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I quattro punti intoccabili del M5S sulla giustizia

L’articolo di Travaglio Il Ladrometro “fissa” in maniera definitiva la posta in gioco per la sopravvivenza e il recupero del M5S; o il Movimento mantiene la “barra” sui 4 punti legati alla Giustizia o i Gattopardi l’hanno avuta vinta ancora una volta. A quel punto non so cosa farà Travaglio, io e mia moglie salutiamo figlio, nuora e nipotina e ce ne andiamo su qualche spiaggetta o paesino del Portogallo o delle Canarie, dove la nostra modesta pensioncina è più polposa. Vi invierò una cartolina.

P.s. Ho svolto tre anni attività di volontariato nel carcere romano di Rebibbia e vi posso assicurare che non ho mai incontrato nomi eccellenti, ma solo poveracci portatori di vite annunciate.

Maurizio Dickmann

 

Di fronte al disastro conta il silenzio operoso

Le montagne si scrollano i loro boschi e migliaia di alberi sembrano stuzzicadenti sparsi tra gli avanzi e le briciole di quella che era una splendida tavola imbandita; i fiumi rigurgitano il troppo che soffoca gli alvei; allagamenti in barba a tutte le ottave meraviglie del pianeta bloccate da scoline e canali mai puliti per decenni. Questo il quadro, ancora in fieri visto l’arrivo di nuove perturbazioni, che presenta la penisola tutta, da Nord a Sud, con una connotazione particolare, forse figlia dei sentimenti “sovranisti” che oggi imperversano: ci si indigna per la poca o nulla attenzione dei media nazionali per il proprio disastro, ritenendo, e ciò lascia interdetti, che solo il can can massmediatico certifichi inoppugnabilmente l’accaduto e la sua gravità. Così si va di selfie e di video giocando a “chi ce l’ha più duro”, il disastro s’intende, magari intralciando quanti – e sono molti grazie al cielo – si stanno adoperando senza tregua, non per apparire in foto o televisione ma per arginare, ricostruire e ripulire i danni che il maltempo ha provocato. Ecco, lo dico con schiettezza: piuttosto che vedere e ascoltare esondazioni continue di dichiarazioni a ogni ora del giorno, preferirei di gran lunga un silenzio laborioso dove si opera di concerto tutti e a tutti i livelli, per alleviare i disagi della gente colpita dando indicazioni, fornendo aiuto e strumenti per le pratiche da fare, le strade da seguire e mettendosi a disposizione e provvedendo celermente. Gli spot sulle colpe altrui danno davvero fastidio e, visto come siamo messi, sono solo tempo prezioso sprecato assurdamente.

Vittore Trabucco

 

Il Tav non è prioritario: ci sono interventi più urgenti

Residente a Torino da più di quarant’anni, sono contraria al Tav non perché me lo vieti la mia “religione” (ho votato Appendino) ma perché ho cercato d’informarmi sull’argomento in tutti i modi possibili. Non penso che si debba automaticamente approvare tutto quello che decide chi hai votato. Considero quest’opera non prioritaria e sono convinta che in Italia ci siano cose più utili da fare, tenuto conto della poca disponibilità di risorse che abbiamo: messa in sicurezza del territorio, di cavalcavia non più sicuri, nuove strade e ferrovie nel centro sud, etc.

Purtroppo sono convinta che gran parte delle persone (parenti, amici, conoscenti, vicini di casa) che mi stanno dando il tormento con messaggi su WhatsApp e con petizioni da firmare, mettendomi in grande imbarazzo, sappiano molto poco sull’argomento. Quanti avranno letto lo studio effettuato dal prof. Ponti e quello dei Politecnici di Torino e Milano insieme all’università Parthenope di Napoli sull’impatto ambientale? Non vorrei che qualcuno si stesse attivando perché l’Appendino gli ha aumentato il parcheggio sotto casa o per fare un favore a qualche amico politico o imprenditore. Almeno quando ti lasciano il “santino” elettorale nella buca puoi far finta di niente.

Mi chiedo se sabato a Torino si andrà in piazza per difendere diritti (grandi temi sociali non mancherebbero certo) o per difendere interessi. Comprendo le ragioni di chi manifesterà per una sincera convinzione, cioè che quest’opera può essere utile per fare uscire il Piemonte e Torino dall’isolamento (?) ma, specialmente i poco informati su un’opera tanto controversa, che pagheremmo interamente con i nostri soldi, devono essere coscienti che alla manifestazione di sabato la loro presenza sarà comunque strumentalizzata politicamente. Anche se non ci saranno bandiere.

