Palco d’eccezione martedì a Montecitorio per la presentazione del libro di Cristiano Ceresani, attuale capo di gabinetto del ministro della Famiglia, Lorenzo Fontana (per lui garantì Giancarlo Giorgetti) e fedelissimo di Maria Elena Boschi (fu suo capo di gabinetto da ministro delle Riforme e poi capo della segreteria di Palazzo Chigi). Il libro si chiama “Kerygma” (che, come spiega l’autore, “significa ‘predicazione’, ‘proclamazione’, ‘grido’, ‘annuncio’, ‘messaggio’”) e in 500 pagine racconta “il filo rosso” che unisce “gli eventi salienti della storia, passata e contemporanea”. E nei Vangeli e nell’Apocalisse riconosce ciò che deve accadere affinché si adempia ciò che Dio voleva dall’inizio. A presentarlo, dunque, ci saranno sia Fontana, che la Boschi, ma anche Emilio Carelli e Maurizio Lupi, Gianni Letta e Padre Pedro Barrajón (che firma la prefazione), professore dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, ma anche esorcista e Legionario di Cristo (lo stesso ordine a cui apparteneva Thomas Williams, l’uomo di Steve Bannon a Roma, il cui fondatore fu accusato di pedofilia). Introduce il vice presidente della Camera, Ettore Rosato. Un passo scelto del libro: “La scomparsa della Verità dietro il nuovo dogma imperante del relativismo etico condusse a legittimare le pratiche più disumane, come l’aborto e l’eutanasia, e la diffusione di teorie deleterie, come quella del gender, rinvigorì l’attacco alla famiglia”. A pubblicarlo, una sconosciuta casa editrice, la Giubilei Regnani, che nel suo catalogo annovera titoli come “La maschera di Bergoglio” di uno storico della Chiesa Henry Sire, che lo dipinge come un Pontefice “ossessionato dal potere” o “Tutti contro Salvini” di Pietro De Leo per il quale l’attacco a Salvini è il principale alito di esistenza della sinistra.
Unicredit, a processo cinque ex dirigenti per il fallimento Divania
Il Tribunale di Bari ha rinviato a giudizio cinque ex dirigenti di Unicredit, accusati di aver portato al fallimento la società “Parco Don Vito” di Bari. Gli imputati, accusati di bancarotta fraudolenta, avrebbero ingannato Francesco Saverio Parisi, titolare della società Divania, anch’essa fallita nel 2011, facendogli costituire una società per poi causarne il dissesto a seguito di una operazione milionaria di compravendita immobiliare. La vicenda contestata ha origine nel 2005. Divania era in difficoltà a causa di operazioni su derivati “la cui natura truffaldina – dice la Procura di Bari – aveva già cagionato il dissesto” della stessa Divania. Secondo il pm, la banca avrebbe indotto Parisi a ritenere di essere debitore nei confronti di Unicredit anziché creditore “in quanto vittima delle operazioni in derivati del tutto truffaldine e dell’appropriazione indebita” di oltre 183 milioni di euro. Avrebbe quindi indotto l’imprenditore a costituire la società Parco Don Vito, interamente controllata da Divania, impegnandosi ad acquistare, senza averne la disponibilità economica, un immobile al costo di 28 milioni di euro a fronte di un capitale sociale pari a 13mila euro e a un mutuo ottenuto dalla stessa banca di 10 milioni di euro.
Elezioni? Sono solo paturnie. Ma c’è la “bomba atomica”…
Sarà stata l’eccitazione per il trambusto delle elezioni americane, ma ieri sulla prima pagina del Corriere della Sera faceva capolino il seguente titolo: “Voci leghiste: voto a marzo”. Come se dalle ultime elezioni fosse trascorsa un’intera legislatura e non otto mesi appena. A proposito della frenesia con cui si passa da “una corsa di cavalli all’altra”, sull’ultimo numero di Internazionale, Gary Younge, columnist di The Guardian, osserva che le elezioni sono un’industria che muove un mucchio di quattrini. Che è “molto più facile vendere la politica come un infinito reality show, con una casta di attori che si alterna periodicamente che, come una lotta di potere in costante evoluzione in cui si discutono problemi reali”.
