“Le caste sono ovunque pure negli ascensori”

La fredda verità è che il lusso e la privacy difficilmente vanno d’accordo. Chiunque usufruisca dei servigi di un autista o di un assistente, sa bene che nelle loro mani sono riposti segreti spesso inconfessabili. Da qui è partito Marc Levy per tessere la trama del suo nuovo romanzo – Una ragazza come lei, pubblicato da Rizzoli – ambientato a New York, al civico 12 sulla prestigiosa Fifth Avenue. I suoi protagonisti sono Deepak e Lali – l’addetto all’ascensore installato nel palazzo e sua moglie – che decenni prima hanno infranto le rigidissime regole delle caste indiane, costretti a fuggire in America solo per potersi amare. E poi il giovane Sanji, nipote di Lali, alla ricerca di capitali per finanziare la sua app; e ancora Chloé, una delle inquiline, talentuosa artista costretta sulla sedia a rotelle. Un micromondo di pianerottoli e pettegolezzi che ruota attorno all’ascensore. Libro dopo libro, Marc Levy è diventato uno fra gli autori francesi più letti e amati in tutto il mondo – ha venduto più di quaranta milioni di copie, tradotto in 44 lingue – e anche qui non rinuncia a mescolare i generi, in una commedia che unisce i sentimenti e l’analisi pungente della società, sottolineando il razzismo e la discriminazione razziale. Levy da dieci anni vive a New York e, su Trump, afferma: “Le elezioni di Midterm hanno respinto l’avanzata del populismo più aggressivo. Era il segnale di cui avevamo bisogno”.

Monsieur Levy, in Una ragazza come lei racconta un micromondo condominiale fra voglia di riscatto e amore. Come è nato?

Una sera mi sono ritrovato in un vecchio ascensore. I piani si susseguivano ma i miei occhi erano inchiodati sul manovratore. La sua discrezione mi affascinava, immobile mentre tutti gli altri passeggeri continuavano a parlare come se lui non ci fosse. Quanti segreti aveva ascoltato, quanta discrezione era necessaria per tenere tutto per sé? Il personaggio di Deepak è nato così, portandosi dietro le storie degli inquilini del numero 12 sulla Fifth Avenue. Ho fatto molta ricerca bibliografica per capire come funzionassero gli ascensori manuali ma le storie sulla pagina sono il risultato dei miei dieci anni a New York, sempre a caccia di storie, con l’orecchio in ascolto.

La storia è inframmezzata dai corsivi di Chloé, dal racconto in prima persona del suo incidente. Anche New York discrimina?

Abbiamo una nostra idea della Grande Mela che purtroppo non coincide con la realtà. La verità è che le grandi metropoli non sono costruite per chi ha un handicap come Chloé, costretta sulla sedia a rotelle senza perdere il sorriso. Raccontare le sue mille peripezie quotidiane per salire sulla metro o prendere l’ascensore mi ha aperto la mente e spero possa accadere lo stesso al lettore.

Il racconto dell’amore di Deepak e Lali evidenzia la brutalità del sistema delle caste in India. Un anacronismo in uno dei Paesi più tecnologicamente avanzati?

Vede, in India le caste sono un sistema millenario, inscalfibile, brutale. Ma le caste si trovano ovunque, più o meno nascoste. Le caste servono agli autocrati per congelare il mondo e mantenere intatti i propri privilegi. A ogni costo.

Deepak descrive la generazione trenta-quarantenni odierna senza fronzoli. Siamo buoni solo a usare il touchscreen?

Per Deepak l’idea di un mondo in cui tutti hanno gli occhi inchiodati agli schermi, è intollerabile. Bisogna capirlo.

Da dieci anni vive in America. Come se la passa?

Vuol sapere se cammino ancora per strada con la mia baguette sotto il braccio e il basco francese in testa?

Forse.

Beh, li ho abbandonati dopo cinque anni a New York. Scherzo, quando vivi da molto tempo in una cultura straniera, diventi parte di lei. Non perdi la tua identità, piuttosto inizi ad abbracciarne un’altra. E questa diversità è un meraviglioso viaggio.

E politicamente?

Trump ha diviso il popolo americano, ha portato rabbia, frustrazione e tanta sofferenza, solo per il proprio beneficio e delle persone intorno a lui.

Raccontando la storia di Deepak e Sanji, enfatizza la componente razzista, il pregiudizio, in Francia come in America?

Sì, anche in Italia. Il populismo è un affare politico gestito da un piccolo numero di persone estremamente facoltose che vogliono acquistare le nostre democrazie. I social network hanno dato loro i mezzi per mettere all’angolo la stampa e manipolare l’opinione pubblica, coltivando la paura e la frustrazione. Ma le elezioni di Midterm hanno respinto l’avanzata del trumpismo, un segnale di riscatto di cui avevamo bisogno.

Non vorrei essere melenso, ma lei crede che l’amore sia la forza più potente?

Sì, lo penso. Credo che l’amore doni significato a tutta la nostra vita.

