Flat Tax per le partite Iva: è piccola ma pericolosa

La legge di Bilancio per il 2019 si propone di introdurre, come primo passo verso la flat tax promessa dal centrodestra in campagna elettorale, la flat tax per i lavoratori autonomi e gli imprenditori individuali. Una scelta a favore dell’abbandono della progressività per una sola categoria di redditi di lavoro ben difficilmente giustificabile sotto il profilo dell’equità. Ma che neppure stimola l’attività produttiva, anzi la disincentiva, mentre crea forti incentivi a proficue attività di elusione fiscale.

La flat tax per gli autonomi si articola in due regimi. 1) Per i contribuenti con ricavi e compensi non superiori ai 65 mila euro, a partire dal 2019, l’Irpef complessiva, nazionale e locale, sarà pari al 15% (5% per i primi 5 anni di attività). Viene presentata come estensione dell’attuale regime dei minimi. Una affermazione falsa: il regime dei minimi, pure discutibilmente esteso dal governo Renzi, era pensato per semplificare gli adempimenti sia burocratici che fiscali richiesti a soggetti privi di una organizzazione imprenditoriale, ed era quindi sottoposto a requisiti stringenti, non solo per quanto riguarda l’ammontare complessivo di ricavi e compensi, ma anche per la spesa per il personale e i beni strumentali utilizzati. Questi requisiti vengono ora eliminati. A coloro che ricadono nel nuovo regime viene confermata la determinazione forfetaria dei costi. Non addebiteranno l’Iva sui beni e servizi che vendono a fronte dell’indetraibilità dell’Iva sugli acquisti, non pagheranno l’Irap.

2) Analogo regime verrà riconosciuto, a partire dal 2020, ai contribuenti con ricavi o compensi fra i 65.000 e i 100.000 euro. L’aliquota Irpef sarà per loro del 20%, e determineranno analiticamente i costi.

Due regimi accomunati, come si è detto, da profili inquietanti di iniquità, disincentivo all’aumento dell’attività economica e favore all’elusione fiscale. Anche a prescindere dall’abbattimento al 5% dell’aliquota, nei primi 5 anni di attività, a parità di reddito da lavoro, un lavoratore dipendente può arrivare a pagare più del doppio di un lavoratore autonomo che ricada nel primo regime. A parità di ricavi, la distanza ai danni del lavoro dipendente è più alta per i lavoratori autonomi professionisti piuttosto che per i commercianti, ma, anche con riferimento a questi ultimi, nel caso di ricavi a cui corrispondano redditi compresi fra i 15.000 e i 25.000 euro, il lavoratore dipendente si troverà a dover sborsare il 50% in più (senza contare l’Irpef comunale e regionale).

Lo stesso avviene nel secondo regime. Ipotizzando che l’incidenza dei costi sia la stessa prevista per il forfettario, fra gli 80.000 e i 100.000 euro un lavoratore dipendente pagherà il 60-70% in più rispetto a un professionista (che si vedrà anche annullate le addizionali locali e l’Irap). Come si può giustificare una tale differenza di trattamento all’interno dei redditi da lavoro?

Si dice: l’agevolazione stimolerà le attività produttive e quindi la crescita del Pil di cui beneficeranno tutti, anche i lavoratori dipendenti. Ma è proprio il modo in cui è disegnato l’intervento a rendere molto difficile che questo possa avvenire. Entrambi i regimi, ma soprattutto il secondo, contengono infatti un fortissimo disincentivo ad aumentare il proprio volume d’affari.

Già nel primo regime l’aliquota marginale, quella che grava sui 10.000 euro aggiuntivi di ricavi che permettono di passare da 65.000 a 75.000 passa dal 15% (5% nei primi anni di attività) al 52,5%. Una aliquota molto più alta della più alta aliquota Irpef, che più che dimezza la redditività dello sforzo.

Ma la cosa diventa paradossale nel secondo regime. In quel caso, infatti, l’aliquota marginale con cui ci si confronta aumentando i propri ricavi da 100.000 a 110.000 euro è del 119% in caso di bassa redditività (40%) fino a raggiungere il 185,4% nel caso di alta redditività (78%). In questo secondo caso, l’aliquota sui redditi aggiuntivi rimane superiore al 100%, fino a ricavi pari a 125.000 euro. Con aliquote superiori al 100% si paga in imposte più del reddito che si ottiene. Detto altrimenti, più si allargano ricavi e compensi più ci si impoverisce. Difficile pensare a un disincentivo più forte ad allargare il proprio volume d’affari… a meno ovviamente di non farlo in nero, o di frammentare, artificialmente i ricavi fra più produttori.

