La pace armata con Bankitalia (e il Quirinale)

Il codicillo che “condona” Banca d’Italia e Consob per le (eventuali) colpe in vigilando nelle crisi bancarie e solleva Intesa da (eventuali) risarcimenti – ora rinnegato e attribuito alla solita “manina” da M5S e Lega – pare in realtà il piccolo segnale di una strategia mutata dentro l’esecutivo e in un pezzo non piccolo della maggioranza.

Troppi fronti aperti per un Paese debole e sotto attacco. Se la guerra si deve combattere con Bruxelles, insomma, e mentre lo spread si agita a ogni dichiarazione, è consigliabile almeno una pace, per quanto armata, all’interno dei confini. La controparte più sospettosa e potente nei confronti dei gialloverdi, finora, è stata Banca d’Italia, il cui governatore ha dalla sua il non piccolo atout di essere assai ascoltato dal capo dello Stato Sergio Mattarella. Tradotto: serve una pace con Ignazio Visco, i cui rapporti con Lega e 5 Stelle sono pessimi fin dalla scorsa legislatura, quando Palazzo Koch fu (giustamente) messa sulla graticola per i suoi peccati in opere e omissioni nel tracollo di un pezzo del nostro sistema bancario.

Il “salvacondotto” inserito nella manovra – e che ora si finge di non conoscere – è un primo segnale di questa tregua. Armata, ovviamente. La commissione d’inchiesta sulle banche, appena approvata dal Senato, è ad esempio una bella pistola appoggiata sul tavolo: i suoi campi d’indagine sono vasti come il mondo, ma tra loro ci sono ovviamente anche la pessima gestione degli anni recenti e, ad esempio, “le disposizioni emanate dalle autorità di vigilanza” alle banche sui “crediti deteriorati”, la cui svalutazione ha ucciso i bilanci degli istituti italiani e il loro valore di Borsa (chi ricorda il balletto sul “prezzo” folle attribuito per decreto alle sofferenze di Etruria & C. capisce che tipo di vaso di Pandora potrebbe aprirsi).

Una pistola carica, come si vede, ma non tutte le pistole cariche sono destinate a sparare: la direzione che prenderà l’inchiesta parlamentare sarà dettata anche e soprattutto da chi presiederà la commissione e da chi ne farà parte; rassicurazioni su una gestione responsabile dell’indagine sono già arrivate al governatore, che si fida e non si fida.

In questo tentativo di appeasement rientra il presidente di Consob, l’Autorità di controllo sulla Borsa, sulla cui procedura di nomina il Quirinale ha un discreto potere. Il candidato dei 5 Stelle, com’è noto, è Marcello Minenna, dirigente della stessa Consob che ha la benedizione di Luigi Di Maio e la non ostilità di Mattarella, ma non piace affatto a Ignazio Visco, che al Colle – come detto – è assai ascoltato. La Lega, dunque, vorrebbe proporre al Quirinale un candidato meno indigesto a via Nazionale e più in continuità con la passata gestione (non proprio commendevole, per così dire), proposta che peraltro non incontra l’ostilità dei grillini più sensibili ai giochi di palazzo e alla continuità eterna del potere.

Problema: dentro i 5 Stelle c’è anche chi (il senatore Elio Lannutti lo ha detto pubblicamente) non ha intenzione di cedere né su Minenna, né sull’attacco a Bankitalia. Troppi fronti aperti, però, per un esercito così diviso.

Carige, crisi infinita. Dopo l’ispezione Bce rischia altre perdite

Non c’è pace per Carige. Da una parte la Bce, dopo un’ispezione, aveva chiesto nuovi accantonamenti (eseguiti solo per il 5% dal vecchio cda). Mentre nell’ultimo mese e mezzo il 38,65% delle azioni è passato di mano. E ieri a Piazza Affari il titolo è sceso a 0,0041 euro (-8,9%), nuovo minimo storico.

Ma partiamo dall’ispezione sul credito compiuta tra aprile e agosto da Bankitalia per conto della Bce. La seconda in un paio d’anni. La precedente si era conclusa con l’indicazione di disporre accantonamenti per 300 milioni. Operazione eseguita. Ad agosto gli ispettori hanno chiesto ulteriori accantonamenti: “Intorno ai cento milioni”, riferiscono fonti Bankitalia. Carige, interpellata dal cronista, non commenta. L’ultimo cda, ad agosto, ne avrebbe disposto circa il 5%. Ora la patata bollente passa ai nuovi vertici eletti il 21 settembre. Ma da allora i titoli Carige sono stati oggetto di scambi vorticosi. Ieri nel finale di seduta si sono registrati ordini di vendita (uno singolo da 49,5 milioni di pezzi) che hanno alimentato i timori. Nel complesso sono passate di mano 576 milioni di azioni, poco più dell’1% del capitale. Carige ha bruciato più della metà di quanto raccolto con l’aumento di capitale del dicembre 2017. La capitalizzazione è scesa a 226 milioni. Il prossimo cda – previsto per lunedì – oltre ad approvare i risultati del terzo trimestre, dovrà affrontare la questione degli accantonamenti indicati dalla Bce. Ma dovranno anche essere rese note le strategie con cui la banca intende ripristinare i coefficienti patrimoniali richiesti dall’Europa. Resta da definire il percorso verso eventuali fusioni (con il rischio, dal punto di vista dell’economia genovese, dell’incorporazione da parte di istituti più grandi o fondi). Allo studio c’è l’emissione di un bond da almeno 200 milioni.

