“O arriva l’accordo sulla prescrizione o salta il Contratto”

“Sono tornato dalla Cina e ho trovato il macello, c’è stata tensione. Però nelle ultime ore sulla prescrizione mi sono arrivati solo segnali positivi. Bisogna trovare la quadra”. Poche ore dopo l’approvazione del decreto Sicurezza al Senato, Luigi Di Maio è di nuovo alle prese con mille riunioni. Ma quella fondamentale ce l’avrà stamattina a Palazzo Chigi con il premier Giuseppe Conte, il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede e l’alleato di governo, l’altro vicepremier Matteo Salvini.

Martedì sera sembravate a un passo dalla crisi di governo. Dicono che lei fosse infuriato per la cacciata di Roberto Battiston dalla presidenza dell’Agenzia spaziale, decisa dal ministro Bussetti e dalla Lega.

Sicuramente non eravamo stati informati della decisione, e adesso addirittura già trapelano nomi di sostituti. Ho visto circolare il nome di un generale (l’ex capo di Stato maggiore dell’Aeronautica, Pasquale Preziosa, ndr) ma noi dobbiamo scegliere una persona che fa parte di quel mondo di eccellenza, in grado di reggere quel ruolo.

È stato un colpo di mano?

Finora abbiamo concordato tutte le nomine. Io non ne faccio una questione di nome, ma di metodo, che va difeso.

Come farete a fidarvi del Carroccio d’ora in poi?

Su questo non vedo problemi, si risolve tutto.

Non pare semplice. Martedì minacciavate di non votare il dl Sicurezza e invocavate garanzie sulla prescrizione. Ha fiutato agguati in arrivo o voleva segnali dalla Lega?

La prescrizione è nel contratto e va fatta. Il tema è che quando non ci confrontiamo io e Salvini direttamente aumenta la tensione.

Vi sabotano?

No, semplicemente i parlamentari vanno avanti, e retroscena e indiscrezioni si inseguono. Ma la situazione si è sgonfiata.

È vero che si era irritato anche perché in commissione alla Camera non era arrivato il via libera al calendario dei lavori sul ddl Anticorruzione, che contiene l’emendamento sulla prescrizione?

È una circostanza che ha fatto parte delle tensioni di questi giorni. Noi abbiamo garantito la massima lealtà sul dl Sicurezza, perché non facciamo scherzi. Però certo, venerdì sono uscite le anticipazioni sugli attacchi di Giancarlo Giorgetti (sottosegretario a Palazzo Chigi, leghista, ndr) al reddito di cittadinanza nel libro di Vespa. Poi sono emersi i problemi sulla prescrizione, anche se è nel contratto di governo. Infine non si sbloccava il calendario dei lavori in commissione. E allora è legittimo che la prima forza politica che ha i due terzi dei parlamentari possa essersi arrabbiata.

Lei ha delineato un brutto quadro, non crede?

L’allarme è rientrato. Ma ora dobbiamo chiudere sulla prescrizione, votandola dentro il ddl Anticorruzione. Non possiamo dire alle famiglie delle vittime delle stragi che slitterà tutto all’anno prossimo.

Qualcosa dovrete concedere alla Lega. Magari limiterete la sospensione della prescrizione dopo la sentenza di primo grado solo ad alcuni reati gravi.

Il diavolo si annida nei dettagli. È inutile pensare di favorire la prescrizione con degli escamotage. Non dico che lo voglia fare la Lega, ma noi dobbiamo fare sì che la riforma di questo istituto sia efficace.

Pensa che nel vertice di domattina (oggi, ndr) possiate trovare un accordo?

No, si deve trovare, perché il ddl con la prescrizione va votato in aula alla Camera il prima possibile.

E se non la trovaste?

Va trovata, altrimenti salta il contratto di governo.

Intanto avete incassato il dl Sicurezza, ma ponendo il voto di fiducia. Un tempo eravate contrari a utilizzarla…

Era necessaria.

Per non dar modo a Forza Italia e soprattutto a Fratelli d’Italia di sostenere la maggioranza?

Innanzitutto ricordo che oggi abbiamo approvato il decreto con numeri superiori alla maggioranza assoluta, quindi il governo c’è. Dopodiché, quando alcuni parlamentari della maggioranza dicono di voler votare gli emendamenti dell’opposizione nei voti segreti, è necessario fare una ricognizione della fiducia.

