La lezione di Berlino: i muri non sono mai la soluzione

Tre decenni fa celebravamo la caduta del muro di Berlino, la madre di tutte le barriere. Era il simbolo della divisione dell’Europa e del mondo in due campi ostili. Il muro crollò e la Guerra fredda finì. Il futuro ci sembrava radioso. “Niente ci fermerà, tutto è possibile, Berlino è libera”, dichiarò Bill Clinton alla Porta di Brandeburgo.

Oggi i muri sono tornati di moda, dall’Ungheria alla Spagna agli Stati Uniti a Israele e all’Australia. E una parte sempre maggiore dell’elettorato sostiene quei politici che chiedono di tornare a Stati nazione pienamente sovrani. La politica della paura è sancita dal leader del “mondo libero”, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che costruisce il suo muro al confine con il Messico e invita altri Paesi di fare lo stesso.

Ci dicono che la politica delle frontiere aperte ha generato disuguaglianze astronomiche. Ci fanno credere che i confini senza barriere hanno attirato migranti che vogliono i nostri posti di lavoro e diffondere le loro usanze “aliene” nei nostri Paesi. Ci dicono anche che queste frontiere aperte rendono la democrazia impossibile. E che decisioni fondamentali che riguardano le nostre vite sono prese dai mercati finanziari internazionali e da lontani burocrati europei.

Il conflitto intorno ai muri è vecchio quanto l’umanità quindi non dovrebbe stupirci questa situazione. C’è sempre stato chi ha cercato di superare i limiti e chi ha cercato di ripristinare barriere. Quelli che costruiscono muri e quelli che li distruggono: nomadi contro coloni, allevatori contro cacciatori. I confini diventano fonte di contenziosi con l’ascesa degli Stati nazionali che pretendono di far coincidere le frontiere amministrative con i confini militari con i perimetri dei mercati e quelli della comunità culturale.

Il vero dibattito oggi non è sui muri e sui confini quanto sull’interpretazione della storia post-1989. I sovranisti stanno abbaiando all’albero sbagliato: le disuguaglianze sono state generate da politiche neoliberiste che hanno affidato al mercato il compito di redistribuire la ricchezza. E sono il risultato di un sistema di valori in cui la competitività è stata considerata più apprezzabile della solidarietà. I confini c’entrano poco.

Anche la crescita delle migrazioni è stata causata da nostre scelte sbagliate. Abbiamo tagliato gli aiuti allo sviluppo e non siamo riusciti a stimolare gli investimenti nel Nord Africa e nel Medio Oriente. Abbiamo sostenuto dittatori come Gheddafi in Libia o Ben Ali in Tunisia nella speranza che tenessero i migranti lontani dalle nostre coste. Abbiamo bombardato Iraq, Siria e Libia e abbiamo lasciato la gente di questi Paesi ai signori della guerra locali. E poi ci stupiamo se aumenta il flusso di rifugiati? I confini aperti non c’entrano. Anche perché non sono mai stati davvero aperti per questi disperati.

Se la democrazia è in crisi dobbiamo prendercela con i nostri partiti, non con l’assenza di muri. I partiti politici non hanno più radici nelle nostre società, trattano i cittadini come consumatori e discutono con i sondaggisti invece che con gli elettori. E i mercati hanno trasformato la democrazia in una farsa, ma la colpa è anche di chi avrebbe dovuto regolarli, come la Commissione europea, che ha preferito ascoltare i 30.000 lobbisti attivi a Bruxelles invece che le persone normali. Come si spiegano altrimenti il trattato sul rigore Fiscal Compact o quello sul copyright Acta?

Diagnosi sbagliate portano a cure sbagliate. Costruire muri è come prescrivere un’aspirina a chi ha una gamba rotta. Davvero qualcuno pensa che una soluzione presa dal Diciannovesimo secolo possa produrre meraviglie nel Ventunesimo?