“Manina” sullo scudo banche. Sotto accusa l’uomo di Tria

Ormai la cosiddetta “manina” può a buon diritto sedersi ai banchi del governo. Sarebbe intervenuta anche sull’ultima norma contestata, quella che alza uno scudo a difesa delle banche e delle autorità di vigilanza prevista nell’articolo della manovra sui rimborsi ai truffati di Etruria & C. Ieri M5S e Lega hanno accusato il Tesoro di aver voluto inserire all’ultimo il cavillo che ha fatto infuriare le associazioni dei risparmiatori. Facendo trapelare il nome: “È stato chiesto dal direttore generale del Tesoro, Alessandro Rivera”.

Breve riassunto. Il governo ha deciso di stanziare 1,5 miliardi per rimborsare gli ex azionisti di banca Etruria, Marche, Carife e CariChieti e delle due popolari venete nella misura del 30% del danno subito e con un tetto a 100 mila euro. Nel testo dell’articolo della legge di Bilancio, però – ha rivelato il Fatto – è stato inserito un sub-comma che impedisce, a chi accetta il rimborso, qualsiasi azione di rivalsa contro le banche nate sulle ceneri di quelle finite in dissesto (Ubi per le quattro, e Intesa per Popolare di Vicenza e Veneto Banca) e gli organismi di controllo, cioè Consob e Bankitalia le cui responsabilità nella mancata vigilanza stanno emergendo nei tribunali. Una sanatoria per chiudere la stagione delle crisi bancarie. Lo scudo rende impossibile rivalersi in sede giudiziaria del restante 70%. Norma che non era prevista nei ristori per gli obbligazionisti previsti dal governo Renzi.

Ieri le associazioni dei risparmiatori ne hanno chiesto conto infuriate ai sottosegretari Massimo Bitonci (Lega) e Alessio Villarosa (M5S), che avevano lavorato al testo, in un convulso incontro al ministero dell’Economia. I due hanno spiegato che la norma non doveva essere inserita e verrà tolta. Perché allora è comparsa? La spiegazione fornita è che il testo iniziale non la prevedeva, ma è stata aggiunta all’ultimo dal Tesoro che aveva sollevato dubbi. Diversi presenti dicono di aver sentito Bitonci dire che a chiederla è stato “il dg del Tesoro Rivera”, disattendendo, a quanto pare, la linea politica.

Il pasticcio rischia di mettere in serio imbarazzo il governo. 5Stelle e Lega giurano che sarà cambiata. “Non sarà più tollerata la solita manina del Mef, che all’insaputa del governo cambia arbitrariamente le carte in tavola. La stesura originaria nella legge di Bilancio, che non contemplava l’esonero di responsabilità dei banchieri, Consob e Bankitalia, sarà ripristinata”, ha attaccato ieri il senatore M5S, Elio Lannutti. Le associazioni non si fidano e hanno chiesto che a garantire lo stop siano direttamente Matteo Salvini e Luigi Di Maio. Quest’ultimo, previsto all’incontro, ha significativamente disertato per impegni urgenti. Il governo tace. La partita non è chiusa.

La versione del Tesoro è diversa. Nell’interlocuzione con Villarosa, Rivera avrebbe chiesto la norma con una motivazione che riguarda le popolari venete, liquidate e regalate a Intesa con un contributo pubblico: evitare che gli azionisti facessero causa agli istituti in liquidazione per poi vedersi pagare con i fondi destinati invece a rimborsare il prestito statale. Costringendo i commissari liquidatori a opporsi in sede giudiziale, con il rischio di contenziosi infiniti (e rimborsi incerti).

Il malumore degli alleati, soprattutto tra i 5Stelle, è anche l’ultimo episodio dello scontro con i tecnici del ministero guidato da Giovanni Tria, che ha promosso Rivera, capo della Direzione banche sotto Padoan, a direttore generale contro il parere dei grillini. Lo scontro si è acuito durante la manovra, con i tecnici del Tesoro a fare argine alle richieste degli alleati. M5s vuole anche le dimissioni del capo di gabinetto Roberto Garofoli.

Desirée, i primi test tossicologici: “Drogata quella sera”

Continuanole indagini dei magistrati romani sulla morte di Desirée Mariottini. Dall’esame tossicologico è emerso che la ragazza ha assunto il mix di sostanze stupefacenti la sera stessa della morte. Circostanza, questa, che di fatto aggrava la posizione di chi si trovava con lei nello stabile di via dei Lucani, nel quartiere San Lorenzo, e che ora è accusato di aver ceduto sostanze alla ragazza. Le attività investigative, dirette dai pm Maria Monteleone e Stefano Pizza, si stanno intanto concentrando sulle farmacie della zona, con l’obiettivo di tracciare l’acquisto del Quentiax 300, psicofarmaco usato per la schizofrenia e il disturbo bipolare, e risalire così all’italiano Marco, che secondo alcune testimonianze lo avrebbe venduto nello stabile abbandonato nel pomeriggio del 18 ottobre. Per oggi è attesa la decisione del Tribunale del Riesame sulle istanze di scarcerazione presentate dai legali del senegalese Gara Mamadou, del connazionale Brian Minteh e del nigeriano Chima Alinno. Sono accusati di violenza sessuale di gruppo e omicidio volontario aggravato. Reato che il Tribunale di Foggia ha invece fatto decadere nei confronti di un quarto fermato, il ghanese Yusuf Salia.