Lei allude ai 5 “dissidenti” del M5S che sono usciti dall’aula prima del voto…

Ho trovato questo comportamento non proprio da cuor di leoni. Hanno avuto paura di votare contro il governo, e ci hanno portato a mettere la fiducia.

Li volete espellere?

Saranno i probiviri a decidere. E la procedura riguarderà tutti i comportamenti di questi giorni.

Decidere con la propria testa è un diritto dei parlamentari. E sono anche usciti dall’aula, senza crearvi danno. Volete comprimere la libertà degli eletti.

Questi parlamentari, come tutti gli altri, si erano impegnati a rispettare il codice etico, ossia a votare la fiducia al proprio governo. Noi siamo portavoce del contratto di governo. E gli altri senatori che hanno votato il decreto sono fessi? Lei pensa che questo provvedimento piacesse da impazzire a tutti? Noi abbiamo un accordo da rispettare.

Lei prima ha ricordato l’attacco di Giorgetti sul reddito di cittadinanza. Erogarlo da marzo, secondo il sottosegretario e molti altri, sarà complicato. Non crede che abbiano ragione? Ci sono tanti paletti e ostacoli.

Noi stiamo facendo una corsa contro il tempo, perché tanta gente non ce la fa più. Bisogna essere convinti di quello che è nel contratto di governo. E sono convinto che il Carroccio e i suoi elettori siano convinti del reddito di cittadinanza.

Se andasse male nelle prime settimane, ne pagherete le conseguenze alle Europee. E la Lega potrà dilagare.

Ce la faremo e, quando ci sarà il reddito sarà la nostra rivoluzione.

Repubblica ha scritto del condono ottenuto da suo padre per la casa di famiglia Pomigliano d’Arco, dove lei ha tuttora la residenza. E l’accusa per lei è naturale: incoerenza.

Nel 1966 mio nonno ha costruito la casa utilizzando un regio decreto del 1942. E nel 1986 mio padre per eccesso di zelo decise di mettere ordine col Catasto perché non si sapeva neppure se mio nonno avesse prodotto tutte le carte al tempo, quando mio padre aveva 16 anni. La risposta alla richiesta arrivò nel 2006: che colpa ne ha la mia famiglia?

I 5 ribelli M5S “a processo”. Rischiano la sospensione

Deferirne cinque ai probiviri, per avvertire tutti gli altri 300. E per i ribelli del M5S in Senato ora tira aria di mano dura. Ossia almeno di sospensione, se non di espulsione a medio termine. Perché a fiducia ancora calda, nel M5S hanno deciso che ai dissidenti del Senato andava dato un segnale: anche se erano tutti usciti dall’Aula al momento del voto sul dl Sicurezza.

Una precauzione per provare a schivare la cacciata diretta, comunque sempre possibile per chiunque violi l’articolo 3 del Codice etico: “I portavoce sono obbligati a votare la fiducia, ogni qualvolta ciò si renda necessario, ai governi presieduti da un presidente del Consiglio dei ministri espressione del M5S”. Però il ligure Matteo Mantero si è tenuto lontano dall’aula. Mentre un’altra sua collega, la campana Virginia La Mura, si è seduta al suo scranno per poi uscire. E allora a fare rumore sono innanzitutto gli altri tre, Paola Nugnes, Gregorio De Falco ed Elena Fattori, che hanno motivato il loro dissenso prendendo la parola durante i lavori.

Per questo, su mandato di un irritato Luigi Di Maio, il M5S fa la faccia cattiva. “In qualità di capogruppo – fa sapere Stefano Patanuelli – ho segnalato ai probiviri il comportamento dei cinque senatori, e nei loro confronti è stata avviata un’istruttoria”. Tradotto, i “ribelli” potrebbero anche essere espulsi. E a rischiare di più sono i tre che hanno parlato. Iniziando con il capitano di fregata De Falco, il più ostentato dei candidati nei collegi uninominali nelle Politiche.

Otto mesi dopo, il capitano di fregata scandisce: “Il decreto crea gravi lesioni all’ordinamento, migliorarlo era un dovere a cui ci aveva chiamato il capo dello Stato”. Poi c’è Fattori, l’unica parlamentare a essersi candidata contro Di Maio nelle primarie dello scorso anno: “Il decreto è uno spot elettorale”. Infine Nugnes, anima “rossa”: “Il provvedimento non combatte il business dell’immigrazione e non aumenta la sicurezza”.