Il caso italiano offre sul tema un’interessante variazione, perché mentre Younge critica i Democratici Usa, che già discutono sul prossimo candidato alla Casa Bianca, i dem italiani non mostrano nessunissima voglia di tornare alle urne, e si capisce comodamente sdraiati come sono sui divani dell’opposizione. Non a caso, infatti, le “voci” di cui si parla sarebbero “leghiste” (forse legate, chissà, al nervosismo del vicepremier Matteo Salvini in crisi sentimentale). Mentre su altre pagine leggiamo del suo collega vice Luigi Di Maio, la cui pazienza sarebbe giunta al limite (“ora mi sono proprio stufato”).
Lasciamo volentieri ai colleghi esperti nei retroscena di Palazzo il compito di sondare il perché e il percome delle paturnie di governo. Limitandoci a segnalare le banali ragioni che consiglierebbero, a tutti, una maggiore prudenza quando si parla di elezioni ed elettori.
Primo. È pur vero che nella storia della nostra disinvolta Repubblica allo scioglimento anticipato delle Camere si è ricorso molto spesso (generalmente in sintonia con i vorticosi cambi di casacca di deputati e senatori). Posto che nell’attuale Parlamento, oltre a quella regnante sarebbe possibile, almeno, un’altra maggioranza (Cinquestelle più Pd), non si vede per quale motivo l’esecutivo pentaleghista dovrebbe inopinatamente gettare la spugna. Se non per dare ragione al Foglio che sogna un patto tra Salvini e il Pd per derubricare il M5S a incidente della storia, e tornare rapidamente alle urne. Mah, ci sembrerebbe un tantino eccessivo.
Secondo. Perché mai, come si sente pronosticare (noi compresi) il governo gialloverde avrebbe come fatale orizzonte politico le elezioni europee del maggio del 2019? Dopodiché, liberi tutti. Si tratta indubbiamente di un appuntamento cruciale per i destini dell’Unione, ma dove sta scritto che una nuova maggioranza a Strasburgo, e dunque a Bruxelles, comporterebbe di per sé l’esaurimento del Contratto pentaleghista? Sottoscritto, ricordiamolo, da due movimenti che appartengono e continueranno ad appartenere a famiglie europee diverse. A meno che un eventuale successo del fronte cosiddetto sovranista non mandi in fregola il Capitano del Carroccio, voglioso di capitalizzare il consenso sul suolo patrio. Farebbe i conti senza l’oste, Sergio Mattarella, sulla cui figura di custode della volontà del popolo sovrano nessuno può nutrire dubbi. Chiarissima (la volontà) nel pretendere che un Parlamento, in grado di svolgere le sue funzioni, completi il suo mandato.
Terzo. Abbiamo scritto che non si comprende per quale misteriosa ragione, il governo dovrebbe cadere a marzo e la legislatura interrompersi. Ci correggiamo: la bomba che potrebbe fare saltare tutto esiste, e si chiama prescrizione. Addirittura una “bomba atomica” l’ha definita il ministro leghista, e avvocato di grido, Giulia Bongiorno, che ha centrato la potenzialità del breve ma esplosivo emendamento proposto dai Cinquestelle. Una volta diventato legge esso cancellerebbe, all’istante, quel diritto all’impunità, scolpito nella pietra, che nella lunga storia repubblicana ha sempre fatto da scudo massiccio a reati gravissimi commessi da imputati potentissimi: dalla strage ferroviaria di Viareggio all’amianto assassino delle multinazionali, al traffico dei rifiuti tossici (le prime infamie che ci vengono in mente). Non vi sembra questa una ragione sufficiente per spedire a casa, e di corsa, un governo e un Parlamento?