Consip, gli ingressi a Palazzo Chigi che hanno incastrato Luca Lotti

L’accusa contro Luca Lotti e le altre presunte “gole profonde istituzionali” è partita a Napoli ma è decollata a Roma. Ora che si possono consultare le carte depositate dai pm romani per la chiusura indagine nei confronti dell’ex ministro dello Sport si può vedere il gran lavoro che è stato fatto sulla fuga di notizie “istituzionale” che ha bruciato l’inchiesta Consip.

Basta leggere gli atti per capire che gli elementi più forti per una, a questo punto probabile, richiesta di rinvio a giudizio sono stati acquisiti dai pm di Roma Mario Palazzi, Paolo Ielo e Giuseppe Pignatone. I magistrati di Napoli avevano in mano il verbale di Luigi Marroni, l’ex amministratore di Consip che ha puntato il dito contro Lotti il 20 dicembre del 2016. Però, senza gli accertamenti dei magistrati di Piazzale Clodio, il reato di favoreggiamento ipotizzato per la prima volta a Napoli, sarebbe stato ben più difficile da sorreggere in un eventuale processo.

Gli elementi di riscontro nuovi e più importanti, scovati dai carabinieri del Nucleo Investigativo di Roma guidato dal maggiore Lorenzo D’Aloia, sono due: le richieste presentate da Luigi Marroni proprio a Napoli in tempi “sospetti”, cioè quando l’inchiesta sarebbe dovuta essere segreta, per conoscere la propria posizione, guarda caso, proprio davanti ai magistrati partenopei. Non solo di Roma e Firenze.

E poi gli ingressi a Palazzo Chigi dell’ex manager che dimostrano come le accuse a Lotti non si basano solo su dichiarazioni.

Consapevoli di dovere giocare una partita ostica con all’attivo le parole di un testimone solo, Luigi Marroni, contro quelle di quattro indagati autorevoli come due generalissimi dell’Arma, Tullio Del Sette e Emanuele Saltalamacchia, un ex ministro come Lotti, più un presidente di municipalizzata come Filippo Vannoni, i Carabinieri di Roma, su delega dei magistrati romani, hanno svolto un lavoro all’antica. Così i pm Paolo Ielo e Mario Palazzi hanno verificato le affermazioni di Marroni, arrivando a una conclusione: anche Luca Lotti, ex ministro, ex sottosegretario, sempre renzianissimo, è tra coloro che mise in guardia il manager sull’esistenza di un’inchiesta sui vertici e di intercettazioni in corso. Lotti adesso è accusato di favoreggiamento insieme al generale Emanuele Saltalamacchia, al presidente della fiorentina Publiacqua Filippo Vannoni e all’ex comandante generale Tullio Del Sette, accusato anche di rivelazione di segreto.

Innanzitutto i magistrati capitolini non hanno dubbi che Marroni sapesse dell’inchiesta.

Non lo prova solo la bonifica del proprio ufficio ordinata da Marroni a metà dicembre 2016, quando poi i carabinieri del Noe (che all’epoca avevano la delega a indagare) entrano su ordine dei pm di Napoli per chiedere a Marroni chi lo avesse avvertito ottenendo in risposta i quattro nomi che ora rischiano di finire a processo: Del Sette, Saltalamacchia, Vannoni e Lotti.

La dimostrazione che Marroni sapesse sta nelle richieste dei suoi avvocati: a Firenze, Roma e Napoli nel 2016 – quindi prima che l’indagine finisse sui giornali – i legali fanno una richiesta ex articolo 335 del codice di procedura penale, che serve per sapere dalle procure se si è sotto inchiesta. Firenze è la città di Marroni e Roma è il suo luogo di lavora, ma perché a Napoli?

I pm pensano di farselo spiegare dall’avvocato Daniele Ripamonti, che per una decina d’anni è stato consulente legale della Consip e che tramite il suo studio fa le richieste per conto di Marroni.

“La questione venne trattata da Marroni, davanti all’avvocato Beneventi in Consip”, spiega ai magistrati che lo sentono come persona informata sui fatti il 23 gennaio 2018. Aggiunge un dettaglio: “Stranamente l’incontro avvenne non negli uffici del- l’amministratore delegato o della Beneventi, cosa che trovai abbastanza strana in considerazione del fatto che ero loro consulente da circa 10 anni, ma nella sala di attesa al IV piano”. Per i pm la richiesta e le sue modalità dimostrano che Marroni conosceva l’esistenza delle indagini e delle intercettazioni su Consip a Napoli.

Per questo spediva il suo legale sotto al Vesuvio e gli dava l’incarico in un luogo dove sperava non ci fossero cimici. “Marroni – continua Ripamonti – disse di aver appreso di essere sotto indagini, non ricordo bene se menzionò anche il fatto di essere intercettato, e concordammo l’opportunità di una richiesta di accesso ex articolo 335. Alla fine della discussione io proposi di fare la richiesta di 335 a Firenze e Roma, ed egli disse: ‘Aggiunge anche Napoli’”.