La Mura, che aveva co-firmato alcuni emendamenti, tace. Ma in bilico c’è anche lei. Così batte un colpo su Facebook: “I contenuti del decreto non sono nel programma del M5S e nel contratto di governo. Non voglio la guerra e sono in pace con me stessa”. E ora che succede? Dal Movimento sostengono che i cinque andavano deferiti anche per riportare l’ordine nel gruppo. “Però a Palazzo Madama abbiamo solo sei voti di maggioranza, se ne cacciamo cinque come si fa?”, ragiona un big.

Davanti alla buvette, De Falco conferma: “Se ci mandassero via sarebbe un guaio per tutti, e comunque io non ho fatto nulla di male”. Fattori invece è secca: “Mi possono espellere? Ne prendo atto”. Mentre Mantero sorride: “Io sono sempre molto fiducioso”. Mescolando norme ed esigenze politiche, l’impressione è che la quadra non sia facile da trovare. Anche perché ci sono nodi aggiuntivi. Come il fatto che Nugnes è molto vicina a Roberto Fico. Per limitare i danni allora i probiviri potrebbero sospendere i cinque, ponendoli sotto osservazione per un periodo. I dissidenti finirebbero così nel Gruppo misto, ma con la possibilità di rientrare. E sarebbe un modo per tenerli legati al M5S, che pretende disciplina, ma vuole tenersi i voti.

Nuovi direttori, soliti tg: il governo viene prima

Sono sempre loro: i vecchi Tg Rai. Sempre la medesima logica: prima il governo, poi ancora il governo, poi la maggioranza, poi il mitico pastone delle opposizioni. Sono cambiate solo due cose: chi fa le nomine e i nominati.

Ieri sono andati in onda i primi telegiornali dell’epoca gialloverde, quelli dei nuovi direttori (Giuseppe Carboni al Tg1, Gennaro Sangiuliano al Tg2 e Giuseppina Paterniti al Tg3). Ecco alcuni tratti distintivi delle primissime edizioni del nuovo corso.

Trump. Lo strambo signore con i capelli rossi che governa gli Stati Uniti ora viene raccontato in modo asciutto, asettico. Nei primi servizi sulle elezioni di midterm non si percepisce più quel misto di ironia e terrore verso l’inquilino della Casa Bianca che ha accompagnato (più o meno sotto traccia) le cronache dagli Usa degli ultimi due anni. L’aria è cambiata (Sangiuliano, per dire, su Trump ha scritto pure un libro, tutt’altro che antipatizzante). Nei titoli dei tre Tg, il bilancio delle elezioni è affidato proprio alle parole del presidente: “Trump, un enorme successo”, “L’onda blu non c’è stata”.

Conte. Si potrebbe dire – ma siamo cattivi – che il peso del premier nei Tg Rai è inversamente proporzionale a quello nella vita reale (e nel Consiglio dei ministri). Giuseppe Conte è accusato di essere un’ombra impalpabile dei dioscuri Salvini e Di Maio, ma nel servizio pubblico – anche solo per la carica che ricopre – conserva un diritto di tribuna inalienabile. Conte – per esempio – ha 20 secondi filati nel servizio sulla maggioranza nel Tg1 delle 8 (con tanto di dichiarazione rassicurante sulla tenuta della maggioranza) ma addirittura un servizio intero su di lui nel Tg2 delle 13 (un bollettino trionfale: “Questo governo durerà, stiamo cambiando l’Italia e abbiamo già realizzato riforme strutturali molto importanti”; “il presidente del Consiglio interviene a tutto campo e rivendica i risultati ottenuti in appena cinque mesi”).

