La crisi è un’ipotesi: Il lapsus del ministro

Raramente una dichiarazione politica è stata più rivelatrice di quella affidata ieri mattina ai cronisti dal ministro dei Rapporti col Parlamento. Riccardo Fraccaro, tra i 5 Stelle più vicini a Luigi Di Maio, subito dopo il vertice coi leghisti a Palazzo Chigi, teoricamente conclusosi positivamente, ha sentito il bisogno di dire, tra le altre cose, questa: “Anche se dovesse cadere il governo la prescrizione entrerà in vigore comunque dal 1° gennaio 2020”. Come tutti possono notare questa classica excusatio non petita

testimonia, plasticamente, lo stato minimale dei rapporti tra i due partiti di maggioranza: il governo potrebbe cadere – eccome – nei prossimi mesi, prova ne sia che il pensiero agita la mente di un ministro importante (e qui siamo a “la lingua batte dove il dente duole”).

Il lapsus di Fraccaro apre inaspettati scenari nella crisi di nervi dei due non alleati stretti al sempre più evanescente contratto di governo. I mitografi (o mitomani) da Transatlantico nelle ultime settimane fissano l’appuntamento con la storia, per così dire, all’inizio del prossimo anno sotto forma di scossone finanziario: l’esecutivo gialloverde, fiaccato da mesi di polemiche e sospetti reciproci, viene disarcionato dallo spread appena portata a casa la manovra 2019.

A quel punto la via quasi obbligata sarebbero nuove elezioni (a cui, peraltro, né Fraccaro né Di Maio potrebbero partecipare a regole M5S vigenti) in accoppiata con le Europee di fine maggio. Curioso che, a stare ai sondaggi, ne verrebbe probabilmente fuori un governo di centrodestra con tanto di Berlusconi redivivo: sai quanto dura la prescrizione?

“Pensavo di aver trovato pace, poi ecco il pugno nello stomaco”

Paolo Ferraris non aveva mai lavorato per l’Eternit, l’azienda che per anni ha riempito i polmoni dei suoi operai di polvere di amianto. Eppure è morto a soli 49 anni, logorato dall’aria cancerogena che respirava a Casale Monferrato, il paese in provincia di Alessandria dove Eternit aveva un grande stabilimento. Oggi, a 22 anni dalla sua scomparsa, sua moglie Assunta Prato non ha ancora ottenuto giustizia. Stephan Schmidheiny, ex amministratore delegato dell’azienda, è stato condannato in Appello a 18 anni di carcere per disastro ambientale, ma nel 2014 la Cassazione ha annullato tutto, sancendo la prescrizione dell’imputato. “Nei primi due gradi di giudizio avevo la sensazione di aver ottenuto giustizia – dice Assunta Prato – anche perché era un processo molto sentito dalla comunità, ogni volta partivano pullman per partecipare alle centinaia di udienze a Torino”. Prato ammette di aver temuto un rinvio in Corte d’appello, “ma non di certo la prescrizione”: “Dissero che il reato si era compiuto fino al 1986, anno di chiusura della fabbrica, ma in realtà le polveri dello stabilimento hanno continuato a inquinare l’aria fino alla bonifica del 2006”. E in effetti, quando Eternit chiuse, in paese rimase una bomba cancerogena di 92mila metri quadrati a cielo aperto, l’equivalente di sedici campi di calcio: “Sentire la parola ‘prescrizione’ dai giudici è stata un pugno nello stomaco. Avere fiducia nella giustizia per me è veramente difficile”.

