Morta Mariasilvia Spolato, prima donna a dichiararsi gay

È morta nei giorni scorsi – in una casa di riposo di Bolzano all’età di 83 anni – Mariasilvia Spolato. Nel 1972 fu la prima donna in Italia a dichiararsi omosessuale, una scelta che le costò la perdita della compagna, del lavoro (era docente universitaria di Matematica) e dei legami familiari. Finì per strada come senzatetto e per molti vagò per le strade di Bolzano, sempre alla ricerca di libri e giornali da leggere. La notizia della morte è stata appresa dal fotografo Lorenzo Zambello e raccontata sulle pagine del quotidiano Alto Adige. Mariasilvia Spolato da giovane laureata in Matematica aveva tutte le carte in regola per una carriera accademica. La docente universitaria alle fine degli anni Sessanta pubblicò dei manuali per Fabbri e Zanichelli. Nel 1971 fondò il FLO (Fronte di Liberazione Omosessuale) e nel 1972 partecipò alla manifestazione dell’8 marzo a Roma dove espresse pubblicamente il suo orientamento sessuale tramite cartelli. Le fotografie della sua partecipazione alla manifestazione vennero pubblicate dal settimanale “Panorama”.

Corruzione, “condannate Marra a 4 anni e mezzo”

Doveva essere la sentenza che avrebbe potuto dare qualche indicazione sull’ex braccio destro di Virginia Raggi. Ma per l’accusa di corruzione, il giudizio in primo grado su Raffaele Marra è slittato al 13 dicembre. È invece fissata per domani la sentenza sul presunto falso documentale di cui è accusata la sindaca di Roma per la nomina (poi revocata) del fratello dell’ex dirigente del Campidoglio.

Intanto ieri nel processo per corruzione che vede imputati Raffaele Marra e il costruttore Sergio Scarpellini, la Procura ha chiesto per l’ex funzionario del Campidoglio una pena di 4 anni e sei mesi di reclusione, oltre che la confisca del suo appartamento. Quello acquistato nel 2013 in via dei Prati Fiscali per 367 mila euro con i soldi – è questa l’accusa – di Scarpellini quando Marra era direttore del Dipartimento partecipazioni e controllo di Roma Capitale. In cambio, per i pm, Marra avrebbe messo a disposizione la propria funzione pubblica. “Quei soldi erano un prestito che l’imprenditore aveva concesso a una persona alla quale era legata da sinceri rapporti di amicizia e cordialità”, hanno replicato gli avvocati Francesco Scacchi e Fabrizio Merluzzi, chiedendo l’assoluzione di Marra.

L’arresto (poi revocato) dell’ex dirigente, arrivato il 16 dicembre 2016 mentre era direttore del Dipartimento Risorse Umane del Campidoglio, rientra nell’inchiesta sui presunti finanziamenti di Scarpellini a politici e colletti bianchi al fine di sbloccare piani immobiliari di interesse economico per l’imprenditore. Uno su tutti, il quartiere Infernetto, in cui il Comune si stava adoperando affinché le cooperative cedessero i terreni per realizzare alloggi per i soci. Quello, secondo l’accusa, era uno dei progetti fra i più rilevanti in via di definizione su cui Marra si stava ritagliando una serie di competenze. “La Procura non è stata in grado di documentare una sola iniziativa concreta che Marra possa aver messo in atto per aiutare Scarpellini mettendo la sua funzione pubblica a disposizione dell’imprenditore”, hanno detto i difensori. I fatti risalgono al 2013, periodo in cui in Campidoglio si preparava la staffetta fra Gianni Alemanno e Ignazio Marino.

La figura di Marra è centrale anche nel processo alla sindaca. La Raggi è accusata di aver dichiarato il falso in una lettera alla responsabile Anticorruzione del Comune, in cui si parlava di “ruolo compilativo” di Marra nella procedura di rinnovo della macrostruttura capitolina, che ha visto anche la nomina del fratello Renato. Secondo il pm Francesco Dall’Olio, Raggi avrebbe dichiarato il falso in quanto Marra avrebbe partecipato attivamente alla redazione del “bugiardino” che ha poi portato all’ordinanza sindacale di fine ottobre 2016. Il processo è in dirittura d’arrivo: oggi, prima della requisitoria, verrà esaminata come teste Carla Raineri, giudice di Corte d’appello e ex capo di gabinetto di Raggi. Domani la sentenza.