Gialli e verdi. Com’è cambiato in questi mesi il bilancino della Rai… I dosaggi e le formule variano da rete a rete, ma il concetto è lo stesso su tutto il servizio pubblico (ed è lo stesso di sempre, nei secoli dei secoli): lo spazio per i partiti di governo è incommensurabile rispetto a quello concesso a tutti gli altri. Prendiamo ancora come esempio il Tg2 di Sangiuliano delle 13. I gialloverdi arrivano prima e durano di più, dal minuto 9:20 al minuto 11 (100 secondi). C’è una dichiarazione di Salvini e una di Di Maio, si definiscono gli scontri tra Lega e 5Stelle “meno aspri”. Le opposizioni – tutte le opposizioni, mescolate: Pd, LeU, Forza Italia e Fratelli d’Italia – durano dal minuto 11 al minuto 12:30 (90 secondi). Poi tocca ancora al governo, e al succitato servizio monografico su Conte, dal minuto 12:30 al minuto 14 (altri 90 secondi). La piramide del servizio pubblico si è rovesciata.

Lodi, prima udienza per decine di ricorsi: “La delibera è iniqua”

Il caso, o meglio il caos mense a Lodi arriva sul tavolo del tribunale. Il 6 novembre, infatti, a Milano si è svolta la prima udienza sui ricorsi fatti da Asgi e Naga contro il regolamento della giunta Casanova (Lega) che impone alle famiglie non comunitarie di portare oltre all’autocertificazione del reddito anche i documenti originali sul non possesso di beni immobili negli stati di origine. In aula, martedì, l’avvocato Alberto Guarisio ha presentato una lunga memoria. Il giudice al termine dell’udienza si è riservato prendendo qualche settimana di tempo prima del giudizio. I ricorrenti, in sostanza, definiscono iniqua la delibera perché in molti paesi è impossibile ottenere i documenti richiesti e soprattutto “illogica” perché secondo un decreto della Presidenza del consiglio del 2013 il cittadino straniero nell’autocertificazione può includere anche la dichiarazione di non possesso di beni all’estero. Il 30 ottobre scorso, poi, il Comune aveva regolarizzato la posizione di una famiglia dell’Ecuador che aveva fatto denuncia al tribunale locale. La regolarizzazione, guarda caso, è arrivata a poche ore dall’udienza davanti al giudice.

Puglia, un Campari di troppo in Senato

Gli indizi sono due, la giacca rossa e il cognome del collega che sta parlando in Aula: Maurizio Campari. Non c’è altra spiegazione che il ripetuto ricorso al noto bitter vermiglio per spiegare la performance del senatore Cinque Stelle Sergio Puglia. Ieri, a palazzo Madama, durante il dibattito sulla fiducia al decreto Sicurezza si è esercitato con le prove dell’intervento che avrebbe dovuto tenere di lì a poco. Non sottovoce, in disparte. No. In piedi al suo banco, con voce tonante, pause calibrate ed espressioni cariche di pathos. Lo riprende un anonimo senatore: piuttosto basito, va detto, dal siparietto a cui sta assistendo. “Questo è pazzo”, è la conclusione a cui arriva dopo averlo osservato per qualche decina di secondi. Per simulare al meglio la scena, il collega di partito seduto al suo fianco lo applaude al termine del discorso. Il prossimo giro lo paga lui.

Nel decreto Genova nuovo condono per i terremotati

Insieme al contributo pubblico assegnato per ricostruire gli edifici colpiti dal sisma del 2016 per i terremotati di Marche, Lazio, Umbria e Abruzzo arriva il “bonus condono”. In pieno stile Prima Repubblica, gli emendamenti notturni con cui è stato rimpolpato il decreto Genova durante l’esame alla Camera continuano a riservare sorprese e a soddisfare interessi elettorali ben lontani dalla Liguria e dal crollo del Ponte Morandi.

Dopo gli abusivi terremotati di Ischia il governo va in soccorso anche dei proprietari di immobili dei 140 Comuni del cratere, elargendo sanatorie sugli abusi edilizi pregressi e il 20% in più della cubatura esistente sull’indice di edificabilità. Per loro si allargano a ritroso nel tempo i termini dei rispettivi Piani casa regionali del 2009 che permetteranno di sanare abusi realizzati prima del tragico 24 agosto del 2016 fino a quando esistono le prime planimetrie catastali confrontabili con l’esistente e in parte “sulla parola”. Infatti non è necessario aver presentato in passato una richiesta di autorizzazione dell’intervento edilizio. Basterà produrre foto e piantine che dimostrino ampliamenti e ristrutturazioni illegali per vederseli sanare d’ufficio.

