“Dove sta la notizia?”. È sorpreso Antonio Di Maio, padre del leader del Movimento 5 Stelle intervenuto ieri nella trasmissione Stasera Italia su Rete4. Nei giorni scorsi Repubblica aveva raccontato come nel 2006 il padre del vicepremier avesse sanato un abuso edilizio relativo alla casa di famiglia situata a Pomigliano d’Arco, pagando 2.000 euro. “Io ho condonato una casa fatta nel 1966 da mio padre – si è difeso Antonio – dove mio figlio risiede, ma che all’epoca non stava neppure nei conti di essere concepito”. La richiesta di condono risale in effetti al 1986, quando il futuro vicepremier non era ancora nato. Soltanto vent’anni dopo, però, le lungaggini burocratiche avrebbero permesso alla famiglia Di Maio di chiudere il contenzioso. “Non sono favorevole al condono – ha poi aggiunto Antonio Di Maio – ma tenga presente che in quell’epoca, fino a pochi anni fa, per avere una concessione a Pomigliano si aspettavano almeno due o tre anni”. ”Qual è la stranezza? – ha poi concluso – La legge consentiva di regolarizzare alcune case che fossero state fatte abusivamente o che non avessero certificazioni. Si potevano condonare. Visto che la spesa non era immane ho pensato di sanare il tutto”.
L’ex “impresentabile” Lady Mastella arriva in Antimafia
Dalla definizionedi impresentabile alla nomina in commissione Antimafia. Nel giro di tre anni è cambiato tutto per Sandra Lonardo, moglie dell’ex guardasigilli Clemente Mastella ed eletta lo scorso marzo al Senato con Forza Italia. Mercoledì prossimo, indicata dal suo gruppo, prenderà parte alla prima seduta dell’Antimafia, proprio lei che nel 2015 fu giudicata “impresentabile” da quella stessa commissione, all’epoca presieduta da Rosy Bindi. Era il 29 maggio di quell’anno quando, a soli due giorni dal voto per le Regionali della Campania, il nome della Lonardo finì nella black list dell’Antimafia insieme ad altri 15 candidati, per colpa di un’accusa di concussione per la quale è stata poi assolta. Nonostante oltre diecimila preferenze, Lonardo non fu eletta. “È la mia rivincita personale entrare a far parte di quell’organismo che tre anni fa commise un’assoluta ingiustizia – ha spiegato la senatrice azzurra a Il Sannio quotidiano – da allora la riabilitazione è stata completa e oggi si conclude con la prestigiosa designazione”.
Lei: “Niente falsi, il codice 5S non mi obbligava a lasciare”
Dopo la requisitoria dei pm, oggi toccherà alla difesa: i legali di Virginia Raggi, gli avvocati Alessandro Mancori, Emiliano Fasulo e Pierfrancesco Bruno, dovranno dimostrare che la sindaca di Roma ha dichiarato la verità sul ruolo svolto da Raffaele Marra durante l’interpello per la nomina del fratello del dirigente a capo del Dipartimento Turismo. Da mesi ribadiscono che Marra eseguiva soltanto gli ordini, da capo del Personale doveva firmare lui quella nomina. Ma la decisione era stata presa dalla sindaca, consigliata dagli assessori. E seppure vi erano trame interne al Campidoglio, lei non ne era a conoscenza. Nel corso delle diverse udienze, i legali hanno cercato di dimostrare ciò, spiegando ogni singola chat e convocato i diversi assessori.
Ma ieri nel processo è stata introdotta una novità. L’accusa ha chiesto infatti di acquisire il codice etico del M5S vigente in quel momento per dimostrare che con quel falso la Raggi aveva una necessità: tutelare se stessa da un’eventuale indagine e quindi dal rischio di espulsione.
