La guerra delle case vendute: i 5Stelle studiano la sanatoria

Luciano Vattilana è un funzionario della Città metropolitana (ex Provincia) di Roma, ha 54 anni, una moglie che lavora in banca e cinque figli, di cui due all’università. Nel 2010 ha venduto l’appartamento in cui viveva a Vigne Nuove, periferia nord per comprare una casa più grande ai Castelli Romani. Qualche settimana fa un giudice civile l’ha condannato a restituire 115 mila euro, più gli interessi e le spese che in totale fa quasi 150 mila, al signore a cui aveva ceduto la vecchia abitazione, 50 metri quadrati più posto auto e soffitta, per 175 mila euro. “Non li ho – dice – e la sentenza è esecutiva, dovrò iniziare a pagare altrimenti mi pignoreranno la casa, il conto corrente, il quinto dello stipendio…”. Il giudice non è impazzito, ha applicato il principio stabilito dalla Cassazione, Sezione unite, sentenza 18135 del 2015.

È l’ultimo “caduto” dell’incredibile guerra, se non tra poveri poco ci manca, che si è aperta sulle case dei Piani di zona, edilizia agevolata, legge 865 del 1971 che modificava la 167 del 1962. Sono circa 250 mila alloggi solo a Roma, dal Tiburtino a Tor Bella Monaca, da Prima Porta al Torrino e fino a periferie più estreme: Villaggio Falcone, Monte Stallonara, c’è perfino Pian Saccoccia che a Roma suona strano. Comune e Regione ci mettevano i terreni e offrivano cospicui incentivi; i costruttori, spesso cooperative, costruivano, per lo più in diritto di superficie per 99 anni più 99 (cioè l’ente locale rimaneva proprietario del suolo), si impegnavano a realizzare un minimo di opere di urbanizzazione e a vendere a un prezzo calmierato, detto “prezzo massimo di cessione”. Poteva acquistare, il più delle volte sulla carta e cioè prima che la costruzione fosse ultimata, chi non fosse proprietario di immobili e avesse un reddito inferiore a una certa soglia. Alcuni costruttori fecero i furbi, tant’è che oggi pendono diversi processi penali a chi non avrebbe rispettato il prezzo massimo o non avrebbe fatto le fognature e le strade e ai dirigenti del Comune accusati di aver consentito le truffe.

La legge imponeva di non vendere per cinque anni, le convenzioni edilizie stabilivano il resto e a Roma sono molto meno chiare che in altri Comuni d’Italia, dove specificavano che il prezzo massimo era insuperabile anche dopo i cinque anni. Nella Capitale le case, quasi tutte, sono state vendute a prezzo di mercato. Le banche hanno erogato i mutui, i notai hanno rogitato, addirittura in molti casi il Comune ha certificato la legittimità della vendita libera: “Non sussistono limitazioni né vincoli”, con regolare timbro e la firma dei dirigenti comunali. Era tutto sommato ragionevole perché nel frattempo le campagne erano diventate città e certamente conveniva ai signori del mercato immobiliare, preoccupati da migliaia di abitazioni in vendita a prezzi molto più bassi. Poi nel 2011, forse per fare cassa, la legge 106 ha introdotto l’affrancazione: pagando una somma al Comune, nell’ordine dei 20 mila euro per un appartamento che ne vale 300 mila sul mercato, la casa poteva essere venduta liberamente, come a Roma succedeva già prima. Quattro anni dopo le Sezioni unite della Cassazione, con la sentenza 18135, hanno stabilito che, senza affrancazione, il prezzo massimo di cessione rimane appiccicato all’immobile. Vale anche per le compravendite concluse prima del 2011 e non solo per chi, obiettivamente, ha comprato a due lire e rivenduto a centinaia di migliaia di euro. Vale cioè per i secondi e terzi acquirenti, che ovviamente hanno comprato ai prezzi di mercato; l’unico limite è la prescrizione decennale. Quindi si applica al signor Luciano, che nel lontano 1992 aveva pagato la casa 145 milioni di lire: per la giustizia italiana oggi vale 58 mila euro, il che fa sorridere chi conosca il mercato romano. E alla signora Caterina, che nel 2006 ha comprato, per 285 mila euro, un appartamento di 90 metri quadrati a Casal Monastero, appena fuori dal Raccordo anulare vicino alla Tiburtina e poi, nel 2009 quando il mercato era sceso, l’ha rivenduto a 275 mila: le chiedono indietro 100 mila euro, con i quali ovviamente ha pagato la casa in cui abita oggi. Sta trattando. L’affrancazione costerebbe 15 mila euro ma con le regole attuali non è più possibile. Intanto ci sono circa 350 cause aperte in tribunale e gli acquirenti quasi sempre vincono.