E qui si arriva al terzo motivo per cui il regime proposto è sbagliato. Crea una grandissima convenienza ad attività di elusione di imposta: prima di tutto a trasformare lavoratori dipendenti in lavoratori autonomi. Sarà più facile per le nuove assunzioni, perché nella consapevolezza dell’incentivo a questi comportamenti è stata messa una norma che preclude l’accesso ai due regimi a chi sia stato lavoratore dipendente nei precedenti due anni, ma solo se continua a lavorare per lo stesso datore di lavoro.

Ma il regime porterà purtroppo ad altre attività elusive, ancora più distruttive: porterà gli studi associati a dissociarsi, anche fittiziamente. Porterà i soggetti più grandi a fare fatturare ai forfettari prestazioni al posto loro… così godranno di una detrazione dell’Iva sugli acquisti senza però applicarla sulle vendite e trasferiranno il pagamento delle imposte sui redditi in capo a chi è assoggettato ad aliquote molto più basse.

Un vero capolavoro, che sottrae, nel complesso, fra i due miliardi e i due miliardi e mezzo di gettito all’anno. Conosco mille modi per impiegarli meglio.

Il servizio va messo a gara per garantire efficienza e risparmi

In Italia si fa spesso confusione tra due concetti molto differenti: privatizzazione e liberalizzazione. Il primo è un processo tramite il quale delle aziende passano dal controllo di fatto dello Stato al controllo di un privato, mentre il secondo vede l’apertura di un mercato da una situazione monopolistica con un solo operatore a una competizione. Di esempi di liberalizzazione ne abbiamo diversi in Italia, dal trasporto aereo, dove diverse compagnie combattono per un mercato aereo che è triplicato dal momento della competizione a quello delle telecomunicazioni, dove lo scontro tra le offerte ha portato benefici a tutti i consumatori.

Un altro caso di liberalizzazione vincente è sicuramente quello del trasporto ferroviario alta velocità che ha portato nel corso degli ultimi sei anni a una diminuzione dei prezzi del 40 per cento e a una crescita del mercato di quasi il 90 per cento. La liberalizzazione porta a più libertà di scelta e prezzi inferiori. Nel caso di altri servizi il processo di apertura del mercato funziona un po’ diversamente, poiché gli enti pubblici assegnano dei contributi per determinati servizi. La competizione non potrà dunque essere uguale a quella dei settori appena presentati, ma ci dovrà essere una competizione per l’assegnazione del servizio. Questa è la competizione per il mercato.

Nel settore del trasporto ferroviario regionale e del trasporto pubblico locale, l’Italia vede invece ancora dei monopolisti. In molte Regioni Trenitalia o qualche azienda regionale con partecipazione del colosso dello Stato (vedi Trenord) gestisce il trasporto pendolari senza che ci sia stata una gara. Lo stesso succede nel trasporto pubblico locale, come a Roma, dove la società del Comune di Roma, Atac, gestisce il trasporto pubblico locale, senza che si sia mai fatta una gara per l’assegnazione dei servizi e dei contributi pubblici. Atac è una società che è costata 7 miliardi di euro negli ultimi nove anni al contribuente italiano e con dei costi in aumento nell’ultimo biennio di circa il 10 per cento (i costi per vettura chilometro al netto di svalutazioni e ammortamenti). Tali costi non sono coperti dal prezzo del biglietto e abbonamenti, che in realtà nel caso di Atac coprono circa il 25 per cento dei costi totali. Gran parte dei soldi arrivano dunque dai contribuenti tramite dei sussidi che ammontano a circa 700 milioni di euro l’anno.

Come fare per rendere il servizio efficiente? È giusto infatti ricordare che nel 2017 Atac è risultata inadempiente verso Roma Capitale dato che non ha fornito i servizi richiesti dal contratto di servizio. Il modo migliore è quello di copiare da esempi stranieri e introdurre il concetto di liberalizzazione.

Sarebbe dunque importante fare delle gare trasparenti affinché i soldi spesi del contribuente italiano possano essere efficientati, anche con una qualità dei servizi maggiori. I costi a Roma sono infatti circa il 40 per cento superiore a Milano e quasi 3 volte tanto i migliori casi europei, dove si è aperto il mercato (le grandi aree urbane esclusa Londra ad esempio).

