano quando bisognava opporsi ai violenti.

Vogliamo fare nomi?

Lasci perdere. Basta prendere i giornali dell’epoca, guardare le preferenze alle ultime Regionali, scoprire certi successi personali in Valsusa. È il segreto di Pulcinella. A queste persone, oggi dico: benvenuti tra noi!

Insomma, tutto bene quel che finisce bene, o no?

Mica vero. Se avessi partecipato in qualche modo all’organizzazione, avrei evitato al mio partito un grave errore: non prendere le distanze dalla presenza in piazza Castello dei militanti di CasaPound prima che comunque si sfilassero. Bisognava subito dire: no, grazie, non vi vogliamo.

Forse avrebbe potuto mettere in guardia i suoi compagni anche da qualcos’altro. Per esempio, dal non confondersi troppo con il centrodestra, in una protesta che sembra più contro l’Appendino che a favore del Tav. Non è così?

In parte è un’analisi giusta. Credo che il no del M5S e dell’Appendino all’Alta velocità sia in realtà solo l’ultima goccia che ha fatto traboccare la pazienza soprattutto di un certo elettorato. Con qualche sorpresa, proprio per l’Appendino.

Spieghi meglio.

Oggi in piazza a Torino, in un evento che sono convinto avrà una partecipazione alta, ci saranno molti elettori della sindaca, delusi da questi anni di amministrazione a Cinquestelle. È una posizione ipocrita, non c’è dubbio, ma è così.

Questa volta allora facciamo i nomi?

No, anche qui basta rileggere i giornali e le interviste del giugno 2016, quando fu sconfitto Piero Fassino. Penso a certi mondi dell’imprenditoria e delle professioni, che parlavano di aria nuova, che si rivolgevano all’Appendino dicendo: sei una di noi. O a certi ambienti della cultura torinese, molto tiepidi sui No Tav e sulle loro violenze, pronti a salutare il nuovo che arrivava in Comune.

Questa mattina, anche quei delusi saranno in piazza. In una manifestazione pubblicizzata sui giornali cittadini con pagine a pagamento e la sponsorizzazione ufficiale dell’Unione industriale e di Confindustria. Gli organizzatori, però, continuano a parlare di un’iniziativa spontanea, che viene dalla gente. Se fossimo nel campo della Lega o dei Cinquestelle, si userebbe la parola populismo, non crede?

Non mi stupisce, il populismo ormai sta contagiando la società italiana, anche a sinistra: basta pensare alle posizioni del mio amico Stefano Fassina. Non dimenticatevi che, nel giugno 2016, l’Appendino fu votata contro Fassino da una componente non trascurabile del centrodestra. Un mondo che sta tornando a casa, con tutte le sue caratteristiche, compreso il populismo.

E allora non sarebbe meglio lasciar perdere certe confusioni sotto l’unica bandiera del Sì Tav? Giorgio Airaudo della Fiom, da sempre contro l’Alta velocità ed ex parlamentare di Sel, sostiene che una manifestazione come quella di Torino rischia di portare voti soprattutto alla Lega e al centrodestra, a cominciare dalla prossime Regionali. Sbaglia o ha ragione?

Non lo so, ma so che sul tema del Tav il Pd ha un campione: Sergio Chiamparino. Uno che ha sempre parlato, quando gli altri facevano gli ipocriti. Poi bisogna vedere se ci sarà chiarezza nel Pd, su questo tema, anche a livello nazionale.

Perché, non c’è?

Zingaretti, giovedì sera, era proprio a Torino per presentare la candidatura a segretario. Io ho letto solo i giornali, ma non ho trovato accenni alla questione Tav da parte sua. Se così fosse, sarebbe un’omissione grave.

E Minniti?

Bisognerebbe capire se si candida. Se lo farà, visto il suo impegno sulla legalità, credo che dirà parole chiare. Per anni, l’Alta velocità è stata soprattutto una vicenda di violenza e di ordine pubblico.

Viva Minniti, viva il Tav, dunque?

Per ora, credetemi, viva gli U2.

Oggi sfila il popolo Sì Tav senza la Cgil. Lega con le ‘madamine’

La Cgil, nonostante la posizione espressa dalla sua leader Susanna Camusso, oggi non scenderà in piazza Castello a Torino accanto a imprenditori, industriali, costruttori, rappresentanti dei partiti (ci sarà anche la Lega smarcandosi dal M5s) e molti cittadini per dire sì alla Torino-Lione e no alle politiche che rallentano lo sviluppo. Giovedì, la segretaria generale del sindacato di sinistra, ha ribadito che “uno stop delle grandi opere pubbliche rappresenterebbe un danno per i lavoratori e per tutto il Paese” e che “serve un governo che sia in grado di decidere, non di bloccare ciò che è necessario allo sviluppo e alla crescita” con “ripercussioni dirette sui posti di lavoro e sugli operai già impegnati nei cantieri”. Affermazione non nuova, ma che a poche ore dalla manifestazione rimarca una frattura con la federazione torinese della Cgil in cui – fatta eccezione della Fillea, sigla dei lavoratori edili – il no al Tav è fortissimo da anni.

Già nel 2014 il congresso chiedeva di “riconsiderare, valutando attentamente le prospettive di movimentazione dei volumi delle merci in ambito transnazionale, l’opportunità, la praticabilità e i relativi costi delle grandi opere previste, a partire dalle opere costose come il Tav”. Da allora poco è cambiato. Lo scorso 30 ottobre il congresso cittadino ha approvato con 163 voti a favore, 47 contrari e 22 astensioni una mozione nella quale “si contesta l’idea che il contrasto al declino di Torino possa avvenire attraverso le grandi opere e conferma il giudizio negativo sul Tav già espresso in questi anni”. E nei giorni scorsi il neosegretario generale della Fiom Torino, Edi Lazzi, ha ribadito: “Lo abbiamo detto tante volte e lo ripetiamo oggi. Non c’è bisogno del Tav per il traffico merci né per i passeggeri”. Come a sottolineare la divergenza dalla Cgil nazionale. La linea torinese, però, spera di avere la meglio se l’ex segretario nazionale della Fiom, Maurizio Landini, in passato sostenitore della protesta No Tav e candidato a prendere il posto di Camusso (che lo appoggia), la spunterà al congresso del 22 gennaio.