“Attenzione, anche loro sono vittime di questa situazione, perché quando rivenderanno il prezzo massimo di cessione varrà anche per loro”, osserva l’avvocato Marco Cesatti. È uno degli avvocati di riferimento del Comitato venditori 18135, nato a Roma lo scorso marzo che oggi ha quasi duecento aderenti. Dall’altra parte, c’è un Comitato acquirenti legato anche all’associazione “Area 167”, dal numero della legge del 1962 da cui tutto è cominciato, che rivendica la funzione sociale dell’edilizia convenzionata, difende il principio del prezzo massimo di cessione e sostiene che la diversa interpretazione delle convenzioni, anche da parte del Comune, violava la legge per consentire indebite speculazioni. Gli acquirenti sono finiti nella stessa trappola. Vittime di un sistema assurdo.

I venditori hanno sollecitato le istituzioni. Il Campidoglio grillino ha semplificato le procedure di affrancazione, ma solo per le compravendite future. E comunque ci sono 4.000 domande pendenti a fronte di circa 600 evase. Il Comitato venditori chiede un intervento legislativo e oggi manifesta a Montecitorio. Roberta Lombardi, capogruppo M5s alla Regione Lazio, ha promesso il suo interessamento, così come lo staff del ministro Danilo Toninelli. Se ne occupa il senatore Emanuele Dessì, noto ai più per i rapporti con personaggi legati al clan degli Spada e perché pagava un affitto irrisorio in una casa popolare. Vogliono far presto, persino prima della legge di bilancio. La bozza di un emendamento che potrebbe essere inserito nella manovra o perfino nel decreto fiscale, estende la possibilità di affrancazione a chiunque abbia interesse, ed esclude qualsiasi contenzioso successivo. Una sanatoria. Il comitato acquirenti è in grande allarme, parla di “condono inaccettabile”. “È solo una base di partenza, lo riformuleremo”, spiega Dessì. La guerra è appena iniziata.

Un contenzioso milionario

A Roma è scoppiata una bomba sociale che riguarda le compravendite degli alloggi costruiti con i Piani di zona, edilizia agevolata prevista dalle leggi 167 del 1962 e 865 del 1971: gli enti locali mettevano a disposizione i terreni e i costruttori, per lo più cooperative, si impegnavano a vendere a un prezzo calmierato Gli appartamenti, sono stati rivenduti a prezzi di mercato, perché la legge prevedeva il divieto di alienazione per cinque anni e a Roma, diversamente da quanto è accaduto in altri Comuni d’Italia, le convenzioni edilizie nulla dicevano circa il prezzo delle vendite successive alla prima. Nel 2011 è stata introdotta l’affrancazione, che consentiva la libera vendita con il versamento al Comune di circa 10-20 mila euro per immobili che valgono 2-300 milaLa sentenza 18135 delle Sezioni Unite della Cassazione, nel 2015, ha stabilito che il prezzo massimo di cessione vale per sempre, salvo affrancazione. A Roma sono aperte centinaia di cause. I venditori vengono condannati a restituire, dopo anni, somme fino a 100-150 mila euro sui 250-300 mila incassati

Il Vaticano: “Da noi nessun riferimento a Emanuela Orlandi”

“Da parte della Santa Sede non è stato fatto alcun collegamento con Emanuela Orlandi”. Lo ha detto il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, a proposito della vicenda del ritrovamento delle ossa nella sede della Nunziatura. “Non so chi ha messo in relazione questa vicenda con il caso Orlandi”, ha dichiarato il cardinale – riferisce il Sir, l’agenzia dei vescovi – rispondendo ad una domanda, a margine di un convegno. Interpellato sul motivo per cui la Segreteria di Stato abbia immediatamente avvertito la Procura di Roma, Parolin ha spiegato: “Per ragioni semplicemente di trasparenza, perché non ci siano recriminazioni sul fatto che la Santa Sede abbia tenuto nascosto qualcosa. Le cose si fanno con la maggior apertura e la maggior trasparenza. Sono stati trovati dei resti, si è voluto sapere esattamente cosa si stesse facendo, di chi fossero, e quindi è stato chiesto aiuto all’Italia”.

