Torna a casa, scrittore: il passato è più sicuro

Per andare dove deve andare, per dove deve andare la letteratura? Verso casa e verso ieri, potrebbe essere una delle risposte del mercato editoriale. Magari con miglior senso dell’orientamento di Totò e Peppino in piazza Duomo, si ravvisa una tendenza a pubblicare libri, le cui coordinate di luogo e tempo affondano nel ritorno e nel passato. Non ora, non qui, profetizzava uno dei primi testi di Erri De Luca. E neanche domani o altrove, va aggiunto. O meglio, se c’è un domani e un altrove, che sia allora una distopia claustrofobica, totalitaria, apocalittica. Dà maggiore sicurezza invece calcare i propri passi, risalire alle proprie origini. In fondo il tema del nòstos, del viaggio di ritorno, è un classico letterario: da Ulisse nelle sue peregrinazioni da Troia a Itaca, al giovane ‘Ntoni dei Malavoglia che riapproda ad Aci Trezza. Altro che “Addio monti” manzoniani, altro che Argonauti. Qua si ha nostalgia delle sacre spoglie, ci si riscopre migranti e sradicati, si anela a ottenere Il diritto al ritorno, come recita un vecchio libro di Leon De Winter.

A casa torna Benito Lacunza, Il trombettista dell’Utopia (La Nuova Frontiera, pp. 281, euro 16), del premio Strega europeo 2018 Fernando Aramburu, uno che di attaccamento alla Patria se ne intende. A trent’anni Benito, un beone scansafatiche fuoricorso in medicina, lascia le notti a suon di jazz dei bar madrileni e la compagna alla quale scroccava vitto e alloggio per accudire il padre in agonia a Estella, in Navarra; e tornando cresce, nella gestione dei rapporti umani e delle finanze, badando a un fratello che sta per sposare la donna sbagliata e tenendo testa a un’avida zia, sanguisuga di eredità.

Tornano a casa i personaggi letterari di Barcellona desnuda di Amaranta Sbardella (Exòrma, pp. 192, euro 14,90): quando un giovane bibliotecario prova a catalogare i libri dei quali sono protagonisti, Pepe Carvalho, Petra Delgado e molti altri evadono dallo schedario per riappropriarsi della loro città, evitando di stereotiparla (e non era facile vista la presenza di scrittori come Dan Brown o Ruiz Zafón).

Il ritorno, titolo dell’ultimo romanzo di Joseph Conrad che racconta di un abbandono amoroso e di un pentimento e che vortica intorno all’avvenuta o meno lettura di una lettera, è il riferimento de Il secondo ritorno di Giuliano Gallini (Nutrimenti, pp. 176, euro 16), un gioco di specchi ambientato a Milano, dove un’artista contemporanea decide di mollare il suo partner e poi se ne pente. Forse.

Insomma, ritorni luttuosi, letterari, sentimentali, veri o finti o domestici che siano, a ciascuno la sua terra e il suo tempo di ritorno. A volte è proprio la terra a essere inventata, perché si ha bisogno di un punto d’arrivo rassicurante, o per lo meno radicante.

In due casi questa terra immaginata rappresenta una sorta di Eden perduto, un mito fondativo carico di pathos, un luogo di frontiera, una colonia, un’enclave ideale per due scrittori novecenteschi che vivono una stagione di grande riscoperta: la contea di Holt nei romanzi di Kent Haruf e Paradise Falls nell’epopea di Don Robertson. È la loro dimensione crepuscolare, benedetta, paradisiaca e allo stesso tempo così pauperistica, così concreta in una sfaccettatura ottocentesca o western a differenziarli da una Xanadu o da un Paese delle Meraviglie, da una Narnia o da una fortezza Bastiani. La contea di Holt è probabilmente più nota: dopo il grande successo della Trilogia della Pianura di Haruf, NNE ha fornito ai lettori una vera e propria cartina topografica in appendice a Le nostre anime di notte. Piccolo centro inesistente nei pressi di Denver, Colorado, Holt è il recinto di tutta l’opera di Haruf, anche del primo capitolo Vincoli, (NNE, pp. 264, euro 18) appena arrivato in libreria. Dopo i burberi fratelli McPheron e i vecchietti amanti, è la volta di Edith Goodnough, ottantenne accusata di omicidio. I principi fondativi sono sempre quelli dell’America rurale, tutta etica, speranza e sentimenti armonici dove è meglio essere giusti piuttosto che felici.

Meriterebbe un discorso a parte il monumentale lavoro di Don Robertson. Bisognerà attendere febbraio per leggere la seconda parte di Paradise Falls. Il primo volume (Nutrimenti, pp. 673, euro 22) è ambientato in Ohio, a partire dal 1865. La guerra di secessione si è appena conclusa e in questa cittadina immaginaria, arcadica, c’è un uomo che impersona i valori dei padri fondatori. Ma l’idillio è destinato a implodere, Milton lo insegna, il paradiso è lì per cadere, e Paradise Falls è pronto a diventare un intrigo, un labirinto, un incubo, di quelli che hanno convinto Stephen King a parlare di Robertson come uno dei tre scrittori che lo ispirarono da giovane. In questi due luoghi magici, si annida non soltanto l’anima di una nazione, ma un sentimento astorico, quello di una casa, dolce casa, una casa da proteggere, anche a costo di inventarsela.