Fare delle gare significa fare una liberalizzazione e ridurre gli sprechi. In teoria, con dei costi da best practice, a Roma tutti gli utenti Atac potrebbero viaggiare gratis e al contempo si potrebbero ridurre i contributi di circa 250 milioni di euro.

Il concetto di liberalizzazione non incide infatti sul prezzo del biglietto, che rimane deciso dalla scelta pubblica del Comune. La liberalizzazione incide invece sugli sprechi che possono essere ridotti attraverso una maggiore efficienza.

È per tale ragione che la liberalizzazione non deve fare paura, perché anche aziende pubbliche potranno continuare a gestire il trasporto pubblico a Roma, ma questo dovrà essere assegnato tramite gara in modo che sia efficiente e non ci siano casi di spreco di risorse pubbliche.

La gara trasparente è quello che prevede il referendum dell’11 novembre proprio a Roma, che non prevede invece nessun processo di privatizzazione.

Risparmiare non deve fare paura alla politica, che ha l’occasione a Roma, tramite questo referendum consultivo, di mettere al centro il cittadino romano sia come utente che come contribuente.

La liberalizzazione porterebbe solo più soldi ai privati

Il trasporto pubblico locale (Tpl) a Roma è insostenibile. Non vi è nulla da difendere, ma tutto da riorganizzare, dalle fondamenta, a partire dalle cause strutturali della drammatica condizione della mobilità per i cittadini della Capitale e dell’area metropolitana pendolari su Roma. La natura del gestore del servizio, pubblico o privato, rileva ma è una pericolosa illusione attribuirgli funzione salvifica. Quali sono le cause strutturali delle tragedie quotidiane della mobilità a Roma?

1) Il taglio, per alcuni anni azzeramento, dei trasferimenti nazionali e regionali per il Tpl, da cui è derivato il 90% del debito di Atac, paralizzante per investimenti e manutenzione, ossia per numero e qualità di mezzi in circolazione e reti.

2) L’assurdo assetto urbanistico della Capitale e gli enormi extra-costi necessari a servire una larghissima area urbana, pari a quella di 9 capitali europee, scarsamente popolata (Roma, 2.000 abitanti per km quadrato; Londra, 5.470; Milano, 6.870).

3) L’eccesso di traffico privato dovuto, prima che alle carenze del Tpl, al deficit di connessioni su ferro tra Roma, area metropolitana e regione, un contesto in via di aggravamento “grazie” alla realizzazione da parte della Giunta Zingaretti dell’autostrada a pedaggio parallela alla Pontina.

4) L’assenza di un adeguato piano per la mobilità sostenibile (corsie preferenziali, parcheggi e nodi di interscambio, orari carico/ scarico merci, ecc), responsabilità delle amministrazioni politiche, non del gestore del servizio.

5) Ultimo, ma non ultimo, le esigue risorse nel bilancio comunale: a Roma 1.890 euro per abitante; a Milano 3.748.

In tale scenario – rileva la natura del gestore, oggetto del primo quesito referendario – il Tpl è un monopolio naturale. La concorrenza non è possibile nel mercato, in quanto il servizio è unico, ossia fornito in ogni momento da un unico gestore. Dagli anni 80, per i monopoli naturali in mano pubblica, con Reagan e la Thatcher come apripista, è stata introdotta la “concorrenza per il mercato”: messa a gara del servizio, la cosiddetta “liberalizzazione”; affidamento a gestore generalmente privato; agenzia di regolazione. In Italia, ad esempio, è il modello per la gestione della rete autostradale, con i risultati noti, di cui Genova è soltanto la punta dell’iceberg.

È il modello della gestione dei principali aeroporti italiani con le conseguenti rendite finanziarie per i Benetton. È il modello già in essere nella Capitale per il 20% delle linee di trasporto pubblico urbano, affidate all’azienda privata “Roma Tpl”, con esiti umilianti per utenti e lavoratori. È il modello di gestione della rete ferroviaria e idrica del Regno Unito, epicentro dell’offensiva di liberalizzazione/privatizzazione, con conseguenze sempre più gravi. È un caso che circa due terzi dei cittadini oltre Manica invocano, sulla base del loro vissuto quotidiano, le ri-nazionalizzazioni? Lì, la sinistra ha archiviato il neoliberismo blairiano e con Corbyn fa la sinistra e non lascia la domanda di intervento pubblico alla destra.