Quanto a eventuali dossier sul caso Orlandi, il porporato ha risposto che “si è sempre fatto di tutto per accertare la verità”. In merito, inoltre, a presunte “trattative”, Parolin ha risposto: “Non posso dire molto, sono arrivato che il caso era già stato archiviato. Siamo disposti ad aiutare a risolvere questo caso”.

Pernigotti & C: il made in Italy ormai è sparito dagli scaffali

Lo storico stabilimento della Pernigotti a Novi Ligure chiuderà lasciandosi alle spalle 160 anni di storia. I proprietari dell’azienda, che dal 2013 sono i due fratelli Toksoz, sposteranno la produzione in Turchia, loro Paese natale, ma manterranno in vita il marchio. Che, in pratica, già non è più made in Italy da diversi anni, ma ora non sarà neanche più prodotto in Italia. Forse, solo le nocciole rimarranno a tenere alta la bandiera tricolore. Novi Ligure ieri si è mobilitata, con proteste davanti ai cancelli della fabbrica. Ma al termine di una lunga giornata di concertazione, la Toksoz ha presentato richiesta di cassa integrazione straordinaria per la durata di un anno per 100 dipendenti.

Una parabola discendente, quella della Pernigotti, simile alle altre vissute dalle decine di marchi storici dell’agroalimentare italiano – dalla pasta all’olio, dalle conserve di pomodoro agli spumanti, dai gelati ai salumi fino ai biscotti – che negli ultimi anni, schiacciati tra crisi e dissesti finanziari, sono prima finiti in mani straniere e poi nel circolo vizioso della delocalizzazione. Che, tuttavia, non si ferma con la chiusura degli stabilimenti e la conseguente perdita dei posti di lavoro: si aggrava con lo spostamento all’estero anche delle fonti di approvvigionamento della materia prima agricola. “Un dramma per il sistema Paese”, commenta Lorenzo Bazzana, responsabile economico della Coldiretti. “Oggi tre marchi storici del made in Italy alimentare su quattro sono in mani straniere. Nel 2013 con la cessione oltre confine di Orzo Bimbo, spumanti Gancia, salumi Fiorucci, Parmalat, Star, Riso Scotti e vino Chianti il made in Italy ha perso circa 10 miliardi di euro”. Nel 2017, invece, a passare in mani straniere, tra gli altri, sono stati Lemonsoda, Oransoda e l’aceto balsamico di Modena Igp.

Un’emorragia che diventa a drammatica in Piemonte, dove in queste ore oltre alla partita della Pernigotti c’è anche quella di Hag e Splendid, due marchi che hanno fatto la storia del caffè di casa nostra, e che lasceranno per sempre l’Italia. Il colosso olandese Jde proprietario dal 2015 dei due brand, ha annunciato che dal primo gennaio 2019 chiuderà il sito produttivo di Andezeno, fondato nel 1920, vicino a Torino. La produzione verrà spostata in Bulgaria, dove il costo del lavoro è inferiore. Sono 57 i dipendenti che rischiano di veder sparire il proprio posto di lavoro, in un territorio che in un recente passato ha conosciuto anche la vertenza legata a Embraco. Sposandosi nel Nord-Est c’è, invece, la crisi della pasta Zara, ammessa al concordato per non fallire e in attesa di essere acquistata da fondi di investimento o dalla Barilla. La famiglia Bragagnolo, che da 100 anni ne è proprietaria, sconta la crisi delle banche venete, come accaduto al gruppo Ferrarini, storico marchio di prosciutti e salumi di Reggio Emilia. Eppure queste crisi sembrano solo una questione di apparenza: quando con il carrello si sfila lungo le corsie dei supermercati non ci si accorge che cominciano a essere tanti i prodotti non più made in Italy e non più prodotti in Italia che vengono così acquistati per il richiamo all’italianità del brand che resta sempre e comunque un fattore determinante per la scelta dei consumatori, sicuramente perché sinonimo di qualità e sicurezza. Quanto pesa l’italianità sulle vendite allo scaffale? Tanto, come rivela l’Osservatorio Immagino, che monitora i claim e i loghi che richiamano al tricolore sulle confezioni, capaci di generare nel solo 2017 qualcosa come 6,3 miliardi di euro, ben 274 milioni in più del 2016. Non basta però il marketing a garantire il made in Italy: solo l’etichettatura dà la certezza di conoscere il luogo di origine del prodotto, ma attualmente non è presente sui prodotti confezionati. In gioco non c’è solo la corretta informazione, ma anche i conti di un settore che traina l’economia italiana.