Anziché alzare muri dovremmo rendere le nostre istituzioni più capaci di gestire operazioni finanziarie globali, minacce ambientali o a quel sistema di comunicazioni che per noi è vitale. Queste istituzioni dovrebbero essere davvero transnazionali e non monopolizzate dagli Stati nazionali. Molte di queste sono invece piccole e poco efficaci. Città, regioni, Ong si occupano ormai di compiti vitali per tutti noi ma non hanno diritto di sedere ai tavoli dove si prendono decisioni nell’Ue, all’Onu o al Fondo monetario.

Dobbiamo anche ricostruire un equilibrio tra settore privato e sfera pubblica. Il pubblico è stato sotto assedio negli ultimi anni ed è stato usato per aiutare il settore privato a prosperare. Questo ha lasciato molti di noi senza alcuna forma di protezione o di capacità decisionale. Infine dobbiamo ricostruire un rapporto di fiducia tra i cittadini e coloro che gestiscono istituzioni transnazionali. Queste istituzioni dovrebbero essere al nostro servizio, di noi persone che viviamo in un luogo specifico e teniamo alla nostra identità. E difendere un’identità non significa predicare l’autarchia o odiare chi appartiene a un’altra etnia o cultura o che vogliamo conquistare il territorio dei nostri vicini. Tutte cose che erano considerate normali un secolo fa. Ma poi il mondo è cambiato, o almeno questa è la nostra speranza. Una speranza che è particolarmente importante per una nuova generazione che non vuole vivere in un mondo pieno di muri.

Keita e gli altri: i ragazzi africani in cerca di pace

Imigranti minorenni che partono dai loro paesi d’origine per arrivare in Europa rappresentano una parte del tema immigrazione che non tutti conoscono. Se ne occupa Luca Attanasio nel libro “Il bagaglio” (Albeggi edizioni), nel quale il giornalista racconta cosa succede a questi ragazzi durante i loro viaggi e anche dopo il loro arrivo in Italia. Ci sono anche le statistiche che mostrano le condizioni dei paesi da cui fuggono.

Keita vive in Costa D’Avorio, ma decide, dopo il bombardamento che uccide i suoi genitori, di scappare in Europa. È novembre e lui ha solo 13 anni quando inizia il suo viaggio infernale. Parte insieme ad altri migranti: tra loro la solidarietà e il senso di famiglia si formano subito. Keita viene “accolto” da una donna con un figlio poco più grande di lui. Lei li aiuta entrambi e la sera apparecchia per tre. Keita si sente molto gioioso, gli andrebbe di piangere, ma si trattiene e inizia a parlare. All’una del giorno dopo attraversano il confine con la Guinea. Vengono portati dalle guardie a Nzérékorè, dove Keita e la sua nuova famiglia rimangono per quattro mesi, guadagnando qualcosa da piccoli lavori. L’8 febbraio, il giorno del suo compleanno, lascia gli altri per andare a Bamako, in Mali. Al confine tra il Mali e l’Algeria incontra Sumaila, un ragazzo di 18 anni. Sono storie che tutti gli italiani dovrebbero conoscere, per imparare ad accettare chi ha la pelle diversa.