Una misura che se applicata a edifici crollati o seriamente lesionati, dove la difformità non è ormai evidente, metterebbe però le basi per nuovi abusi sulle future abitazioni. Ma non basta: se il manufatto abusivo non va oltre il 5% della vecchia cubatura non serve neppure una richiesta formale al Comune. Sono però escluse dalla sanatoria le costruzioni per i “quali sono stati emessi ordini di demolizione”. In questi casi il terremoto paradossalmente ha “aiutato”, ma se il crollo di una casa che non doveva essere lì ha provocato danni a persone o cose se ne dovrà occupare la magistratura. L’emendamento prevede il pagamento di un’oblazione che va da un minimo di 516 euro a un massimo di 5.164 euro, in relazione al conseguente incremento del valore dell’immobile ottenuto con la sanatoria.

La deputata marchigiana Patrizia Terzoni (M5S) che ha presentato l’emendamento insieme al conterraneo Tullio Patassini (Lega) assicura che saranno regolarizzate solo piccole difformità edilizie di decine di anni fa che di fatto bloccano la ricostruzione da due anni, soprattutto nei centri storici, perché impediscono il riconoscimento del contributo. Inoltre, sottolinea, il provvedimento viene richiesto a gran voce da sindaci, presidenti di Regione e cittadini. “Gli aumenti di volumetria sono consentiti solo nei limiti previsti dalle norme regionali sul Piano casa”, chiarisce Terzoni. “Tutto avverrà accertando la sicurezza statica e anti-sismica degli edifici ricostruiti e nessuna sanatoria è prevista per strutture totalmente abusive, del resto analoghi provvedimenti sono stati presi anche per il terremoto in Emilia”, tiene a sottolineare la deputata M5S. Anche se dalla lettura dell’emendamento pare di capire che almeno in alcune Regioni, oltre alla sanatoria di piccole difformità, si potrà costruire in altezza e aggiungere interi piani.

La stessa argomentazione della sanatoria “di lieve entità” è stata usata dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte – che ha risposto ieri per la prima volta alle interrogazioni parlamentari alla Camera – per sciogliere la vexata quaestio, come direbbero i latini: quello di Ischia è un condono oppure no? La risposta di Conte è sì, ma poco poco.

“A Ischia risultano 28 mila richieste di condono che risalgono anche a 20 anni fa e per il terremoto ci sono 1.100 case danneggiate. Il decreto ha solo disposto la definizione di istanze avviate molti lustri or sono”, ha spiegato Conte. Che rassicura: “Laddove le case siano sorte in zone sottoposte a vincoli l’autorizzazione non andrà in alcun modo concessa e verrà anzi disposta la demolizione”. Il condono al quale fa riferimento il governo con l’emendamento inserito nel decreto Genova è quello – assai a maglie larghe – Craxi-Nicolazzi varato nel 1985, che ha ammesso tutti gli abusi commessi entro il primo ottobre 1983. Secondo il centro studi Cresme, solo l’effetto annuncio del primo condono avrebbe incentivato la costruzione di 230 mila manufatti abusivi nel solo biennio 1983/4, mentre quelli realizzati fra il 1982 e il 1997 sarebbero 970 mila.

Nel 2006 il padre di Di Maio usò la legge di Craxi per mettere a norma la casa abusiva

Ieri Repubblica ha raccontato la notizia e la storia di come il padre di Luigi Di Maio, Antonio Di Maio, geometra ed ex dirigente locale del Msi di Pomigliano d’Arco, ha ottenuto il condono su 150 metri quadri di abusi edilizi su due livelli, indicando numero di pratica di una istanza risalente al 30 aprile 1986 per aderire al condono del governo Craxi-Nicolazzi, due mesi prima della nascita del vicepremier. Si tratta della casa dove è nato e cresciuto, e dove tuttora risulta residente, il futuro ministro del Lavoro, che ieri ha replicato attraverso una diretta Facebook. “Ho chiamato mio padre e gli ho chiesto: ‘Ma cosa hai combinato?’. E lui mi ha detto che nel 2006 è arrivata la risposta in cui il Comune dice: ‘Devi pagare 2.000 euro e regolarizzi la casa costruita nel 1966’. Così mio padre regolarizza un manufatto costruito da mio nonno quando lui aveva 16 anni”. E che il padre ha poi ampliato in epoca successiva, ma antecedente al 1985, secondo le regole del condono Nicolazzi: quelle che ora il governo vorrebbe applicare sulle case terremotate di Ischia.