Bergamo, il parcheggio e i soliti predecessori

Caro direttore, nell’articolo di Tommaso Montanari pubblicato dal Fatto si parla di spopolamento di Bergamo Alta, di piani urbanistici a favore del turismo, di negozi di gadget, di mie responsabilità riguardo alla realizzazione del nuovo (e discusso) parcheggio interrato. Non credo Montanari conosca direttamente Bergamo e molte cose gli sono state riferite in modo impreciso. Vorrei quindi a fornire alcuni chiarimenti. In primo luogo nel 2017, per la prima volta dal 1945, la popolazione residente di Bergamo Alta è aumentata. Siamo ora a circa 2.800 abitanti, poco sotto la soglia di 3 mila che l’Associazione Città Alta e Colli ritiene essere il giusto punto di equilibrio per il Borgo storico. L’espulsione della popolazione residente risale agli anni 80 e 90, quando Bergamo Alta è stata ampiamente restaurata e ha cambiato pelle. Nessun piano urbanistico è stato “svuotato a favore dei turisti”. Il progetto del parcheggio di via Fara risale al 2003, approvato nel 2004 (e in Circoscrizione lo votò a favore anche l’Associazione per Città Alta e i Colli, pur sapendo che gli stalli sarebbero stati solo “in prelazione” e non riservati ai residenti, alla modica cifra di 1.550 euro l’anno, di fatto quindi inaccessibili ai più) con le stesse dimensioni e gli stessi numeri di oggi. La mia Amministrazione ha solo deciso di completarlo, dato che il cantiere era abbandonato dal 2008, quando una frana ne interruppe i lavori. Da 15 anni il parcheggio è in tutti gli strumenti urbanistici. Addossarne le responsabilità alla mia Amministrazione, dopo che ne sono succedute ben tre prima del mio insediamento, tutte al lavoro per questo parcheggio, è quindi certamente un errore. È vero invece che la mia Amministrazione, non potendo modificare gli equilibri economici della convenzione che il Comune aveva sottoscritto anni addietro, è riuscita a modificare la funzione del parcheggio, volgendola a vantaggio di una maggiore protezione di Città Alta. Completiamo l’interrato per farne l’unico luogo di sosta accessibile (a pagamento) ai non residenti, per limitare l’afflusso delle auto a Bergamo Alta, per destinare il perimetro delle Mura ai soli residenti e per poter liberare dalle auto alcune delle piazze più belle di Città Alta. Stringiamo le maglie sulla sosta, non le allarghiamo. Sui negozi infine ricordo che Bergamo è la seconda città in Italia, dopo Firenze, ad essersi dotata di un regolamento per il commercio che vieta il sorgere senza regole di negozi di chincaglieria. Un freno che forse sarà considerato tardivo, ma che prima non si sarebbe mai potuto adottare. Il problema vero è che queste tendenze sono molto più che decennali, in tutta l’Italia. Paghiamo errori di visione che risalgono agli anni ‘90 e 2000, paghiamo gli stessi errori quando addossiamo le responsabilità a chi questi trend consolidati li subisce.

Giorgio Gori
Sindaco di Bergamo

 

Sono grato al sindaco Gori per la lettura e per l’interesse. E sono d’accordo con lui sul fatto che la morte delle città storiche sia un problema nazionale. D’altra parte era proprio il senso del mio articolo: se questo veloce declino travolge già un centro storico come quello di Bergamo è segno che bisogna urgentemente correre ai ripari. Ed è qui che dissentiamo. Gori usa ora sul parcheggio toni assai meno trionfalistici che nel passato: non lo definisce più una “rivoluzione” che avrebbe permesso di “proteggere e di valorizzare la bellezza di Bergamo Alta”, come faceva solo nel settembre del 2017. Ma non basta addossarne le responsabilità ai predecessori, e trovare improbabili giustificazioni a posteriori: bisogna avere il coraggio di rinunciare al progetto e invertire la rotta. Se Gori non lo fa, è per quello sviluppismo insostenibile e fuori dal tempo che, da una legge-obiettivo a uno sblocca-italia, ha segnato la perfetta continuità tra berlusconismo e renzismo.