In sintesi, dati empirici, non pregiudizi ideologici, indicano che la concorrenza per il mercato non funziona: determina investimenti insufficienti, impoverimento del servizio, aumento delle tariffe e peggioramento delle condizioni del lavoro. Perché? La ragione è semplice: il regime di monopolio naturale rigido del servizio di Tpl. È un’arma formidabile per chi lo gestisce, ancor più in mano ai privati, dai quali un’amministrazione pubblica incapace di organizzare una gestione efficiente viene “catturata” con relativa facilità nelle sue funzioni di regolazione e controllo del servizio, data l’asimmetria di risorse professionali e finanziarie a disposizione e dai quali si “libera” difficilmente, date le complessità tecniche, gli ostacoli giuridici, i tempi lunghi e gli elevati costi organizzativi di transizione connessi alla sostituzione del gestore.

Allora, che fare per il modello di gestione? Respingere l’illusoria scorciatoia proposta dal referendum; introdurre e organizzare la sistematica partecipazione dei comitati degli utenti, a partire dal livello municipale, per programmazione e verifica del servizio; prevedere short list certificata di professionisti, parere dei comitati degli utenti e una maggioranza qualificata del consiglio comunale per la nomina dei vertici aziendali; potenziare in termini di risorse professionali “Roma servizi per la mobilità”, agenzia di pianificazione, regolazione e verifica del servizio; legare la remunerazione del management aziendale al raggiungimento degli obiettivi. Sono innovazioni rilevanti. Ma senza affrontare i nodi strutturali richiamati sopra, nessun miglioramento significativo è realistico.

Atac, il referendum sul trasporto pubblico di Roma

Domenica 11 novembre i romani sono chiamati a esprimersi con un referendum consultivo sul futuro del trasporto pubblico di Roma dichiarandosi a favore o contro la messa a gara del servizio e alla conseguente apertura alla concorrenza del mercato. I quesiti sono due, ma in sostanza i cittadini diranno come la pensano sulla modalità di gestione del Tpl (trasporto pubblico locale) essendo la municipalizzata Atac il principale gestore con affidamento diretto, tranne il 20% delle linee di superficie periferiche affidate al consorzio privato Roma Tpl. La sindaca Virginia Raggi ha già detto che terrà conto del voto “per migliorare sempre di più” le sorti di un’azienda pubblica per la quale a luglio è stato ammesso il concordato preventivo.

I quesiti. Il primo riguarda la possibilità di ricorrere alle gare europee per il servizio di bus, tram e metropolitane affidando a privati la gestione e aprendo il servizio a forme di concorrenza comparativa, salvaguardando i lavoratori che dovrebbero essere ricollocati nella fase di ristrutturazione del servizio. Mentre il secondo quesito chiede agli elettori di esprimersi sulla possibilità di gestire in concorrenza car sharing, car pooling e gli altri sistemi di mobilità collettiva, sostenibile e flessibile.

Il quorum. Il tetto è fissato al 33%, ma i Radicali sono pronti a ricorrere al Tar perché il Comune ha abolito il quorum il 31 gennaio, giorno in cui è stato convalidato il referendum. In ogni caso varrà per le prossime consultazioni.

Schieramenti. Ad aver richiesto il referendum sono i Radicali italiani. Il Pd si è schierato per il Sì dopo una consultazione tra gli iscritti, così come Forza Italia. Il M5S è da sempre per il No, come Lega, FdI, la sinistra fuori dal Pd e Cgil, Cisl e Uil.

Il fronte del Sì. A sostenerlo è il comitato promotore Mobilitiamo Roma. “Dopo anni di inefficienze, sprechi e logiche clientelari – spiegano – votando sì potremo porre fine al monopolio di Atac e mettere a gara il servizio sotto il diretto controllo del Comune. Per Atac, fallita nei fatti se non fosse stato accettato il concordato, qualsiasi altra proposta sarebbe irrealizzabile e condurrebbe alla svendita del servizio a un solo privato”. Le sorti dell’azienda municipalizzata, sostengono, passerebbero quindi esclusivamente per la privatizzazione che consentirebbe di portare più efficienza nell’erogazione del servizio del trasporto pubblico. E a dimostrazione che il Comune non sarebbe in grado di gestire la partita, sottolineano i sostenitori del sì, c’è la proroga fino al 2021 del contratto Atac, in scadenza nel 2019.