Enza Ferro

 

DIRITTO DI REPLICA

L’indiscrezione pubblicata dal Fatto di ieri, secondo la quale sarei “nel valzer dei vicedirettori” della Rai è destituita di ogni fondamento. E vi chiedo di darne conto rettificando. Non sono nelle quote di nessuno: senza alcuna promozione da ben 21 anni dopo 30 anni di inchieste al servizio del cittadino con risultati noti al grande pubblico e nelle prime pagine. Un vero record in Rai: la meritocrazia è un lusso che pago.

Appartengo solo al partito dei Fatti e del lavoro, ho ritirato più volte la firma quando è stato necessario, senza mai compromessi.

La verità è il sale del giornalismo nel quale credo.

Maria Grazia Mazzola

 

Gentile Mazzola, nell’articolo ci si limita a dire che il suo nome è in corsa per la vicedirezione del Tg3: non la si colloca in alcuna “quota”, né si lascia intendere che tale eventualità sia dovuta a motivi che esulano dai suoi meriti professionali.

Gi. Ros.

Trump funambolo: sberleffo ai Dem, ma tende la mano

Finisce 1-1, la Camera ai Democratici e il Senato ai Repubblicani; ed è un pareggio. Ma, poiché sotto sotto i Democratici speravano nel 2-0, e i Repubblicani lo temevano, l’impressione è che Donald Trump abbia fatto il colpaccio in una partita che, prima che lui scendesse in campo, pareva persa.

Con il voto di midterm, rispetto alle Presidenziali del 2016, l’America della speranza non è tornata: resta una ‘Trumpland’ chiusa in se stessa. La prima vittima della resa dei conti interna all’Amministrazione è il ministro della Giustizia Jeff Sessions: si è dimesso con effetto immediato su richiesta del presidente. Dalle urne, escono, però, frammenti di speranza, con l’affluenza molto alta – 113 milioni di votanti, il 49% degli aventi diritto, mai sopra i cento milioni in passato, a parte le presidenziali –. C’è la diversità delle vittorie delle donne, le prime musulmane al Congresso, la prima nativa americana, la più giovane mai eletta. Passa pure, in Colorado, il primo governatore apertamente gay, mentre viene sconfitta, nel Vermont, che rielegge suo senatore Bernie Sanders, la prima candidata governatore transgender. Confermata, fra le icone democratiche, Elizabeth Warren, la sceriffa di Wall Street, nel Massachussetts.

Alla Camera, i seggi già assegnati sono 414 su 435, i democratici ne hanno 220 – la maggioranza è 218 – e viaggiano verso quota 430 e i repubblicani 194, avendone persi 27. Al Senato, i seggi già assegnati sono 96 su 100, i repubblicani ne hanno 51 e ne hanno guadagnati due, i democratici 45. Restano aperte cose molto serrate o dove ci sono ricorsi; in almeno un caso, nel Mississippi, ci sarà un ballottaggio, il 27 novembre.

La mappa dei governatori s’è riequilibrata a vantaggio dei democratici: con tre Stati da assegnare, i Democratici ne hanno 22 – sette in più – e i Repubblicani 25. Al numero record di donne candidate – 237 alla Camera -, corrisponde il record delle elette: almeno 107 saranno deputate (il primato era 84). I Democratici riconquistano la Camera dopo otto anni, ma la loro avanzata non è uno tsunami, al massimo, una modesta marea, un’“increspatura” dice ironica la portavoce della Casa Bianca Sara Huckabee Sanders. I Democratici perdono tre corse simbolo, dove sono impegnati loro astri nascenti: in Texas, Beto O’Rourke viene sconfitto dal senatore in carica Ted Cruz, che nel 2016 contese la nomination a Trump; Andrew Gillum in Florida e Stacey Abrams in Georgia falliscono l’obiettivo di diventare governatori, i primi neri nei rispettivi Stati. Ma c’è pure chi riesce in una ‘missione impossibile’: il collegio 7 della Virginia, che è Richmond, la capitale, era appannaggio dei repubblicani dal 1970, l’ex agente Cia Abigail Spanberger batte il repubblicano David Brat. Trump martedì notte, twitta: “Grandissimo successo”. Il presidente fa persino una telefonata non dovuta di congratulazioni alla leader dei democratici alla Camera, Nancy Pelosi, che s’affanna a difendere la sua leadership: prove di dialogo? O presa in giro? Quando si risveglia, Trump è in buona: “Ho vinto io, ho fermato l’onda blu, contro i media e i miei consiglieri, che volevano parlassi di economia, mentre io parlavo d’immigrazione. Ma ora collaboriamo”. E sul prosieguo delle inchieste: i Democratici “possono giocare quel gioco” ma “noi lo giocheremo meglio perché abbiamo il Senato”. Fra i volti simbolo di questo voto, ci sono quattro donne democratiche – tutte alla Camera – e un governatore repubblicano. Alexandria Ocasio-Cortez diventa, a 29 anni, la donna più giovane mai eletta al Congresso – sta ancora pagandosi il prestito per l’Università –: per lei, il difficile era stato vincere le primarie, contro un deputato ben quotato, Joseph Crowley; il voto è una formalità, perché il Bronx è democratico. Sharice Davids, avvocato, 38 anni, strappa un seggio in Kansas ai Repubblicani e diventa la prima nativa americana Lgbt eletta al Congresso. Rashida Tlaib, figlia di immigrati dalla Palestina, eletta nel Michigan, e Ilhan Omar, di origini somale, eletta nel Minnesota, sono le prime due musulmane sul Campidoglio. Brian Kemp, 55 anni, il nuovo governatore della Georgia, battendo la Abrams è, invece, un cocco del presidente: ce l’ha coi migranti e fa spot che paiono estratti da Mississippi Burning.