Un’interpretazione respinta dalla stessa sindaca già ieri: “Negli atti normativi del Movimento nella prassi applicativa l’espulsione non è mai stata applicata, né a Nogarin né a Pizzarotti, che anche se indagati, non furono espulsi. Pizzarotti fu sospeso perché omise di comunicare che era indagato”. L’espulsione, ha spiegato, arrivava ma solo quando non si comunicava l’esistenza di un’indagine. La Raggi ieri è intervenuta in aula anche dopo la testimonianza di Carla Raineri, suo ex capo di gabinetto. La Raineri ha parlato del ruolo di Marra (“Erano stati coniati vari epiteti per Marra, ‘eminenza grigia’, ‘Richelieu’, sottolineando la debolezza della sindaca come quella della zarina ai tempi di Rasputin”) per poi rispondere alle domande sul periodo passato in Campidoglio. “Io percepivo una situazione che ritenevo intollerabile, perché non volevo un vice come Marra e due giorni dopo averlo detto mi ritrovo con il quesito”. Ossia la richiesta fatta dal Comune all’Anac sulla regolarità dell’articolo del Tuel (testo unico per gli enti locali) applicato alla sua nomina. L’Anac spiega che l’art. 110 era inadatto, ma doveva essere applicato l’art. 90 del Tuel che prevedeva anche una retribuzione inferiore (decisione non condivisa da una sentenza della Corte dei conti emessa successivamente).
“Non me ne sono andata per lo stipendio”, ha detto ieri la Raineri, che poi ha anche depositato un esposto in Procura. “L’ho depositato al solo fine di fugare alcun dubbio per evitare coni d’ombra alla luce delle mie dimissioni. Non mi sono mai posta il problema di avere un riscontro penale alla vicenda”.
Ribatte la Raggi che ieri in aula ha definito la “deposizione della Raineri a tratti surreale” e parla di “parole simili a gossip”. “Alla fine di agosto del 2016 – ha detto la sindaca – arrivò il parere dell’Anac e Raineri mi disse: ‘Io non sono venuta da Milano per prendere 130 mila euro’”. Ma la Raineri è stata solo sentita come testimone, il suo trascorso in Campidoglio non ha nulla a che vedere con il processo.
La Raggi infatti deve difendersi dall’accusa di falso. Già quando è stata sentita lo scorso 26 ottobre la Raggi ha spiegato: “Marra non aveva alcun potere discrezionale perché la scelta era mia. Si limitava a eseguire una mia direttiva”. Fu quindi “l’assessore Adriano Meloni” a prendersi “la paternità della scelta di Renato Marra”. Per l’accusa però fu lo stesso Raffaele Marra a suggerire la nomina del fratello. E a prova di ciò, punta su una riunione e su una email inviata per conoscenza anche alla sindaca, in cui Meloni lo ringrazia per il suggerimento. La sindaca ha già spiegato: “Della riunione sono venuta a conoscenza solo a febbraio 2017”.
Sulla email dice che le fu inviata, solo per conoscenza e sull’indirizzo di posta “istituzionale”, “dove ogni giorno arrivano almeno 500 messaggi”. Dell’aumento di stipendio di Renato Marra, venne a sapere dai giornali: “Mi arrabbiai con Meloni e Marra perché non è possibile che non me l’avessero detto”. Chissà se convincerà il Tribunale.
Di Maio inflessibile: “Chiare le nostre regole”
Lei non ne vuole proprio parlare: “Andrà tutto bene”, “Vedremo”, “Faremo le nostre valutazioni”. Ma lo scaramantico tergiversare della sindaca di Roma poco si addice alle abitudini del politburo grillino. Che ieri, per voce del suo capo Luigi Di Maio, ha emesso il suo verdetto, ventiquattr’ore prima del tribunale: “Io non conosco l’esito del processo, ma il nostro codice etico parla chiaro”. Dice, per chi non lo sapesse, che nel Movimento 5 Stelle una condanna, anche solo in primo grado, “costituisce condotta grave e incompatibile con il mantenimento di una carica elettiva”. Insomma, dimissioni.