Il bagaglio Luca Attanasio – Pagine: 270 – Prezzo: 15 – Editore: Albeggi

Più che la blasfemia quello che desta scandalo ormai è solo la banalità

La satira sulla religione, almeno in Occidente, ha smesso di indignare o far ridere ai tempi di Peppone e don Camillo. Viviamo in una società così secolarizzata se non ci fosse Rai1 con le fiction sulle vite dei santi o qualche rigurgito di religiosità popolare intorno a padre Pio e al Papa, il grosso degli italiani non saprebbe neanche spiegare cosa si festeggia il giorno di Pasqua. Il fumetto di Stefano Antonucci, Daniele Fabbri e Maurizio Boscarol – Il timido Anticristo (Feltrinelli) – risulta quindi completamente incomprensibile e fuori tempo. Chissà se esiste qualcuno che si può ancora immedesimare nel protagonista, che pare lo stereotipo del ragazzo da oratorio immaginato da qualcuno che in una parrocchia non ha mai messo piede. Dovrebbe far ridere la scenetta di Dio che racconta ai genitori i peccati di immaginazione dell’adolescente vittima dei suoi ormoni? E davvero negli anni Ottanta c’erano famiglie in cui appendere un poster di Michael Jackson veniva considerato blasfemo? Ciò che scandalizza in questo fumetto non è il tema trattato o lo humour da Vernacoliere, quanto la superficialità. Ma da un paio di indizi si capisce lo scopo di questo graphic novel altrimenti inclassificabile: Antonucci e Fabbri hanno fatto una serie su Mussolini redivivo (idea non originalissima) che ha ottenuto il lancio migliore e forse l’unico cui poteva aspirare: la reazione di CasaPound. E così, come precisa una postilla finale, Il timido Anticristo dovrebbe essere parte di una battaglia contro le leggi che puniscono la blasfemia, vedi mai che il Vaticano metta all’indice il fumetto e così lo faccia vendere… Gli atei militanti sono rimasti gli ultimi a prendere la religione sul serio in un’epoca oscurantista che avrebbe bisogno di laicità intellettuale, non di nuove crociate, sia pure contro Dio.

Il timido Anticristo Antonucci & Fabbri e Boscarol – Pagine: 128 – Prezzo:16 – Editore: Feltrinelli Comics

 

Pollock & C. Generazione di “irascibili”

 

Sfortunata è ogni generazione che diventa adulta dopo una guerra. La scrittrice Gertrude Stein, vedendone crescere una subito dopo il Primo conflitto mondiale, la definì “perduta”, stando almeno a quanto racconta in Festa mobile Hemingway, che di quella generazione in lotta con il romanzo ottocentesco fa parte insieme a Steinbeck e Fitzgerald, tra gli altri. Ugualmente, dopo la Seconda Guerra mondiale, una stirpe di giovani pittori americani (d’origine o d’adozione) vuole chiudere con il passato e con la tradizione europea, allontanarsi dal realismo e dalla figurazione.

Non a caso, allora, vengono definiti “Gli irascibili” in un celebre scatto di Nina Leen del 1950, quando protestano contro il direttore del Metropolitan Museum of Art, che rifiuta di considerarne i lavori in occasione di una mostra sull’arte contemporanea.

Tali pittori, riuniti attorno alla Scuola di New York – che in realtà comprendeva al suo interno anche poeti e musicisti sperimentali come Franck O’Hara e John Cage – guardano all’astratto come il punto di mira del nuovo tempo. L’importante mostra romana “Pollock e la Scuola di New York” (fino al 24 febbraio all’Ala Brasini del Vittoriano, a cura di David Breslin e Carrie Springer con Luca Beatrice) prova a restituire il fervore di quella rivoluzione. Ad accoglierci, l’action painting di Pollock: Number 17 (1950), una festa di fuochi d’artificio di colore gocciolano su sfondo nero, e ancora il popolarissimo Number 27 (1950), la tela lunga tre metri di Pollock, iconica per l’equilibrio magnetico fra le pennellate di nero, l’impasto dei colori più chiari e l’armonia delle forme.

Insieme a lui i corpulenti tratti neri quasi labirintici di Mahoning (1956) e Composition (1955) di Franz Kline; il gesto pittorico violento con cui Willem de Kooning deforma la realtà in Door to the river (1960); e poi la pienezza inquietante e ipnotica delle larghe campiture di colore di Mark Rothko che annichiliscono la realtà in Untitiled (Blue, Yellow, Green on Red) (1954) e in Number 4. Untitled (1953).

Completano questo prestito di uno dei nuclei più preziosi della collezione del Whitney Museum di New York, Arshile Gorky, in bilico tra pittura astratta e Surrealismo, Richard Pousette-Dart che in The Magnificient (1951) sperimenta mescolate di colori e segni grafici primitivisti; e ancora William Baziotes, Robert Motherwell, Clyfford Still, Helen Frankenthaler e Bradley Walker Tomlin che, di tutti, è il precursore sin dai primi anni 40 del neonato Espressionismo astratto.