Ischia, così si evita la sanatoria

Su Ischia e i suoi abusi edilizi sta andando in scena il più grande festival dell’ipocrisia. Da sempre i suoi abitanti sono stati coperti nella loro iperattività costruttiva dall’abbraccio colluso della politica e persino in alcuni casi dall’occhio compassionevole della magistratura. Altrimenti non sarebbe stato possibile censire negli anni 28 mila abusi su una popolazione di poco superiore ai 60 mila abitanti. Significa che una famiglia su due ha infranto la legge e l’ha infranta anche ripetutamente per una sola ragione: l’economia turistica tira e ha bisogno di spazi sempre più coperti e sempre più attrezzati.

Sia il centrodestra che il centrosinistra hanno tentato nell’ultimo decennio di occultare questa realtà. Ma il vincolo di inedificabilità assoluta che subisce l’isola ha reso vano ogni tentativo. Il vincolo è giustificato dalle caratteristiche uniche del luogo e dalla particolare sua vulnerabilità, sismica e idrogeologica.

I Cinquestelle, con Luigi Di Maio, stanno ora ingenuamente tentando di sanare l’insanabile, regolarizzare ciò che non può essere.

Resta però la realtà: un terremoto si è verificato, molti cittadini sono divenuti senzatetto e ancora ospitati in alloggi di fortuna.

Se la politica decide di farla finita con l’ipocrisia, e i Cinquestelle decidono di farla finita con i condoni, una soluzione, magari parziale ma in qualche modo soddisfacente, può essere possibile e praticabile.

Anzitutto riducendo l’area del danno: ogni terremoto produce, insieme alle sue macerie, anche un simpatico filone di crepe fantasiose. Sappiamo che nell’isola il comune maggiormente se non esclusivamente colpito è quello di Casamicciola e solo su quel comune gli interventi finanziari dovrebbero essere destinati.

E sappiamo che i senzatetto sono prevalentemente inquilini di case fuorilegge. Non hanno dunque titolo al risarcimento, ma il costo sociale della loro condizione resta alto. La ricostruzione dovrebbe in questo caso non essere devoluta al singolo ma centralizzata dagli uffici pubblici ai quali dovrebbe essere concesso il potere di individuare nel piano urbanistico comunale l’area destinata a queste nuove costruzioni in modo da offrire, delocalizzandole, una casa a chi l’ha persa a un costo calmierato e con un pagamento dilazionato, come accade con i beneficiari dell’edilizia popolare. In cambio l’area di sedime su cui sorgono gli immobili abusivi di coloro che accettassero la sistemazione agevolata diverrebbe pubblica.

Niente condono, le aree a rischio restituite e risanate, e una casa sicura, non propriamente gratis però, a chi l’ha perduta. La giustizia farebbe il suo corso, e lo Stato confermerebbe di saper distinguere tra chi ha rispettato le regole e chi ha fatto della furbizia una regola.

Provvedimento senza coperture: i dubbi dei tecnici del Senato

Il Servizio bilancio del Senato ha espresso riserve sulla consistenza economica di alcuni articoli del decreto Genova e altre emergenze, chiedendo per questo chiarimenti e approfondimenti. Il provvedimento, approvato in prima lettura alla Camera, da lunedì è all’esame delle commissioni di Palazzo Madama. Uno dei nodi centrali riguarda i fondi a disposizione del commissario straordinario e, in senso più largo, il costo per la costruzione del nuovo ponte, dopo il crollo del viadotto Morandi. Secondo quanto prevede l’articolo 1 del decreto, i fondi concessi al commissario dovrebbero essere a carico del concessionario, alias Autostrade. Ma se la società non pagasse, lo Stato anticiperà quei costi. Da qui il rilievo del Servizio bilancio: “Si evidenzia in generale che non risulta illustrato il metodo di quantificazione dell’importo anticipato dallo Stato – si legge nella relazione – e che non essendo stata ancora quantificata la spesa totale che il Commissario dovrà determinare, risulta difficile ogni stima sull’adeguatezza del contributo statale”. Un’osservazione, quindi, sui costi totali della ricostruzione, che è stata già fatta dal Servizio bilancio della Camera e sostenuta più volte dalle opposizioni.