Catania, il Comune è quasi fallito (e non paga stipendi)
Non bastava la pioggia. Ieri le sezioni riunite in sede di controllo della Corte dei Conti hanno confermato il dissesto economico-finanziario del Comune di Catania. L’ente è quindi prossimo al dissesto. Sarà l’assessorato agli Enti locali a intimare, poi, all’amministrazione comunale di redigere, entro 10 giorni, la delibera che dichiara il dissesto dell’Ente, che dovrà essere portata in Consiglio per il voto dell’aula. La prefettura nominerà quindi i componenti dell’Organismo speciale per la liquidazione (Osl) che, come nelle procedure fallimentari, gestirà la massa passiva. Il sindaco e il consiglio comunale resteranno in carica. Al momento il Comune di Catania ha bisogno di circa 20 milioni di euro al mese per pagare gli stipendi dei dipendenti dell’Ente e delle aziende partecipate e per la raccolta dei rifiuti e il loro conferimento in discarica. I dipendenti dell’Ente non hanno ancora ricevuto lo stipendio di ottobre, quelli della partecipate di settembre e ottobre. “Prendiamo atto con amarezza di questo giudizio”, dice il sindaco Salvo Pogliese, eletto 4 mesi fa. Il presidente della Regione siciliana Nello Musumeci annuncia un “supporto”.
Polizia: ai superiori niente più notizie sulle inchieste
La norma spiffera-indagini è anticostituzionale. La polizia giudiziaria non dovrà più comunicare ai superiori gerarchici quali inchieste sta facendo. Lo ha deciso ieri la Corte costituzionale, che ha accolto il ricorso contro un articolo infilato di soppiatto in un decreto legislativo del governo Renzi, proprio mentre era in corso lo scandalo Consip, in cui allora era ancora coinvolto il padre di Matteo Renzi, Tiziano, oltre al suo collaboratore Luca Lotti e a generali dei carabinieri accusati proprio di aver informato dell’inchiesta alcuni indagati.
La vicenda della norma spiffera-indagini emerge a dicembre 2016, quando la stampa scopre che nel decreto legislativo del 19 agosto 2016, dedicato – in piena estate – all’integrazione della Guardia forestale nei carabinieri, era stato inserito un codicillo che con la Guardia forestale non c’entrava per niente. L’articolo 18, comma 5, diceva così: “Entro il 1 gennaio 2017 (…) il capo della polizia-direttore generale della pubblica sicurezza e i vertici delle altre forze di polizia adottano apposite istruzioni attraverso cui i responsabili di ciascun presidio di polizia interessato trasmettono alla propria scala gerarchica le notizie relative all’inoltro delle informative di reato all’autorità giudiziaria, indipendentemente dagli obblighi prescritti dalle norme del codice di procedura penale”. Significa che i capi di Polizia, Carabinieri e Guardia di finanza dovranno essere informati delle indagini che si svolgono in tutta Italia. E che quindi potranno a loro volta informare i ministri da cui dipendono, quello dell’Interno, della Difesa e dell’Economia. È la fine del segreto investigativo, protesta qualche magistrato. È la fine della possibilità di fare indagini delicate e riservate sui politici.
Il procuratore della Repubblica di Torino, Armando Spataro, emette immediatamente una direttiva “a tutela del segreto investigativo” in cui sostiene che la nuova norma è illegittima e chiede al questore di Torino, al comandante provinciale dell’Arma di carabinieri e al comandante provinciale della Guardia di finanza di non attuarla. Ribadisce che continuerà a chiedere a tutti gli ufficiali di polizia giudiziaria “il rispetto assoluto del segreto investigativo anche nei confronti delle rispettive scale gerarchiche”. E che vorrà essere informato, con richiesta scritta, nel caso che qualcuno voglia invece raccontare le inchieste ai superiori. Non riceve alcuna obiezione. Anche il procuratore di Bari, Giuseppe Volpe, si schiera contro la norma e propone alla Consulta un ricorso per conflitto d’attribuzione tra poteri dello Stato: procura della Repubblica contro governo. Il ricorso, scritto personalmente dal procuratore, è portato in giudizio dai professori Giorgio Costantino e Alfonso Celotto. Ieri la Corte costituzionale, giudice relatore Nicolò Zanon, ha risolto il conflitto accettando il ricorso e azzerando la norma spiffera-indagini. Abrogava, almeno parzialmente, il segreto investigativo. E il governo, nel vararla, è andato oltre la delega ricevuta dal Parlamento, introducendo di fatto una deroga al segreto. “Notizie riservate potevano arrivare dove non dovevano con il rischio di compromettere le indagini”, commenta Volpe, “realizzando vere e proprie fughe di notizie legittimate”, che rischiavano di “compromettere il segreto istruttorio e la stessa obbligatorietà dell’azione penale”. “La sentenza è un grande successo”, esulta Volpe da Bari. “Una vittoria di chi l’aveva subito respinta”, gli fa eco Spataro da Torino.