Il fronte del No. “Il privato ce l’abbiamo già a Roma con il Tpl, a cui siamo stati obbligati per legge a lasciare il 20% del servizio e funziona malissimo”, spiega la sindaca Raggi. Il riferimento è all’azienda privata che dal 2010 dovrebbe supplire al lavoro di Atac, ma che rappresenta un servizio ancora peggiore di quello fornito dalla municipalizzata: i lavoratori spesso non percepiscono stipendio per mesi e le linee periferiche che gestisce offrono un servizio pessimo per i romani. Anche a Londra, sottolineano i sindacati, “nel settore metro-ferroviario hanno fatto un passo indietro perché il servizio non era adeguato”. Altro timore dei sindacati: “I privati hanno interesse a fare profitti e non a fornire un servizio adeguato”. Inoltre, la giunta M5S può vantare i dati positivi del bilancio del primo semestre 2018: l’Atac ha registrato un risultato netto di 5,2 milioni di euro, con ricavi in progressivo aumento, le vendite dei biglietti sono in forte crescita e sono partite nuove gare per la manutenzione dei mezzi. “Questa è l’immagine di un’azienda sana. Grazie anche all’arrivo dei nuovi bus che abbiamo acquistato si riduranno i tempi di attesa alle fermate”, ha promesso la Raggi.

Qual è la partita in gioco? Lo abbiamo chiesto a due pareri ai sostenitori dei due fronti.

Apple inizia a tosare noi prigionieri

“Ti ricordiamo che in data 13.11.2018 ti saranno addebitati 0,99 euro per il piano di archiviazione mensile da 50 GB. Per modificare o annullare il tuo piano di archiviazione, esegui il downgrade dal tuo iPhone, iPad, iPod touch, Mac o PC”. Ricevo dalla Apple questo messaggio via email. Non ho mai chiesto alcun aumento di spazio. E anche dopo il clic, capire come eseguire questo downgrade non è affatto semplice. Il tempo che richiede vale forse più di quei 99 centesimi che sono il prezzo dell’inerzia. Cos’è, in fondo, un euro al mese? Meno di un caffè, o forse l’inizio della fine di quello che abbiamo visto in questi anni: il web gratuito, con servizi offerti da aziende che – così ci dicevano – scambiavano prestazioni fantastiche con la nostra privacy, con i dati. Però i dati sono come il petrolio, materia prima da trasformare. Ammettiamo pure che servano a vendere in modo personalizzato beni e servizi: permetteranno all’azienda più capace di profilare il cliente di battere la concorrenza, ma non c’è ragione per cui i consumi in aggregato crescano. Venerdì scorso, Apple ha annunciato che non comunicherà più i numeri dettagliati di vendita dei suoi prodotti e il titolo è crollato del 6,6 per cento, fermando una corsa al rialzo che sembrava inarrestabile. Il mercato degli smartphone di fascia alta comincia a essere saturo, nessuno ha mai capito a cosa serva l’Apple Watch, i computer sono di qualità tale che durano anni e anni. Quindi Apple ora promette di vendere più servizi. Che è un altro modo di dire che dopo aver catturato milioni e milioni di consumatori ora può iniziare a spremerli. Confesso: non sono disposto a rinunciare all’iPhone come protesta per quegli 0,99 centesimi a tradimento ogni mese. Ma è chiaro che è solo l’inizio. Ci vorrebbe un indice specifico che monitori i rincari di Amazon Prime, Netflix, Uber ecc. Il business digitale si fonda sul monopolio di grandi nicchie. E i monopolisti, prima o poi, passano all’incasso. Difendersi sarà difficile, bisogna rispolverare battaglie antitrust di un secolo fa che ora tornano attuali.

Truffati dalle banche, il governo salva Intesa, Consob e Bankitalia

La verità, com’è noto, si nasconde dove può. E nel caso dei rimborsi ai cosiddetti “truffati dalle banche” è in un sub-comma anodino di un articolo della legge di Bilancio. L’effetto dirompente, almeno nelle intenzioni di chi l’ha inserito, è quello di salvaguardare le banche, ma soprattutto Consob e Banca d’Italia dal rischio di dover rispondere delle colpe “in vigilando” che iniziano a emergere nei tribunali. Un salvacondotto avallato dal governo, contenuto nella misura con cui promette di aiutare i risparmiatori a cui erano stati venduti strumenti inadatti al loro profilo di rischio, poi travolti dalle norme Ue sul bail-in.