Le “Metamorfosi” di Picasso: più che all’antica, alla rinfusa

Nel 2017 sono state contate oltre 40 mostre su Picasso nei musei importanti del mondo, e il 2018 ne annovererà almeno altrettante: una di queste è attualmente ospitata al Palazzo Reale di Milano (Picasso. Metamorfosi, fino al 17 marzo), e indaga il rapporto dello spagnolo con l’antichità greco-romana. Pur inserendosi nel solco di altre esposizioni di questo tenore (Andros 2004, Antibes e Malibu 2012, Philadelphia 2014, Münster 2017), questa rinuncia al criterio cronologico, e affronta singoli temi: il bacio, il mito di Arianna, il Minotauro e così via.

Picasso è sempre affascinante, e lo sforzo profuso è ingente. L’idea di fondo della curatrice Pascale Picard sta nel confronto diretto tra Picasso e l’arte antica, ovvero un confronto non mediato da alcun tipo di rielaborazione intermedia: con la sola eccezione del Bacio di Rodin, non vediamo né in originale né in riproduzione opere di altri autori, non Poussin, non Goya, non Ingres, non De Chirico – come se il contatto fosse sempre diretto e primigenio. Eppure la mediazione artistica dovette giocare un ruolo importante, se si considerano gli inizi accademici di Picasso a Barcellona, e se si pensa che egli non mise mai piede in Grecia: la mostra non dà purtroppo conto adeguato (giusto un paio di foto nella penultima sala, quando è ormai tardi) dell’unico contatto diretto – precoce e fondante – tra lo Spagnolo e un’area “antica”, ovvero il viaggio in Italia meridionale con Cocteau nel 1917 (Cocteau gli chiederà poi la scenografia per l’Antigone di Sofocle, con i costumi di Coco Chanel, ma anche di questo – come della Lisistrata di Aristofane del 1934 – qui si tace).

D’altra parte, la mostra insiste giustamente sul fatto che Picasso a Parigi frequentava la sezione d’arte classica del Louvre: e davvero pregevole e importante è l’afflusso di materiali da quel museo, sia in termini di sculture (alcune ragguardevoli: l’Arianna dormiente, il Satiro danzante) sia in termini di ceramiche greche. Ora, sorvoliamo sul fatto che spesso – in grazia del sullodato criterio tematico – in una sala si affastellano opere appartenenti a epoche molto diverse dell’attività di Picasso, con qualche disorientamento; c’è da chiedersi però se davvero alcuni accostamenti formali siano sostenibili: il Concerto campestre del 1959 avrà davvero bisogno del modello di una pelike del Louvre? In che modo la Donna seduta del 1920, tunicata all’antica, richiamerebbe specificamente una Tanagrina? E basta davvero che una donna abbia una brocca in testa per essere promossa a fonte diretta del dipinto Donne alla sorgente (1921)?

Tutt’altra valenza hanno invece gli accostamenti sicuri tra opere che si richiamano senz’altro: qui il vero pregio della mostra sta in un’ampia scelta dei vasi che Picasso realizzò negli anni 50 a Vallauris in Costa Azzurra, imitando senza ambagi temi e iconografia del mondo antico. Ma anche qui: una mostra si giudica in parte rilevante dalle didascalie che offre, e allora perché molte di queste sono quasi illeggibili per mera assenza di luce? Perché molto spesso si omette la provenienza dell’opera antica esposta (non si capisce nemmeno se un vaso o una statua sia greca, romana o iberica: qui il mondo iberico è singolarmente associato sul campo agli altri due)? Perché lo splendido confronto fra il vaso tripode picassiano del 1950 (Volti di donne) e il suo preciso modello, un vaso ritrovato in una necropoli cipriota del 2300 a.C. (dal Louvre), è rovinato nella didascalia dall’indicazione “Pittore di Monaco”, finita lì per un incomprensibile sbaglio (il “pittore di Monaco” è un ceramografo della fine del VI sec. a.C., che non ha nulla a che fare con Cipro)? Perché in un’altra sala si data il celebre Minotauro vaticano al “500-1000 d.C.” (è una scultura romana da un originale del V a.C.)? Perché sistematicamente si sbaglia la grafia dell’area ateniese del Dipylon (Dyplon, Dypilon et sim.: idem anche nell’audioguida)? Perché in una mostra intitolata Metamorfosi, e promossa da Skira, non si presenta nemmeno l’intero portfolio delle trenta tavole ad acquaforte sulle Metamorfosi di Ovidio realizzate nel 1931 proprio per Albert Skira (e delle 19 tavole esposte davvero non si dice nemmeno cosa rappresentino)? E perché si omette del tutto che Picasso realizzò la copertina del primo numero della benemerita rivista surrealista Minotaure (1933), edita proprio da Skira e dal greco Tériade, un crocevia decisivo per una certa ricezione dell’antico nel primo Novecento?