Già il Consiglio superiore della magistratura, nel giugno 2017, aveva bocciato la norma, segnalando “il rischio di interferenze nelle indagini dei magistrati”, con la trasmissione di notizie a “soggetti che non rivestono la qualifica di polizia giudiziaria e che, per la loro posizione apicale, vedono particolarmente stretto il rapporto di dipendenza organica dalle articolazioni del potere esecutivo”. Quando il plenum del Csm approvò quella delibera, il capo della polizia, Franco Gabrielli, si mostrò offeso: “Come se io e i vertici delle forze dell’ordine non avessimo giurato fedeltà alla Costituzione, ma alla maggioranza di governo del momento”. Ora la Consulta azzera offese e imbarazzi.
Borsellino, Messina indagherà sui pm di Palermo
La Procura di Caltanissetta apre il fronte giudiziario nei confronti dei primi pm che indagarono su via D’Amelio e trasmette alla Procura di Messina, guidata da Maurizio De Lucia, le carte dell’inchiesta. Nel fascicolo ci sono i nomi di tutti i magistrati che nelle fasi successive alla strage Borsellino furono titolari dell’indagine centrata sul falso pentito Vincenzo Scarantino e non si accorsero del depistaggio in corso: uscito di scena il procuratore dell’epoca Gianni Tinebra, scomparso nel 2017, tra loro ci sono i pm dell’epoca Francesco Paolo Giordano, Carmelo Petralia, Ilda Boccassini, Anna Palma e Nino Di Matteo. Titolari dell’inchiesta furono anche Fausto Cardella e Roberto Sajeva.
Il dossier inviato da Caltanissetta non è approdato alla procura del vicino distretto di Catania (competente ad indagare sui magistrati nisseni) perchè da un anno nell’ufficio etneo è procuratore aggiunto proprio quel Petralia che fu tra i titolari della prima indagine sulla strage Borsellino.
E mentre si apre la caccia alle eventuali condotte, attive o omissive, che superando la soglia della superficialità e della doverosità sono sfociate in reati, la trasmissione rischia di riaprire vecchie ruggini tra i pm palermitani di dieci anni fa: entrambi allora a Palermo, il procuratore di Messina De Lucia e l’attuale sostituto della Dna Di Matteo, in particolare, furono protagonisti di uno scontro sul caso giudiziario che ruotava attorno all’ex Governatore della Sicilia Totò Cuffaro indagato e alla fine condannato a 7 anni per favoreggiamento a Cosa Nostra. Con una lettera all’allora procuratore di Palermo Francesco Messineo, infatti, Di Matteo, che insieme a De Lucia e al collega Michele Prestipino era pm del processo di primo grado a Cuffaro, nel 2006 abbandonò il dibattimento: voleva cambiare l’accusa in un reato più grave, il concorso esterno in associazione mafiosa, e poiché non c’era riuscito preferì lasciare.
La polemica si trascinò per mesi, e vide contrapposti da una parte De Lucia e Prestipino, fedelissimi dell’ex procuratore Piero Grasso (oggi senatore di LeU) e dall’altra Di Matteo, sostenuto dai pm “caselliani”, da Antonio Ingroia a Roberto Scarpinato, da Nico Gozzo a Gaetano Paci. Quest’ultimo, già nella fase dell’indagine preliminare, era già stato costretto a spogliarsi dell’inchiesta Cuffaro per lo stesso motivo: aveva proposto di aggravare l’imputazione del governatore siciliano.