Indagini e conflitti d’interessi: i liberal vanno alla battaglia

Il giorno dopo, il presidente Donald Trump è su di giri: per lui e per il partito repubblicano, il voto di midterm è andato bene, “al di là di ogni previsione”, meglio di quanto non era andato a Clinton nel 1994 e ad Obama nel 2010 – Bush ne era uscito bene solo perché c’era stato l’11 Settembre -. Incontrando i giornalisti, il presidente apre al dialogo con i democratici, che sono ora maggioranza alla Camera.

Barack Obama è invece più cauto, nonostante i democratici siano avanti di 9 punti sui repubblicani nel voto popolare: un dato che il Washington Post mette in evidenza, perché è eccezionale, ma che, nella prospettiva presidenziale di Usa 2020, non suona garanzia: la distanza tra progressisti e conservatori è tutta scavata nelle miniere di voti democratiche del New England e della California.

“Il nostro lavoro ora va avanti – dice Obama – il cambiamento non può venire da una sola elezione, ma questo è un punto di partenza … Spero si torni ai valori dell’onestà e del compromesso e che si guardi a un Paese non diviso dalle sue differenze, ma legato da un comune credo”.

Parole che fanno magari fischiare le orecchie a Trump, che è il campione della divisione dell’America, ma che sono pure monito per i democratici, perché non affrontino la seconda metà del mandato presidenziale votati alla contrapposizione frontale e al muro contro muro. Trump avrà a che fare con un Congresso spaccato, con una Camera che gli farà la guerra, che potrà rallentare l’iniziativa legislativa della Casa Bianca e che potrebbe progettare di avviare l’impeachment o di istituire commissioni d’inchieste su tutti i fronti di comportamento presidenziale discusso e discutibile, Russiagate – con una prospettiva d’impeachment –, conflitti d’interessi, elusioni fiscali, comportamenti personali. O che potrebbe invece cercare, o accettare, il dialogo.

Le parole a caldo, martedì sera, di Nancy Pelosi, leader dei democratici alla Camera, e ieri di Trump lasciano presagire una fase di studio, dopo l’insediamento a gennaio del nuovo Congresso. Ma non bisogna probabilmente illudersi che il magnate presidente smetta di fare, nei prossimi due anni, quello che sa fare meglio e che, in fondo, non smette mai di fare: Trump, che a governare si diverte poco e a negoziare meno, è in una costante campagna elettorale.

La gestione dell’Amministrazione l’affiderà alla sua compagine che intende rinnovare in profondità, a partire dal segretario alla Giustizia James Sessions, su cui – dice – “decido in settimana”. Qualcosa ai democratici dovrà concedere sui fronti interni ed economici, mentre il fatto di avere il Senato dalla sua – i nuovi senatori sono più ‘trumpiani’ che repubblicani – gli consente di muoversi senza grossi imbarazzi in politica estera.

Trump potrà pure cercare di trarre profitto dell’incertezza che serpeggia fra i democratici: non hanno un leader e neppure un candidato, anzi ne hanno troppi in pectore, addirittura decine, e tutti ancora privi di notorietà nazionale; e non hanno neppure una linea. Assecondare la polarizzazione, continuando a puntare su personalità ‘socialiste’, ‘liberal’, alternative, espressione delle minoranze, oppure cercare di tornare al centro, là dove, prima di Trump, si vincevano le elezioni?

Beto O’Rourke, sconfitto in Texas da Ted Cruz e probabilmente messo fuori gioco per il 2000, ha, sul centro, un’idea precisa: “Sulle strade del Texas, al centro ci sono solo gli armadilli morti”. Politicamente, O’Rourke trasforma in cadaveri i Clinton e pure Obama. Ma ai lati delle strade, anche nel Texas, crescono solo i papaveri, non i leader.