Con un piccolo sforzo, si poteva forse far meglio.

Le Guess Who? L’unico festival “progressista” e con effetto sorpresa

Indovina chi suona? Per tante manifestazioni musicali sparse in giro per il mondo, una domanda del genere presuppone risposte fin troppo scontate. Se si ha un po’ di familiarità con il mondo dei festival pop, e si è sintonizzati sull’attualità in tema di uscite discografiche e artisti in tour, azzeccare i nomi in cartellone prima che vengano annunciati non è impresa così difficile. L’indispensabile effetto sorpresa, che sta svanendo anche per rassegne ormai istituzionalizzate come il catalano Primavera Sound, è invece uno dei (tanti) punti di forza del Le Guess Who? di Utrecht, che si terrà dall’8 al 12 novembre. Più di 150 performance dislocate su tutto il tessuto urbano, tra locali, sale da concerto, gallerie, chiese, magazzini e naturalmente le vie della città. L’appuntamento olandese, giunto alla dodicesima edizione, si è ritagliato uno spazio tutto suo nella geografia musical-festivaliera europea, fino a rappresentarne uno dei nuovi punti di riferimento in termini di vivibilità, apertura stilistica, capacità di incrociare suoni e vibrazioni artistiche differenti (cinema, teatro, letteratura, fotografia). Con in più, appunto, il talento di spiazzare le aspettative che fa la differenza tra una manifestazione capace di mettere in scena le sfumature del presente rispetto al rituale stanco e massificato (anche quando si picca di essere “alternativo”) del tipico concertificio contemporaneo. Al Le Guess Who? il concetto chiave è quello del “suono”.

Non è un festival genericamente pop-rock, quello di Utrecht. Anzi: il pop e il rock non sono neppure tra gli ingredienti principali, anche se tra gli headliner figurano artisti come Neneh Cherry, i Mudhoney e le Breeders. Ci sono anche e soprattutto jazz, avanguardia, elettronica, folk, musiche esterne al perimetro della cultura occidentale standard. Tanti, per esempio, i nomi di musicisti africani, sud e centro-americani, orientali (un solo italiano: il raffinato compositore ambient Gigi Masin).

Nessuno steccato neanche in fatto di età – si va da band giovanissime a personaggi che arrivano dagli anni 60 e 70 come la folksinger Vashti Bunyan, la no-waver Lydia Lunch, la leggenda avant-jazz Art Ensemble of Chicago, il folle soul man Swamp Dogg – e ovviamente neppure di genere. Si può anzi notare una componente femminile superiore a quella maschile, all’interno di un cartellone nel quale spiccano anche i nomi di due artisti transgender di generazioni diverse come Beverly Glenn-Copeland e Katey Red.

Una parte consistente dei nomi in scaletta è selezionata da altri artisti, e quest’anno c’è anche una sezione curata originariamente da Asia Argento. L’attrice ha dato le dimissioni dopo le polemiche relative alle ultime vicende che l’hanno riguardata ma i musicisti scelti da lei saranno ovviamente presenti, mentre l’organizzazione del Lgw le ha espresso i modo inequivocabile la sua solidarietà.

Il tema del femminismo peraltro è un filo rosso che unisce parecchi dei momenti che animeranno la rassegna, così come quello del meticciato culturale del quale la musica che si ascolterà a Utrecht è una rappresentazione plastica. Se si può utilizzare per un festival il termine “progressista”, inteso nel senso più ampio e comprensivo possibile, in questo caso è più che giustificato. Troppo, per un festival musicale? Ogni tanto vale la pena crederci.

“Avevo successo ma volevo solo buttarmi sotto la metro”

“La mia sensazione è quella di essere finito da tempo, invece mi sorprendo sempre”. Gianni Pacinotti, cioè Gipi, risulta autentico anche quando dice cose che in bocca ad altri sembrerebbero soltanto falsa modestia. Domani esce per Coconino Press Boschi mai visti una raccolta delle sue storie di inizio carriera, quando non era ancora il fumettista italiano più importante (Zerocalcare è il più venduto). E sempre domani va al cinema con Il ragazzo più felice del mondo, prodotto da Fandango, passato dalla Mostra di Venezia, un film di Gipi su Gipi che gira un film sulle tracce di un misterioso personaggio che da decenni si spaccia per un adolescente e scrive cartoline agli autori italiani chiedendo un disegno in risposta.

Gipi, partiamo dal libro: quali sono questi Boschi mai visti?