I garantisti “pelosi” che se la prendono con gli innocenti

Non si capisce se i berlusconiani e i loro adepti, palesi e occulti, siano più in malafede o ignorino la logica più elementare. Il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, sta preparando un disegno di legge per il quale la decorrenza dei tempi della prescrizione si arresta dopo il primo grado di giudizio. Apriti cielo. Il parlamentare di Forza Italia Enrico Costa ha parlato di “omicidio del processo penale”. Il suo collega dem Alfredo Bazoli ha dichiarato: “È un atto gravissimo che introduce un allungamento smisurato dei processi” e Giulia Bongiorno, ministro per la Pubblica amministrazione in quota Lega, avvocato di grido, ha detto all’ottima Maria Latella: “Bloccare la prescrizione dopo il primo grado di giudizio significa mettere una bomba atomica nel processo penale, non ci sarebbero più Appello e Cassazione perché non sarebbero più fissate le udienze”. Ora, la legge Bonafede non accorcia e non allunga i tempi del processo. Non si capisce perché mai non dovrebbero essere più fissate udienze come afferma la Bongiorno, il processo proseguirebbe come sempre e con i lunghi tempi aberranti di sempre, però, alla fine, a una sentenza si arriva e si accerta se un reato è stato effettivamente commesso.

Con l’attuale regime della prescrizione il processo non viene ucciso, nasce già morto. Perché sono infiniti i procedimenti che cadono sotto la mannaia della prescrizione (165 mila ogni anno). Col risultato di aver fatto lavorare a vuoto i magistrati e di aver sostenuto costi del tutto inutili a spese dello Stato, cioè di noi cittadini.

Evidentemente inconsapevole del ridicolo a cui si espone, Mattia Feltri ha scritto su La Stampa che Bonafede è un “bifolco” del diritto, “uno che quanto a cultura giuridica dev’essere rimasto al codice di Hammurabi e alla civiltà degli oranghi”. Bonafede è un avvocato che nel 2006 ha conseguito il dottorato di ricerca presso la facoltà di Giurisprudenza all’Università di Pisa e ha da anni un avviato studio a Firenze. Mattia Feltri non è laureato in Giurisprudenza e peraltro in nessuna altra facoltà. Chi è allora il “bifolco” e l’“orango”, almeno in tema di diritto?

In realtà, il disegno di legge Bonafede andrebbe accompagnato da altre misure. La prima è far decorrere i tempi della prescrizione dal momento in cui è stato commesso il reato e non da quello in cui viene scoperto. L’altra, fondamentale, è lo snellimento delle nostre procedure. L’abnorme durata dei processi italiani ha una causa recente e un’altra che ha origine nel passato e radici culturali.

Prima causa. Dopo Mani Pulite, quando per la prima volta nella storia dell’Italia repubblicana anche ‘lorsignori’ furono chiamati a rispondere a quelle leggi che tutti noi siamo tenuti a rispettare, la classe politica, berlusconiana ma non solo, temendo un replay, ha inzeppato il Codice penale e di Procedura penale di leggi fintamente ‘garantiste’ che hanno ulteriormente allungato la durata di processi già interminabili, danneggiando gli innocenti e favorendo i colpevoli. Qual è infatti l’interesse dell’innocente? Essere giudicato il più presto possibile. Quale quello del colpevole? Essere giudicato alle calende greche e, possibilmente, mai.

Causa remota. Sono stati i Latini a creare il diritto. Il loro era un diritto pragmatico, contadino, che privilegiava la velocità delle procedure, scontando la possibilità dell’errore. L’intero mondo anglosassone, compreso quello che ha subìto la colonizzazione inglese, ha preso dal diritto romano classico. Sciaguratamente noi abbiamo preso dal diritto bizantino – le pandette di Giustiniano – che è una stupenda cattedrale, fatta di pesi e contrappesi, di ricorsi e controricorsi, di appelli e controappelli, di verifiche e controverifiche, in modo da rendere impossibile l’errore. Che è pura illusione, anzi si risolve nel suo contrario perché, passati gli anni, i testimoni sono morti, le carte ingiallite e illeggibili oppure scomparse nel tempo.

Oltre a rendere di fatto nulli centinaia di migliaia di processi decapitati dalla prescrizione, la lunghezza dei procedimenti incide su tutta una serie di questioni rilevanti.

1. La certezza della pena. Si può tranquillamente delinquere contando di non scontarla mai, data l’altissima probabilità che i processi non arrivino a una sentenza definitiva.

2. La custodia cautelare. A processi lunghi corrispondono carcerazioni preventive in proporzione. Per gli stracci naturalmente: Pietro Valpreda fece quattro anni di galera senza processo, Giuliano Naria, un presunto terrorista rosso, nove, finendo poi assolto. Ma i ‘garantisti’ di oggi o i loro antenati ideologici di ieri non fecero una piega. Andava bene così. Mentre durante Mani Pulite per due settimane di custodia cautelare di uomini politici o imprenditori o altri ‘colletti bianchi’ si arrivò a invocare Amnesty International sostenendo che venivano arrestati, e quindi in qualche modo torturati, perché confessassero. Francesco Saverio Borrelli, il Procuratore capo di Milano che guidava quelle inchieste, corresse: “Noi li arrestiamo e loro confessano”. Peraltro questa concezione di un doppio diritto permane: uno per ‘lorsignori’ che commettono, a detta dei ‘garantisti’, reati che non creano “allarme sociale”, e uno per i reati da strada, commessi in genere da gente del popolo per la quale, ad ascoltare madama Santanchè che appartiene all’esercito dei ‘garantisti’ pelosi, è superfluo anche il processo (“In galera subito e buttare via le chiavi”). Può accadere però che sotto la spinta di qualche ondata emotiva i termini della carcerazione preventiva vengano abbassati in eccesso e allora escono di galera anche dei sicuri delinquenti, pluripregiudicati. Insomma l’aberrante durata dei processi ha l’effetto di far andare su e giù, come la pelle dei coglioni, i termini della carcerazione preventiva, che risulta iniqua o pericolosa a seconda dei casi.