Se anche oggi il processo per la nomina del fratello di Raffaele Marra dovesse finire in una bolla di sapone, non passerà così leggero il malumore del Campidoglio nei confronti dei colleghi del “nazionale”. Non è piaciuta, per niente, la durezza con cui Di Maio ha risposto ai giornalisti della stampa estera ieri mattina. È sembrata, agli occhi degli osservatori dell’aula Giulio Cesare, come l’ennesima conferma che il rapporto tra la giunta Raggi e il governo gialloverde sia ormai da separati in casa.
Prima l’affare Marra, poi il “tutoraggio” degli attuali ministri Fraccaro e Bonafede, ancora dopo il caso Lanzalone, infine gli attacchi dell’alleato di governo Matteo Salvini. Le occasioni di frizione in questi due anni non sono mancate. Tanto più che dieci giorni fa, sull’amministrazione capitolina, è piovuta la doccia fredda del “no” ai 180 milioni promessi per riparare le buche della Capitale: se ufficialmente la sindaca se l’è presa con il ministro dell’Economia Giovanni Tria, fuori busta raccontano che a non averli difesi sia stato il collega di partito, Danilo Toninelli.
L’affondo di Di Maio, insomma, arriva in un clima da nervi tesi. E non aiuta a rasserenare gli animi della sindaca e dei consiglieri. Quella del capo politico sarà pure un’ovvietà, ma nei mesi scorsi più di qualcuno aveva studiato possibili exit strategy in caso di condanna. “Nessuna avrà il nostro avallo”, è la replica dai vertici del Movimento. Sbarrata la porta di un “referendum” online sul caso Raggi, dunque, resterebbe aperta la via dell’autosospensione: per andare avanti senza il simbolo M5S, però, servirebbe il sostegno della maggioranza dei consiglieri comunali. Va detto che l’aria in Campidoglio è piuttosto avvelenata. C’è chi ricorda i “tanti sassolini” che ci si potrebbe togliere se si andasse allo scontro con Di Maio e soci, chi è terrorizzato dall’idea di non avere una seconda chance di rielezione, chi si preoccupa del fatto che l’amministrazione debba interrompersi per cause di forza maggiore proprio ora che si cominceranno (sic) a vedere i frutti del lavoro di questi due anni. Comunque vada, oggi, la partita tra Campidoglio e Movimento, si chiude solo a metà.
Il pm: “Dieci mesi alla Raggi Mentì per salvarsi il posto”
Salvare il suo ex braccio destro Raffaele Marra e la sua capacità di far funzionare la macchina amministrativa, e salvare pure se stessa da un’eventuale indagine e da un’eventuale espulsione dal M5S. Sono questi per la Procura di Roma i moventi dietro il presunto falso documentale commesso da Virginia Raggi nelle dichiarazioni fatte sulla nomina di Renato Marra, fratello di Raffaele. Anche se quell’incarico è stato revocato, per i pm Paolo Ielo e Francesco Dall’Olio, il reato è stato comunque commesso. Per questo chiedono che la sindaca di Roma venga condannata a dieci mesi di reclusione.
L’accusa concede le attenuanti generiche, ma chiede al Tribunale di chiudersi in una stanza e usare – per dirla con le parole di Ielo – “gli strumenti del mestiere” nella sentenza di oggi. Strumenti che consentano “di immunizzare il processo da tesi” esterne che ruotano intorno a questa vicenda. Che potrebbe avere, è inutile negarlo, delle conseguenze anche politiche. Come le eventuali dimissioni in caso di condanna. Ma la politica non è una preoccupazione dei giudici: “Tutti i processi devono essere condotti allo stesso modo”. Il messaggio è chiaro: trattare questo processo come se sul banco degli imputati non ci fosse la sindaca della Capitale, ma un dirigente qualsiasi. E per farlo, ribadisce Ielo, bisogna prendere gli attrezzi del mestiere. A cominciare dal Codice penale: “Le regole di diritto sono precise – dice l’accusa –. Qui c’è una prova evidente del dolo”. Infatti il punto è questo: dimostrare che la sindaca ha mentito consapevolmente nella dichiarazione al Responsabile della Prevenzione della Corruzione del Campidoglio quando ha affermato che nella procedura per la nomina di Renato, il fratello Raffaele ha avuto “compiti di mero carattere compilativo”. Ossia, aveva solo eseguito le sue direttive. “Quando discutiamo di dolo – continua l’accusa – un ruolo fondamentale ce l’ha il movente. Per comprenderlo occorre avere riguardo al ruolo di Raffaele Marra”, per i pm custode della chiave che accendeva il motore del Campidoglio.