Tomaso Montanari

Rider, nuova fumata nera sul contratto dei fattorini in bici

Un “compromesso” dignitoso regolato dal contratto individuale del fattorino”. Non ci sono cifre nella proposta portata ieri al tavolo dei rider dalle multinazionali del cibo a domicilio (Deliveroo, Glovo, JustEat, SocialFood e UberEats). Le app continuano a opporsi alla nascita di un salario minimo orario che valga per tutti i rider italiani; vogliono lasciare la quantificazione ai singoli rapporti. Le aziende italiane (Sgnam, Winelivery, PrestoFood, FoodRacers e Moovenda) indicano invece 7 euro all’ora, ma non specificano se lordi o netti. La partita vera, comunque, si gioca con le aziende straniere, che hanno la fetta più grossa del mercato. Deliveroo e le altre, però, fanno ancora melina. In compenso, nella riunione al ministero dello Sviluppo economico hanno chiesto di nuovo agevolazioni fiscali per il settore. “Aspettavamo da due mesi questa proposta – dicono da Riders Union Bologna – ma quella che è arrivata è talmente vaga da non poter essere presa sul serio”. Una posizione condivisa dal governo, che ha deciso di riprendere in mano la palla: sarà ora il ministero stesso a scrivere una proposta di contratto per provare a rompere lo stallo.

Trump dimezzato: un rischio per l’Italia

Dalle elezioni di medio termine negli Stati Uniti si attendevano molte indicazioni. Si rinnovavano completamente la Camera dei Rappresentanti, un terzo del Senato e un buon numero di governatorati. I risultati non hanno deluso le aspettative. Anche se l’esito si presta a varie interpretazioni, ci sono dei dati molto eloquenti. Il più importante è che alla prova del voto popolare questa volta i Democratici hanno distanziato i Repubblicani di oltre sette punti percentuali. E sono riusciti nell’impresa malgrado Donald Trump avesse trasformato l’appuntamento in un referendum su se stesso: molti suoi predecessori avevano sperimentato disfatte peggiori, ma avevano evitato di esporsi eccessivamente proprio per minimizzare il pericolo di un successivo indebolimento. Trump ha preferito mettersi in gioco, come gli è congeniale: non gli è andata benissimo.

Si farà di tutto per attenuare la percezione di questa sconfitta, certamente, ma i numeri parlano chiaro. Occorre ricordare che due anni fa il presidente in carica sconfisse Hillary Clinton ottenendo due punti percentuali in meno di lei nel conteggio dei voti popolari. Ma qui si parla di una forbice molto più ampia, che era sfuggita a tutti i sondaggi nelle ultime settimane e non costituisce un buon viatico per i prossimi due anni, tanto più che si è materializzata in una fase ottimale della congiuntura economica.

I Repubblicani hanno conservato il controllo del Senato, nel quale comunque avevano buone possibilità di riuscita. Non è un fatto irrilevante, sia per il ruolo che la Camera alta riveste nell’approvazione delle nomine più delicate proposte dall’Amministrazione, sia perché compete ai senatori il potere di fermare o meno un’eventuale procedura di impeachment ai danni del Presidente. Anche nell’ipotesi in cui la Camera dei Rappresentanti promuovesse la messa in stato d’accusa di Trump, le probabilità del suo concreto avvio sono virtualmente scese a zero. Nell’immediato, quindi, il presidente non corre alcun pericolo.

Tuttavia, il progresso della sua agenda di politica interna si farà accidentato, specialmente durante la sessione di bilancio. Soprattutto, è diventato più incerto il percorso che dovrebbe condurre alla riconferma nel 2020, non solo per le dimensioni del vantaggio acquisito dai Democratici, che Trump dovrà rimontare, ma anche perché all’interno del partito Repubblicano potrebbe piano piano farsi largo il convincimento che il presidente non sia più un cavallo vincente. Sarebbe il prodromo della resa dei conti. Lo speaker uscente della Camera dei rappresentanti, Paul Ryan, non si è ricandidato, evitando così di subire le ricadute di questo insuccesso. È un avversario conclamato di Trump. Ne andranno quindi monitorate le mosse.