Lo scontro, con relativi strascichi mediatici, proseguì fino alla fine del processo e nel 2007, De Lucia e Prestipino, affiancati dall’allora aggiunto Giuseppe Pignatone (oggi procuratore di Roma), ribadirono in requisitoria le ragioni per cui Cuffaro doveva essere condannato per favoreggiamento e non per concorso in mafia. In quell’occasione fu l’allora aggiunto di Palermo Alfredo Morvillo (oggi procuratore di Trapani), a sconfessare i due pm: “Quelle espresse in aula su Cuffaro – disse Morvillo – sono valutazioni individuali dei due sostituti titolari del processo”. Due anni dopo, nel 2009, durante la gestione di Messineo, la Procura di Palermo aprì il procedimento “Cuffaro-bis”, contestando al politico proprio il concorso in mafia. Il governatore fu processato col rito abbreviato ma nel 2011 il gup Vittorio Anania lo prosciolse con la formula del ne bis in idem.
Preparava sequestro di persona, arrestato il fratello di Marco Sau
Era il custode di armi, esplosivi, munizioni e droga per conto della banda che aveva nel mirino un sequestro di persona-lampo a scopo di rapina. Ne è convinta la Polizia di Cagliari che ieri sera ha arrestato Davide Sau, 33 anni, fratello dell’attaccante del Cagliari Marco. L’uomo, che già era ai domiciliari, è ora rinchiuso nel carcere di Uta per detenzione illegale di materiale esplosivo, armi e munizioni, detenzione e spaccio di droga.
Gli agenti erano alla ricerca del covo dei tre banditi arrestati sabato scorso in un blitz che ha mandato all’aria i loro piani: avrebbero voluto sequestrare il titolare di due noti ristoranti di Cagliari, Alberto Melis, per costringerlo ad aprire la cassaforte e consegnare denaro e preziosi tenuti sotto chiave. Le indagini hanno così portato al quarto uomo, Davide Sau. Nel garage la Polizia ha recuperato un piccolo arsenale: una pistola Beretta con 8 proiettili; una pistola Bruni con la canna modificata e un caricatore con 4 proiettili; centinaia di cartucce oltre a tre chili di marijuana, un chilo e mezzo di esplosivo, diverse targhe di veicoli e anche di moto della Polizia municipale, tutte rubate.
Caso Consip, c’è un “segreto” che Italo Bocchino ha taciuto?
Italo Bocchino conosce un segreto sui rapporti tra Alfredo Romeo e Tiziano Renzi e non vuole rivelarlo? I pm forse lo pensano ma non sono riusciti a convincere l’ex parlamentare a svelarlo. Il verbale dell’interrogatorio di Bocchino è uno degli atti più importanti dal punto di vista politico, oltre che giudiziario, depositati dopo la chiusura dell’inchiesta Consip. Il tema è il ‘probabile’ incontro tra Tiziano Renzi, l’amico Carlo Russo e Alfredo Romeo il 16 luglio del 2015 a Firenze. Alla fine i pm devono accontentarsi di un ‘non sono in grado di dare una risposta”. Una non risposta vincente. Per ora.
Bocchino è accusato di traffico di influenze, come Romeo, Russo e Tiziano Renzi. Per tutti i pm hanno chiesto l’archiviazione, ma l’ultima parola sarà del Gip.
Tre conversazioni Romeo-Bocchino (intercettate dal Noe ma riascoltate dai Carabinieri di Roma) per i pm romani potrebbero far pensare che Romeo il 17 luglio racconti all’amico consulente l’esito dell’incontro avuto il giorno prima, a Firenze, con Tiziano.
La questione è rilevante politicamente: Bocchino è un ex parlamentare di An, Pdl e Fli, consulente di azienda, dotato di agganci con importanti funzionari, in carica ed ex, dei servizi segreti italiani ed esteri, e potrebbe sapere un segreto importante su Tiziano Renzi. Un segreto che condivide con l’amico Romeo e con Carlo Russo, strana figura di faccendiere che è un millantatore per i pm ma che è stato accreditato in passato dal braccio destro (Luca Lotti) e dal padre (Tiziano) del leader Pd.