“La morte di mio figlio resterà per sempre senza un colpevole”

“La prescrizione è nemica della civiltà, è stata la ghigliottina delle nostre speranze”. A parlare è Sergio Bianchi, padre di Nicola, un ragazzo di 22 anni che il 6 aprile del 2009 perse la vita nel crollo di una palazzina in via D’Annunzio, a L’Aquila. Nove anni non sono stati sufficienti a trovare un colpevole per quel disastro, in cui oltre a Nicola morirono dodici persone. L’unico imputato arrivato fino alla Cassazione è stato Fabrizio Cimino, ingegnere inizialmente indicato come responsabile dei pessimi lavori di restauro sull’edificio crollato, ma poi assolto “perché il fatto non sussiste”. Ancor prima dell’ultima pronuncia, nel maggio del 2017, il caso era già caduto nel vuoto, essendo trascorsi i sette anni e mezzo necessari alla prescrizione. “Tra le lungaggini delle indagini e quelle per il deposito delle sentenze, nessuno ha pagato”, si sfoga Bianchi. “Il nostro ordinamento ha mille tutele per gli imputati, ma non pensa mai alle vittime”. Senza un colpevole e senza più speranza di giustizia, alla famiglia di Nicola resta un comitato, l’Associazione vittime universitarie Sisma 6 aprile 2009, dedicato agli studenti fuori sede che, come Nicola, persero la vita quella notte: “Ormai non è più un modo per chiedere giustizia per mio figlio, perché non l’avremo mai – spiega Bianchi – ma un tentativo di fare sistema con gli altri familiari delle vittime che hanno vissuto drammi simili ai nostri, in tutta Italia. Insieme a loro, chiediamo che non si ripetano più ingiustizie del genere”.

“Per Genova spero nella giustizia. Senza, non esiste più comunità”

“Non auguro a nessuno, nemmeno ai responsabili del crollo del ponte, di soffrire quello che stiamo soffrendo noi. Noi non vogliamo vendetta. Ma giustizia sì”. Egle Possetti nel crollo del Morandi ha perso la sorella Claudia, i due nipoti, e il cognato. La sua famiglia è stata inghiottita la mattina del 14 agosto nella voragine che si è aperta sotto le ruote della loro auto. Egle ha la voce piana, lenta mentre cerca di raccontare cosa sta passando oggi: “Va a giorni. Ci sono momenti che mi pare di farcela, poi d’improvviso, magari mentre sto lavorando, mi prende il pensiero e sento una fitta fortissima. Nei giorni scorsi era il compleanno di mia sorella e di mia nipote. E poi è arrivato il momento di svuotare la loro casa…”. Egle Possetti racconta di aver smesso di guardare i telegiornali perché ogni immagine del ponte le riaccendeva il dolore. Ma lei è sempre stata impegnata, ha fatto politica, così oggi segue il dibattito sulla prescrizione: “Ho sempre creduto in uno stato democratico, ma se chi ha sbagliato non paga per le proprie responsabilità non esiste più una comunità. Non c’è più la giustizia e non ci sono regole. Ripeto: servono pene esemplari anche perché una tragedia come questa non capiti più e chi deve vigilare lo faccia. Non ho desiderio di vendetta e il desiderio di vedere puniti i colpevoli non può diventare lo scopo della nostra vita. Nessuno ci restituirà le persone che abbiamo amato, è un dolore troppo grande. Non lo auguro a nessuno”.

“Per noi è tardi, ma la battaglia va fatta pensando al futuro”

“Per noi è tardi, la prescrizione farà cadere alcune accuse per la strage di Viareggio. Ma non si fa una battaglia pensando solo al proprio orticello. Bisogna guardare anche al futuro”. Daniela Rombi è una delle anime dell’associazione ‘Il mondo che vorrei’. Quel giorno perse la figlia Emanuela. Era il 29 giugno 2009, morirono 33 persone. Ricorda Daniela Rombi: “Mia figlia rimase tra la vita e la morte per 42 giorni. Poi si arrese”. Da allora cominciò un’indagine che ha richiesto anni. Poi il processo, altrettanto complesso, visto il numero e il peso degli imputati. Il 31 gennaio del 2017 è arrivata la sentenza di primo grado con le condanne. Nei prossimi giorni a Firenze comincerà l’appello. Marco Piagentini – che rimase gravemente ferito e perse due figli e la moglie – avverte: “Resteranno in piedi le accuse di disastro ferroviario. Mentre l’incendio e forse le lesioni sono destinate alla prescrizione. Ma l’incognita è l’aggravante di incidente sul lavoro che è stata riconosciuta in primo grado (e garantisce termini di prescrizione più lunghi). Se l’appello non dovesse riconoscerla, sarebbe spazzato via anche l’omicidio colposo plurimo”. I familiari delle vittime lo hanno sempre spiegato: “Per noi è un dolore. Non per l’entità della pena, ma perché vogliamo tutta la verità. Senza che parte della tragedia e delle responsabilità siano cancellate”. Aggiunge Rombi: “Durante il processo abbiamo assistito a manfrine e tentativi di allungare i tempi. Se io fossi innocente, vorrei un processo rapido. Altrimenti la prescrizione diventa negazione della verità”.