Dal canto loro, i Democratici hanno ora il pallino in mano. Se riusciranno a esprimere una candidatura non eccessivamente divisiva, compito peraltro non facile, è adesso più realistico immaginare che possano riconquistare la Casa Bianca. Nei prossimi mesi, vedremo cosa succederà. Potrebbero emergere figure nuove, carismatiche e non compromesse con l’establishment, circostanza che complicherebbe il cammino di Trump. Il Presidente in carica resterebbe invece competitivo qualora nel campo avverso venissero riproposti vecchi nomi, dei quali pure si parla molto in questi giorni. Per quanto riguarda i prossimi mesi, questo ridimensionamento non compromette la capacità decisionale di Trump in politica estera, l’unico aspetto della sua azione che veramente dovrebbe interessare l’Italia. Ma il presidente dispone ora di un arco di tempo più breve per raggiungere i suoi scopi. È quindi poco probabile che in questo secondo biennio del suo mandato Trump riesca a realizzare gli aspetti più controversi del proprio disegno strategico. La grande riconciliazione con la Russia dovrà essere rinviata a tempi migliori, semmai giungeranno. Il fatto che siano state annunciate ieri stesso nuove sanzioni contro Mosca per il caso Skripal pare confermarlo

Incombe un altro rischio: che i deludenti risultati di mid-term e l’arresto delle riforme interne accentuino la sterzata verso un approccio agli affari mondiali più interventista. Il peso dei neoconservatori nell’Amministrazione Trump è già aumentato. Potrebbe crescere ancora. Qualora ciò si verificasse, la distanza del presidente dal suo programma originario diventerebbe abissale. È auspicabile che ciò non accada. Buona parte dell’originalità di Trump risiedeva nella sua promessa, ribadita alle Nazioni Unite, di rispettare la sovranità nazionale di ogni Stato di questo pianeta, archiviando la lunghissima stagione dominata dall’ambizione di democratizzare il mondo anche con la forza. Eventuali passi indietro su questa strada ci renderebbero meno liberi.

Friuli dimenticato, l’Italia del nord-est finisce a Belluno

“In televisione ho visto e sentito parlare tanto di Rapallo e dei suoi yacht, di Roma e di Venezia. Pochissimo della montagna, dei tanti paesi piccoli e isolati sulle Alpi. Sono luoghi che in fondo non interessano a nessuno, luoghi da prendere in considerazione tutt’al più per andare in vacanza, per realizzare la trita trasmissione televisiva sulla gastronomia, per un calendario da appendere in ufficio in città”. A parlare così è Ulderica Da Pozzo, fotografa nota nel mondo, nata a Ravascletto in provincia di Udine, autrice di tanti libri che raccontano con le immagini, con la passione e con la poesia l’estremo nordest del nordest, la Carnia. Dopo le tempeste d’acqua e di vento che nei giorni scorsi hanno abbattuto milioni di alberi, siamo stati informati sulle foreste distrutte del Bellunese. Abbiamo visto e rivisto le immagini di Portofino, con le barche accartocciate. Poco o niente sappiamo di ciò che è successo sui monti del Friuli, in Carnia. Terra dimenticata, di cui la maggior parte degli italiani neppure conosce l’esistenza. Ha subito danni rilevanti, come e più di altre parti del Paese, ma è rimasta quasi invisibile per i grandi giornali e le grandi reti nazionali.

“Sono disgustato per il silenzio che i media nazionali hanno serbato per la tragedia che, al pari di altre situazioni, ha colpito le nostre terre”, aggiunge Giulio Brovadan, altro cittadino nato a Ravascletto e oggi avvocato a Milano. “In Carnia non ci sono yacht, ma boschi, strade e ponti distrutti, paesi isolati e senza acqua potabile, senza elettricità, gas e collegamenti telefonici”. Giornali e tv non ne hanno parlato. “Sarà forse perché – si chiede l’avvocato Brovadan – i friulani non si piangono addosso e in 24 ore liberano le strade? Sarà che pubblicizzare queste cose può essere di ‘cattivo esempio’? Sarà che l’Italia dell’est finisce a Belluno?”.