I pm romani hanno trovato anche riscontri sul luogo dove è avvenuto l’incontro del 3 agosto 2016, quello nel quale, secondo Marroni, Lotti gli avrebbe svelato l’esistenza dell’inchiesta.

Di questo si parla anche in un confronto all’americana tra Marroni e Lotti del 29 aprile 2018. L’incontro, secondo quanto racconto ai pm dal manager, “non era a Palazzo Chigi, era a Largo Colonna, negli uffici che ha la presidenza del Consiglio sopra la galleria”. Marroni aggiunge: “Poi siamo scesi e l’ho accompagnato a piedi quei cento metri che separano quegli uffici dagli uffici di Palazzo Chigi veri e propri”.

Il 14 luglio, Lotti ai pm dice: “Avevo la disponibilità di due diversi uffici, a Palazzo Chigi e a Largo Chigi. Normalmente, anche se non esclusivamente, utilizzavo il primo per gli incontri istituzionali: non ricordo se l’incontro del 3 agosto 2016 sia avvenuto a Largo Chigi o a Palazzo Chigi, anche se è più probabile in questa’ultima sede”.

La procura delega i carabinieri a chiarire “quali varchi della Presidenza del Consiglio del ministri è stata utilizzata, durante il mese di agosto 2016, la tessera Vip consegnata a Marroni per l’accesso del 3 agosto 2016”. Il 23 marzo Palazzo Chigi risponde: “È stata utilizzata esclusivamente per l’accesso presso la sede di Largo Chigi”.

Proprio come diceva Marroni, che resta così testimone mentre Lotti resta indagato.

Iniziazione segreta e violenza: a Palermo parla il “Buscetta nero”

Sette candele a terra, per disegnare una bara. Un tempio con al centro un’ascia e una coppa colma di liquido – una bevanda a base di droghe come erba, noce di cola, foglia di zobo, pepe di alligatore, panadol – che sarà bevuto, al cospetto del Priest, dai cosiddetti ignoranti. “Sono quelli che aspirano a essere affiliati. Vengono picchiati da quattro saggi che li frustano con il keboko, mentre percorrono in ginocchio un tragitto chiamato Slave Trade”, la tratta degli schiavi. Non è l’iniziazione a una loggia massonica. È il rito di affiliazione della mafia nigeriana. Un rituale antico ma che si ripete continuamente, in gran segreto. E non solo in Africa. A raccontare questo, come tanto altro, è Austine Johnbull: ed è il primo pentito della mafia nigeriana, in Italia.

Ha iniziato a collaborare con il pm di Palermo Gaspare Spedale alla fine del 2016: da allora ha riempito centinaia di pagine di verbali, che il nuovo Fq MillenniuM pubblica in esclusiva. Ha fatto nomi e cognomi. Ha indicato gli infami. Ha detto chi sono i capi e i sottocapi. Ha ricostruito riti d’affiliazione quasi mistici e più concreti affari di droga. Ha confessato di aver giurato sul suo stesso sangue, quello delle mani, che gli hanno inciso da palmo a palmo. “Se qualcuno nega le mie affermazioni, io posso guardargli le mani: se ha una linea, come la mia, sta mentendo”.

“Non voglio più essere contro lo Stato ed è meglio collaborare”: sono le prime parole pronunciate da quello che è diventato a tutti gli effetti il Tommaso Buscetta nero. Per spiegare l’importanza delle sue dichiarazioni – che hanno portato alle prime condanne emesse a Palermo per una mafia straniera – i giudici citano la descrizione che Giovanni Falcone fece del boss dei due mondi: “Un professore di lingue che ti permette di andare dai turchi senza parlare con i gesti”. Buscetta ha confermato l’esistenza di Cosa nostra, la sua composizione e il suo coinvolgimento dietro a mattanze e omicidi eccellenti. Johnbull ha spiegato che pestaggi e assassinii tra i suoi connazionali sono qualcosa di diverso da semplici risse finite male. Ha svelato che dalla Nigeria si sta espandendo in tutto il mondo una nuova mafia. Anzi più di una: c’è l’odiata Supreme Eiye , l’organizzazione più antica e più numerosa. Ci sono i Vikings. E poi c’è quella a cui apparteneva Johnbull: Black Axe, l’ascia nera, la più potente e pericolosa. “Per ognuno dei nostri che ammazzano, ci vendichiamo uccidendone 10-15 degli altri. Se ne assassinano uno in Nigeria, poi, è guerra totale”.

Per gli investigatori, si tratta di un’organizzazione “di tipo massonico e anche mafioso”, strutturata come “uno Stato confederato con ramificazioni in tutto il mondo”. Se agli inizi del Novecento Cosa Nostra e ’ndrangheta sono sbarcate negli Stati Uniti seguendo l’espansione di siciliani e calabresi, oggi anche la mafia nigeriana ha esteso i suoi tentacoli negli altri continenti parallelamente ai flussi migratori.