Il lodo tra Salvini e Di Maio: ecco la prescrizione differita

L’accordo c’è. Quindi il contratto, ossia il governo, non è saltato, come minacciava sul Fatto di ieri Luigi Di Maio in caso di frattura. In meno di un’ora, ieri mattina a Palazzo Chigi, lui e Salvini hanno formalizzato l’intesa sulla prescrizione, una rogna più o meno risolta già in nottata. E allora strette di mano, tra il premier Giuseppe Conte, il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede e i due vicepremier. Ma se ieri non è stata guerra, da oggi non sarà pace. Perché nella maggioranza è caos calmo, fatto di verità diverse ed emendamenti che sembrano stilettate. Con i Cinque Stelle che gridano vittoria, perché la riforma della prescrizione si farà nelle modalità che pretendevano: ovvero dentro il disegno di legge Anticorruzione (a cui è stato abbinato un ddl presentato dal grillino Andrea Colletti) e fermando la decorrenza dei termini dopo la sentenza di primo grado per tutti i reati, senza limiti.

Però il Carroccio ha incassato una contropartita, già proposta da Bonafede lunedì alla delegazione leghista che aveva incontrato, ossia lo slittamento dell’entrata in vigore della riforma al 2020, a cui si aggiunge una condizione tutta politica: entro la fine del 2019 il governo dovrà realizzare una riforma del processo penale per snellirne i tempi. Altrimenti il Carroccio farà traballare la prescrizione. Un rischio insito nell’emendamento che verrà presentato entro lunedì: “La riforma entrerà in vigore un anno esatto dopo l’approvazione del ddl Anticorruzione”.

E l’avviso all’alleato grillino lo scandisce uscendo da Palazzo Chigi il ministro per la Pubblica amministrazione Giulia Bongiorno, già avvocato del Giulio Andreotti che fu prescritto: “La delega al governo sul processo penale scadrà un mese prima rispetto all’entrata in vigore della prescrizione. La riforma del processo va fatta entro il 2019, altrimenti ci sarà un altro tavolo in cui valuteremo correzioni all’altra norma. Così siamo tutti garantiti”. Ergo, senza il nuovo processo, la Lega proverà a far slittare ancora la riforma a 5Stelle, con una proroga. O peggio, varerà proposte per smontarla. “I voti si troverebbero”, ammicca un leghista dentro la Camera. Attorno a lui, gli echi dell’ira degli altri, delle opposizioni. Perché in mattinata, nella riunione congiunta delle commissioni Giustizia e Affari costituzionali, invocavano la presenza di Bonafede, che invece su Facebook celebrava l’accordo. Nel frattempo Lega e 5Stelle si sono votati l’allargamento del disegno di legge Anticorruzione alla prescrizione. E sono dovuti intervenire i commessi per scongiurare la rissa. Poi Forza Italia ha occupato i banchi del governo in Aula. Fuori, le voci di chi dice di aver vinto ma che deve già tutelarsi. Per esempio Di Maio, che al fattoquotidiano.it dice: “Prescrizione e riforma del processo penale sono leggi separate”.