“Premiata l’America che il magnate teme di più: quella che non conta solo per i soldi”

Dopo l’impietosa e dettagliata biografia di The Donald, pubblicata nel 2016, il giornalista investigativo nonché premio Pulitzer, David Cay Johnston quest’anno ha dato alle stampe una lunga inchiesta sulle conseguenze dei primi due anni dell’Amministrazione Trump dal titolo: “Anche peggio di quanto pensaste: che cosa sta facendo l’Amministrazione Trump all’America”.

Il Partito Repubblicano ha perso la Camera ma ha rafforzato la maggioranza al Senato. Perché allora i Democratici sono contenti del risultato elettorale?

I Repubblicani perdendo la Camera subiranno conseguenze non da poco. Il fatto che abbiano mantenuto il Senato era previsto. Se si analizzano i risultati, emerge che il Partito Democratico si sta riprendendo velocemente grazie all’energia e alla giovane età dei candidati. Una delle dimostrazioni è la quasi vittoria alla carica di governatore del Texas, feudo da sempre del Gop, del candidato democratico noto per le sue posizioni molto progressiste, tradotto più di sinistra. Questo balzo in avanti si spiega con il cambiamento demografico avvenuto tra i candidati democratici. Non solo sono più giovani di quelli repubblicani, ma anche gli elettori, che questa volta non hanno disertato il voto, sono soprattutto giovani.

Quali saranno le prime conseguenze della vittoria dei Democratici alla Camera?

Il 3 gennaio la nuova Camera porrà fine alla protezione di cui Trump ha goduto. La maggioranza repubblicana finora ha ostacolato le inchieste contro la corruzione diffusa dell’Amministrazione Trump e circa gli intrighi di Trump con i russi. Aspettatevi indagini su più casi , dato che i democratici useranno lo strumento della citazione in giudizio per costringere gli indagati a testimoniare e a produrre documenti.

Trump ha twittato di essere felice per il risultato, è una bugia?

Certo che è una bugia. Trump mente quanto respira. È la sua natura di truffatore.

Lei aveva affermato il giorno dopo la vittoria di Trump che difficilmente sarebbe stato in grado di arrivare alla fine del primo anno del suo mandato come presidente. Perché la sua previsione non si è avverata?

Innanzitutto, non dimentichiamo che Trump non ha un vero mandato. Ha perso il voto popolare, ricevendo solo il 46% .Tutto quello che ho previsto su Trump è risultato corretto con un’eccezione.

Cioè?

Non avrei mai immaginato che il Congresso, seppur a maggioranza repubblicana, avrebbe completamente abbandonato il proprio dovere costituzionale di supervisione e avrebbe operato come uno scudo di protezione a favore di Trump. Questo non è mai successo prima in America. Il Congresso viene prima nella Costituzione americana. Il dovere del presidente è di eseguire fedelmente le leggi che il Congresso ha approvato. Trump non l’ha fatto. Il Partito Repubblicano si è trasformato in una setta del culto di Trump. Quest’uomo è un aspirante dittatore, sostenuto dai repubblicani del Congresso, che hanno dimenticato di fare il proprio dovere, per usare un eufemismo.

Perché tutto questo è stato possibile?

L’orribile verità è che a 143 anni dalla fine, la guerra civile americana è in realtà ancora in corso. Una minoranza di americani, con Trump in testa, non crede che tutte le persone siano create uguali. Basti dire che uno spregevole suprematista bianco dichiarato, Steve King, è stato rieletto in Iowa. D’altra parte, i distretti con la popolazione più istruita hanno eletto due donne musulmane, la prima nativa americana e molte altre che rappresentano l’America che Trump teme di più, un’America in cui sei giudicato per ciò che fai, non per il colore della tua pelle o per un’esibita ricchezza.

Toninelli silura Armani: colpo alla fusione Anas-Fs

Dopo nemmeno 4 anni finisce l’era di Gianni Armani all’Anas. Ieri pomeriggio l’amministratore delegato e direttore dell’azienda pubblica delle strade è stato costretto a dare le dimissioni. Non avrebbe voluto farlo e fino all’ultimo ha cercato di puntare i piedi, ma alla fine ha dovuto cedere alle pressioni del ministro dei Trasporti, Danilo Toninelli, che avrebbe voluto allontanarlo già qualche settimana fa. Toninelli non ha mai nascosto le sue molteplici perplessità nei confronti dell’operazione di integrazione di Anas nelle Ferrovie dello Stato avvenuta alla fine dell’anno passato e di cui proprio Armani era stato il co-protagonista insieme all’allora amministratore Fs, Renato Mazzoncini.