Pollock e la scuola di New York -Vittoriano, Roma – Fino al 24 febbraio

Omicidio qualunque nella nera periferia di Torino: torna l’ironia di Oggero

Omicidi di periferia, dove gli operai non esistono più (o quasi) e “africani” e baby-gang autoctone spadroneggiano senza limiti. Degrado, miseria, precarietà, criminalità, droga. Il giallo italiano è zeppo di periferie e una delle più raccontate è quella di Torino. Qui, in un bar di Corso Vercelli, alla famigerata Barriera di Milano, il giovane Massimo trova un cadavere alle sei del mattino. Massimo è laureato in Lettere antiche ma si arrangia come barista. Meglio, come preparatore di panini e cornetti surgelati da infornare dalle sei alle sette ante meridiem. Scarti di prosciutto cotto, mozzarelle tedesche, maionese polacca.

Il morto ammazzato non lo conosce nessuno, anche perché la testa è devastata da una pallottola. Il bar è gestito da Gerry, diminutivo di Gervaso, tamarro d’importazione veneta con papà dispotico e manesco. A indagare è il commissario Gianmarco Martinetto, poliziotto che soffre di saudade da separazione, l’ex Giuliana vive a Roma e invade i suoi pensieri notturni. La vita è un cicles, cioè un chewing-gum, è il nuovo giallo di Margherita Oggero, ex insegnante dall’ironia crudele e fulminante. Talvolta amaramente realista, come quando descrive la differenza abissale tra omicidi “di basso profilo” e delitti che invece diventano casi mediatici, con tanto di “giornaliste tuttologhe possibilmente bionde e di coscia lunga”. A mano a mano che si procede nelle indagini, la trama si arricchisce di personaggi che legano la periferia torinese al centro della città, come l’affascinante e misteriosa Gilda che fa innamorare Massimo. A prevalere, sullo sfondo, l’insofferenza per una società dalla lingua ormai povera e sgrammaticata, senza congiuntivi.

La vita è un cicles – Margherita Oggero – Pagine: 243 – Prezzo: 18,50 – Editore: Mondadori

Il canto del cigno dell’impero britannico

Pochi giorni fa, Jonathan Coe ha dichiarato che il celeberrimo sense of humour dei britannici, a lungo andare, si è rivelato un’arma a doppio taglio. A furia di sogghignare su tutto, hanno permesso a Boris Johnson di decidere le sorti del loro destino. Una catastrofe politica da cui ha tratto ispirazione per ambientare il suo nuovo romanzo, Middle England – pubblicato da Penguin – che possiamo considerare a tutti gli effetti, il primo, ambizioso romanzo della Brexit, il canto del cigno dell’impero britannico (in Italia uscirà il 15 novembre per Feltrinelli e l’autore sarà ospite a BookCity Milano lo stesso giorno, ricevendo il Sigillo cittadino). Con dodici romanzi alle spalle, Coe riparte dai personaggi de La Banda dei Brocchi (pubblicato nel 2001) calandoli in un contesto post-referendum in cui sono tutti in disaccordo e il clima generale si è fatto decisamente più greve.