Il movente, quindi. “Da un lato – spiegano i magistrati – la protezione di Marra” e delle sue capacità. Dall’altro “il codice etico del M5s vigente in quel momento, che prevedeva dimissioni in caso di indagini”. “Allora qual è il tema? – continua l’accusa -. L’Anac interviene per chiedere se fosse stata violata l’astensione di Marra. Se la risposta è si, la probabilità di un’iscrizione è elevata. Quindi poteva esserci il problema delle dimissioni”. Sul punto la Raggi ha fatto spontanee dichiarazioni, spiegando che il Movimento prevedeva sì l’espulsione, ma solo nel momento in cui le indagini non venivano comunicate dagli interessati.
L’accusa ha ripercorso anche una parte dell’ordinanza con la quale è stato archiviato il reato di abuso d’ufficio, inizialmente contestato alla sindaca. In un passaggio, è scritto: “L’intera istruttoria è stata curata dagli assessori e da Marra”. “Per cui delle due l’una – affermano i pm –: o nell’archiviazione il giudice ha detto cose inesatte, o qui c’è un falso”.
L’altro attrezzo del mestiere che si chiede di usare sono le dichiarazioni. Sul ruolo di Marra, ieri è stata sentita anche Carla Raineri, ex capo di gabinetto della sindaca, ruolo che ha lasciato con forti dissidi con l’amministrazione. Marra, ha detto la Raineri, “aveva un fortissimo ascendente sul sindaco. Ho cercato disperatamente di intercettare la sua attenzione su tanti temi, ma mi sentivo rispondere: ‘Ne parli con Marra o con Romeo’”.
E poi ci sono le chat. Quando la stampa parla dell’aumento di stipendio che avrebbe comportato la nomina di Renato Marra, la sindaca si altera con Raffaele. “Ma perché la Raggi chiede a Marra dell’aumento di stipendio se dice di aver dato gli ordini lei?”, si chiedono i pm. E ancora: “Marra poi le scrive: ‘Non ti ho mai nascosto nulla’. Cosa vuol dire? Marra ha diritto di non rispondere. Noi i diritti li rispettiamo, ma non abbiamo l’anello al naso”.
Dura lex sed lex
Oggi sapremo se Virginia Raggi verrà assolta e resterà sindaco di Roma fino alla scadenza del mandato, o se sarà condannata e dovrà dimettersi in base al codice etico 5Stelle. Nel primo caso potrà finalmente governare a tempo pieno, senza dividersi fra il Campidoglio e il Palazzo di Giustizia, come le è capitato dal giorno dell’elezione per una serie impressionante di indagini su di lei – tutte fondate sul nulla e finite nel nulla – e sui suoi principali collaboratori, quasi tutte finite nel nulla (tranne il processo a Raffaele Marra, per una presunta corruzione risalente all’èra Alemanno). Nel secondo caso, dura lex (pentastellata) sed lex: l’ipotesi che resti al suo posto in barba al Codice etico, magari con l’escamotage di uscire con tutti i suoi consiglieri dal M5S per sottrarsi alle regole interne, sarebbe un grave errore. Per la sua immagine e per quella dei 5Stelle: le regole, a cominciare da quelle che ci si è dati, si rispettano. E, se sono sbagliate, si cambiano: ma per il futuro, non ad personam. Noi scriviamo da tempo che il Codice etico M5S è troppo rigido nell’automatismo condanna di primo grado-dimissioni: il principio è sacrosanto, ma poi sono i partiti e i loro probiviri a doversi assumere la responsabilità politica di una scelta così cruciale. Non per convenienza, ma alla luce dei fatti. Se ci sono di mezzo scambi di denaro che fanno pensare a tangenti, malversazioni conclamate, rapporti documentati e consapevoli con malavitosi, abusi di potere accertati, non è neppur necessario attendere un rinvio a giudizio, ma neanche avviso di garanzia: a casa subito.