In Italia la Black Axe è presente da prima che Johnbull – nome in codice Ewosa, 34 anni – arrivasse da Benin City nel 2009. Ma in quegli anni dalla Nigeria era arrivato l’ordine di mettere “in sonno” l’organizzazione. Dopo le prime condanne emesse nel capoluogo piemontese a seguito di una serie di regolamenti di conti tra Black Axe ed Eye, “il presidente internazionale di Black Axe ha detto – racconta Johnbull – che quello che è successo al Nord, a Torino, a Padova, negli anni 2005-2006, non deve più esistere”. Questo almeno fino al 2010, quando entra in scena Sixco, nome di battaglia di Osalumaghal Uwagboe. Per Johnbull è lui il “Capo dei capi” della mafia nigeriana. Ed è lui che riorganizza Black Axe in Italia. È il 7 luglio 2013: a Verona, Sixco convoca la festa nazionale dell’organizzazione. “Lì c’era gente che arrivava da tutte le città”, dice il pentito. E a quel punto inizia la liturgia. Gli aspiranti Black Axe vengono picchiati, feriti, umiliati con uno sputo in faccia prima di presentarsi al cospetto del “Capo dei capi”. Ora non sono più uomini come gli altri: sono mafiosi, mafiosi nigeriani. Nel Paese inventore delle mafie.

Crimini e riti della mafia nigeriana

La rete criminale arriva in Piemonte, Lombardia, Veneto, Campania (area domiziana), Sicilia (Palermo, in particolare). Regola i conti con pestaggi e aggressioni a colpi di machete, asce, coltelli, bottiglie rotte. Sembrano volgari risse da strade, ma dietro si nasconde una mafia globale, che dalla Nigeria si è sparsa in ottanta Paesi, secondo l’Fbi, conquistando spesso il primato nel traffico di droga – dall’eroina alla cocaina al crack –, nello sfruttamento della prostituzione e nelle truffe economiche, anche ai danni di grandi aziende. E se le gang originarie del Paese più popolato dell’Africa (oltre 190 milioni di abitanti) sono ormai da decenni all’attenzione delle polizie di mezzo mondo – inclusa la nostra Direzione investigativa antimafia che ne ha tracciato la mappa – fino a questo momento la criminalità organizzata nigeriana ha avuto vita abbastanza facile in patria. Forte, come ogni mafia che si rispetti, di salde protezioni politiche.

“Hanno persone ai massimi livelli governativi che li sostengono sistematicamente, così riescono a sfuggire alle indagini e alle pene più severe quando vengono arrestati”, spiega al Fatto Eric Dumo, reporter di The Punch, uno dei più importanti quotidiani della Nigeria. Anzi, “molti politici assoldano questi gruppi per attaccare gli oppositori, specie nelle competizioni elettorali per le cariche più importanti”, continua. “E anche i criminali trasferiti in altri Paesi hanno appoggi che rendono più difficile un contrasto efficace alla reale minaccia che rappresentano”.

La criminalità nigeriana è reputata la più potente di tutto il Continente nero, favorita da livelli di corruzione storicamente elevatissimi (nel 2006 la Nigeria’s Economic and Financial Crime Commission stimò che dal 1960 i governi avevano rubato o sprecato 380 miliardi di dollari) e da un boom petrolifero che ha finito per stimolare il crimine più che il benessere della popolazione, come spiega nei suoi scritti Stephen Ellis, scomparso africanista della Vrije Universiteit di Amsterdam. Sull’onda della forte emigrazione dal Paese depredato, dagli anni Ottanta in avanti, il crimine organizzato nigeriano si è globalizzato, un po’ come era accaduto in passato alle italiche Cosa Nostra e ’ndrangheta.

Nel mare magnum dei gruppi svettano i “culti”, eredi delle confraternite universitarie nate negli anni Settanta, spesso su base religiosa, in particolare evangelico-pentecostale, ma con istanze marxiste e anticolonialiste. Ispirati dall’incolpevole poeta premio Nobel Wole Soyinka, i culti si sono man mano convertiti al crimine, trasformandosi in scontri sanguinosi fuori e dentro gli atenei. Molti giovani laureati, senza alcuna speranza di trovare un impiego adeguato, sono passati direttamente dalle aule ai reati da colletti bianchi: per questa via la criminalità nigeriana ha acquisito un’indiscussa leadership mondiale nelle truffe economiche, le famose 419 scam, dall’articolo del codice penale nigeriano, il 419, che le punisce. Prima con lettere cartacee, poi con l’avvento di Internet attraverso email con promesse di guadagni milionari che a tutti è capitato di ricevere, e che generano profitti milionari sulla pelle di chi ci casca.

I culti più potenti sono “i Black Axe – conosciuto anche come Neo-Black Movement of Africa – e gli Eiye, insieme ai Buccaneers e i Pirates”, afferma ancora Eric Dumo (il poeta Soyinka era affascinato da L’Isola del tesoro di Robert Stevenson, da qui i tanti nomi pirateschi). “Poi dozzine a livello locale. Anche nel Delta del Niger (dove opera l’Eni, ndr) ci sono gruppi spietati come Dey Bam, Dey Well, Highlanders…”. Uno dei culti, a scanso di equivoci, si è battezzato semplicemente “Mafia”. Proprio i Black Axe – fondati all’Università di Benin City nel 1977 e diffusi in tutta la Nigeria – e gli Eiye – originari del Sud-Ovest del Paese e presenti anche nella capitale Lagos – sono i gruppi attivi in Italia, e non da oggi.