3. Certezza nei rapporti sociali. Il processo non serve solo per rendere giustizia, quando ci si riesce, serve anche per mettere dei punti fermi nei rapporti sociali. Non si può stare dieci o vent’anni senza sapere se Tizio è un delinquente o invece un innocente che ha vissuto, per lo stesso periodo, sulla graticola. È il caso di Berlusconi che, dopo aver usufruito di 8 prescrizioni, è stato condannato quando tutto il male che poteva fare lo aveva già fatto.

Sono cose che scrivo da quasi cinquant’anni, da quando nel 1971 entrai a L’Avanti! come cronista giudiziario. E io, a differenza di Mattia Feltri, mi sono laureato in Giurisprudenza col massimo dei voti e la lode, con Gian Domenico Pisapia il padre dell’attuale Codice di Procedura penale che, nato con tante buone intenzioni ma già minato da un connubio incestuoso fra sistema accusatorio e inquisitorio, è diventato, a causa anche di successivi inserimenti che non hanno tenuto conto che il diritto è un corpus iuris coeso dove ogni norma deve essere compatibile con tutte le altre, di fatto inservibile.

Ciò toglie senso alla fatica dello scrivere, che sarebbe il meno, ma anche dell’operare perché in Italia i problemi, si tratti della questione meridionale o di quella dell’ordinamento giudiziario, restano eternamente gli stessi (in proposito c’è una divertente filastrocca di Ennio Flaiano in Solitudine del satiro) e ogni tentativo di cambiamento, si tratti di Mani Pulite o del progetto di legge Bonafede, viene osteggiato e, se proprio non è possibile toglierlo brutalmente di mezzo, alla fine implacabilmente aggirato.

Il pm Matteo

Visto com’è finita la sua avventura politica, non c’è dubbio che Matteo Renzi abbia sbagliato mestiere. Un mese fa, intervistato da Maurizio Costanzo, ha confessato: “Da piccolo volevo fare il giornalista, poi il giornalaio, ma pure il camionista e in alcuni momenti il papa”. Poi purtroppo fece il politico. Non sappiamo quanto avrebbe reso come giornalista, o giornalaio, o camionista o sommo pontefice. Ma ora sappiamo per certo che sarebbe stato un ottimo pm. Come abbiamo scritto ieri, l’unico interrogatorio serio a Tiziano Renzi nell’inchiesta Consip non l’hanno fatto i pm della Procura di Roma: l’ha fatto al telefono il figlio Matteo. Domande precise e puntute, piena padronanza dei fatti nei minimi particolari, ripetuti ammonimenti a non contar balle (si rischia la falsa testimonianza), puntuali contestazioni a ogni versione contraddittoria e inverosimile, ancoraggio tetragono alla logica stringente degli eventi, assoluta coscienza della gravità giudiziaria, etica e politica dello scandalo Consip e delle bugie paterne, e una buona dose di ironia e sarcasmo (“Tu con Carlo Russo sei andato da Marroni, così, per simpatia, per la Madonnina, e Carlo Russo è un padrino di battesimo? Va tutto bene! E io sono biondo, magro e con un cazzo di 30 centimetri!”). Un perfetto sostituto procuratore (magari non a Roma, ma altrove). Un inquisitore e un giustizialista modello. Insomma, un socio onorario del Fatto Quotidiano.

Il guaio è che questo Renzi privato i suoi fans e i suoi (ex) elettori non lo conoscono. A loro risulta il Renzi pubblico che dice l’esatto contrario: nega tutto, ci chiama “Falso quotidiano”, strilla al complotto contro di sé e la sua famiglia per far cadere il suo governo (tra l’altro già caduto per il referendum), attacca e fa attaccare i carabinieri del Noe e la Procura di Napoli dai suoi rottweiler, giura che “mio padre non c’entra niente, non ha fatto niente, questa storia puzza”, perché “mio padre è stato indagato solo dopo che io sono entrato in politica” e dunque “è entrato in una storia più grande di lui solo per il cognome che porta” e per “il mio impegno in politica”. Ora però, nella nuova veste di pm, ha la possibilità di rimediare. Nella memorabile telefonata-interrogatorio del 2 marzo 2017 al babbo Tiziano, di cui il Fatto ha pubblicato prima il brogliaccio e ieri la versione integrale, lo aveva inchiodato su tre punti-chiave. A) Non era credibile che il padre non ricordasse un incontro con Alfredo Romeo, imprenditore notissimo in tutta Italia. B) Il padre non aveva “detto tutta la verità in passato a Luca”.