Altra faccenda sono le questioni di lana caprina su fatti in sé neutri e controversi, come quello di cui è imputata la Raggi: la lettera del dicembre 2016 all’Anticorruzione comunale in cui la sindaca, a proposito della nomina di Renato Marra (graduato dei Vigili urbani e fratello del capo del Personale Raffaele) a capo dell’ufficio Turismo, assicurava di aver deciso da sola, sentito l’assessore competente Adriano Meloni, mentre Marra si era limitato a vistare per le Risorse Umane l’atto del sindaco (che, come tutti gli atti vincolati, non può configurare conflitti d’interessi). Meloni e il delegato al personale De Santis han poi raccontato che Marra parlò con loro della nomina del fratello, ma nessuno di loro lo disse a lei, anche perché la scelta fu dell’assessore che stimava Renato per l’esperienza fatta insieme contro il commercio abusivo. Dunque la Raggi scrisse all’Anticorruzione quel che risultava a lei, fra l’altro nell’ambito di un “interpello” per la rotazione di 200 dirigenti comunali, di cui Marra fratello rappresentava lo 0,5%.
E nessuno in aula ha potuto smentirla, sostenendo che sapesse delle interferenze di Raffaele. Ogni reato, poi, deve avere un movente, e qui è arduo trovarne uno. Inizialmente la Procura accusava la Raggi di abuso d’ufficio per aver assecondato il conflitto d’interessi familiare di Raffaele Marra e di falso per la lettera all’Anticorruzione che mirava a coprirlo. Ma poi è emerso che la sindaca aveva fatto di tutto per scongiurare quel conflitto d’interessi: aveva addirittura scartato la candidatura di Renato a comandante o vicecomandante dei Vigili, cioè per un salto di carriera e stipendio (dalla terza alla prima fascia) cui il graduato legittimamente poteva aspirare in base ai titoli. E aveva messo in guardia i propri collaboratori: tant’è che quando scoprì che anche la nomina al Turismo (terza fascia) comportava un aumento di stipendio, s’infuriò con loro per non averla avvertita e revocò pure quella mini-promozione, nel frattempo entrata nel mirino dell’Anac. Così, esclusa la complicità nel conflitto d’interessi dei due Marra, i pm han chiesto e ottenuto l’archiviazione dell’abuso per la Raggi, processando il solo Marra: dunque, sparito l’abuso da nascondere col falso, è evaporato anche il movente del falso. Perché mai la Raggi avrebbe dovuto mentire, se non voleva favorire i Marra, e anzi aveva “danneggiato” Renato per il cognome che portava?