Le prime condanne per associazione mafiosa risalgono al 2009, a opera del Tribunale di Brescia. A farne le spese furono gli Eiye, accusati soprattutto di tratta di giovanissime connazionali da impiegare nella prostituzione di strada. L’Italia è stato il primo Paese al mondo in cui la mafia nigeriana, già dagli anni Ottanta, ha sperimentato questo business. Un business sulla pelle di ragazzine delle famiglie più povere, generalmente originarie dell’area di Benin City. Le indagini dimostrarono un ferreo controllo sulla locale comunità di immigrati e svelarono la guerra in corso tra i due principali “culti”. Una guerra che sulle strade di Torino andava in scena già dal 2003. Tirando i fili di diversi episodi, i carabinieri capirono che la posta in gioco era il controllo dello spaccio, della prostituzione e degli affari della comunità nella città sabauda. Anche in questo caso, nel 2010 arrivarono le condanne per 416 bis per ben 36 imputati, per lo più Eiye: “mafiosità” confermata in Cassazione. E non fa differenza – scrissero i giudici – se quei gruppi “non intendevano estendere le loro influenze ai cittadini italiani, ma semplicemente nell’ambito della comunità nigeriana”.

Sono proprio i connazionali le prime vittime dei “culti”. Già dai primi anni 2000, le indagini sulla tratta a Castel Volturno (Caserta) svelarono l’accordo con la camorra, che riceveva un fitto, detto joint, per ogni porzione di marciapiede occupata dalle ragazze. Più recente è invece l’alleanza a Palermo tra Cosa Nostra e Black Axe, come racconta l’articolo nella pagina che segue, e che ilfattoquotidiano.it svelò per primo nel 2015.

Eiye e Black Axe, scrive la Dia nell’ultima relazione, sono caratterizzati “da una rigida struttura verticistica”, con “capi internazionali, nazionali e locali” che gestiscono autonomamente le attività illecite sui propri territori mantenendo però “contatti operativi con le strutture madri presenti in Nigeria”.

A livello globale, la mafia nigeriana sta diventando una vera protagonista del traffico di droga, forte di una rete che va dal Sudafrica al Brasile, all’India, agli Stati Uniti. Passando per l’Europa. Proprio l’Italia, insieme a Spagna e Regno Unito, è fra i nodi più importanti.

Il ministro alla Giustizia in pectore dava consigli a una società-truffa

È messo lì per tappare un buco, perché James Sessions, il segretario alla Giustizia più bistrattato dal suo presidente nella storia dell’Unione, mercoledì sera s’è dimesso su richiesta, o meglio ingiunzione di Donald Trump, che non vedeva l’ora di cacciarlo con il suo iconico You’re fired!. Ma Matthew G. Whitaker, 49 anni, potrebbe pure restarci, su una delle poltrone più scomode dell’Amministrazione Trump, se farà bene il ‘lavoro sporco’ che il presidente potrebbe chiedergli. Whitaker sovrintende ora all’inchiesta sul Russiagate, l’intreccio di contatti tra la ‘campagna Trump’ del 2016 ed esponenti del Cremlino: l’indagine, condotta dal procuratore speciale Robert Mueller, rischia di condurre il presidente all’ ‘impeachment’, specie adesso che i democratici controllano la Camera. È infatti, la Camera che decide se mettere sotto accusa il presidente, mentre è il Senato che pronuncia il verdetto. Scomodo, ma ambito il posto che fu di Sessions e che ora è di Whitaker. Infatti, già circolano nomi di aspiranti a occuparlo in pianta stabile: l’ex governatore del New Jersey Chris Christie, candidato di professione – alla nomination repubblicana e poi a tutti i posti dell’Amministrazione Trump, senza riuscire ad acchiapparne nessuno – e il ministro della Giustizia della Florida Pamela Bondi.

Ma Christie e la Bondi rischiano d’incontrare ostacoli per la conferma della nomina in Senato, a partire dalla vicinanza troppo stretta con il presidente. Christie, 56 anni, guidò il transition team dopo l’elezione di Trump; ed è stato coinvolto in diversi scandali nell’ultima fase del suo mandato di governatore del New Jersey. Bondi, 52 anni, acquisì notorietà per i soldi, almeno 25 mila dollari, ricevuti in regalo dalla Fondazione Trump durante la campagna 2016 per la sua rielezione.

Whitaker invece, non ha scheletri nell’armadio o – almeno – nessuno glieli ha ancora cercati e scoperti: 49 anni, è laureato in legge ed era il capo di gabinetto di Sessions: è quindi aggiornato su tutte le pratiche che il ministero sta gestendo. In un articolo di settembre, quando il destino di Sessions era già segnato, il New York Times lo descrive come “leale” a Trump.

Il segretario alla Giustizia ‘ad interim’ aveva già lavorato per il Dipartimento dal 2004 al 2009, quand’era presidente George W. Bush, come procuratore federale nel Southern District dello Iowa, il suo Stato, e aveva poi esercitato la professione di avvocato e fatto l’uomo d’affari. The Guardian ricorda che Whitaker era fra i consulenti della World Patent Marketing, una società accusata d’avere truffato milioni di dollari agli aspiranti inventori suoi clienti e che, a maggio, è stata condannata a pagare indennizzi per 26 milioni di dollari.