Storie che risalgono fino a 25 anni fa. C’è roba iperviolenta e di sesso che avevo completamente dimenticato. Gli editor di Coconino sono andati a recuperarle dai diversi editori. Io non avevo più niente perché fino a quattro anni fa vendevo tutti gli originali a un collezionista che comprava tutto e poi un po’ rivendeva ad altri. Siamo diventati amici.

Ha venduto tutte le tavole originali?

Ho iniziato a fare libri a 37 anni, vendevano a 1.500-2.000 copie. Non ci potevo campare.

Al cinema esce Il ragazzo più felice del mondo. Davvero ha dedicato un intero film a questo misterioso adulto che da decenni si finge un quindicenne per chiedere disegni agli autori e poi hai deciso di non incontrarlo?

Quello che si vede nel film è tutto vero. L’incontro non c’è stato. Spero anzi che lui non abbia saputo nulla del film.

Difficile, visto che è uno che segue i fumetti.

Sì, ma in modo strano. Ha scritto lettere a tutti i disegnatori, senza un criterio di gusto. Non è un lettore normale, non credo sia mai andato a Lucca Comics, dove basta poco per avere un disegno a uno stand. La sua passione è mania.

Però ormai sa tutto di lui, dove abita, chi è, quanti anni ha.

So anche il nome dei vicini di casa. Ma, come racconto nel film, da una perizia grafologica ho avuto conferma che si tratta di una persona molto fragile. Mi sono reso conto che stavo per assalirlo con uno stile da infotaiment tipo Iene, con il montaggio fascista e la musichetta, anche se con le migliori intenzioni. Mi sono fermato in tempo.

E se il “ragazzo più felice del mondo” vedesse il film?

Spero apprezzi che l’ho protetto. Ha fatto del bene alle persone cui ha scritto. Io sono stato felice, e così tutti gli altri disegnatori. Certo, poi sono rimasti delusi quando hanno capito di non essere stati gli unici o i primi, ma non è così per tutte le storie d’amore?

Sono fedeli alla realtà anche i tormenti produttivi?

Tutto vero. Io e mia moglie abbiamo prodotto il film rovinandoci, fino allo zero sul conto in banca. Questo ci ha permesso di girare con tempi diversi da quelli di una produzione normale. Io ho scoperto quella lettera del finto adolescente nell’aprile del 2017 e dieci giorni dopo ero sul set, con una troupe di ragazzi. Poi Domenico Procacci di Fandango ha visto il pre-montato e lo ha comprato, permettendoci di fare la post-produzione. Ma a oggi sono ancora in bancarotta, anche se Fandango poi mi ridarà i soldi.

Nel film c’è anche il suo rapporto coi social. Ma come è possibile che il più celebre fumettista italiano se la prenda tanto se uno sconosciuto gli scrive: “Non ti leggo ma mi fai schifo”?

Ci ho ragionato a lungo. Sono stato molto fragile, ora non lo sono più. Chiunque fa un mestiere che prevede esposizione al pubblico ha qualcosa che non va nella testa, o forse nel cuore. Richiedere l’approvazione e l’affetto di sconosciuti, come fa chi va sul palco, chi pubblica un libro o fa un film, non è giusto. È molto più sano chiederlo alle persone che ami. Ci sono tanti mestieri onorevoli che non prevedono l’esposizione continua. Se la insegui è perché hai dei buchi profondi di affettività e li vuoi riempire con gli applausi. Ma io ho scoperto che gli applausi quel buco lo allargano.

E come lo ha capito?

Psicologia infantile. Se cresci circondato dall’approvazione, ti abitui ai complimenti, ti modelli sulle richieste dei genitori perché vuoi gli applausi. E così diventi un adulto diverso da quello che avresti voluto essere. L’amore che arriva solo quando sei bravo non ti scalda il cuore. Quello che ti arriva quando sei sbagliato è quello vero. Anche a me dicevano sempre quanto ero bravo quando me ne stavo buono buono in un angolo a disegnare. E io lo facevo perché sapevo che mi avrebbe portato approvazione. Questo è un problema molto diffuso, quando ne parlo negli incontri in pubblico c’è sempre qualcuno in sala che piange. Ma se sei cresciuto così, non sei consapevole di avere qualcosa che non va: vuoi essere bravo per ricevere gli applausi, e ci riesci. Ma non stai bene. Pensi che sia amore, invece è qualcosa che ti apre un buco dentro cui passa un vento gelido che non auguro al mio peggior nemico.

Lei però sembra averlo capito e, in qualche modo, ha reagito.

Negli anni in cui stavo a Parigi pensavo solo a sdraiarmi sotto la metro. Eppure ero al massimo del mio successo, La Mia Vita Disegnata Male era stato un trionfo, avevo una fidanzata francese. Ma stavo di merda. Eppure avevo esattamente tutto quello che volevo. Poi una mia sorella, più grande di me, che già si era posta queste domande, mi ha passato il libro di una psicoterapeuta, Alice Miller, Il dramma del bambino dotato e la ricerca del vero sé. Mi ha cambiato: cercavo la mia foto tra le pagine perché leggevo la descrizione di tutti i miei comportamenti.