Mail Box

 

La politica torni credibile: è in gioco il nostro futuro

E se, tra comici in pensione dalla ragione, senatori aspiranti conduttori del nulla verso un improbabile ritorno al futuro, ministri evocatori di lupi cattivi provenienti da fuori, e altri imbonitori dei tre campanelli che si propongono come economisti/illusionisti, decidessimo che è tempo che la politica rientri in un minimo sindacale di serietà e di capacità minime di proporre soluzioni credibili e praticabili? Sarebbe troppo? Governare un Paese non è un gioco da affrontare a cuor leggero. In gioco è il nostro futuro. Magari di gente che ha risparmiato tutta la vita per immaginarsi una vecchiaia sicura. Hanno lavorato tutta la vita. Non si sono mai concessi una vacanza, mettendo da parte lira su lira, euro su euro. Ora stanno magari sostenendo figli e nipoti in lotta con la crisi che arricchisce chi è ricco e impoverisce chi non riesce a mettere insieme sera e mattino. Formiche risparmiatrici. Che rischiano di essere beffate dalla scelta governativa di stare dalla parte delle cicale cui, magari, dovranno rimettere la patrimoniale su risparmi già tassati. Fare ulteriore debito dello Stato, potrebbe significare anche questo.

Melquiades

 

La Lega ha studiato la storia: a Roma comanda uno solo

Salvini ha tratto dalla storia romana preziosi insegnamenti: Mario e Silla, Cesare e Pompeo, Ottaviano e Antonio. A Roma, uno solo comanda. Oggetto del desiderio di caste e lobby, gli basta bocciare i provvedimenti anticorruzione dei 5Stelle per eliminare lo scomodo alleato. Il trionfo del “restauratore travestito da rivoluzionario” (così lo definisce Travaglio) si svolgerà ai Parioli, su invito del Pd che, riconoscente, accoglierà con una standing ovation il novello Augustolo.

Maurizio Burattini

 

Diritto di replica

In riferimento all’articolo di Marco Travaglio “Populisti contro popolo” (il Fatto Quotidiano, 7 novembre 2018) precisiamo che il Tribunale di Roma ha prosciolto tutti gli imputati nel processo cosiddetto “Cerroni” da tutti i capi di imputazione contestati. Per evitare delle strumentalizzazioni – in buona o mala fede – del contenuto del dispositivo letto in udienza, è necessario puntualizzare quanto segue:

– con riferimento al reato di associazione per delinquere ha dichiarato la insussistenza del fatto (cioè non ha ritenuto sussistenti gli elementi costitutivi del delitto); con riferimento ai reati scopo: – per il traffico illecito di rifiuti (delitto punito con la reclusione da uno a sei anni), il Tribunale non ha ritenuto sussistenti gli elementi costitutivi del delitto; al contempo, ha diversamente qualificato i fatti inquadrandoli nella ben più lieve contravvenzione della mancata osservanza delle prescrizioni autorizzative. Visto il differente termine prescrizionale (ridotto per la contravvenzione rispetto al delitto contestato dall’accusa), il Tribunale ha disposto non doversi procedere senza accertare in concreto la sussistenza del reato; – per la truffa ai danni dell’ente pubblico, non ha ritenuto sussistenti gli elementi costitutivi del delitto ed ha disposto l’assoluzione perché il fatto non sussiste; – per i falsi in atto pubblico, non ha ritenuto sussistenti gli elementi costitutivi del delitto ed ha disposto l’assoluzione perché il fatto non sussiste; – per la frode in pubbliche forniture non ha ritenuto sussistenti gli elementi costitutivi del delitto ed ha disposto l’assoluzione perché il fatto non sussiste per i fatti successivi al dicembre 2010; per i fatti antecedenti tale periodo, il Tribunale ha disposto non doversi procedere per intervenuta prescrizione senza accertare in concreto la sussistenza del reato. La regola di giudizio utilizzata per dichiarare la assoluzione di tutti gli imputati perché il fatto non sussiste è quella di cui al primo comma dell’art. 530 c.p.p. (e non quella di cui al secondo comma della c.d. insufficienza di prove: “Il giudice pronuncia sentenza di assoluzione anche quando manca, è insufficiente o è contraddittoria la prova che…”). Alla luce della chiara formulazione del dispositivo della sentenza, è falso quello che viene scritto da Marco Travaglio nell’articolo nella parte in cui afferma che “la prescrizione ha cancellato i ‘reati scopo’, cioè il traffico illecito di rifiuti e la frode in pubbliche forniture”.

Bruno Assumma Sonia D’Angiulli
Alessandro Diddi Roberto Fiore Franco Giampietro
Domenico Oropallo
Luigi Panella Gildo Ursini

 

Prendo atto della precisazione. Ma dal dispositivo della sentenza del Tribunale si evince esattamente ciò che ho scritto (peraltro in buona compagnia dell’intera stampa italiana che se n’è occupata). E cioè che Manlio Cerroni ha beneficiato della prescrizione per due reati: quello previsto dall’art. 256 comma IV del decreto 152/2006 (“Attività di gestione di rifiuti non autorizzata”, “nelle ipotesi di inosservanza delle prescrizioni contenute o richiamate nelle autorizzazioni, nonché nelle ipotesi di carenza dei requisiti e delle condizioni richiesti per le iscrizioni o comunicazioni”) e la frode in pubbliche forniture (fino al 22.12.2010). Se davvero, come sostengono gli avvocati, il Tribunale non ha accertato la sussistenza dei due reati, lo scopriremo – come ho scritto – dalle motivazioni della sentenza. Fermo restando che, quando il giudice ritiene innocente un imputato, deve assolverlo, non dichiarare prescritti i suoi reati. E che “la prescrizione è sempre espressamente rinunciabile dall’imputato” (articolo 157 del Codice penale).