A Zovello, minuscolo borgo nel Comune di Ravascletto, sono state liberate le strade dal fango e riaperti i collegamenti in 24 ore, come testimoniano le foto (prima e dopo la cura) scattate e postate su Facebook dall’assessore comunale Genny Di Comun: “Questa è un’immagine di un solo punto del mio paese, Zovello di Ravascletto, ma davvero le strade sono quasi tutte liberate dopo un giorno. Io sono convinta che in Friuli, in Carnia, c’è tanta voglia di fare” (devo confessare a questo punto il mio conflitto d’interessi: vengo da una famiglia carnica, mio padre di Zovello, mia madre di Ravascletto).

In Friuli Venezia Giulia nei giorni scorsi i vigili del fuoco hanno fatto 700 interventi e la stima dei danni supera i 500 milioni. Diversi paesi erano rimasti senza corrente e molte strade erano state invase da fango e detriti. La Regione ha dichiarato lo stato di emergenza e stanziato 10 milioni per gli interventi più urgenti.

Domenica 4 novembre, i sindaci della Carnia hanno incontrato il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che era a Trieste per il centenario della Grande Guerra. Hanno chiesto di fare loro: “Dateci le deroghe che servono a rialzarci: zero burocrazia e poteri speciali a enti locali e alla Regione”, ha detto Francesco Brollo, primo cittadino di Tolmezzo. “Lo chiediamo per la capacità dimostrata da questa terra, non per capriccio. Abbiamo infatti un bel curriculum, basti vedere la ricostruzione dopo il terremoto del 1976. E quello che abbiamo fatto in questi giorni. Un esempio: ci abbiamo messo 16 ore per riaprire la strada statale tra Paluzza e Timau, impiegando imprese locali. In condizioni normali ci vorrebbero mesi se non anni”. Eppure passerà anche questa, ci dimenticheremo dell’estremo nordest del nordest e i paesi di montagna continueranno a morire.

Il lavoro nobilita (solo) gli anziani

Apprendiamo da Repubblica, che l’ha letto su Bloomberg, che negli Stati Uniti si registra un boom di assunzioni di lavoratori anziani nelle catene di fast-food. Ammettiamo che il colpo d’occhio è suggestivo: gli individui sopravvissuti alle malattie cardiovascolari provocate dalle abbuffate da McDonald’s hanno come premio un impiego presso gli stessi ristoranti, dove oggi servono schifezze a una nazione satolla.

Negli ultracapitalisti Stati Uniti il sistema performa il proprio collasso: 9 milioni di persone sopra i 65 anni, invece di crogiolarsi nel fine di ogni esistenza umana (oziare, riposarsi), lavorano indefesse a rendere l’America great again.

Con una disoccupazione al 3,7%, l’impero della Libertà ha realizzato il suo sogno (incidentalmente, è anche il sogno dei totalitarismi). Chi pensa che Trump faccia gli interessi dei dimenticati contro l’establishment farà bene a considerare a quale degenerazione ha condotto la sua narrazione anti-globalista. In un contesto di piena occupazione c’è carenza di manodopera; per sopravvivere, le aziende sono costrette ad aumentare i salari (lo ha fatto Amazon, e non per filantropia ma in base al principio della concorrenza) oppure a inventarsi metodi nuovi per risparmiare. Un metodo è licenziare personale per comprare macchine, almeno finché i robot non saranno tassati; un altro è assumere lavoratori che si possa pagare meno. Chiunque dotato di gambe e braccia può friggere patatine. Trasformare l’essere umano in un mero strumento di carne a basso sostentamento biologico è sempre stato il sogno dei capitalisti; se si possono sfruttare i giovani, o se non si possono più sfruttare, perché non sfruttare i vecchi? (Da noi il governo Renzi ha invertito il trend, mandando gli studenti minorenni a lavorare gratis nei fast-food e chiamando questa ingegnosa forma di schiavismo “alternanza scuola-lavoro”).

Il denaro, nel sistema capitalistico, spinge la natura ad andare contro se stessa: oggi gli adulti delle democrazie liberali, invece di prendersi cura dei figli e assistere gli anziani, ciondolano nei fast-food serviti dai loro padri sottopagati.