E come se ne esce?

Ho cercato una briciola del mio me originario. Ho lasciato la Francia e sono tornato in Italia, in provincia, dai miei amici delle medie che non sanno neanche che fumetti faccio. Ho iniziato a capire meglio. E, piano piano, a soffrire sempre meno.

Però nei fumetti questo percorso è rimasto sullo sfondo.

Non l’ho mai raccontato nei libri perché mi vergogno. Ma riesco a parlarne. È stata una bella guerra per me. E poi la mia vita è cambiata radicalmente quattro anni fa quando ho conosciuto quella che è diventata mia moglie. Mi sono innamorato per la prima volta a 50 anni. Pensavo: artisticamente sono fottuto, sto troppo bene. Avevo una serenità inedita e mi chiedevo: e ora di che cazzo parlo? Poi però ho scritto La terra dei figli dove non ero io l’oggetto centrale della mia narrazione e credo sia il mio libro migliore.

E ora?

Ora ho iniziato un libro nuovo, un dialogo con Dio, una questione che mi tormenta da tempo. Fa molto ridere. Vedremo se lo porterò avanti.

Una volta faceva strisce di satira politica. In questo momento sente la necessità di fare l’intellettuale impegnato come molti altri scrittori o artisti?

Io non credo alle iniziative degli intellettuali che mi uggiano i coglioni. Credo però alla necessità di scaricare le palle. Ho trovato una chiave con i corti per Propaganda Live su La7. Incanalo le mie ansie per il futuro del Paese in qualcosa che faccia ridere. Preferisco così che stare in un angolo a lamentarmi.

La diva Julia via Amazon Prime

Guerra aperta sul fronte delle serie-tv. L’impero di Netflix è incalzato dalle produzioni Hbo e Amazon Studios che hanno alzato decisamente il tiro. La torta da spartire – grazie al moltiplicarsi dei servizi di streaming – è sempre più ricca e i grandi nomi di Hollywood sono in prima linea, pronti a reinventarsi sul piccolo schermo a colpi di cachet milionari. Ultima in ordine cronologico è il Miss sorriso d’America – Julia Roberts – protagonista del riuscito mistery Homecoming (la prima serie da dieci episodi, con sottotitoli in italiano, è in programmazione su Amazon Prime Video), creata da Eli Horowitz e Micah Bloomberg, diretta da Sam Esmail (Mr. Robot).

Julia Roberts (Heidi Bergman) è assistente sociale in una struttura governativa segreta, all’interno di un programma per i reduci dal fronte per facilitarne il reinserimento nella società. Homecoming è costruito su una doppia linea temporale, da cui deduciamo che tutto è andato storto: la struttura è stata frettolosamente chiusa e Heidi, nonostante l’impegno, non ricorda più nulla di quell’impiego. Una storia ad alta tensione in cui la suspense richiama fortemente le ambientazioni alla Hitchcock: ambienti chiusi, pochi personaggi e la necessità di ricostruire i pezzi del puzzle. Cos’è successo ai veterani? Perché Heidi non ricorda nulla? Un labirinto della memoria in cui nulla è come appare. E la guerra (non il benessere dei soldati) continua a essere il più grande business di tutti i tempi.

Infinito Vecchioni. L’album e il Guccini ritrovato

“Tu sei quello della canzone dello stadio e della partita?”. “Tu sei quello della canzone del trenino che va a spaccarsi?”. Era il Sanremo 1974 e così si presentavano nella diffidenza reciproca Francesco Guccini e Roberto Vecchioni, per poi finire a bere bourbon e a scattarsi foto sbilenche. Venerdì prossimo, a distanza di 44 anni, due carriere separate e distinte, un’amicizia che dura da allora, quello dello stadio e quello del trenino potremmo ascoltarli cantare insieme. “Sono andato a portargli il disco a casa a Pavana, gli ho chiesto di ascoltarlo e poi di salutarmi con un ciao se non gli fosse piaciuto, in caso contrario di cantarci dentro. Lui l’ha ascoltato tutto, seduto in poltrona come Nero Wolfe davanti a un bicchiere di vino. Poi si è alzato e mi ha abbracciato. Siamo rimasti così a lungo, anche perché ci appoggiavamo l’uno all’altro”. Lo racconta tutto d’un fiato Vecchioni questo suo personalissimo colpaccio: dopo 7 anni dal ritiro, Guccini torna a cantare nel suo nuovo disco Infinito. La canzone che il “cantore” ha scelto si chiama “Ti insegnerò a volare” ed è il cuore del disco. A parlare è Alex Zanardi, il pilota rimasto senza gambe a Indianapolis, che non potendo più camminare, impara a volare.