Andiamo con ordine. In questi giorni è in atto lo scontro tra l’esecutivo e le associazioni dei risparmiatori delle quattro banche mandate in “risoluzione” a novembre 2015 (Etruria, Marche, CariChieti e CariFerrara) e delle due popolari venete (Pop Vicenza e Veneto Banca) liquidate e regalate a Intesa SanPaolo. Con quelle mosse sono andati in fumo i risparmi di 15 mila obbligazionisti e 440 mila azionisti. Travolto dalle polemiche, il governo Renzi ha previsto per i primi un indennizzo forfettario (l’80%) o l’accesso agli arbitrati dell’Anac. Per gli azionisti, il governo Gentiloni ha stanziato solo 100 milioni in 4 anni. Ora, con la legge di Bilancio (articolo 38), il governo gialloverde alza la cifra a 1,5 miliardi nel triennio prossimo. Soldi pubblici, provenienti dai “conti dormienti”, cioè conti correnti bancari, depositi etc. non toccati dai titolari da almeno 20 anni. Ci sono tre paletti: il rimborso ottenibile è limitato al 30 per cento della cifra persa e a un tetto massimo di 100 mila euro; e per richiederlo serve aver ottenuto una sentenza del giudice o dell’Arbitro per le controversie finanziarie della Consob che attesti la vendita fraudolenta delle azioni da parte degli istituti. Alle associazioni era stato promesso il rimborso totale. Luigi Di Maio le incontrerà domani, e promette di fare di più per fermare la rivolta.

Ma la novità più dirompente è un’altra. Secondo l’articolato, chi accetta il rimborso rinuncia a qualsiasi azione legale su quegli importi. Testuale: “L’accettazione equivale a rinuncia all’esercizio di qualsiasi diritto e pretesa connessi alle stesse azioni”, recita la lettera F, del comma 3 dell’articolo 38 della manovra. Un controsenso. Se fisso la soglia di rimborso al 30 per cento del danno subito – accertato da una sentenza – perché non posso rifarmi sulla banca per il restante 70 per cento? La manleva non era prevista per gli obbligazionisti. In quel caso, peraltro, il rimborso avveniva a carico di un fondo alimentato da tutte le banche italiane. Per gli azionisti, invece, il ristoro avviene con fondi pubblici.

Se non nella logica, la ragione della norma è da rintracciare altrove. In quello che è avvenuto tra fine 2017 e oggi. In questi mesi molti truffati hanno ottenuto dai giudici sentenze che obbligano le nuove banche, nate dalle ceneri di quelle in dissesto, a risarcirli. Un bel guaio per gli acquirenti degli istituti, da Intesa a Ubi (che si è presa Etruria, Marche e CariChieti). L’altro bersaglio da proteggere sono le autorità di vigilanza. Davanti alla commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche, Consob e Bankitalia si sono rinfacciate di non essersi fornite tutte le informazioni critiche di cui disponevano. Ne è emerso il sospetto concreto che si sia trattato di una “distrazione di sistema”: le banche in difficoltà hanno piazzato strumenti agli ignari risparmiatori sotto l’occhio socchiuso dei vigilanti, che a disastro emerso hanno accusato i banchieri di aver tenuto nascoste le nefandezze.

Il 9 agosto scorso, la Corte d’appello di Firenze ha annullato le multe comminate dalla Consob ai vertici di Etruria per non aver riportato nei prospetti dei bond emessi a fine 2013, i gravi rilievi mossi da Bankitalia a luglio 2012 e il 3 dicembre 2013, quando il governatore Ignazio Visco scrisse al cda: “L’istituto non è più in grado di percorrere in via autonoma la strada del risanamento”. Secondo i giudici, Consob sapeva tutto, grazie alle informazioni ricevute da Via Nazionale, e quindi le multe sono il frutto di un’azione tardiva. Un’inefficienza che spalanca le porte a richieste di risarcimento verso l’Authority di Borsa per colpa grave. Anche Bankitalia trema. L’ostacolo alla vigilanza è la trincea scelta da Visco per difendere la reputazione di Palazzo Koch: i banchieri furbi hanno gabbato gli ispettori. A dicembre scorso, però, gli ex vertici del Montepaschi sono stati assolti dall’accusa di aver ostacolato Bankitalia sui derivati usati per occultare le perdite. Prima ancora è stato assolto dallo stesso reato l’ex presidente di Etruria Giuseppe Fornasari, denunciato dagli ispettori di Visco. Che lo scenario possa ripetersi per le altre banche finite in dissesto è una prospettiva concreta. E la norma pensata dal governo gialloverde disinnesca questo pericolo. La versione che circola è che sia stata inserita su iniziativa del ministro dell’Economia Giovanni Tria, sensibile ai timori di Via Nazionale e a quelli di Ubi e Intesa. Ma l’imbarazzo dei 5Stelle lascia intuire che il salvacondotto per le vigilanze sia stato accettato in cambio del via libera ai rimborsi.