Il 22 marzo scorso viene convocato Bocchino. Parla dei suoi rapporti con Romeo. Poi della Consip e di Carlo Russo, con il quale dice di non aver mai avuto rapporti. “A mio giudizio era un fanfarone, un millantatore. La consulenza che lui proponeva (a Romeo, ndr) era in sostanziale concorrenza alla mia. Quando Romeo mi disse che comunque voleva provare a percorrere tale strada, gli dissi di metterlo alla prova su alcune pratiche per poi verificare la bontà dell’attività”.
A quel punto i pm fanno leggere a Bocchino la sua conversazione telefonica del 17 luglio 2015 con Romeo.
Bocchino (B): Come è andata a te ieri?
Romeo (R): Bene ti devo dire, è un chiacchierone eh.
B.: Eh sì immagino.
R.: Con una logorroica… È logorroico proprio… si è presentato con un bermuda, con una polo tutta sbavata (…) Ma no, tu non ti puoi presentare con una polo tutta (inc) sul colletto… eh… un bermuda con dei sandali… eh niente, abbiamo parlato simpaticamente, insomma è andata bene secondo me… quanto questo qui sia una persona credibile non ti so dire.
B.: Però voglio dire il percorso ipotizzato c’è.
R.: Se fosse che mi fossi incontrato con la persona che parente tua o parente mia, allora direi: ‘Alla facce del cazzo ho fatto un grande incontro’. Ma quei rapporti lì non lo so quanto è…
B.: Mo’ vediamo… ne parliamo con calma… secondo me è molto positivo… quindi il percorso che tu avevi ipotizzato c’è (…) Vediamo…
R.: Lui dice sentisse… quindi voglio dire…
B.: Ma non discuto proprio… cioè ci sarà un 70% di non farcela ma un 30% di farcela ci può stare.
R.: Ci deve stare insomma no? Se quello parla con chi di dovere non può non ascoltarlo dai.
B.: Ma sì ne sono convinto.
I pm chiedono a Bocchino: “Ricorda tale conversazione, ce ne spiega il contenuto, è in grado di indicare la persona che si è incontrata con Romeo?”. Il parlamentare risponde: “A distanza di tempo, non mi sento di dare risposte esaustive al riguardo”. Il pm a quel punto “dà atto della circostanza che, dalla nota dei carabinieri emerge che il 16 luglio 2015 (il giorno prima della conversazione, ndr) Romeo era a Firenze e in un periodo della giornata le celle che coprono l’utenza di Tiziano Renzi coincidono con quelle che coprono l’utenza di Romeo”.
Con l’asso sul tavolo, i pm richiedono: “In quella conversazione stavate parlando di un incontro avvenuto tra Romeo e Tiziano Renzi?”. “Non sono in grado di dare una risposta”, ribadisce l’ex parlamentare.
I pm non sono soddisfatti e sbattono davanti a Bocchino “il contenuto di due conversazioni in data 8 luglio 2015 in cui si allude a un ‘ragazzo’, appellativo con cui viene nelle loro conversazioni indicato spesso Carlo Russo, e a costui che intendeva presentargli ‘papà’ nonché a un appuntamento del giovedì successivo, che coincide con il 16 luglio”.
Segue la domanda: “Tenuto conto del contesto temporale, poco più di una settimana circa antecedente alla conversazione del 17 luglio, del riferimento al ragazzo, al papà e al successivo appuntamento del giovedì, è in grado di dire se tale telefonata fosse prolettica dell’incontro cui si fa riferimento nella telefonata del 17 luglio?”. Il senso della domanda può essere tradotto così: “Caro Bocchino, ma se Romeo ti dice che ‘il ragazzo’ – alias Russo – gli vuole presentare ‘papà’ giovedì, se poi, proprio giovedì, i telefonini di Tiziano Renzi e Romeo agganciano celle attigue del centro di Firenze, e poi – ancora – il venerdì il solito Romeo ti riferisce che ha incontrato un tal ‘parente’ di qualcun altro, di chi vuoi che stia parlando? E poi, Bocchino, quando tu chiedi dopo l’incontro con il ‘parente’ se ‘il percorso ipotizzato c’è’ e Romeo risponde sette volte ‘sì’, come fai a sostenere che non ricordi? Non sarà che l’8 luglio Romeo ti stava anticipando il suo primo incontro con Tiziano Renzi? Non sarà che il 16 luglio l’incontro c’è stato e il giorno dopo, 17 luglio 2015, lui ti sta raccontando che il giorno prima aveva incontrato ‘babbo Renzi’ vestito male? La risposta di Bocchino alla domanda (quella ‘formale’ dei pm non quella da noi ipotizzata) è questa: “Non sono in condizione di ricordare”.