Perché questo è l’album della maturità di Vecchioni, ne è certo lui, e chi siamo noi per smentirlo se questo primo brano è solo un assaggio della svolta: dall’astrazione, la ricerca “anche esagerata della ricercatezza del verso, della poesia alta”, preso come si confessa dalla “paura della scontatezza”, alla semplicità della parola. Così Vecchioni smette di scrivere per sé e di sé e abbraccia “l’universo uno: la vita, senza malinconia, senza versi che neanche io a volte capivo”, e scende “in basso”, in mezzo all’esistenza, quella di vite straordinarie cantate in questo album prodotto da un’etichetta indipendente e che “non sarà diffuso su Internet, non andrà nell’aria”, ma sarà in tour da marzo. È ancora Vecchioni, “solo” fatto uomo, racconto e parola. E “Parola” è anche il titolo dell’ultimo brano di Infinito, un lamento per la fine della nostra lingua, sconosciuta ai giovani, che il cantautore avrebbe voluto far cantare a Ivano Fossati. Il Vecchioni che fa autocritica in “Come è lunga la notte”, brano in cui a interpretarlo è Morgan: “Marco nel suo libro racconta che ha iniziato a suonare dopo essere stato con suo padre ad un mio concerto – spiega il cantautore – così l’ho chiamato e gli ho chiesto di partecipare”.

Un lavoro, dunque, che va da Guccini a Morgan, che immagina Fossati, e guarda alle donne di De André cantando la madre di Giulio Regeni, che contiene “solo” due canzoni d’amore (sigh) – in una canta due donne, la prima e l’ultima – e si ispira a un poeta che rappresenta ciò che di più lontano ci sia dal suo autore, per sua stessa ammissione: Leopardi. Ma il “Leopardi di Napoli, dell’atmosfera da sogno, che prende in giro anche se stesso, che mangia fino a morire per aver ingurgitato un chilo e mezzo di confetti, quello che scrive una tregua al dolore, La Ginestra, quello che per la prima volta usa la parola ‘sole’ e lo fa sorgere sopra il Vesuvio”. Vecchioni ha trovato l’esempio che cercava, dice, e fa come la ginestra con il suo profumo, sparge “affetto e voglia di vivere”. E a questo punto, in un piccolo teatro verde speranza del centro di Milano, davanti al suo piccolo universo che lo applaude e che ahilui non gli basta più, in una svelata “sconfessione” di Samarcanda e della fatalità della morte, quello che una volta cantava lo stadio si mette a dare la musica a Leopardi. E sconfessa anche il sommo poeta. L’infinito è al di qua della siepe.

Chiude la Pernigotti, simbolo della storia dell’industria dei dolci

Lo stabilimento di Novi Ligure dell’azienda dolciaria Pernigotti, fondata nel 1860, chiude: 100 dipendenti resteranno senza lavoro dopo un anno di cassa integrazione straordinaria ed eventuali altri ammortizzatori sociali. Ad annunciarlo i sindacati al termine dell’incontro con i fratelli turchi Toksoz, proprietari dell’azienda dal luglio 2013, attivi nel dolciario, nel farmaceutico e nel settore energetico. I rappresentanti dei lavoratori si aspettavano un piano di rilancio dopo le perdite di 13 milioni accumulate negli ultimi cinque anni. A Novi Ligure lavorano 200 dipendenti, di cui cinquanta impegnati nella produzione e il resto in amministrazione e vendita: dei 200, 100 saranno licenziati secondo quanto appena annunciato dalla proprietà che non ha intenzione di cedere il prestigioso marchio e punta a esternalizzare la produzione. Per oggi è stata indetta un’assemblea permanente a oltranza in stabilimento e alle 11 una delegazione della rsu della Pernigotti incontrerà il sindaco di Novi Ligure, Rocchino Muliere. Ma in questo caso i margini di manovra sembrano davvero inesistenti.

Confcommercio, i dossier del vero scontro

“Si può ingannare tutti per qualche tempo o alcuni per tutto il tempo, ma non si può prendere per i fondelli tutti per tutto il tempo”. Il 29 ottobre Francesco Rivolta scrive al Consiglio confederale di Confcommercio per contestare il licenziamento deciso dal presidente, Carlo Sangalli. Nessun riferimento alla ormai celebre storia di questi giorni, che riguarda l’ex segretaria di Sangalli.

Riassunto: il 19 gennaio Sangalli “dona” 216 mila euro alla segretaria Giovanna Venturini, sua assistente fino al 2012 che poi passa a lavorare con Rivolta, testimone davanti al notaio della transazione. Sangalli poi licenzia Rivolta e, secondo quanto ricostruito dalla Verità, lo denuncia in Procura per estorsione, insieme alla Venturini e ai tre vicepresidenti di Confcommercio che, saputo della “donazione”, a giugno chiedono a Sangalli di lasciare la presidenza. La Venturini avrebbe minacciato Sangalli di “diffondere l’esistenza di una mia relazione affettiva con lei e, addirittura, delle molestie di cui poteva fornire ampia documentazione attraverso un filmato risalente al 2012”, scrive Sangalli nella denuncia.