Il neo-ministro non è estraneo alla politica: nel 2014, corse alle primarie repubblicane per un seggio di senatore dello Iowa, ma fu sconfitto. A Whitaker deve ora riferire il procuratore Mueller, che fino a ieri faceva capo al vice di Sessions, Rod Rosenstein, perché il segretario s’era ‘chiamato fuori’ dal Russiagate – una mossa che Trump non gli ha mai perdonato -. Per il momento, Rosenstein, un altro che il presidente non può soffrire, resta al suo posto, ma ‘depotenziato’. I democratici hanno già chiesto che Whitaker si ricusi dal ruolo, segnalando conflitti d’interesse potenziali. Nancy Pelosi, leader dell’opposizione alla Camera, denuncia “un tentativo d’insabbiare il Russiagate”.

Nel 2017, poco prima di tornare a lavorare per il Dipartimento della Giustizia, Whitaker scrisse un articolo in cui sosteneva che l’inchiesta di Mueller stava andando “troppo lontano”, definendola “un linciaggio”. Per Whitaker, la nomina di un procuratore indipendente è “un codardo tentativo di segnare punti politici con poco sforzo”.

Fiutando l’aria, il team di Mueller avrebbe già iniziato a stilare il rapporto finale dell’inchiesta. Secondo una fonte della Cnn “vicina alle indagini”, le dimissioni di Sessions indurrebbero Mueller a stringere i tempi, prima d’essere a sua volta “vittima” del magnate. Mentre a Washington è tempesta sul Russiagate, Mosca insiste a tenersene fuori e a sostenere che la storia non la tocca: “Questa indagine è un mal di testa delle nostre controparti americane e non ha assolutamente nulla a che vedere con noi”, dice il portavoce del Cremlino Dmitri Peskov.

Era stato cacciato dal bar, marine si vendica: 13 morti

C’è l’ex marine veterano dell’Afghanistan con disturbi da stress post traumatico, che in passato era stato sbattuto fuori dal bar in malo modo. C’è lo sceriffo che, sentiti gli spari, chiama la moglie, le dice “Ti amo”, e poi corre pistola in pugno. Ci sono duecento ragazzi californiani che si stanno godendo la serata in quello stesso bar, il Borderline Bar and Grill di Thousand Oaks con il mercoledì a tema: “College Country”. Si ride, si scherza, si beve: e tutto d’un tratto gli spari. C’è tutto per una sceneggiatura senza sbavature, tranne che per un particolare: non è fiction, è l’America, quella vera. Tredici morti per l’ennesimo attacco del nemico in casa: stavolta non c’entrano gli estremisti islamici, l’autore è David Ian Long, 29 anni: per la strage ha usato una pistola Glock 21 calibro 45 con un caricatore maggiorato. A un solo giorno dal voto di Midterm gli Stati Uniti sbattono il muso sul problema irrisolto del mass shooting, la sparatoria indiscriminata sulla folla. Lo sceriffo della contea di Ventura, Geoff Dean, ammette: “Abbiamo avuto diversi contatti con Long nel corso degli anni, per piccoli incidenti”.

Lo scorso aprile gli agenti si erano recati a casa sua; aveva comportamenti poco razionali. L’ufficio dello sceriffo avvisò esperti di Ptsd (disturbo da stress post-traumatico) ma il team concluse che non era necessario sottoporre il veterano ad alcun trattamento, né tenerlo sotto osservazione. Long l’ultimo colpo lo ha riservato a se stesso: “Pensiamo che si sia sparato”, hanno concluso gli investigatori. Il Comando dei Marines ha confermato che Long aveva indossato la divisa dal 2008 al 2013: dal novembre 2010 al giugno 2011 era stato schierato in Afghanistan come caporale mitragliere. Prima di togliersi la vita, Long ha abbattuto tredici persone fra cui il sergente Ron Helus che aveva in programma di andare in pensione il prossimo anno, dopo 29 anni di servizio. Ha lasciato la moglie e un figlio. Lui, l’ex marine, ha replicato un’irruzione; qualcuno dei testimoni parla di granate fumogene: “L’ho visto entrare dalla porta principale, aveva un cappello nero, guanti e camicia neri, con la barba. Poi ha preso una pistola e ha sparato a una mia amica che lavorava al front desk ed è iniziata la strage”, ha raccontato Holden Harrah, 21 anni. “Sparava più proiettili che poteva, e quando ricaricava la gente provava a fuggire”, ha detto Matt Wennerstron, 20 anni, studente. Negli Stati Uniti, oltre 12 mila persone, di cui 3.000 sotto i 18 anni, sono state uccise fino a questa parte del 2018 con armi da fuoco, secondo i dati del Gun Violence Archive. Il numero non include una stima di 22 mila suicidi. Il presidente Trump parla di “terribile sparatoria”: resta da capire come un ex marine con disturbi fosse in possesso di una pistola. La guerra in Afghanistan è entrata nel diciassettesimo anno, l’Università di Washington ha calcolato che fino al 20% dei veterani ha disordini da stress: non tutti ricevono aiuto.