Il comunicato con cui l’Anas ieri sera ha dato la notizia delle dimissioni fa riferimento proprio al “mutato orientamento del governo sull’integrazione di Fs e Anas”. Insieme ad Armani si è dimesso tutto il Cda di Anas, compreso il presidente, Ennio Cascetta che ha provato a resistere. Ora è chiaro che l’operazione di fusione Fs-Anas, ha i giorni contati. Operazione caldamente appoggiata dal governo precedente, in particolare dai ministri Graziano Delrio (Trasporti) e Pier Carlo Padoan (Tesoro), e benedetta da Matteo Renzi.

Appena poche settimane dopo l’insediamento del nuovo governo gialloverde Mazzoncini era stato costretto a dare le dimissioni proprio a causa della fusione, mentre Armani era rimasto al suo posto come se la storia non lo riguardasse. Poi Armani ha provato a stringere un patto con il successore di Mazzoncini alle Fs, Gianfranco Battisti, nella speranza di organizzare con lui una sorta di fronte comune per arginare il pressing di Toninelli. Ma anche Battisti dopo un po’ lo ha scaricato e una quindicina di giorni fa pure lui gli ha chiesto di lasciare l’incarico. La fusione Fs-Anas è il motivo scatenante delle dimissioni coatte di Armani, ma non è l’unico. Sia il ministro Toninelli sia il capo Fs sono stati molto infastiditi dal protagonismo di Armani soprattutto all’estero, dalla Russia al Qatar.

Sulla fusione pesano fin dall’atto di nascita macigni pesantissimi ripetutamente messi in evidenza dal Fatto. Tra essi due in particolare: la mancata svalutazione del patrimonio Anas per un importo di 2 miliardi di euro e la vicenda delle azioni Sitaf, la società controllata da Anas che gestisce parte delle autostrade valdostane e il traforo del Frejus. Per mesi Armani ha risposto alle segnalazioni del Fatto negando che i 2 miliardi di svalutazione fossero un problema, salvo alla fine ammetterlo provando a rimediare con una toppa peggiore del buco, inserendo cioè a compenso nel bilancio 2017 il prolungamento della concessione Anas di 20 anni dal 2032 al 2052 che però nessuno al ministero ha mai preso in considerazione. Per quanto riguarda Sitaf Armani nello stesso bilancio ha fatto quotare come patrimonio le azioni che invece dovranno essere rimesse sul mercato sulla base di un pronunciamento delle Sezioni unite della Procura generale della Corte di Cassazione.

In Russia Armani alcuni giorni fa è andato a siglare accordi con il gruppo Avtodor (l’Anas russo) avvalendosi per 1 milione 200 mila euro della consulenza finanziaria della Legalvest Partner e della società Dti Llc nel ruolo di “facilitatore” (società russe) nonostante per lo stesso incarico fossero stati ufficialmente ingaggiati altri due soggetti, lo Studio Pavia Ansaldo e Mag Solution.

Vigilanza Bce, vince l’italiano che il governo non voleva

Con la nomina di Andrea Enria arrivata ieri, per quasi un anno avremo due italiani sulle poltrone che contano a Francoforte. Mario Draghi alla presidenza della Banca centrale europea – il suo mandato iniziato nel 2011 finisce a ottobre 2019 – ed Enria che a dicembre prenderà la guida del Single Supervisory Mechanism, cioè quella parte della vigilanza sulle grandi banche che ora è di competenza della Bce. Enria, 57 anni, ex Banca d’Italia, dal 2011 guida l’altro ramo del sistema regolatorio, Eba (Autorità bancaria europea, ora a Londra, che si deve trasferire a Parigi). Ma le decisioni importanti, quelle che hanno un impatto concreto sui bilanci delle grandi banche, si prendono dal Ssm, retto finora dalla francese Danièle Nouy, tanto inflessibile quanto contestata.

Il Consiglio dei governatori della Bce ha preferito Enria alla sfidante, la vice governatrice della Banca centrale irlandese Sharon Donnery. Tra Bruxelles e Francoforte Enria è molto stimato ma in queste partite oltre alle doti individuali conta l’effetto domino. Nel gioco a incastro delle nuove poltrone europee la Germania ha rinunciato alla presidenza della Bce, cui punta la Francia con il governatore François Villeroy de Galhau (o con Christine Lagarde, oggi al Fmi, donna e appoggiata da Angela Merkel), il governatore della Banca centrale irlandese Philipp Lane potrebbe diventare capo economista della Bce al posto di Peter Praet, lasciando il posto a Dublino a Sharon Donnery che ha perso contro Enria.