I guai giudiziari di Preziosa, il nome per l’Agenzia spaziale

Ad aprile c’era stata l’assoluzione del Tribunale militare di Roma perché “il fatto non sussiste”, ma il generale Pasquale Preziosa, ex capo di stato maggiore dell’Aeronautica e indicato martedì dalla Lega come nome post-Battiston alla guida dell’Agenzia spaziale italiana, è ora imputato in appello per una vicenda che per diversi mesi tra il 2014 e il 2015, e poi negli anni del processo, ha scosso i vertici delle Forze Armate italiane. A ricorrere è Domenico Abbenante, capo del servizio sanitario dell’aeronautica militare, l’accusa è quella di “minaccia a un inferiore per costringerlo a fare un atto contrario ai propri doveri”.

Secondo l’accusa, Preziosa, quando nel 2014 era generale maggiore dell’Aeronautica, avrebbe cercato di fare avere una idoneità ridotta al volo al generale Carlo Magrassi, mentre era in corsa per il ruolo di Capo di Stato maggiore della Difesa (fu nominato consigliere militare di Matteo Renzi il 26 maggio del 2014 e Segretario Generale della Difesa il 9 ottobre). Per farlo avrebbe esercitato pressioni proprio su Abbenante, che riferisce di essersi sentito dire due, tre volte da Preziosa “La prossima volta che viene a visita dovresti dargli la limitazione di sei mesi a doppio comando” nella seconda metà del 2014, ovvero “dopo la candidatura che poi non andò bene, del generale Magrassi all’Aise”. “Se parla il capo di Stato Maggiore e sei un generale di brigata, il condizionamento può esistere”, ha detto Abbenante, in udienza. Dietro, l’ipotesi che la non completa idoneità potesse essere reiterata fino a comportare il congedo dalle forze armate. Ma alla visita, nel 2015, gli fu comunque riconosciuta l’idoneità totale.

La difesa di Preziosa si è basata soprattutto su una sua discrezionale interpretazione della normativa in vigore che non fornisce precise indicazioni sull’assegnazione delle idoneità quando i soggetti già in servizio hanno precedenti problemi di salute, nel caso di Magrassi, una operazione a una valvola mitrale. Quindi non si sarebbe trattato di una sollecitazione di un giudizio “non conforme alle norme” ma “ad un certo tipo di interpretazione delle stesse”, si legge nella sentenza di assoluzione di Preziosa, che arriva a marzo 2018. E “non vi è dubbio che egli (Preziosa, ndr) sia intervenuto sui criteri di idoneità al volo sui quali avrebbe dovuto pronunciarsi solo il direttore dell’Istituto di Medicina Aerospaziale, (quindi Abbenante, ndr) ma anche alla luce delle dichiarazioni della persona offesa non è emerso con certezza che tale suo intervento sia stato di tale incidenza da incutere timore. Invero non può ritenersi che la sola superiorità gerarchica… sia intrinsecamente idonea a integrare una ipotesi minatoria”. In pratica, non basta il timore reverenziale “soprattutto qualora si consideri che nel caso in questione l’inferiore oltre ad essere un generale… aveva un grado e una funzione indubbiamente di rilievo”. Secondo i giudici, Abbenante si sarebbe trovato in mezzo ai due fuochi di due diversi superiori, Preziosa e Magrassi, e avrebbe inoltre tenuto un comportamento che avrebbe ragionevolmente portato Preziosa ad autorizzare, dopo, il suo trasferimento perché venuta meno la fiducia tra i due.

La ricostruzione dei giudici, in estrema sintesi, sostiene poi che sull’idoneità al volo di Magrassi, Preziosa avrebbe dato sì indicazioni specifiche, ma che facevano però riferimento a indicazioni generali emesse in precedenza e applicabili a tutti i militari. E il trasferimento di Abbenante? C’era il collegamento, ma non come “atto ritorsivo” bensì come conseguenza della perdita di quella fiducia che aveva “indotto il Preziosa a trattenere l’Abbenante quale direttore dell’Imas oltre il termine di due anni e a sospendere il suo trasferimento già disposto”. Ora si dovrà attendere l’esito dell’appello che fa riferimento, tra le altre accuse, “a uno scenario pervaso da una forza intimidatoria latente” in un “consorzio fortemente gerarchizzato quale quello militare”.