Nuova condanna per Verdini, 4 anni e 4 mesi per la bancarotta di alcune società edili
Ancora una condanna per Denis Verdini: 4 anni e 4 mesi per bancarotta preferenziale nell’ambito del processo relativo al fallimento di una società di costruzioni di Campi Bisenzio, i cui titolari, Ignazio e Marco Arnone, padre e figlio, avevano rapporti con l’ex senatore di Ala quando era presidente del Credito cooperativo fiorentino, fallito nel 2010. Anche gli Arnone sono stati condannati, rispettivamente a 3 anni e 4 mesi e a 2 anni e 4 mesi. Per l’accusa, sostenuta dal pm Luca Turco, i lavori edili, che la ditta Cdm di Marco Arnone eseguì per la filiale di Firenze dell’ex Ccf, costituirono la sponda per un’operazione di bancarotta “studiata a tavolino”. Verdini è intervenuto con una dichiarazione spontanea per sostenere che “I lavori, assegnati a un cliente di vecchia data, Ignazio Arnone, furono reali e vennero pagati dalla banca”. “Il figlio Marco – ha precisato – entra nel contratto, incassa i soldi, la banca paga” e “Quelli che poi sono i rapporti tra padre e figlio sono cosa loro, non possono essere attribuiti all’esterno”. Secondo il pm Turco, invece, tutta l’operazione “è stata ideata dentro il Ccf e ha conseguenze sfavorevoli per gli Arnone, i quali subiscono le decisioni di Verdini”. “C’è una loro totale subordinazione – ha sostenuto Turco – alle decisioni di Verdini” che “viola la par condicio creditorum facendo recuperare alla banca 740.000 euro con azioni dolose”. Inoltre, la Cdm di Marco Arnone “beneficia apparentemente del pagamento dei lavori perché li dirotta alla ditta del padre. Per l’accusa, che aveva chiesto per Verdini 6 anni, le operazioni sono quindi solo “una sistemazione contabile”: “la banca di Verdini dà con una mano e riprende con l’altra”.
Marsiglia, è stato trovato il corpo di Simona Carpignano
Dopo due giorni la speranza si è spenta. Il corpo di Simona Carpignano, 30 anni, la ragazza di Taranto che viveva a Marsiglia, è stato ritrovato sotto le macerie delle due palazzine crollate martedì mattina in rue d’Aubagne.
Lo riferiscono alcuni amici pugliesi della giovane e due post pubblicati sulla pagina Facebook “Italiani a Marsiglia” da due persone che abitano nella città francese: “Sì l’hanno vista purtroppo. L’attesa dei genitori, della famiglia, degli amici è finita: Simona Carpignano detta Sorriso, è stata ritrovata senza vita sotto le macerie, quelle maledette macerie al 65 di rue d’Aubagne, a Marsiglia”. È quanto si legge su alcuni post pubblicati su Facebook del gruppo “Italiani a Marsiglia”, dove due giorni fa sono crollate due palazzine. “È stato trovato il corpo di Simona”, si legge in un altro post.
Trent’anni, nata e cresciuta a Taranto, dopo la laurea in Lingue all’Università del Salento, Simona Carpignano si era trasferita in Francia, a Parigi, per una seconda laurea e un master. Aveva scelto di andare a Marsiglia pochi mesi fa per lavoro.