Ma c’è un passaggio che ci ha colpito nell’articolo di Repubblica: posto che per “catene come McDonald’s assumere personale over 50 o meglio ancora pensionato è più che conveniente”, i vecchi piacciono ai padroni perché hanno altri skill: “non hanno ambizioni di carriera e spesso nemmeno la necessità di uno stipendio pieno, visto che percepiscono già l’assegno dallo stato. In sostanza: costano meno, hanno meno pretese e si divertono di più”. Al diavolo l’artrosi, il lavoro nobilita l’anziano. Ecco il ricatto, sotto una filigrana di ottuso ottimismo, che il capitalismo neo-liberale ha fatto a milioni di suoi figli-vittime: il lavoro, anche il peggio retribuito e il più alienante, è l’unica sfera di realizzazione dell’essere umano, che in essa si sente motivato e felice. A questo dogma hanno lavorato anni di lavaggio del cervello a colpi di elogi del “merito”: meritevole è chi è conforme ai principi dell’aziendalismo, chi ne sposa la indiscutibile, ontologica necessità, chi è tanto fortunato da percorrere una carriera scolastica senza freni o malattie, chi coglie al volo ogni lavoretto in attesa d’inventarsi start-upper. Ora pare che i giovani iperformati non si bevano più la frescaccia della “flessibilità” e pretendano salari più alti. Da noi, con la disoccupazione giovanile al 32,7% (dati Istat), le aziende dovranno accontentarsi di spremere sangue giovane ancora per un po’, e i padroni trovarsi di fronte, invece che vecchi gagliardi contenti di questa sbarazzina alternativa all’eugenetica, i visi lunghi di viziati bamboccioni che non raccolgono pomodori come i loro coetanei neri (che anche perciò abbiamo tutto l’interesse a mantenere privi di diritti) e non si divertono più nemmeno a grigliare hamburger.

Vegetariani e vegani. La rivoluzione è cominciata, ma richiede tempo

 

Cara Giulia Innocenzi, il tuo articolo “Bufale carnivore o vegani killer” ha suscitato accese reazioni da diverse tifoserie (in Italia parlare di cibo è sport nazionale, ben più del calcio, perché il cibo per noi è cultura). Credo che i vegani non stiano facendo nessuna rivoluzione. Hanno l’onore e il merito di portare avanti una battaglia molto importante, insieme ai vegetariani: dare attenzione e combattere sfruttamento e sofferenze animali del nostro sistema produttivo alimentare. A mio avviso, però, ciò non è sufficiente per una rivoluzione. La produzione di cibo oggi è più che mai soggetta a leggi economiche di mercato e a sistemi globali. Hipster vegani, nonne tradizionaliste e cacciatori famelici sono tutti inseriti in un ingranaggio impossibile da influenzare. Anzi, è lui che influenza noi. I cicli di produzione animale sono disumani e macabri, ma altrettanto lo sono quelli dei vegetali, sia per sfruttamento intensivo e artificiale del territorio, sia per sfruttamento umano di manodopera (quanti i reportage pubblicati dal Fatto sulla situazione dei lavoratori e lavoratrici nella raccolta di pomodori!). Io sono sicura che se mi portassi a vedere un macello industriale non toccherei più carne, ma sono anche sicura che se portassi te a vedere una vasca di crescita di microproteine non toccheresti più cibo che non appartenga a un regno classificabile secondo natura. Stiamo attenti a fare “scelte giuste” nell’epoca in cui tutto ha un prezzo e ogni scelta trova spazio negli scaffali del supermercato. Mentre noi continuiamo a discutere delle nostre “tifoserie”, ho come l’impressione che la nostra attenzione dovrebbe essere altrove.

Linda Stagni

 

Cara Linda, un amico un giorno mi disse che il vegetarianesimo è il più grande boicottaggio di massa della storia. E aveva ragione. Rifiutare un prodotto significa non voler alimentare un determinato processo produttivo, e contrastarlo a partire dalle proprie abitudini. I vegetariani e i vegani lo fanno ogni giorno. Non è una scelta facile, ma il cambiamento, anche se lungo, passa prima di tutto dall’economia. E la nostra è un’economia basata sullo sfruttamento degli animali. Ma su una cosa ti sbagli: i vegetariani hanno cominciato una rivoluzione. Perché sempre più diffusa è la consapevolezza che non è più accettabile il modo in cui trattiamo gli animali, alla stregua di bulloni in una catena di montaggio. Ti basterà caricare un video su Internet per vedere cosa succede nei macelli: e probabilmente la voglia di mangiare la carne ti passerà.

Giulia Innocenzi