La novità contenuta in manovra è stata segnalata alle associazioni dei risparmiatori dall’ex commissario della bicamerale d’inchiesta, l’ex senatore Andrea Augello: “È un condono tombale che salva le banche e le autorità di vigilanza, le cui colpe sono emerse in maniera lampante nei lavori della commissione”, spiega al Fatto. Il modo peggiore per chiudere la vergognosa pagina della crisi bancaria italiana.

Rifare la sinistra con nuove idee: perché non Bava Beccaris?

In questo spazio, come alcuni forse sanno, quello stato di totale stupore che bordeggia la trance va sotto il nome di “sindrome della Tammurriata nera”: questo per via di “Io nun capisco ’e vvote che succere / Chello ca se vere nun se crere nun se crere”. Ecco, è a questi versi immortali che la nostra mente ritorna quando vediamo Pd, Cgil e Legacoop aderire spensierati alla “nuova marcia dei 40 mila”. Stavolta l’idea è dire sì non ai licenziamenti, ma al Tav, opera per la quale non c’è alcuna giustificazione economica che non sia il profitto che ci faranno i costruttori, tanto è vero che già nel 2013 Renzi la definiva “fuori scala e fuori tempo”. Ma, tralasciando il merito, è lunare che gli eredi del Pci, il sindacato e le coop (ma la Cmc, va detto, ha i suoi buoni motivi) intendano partecipare sabato a una roba presentata come la riedizione della più simbolica sconfitta del partito del lavoro in Italia. Il giorno dopo, non volendo farsi mancar nulla, il Pd dirà sì al referendum sulla messa a gara del trasporto pubblico a Roma (incidentalmente dopo aver ucciso l’Atac con l’attivo concorso del centrodestra, che dirà sì anche lui): in sostanza, chiederà di privatizzare il servizio. Si vede però, in queste scelte, uno sforzo apprezzabile di ricostruzione a sinistra dopo il trauma del 4 marzo a cui ci piace partecipare con alcune proposte: una bella messa in suffragio di Bava Beccaris; un convegno per rivalutare i reparti confino di Valletta; una campagna di stampa contro i disoccupati per dire che vogliono solo prendere il sussidio seduti sul divano (Ah, questa già fatta? Allora scusate).

Fiducia, cambia il governo ma non il vizio

Ecome era abbastanza prevedibile fiducia fu. Siccome, durante tutta la scorsa legislatura, abbiamo sottolineato quanto fossero sbagliati, e costituzionalmente poco igienici, i continui ricorsi alla fiducia e alla decretazione d’urgenza, riteniamo di farlo anche in questa. Il primo “incidente sulla fiducia” è capitato cento giorni dopo l’insediamento dell’esecutivo Conte, a metà settembre sul decreto Milleproroghe. Oggi come allora le opposizioni, hanno deciso di fare polemica su una questione formale: cioè sulla data del Consiglio dei ministri che avrebbe autorizzato la fiducia. Una polemica che gli elettori del Pd certamente capiranno, la tipica battaglia che galvanizza gli animi. Chi non si sta domandando, non senza apprensione, “Ohibò, chissà quando il Cdm ha autorizzato la fiducia?”. Gatta ci cova? Ma pensandoci bene: abbiamo mai saputo quando, nei tre governi della precedente legislatura (in cui la questione di fiducia è stata posto 108 volte, così ripartite: 66 dall’esecutivo Renzi, 32 dal governo Gentiloni, 10 da Letta) il Cdm autorizzava? Tornando a questioni più serie, le obiezioni vere (che il Pd, dati i numeri di cui sopra, non può porre) sono altre. La fiducia che stamattina voterà il Senato capita su un provvedimento – il decreto Sicurezza – che è certamente più “qualificante dell’azione di governo” rispetto al decreto Milleproroghe. Ma per la delicatezza della materia che tratta e delle misure che contiene dovrebbe essere oggetto di un dibattito parlamentare il più ampio possibile. Hanno ragione i professori di Libertà e Giustizia (un tempo, “professoroni”, “soloni” etc.) quando denunciano la mancanza dei requisiti di necessità e urgenza nel decreto. Abbiamo ancora nelle orecchie le accuse dei parlamentari del Movimento 5 Stelle che sottolineavano come tra questioni di fiducia, super canguri, ghigliottine e artifizi regolamentari di ogni tipo, lo scopo fosse sempre quello di strozzare il dibattito alle Camere.