La quinta volta di José: “Io, desperado che sogna gli Usa”

“È la quinta volta che tento di entrare negli Stati Uniti”, confessa José Wilmer, 30 anni, honduregno. “Un paio di mesi fa – continua – sono riuscito ad attraversare il deserto fino in Texas. Mi hanno arrestato e deportato. Ho perso i miei soldi e sono tornato al punto di partenza. Questa volta non ho pagato nessuno, forse mi andrà bene”.

José racconta le sue speranze sugli spalti dello stadio El Palillo Martinez, nel centro della Capitale messicana. I migranti, più di 7.000, sono arrivati a Città del Messico a ondate, in modo disordinato e rumoroso. Prima gli uomini, poi le famiglie, cariche di coperte e vestiti pesanti. La carovana ha scalato le colline del sud del Messico fino ai 2200 metri della megalopoli, casa di 20 milioni di persone.

L’odissea di due sorelle e una nonna

“Il viaggio è stato lungo – conferma Jennifer Yamileth Padilla Avila, 14 anni, honduregna – sono stanca, qui possiamo riposare qualche giorno”: è partita da casa con la sorella Katerine, 15 anni, e la nonna materna Maria Maura. La loro storia è scritta con gli stessi sogni e le frustrazioni che alimentano milioni di vite in Centro America. Corruzione dilagante, un tasso di disoccupazione altissimo. “Le ragazze hanno una forza incredibile – dice la nonna – abbiamo camminato per così tanti chilometri che non posso contarli. Siamo state chiuse per ore in furgoni e aggrappate a rimorchi dei Tir. Sempre in pericolo, ma sempre parte di una comunità che ci proteggeva”. Sanno che la loro marcia è ben lontana dal concludersi. “Andiamo negli Usa – racconta la sorella più grande – studieremo e i nostri genitori ci potranno raggiungere”.

Ogni anno, 200 mila migranti attraversano il Messico, un viaggio lungo tre volte l’Italia. Finora questo piccolo popolo si è sempre affidato ai coyotes, i trafficanti di persone. Costa due anni di salario minimo guatemalteco arrivare oltre il muro statunitense. La carovana ha scardinato il sistema migratorio, gestito dai cartelli della droga. Gli 8.000 in marcia sono passati da Veracruz, area sotto il controllo degli Zeta, senza pagare – così dicono – per farlo. “Abbiamo paura, in tanti sono spariti tentando di arrivare a Tijuana”. Viaggia solo Adalberto Gonzales, 23 anni e una laurea in Medicina in tasca. Come la maggioranza della carovana è honduregno.

“Se finisci nelle mani dei trafficanti nella migliore delle ipotesi chiedono un riscatto. Capita anche che ti asportino gli organi senza anestesia, per rivenderli al mercato nero”. Ma per Adalberto la paura è solo una delle componenti di questa traversata. Suo fratello vive in Texas da dieci anni. “È entrato illegalmente, ora è regolare. Sono sicuro di poter fare altrettanto. Mi hanno già messo in contatto con un trafficante, mi assicura che per 3 mila dollari mi porta dall’altra parte del confine”.

L’esercito degli accattoni

Fuori dallo stadio, decine di ragazzini hanno invaso le strade con il cappello in mano. Si posizionano sui dossi, accanto alle buche, dove le auto rallentano: “Regálame un peso (5 centesimi di euro)”. Dai finestrini sbucano mani con spiccioli, bibite, biscotti, vestiti. La popolazione sa del passaggio della carovana e ha predisposto infiniti atti di carità. “Oggi i miei figli hanno fatto quasi 500 pesos (20 euro) – Idania, nicaraguense, parla seduta sul materasso che è salotto, cucina e camera letto per quattro persone – ne abbiamo spesi 150 per mangiare, gli altri li mettiamo da parte”. Alexia, la figlia più piccola, ha lo sguardo vispo. Per lei il viaggio è un’avventura. La coda per il cibo diventa la possibilità di chiacchierare, la distribuzione dei vestiti invece una gara ad accaparrarsi quelli più sgargianti, chiedere l’elemosina una sfida con il fratello a chi raccoglie di più. “È passata un’auto – racconta la bambina – un signore mi ha mostrato un portafoglio pieno di soldi. Mi ha detto che si sarebbe fermato dietro l’angolo e che, se fossi andata lì, me li avrebbe dati tutti”. Idania la guarda, è pietrificata: di paura o forse di rabbia. “Non possiamo stare fermi qui in città per molto tempo, c’è chi parla di un mese finché non verrà organizzato il viaggio a nord. Noi tra massimo due giorni partiamo”.

Lo stadio ha preso le sembianze di un campo profughi. Una sedia e una forbice si trasformano in un parrucchiere. Uno scalino con cinque pacchetti di sigarette diventano un tabaccaio. Per arrivare a Tijuana ci sono altri 2.000 chilometri. Poi c’è il confine, il muro, i soldati mandati da Donald Trump e i paramilitari che pattugliano il deserto. “Se ci offrono un lavoro qui in Messico possiamo fermarci – Juan Salcedo, 35 anni viaggia con la moglie e due figli – negli ultimi anni non ho lavorato molto. Faccio il camionista, ma sono pronto a cambiare”.