M.Trav.

Scuola Regionalizzarla? Gli studenti potrebbero non avere gli stessi diritti

 

Regionalizzare i professori è un’altra trovata geniale del ministro Bussetti, dopo l’eliminazione del tema storico dall’esame di Maturità, per dare il colpo mortale alla nostra scuola che, pur con le non poche criticità, rimane decisiva per la formazione unitaria degli studenti dalle Alpi alla Sicilia. Il progetto va bloccato, perché regionalizzare l’insegnamento comporta programmi, status economico e giuridico diversi tra chi svolge funzioni uguali sullo stesso territorio, scuole di serie A e di serie B, demolizione della scuola pubblica. L’operazione dice chiaramente che la Lega, benché abbia tolto per convenienza elettorale il termine Nord, non ha mai smesso di perseguire, come confermano i due referendum in Veneto e in Lombardia, il diritto di gestire autonomamente le risorse delle due Regioni. Dopo la Sanità è la volta della scuola per arrivare all’autonomia economica contro i principi di solidarietà e di uguaglianza a fondamento della nostra Costituzione.

Domenico Mattia Testa

 

Gentile Testa, prendo in prestito le parole del leader della Cgil, Susanna Camusso, per rispondere all’idea di scuola che dovrebbe essere dominante: “Ogni ragazza o ragazzo, ogni giovane che frequenti il sistema di istruzione pubblico del nostro Paese, ha diritto ad avere docenti e personale qualificato e selezionato a livello nazionale, titolare di uguali diritti e doveri. È un principio fondamentale in ogni buon sistema di istruzione pubblico. Così come è fondamentale avere trasferimenti in rapporto ai costi e ai fabbisogni standard da fissare ed erogare in maniera uguale su tutto il territorio nazionale”. Il rischio, inutile dirlo, è che a questa maggiore autonomia organizzativa a livello scolastico corrisponda una disuguaglianza territoriale che penalizza i ragazzi, ma anche i docenti, solo in base alla posizione geografica in cui nascono. Di sicuro, quello della regionalizzazione è un progetto del quale, al momento, si stanno interessando poche Regioni e di cui è capofila il Veneto, che prevede la possibilità di gestire autonomamente i concorsi, bandendoli solo a livello regionale nel momento in cui ci sarà carenza di docenti e personale. Lo stesso varrà anche per i possibili trasferimenti in altre Regioni. Se si dovesse limitare a questo, potrebbe essere anche ragionevole e con una sua coerenza interna, per porre un freno ai trasferimenti strumentali dei docenti da una parte all’altra d’Italia. Se invece dovesse estendersi anche alla gestione economica e dei contenuti, allora bisognerebbe iniziare a preoccuparsi davvero.

Virginia Della Sala

Anas, Armani jr. figlio e non vittima della partitocrazia

Il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli ha messo alla porta il capo dell’Anas Gianni Armani in modo brutale. I cerimonieri del potere all’italiana hanno visto calpestata la loro prima regola: sii come Gianni Letta, delizioso quando ti vedono, spietato a porte chiuse. Ma non è stata offesa solo la forma, anche la sostanza: pare che il governo gialloverde sia affamato di poltrone, in preda a raptus lottizzatori, uno spettacolo orrendo dopo decenni sereni in cui i potenti nominavano solo i bravi e alla Rai si entrava solo per concorso (truccato tutt’al più). “Le mani sugli appalti al Sud”, titolava ieri in prima pagina un grande giornale che – quando Renzi accelerò il golpe contro Enrico Letta in tempo per scegliere lui i nuovi vertici di Eni, Enel, Fs – inneggiava allo statista effimero.

Sia chiaro: ci vorrebbe l’aiuto di buone droghe per credere che un governo come questo possa risolvere il problema drammatico delle infrastrutture nazionali. Ed è vero che girano per Roma mitomani a cinque stelle che promettono poltrone a colpi di “Luigi mi ha dato carta bianca”. Ma l’inadeguatezza dell’attuale litigiosa compagine non può essere il salvacondotto per chi l’ha preceduta. E soprattutto non aiuta a capire perché siamo ridotti così. A molti osservatori manca il senso del ridicolo e ad alcuni tra essi la buona fede. Renato Mazzoncini è stato mandato via dalle Fs perché lo imponeva la legge a seguito di un rinvio a giudizio per truffa ai danni dello Stato. Roberto Battiston è stato silurato dall’Agenzia spaziale perché la sua nomina è gravata da irregolarità rilevate dal suo collegio sindacale, non dal MeetUp #Sciechimiche. Armani stava al vertice dell’Anas perché sponsorizzato dall’avvocato Alberto Bianchi, uomo delle istituzioni in quanto presidente della Fondazione Open, storica cassaforte renziana.