Jonathan Coe muove il suo sguardo fra le rivolte nella City e la periferia postindustriale di Birmingham, con la convinzione che proprio nelle aree suburbane si debba cercare il vero polso della nazione. Un ragionamento azzeccato (soprattutto all’analisi del voto sulla Brexit e pro Trump) che spinge Benjamin Trotter, divenuto un romanziere di successo a cinquant’anni, a chiedersi se debba schierarsi oppure no. Coe ha rotto decisamente gli indugi con Middle England, cogliendo la rabbia pronta ad esplodere, puntando l’attenzione “sul clima di isteria che ha contagiato il popolo britannico”. Anziché pontificare, l’autore de La casa del sonno e La famiglia Winshaw – una satira pungente sull’era Thatcher –, lascia spazio ai suoi personaggi: mette in scena le tensioni di Ian e Sophie, freschi sposini in disaccordo su tutto, dona voce all’ipocrisia Doug, che parla di austerity dalla sua residenza nel quartiere di Chelsea, immerso fra quegli agi e lussi rifiutati dalla figlia adolescente, a sua volta affamata di una giustizia sociale radicale. Coe si muove deliziosamente in punta di penna, con una prosa leggera rivela il peso che la politica esercita su tutti noi, volenti o nolenti, raccontando le vite di questi personaggi a noi già familiari, seguendoli nell’arco di otto anni – dalla primavera del 2010 sino all’estate del 2018 – cogliendone la trasformazione, fotografando la storia dell’Inghilterra odierna, fatta di nostalgia e delusione, intrisa di rabbia per i bei tempi andati, mescolando la fiction con i discorsi di Obama e i tweet di Robert Harris. Forse il momento più intenso è un confronto fra Benjamin e suo padre che lamenta la perdita della grandezza nazionale. È il 2016, si trovano vicino all’ex area industriale di Birmingham, quando l’anziano padre afferma: “il resto del mondo sta ridendo di noi” e poi prega il figlio di permettergli di votare via posta. E ovviamente lui vuole votare Leave. Lasciare la UE per tornare grandi. Se La Banda dei Brocchi è stato il romanzo degli anni ’70 e Circolo Chiuso quello del New Labour, Middle England è il primo grande romanzo della Brexit. E in attesa che giunga fra le mani dei lettori italiani, è lecito chiedersi: gli scrittori italiani avranno voglia di schierarsi politicamente e raccontare il nostro tempo oppure no?

Middle England – Jonathan CoePagine: 352 – Prezzo: 19Editore: Feltrinelli

Calvani, dall’Italia al palco di Broadway. Ma il biglietto è di sola andata

Tra i tanti teatranti che hanno avuto fortuna all’estero prima ancora che in Italia (e chissà poi se tornerà, in Italia) c’è Marco Calvani, classe 1980, attore, autore e regista, già Premio Siae nel 2011, membro dell’Actors Studio e artista residente a La MaMa di New York.

In questi giorni Calvani è in scena al West End Theatre di Off-Broadway (fino al 25 novembre) con Beautiful Day Without You, la sua ultima “dark comedy” diretta da Erwin Maas: “Una storia ambientata alla periferia di Chicago ai giorni nostri, una riflessione sull’America di oggi, diversa e divisa, dove il razzismo è una malattia radicata e l’ingiustizia sociale è ai massimi livelli”.

Dopo aver debuttato giovanissimo, “d’istinto”, a 15 anni, sul palco della Limonia con Barbara Nativi, l’artista in Italia è rimasto poco, formandosi soprattutto in America: è il classico cervello in fuga? “No. Non mi sento né un fuggitivo, né un cervellone. Sono sempre andato dove mi portava il lavoro stesso… Lavoravo negli Stati Uniti sin dal 2009, quando per la prima volta fu rappresentato un mio testo oltreoceano. Ma solo nel 2014, quando volai a New York per seguire una produzione, decisi di restarci. Avevo bisogno di un cambiamento, di una scossa non soltanto professionale ma soprattutto personale. In fin dei conti ho da sempre lavorato più all’estero. Tuttora, ho progetti di creazione in tutto il mondo e nemmeno uno in Italia”.

Visto ora da lontano, come le sembra il sistema teatrale italiano? “Onestamente non lo capisco e adesso, con la distanza regalatami dal tempo, riesco a riconoscere che quella smania e quell’insofferenza non erano altro che i sintomi di una depressione artistica che dal Paese intero si era poi estesa fino alla mia scrivania”.

E proprio sulla scrivania – ma quella nuova, a 7.000 chilometri di distanza – giace l’ultimo progetto di Calvani: un lungometraggio con il premio Oscar Marisa Tomei.

 

La commedia dark di Dante (Emma)

Truci, tragiche, orrorifiche, sanguinolente, violente come solo sanno esserlo le favole per bambini: non si sottrae al gioco al massacro nemmeno La scortecata di Giambattista Basile, tratta dalla raccolta Lo cunto de li cunti, datata 1634-1636.