C) Era ridicola la sua versione degli incontri col suo galoppino Carlo Russo per i pellegrinaggi a Medjugorje e con l’ad renziano di Consip Luigi Marroni per parlare di una Madonnina all’ospedale Mayer. Ora i pur prudentissimi pm di Roma gli danno ragione: il 16 luglio 2015 “probabilmente” babbo Tiziano incontrò Romeo e Russo in un bar di Firenze, dunque ha mentito a lui, ai pm e agli italiani. Questo e molto altro non basta ai pm per chiedere di processarlo per traffico di influenze (sulla richiesta di archiviazione deciderà il gip). Ma Matteo non può accontentarsi: se il padre incontrò Romeo, ma anche Marroni, e poi Russo continuò a tempestare e a vedere tanto Marroni quanto Romeo, che alla fine promise a Russo 2.500 euro al mese per lui e 30 mila euro al mese per Tiziano, quella descritta dai pm è una situazione in cui “probabilmente” il padre di Renzi è tuttora ricattabile dalle tre persone che sanno di quell’incontro al bar e del suo contenuto. Cioè Russo, Romeo e il consulente di quest’ultimo, Italo Bocchino. Il quale non spiega ai pm le sue telefonate con Romeo sul punto. Romeo dice di non aver mai visto Tiziano, confermandone la versione ritenuta falsa dai pm (“totale inattendibilità”). E Russo, muto come una sfinge, continua a non rispondere. Ora la ricattabilità riguarda direttamente Matteo e indirettamente quella fetta di Pd che continua a riconoscersi in lui. Perché Matteo ha legato la sua immagine pubblica a quella di Tiziano dopo l’uscita del libro di Marco Lillo Di padre in figlio, quando ha dichiarato di avere alla fine creduto al babbo perché aveva capito che la notizia dell’incontro con Romeo era falsa e gli unici a doversi scusare sono i giornali che l’avevano pubblicata (anzitutto il Fatto). Ora però i pm scrivono che c’è “la ragionevole probabilità” che la notizia fosse vera: cioè che babbo Tiziano mentisse e il Fatto dicesse la verità.

Dunque non si scappa: Renzi deve indossare la toga e interrogare anzitutto se stesso, con la stessa foga con cui torchiò il babbo. 1) Matteo, chi è il “Luca” a cui tu stesso accusasti il babbo di non aver “detto la verità in passato”? E quale verità gli aveva raccontato? E tu come facevi a saperlo? E a che titolo questo Luca interrogava tuo padre (a meno che non fosse Lotti, e allora sarebbe tutto chiaro, essendo indagato per la fuga di notizie ai vertici Consip che favorì gli indagati)? 2) Matteo, se tuo padre non c’entrava nulla con Consip perché Russo millantava credito – come sostenete tu, lui e anche i pm –, chi volevano salvare Lotti, Del Sette, Saltalamacchia e Vannoni, accusati dai pm di Roma della fuga di notizie su Consip? Mica sarai così ingenuo da credere che si siano rovinati la carriera per salvare Carletto Russo da Scandicci? 3) Matteo, tu hai detto di non conoscere Russo, il cui figlioletto tuo padre tenne a battesimo: ma allora come mai Lotti lo conosce benissimo, al punto di raccomandarlo al governatore pugliese Emiliano? 4) Matteo, è vero che – come disse il tuo amico e consulente Vannoni ai pm di Napoli – anche tu avvertivi gli amici di “stare attenti? a Consip”? Cosa volevi dire? Te ne aveva parlato qualcuno?

Poi, finito con se stesso, Renzi dovrebbe reinterrogare il babbo, ponendogli tutte le domande che i pm di Roma si sono scordati di porgli. 1) Babbo, per caso il 16 luglio 2015 indossavi una polo slabbrata, i sandali e i bermuda, come Romeo descrive un tizio incontrato in quei giorni? 2) Babbo, cosa facevi alle 15 in zona viale Matteotti, dove risulta la presenza del tuo cellulare e di quelli di Russo e di Romeo? 3) Babbo, perché l’8 luglio 2015 Bocchino dice a Romeo che “il ragazzo” (com’è solito chiamare Russo) gli presenterà un tal “papà”? Babbo, non sarai mica tu quel “papà”? E, se sei tu, di cos’hai parlato con Romeo e Russo? 4) Babbo, Romeo dice a Bocchino che con quello scostumato malvestito “abbiamo parlato simpaticamente, insomma è andata bene, secondo me… quanto questo qui sia una persona credibile non ti so dire” e lui gli ha detto “sento sento”, poi parla di un “percorso ipotizzato positivo”, anche a proposito del “parente” del suo interlocutore: che percorso avete ipotizzato? E il “parente” da attivare o da “sentire” nel “percorso” non sarò mica io? 5) Babbo, risulta che alle 15.27 di quel giorno Romeo chiama la segretaria e si fa dare i dettagli dell’appalto per le pulizie nelle Grandi Stazioni: mica avrete parlato di quello? Non raccontarmi altre balle perché, se quel giorno fosse andata così, tu saresti ricattabile e, da quando ho avuto la sciagurata idea di dire che ti credevo e difenderti in pubblico, lo sarei politicamente, anch’io.