Armani è il più tipico figlio della Prima Repubblica, cioè di quel regime che ha avvelenato alle radici l’economia italiana lasciandoci in eredità un impoverimento drammatico e una classe dirigente ridicola. Armani non ha mai lavorato in un’azienda privata e si è insediato all’Anas descrivendolo (giustamente) come una fogna del malaffare, con stile da troll renziano più che da uomo dello Stato. Per lui l’azienda delle strade era il tabernacolo del familismo: “Il bisnonno aveva lasciato il posto al nonno e il nonno al padre e il padre al figlio. In certi uffici ci sono ancora moglie e marito, figli e nuore e cugini”. Parlava con cognizione di causa: suo padre Pietro è stato nel cda dell’Iri per soli 22 anni, in quota Partito repubblicano italiano, corrente La Malfa. Ecco perché adesso è non solo ridicolo ma anche scandaloso il tentativo di far passare Armani junior come vittima della nuova partitocrazia, mentre è il simbolo di una generazione di manager che alla partitocrazia deve tutto. Anche la capacità di dire cose assurde senza arrossire. Per dire, la fusione tra Anas e Ferrovie era così assurda che non è mai stata messa in pratica ma Armani la descriveva con tono sognante: “L’integrazione ci ha già portato benefici enormi. Il primo su cui abbiamo lavorato è stato quello di mettere insieme le best practice di ognuno”. Minchia signor tenente! Le best practice! E qual è la best practice dell’Anas? Lo sventurato descrisse: “Inchieste. Arresti. Una quindicina di lettere anonime sul tavolo a settimana. Una giungla A ogni passo, una possibile coltellata”.

Il governo gialloverde fa dunque bene a mandare a casa un po’ di gente, e a stare tranquillo: chi si straccia le vesti in pubblico spesso applaude in privato. Adesso non resta che augurarsi un governo in grado di selezionare nuovi manager in grazia di Dio. Questo, avrebbe detto Funari, gnaa fà.

 

Matteo, Elisa, le Pantere nere e la Bestia nera

Dalle Pantere Nere alla Bestia Nera. Il faro che guida il cammino di Matteo Salvini sembra essere piantato proprio al centro del salotto di casa Bernstein, lì dove lo scrittore americano Tom Wolfe coniò l’immortale definizione “radical-chic”. L’espressione più abusata della Terza Repubblica nasce infatti per descrivere quello spicchio di élite che nel 1970 si riunì a casa di Leonard e Felicia Bernstein per sostenere la causa delle Pantere Nere, l’organizzazione rivoluzionaria nata per combattere la discriminazione degli afroamericani.

Ecco, per il “capitano” Matteo tutto ciò che può allontanare la sua nave dal solidarismo annoiato e lievemente ipocrita di quella categoria umana, tra i posteri dei quali annovererebbe senz’altro gli “ambientalisti da salotto” di cui parlava proprio qualche giorno fa per spiegare i danni del maltempo, va fatto senza pensarci due volte. Così dalle Pantere siamo passati alla più generica “Bestia”, presumibilmente nera anche quella: cioè il software che ha permesso al capo leghista di diventare il signore incontrastato della Rete.

Il domatore della Bestia, la cui missione è quella di attuare una “propaganda empatica”, si chiama Luca Morisi ed è il social media manager a cui il vicepremier ha subappaltato la gestione della sua immagine di ministro della porta accanto. Sì, perché la Bestia non può ringhiare e basta, ma deve anche giocare da brava cucciola, lasciarsi accarezzare e fare le fusa, ché la ferocia da sola dopo un po’ stanca. Così, da un lato, bisogna far leva sulle emozioni negative per attirare l’attenzione e per galvanizzare frotte di utenti rancorosi e insoddisfatti, possibilmente creando una forte aggregazione attorno alla figura di un nemico da debellare riunendosi tutti insieme, quotidianamente, sulla pagina di Matteo. E, dall’altro, occorre anche sapersi mostrare umani, gioiosi, bisognosi d’affetto e amanti delle cose semplici. Dunque bando alla privacy e giù a condividere ravioli, paste al ragù e panini al salame alternati a “bacioni” sparsi, serate a guardare Amici o Temptation Island e giù “Vi voglio bene amici” come se piovesse. Tutta roba da far venire un colpo ai seguaci di Tom Wolfe.

In questo Truman show assolutamente volontario, viene difficile credere che la scelta di Elisa Isoardi di rendere pubblica la fine della relazione con Salvini, con tanto di intimità d’alcova fotograficamente documentata, sia avvenuta all’insaputa dell’interessato e soprattutto del suo bestiale demiurgo social. Quale donna, per quanto indispettita o ferita, deciderebbe di sfidare a duello uno degli uomini più potenti del Paese sul terreno a lui più caro e di farlo in tempi di nomine Rai?

A meno che la Isoardi non soffra di pulsioni autodistruttive e abbia optato per un harakiri professionale a mezzo social, l’ipotesi più probabile è che la conduttrice de La prova del cuoco abbia deciso di offrire i particolari della sua (ex) storia d’amore col Capitano non al pubblico ludibrio, ma alla pubblica prurigine, contribuendo ad aggiungere sfumature all’immagine a tutto tondo che il buon Morisi sta costruendo per Matteo suo.