A questo “trattenimiento decemo de la iornata primma” si ispira, liberamente, uno degli ultimi spettacoli di Emma Dante, prodotto dal Festival di Spoleto (dove ha debuttato nell’estate del 2017), dal Biondo di Palermo e da Sud Costa Occidentale, la compagnia palermitana fondata dalla stessa regista, che qui – in un certo senso – torna a casa, alle radici, all’estetica degli “esordi”, ed è questo, forse, il maggior limite della Scortecata, in tour per mezza Italia fino alla prossima primavera.

Nei panni delle due vecchie protagoniste sono Salvatore D’Onofrio e Carmine Maringola, eccelsi nelle caratterizzazioni grottesche, mostruose e volgari: entrambe ambiscono a sposare il re, inaccessibile e chiuso nel suo castello dorato (un geniale, agghiacciante plastico di Disneyland), finché – con uno stratagemma – riescono a intortarlo, mostrandogli solo il mignolo “sucato” (è volgare, sì) e allisciato come quello di una giovinetta. Basterà, però, una notte d’amore per smascherare il triviale trucco…

Questa è la storia – così Dante – “di due vecchierelle che si arrabattano insieme e che si danno aiuto nella sopravvivenza”; una storia di “vecchiezza, solitudine, bruttezza e inettitudine”, da cui riscattarsi è impossibile, se non al prezzo della menomazione, proprio come le sorellastre di Cenerentola (by Grimm) che si amputano i piedi per calzare la famigerata scarpetta: “Fa un po’ maluccio, ma che importa, poi passerà, e una di voi sarà regina”.

Quel che rende ancor più interessante questa favola nera è, però, la chiave metateatrale, per cui le due zitelle recitano se stesse (e il re e la fata) nella tragicommedia di Basile. Gli strappi all’originale sono sostanzialmente due: il dialetto siciliano anziché il napoletano e il finale adultizzato, se non moralizzato, in cui ci si ribella alla favola perché “non ci si crede cchiù alla favola”.

È proprio verso il finale che la messinscena decolla, letteralmente alzandosi dalla volgarità diffusa e dalla carnalità spinta: lirica, splendida è la scena della metamorfosi di una delle vecchie megere in avvenente primadonna, giovane, bella e forte, come sempre aveva sognato d’essere. E dal decollo poetico si riprecipita poi nel finale tragico, cupo, macabro. Come disse uno: giovinezza, bellezza e forza sono i criteri del nazismo.

La scortecata – Da “Lo cunto de li cunti” di Basile – Emma Dante

Roma, India, fino all’11 novembre; Torino, Gobetti, 11-23 dicembre; Napoli, Bellini, 29 gennaio-3 febbraio; Vicenza, Astra, 15-16 febbraio; Modena, Teatro delle Passioni, 19-22 febbraio; Bari, Kismet, 9-10 marzo; Catania, Piccolo, 26-31 marzo; Milano, Piccolo, 2-14 aprile

 

Toni Servillo fa Scarpetta M.me Ardant la romantica

Toni Servillo reciterà per la sesta volta in un film diretto da Mario Martone grazie a Qui rido io, una produzione Indigo Film, Publispei e Rai Cinema sul set nei prossimi mesi incentrata sulla figura del grande attore e commediografo napoletano Eduardo Scarpetta, padre naturale di Eduardo, Peppino e Titina De Filippo e autore tra l’altro di Miseria e nobiltà.

Daniel Auteuil, Fanny Ardant, Guillaume Canet, Doria Tiller e Pierre Arditi recitano sino a fine novembre in La belle epoque, il secondo lungometraggio di Nicolas Bedos, figlio 38enne del celebre comico e umorista Guy Bedos e già autore e interprete con la sua compagna Doria Tiller della commedia sentimentale di culto Mr & Mme Adelman (Un amore sopra le righe). Nel nuovo film riflettori ancora puntati su umorismo e romanticismo.

È la storia di Victor (Auteuil), un sessantenne disilluso in crisi con sua moglie (Ardant) che vedrà la sua vita sconvolta quando il brillante imprenditore Antoine (Canet) gli proporrà un rivoluzionario esperimento grazie a cui potrà rivivere la settimana memorabile di 40 anni prima in cui aveva incontrato il suo grande amore.