Ma Bongiorno lo ripete, ovunque: “Riforma del processo e prescrizione sono inscindibili”. Intanto si tratta. Perché il Carroccio ha presentato una pioggia di emendamenti contro le norme sulla trasparenza di fondazioni e partiti, anche queste nel ddl “spazza-corrotti”. E per ritirarli vuole innanzitutto che il Movimento ritocchi il limite di 500 euro sopra il quale andranno rese pubbliche tutte le donazioni. “Noi vorremmo alzarlo un pochino”, conferma Igor Iezzi, capogruppo in Affari costituzionali. Però il M5S fa muro. E spara contro il solito nemico, Giancarlo Giorgetti: “Il tetto dei 500 euro lo ha voluto lui, per noi poteva essere di 100 euro”.

Dal Carroccio rispondono: “Il Movimento fa un favore alla piattaforma di Casaleggio, Rousseau, che incassa in gran parte donazioni sotto i 500 euro”. Al Fatto, il vicecapogruppo del M5S Francesco Silvestri: “Questa polemica è quasi un favore a Rousseau, che rendiconta tutto. E noi non facciamo le norme su misura della piattaforma”. E il limite dei 500 euro si può toccare? “Le cose si cambiano se c’è una buona ragione. E io questa ragione finora non l’ho sentita. La Lega si affidi a noi, in tema di trasparenza”. Nel frattempo la capigruppo ha stilato il calendario dei lavori sul disegno di legge, che dovrà essere in aula lunedì 19. Poi ci sono i malumori in casa 5Stelle: repressi.

Però si palesa Andrea Colletti, avvocato, ex capogruppo del M5S in commissione Giustizia: “L’entrata in vigore della riforma sulla prescrizione a gennaio 2020 è una cagata pazzesca”. Lui l’avrebbe voluta dal rinvio a giudizio, e subito. E ora pensa di presentare un emendamento per cancellare il rinvio al 2020. Infine, Piercamillo Davigo, consigliere del Csm: “La prescrizione si applica solo ai reati commessi dopo la sua entrata in vigore. Gli effetti della riforma si vedranno quando sarò morto”.

Il governo ha scelto: Blangiardo nuovo presidente Istat

Il nuovo presidente dell’Istat sarà Gian Carlo Blangiardo. Lo ha deciso ieri il Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro per la pubblica amministrazione Giulia Bongiorno, deliberando l’avvio della procedura per la nomina del professore a Presidente dell’Istituto nazionale di statistica. La designazione sarà ora sottoposta al parere delle Commissioni parlamentari competenti. Il nome di Blangiardo circolava già da mesi per la successione di Giorgio Alleva., il cui mandato è scaduto lo scorso luglio Il professore, demografo docente all’Università Bicocca di Milano, è considerato di area leghista. Classe 1948, Blangiardo ha già fatto parte di commissioni scientifiche dell’Istat, come ad esempio nella task force conosciuta come “Oltre il Pil”. Lo scorso anno fu protagonista di una polemica con il presidente dell’Inps Tito Boeri, rèo di aver rivendicato l’importanza dell’immigrazione per la salute dell’ente pensionistico: “I contributi versati dagli immigrati sono un prestito, non un regalo – aveva dichiarato Blangiardo a Libero – Non si può mica sperare che gli immigrati si dimentichino di quanto hanno versato in Italia e se ne tornino nei paesi d’origine senza reclamarlo“.

Glovo si prende Foodora, ma non i suoi rider

Quando tra qualche mese Glovo, la multinazionale spagnola del cibo a domicilio, completerà l’acquisto della tedesca Foodora, in Italia si assisterà al primo licenziamento collettivo di rider della storia nazionale. Dopo la fusione, infatti, Foodora chiuderà bottega nel nostro Paese e interromperà il contratto di lavoro con tutti i suoi circa 2mila fattorini. Saranno mandati a casa e non potranno opporsi: dovranno restituire lo zaino rosa e cercare un nuovo impiego.