E la risposta indiretta che Salvini ha rivolto – sempre in Rete, ça va sans dire – alla sua ex morosa (“Ho amato, ho perdonato, sicuramente avrò anche commesso degli errori ma ci ho creduto fino in fondo. Peccato, qualcuno aveva altre priorità”) non fa che rafforzare la supposizione che Elisa abbia fatto soltanto il gioco di un uomo che ha scelto di barattare la propria privacy con il potere.

Insomma, per dimostrare che la sua non è sofisticata biancheria da salotto buono, anzi radical chic, i panni sporchi è meglio lavarli davanti a tutti. “Chi sono io per tenere per me la mia intimità?”. Ecco un motto da suggerire a Morisi e alla sua Bestia per impreziosire il profilo del Leader Qualunque.

Piccole opere contro l’usa e getta

Praticamente impossibile incontrare un commentatore del nostro presente che dissenta rispetto alla natura “ecologica” delle difficoltà drammatiche che la civiltà umana sta attraversando in questo tardo capitalismo.

La grande crisi esplosa nel 2008 non è solo economica ma anche sociale e ideologica. La crisi è stata infatti l’esito di una ideologia politica nota come neoliberismo, divenuta prassi dominante dei paesi industrializzati nella penultima decade del secolo scorso. Prassi potentissima, capace di travolgere nel decennio successivo l’equilibrio bipolare della Guerra Fredda e le stesse barriere politiche della statualità inaugurando la cosiddetta globalizzazione.

La stagione neoliberale affida al capitale svincolato da obblighi nei confronti del lavoro e della politica la guida del cammino umano. In ogni Paese essa viene inaugurata, grossomodo nello stesso momento, da un conflitto divenuto altamente simbolico che vede trionfare il capitale.

In Inghilterra la Thatcher piega i minatori; negli Stati Uniti Reagan piega i controllori di volo.

In Italia l’epicentro del terremoto non poteva che essere Torino dove il cosiddetto “autunno caldo” si chiude con la famosa marcia dei quadri intermedi Fiat dell’ottobre 1980. Quell’episodio, noto come marcia dei 40.000 (pare la stima sia stata una specie di autogol computazionale di Luciano Lama: in realtà la questura ne stimò 12.000) segna il ritorno in campo della stessa alleanza fra piccola borghesia e autoritarismo padronale che aveva già domato cent’anni fa il biennio rosso portando alla marcia di Roma.

Fu Enrico Cuccia (grande banchiere di sistema) a “suggerire” ad Agnelli la nomina ad Ad di un suo uomo rozzo e di estrema destra come Cesare Romiti per fare il “lavoro sporco”, licenziando e ponendo in cassa a zero ore oltre 20.000 operai, per concludere con il pugno di ferro uno scontro ideologico iniziato mesi prima col licenziamento di una sessantina di operai (falsamente) accusati di contiguità con la lotta armata.

Arisio, il “regista” della marcia non fu che l’utile idiota di una strategia architettata altrove per interessi del tutto altri rispetto a quelli dichiarati di tutelare il lavoro… (ironicamente gli stessi figli di Arisio, premiati con l’assunzione, furono poi vittime dello smantellamento della Fiat oggi emigrata baracche e burattini per non pagare le tasse in Italia).

Come si ripete la storia! Il capitale punta sulla grande opera Tav promossa a ideologia con dati campati per aria e rifiuta ogni dialogo su alternative più sostenibili (ristrutturazione linea storica). Gli stessi giornali pubblicano in prima pagina editoriali incredibili sperando di riprodurre sabato i “fasti” di quella catastrofe. Gli stessi interessi finanziari e padronali guadagnerebbero dal nuovo saccheggio del territorio; gli stessi piccolo-borghesi strumentalizzati ci perderebbero.

Se fosse vero che la tragedia storica si ripresenta in farsa potremmo stare sereni. Ma intorno a noi, proprio in questi giorni si manifestano brutali gli esiti della politica estrattiva e antiecologica divenuta dominante da quel 1980. Crollano ponti e infrastrutture; il territorio devastato non regge all’impatto del clima, a sua volta devastato dallo sviluppo neoliberale. Mentre si riprende una riflessione seria su come tutelare i beni pubblici e quelli comuni (Commissione Rodotà, Accademia Lincei 30 novembre prossimo) e si quantificano i miliardi necessari per rigenerare il nostro territorio (forse ne servono 70) sufficienti per un grande piano di piccole opere capaci di rilanciare lavoro e speranza per le future generazioni, gli interessi rapaci ed estrattivi aggrediscono il consiglio comunale torinese per convincere tutti che serve ancor più della stessa catastrofica medicina.

La logica usa e getta che ha reso il mondo una discarica viene applicata anche al territorio. Perché non considerare seriamente la ristrutturazione della vecchia linea, un progetto coerente con quella logica del riuso e dell’economia circolare che sola può darci speranza?