Sangalli, racconta La Verità, incarica anche un investigatore privato che ricostruisce i rapporti tra la Venturini e Rivolta e, secondo quanto racconta Sangalli nella denuncia, scopre una relazione tra i due. La trama denunciata del presidente di Confcommercio è lineare: la sua ex amante, in combutta con il direttore generale, gli estorce 200.000 euro (pagati con fondi personali?). Secondo quanto risulta al Fatto, i due contesteranno l’autenticità del dossier dell’investigatore e delle conclusioni cui arriva.

Anche perché la vicenda è molto più complessa. Nella lettera del 29 ottobre Rivolta si limita a un accenno alle “problematiche che chiamano in causa direttamente il presidente” perché “quello che sarete chiamati ad affrontare è ben altro” e chiede che il Consiglio e l’assemblea di Confcommercio affrontino “le vere ragioni della scelta di interrompere un percorso positivo che insieme, Centro, territori e federazioni abbiamo compiuto nella linea del rafforzamento organizzativo e patrimoniale della confederazione”.

A innescare il licenziamento di Rivolta il 5 ottobre scorso, risulta al Fatto, non sarebbe stato un raptus di gelosia di Sangalli dopo il dossier dell’investigatore privato ma una lettera di Rivolta al presidente del 2 ottobre che riguarda vicende molto più prosaiche. Cioè la gestione dei fondi per l’assistenza sanitaria integrativa dei commercianti, in particolare il gigantesco fondo Est (quota: 15 euro per dipendente al mese). Da almeno dieci anni in Confcommercio c’è chi contesta il ricorso alla Assingest della famiglia Pozzi come intermediario nei contratti di assicurazione che il fondo stipula per limitare i rischi di possibili picchi di spesa.

Rivolta, come in altre occasioni, avrebbe contestato al presidente Sangalli la gestione di queste delicatissime partite milionarie, contestando anche il ruolo di Duilio Aragone, potente collaboratore del presidente e uomo di collegamento tra Roma e la ricca Confcommercio milanese.

Proprio ad Aragone, il 20 marzo 2014, Giovanna Venturini scrive il lungo sms di sfogo pubblicato dal Corriere della Sera: “Ho dovuto subire proprio dal mio massimo superiore un’atroce attenzione sessuale diventata giorno dopo giorno una vera e propria ossessione alla quale con tutte le mie forze mi sono ribellata”. Ma le vicende di letto sembrano solo la superficie dietro la quale si intravede una partita di potere molto più tradizionale che riguarda i milioni di euro gestiti dalla Confcommercio.

Corte Ue: l’Italia recuperi 4 miliardi di Ici della Chiesa

La scuola elementare Montessori di Roma e un Bed&Breakfast di San Cesareo hanno vinto, almeno sulla carta, la battaglia legale contro Santa Romana Chiesa. Dopo 12 anni di ricorsi, sentenze e di leggi “salva decime” per mettere al riparo i conti del Vaticano dal fisco italiano, la Corte di Giustizia europea ha dato loro ragione e ha sentenziato che lo Stato dovrà recuperare arretrati sulla vecchia imposta comunale sugli immobili stimati intorno ai 4 miliardi di euro. I due piccoli esercizi commerciali tentano di obbligare lo Stato italiano a far pagare l’Ici sullo sconfinato patrimonio immobiliare del Vaticano dal lontano 2006, quando presentarono, con il sostegno del Partito Radicale, il primo ricorso a Bruxelles.

I giudici dell’Unione hanno annullato la decisione della Commissione del 2012 e ribaltato la sentenza dello stesso Tribunale Ue del 2016 che avevano riconosciuto all’Italia “l’impossibilità di recupero dell’aiuto a causa di difficoltà organizzative” nei confronti degli enti commerciali, come scuole, cliniche e alberghi ecclesiastici, per mancanza di banche dati attendibili. I giudici oggi hanno ritenuto che tali circostanze costituiscano mere “difficoltà interne all’Italia” di natura “esclusivamente a essa imputabili” e non idonee a giustificare la decisione di non recuperare, anche soltanto parzialmente, le somme. La Corte di Giustizia ha respinto invece la parte del ricorso che riguardava le esenzioni godute dall’Imu, l’imposta succeduta all’Ici, introdotte dal governo Monti.