Ieri, dopo l’imbarazzante testimonianza dell’ex capogabinetto Carla Raineri, il pm ha estratto dal cilindro un nuovo movente: la Raggi “mentì all’Anticorruzione nel dicembre 2016 perché, se avesse detto la verità e riconosciuto il ruolo di Marra nella scelta del fratello, sapeva che sarebbe stata iscritta nel registro degli indagati e, in quel caso, rischiava il posto in base al vecchio codice etico M5S, modificato solo nel 2017”. Ma non è vero che rischiasse il posto. E nessuno poteva saperlo meglio della sindaca (e della Procura di Roma): la prima volta che la Raggi finì indagata (anche allora per falso), fu addirittura nel luglio 2016, appena eletta, dopo un articolo di Marco Lillo e vari esposti su un incarico all’Asl di Civitavecchia segnalato in ritardo al Consiglio comunale. Eppure nessuno, quando fu eletta, le chiese di dimettersi (l’indagine fu poi archiviata). E che il vecchio Codice etico non stabilisse alcun automatismo fra iscrizioni o avvisi di garanzia e dimissioni lo dimostrano almeno altri due casi: Pizzarotti, sindaco di Parma, fu indagato nel maggio 2016 per abuso e nessuno lo fece dimettere (fu soltanto sospeso dal Movimento, ma per non aver avvertito i probiviri dell’avviso di garanzia); idem per Nogarin, sindaco di Livorno, indagato pure lui nel maggio 2016 addirittura per bancarotta fraudolenta e rimasto tranquillamente al suo posto. Dunque, se non rischiava le dimissioni, non si sa né se né perché la Raggi avrebbe dovuto commettere il falso (rischiando, lì sì, un’indagine). Lo si saprà, come in tutti i casi controversi senza “pistola fumante”, dalla sentenza definitiva. È qui che il Codice etico ha una falla e va modificato. Ma per i casi futuri, non per la Raggi. Che oggi, se condannata, dovrà dimettersi.
Rai-Freud, scissa tra fotoromanzo dei Medici e storia della mafia
I palinsesti del martedì sera illuminano a meraviglia il rapporto del servizio pubblico con la storia. Su Rai1 va in onda il fumeggiato sui Medici e Lorenzo il Magnifico, dove l’unica cosa vagamente vera sono i titoli di coda; mentre su Rai Storia è arrivata Maxi, il grande processo alla mafia, docufiction che ricostruisce una delle pagine più drammatiche del nostro passato recente. Come dire: la riflessione sul presente riservata a pochi eletti, per la gran massa il Rinascimento formato fotoromanzo. Premesso che un servizio pubblico dovrebbe fare l’esatto contrario, Maxi è un tentativo riuscito a metà, esito forse inevitabile per un esperimento che assembla le immagini originali del processo a Cosa Nostra con la narrazione di un immaginario cronista televisivo (ormai lo storytelling è diventato un obbligo mediamente al limite, come il porto d’armi di Verdone). Da una parte si rivedono Michele Greco, Tommaso Buscetta, Pippo Calò e Totuccio Contorno sfilare davanti al Pool di Falcone e Borsellino; dall’altra il mezzobusto Rai finalmente a figura intera che prende appunti, fuma come un turco. beve un caffè dietro l’altro e passeggia con aria sofferta sotto il cielo di Palermo come fosse il tenente Sheridan. Capiamo l’ansia di riscatto (anche noi giornalisti Rai sappiamo cos’è una notizia), tuttavia il confronto tra archivio e ricostruzione è inevitabilmente impari. Ma se l’alternativa è Lorenzo il Magnifico che fa concorrenza a Ridge di Beautiful, viva il tenente Sheridan.
Né Pane né Bianco
L’altro giorno il professor Angelo Panebianco, col piglio e il cipiglio delle grandi occasioni, ha conciato per le feste sul Corriere della Sera i giuristi (molti), gli intellettuali e i giornalisti (pochi) che al referendum costituzionale del 2016 invitarono gli italiani a votare No (come se ce ne fosse bisogno) alla schiforma Renzi-Boschi-Verdini. “Dove sono finiti?” e perché non tuonano contro Grillo e Casaleggio? si domandava con un diavolo per capello e pelo di barba. Sul Fatto gli hanno già risposto Tomaso Montanari e Gianfranco Pasquino: noi stiamo bene, grazie, come speriamo di lei e dei suoi famigliari; continuiamo a difendere la Costituzione ogni qual volta viene messa in discussione (per esempio da alcune norme di molto dubbia legittimità nel decreto Sicurezza appena approvato dal Senato); e, se non invitiamo di nuovo a votare No a un referendum costituzionale, è perché non è alle viste alcun referendum costituzionale. La maggioranza giallo-verde è (fortunatamente) in tutt’altre faccende affaccendata e, visti anche gl’infausti precedenti del centrodestra nel 2006 e del centrosinistra nel 2016, non manifesta alcuna intenzione di riscrivere un terzo della Costituzione. Al momento, quelle di Casaleggio e Giorgetti sulla vetustà del Parlamento come fu pensato nel 1946-48 dai padri costituenti sono soltanto analisi futurologiche. E quello di Grillo sui poteri del capo dello Stato è il suo pensiero, non condiviso dai parlamentari M5S.