Libera Giulia Ligresti, Milano sconfessa la sentenza torinese

Torino arresta, Milano libera. Al Palazzo di Giustizia del capoluogo piemontese la decisione della Corte d’appello lombarda ha suscitato alcuni malumori. Mercoledì Giulia Ligresti ha lasciato il carcere di San Vittore in cui era entrata il 19 ottobre quando il tribunale di sorveglianza piemontese aveva respinto la sua richiesta di affidamento alla messa in prova. La manager 50enne, ex presidente e ad di Premafin (società di famiglia che controllava Fonsai), aveva patteggiato due anni e otto mesi per falso in bilancio aggravato e manipolazione del mercato. Tuttavia i giudici milanesi hanno accolto l’istanza di sospensione della carcerazione presentata dai suoi avvocati, Davide Sangiorgio e Gian Luigi Tizzoni, nel quadro di un’istanza di revisione del patteggiamento depositata mercoledì. Quest’ultima domanda si basa sull’assoluzione del fratello, Paolo Ligresti, stabilita a Milano “per gli stessi fatti” contestati a Giulia Ligresti a Torino. Per la difesa le due sentenze sarebbero “inconciliabili” e perciò hanno chiesto la scarcerazione, subito accolta. A Torino, però, sua sorella Jonella era stata condannata in primo grado a cinque anni e otto mesi.

Il fronte del No si ritrova l’8 dicembre

Se domani a Torino scendono in piazza i Sì Tav (col dress code: indossare capi arancioni), tra un mese torneranno in città i No Tav. L’8 dicembre manifesteranno “per la tutela dei territori e contro lo spreco di risorse pubbliche”. In quel periodo il governo M5s-Lega dovrebbe ottenere l’analisi costi/benefici. In attesa dello studio, mercoledì gli esperti della Commissione tecnica della Torino-Lione hanno voluto prendere la parola: “È nata una religione per la quale il Tav è un atto di fede che non necessita di verifiche”, afferma Angelo Tartaglia che invita i manifestanti di domani a “guardare meglio i dati”. Lui, dati alla mano, mostra come tra il 2001 e il 2017 il traffico delle merci tra Italia e Francia sia sceso a differenza degli scambi con la Svizzera o la Francia. Colpa della vecchia linea esistente in Val di Susa? Secondo lui no: tra 1997 e 2007, prima delle nuove infrastrutture in Svizzera, nella valle si registrava un calo del 43,6%, mentre nella Confederazione è aumentato del 43,7%.

In sostanza gli studiosi ritengono che migliorare la linea già esistente sia più economico e utile alle esigenze del trasporto merci. E il contratto di governo prevede l’impegno a “ridiscutere integralmente il progetto nell’applicazione dell’accordo tra Italia e Francia”. “Il tunnel e la linea hanno alcuni limiti risolvibili con molti interventi che hanno un costo inferiore”, ribadisce Alberto Poggio che ricorda come lo stesso osservatorio del governo sulla Torino-Lione abbia dovuto ammettere di aver fatto delle previsioni di traffico “ampiamente sovrastimate”. Secondo lui l’attuale linea può portare dalle 7 alle 11 volte quelle che passano attualmente in Val di Susa. Gli esperti favorevoli all’opera ricordano che il tunnel esistente e la pendenza del tracciato non sono adeguati, anzi la galleria storica del Frejus è per il commissario Paolo Foietta pericolosa: “È omologata da Rfi – replica Poggio –. Se qualcuno ritiene che sia pericoloso ne chieda la chiusura”. Ma non possono passare due convogli alla volta: “Non c’è l’esigenza”, dice Tartaglia. Poggio lancia infine un dubbio finanziario: l’Italia dal 2012 ha stanziato quasi 5 miliardi di euro per i lavori e la Francia non lo ha ancora fatto. “Se paradossalmente domani Telt facesse partire i cantieri, sarà l’Italia a pagarli – spiega –. Il governo che vuole fare?”. Il ministro dei Trasporti Danilo Toninelli potrebbe chiarire presto la questione. Lunedì incontrerà la collega francese Elisabeth Borne: “Se ha domande sull’impegno della Francia, questa è l’occasione di rassicurarlo”, ha detto lunedì all’Assemblea nazionale.

Intanto, sempre sul fronte No Tav, non fa una bella figura la consigliera comunale 5 Stelle torinese Viviana Ferrero, che prevede che molti manifestanti saranno “disperati, anziani disinformati, madamin salottiere” portati coi pullman. “Non rappresenta quello di questa amministrazione, che ribadisce il rispetto e l’ascolto di quanti parteciperanno alla manifestazione di sabato e delle loro istanze”, ha replicato la sindaca Chiara Appendino.

L’onda SìTav delle “madamine” e del braccio destro di Lunardi

Nella contorta informazione della Torino di questi giorni, può accadere che si intervistino due star della divulgazione tv, lo storico Alessandro Barbero e il meteorologo Luca Mercalli, facendoli parlare di tutto, da Garibaldi al maltempo, ma evitando invece di ricordare ciò che li accomuna: la battaglia contro l’Alta velocità in Valsusa. E anche che qualcuno rispolveri persino le memorie della “marcia dei 40 mila” e quel Carlo Callieri (uno dei principali collaboratori di Cesare Romiti) che, quando schiacciava i diritti dei lavoratori, era soprannominato “John Wayne”, ai tempi in cui sulle scrivanie dell’ufficio personale della Fiat qualche volta compariva il simbolo della X Mas.