La questione, politica prima ancora che giudiziale, si trascina dal 1992, quando il “padre” dell’imposta, il primo governo Amato, inserisce gli immobili di proprietà della Chiesa in una lunga lista di esenzioni. Nel 2004 una sentenza della Corte di Cassazione stabilisce che almeno le attività “oggettivamente commerciali” sul territorio italiano dovessero pagare l’Ici. Nel 2005, però, il governo di Silvio Berlusconi, alla vigilia delle elezioni torna all’esenzione totale “a prescindere dalla natura eventualmente commerciale” delle attività svolte. A ringarbugliare la situazione arriva poi il governo Prodi decidendo che dovessero essere esentati solo gli edifici adibiti ad attività “con finalità non esclusivamente commerciali”. E proprio l’avverbio “esclusivamente” ha permesso alla Chiesa di usufruire dell’esenzione anche per le strutture turistiche, scolastiche o sanitarie purché avessero almeno una cappella. Nel 2010 l’Antitrust Ue apre un’indagine e conclude che quelli concessi dal 2006 al 2011 dall’Italia al Vaticano sono aiuti di Stato illegali. La questione si chiude nel 2012, quando il governo Monti, con l’abbandono dell’Ici per l’Imu, limita l’esenzione solo alle strutture prive di attività commerciali. Nel 2014 il governo Renzi ha esonerato dal pagamento di Imu e Tasi (servizi) le cliniche convenzionate e le scuole paritarie (in gran parte della Chiesa) e molte strutture commerciali ecclesiastiche hanno continuato a non pagare. A Roma la giunta Marino scoprì che il 40% degli immobili del clero aveva un arretrato, tra Ici, Imu, Tasi e Tari (rifiuti) di 20 milioni. La rivendicazione non migliorò la popolarità del sindaco Oltretevere. Ma caduto Marino, la giunta Raggi ha promesso di farsi dare il dovuto. Finora senza successo.

Maurizio Turco, rappresentante legale del Partito Radicale italiano, fa sapere che stanno preparando una denuncia preventiva allo Stato per danni erariali nel caso non si proceda celermente al recupero. “Siccome non si va in prescrizione – spiega Turco – faremo il necessario perché il provvedimento si estenda a partire dal 1992 e avviseremo la Corte dei Conti che ci sono 3 miliardi e 600 milioni ballerini, come minimo”. Per l’Anci, l’associazione dei Comuni, la sentenza non è applicabile: ci vorrà una legge.

Rider al ministero: oggi la resa dei conti tra fattorini e aziende

La riunione del tavolo dei rider prevista oggi alle 13.30 al ministero dello Sviluppo economico potrebbe essere decisiva in senso negativo. Le aziende del cibo a domicilio si erano impegnate, durante l’incontro dell’11 dicembre, a presentare una proposta unitaria. In questi due mesi, però, non sono riuscite a mettersi d’accordo e oggi arriveranno in Via Veneto con due bozze separate. Una sottoscritta dalle multinazionali come Deliveroo, Glovo, Foodora e JustEat; l’altra dalle italiane Sgnam, Moovenda, FoodRacers, PrestoFood e Winelivery. I documenti sono già in possesso dei tecnici del ministero, ma ancora non sono stati inviati alle associazioni dei fattorini. Che non hanno gradito affatto questa procedura e oggi arriveranno a Roma non più intenzionati a fare passi indietro: o si fa un accordo per un contratto che accontenti tutti o chiederanno al governo di rispolverare il decreto scritto a giugno e poi congelato per lasciar spazio alle trattative. Il banco rischia quindi davvero di saltare.

Il programma della giornata inizia alle 11: a quell’ora ci sarà una pre-riunione ristretta con i rappresentanti dei rider. Solo in quel momento i comitati e i sindacati potranno conoscere le due bozze di proposta. “Non ha senso questo metodo – affermano da Deliveroo Strike Raiders – avremmo voluto leggerle prima e presentarci già con una valutazione e delle controproposte”. Alle 13.30, poi, l’incontro con tutte le piattaforme del food delivery. “Con questi presupposti è impossibile fare passi in avanti”, aggiungono da Riders Union Bologna. Per il momento sono noti i tratti salienti della proposta avanzata dalle aziende italiane. L’amministratore delegato di Sgnam ne ha parlato con la rivistaWired: ai fattorini verrebbe riconosciuto un compenso minimo orario, con un sistema di incentivi facilmente raggiungibili (tradotto: che non li costringa a fare consegne pedalando a cento all’ora). Oltre a questo, un limite massimo di 40 ore settimanali e assicurazione per infortuni e contro terzi. Le firmatarie di questo documento contavano, fino a qualche settimana fa, sull’appoggio di Foodora. La multinazionale tedesca si è però smarcata e sembra ora più affine all’altro gruppo di imprese. Del resto, è noto da qualche giorno che le sue attività in Italia stanno per essere acquistate dalla spagnola Glovo. Proprio a questo proposito, i rider hanno chiesto che fine faranno dopo il passaggio di consegne. Foodora li inquadra come co.co.co., quindi non sono dipendenti e l’orientamento prevalente non li calcola nell’organico aziendale. Non saranno quindi trasferiti automaticamente presso l’acquirente Glovo, che potrà decidere liberamente se riassorbirli o mandarli a casa.