Nel Contratto di governo non c’è nulla a riguardo. Gli unici accenni a riforme costituzionali investono singoli articoli della Carta: la sacrosanta riduzione del numero dei parlamentari e la sacrosanta abolizione del Cnel (se Renzi si fosse limitato a quelle, avrebbe stravinto il referendum, e col nostro Sì), i giustissimi referendum propositivi senza quorum e la sbagliatissima (almeno per com’è formulata) introduzione del vincolo di mandato. Una volta scoperto, però, che il prof. Panebianco e la sua barba coltivano un improvviso amore senile per la Costituzione (il classico coup de foudre dei settantenni in calore), ci saremmo aspettati ieri una puntuta intemerata contro i più recenti violatori della Carta. Che non sono i gialloverdi. Ma i renzalfaniani che hanno sgovernato fino al 1° giugno. L’altroieri, nell’indifferenza dei giornaloni che l’hanno nascosta nelle pagine interne, la Corte costituzionale ha dichiarato illegittima una delle tante leggi vergogna del governo Renzi (agosto 2016), che agevolava le soffiate istituzionali sull’inchiesta Consip e su altre indagini riguardanti i politici (di maggioranza).
Quella che imponeva alla polizia giudiziaria di violare il segreto delle indagini per informarne in tempo reale i diretti superiori, cioè i vertici di Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza, dipendenti ai ministri dell’Interno, della Difesa e delle Finanze. Il Fatto, insieme a magistrati come Spataro e Scarpinato, l’aveva denunciata per tempo (Panebianco no). Ora è calata la mannaia della Consulta: legge incostituzionale perché lede le prerogative del pm, cui la polizia giudiziaria deve rispondere in esclusiva, senza interferenze governative. Dunque viene cancellata, anche se in questi due anni ha già fatto danni all’inchiesta Consip e a chissà quante altre (lo scopriremo solo vivendo). E Panebianco e la sua barba? Zitti e mosca. Eppure negli ultimi 15 anni le leggi incostituzionali, regolarmente firmate da Napolitano e Mattarella senza fare un plissé (l’usanza di inviare letterine malmostose ai premier è un’improvvisa novità per il governo Conte), non erano un’eccezione: ma un’abitudine. Tralasciando, per motivi di spazio, quelle di B., ricordiamo quelle del Pd e dei suoi alleati che oggi riscoprono quell’Ufo chiamato Costituzione per pura tattica politica. A fine settembre la Consulta ha raso al suolo un caposaldo del Jobs Act, orgoglio e vanto del renzismo: cioè la rapina “che determina in modo rigido l’indennità spettante al lavoratore ingiustificatamente licenziato”. Sempre a tutela dei lavoratori calpestati dal presunto governo di “sinistra”, ad aprile la Consulta ha bocciato le modifiche al Codice civile, che impedivano al magistrato di compensare le spese di giudizio tra le parti, esponendo i dipendenti costretti a denunciare le aziende per rivendicare i propri diritti al rischio di perdere la causa e dover pure pagare le spese alla controparte.