Se Tiziano fa come Russo, cioè scena muta, il figlio deve chiedere ai pm di approfondire meglio (dopo 20 mesi di indagini), passando dalla “ragionevole probabilità” a una certezza sull’incontro o sul non-incontro. Come si fa? Si ascolta la segretaria di Romeo, Paola Grittani, sulla telefonata del 16 luglio 2015 e su eventuali interventi di Russo su quella gara. Si convocano i manager e funzionari di Grandi Stazioni per capire se l’appalto poteva ancora andare a Romeo o, come sostengono i pm, era ormai irrimediabilmente compromesso. Si sentono il dirigente del Comune di Napoli Giovanni Annunziata e il suo amico fiorentino Carlo Vadorini che, in un’intercettazione, Bocchino e Romeo temono sapessero di un certo incontro dell’imprenditore in un bar di Firenze. Insomma l’inchiesta, appena conclusa, è come se fosse appena cominciata. C’è ancora molto da fare. E noi ci aspettiamo moltissimo dal nuovo pm Matteo. Sicuri che non ci deluderà. A meno che, nell’ultimo anno, non si sia davvero convinto di essere biondo, magro e superdotato.

Il dl Sicurezza passa in Senato: Salvini pianta la sua bandierina

Alla fine Matteo Salvini incassa il via libera al suo decreto bandierina. Almeno in Senato, visto che i 5 Stelle legano l’approvazione alla Camera (probabilmente senza modifiche) all’accordo sui tempi della prescrizione e non è affatto escluso che nel calderone dei ricatti incrociati finisca pure il decreto fiscale (condono eccetera). Per il momento, però, il leader leghista festeggia grazie ai 163 voti a favore (e solo 59 contro) incassati dalla questione di fiducia sul decreto che porta il suo nome: “Giornata storica”, si vanta via Twitter, non prima di aver messo a verbale che “il governo non è assolutamente a rischio, manterrà uno per uno tutto gli impegni presi con gli italiani, punto. Con buon senso e umiltà, si risolve tutto”.

Le rogne della giornata sono tutte del collega vicepremier Luigi Di Maio, che si perde per strada 5 senatori grillini (De Falco, Fattori, La Mura, Mantero e Nugnes), tutti deferiti ai probiviri del Movimento per aver abbandonato l’Aula al momento del voto.

La sensazione, però, è che alla fine un accordo sarà trovato se non altro perché non esiste possibilità di non farlo, nonostante i molti punti oscuri del cosiddetto decreto Sicurezza, un pot-pourri in cui ci si occupa di molte cose, ma il cui centro ideologico è la sostanziale segregazione della gestione del fenomeno migratorio anche al prezzo di forzature costituzionali e, cinicamente, dell’aumento scontato del numero degli stranieri irregolari sul territorio italiano.

La misura più importante è la soppressione della cosiddetta “protezione umanitaria”, di gran lunga la forma di tutela più concessa ai richiedenti asilo (le altre sono l’asilo politico vero e proprio e la cosiddetta “protezione sussidiaria”): al posto del “permesso umanitario” se ne introduce uno temporaneo di un anno (“protezione speciale”), rinnovabile, che però non può mai diventare un permesso di lavoro, neanche in presenza di un regolare contratto.

Per capire la rilevanza della decisione, bastano i numeri: nel 2017 – su 81.527 domande esaminate – i permessi umanitari furono 20.166 (25%) contro l’asilo, concesso a 6.827 persone (8%), e la protezione sussidiaria (12.873, cioè il 14%). I “dinieghi” furono 46.992 (58%). È importante ricordare che si tratta di persone già arrivate sul territorio italiano e destinate a restarci in ogni caso visto che, com’è noto, le espulsioni sono difficili e costose, tanto che se ne fanno poche centinaia l’anno.

L’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi) ha simulato, al momento della promulgazione, gli effetti delle politiche del ministro Salvini: ai 490 mila irregolari già presenti in Italia, se ne aggiungeranno 72 mila per l’arretrato delle commissioni che analizzano le richieste di asilo; altri 32.750 per il mancato rinnovo della protezione umanitaria e 27.300 per la mancata concessione. Il totale fa 622mila, oltre il 20% in più in un colpo solo. Vero che, quasi fermi i flussi dalla Libia, il numero di nuove richieste di asilo (e nuovi clandestini) è destinato a diminuire nel tempo.