Dietro ogni candidatura c’è di solito tutto il peso politico del Paese di appartenenza. Non nel caso di Enria: il ballottaggio a Francoforte è dovuto proprio al fatto che nella procedura di approvazione dei candidati al Ssm nel Parlamento europeo il rappresentante del gruppo Enf Marzo Zanni (ex Cinque Stelle, ora passato alla Lega) ha rifiutato di approvare Enria. La Lega, in realtà, non ha bocciato soltanto Enria: ha rifiutato di esprimersi su tutti e tre i candidati (in quella fase c’era anche il francese Robert Ophèle). Secondo i leghisti e il gruppo Efn tutti i nomi erano troppo in continuità con il passato e non davano alcuna garanzia di discontinuità sulla supervisione bancaria.

Alla guida della vigilanza sulle grandi banche arriva quindi un italiano, ma non l’Italia. Enria è stato nominato nonostante la posizione del governo italiano che ieri ha commentato soltanto per bocca del ministro dell’Economia Giovanni Tria: “Una scelta di grande competenza”. La nomina deve essere ora ratificata dal Parlamento europeo e dal Consiglio, cioè dai governi. E si capirà se da parte di Lega e Cinque Stelle si tratta soltanto di mancato appoggio o di piena ostilità.

Per il governo Conte è complicato contrattare poltrone per italiani quando ci sono così tanti connazionali come controparti ostili o almeno severe: Antonio Tajani, presidente del Parlamento europeo per Forza Italia, Marco Buti, a capo della direzione generale Economia e finanza con cui l’Italia deve contrattare la manovra, Draghi, molto duro su ogni tentazione di lasciare la moneta unica, Federica Mogherini, che è l’Alto rappresentante per la Politica estera.

A giugno, dopo le elezioni europee, molto cambierà e il governo dovrà decidere chi indicare come commissario europeo (da mesi si parla del ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, che ha alle spalle una lunga carriera a Bruxelles).

Enria ora sarà ancora più autonomo che se avesse avuto, come in condizioni normali, il sostegno del governo italiano. E di cose delicate da gestire ne avrà nei prossimi mesi: dalla riduzione dei crediti deteriorati nei bilanci delle banche al trasloco di molti istituti che lasceranno la Gran Bretagna dopo la Brexit a marzo, al destino del Monte dei Paschi di Siena, per ora a controllo pubblico.

Finta laurea, si autosospende il deputato Ue Valli

Autosospeso, ma non espulso dal Movimento, almeno per ora. Della vicenda dell’eurodeputato Marco Valli si occuperanno i Probiviri del Movimento 5 Stelle, l’organo disciplinare composto dal senatore Vito Crimi, dalla collega Nunzia Catalfo e dal deputato Jacopo Berti.

In un’inchiesta sui curricula dei deputati europei del Sole 24 Ore, martedì era emerso come il 33enne grillino milanese, eletto a Strasburgo nel 2014, aveva dichiarato di essere in possesso di una laurea in Economia aziendale all’Università Bocconi di Milano. Un titolo di studio di cui però non vi è traccia alla voce “curriculum vitae” sulla pagina istituzionale dell’europarlamentare. Dopo alcune ore di imbarazzo, è lo stesso Valli ad ammettere dalla propria pagina Facebook: “Desidero scusarmi prima di tutto con il Movimento 5 Stelle, coi cittadini, gli attivisti e i miei colleghi al Parlamento europeo per l’errore commesso e me ne assumo le responsabilità”. E conclude: “Ho comunicato ai probiviri la mia autosospensione e attendo le loro decisioni a riguardo”.

Difficile valutare i tempi dell’azione disciplinare interna o l’esito della procedura. Ci sono tuttavia diversi indizi che il caso Valli sia meno drammatico di quanto sembri a prima vista. Marco Valli ha, per sua stessa ammissione mentito, ma in ambienti M5S si sottolinea come si tratti di un problema personale, non certo di una divergenza sulla linea politica. L’eurodeputato è stimato all’interno del Movimento, sia come storico animatore dei meetup di Milano che per le sue competenze. Il fatto che non sia stato immediatamente espulso dalla delegazione in Europa, e che la sua auto-sospensione venga giudicata positivamente nel Movimento, sembrano segnalare che una rottura non è in vista.

Rottura che all’M5S non converrebbe, per almeno due buoni motivi. Il primo è che Marco Valli rimane al momento l’unico portavoce grillino nella Commissione Econ dell’Europarlamento, dopo l’uscita a gennaio 2017 del collega Marco Zanni, approdato alla Lega in segno di protesta per il tentativo, poi fallito, del Movimento di entrare nel gruppo dei liberali (Alde). A lui è quindi affidata la linea economica del M5S in Europa, nella delicata fase in cui si approva il nuovo Quadro finanziario pluriennale (Mff) 2021-27, in votazione già a partire da martedì prossimo, quando il Parlamento si riunisce in seduta plenaria.