Sono l’esagerazione non dovuta, il fiancheggiamento mediatico per una manifestazione che, domani mattina, avrà comunque successo. Contro Chiara Appendino e la sua giunta a Cinquestelle: per un Sì al Tav tra Torino e Lione, per una rivincita anche dopo il no al bis delle Olimpiadi invernali, per esorcizzare le sconfitte alle Comunali del 2016 e alle Politiche del 4 marzo, per ridarsi una “verginità” dopo aver appoggiato più o meno alla luce del sole la sindaca M5S contro Piero Fassino. Chi di queste cose se ne intende, nel sindacato e nella politica di sinistra, fa previsioni prudenti ma che oscillano tra le 5 mila e le 10 mila persone; qualcuno addirittura si sbilancia sino a preventivarne 20 mila.

La partita, così, si è già spostata al giorno dopo e, soprattutto, al che cosa resterà nei prossimi mesi dei grandi amori per l’Alta velocità. Sul fronte politico, soprattutto, che si prepara allo scontro primaverile per le Europee, ma in particolare per le Regionali nelle quali Sergio Chiamparino (Pd) cercherà di tenersi la giunta, contro un centrodestra a guida Lega di Salvini, oggi molto in difficoltà sotto la Mole per quel no al Tav (senza effetti giuridici) votato in Comune dagli alleati pentastellati nel governo nazionale.

Chi incasserà, dunque, il grisbì dei consensi e della simbologia della manifestazione di domani? È questo il vero, grande enigma delle prossime ore, nello spontaneismo confuso e ufficiale (ma non troppo, visto l’appoggio dei media) dei promotori e l’agitarsi più soft (ma famelico) dei due fronti perdenti delle ultime urne: Pd e Forza Italia. Già con qualche perplessità tra gli osservatori politici più attenti: “Il rischio – spiegano – è che anche questa volta a guadagnarci siano i leghisti”.

Ieri, nell’ultima conferenza stampa di presentazione, davanti anche ai portavoce di Telt (la società franco-italiana che sovrintende alla costruzione del tunnel ferroviario) a fare gli onori di casa c’erano la promotrice della pagina Facebook “Sì, Torino va avanti”, Giovanna Giordano Peretti, 61 anni, e le sue “madamin”, il termine del dialetto torinese che ricorda un po’ il “Signora mia…” di Alberto Arbasino, sinonimo di “signore bene”. Presidente del Rotary, narratrice di una decisione presa tra “Gauloises, cioccolato, bignè, computer portatili e telefonini”, sogna di coinvolgere anche le “madamin” proletarie delle Vallette (uno dei quartieri popolari ed ex operai che, due anni e mezzo fa, voltarono le spalle a Fassino) e consiglia loro, come metafora per l’impegno, uno sport: “Quando parti con gli sci, poi devi sciare…”.

Seduto allo stesso tavolo, anche se un po’ meno elegante e raffinato, ecco invece l’altro grande sponsor di domani: Mino Giachino, 73 anni, ex dc della sinistra di Carlo Donat-Cattin, poi lobbista delle associazioni dell’autotrasporto legato ai signori delle autostrade, infine uomo di fiducia di Gianni Letta e sottosegretario ai Trasporti nell’ultimo governo Berlusconi.

Assenti invece, ma non domani in piazza Castello, i parlamentari e i dirigenti del Pd subalpino, a cominciare da Davide Gariglio e Stefano Lepri che, qualche anno fa (mentre anche il sindaco di Firenze Renzi manifestava forti perplessità sulla Torino-Lione), impedirono l’espulsione dal partito di Sandro Plano, eletto sindaco di Susa (città strategica, per il cantiere del tunnel, ben più di Torino) per soli otto voti al posto della candidata ufficiale del centrosinistra, e diventato un primo cittadino No Tav benvoluto dai Cinquestelle valsusini. Mancherà invece Stefano Esposito, ex senatore dem, sotto scorta da tempo dopo le minacce degli antagonisti che appoggiano la protesta della valle, raggiunto da 55 querele per le sue battaglie e per 17 anni, animatore di un fronte poco amato in molti ambienti della cultura e dello spettacolo torinesi, oggi convertiti al vento anti-Appendino: “Sarò a Dublino, per il concerto degli U2. Ma non è un problema: tanto del Sì Tav so tutto – dice – e so anche che, nel mio partito, gli unici politici nazionali che non devono rimproverarsi nulla siamo Chiamparino, Mercedes Bresso e io”.

La “Bestia del Capitano” dal Viminale fino a Chigi

C’era una volta la paludata comunicazione istituzionale dell’Interno. Poi Matteo Salvini ha cambiato i connotati del ministero.

Al Viminale il Capitano si è portato dietro “la bestia”, la squadra della comunicazione che gli ha fatto battere i record sui social network. Hanno traslocato a Roma: il guru Luca Morisi, il suo socio Andrea Paganella e i ragazzi che ogni giorno inondano Facebook, Twitter e Instagram con la propaganda verde. Così sono saltati i confini tra la comunicazione di un’istituzione statale e quella di un politico in campagna elettorale permanente. Morisi è incasellato come “consigliere strategico” con un compenso di 65.000 euro l’anno. Paganella è capo della segreteria particolare e ha uno stipendio più alto: 85.979 euro. I due sono doppiamente retribuiti per il lavoro che svolgono per Salvini: oltre agli stipendi del ministero, c’è il contratto da 170.000 euro l’anno che la loro società – Sistema Intranet srl – ha stipulato con la Lega.