Poi c’è il tema dei luoghi, per così dire. Il decreto Salvini ha deciso che il sistema Sprar – più capillare, con standard di servizi più alti e forme di politiche attive di accoglienza (corsi di lingua, socialità, etc) – sarà esclusivo appannaggio di chi ha già ottenuto una qualche forma di protezione e dei minori non accompagnati; i richiedenti asilo invece – insieme a chi ha la nuova “protezione speciale” – sono destinati ai grandi Centri di accoglienza straordinaria (Cas) o in quelli permanenti per i rimpatri (Cpr), in sostanza abbandonati all’inattività (o a pessime attività) per i molti mesi che servono a ottenere una risposta. Se non c’è posto peraltro, e non ce ne sarà molto, il decreto prevede il trattenimento del migrante in locali di pubblica sicurezza (porti e aeroporti d’arrivo soprattutto): in sostanza si tenta di iniziare e chiudere la procedura in strutture chiuse di identificazione (il tempo di detenzione amministrativa sale da 3 a 6 mesi); ovviamente le attività di supporto, anche legale, necessarie a presentare una domanda di asilo in un Paese di cui non si parla la lingua saranno impossibili.

Fortemente a rischio di incostituzionalità anche la parte del testo che prevede la sospensione della domanda (e persino il rimpatrio) in caso un richiedente asilo finisca in un procedimento giudiziario per una serie di reati tra i quali, però, c’è persino la resistenza a pubblico ufficiale.

La stessa lista di reati “di particolare allarme sociale”, peraltro, comporta la revoca della protezione internazionale in caso di condanna definitiva mettendo in concorrenza due beni non paragonabili (la vita del rifugiato, che è per definizione in pericolo secondo lo Stato, e ad esempio il portafoglio di uno scippato). Esclusivamente punitivo, infine, l’allungamento da 2 a 4 anni dei termini entro i quali la P.A. deve definire le domande di cittadinanza.

Taglia-prescrizione: i paletti della Lega e l’accordo in bilico

Il modo di vedersi, alla fine, l’hanno trovato fissando un appuntamento per le 8.30 di mattina, quando la Champions è già finita e l’Europa League deve ancora cominciare. Una buona notizia per i deputati gialloverdi delle commissioni Giustizia e Affari costituzionali: “Stremati”, si dicevano ieri nel cortile di Montecitorio, dall’aver esaurito l’elenco delle scuse per rinviare l’esame del ddl Anticorruzione.

Nell’attesa che Giuseppe Conte provi a mettere d’accordo Luigi Di Maio e Matteo Salvini sull’emendamento che introduce lo stop alla prescrizione dopo le sentenze di primo grado, si sono esercitati per due giorni in acrobazie procedurali. E quando ieri i presidenti delle commissioni – i Cinque Stelle Giuseppe Brescia e Giulia Sarti – hanno parlato dell’ammissibilità “in bilico” del famigerato emendamento sulla prescrizione, i leghisti hanno preso a gingillarsi con il regolamento, chiedendo di allargare il titolo del disegno di legge alle nuove materie a cui si riferiva.

Gli altri hanno risposto a suon di precedenti e si sono rivolti al presidente Roberto Fico per chiedergli se non fosse il caso di convocare la massima autorità in materia di funzionamento della Camera. A sera, il pallone l’ha bucato lo stesso presidente: se il ddl Anticorruzione si allarga alla prescrizione, vanno riaperti i termini per la presentazione degli emendamenti e, se i gruppi lo richiedono, convocate nuove audizioni.

Insomma, un modo per avere lo spazio fisico e temporale per portare in Parlamento l’eventuale esito della trattativa di stamattina tra i vicepremier.

La sospensione della prescrizione per la Lega resta indigeribile, sia nel metodo che nel merito. Matteo Salvini e i suoi chiedono che non sia fatta con un emendamento spot ma attraverso una “riforma della giustizia complessiva”. E soprattutto vogliono che lo stop della prescrizione sia limitato ad alcuni reati gravi ed escluda quelli della Pubblica amministrazione. Un punto su cui i Cinque Stelle non sono disposti a trattare. Tanto più che ieri il comitato nazionale “Noi non dimentichiamo” – nato per riunire i familiari delle vittime dei disastri colposi, da L’Aquila a Viareggio fino a Genova – ha ricordato che la prescrizione è una “beffa” e ha chiesto al governo “coerenza con quanto promesso”. Salvini, per inciso, fu uno di quelli a dire “mai più stragi impunite”.

Ieri sera al telefono il ministro dell’Interno e il Guardasigilli Alfonso Bonafede si sono detti entrambi disponibili a trovare una soluzione. Ma per valutare la sintonia degli alleati di governo sui temi della giustizia, basti pensare che il deputato leghista Luca Paolini, ieri in commissione, teneva sul banco Processo all’italiana, scherzando su testi ed emendamenti che, a suo dire, sarebbero copiati pari pari dal libro di Piercamillo Davigo e Leo Sisti.