La seconda ragione riguarda il contesto che ha visto i grillini arrivare in 17 in Europa nel 2014 a Strasburgo per ritrovarsi attualmente in 12. Pesano gli addii, oltre che di Zanni, anche di Marco Affronte (passato ai Verdi) e dell’ex capogruppo e fedelissimo di Casaleggio David Borrelli (il vero ideatore delle fallite trattative con l’Alde), finito nei non iscritti. Solo poche settimane fa l’eurodeputata Daniela Aiuto ha sbattuto la porta, denunciando gli indebiti tentativi di controllo della sua attività parlamentare da parte del settore comunicazione M5S, mentre la collega Giulia Moi, già autosospesa dal Movimento, è stata sanzionata con la sospensione di una parte della diaria dall’Europarlamento all’inizio di ottobre con l’accusa di aver maltrattato uno dei suoi assistenti.

Ripresa, nuova gelata: calano le vendite al dettaglio

Ennesimo segnale di rallentamento per l’economia italiana. A settembre scorso l’Istat stima che le vendite al dettaglio sono diminuite, rispetto al mese precedente, dello 0,8% in valore e dello 0,7% in volume. Anche su base annua, sono in calo del 2,5% in valore e del 2,8% in volume. La variazione negativa congiunturale riguarda soprattutto i beni non alimentari, ma non risparmia i beni alimentari. Entrambi in flessione anche su base annua. Per i beni non alimentari, l’Istat registra variazioni tendenziali negative su quasi tutti i prodotti, a eccezione di elettrodomestici, radio, tv e registratori (+2,1%). I cali maggiori riguardano calzature, articoli in cuoio e da viaggio (-7,1%) e abbigliamento e pellicceria (-6,3%). Il calo è dell’1,2% per la grande distribuzione e del 4,3%, per le imprese operanti su piccole superfici. La gelata arriva dopo che la stima provvisoria dell’Istat ha rivelato che il Pil è rimasto fermo nel terzo trimestre. Un rallentamento segnalato anche dal calo dell’indice Pmi, che monitora l’andamento del settore manifatturiero e dei servizi, sceso a ottobre ai minimi da novembre del 2013. Tutti indicatori in calo da inizio 2017. L’Italia paga il rallentamento del commercio internazionale.

Desirée, “il giorno prima un italiano tentò di violentarla”

Il giorno prima di morire a soli 16 anni dopo esser stata drogata e abusata, Desirée Mariottini potrebbe aver subito un altro tentativo di violenza sessuale. Il condizionale in questa terribile storia è d’obbligo, ma a raccontare questa circostanza è Antonella, 20enne sudafricana. Che dice di essere diventata un punto di riferimento per la ragazza di Cisterna di Latina negli ultimi due giorni della sua vita. A partire dal pomeriggio del 17 ottobre, quando in uno stabile di via dei Lucani, la incontra la prima volta.

“Era disperata e piangeva: voleva acquistare eroina ma non aveva i soldi”, racconta Antonella agli agenti della Squadra mobile, guidata da Luigi Silipo, che conduce le indagini con i pm Maria Monteleone e Stefano Pizza.

Quel giorno, Antonella le dà 10 euro e “lei ha acquistato la dose di eroina da un africano di cui non conosco il nome”. “Sono diventata da quel momento – continua la sudafricana – il suo punto di riferimento. Mi ha poi detto che era preoccupata di tornare a casa in quanto le avevano rubato il tablet”. Circostanza, questa del furto, non riscontrata dalla Procura.

A questo punto Antonella dice di esser andata via e di aver lasciato nello stabile abbandonato Desirée. Lì “c’era un africano che secondo me ha pianificato tutto”.

Il giorno dopo – e siamo al 18 ottobre scorso – verso mezzogiorno riceve una telefonata da Desirée, che le chiede di tornare in via dei Lucani: “Aveva passato la notte – continua Antonella – con un ragazzo che aveva avuto intenzione di stuprarla”.

 

“Uno normalissimo, fuori dai giri di quartiere”

Insomma prima dei quattro che, secondo le accuse, hanno abusato della minorenne, ci sarebbe già stato un altro tentativo di violenza. Sentita dal Fatto però Antonella aggiunge anche un particolare: “Quella sera non sapeva dove andare a dormire e si è fatta ospitare da un ragazzo italiano. Un tipo normalissimo, che non c’entra con il giro di via dei Lucani”. Insomma, Desirée cercava ospitalità, non rapporti sessuali.

La circostanza è al vaglio degli investigatori che stanno cercando riscontri, per poi, eventualmente, identificare il giovane.

Il 18 ottobre, Antonella vede Desirée due volte, all’ora di pranzo e verso le 18. Qui, nello stabile abbandonato, c’era un africano, uno “che si approfitta di tutte le ragazze che vanno lì, poiché chiede costantemente prestazioni sessuali”. Quando Antonella decide di andare via, pensa di chiedere a Desirée – che declina l’invito – di andare con lei: “La situazione che si stava creando era ‘strana’, nel senso che si stavano radunando troppi uomini nella stanza dove fumavano, mentre l’uomo con i dread continuava a offrirle droga”.