Al Viminale si sono portati anche i quattro “ragazzi” della squadra social: hanno meno di trent’anni, profili e curricula intercambiabili. Daniele Bertana ha iniziato a “smanettare” con i computer nell’azienda di famiglia a Bruino (Torino), ha finito il liceo scientifico nel 2015 e ha trovato subito posto nella Lega. Andrea Zanelli, 24 anni, ha fatto un percorso quasi identico: subito dopo il diploma scientifico è stato cooptato nella comunicazione salviniana, da principio nella segreteria di Matteo e poi seguendo le orme del Capitano prima a Bruxelles e poi al Viminale (intanto ha trovato il tempo per una laurea triennale in Economia). Fabio Visconti, classe ’93, è passato direttamente dal diploma di perito informatico a Lecco all’impiego nei social del segretario leghista. Poi c’è Leonardo Foa, pure lui 24enne, con un curriculum accademico un po’ più ricco dei colleghi (trilingue, laurea in Bocconi, master a Grenoble), arruolato alla Sistema Intranet di Morisi e Paganella nel 2017 e poi catapultato al Viminale. Proprio nei giorni in cui il papà Marcello veniva scelto da Salvini – e poi imposto, dopo un braccio di ferro durato settimane – come nuovo presidente della Rai. I quattro ragazzi sono inquadrati con lo stesso stipendio: 41.600 euro all’anno.

A guidare l’ufficio stampa Salvini ha chiamato un giornalista di Libero. Matteo Pandini (90.000) fino a pochi mesi fa scriveva (anche) inchieste sulla Lega. Bergamasco, 38 anni, ha cementato il rapporto col Capitano curando e firmando la sua autobiografia Secondo Matteo. È lui che guida la macchina della propaganda a Roma.

A fine agosto negli uffici del ministro Salvini si è aggiunto Gianandrea Gaiani (65.000), esperto di Difesa, volto dei salotti televisivi, articolista un po’ ovunque, feroce sostenitore della linea dura sull’immigrazione (“la grande farsa umanitaria”, come da titolo del suo ultimo libro). Su Libero illustrò il piano per liberare i due marò detenuti in India “con sommergibili, spie e incursori”.

La segreteria del ministro è completata da due giornalisti al Viminale da diverse legislature – Cristina Pascale (30.000 euro) e Giuseppe Benevento (41.600 euro) – e dallo storico deputato leghista Luigi Carlo Maria Peruzzotti (41.600 euro). Il capo di gabinetto è l’ex prefetto di Bologna Matteo Piantedosi (152.536 euro), con lui c’è il prefetto Elena Garroni (146 mila euro), mentre a fianco di Pandini nell’ufficio stampa c’è il vice prefetto Paolo Canaparo (90.000 euro).

Salvini a Chigi si è portato una squadra ridotta, ma con diverse figure eccentriche. L’ultimo acquisto, arrivato un po’ alla chetichella, è un altro volto abbastanza noto dei talk show politici: Alessandro Amadori (65.000), il sondaggista dell’Istituto Piepoli. Presenza fissa su La7, lo si può incrociare anche in questi giorni davanti alle telecamere mentre spiega la crescita dei consensi del governo o descrive “il successo quantico (sic) della Lega di Salvini dal 2013 a oggi”. Della sua nomina pare non essersi accorto nessuno: Amadori si presenta ancora come sondaggista e vicepresidente dell’Istituto Piepoli e non come “consigliere per l’analisi politica e sociale” del politico più potente d’Italia. Il fulcro del team è la storica portavoce Iva Garibaldi (120.000), che ha accompagnato il percorso di Salvini dai leghisti al 3 per cento al virtuale 33 di oggi.

Nell’ufficio di Chigi ha preso scrivania un’altra donna di carattere, Susanna Ceccardi (65.000). Come il suo capo, colleziona incarichi: sindaca di Cascina (Pisa), commissaria della Lega in Toscana, probabile candidata alla Regione e pure “consigliere per il programma di governo” del Capitano. Per le “attività strategiche internazionali” c’è Claudio D’Amico (65.000). È l’uomo che cura i rapporti con Russia Unita e che ha accompagnato Salvini da Vladimir Putin. È il “russologo” della Lega, insomma. Curiosamente, ne è anche l’ufologo: è convinto che ci sia un complotto internazionale per nascondere la verità sugli alieni.

Completa l’ufficio il giovanissimo Lorenzo Bernasconi (classe ’87), da anni tra i più stretti collaboratori di Salvini (a Chigi gli fa da segretario particolare, 100.000 euro). L’unico “boiardo” pescato fuori dal bacino leghista e con una carriera di alto livello da funzionario della Camera è infine il capo di gabinetto Paolo Visca. Il suo trattamento economico risulta ancora “in corso di definizione”.