Si gira da qualche giorno tra Milano, New York e Marocco Made in Italy, serie tv coprodotta da Taodue Film e The Family per Mediaset, diretta da Luca Lucini e Ago Panini e interpretata da Greta Ferro e da Margherita Buy oltre che da Valentina Carnelutti, Sergio Albelli, Giuseppe Cederna e Marco Bocci. In scena la storia di Irene (Ferro), figlia di immigrati del Sud che a metà degli anni 70 risponde all’annuncio di una rivista di moda e vi conquista un ruolo di prestigio. La sua esistenza cambierà radicalmente tra exploit internazionale di grandi stilisti, conflitti e contraddizioni, palpiti e fermenti, proteste giovanili e battaglie sociali.

 

Quel che resta dei dimenticati e dei reduci Usa

È di certo il titolo più incongruente, diciamo pure, più menzognero dell’anno, perché Senza lasciare traccia (Leave No Trace) rimane, altroché. Dietro la macchina da presa c’è l’americana, indie e classe 1963, Debra Granik, che aveva incantato con Un gelido inverno (Winter’s Bone), quattro nomination agli Oscar e la consacrazione di Jennifer Lawrence nel 2010. Qui fa anche meglio: prende una storia-leggenda dell’area di Portland, già romanzata da Peter Rock in My Abandonement, e inquadra il passo a due di padre, Will (Ben Foster), e figlia, Tom (Thomasin McKenzie), in fuga dal mondo tra i boschi dell’Oregon.

La professione di fede poetico-stilistica è nel minimalismo: non c’è alcun clamore, nessuna scena madre, zero enfasi, il montaggio è paratattico, la regia piana senza essere sciatta, i dialoghi pochi, essenziali, mai didascalici. Will è un reduce, con un disturbo da stress post traumatico diagnosticato (rivende le benzodiazepine per poter fare la spesa al supermercato): in fondo, tra quei boschi fa ancora la guerra, più che trovare pace, ma senza dare in escandescenze; l’adolescente Tom è sveglissima, mansueta eppure assertiva: ignoriamo, immaginiamo da parecchio, quando abbiano iniziato a vivere in tenda a Forest Park, sappiamo però quando vengono sorpresi e affidati ai servizi sociali, ovvero a una vita civile. Will trova impiego in un’azienda di alberi di Natale, che sa di pena del contrappasso, viceversa, Tom non soffre la cattività, fa amicizia con un ragazzo che alleva conigli, trova motivo di soddisfazione perfino nel sermone domenicale: che fare?

Sopra tutto, esiste ancora una risposta in prima persona plurale? Continuando a privilegiare, come pure nell’esordio Down to the Bone (2004) e il documentario Stray Dog (2015), la marginalità bianca, quello che solo equivocando oggi potremmo definire il popolo di Trump, Granik fotografa l’istinto di sopravvivenza, il survivalismo individuale e l’esclusione sociale, senza discettare di massimi sistemi, ma delegando all’umanità dei suoi straordinari interpreti e alla natura che li protegge: l’opposizione tra i funghi raccolti e quelli incellofanati dice tutto quel che ci serve sapere, l’anelito centrifugo di Tom e la necessità d’isolamento di Will non abbisognano di spiegazioni, giacché Debra ha l’empatia e la giusta distanza nel copione, scritto con l’abituale Anne Rosellini. Non è film immemore, né degli archetipi (La tempesta di Shakespeare) né del corpus cinematografico di riferimento (le foreste verso cui muovono sono le stesse del veterano Rambo, 1982…), ma Senza lasciare traccia ha l’intelligenza emotiva, e l’exemplum di Will e Tom, per fare di testa e immagini proprie: dialettico senza azzuffarsi, tosto senza vantarsi, è l’elogio della libertà più compreso, motivato e radicale visto al cinema negli ultimi tempi. Forse è troppo sottile, pacato e retto per irretire, ma ha un valore indiscutibile: non perdetelo.