Glovo, che ingloberà la (ex) concorrente, non è obbligata a riassorbirli e non intende farlo. Al massimo, ha detto al Fatto Quotidiano, non porrà limitazioni se vorranno candidarsi per entrare a far parte della sua flotta. Ma se saranno “assunti”, avverrà alle sue condizioni, non a quelle di Foodora che, per i suoi, aveva comunque previsto un co.co.co. e retribuzioni fisse. Le piattaforme che portano le pizze a casa, infatti, hanno sempre negato ai rider lo stato di dipendenti, reclutandoli come collaboratori autonomi o al massimo co.co.co. I fattorini, pur essendo l’anima di questo settore, tecnicamente non sono conteggiati nell’organico. Quindi, quando un’azienda passa da una società a un’altra, quella che compra non è obbligata a farsene carico perché la tutela dell’occupazione è assicurata solo a chi è formalmente dipendente.

L’app tedesca, come mostra uno studio aggiornato al 2016 dell’Inapp, centro ricerche del ministero del Lavoro, ha circa 50 dipendenti e quasi 2mila rider assunti con contratto di collaborazione coordinata e continuativa. Quindi, solo i primi saranno tutelati, visto che i secondi non rientrano nel perimetro dei subordinati. Il 48% dei “licenziati” è formato da studenti che arrotondano, e magari per loro non sarà un dramma. Il problema sarà per l’altra metà.

Sul piano delle norme non si tratterà di un licenziamento collettivo, perché non c’è formale riduzione dell’organico aziendale e questo allontanamento non richiederà nemmeno una trattativa sindacale. Le associazioni di fattorini hanno sempre chiesto di essere riconosciuti come subordinati, ottenendo il netto rifiuto di Foodora e le altre. La battaglia è finita in Tribunale e hanno avuto ragione le app. I rider sono liberi di scegliersi i turni di lavoro quindi è corretto inquadrarli come autonomi, sostengono i magistrati. Forti di queste sentenze, le multinazionali hanno continuato a stipulare collaborazioni occasionali.

Foodora, però, ha scelto una formula sì flessibile ma che riconosce un minimo di tutele previdenziali e assicurative: il co.co.co. Per quanto spesso descritta come cattiva, in realtà la piattaforma tedesca è quella che ha offerto le migliori condizioni del mercato, con retribuzioni che non variano a seconda dei voti ottenuti dai rider (il rating). Glovo, invece, usa la collaborazione occasionale (praticamente la Partita Iva) e offre paghe che “dipendono dall’esperienza e dai feedback di ristoranti e clienti”, si legge sul sito. Quando è stata diffusa la notizia dell’acquisizione, le associazioni dei fattorini hanno chiesto chiarimenti sul destino dei collaboratori di Foodora, senza ottenere risposte esplicite. “Mercoledì, durante il tavolo al ministero dello Sviluppo economico – raccontano da Riders Union Bologna – abbiamo di nuovo posto la domanda e hanno risposto alzandosi e andandosene”.

Interpellati dal Fatto, hanno finalmente svelato le intenzioni: “Foodora – spiegano da Glovo – rispetterà tutti i contratti in essere dei rider finora in forze continuando le attività. A seguito della chiusura del servizio di Foodora tutti gli ex rider Foodora saranno liberi di candidarsi come glovers, senza nessuna limitazione”. Insomma, perderanno certamente il posto presso Foodora, con le sue tutele minime. Però possono consolarsi: se vorranno diventare collaboratori occasionali di Glovo, non sarà vietato loro di provarci. “Come è umano lei!”, direbbe Fantozzi.

Più che il deficit al 2,9%, l’Ue teme il contagio alle banche

Il ministero dell’Economia liquida tutto come il frutto di “un’analisi non attenta e parziale”, combinata con una “défaillance tecnica”: la Commissione europea avrebbe sbagliato i conti nelle sue previsioni economiche d’autunno presentate ieri che vedono il deficit atteso per il 2019 al 2,9 per cento del Pil invece che al 2,4 annunciato dal governo. I toni di questa nota senza firma, che appare sul sito del ministero dell’Economia, sono sorprendentemente ruvidi. Eppure, i numeri presentati da Bruxelles sono meno negativi di quello che il governo italiano poteva temere, anche se diventano la base per una bocciatura ormai certa della legge di Bilancio la prossima settimana.