 

La telefonata: “Dicevano: ‘Sta stirando’”

Quando arriva a casa, però, il telefono di Antonella squilla. È Muriel, una congolese. “Mi diceva testualmente: ‘Sta stirando, cosa devo fare?’. Io le dicevo di chiamare l’ambulanza (…). Mi assicurava che lo avrebbe fatto”.

Promesse non mantenute: Desirée poteva salvarsi ma nessuno quella notte chiama il 118. Agli agenti, Antonella racconta un altro dettaglio: “Venivo a conoscenza tramite ‘Pi’ di aver ascoltato Muriel dire che voleva chiamare l’ambulanza per soccorrere Desirée, ma non lo faceva perché aveva paura di chiamare e perché, come mi riferiva ‘Pi’, le venivano offerti dei tiri”. Al Fatto, Antonella, spiega di averlo saputo solo de relato.

 

“Su Marco non dico nulla, è amichetto mio”

Conosce invece direttamente Marco, l’italiano che, secondo una testimonianza, avrebbe fornito al gruppo gli psicofarmaci il cui mix avrebbe ucciso Desirée. Gli agenti stanno cercando ancora di identificarlo, e in questo Antonella non è stata d’aiuto: “Non posso descrivere lo stesso poiché è mio amichetto. Penso che quel giorno fosse lì perché ci va tutti i giorni, è una persona che io ritengo brava”. E si barrica dietro il silenzio.

Marco viene citato anche da Brian Minteh, uno dei quattro africani arrestati, l’unico a non essersi avvalso della facoltà di non rispondere. “Marco – dice al giudice – ha quelle medicine personali (…) Ha lasciato le medicine, un cartone di medicine”.

Agli atti c’è un altro episodio finora inedito, rivelato da Kais, marocchino senza fissa dimora, anche lui quella sera nel quartiere romano di San Lorenzo. Ascoltato il 23 ottobre, l’uomo ha raccontato che la sera successiva alla morte di Desirée, ha chiesto ad alcune persone di accompagnarlo dalla Polizia: “Mi volevo presentare per raccontare quello che sapevo. Nessuno è voluto venire”. Quindi “sono rimasto lì, e durante la notte sono stato aggredito da un africano e credo tre italiani, mi hanno sbattuto con un sasso sull’orecchio”, ma “poi mi hanno chiesto scusa perché si sono resi conto che io non avrei mai fatto una cosa del genere”. Ossia, aiutare gli investigatori a scoprire chi ha violentato una minorenne, drogandola fino alla morte.

Per domani è attesa la decisione del Tribunale del Riesame sulle istanze di scarcerazione presentate dai legali del senegalese Gara Mamadou, del connazionale Brian Minteh e del nigeriano Chima Alinno. Sono accusati di violenza sessuale e omicidio volontario aggravato.

Reato che il Tribunale di Foggia ha fatto decadere nei confronti di un quarto fermato, il ghanese Yusuf Salia. Per il legale di Alinno, l’avvocato Giuseppina Tenga, “non vi è prova che abbia violentato, ucciso o fatto sesso con Desirée. Se l’esame del Dna dovesse dimostrare il contrario, lascio l’incarico: non difendo gli stupratori”.

L’infermiera in aula: “Cucchi mi disse di essere stato picchiato”

“Stefano Cucchi mi disse che qualcuno gli aveva menato e che erano stati i carabinieri”. Silvia Porcelli, infermiera del reparto di Medicina protetta del Pertini di Roma, è stata sentita ieri in qualità di testimone nel processo che vede indagati 5 carabinieri per la morte del geometra romano. “Quando dissi a Stefano che avrei dovuto chiamare gli agenti della polizia penitenziaria come testimoni di quello che diceva – ha aggiunto Porcelli – lui, mentre uscivo dalla stanza, mi disse ‘non chiamare nessuno, tanto non lo ripeto’”. È stata depositata dalla Procura anche una nuova intercettazione, che riporta una conversazione tra Francesco Di Sano, piantone della caserma di Tor Sapienza, e suo cugino, l’avvocato Gabriele Di Sano. “Questi (i pm, ndr) vogliono arrivare ai vertici. Pensano che hanno ammucciato (nascosto, ndr) qualche cosa. (…) Per un motivo X hanno voluto cambiare l’annotazione, io questo non lo posso sapere. Se volevano nascondere qualcosa, o perché era scritta male“, aggiunge Di Sano riferendosi all’annotazione sullo stato di salute di Cucchi che sarebbe stata modificata su ordine gerarchico.