Incostituzionali anche il progetto di costituire enti unici regionali per il diritto allo studio e il raddoppio surrettizio della durata di una manovra di finanza pubblica a carico delle Regioni a Statuto ordinario (norme contenute nella manovra Gentiloni del 2017). A gennaio la Corte aveva travolto il decreto salva-Ilva, sempre targato Renzi, che consentiva allo stabilimento sequestrato dai giudici di continuare a operare e a inquinare come se nulla fosse, con buona pace dell’incolumità e della salute dei lavoratori e dei cittadini di Taranto. Nel 2017 aveva polverizzato l’Italicum, la legge elettorale incostituzionale che sostituiva quella incostituzionale di B. e Calderoli, detta anche Porcellum (presto sapremo qualcosa del Rosatellum). E nel 2016 aveva semidistrutto la presunta riforma Madia, che calpestava l’autonomia delle Regioni, e massacrato la cosiddetta Buona Scuola (incostituzionali i due punti riguardanti l’edilizia scolastica e gli asili). Un’ecatombe. E Panebianco sempre zitto. La sua ultima filippica sul Corriere si chiudeva così: “In Italia, diceva Giovanni Giolitti, le leggi si applicano ai nemici e si interpretano per gli amici. Vale anche per la Costituzione”. Giusto: e vale anche per le leggi incostituzionali dei suoi beniamini. Forza, prof, non ci deluda: siamo qui tutt’orecchi (e niente barba).
Ddl Pillon, il leader 5 Stelle: “Così non va e non è nel contratto”
la proposta di legge Pillon che prevede l’affidamento condiviso dei figli nelle coppie separate e l’azzeramento dell’assegno di mantenimento “così non va”. Lo ha detto in un’intervista a Elle settimanale il vicepremier e leader del Movimento 5 Stelle Luigi Di Maio, spiegando che “questa legge non è nei programmi di approvazione dei prossimi mesi”. Lo stop al ddl Pillon da parte di Di Maio ribadisce i dubbi del Movimento sul tema, già evidenziati nelle settimane scorse dalle parole di un altro big dei 5 Stelle, Vincenzo Spadafora. D’altra parte, lo stesso ministero della Famiglia fa sapere che si tratta “di una iniziativa parlamentare del senatore Pillon”: “Seguirà il suo iter parlamentare e non è stata sottoposta al giudizio preventivo del ministro Fontana. Come tutte le proposte legislative avrà la possibilità di essere migliorata e modificata”. Tradotto: il ddl contro cui domani sono organizzate proteste in 60 piazze, non è rivendicato dal governo e la sua approvazione, viste le parole dei 5 Stelle, è tutt’altro che scontata.
“Vecchi e Down mi fanno schifo”. Casalino: “Recitavo”
C’è un video di ArcadeTv7 del 2004, pubblicato da Dagospia, in cui un giovane Rocco Casalino – attuale portavoce di Palazzo Chigi e già capo della comunicazione M5S – oltre a parlare di “nazisti ed ebrei”, sostiene che anziani, bambini e down gli “danno fastidio”, lo “irritano” e gli “fanno schifo, come fa schifo un ragno”. “Non ho nessuna voglia di relazionarmi a loro, non ho nessuna voglia di aiutarli, poveretti che gli è capitata ‘sta cosa”, spiega Casalino. A chi gli contesta la parola “schifo”, lui spiega: “È come a te fa schifo il ragno, a me è così. Mi danno proprio fastidio. Mi dà imbarazzo”. Casalino dice che si trattava di una prova di recitazione: “La stampa pubblica vere e proprie bufale sul mio conto, con il solo obiettivo di colpirmi, infangarmi. Questa volta è stato pubblicato un video che risale a oltre 10 anni fa, quando frequentavo il ‘Centro Teatro Attivo’ di Milano, come si vede benissimo dalla lavagna alle mie spalle. In quel corso si sviluppava lo studio dei personaggi, li si interpretava, forzandone i caratteri in maniera anche paradossale e provocatoria. Le mie parole sono inserite in quel contesto e non rappresentano assolutamente il mio pensiero, né oggi né allora”.