La Commissione Ue si aspetta, dopo una crescita del Pil dell’1,1 per cento nel 2018, un aumento dell’1,2 nel 2019. Che è meno dell’1,5 programmato dal governo e implica un effetto molto limitato delle misure annunciate, ma sarebbe comunque un buon risultato vista l’attuale congiuntura, con il Pil italiano che si è fermato nel terzo trimestre 2019 e con le fosche attese sul rallentamento del commercio mondiale nel 2019.

La stima del deficit del prossimo anno è invece molto diversa da quella ufficiale del governo: 2,9 per cento del Pil invece che 2,4, 7-8 miliardi in più. I numeri del governo sono stati bocciati dall’Upb, l’autorità italiana indipendente sui conti pubblici, e anche la Commissione non crede ai calcoli del Tesoro.

Tutto questo era abbastanza atteso, più sorprendente è il lungo approfondimento che i tecnici della Commissione dedicano all’effetto dell’aumento dello spread sul debito italiano e alla possibilità che possa innescare una crisi bancaria o addirittura mettere in pericolo l’euro, come accaduto nel 2011.

Un aumento di 100 punti di spread – che è la differenza di costo tra il debito italiano a 10 anni e quello tedesco di pari durata – determina una perdita del 4 per cento del valore di titoli di Stato che le banche hanno in bilancio (pari al 10 per cento del totale). L’effetto è che il parametro che misura la solidità del capitale scende dello 0,4 per cento. Spiacevole, ma non una catastrofe.

Però non si può sottovalutare la situazione anche se “le tensioni attuali sul debito pubblico italiano e le connessioni tra banche nazionali e titoli di Stato non hanno spinto le banche ad alzare i tassi di interessi o a restringere i prestiti a famiglie e imprese”. Qualche conseguenza già c’è, la Commissione segnala “il contagio dal debito pubblico italiano alle obbligazioni private italiane”. Tradotto: se lo Stato paga tassi di interessi più alti perché come debitore ha perso credibilità, questo determina già un aumento del costo di finanziamento per le imprese che emettono bond. E solo per quelle italiane, che si trovano così sfavorite rispetto alla concorrenza straniera.

Se rivolgersi al mercato è più costoso, sempre più imprese sceglieranno di finanziarsi chiedendo soldi alle banche invece che tramite bond. E quindi anche il costo del credito bancario è destinato a salire. Dai calcoli della Commissione si vede che dopo il 2011 i tassi praticati a famiglie e imprese italiane non si sono ridotti in modo proporzionale al calo dello spread (sceso per le politiche della Bce), le banche hanno beneficiato quindi di un cuscinetto di ricavi che permette ora di non alzare subito i prezzi. Ma ora i costi per le banche stanno salendo (colpa dello spread) e quindi presto potrebbero salire i costi per i loro clienti.

Questo circolo vizioso potrebbe avere conseguenze “sul settore bancario di tutta l’eurozona”, avverte la Commissione.

Decreto fiscale, Lega propone un condono anche per Imu e Tasi

Estenderela sanatoria del decreto fiscale anche alle entrate comunali, dall’Imu alla Tasi, all’imposta sulle insegne. È la proposta contenuta in un emendamento della Lega al decreto fiscale. “Con riferimento alle entrate, anche tributarie, dei Comuni, non riscosse a seguito di provvedimenti di ingiunzione fiscale, notificati, negli anni dal 2000 al 2017, dagli enti stessi e dai concessionari della riscossione, i medesimi enti locali – si legge – possono stabilire, entro il termine fissato per la deliberazione del bilancio annuale di previsione, l’esclusione delle sanzioni”. In tutto i senatori hanno depositato 578 emendamenti, che andranno al voto, probabilmente, a partire dalla metà della prossima settimana. Un centinaio quelli della maggioranza. Un’altra richiesta della Lega è quella di introdurre una nuova tassa, che vada a rimpinguare il Fondo infrastrutture del Mef, da applicare su tutti i trasferimenti in denaro nei Paesi extra Ue, un prelievo dell’1,5 per cento su tutte le operazioni sopra i 10 euro, mentre si prospetta lo stop alla patente per gli ‘evasori seriali’ dell’Rc auto.