Salvini dice che lui e Di Maio, quando ci si mettono, si accordano “in cinque minuti”. Ma non è lui quello nervoso, in verità: la fiducia sul decreto Sicurezza è filata via liscia, nonostante le minacce del Movimento. L’avevano condizionata all’accordo sulla prescrizione. Ma alla fine ieri mattina è stata votata senza che ci fossero particolari garanzie sul testo voluto dal ministro della Giustizia. “Il decreto sicurezza non è legge: deve ancora passare dalla Camera – dicono i grillini di governo –. E il numero di dissidenti, di deputati a cui non piacciono le norme scritte da Salvini, qui è molto più ampio che al Senato…”.

Nel clima di minacce, ieri è andato in scena anche il collaudato format con Alessandro Di Battista, che il Movimento spesso utilizza nei momenti in cui ha bisogno di dire all’alleato cose che chi sta al governo non può permettersi di fare : “Vediamo se la Lega pensa al Paese o ad Arcore”, è il distensivo messaggio Facebook dal Nicaragua.

L’altra festa del Capitano: riduce i fondi per i migranti (e cancella l’integrazione)

Matteo Salvini entra al Viminale pochi minuti dopo mezzogiorno, quasi in contemporanea con il voto di fiducia al Senato (ore 12 e 19). Per il leghista è una giornata di giubilo, quella in cui si compie buona parte del suo manifesto sull’immigrazione.

Non c’è solo il primo sì al decreto Sicurezza, il ministro ha convocato la stampa per mostrare un altro scalpo: il taglio dei costi dell’accoglienza. Un concetto che nella retorica salviniana si pronuncia così: “È finita la pacchia”. Ovvero (traduciamo) la scure sui famosi 35 euro giornalieri che lo Stato spende per ogni richiedente asilo. D’ora in avanti saranno molti meno: tra i 19 e i 26, a seconda delle dimensioni dei centri (più sono grandi, più basso l’esborso pubblico).

Salvini mantiene un’altra delle promesse ai suoi elettori. “Nessuno riuscirà a intristirmi in questa giornata – dice, quando gli chiedono della partita aperta con i Cinque Stelle sulla prescrizione – tanto un accordo lo troviamo in un quarto d’ora, e questo governo è destinato a durare 5 anni, gli sciacalli si rassegnino”. Oggi vuole solo festeggiare, ma è una festa col buco. Per il leghista, parole sue, l’accoglienza “è una mangiatoia, un mercimonio, un business fuori da qualsiasi tipo di controllo”. Dunque regole più strette, controlli più rigorosi e standard europei. Molti soldi in meno. Le nuove linee guida – messe a punto ieri nel tavolo tecnico con l’Anac di Raffaele Cantone – non si applicano ai contratti già in essere ma ai bandi futuri, saranno implementate entro la fine dell’anno e inizieranno a produrre i loro effetti nei prossimi dodici mesi.

Il risparmio per le casse pubbliche, partendo dai 1,7 miliardi spesi nel 2017 per l’accoglienza secondo la Corte dei Conti, è stato quantificato in 400 milioni di euro per l’anno 2019, 550 milioni per il 2020 e 650 milioni a partire dal 2021. Ma cosa rimane dell’accoglienza dopo questi tagli?

“Restano tutti i servizi fondamentali”, garantisce Gerarda Pantalone, prefetto e capo dipartimento, che si è occupata del dossier per conto del ministro. Ovvero: “L’assistenza sanitaria, i pasti, la lavanderia, il kit di base, una scheda telefonica con 5 euro di traffico, il pocket money da 2 euro e mezzo al giorno”. Ma alcuni di questi servizi saranno ridotti, quasi cancellati per gli ospiti dei centri di dimensioni inferiori (quelli “ad accoglienza diffusa”): “Gli immigrati che sono ospitati in piccoli appartamenti – spiega Salvini – si faranno le pulizie da soli e cucineranno da soli, facendo risparmiare su cuochi e personale”.

A scomparire sono i servizi di integrazione, già piuttosto fragili nei Cas (Centri di accoglienza straordinaria), per lo più di medio-grandi dimensioni e gestiti dai vincitori del bandi delle Prefetture: i richiedenti asilo andranno solo lì perché il decreto li esclude dai più efficienti Sprar, gestiti attraverso i Comuni e d’ora in poi riservati a chi ha già ottenuto l’asilo o la protezione internazionale secondaria. Per i richiedenti in attesa di risposta niente lezioni di italiano, niente corsi di orientamento al territorio o al lavoro, nessuna attività di inclusione sociale.

È il buco nel piano di Salvini. Mentre da un lato il decreto Sicurezza abolisce o quasi la protezione umanitaria (e quindi fa aumentare il numero di irregolari sul territorio), dall’altro le masse di stranieri che abitano i centri di accoglienza – attualmente 144mila persone, in calo rispetto al 2017 – saranno prive di qualsiasi strumento per provare a integrarsi. E quindi esposti al lavoro nero, o peggio, al richiamo di attività criminali. Il taglio dei fondi, per quanto selettivo, garantirà la sopravvivenza soprattutto delle strutture di grandi dimensioni, le più difficili da digerire per le città e i quartieri che le devono ospitare. La tensione sociale, paradossalmente, rischia di aumentare.

In conferenza stampa Salvini replica a queste obiezioni in modo vago (“Non possiamo concedere permessi umanitari ‘a capocchia’ solo per evitare di aumentare i clandestini”). Ed è ancora più vaga la risposta sulla vera, grande debolezza delle sue politiche sull’immigrazione: i rimpatri. Dei 25 mila stranieri irregolari fermati in Italia quest’anno (su 4-500 mila stimati in totale), solo 4 mila e 700 sono stati rimandati al Paese d’origine e ben 13.442 risultano irreperibili. Un esercito di “illegali”. Mancano gli accordi con gli Stati africani. Salvini è appena tornato dal Ghana con un progetto di sviluppo per “aiutare a casa loro” 800 ragazzi ma senza un accordo sui rimpatri. “Questi numeri sono veri e sono un problema – ha commentato il Capitano –. Ci stiamo lavorando. Non solo con il Ghana ma con altri 3 paesi”.

Grillo deraglia: “Macron ha un esaurimento nervoso, il vibratore della moglie è scarico”

Beppe Grillo insulta Emmanuel Macron e la moglie Brigitte. In un colpo solo, sul suo blog, diffonde una bufala e la condisce con una battuta di pessimo gusto. La notizia falsa è il presunto ricovero di Macron in una clinica psichiatrica per un esaurimento nervoso. Il commento di Grillo invece è questo: “Il vibratore della collezione più vecchia della maestra (Brigitte, ndr) ha le pile scariche…”.

Non è la prima volta che il comico se la prende con il presidente francese e la consorte. Qualche giorno fa, riferendosi ai due, aveva parlato di “bambini violentati da anziani” (Brigitte ha diversi anni più del marito).

Quota 161, torna l’incubo di Prodi

Sono tornati i dissidenti e al Senato fa di nuovo capolino quota 161. Si tratta della maggioranza assoluta a Palazzo Madama che, tra senatori eletti e nominati dal capo dello Stato, ha una composizione pari a 320 seggi. La metà più uno, quindi, è 161. Ricordate i tormenti del governo Prodi nel 2006-2008, i parlamentari costretti a restare in aula a ogni votazione per paura che il governo scendesse sotto la soglia magica? Che di per sé non è neanche decisiva, le leggi non si approvano, tranne le modifiche costituzionali, con la maggioranza assoluta, basta la maggioranza semplice. Eppure, proprio in quel periodo fu inaugurata la prassi di governi che dovevano dimostrare la propria buona salute esibendo una maggioranza assoluta in ognuna delle due Camere. Fu l’allora presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, a costringere il governo Prodi a dimostrare di poter saltare sempre l’asticella, anche quando non ce n’era bisogno. Quel numero ricorda a tutti quanto è difficile formare maggioranze stabili al Senato. Non ci si riuscì con il maggioritario, non con il “porcellum” e, ora, nemmeno con il “rosatellum”, cioè la legge vigente voluta da Pd, Lega, Forza Italia e il partito di Alfano. Passano le leggi elettorali, ma quota 161 è sempre lì, a ricordarci l’instabilità del sistema politico italiano.

La singletudine del povero Matteo

“Non sono sul mercato”. Quello italiano, s’intende. Matteo Salvini,, ospite di Barbara D’Urso nel salotto rosé di Pomeriggio 5 per parlare del decreto Sicurezza, non è riuscito a neutralizzare il piglio inquisitorio della padrona di casa sulla fine della relazione con Elisa Isoardi. “È vero che si addormenta tutte le sere tra fiori e pupazzetti?”, ha incalzato la conduttrice, ispirandosi alla migliore Leosini. “Non sono messo così male, ma avrò anch’io il diritto a essere un po’ abbacchiato a volte…”, ha risposto il ministro dell’Interno prima di spegnere e riaccendere in un attimo il batticuore delle elettrici: “Cioè mi stai dicendo che non sei single? – ha continuato la D’Urso, a bocca aperta –. E io che ci speravo”. “No, certo che sono single, che cosa devo farci. La vita va così”. L’atteggiamento crepuscolare ha scatenato i commenti emotivi delle sovraniste di Instagram, intenzionate a consolarlo dopo la vendetta fotografica ordita dietro i fornelli di Rai1. “Elisa ti rimpiangerà Capitano, sei l’uomo che ogni donna vorrebbe al suo fianco”, “Io sono libera, mi vuoi?” “Ma sei bello come il sole”, “La tua fidanzata è l’Italia”. Un solo commento, insensibile e postato ad libitum, ha di fatto rovinato l’aria di sincero cordoglio: “Cornuto”.