Due giorni fa, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Stefano Buffagni (M5S) ha evocato le dimissioni per l’onorevole De Falco, in caso di voto in dissenso. E qui, anche se la battuta è fin troppo facile, il tema non è se il capitano tornerà a bordo, quanto piuttosto capire se, in balia di una sindrome di accerchiamento, i Cinque Stelle si stiano dimenticando le regole fondamentali di una democrazia parlamentare. Che è piena, appositamente!, di intralci per chi governa. Abbiamo combattuto per anni l’abuso della “governabilità” come parola d’ordine degli esecutivi che volevano decidere e comandare senza essere disturbati. Questo disturbo è però il sale della democrazia. È in nome della centralità del Parlamento e dei contrappesi istituzionali, che si è fatta la battaglia referendaria contro una riforma costituzionale che tendeva a una democrazia “decidente”, “esecutiva”. Da ultimo: la smania securitaria non è affatto un’emergenza del Paese (basta guardare i dati sulla criminalità), non c’è alcuna ragione per ricorrere alla decretazione d’urgenza e nemmeno alla fiducia. Il problema è rivendicare risultati hic et nunc, in un clima fastidioso e pernicioso di perenne campagna elettorale. Una discussione parlamentare avrebbe contribuito a migliorare un testo che, secondo l’Ispi, per esempio farà addirittura aumentare i clandestini (ai 490 mila irregolari già presenti in Italia, se ne aggiungeranno 72 mila per l’arretrato delle commissioni che analizzano le richieste di asilo; altri 32.750 per il mancato rinnovo della protezione umanitaria e 27.300 per la mancata concessione. Il totale fa 622 mila, oltre il 20% in più in un colpo solo). Invece è sempre la solita storia, cambiano i governi ma non il vizio assurdo del “o mangi questa minestra o salti dalla finestra”.

L’Harmony di Salvini, il “pupazzo” che ha preso il posto del ministro

Ese ne avesse altre? Intendo: se la signora Isoardi avesse altre fotine da mostrarci? Se volesse trasportare da “collezione privata” a “pubblico dominio” altri scatti dell’attuale ministro dell’Interno? A quel punto avremmo un intero catalogo di immagini dedicate a Matteo Salvini: quelle che si fa lui (in settimana: con il mitra in mano, con la Madonna di Medjugorje, con la tuta della Protezione civile, con la divisa dei pompieri, in giacca e cravatta dal presidente del Ghana…) e quelle che gli fanno gli altri, che non si sa mai. Insomma, non è giusto che un collezionista privato privi (appunto) il mondo di testimonianze artistiche così rilevanti. In un momento storico in cui il leader aspirante uomo forte (“Se governassi da solo…”, un classico) coincide in tutto e per tutto con la sua immagine mediatica, diffondere fotografie non autorizzate sarebbe un dovere civico, un contributo al dibattito politico culturale.

Va detto che la prima puntata della soap ha mosso un po’ la trama: Salvini era così a corto di idee da farsi fotografare con una statua della Madonna di Medjugorje (che di solito è il penultimo gradino del vip in affanno), e un po’ di soft-core per i palati meno devoti serviva come il pane. Lui, peraltro, com’è noto, ribatte che “Per educazione, carattere e rispetto non ho mai buttato in piazza la mia vita privata”. Non male, detto da uno che si fece fotografare a letto vestito solo di una cravatta verde sulla copertina di un settimanale.

Ma sia, non è della già oltremodo dibattuta situazione Harmony dello sceriffo che si vuole parlare. O forse sì, ma in questo senso: il terreno del voyeurismo salvinista si allarga di un’altra zolla. Dopo le emergenze inventate, l’affanno da sciacallo sui casi di cronaca su cui cala come un avvoltoio se lo ritiene utile, tra un insulto agli intellettuali e il vorticoso cambio di costumi di scena, mancava l’irruzione nel privato, di più, nell’intimo. Dal palinsesto un po’ machista e un po’ albertosordiano del Nostro mancava il tassello del melodramma privato, una cosa da tivù popolare, anzi popolarissima: “E pensa, Maria, che gli stiravo il cappuccio del Ku Klux Klan, è uno stronzo, chiudi la busta”. Insomma, che Salvini stia colonizzando ogni spazio di comunicazione disponibile è noto: forse lo vedremo che imbocca un cucciolo di foca, o sorridente sulla confezione dei cereali, o che ricorda severo che è ora di montare le gomme invernali.

Salvini che è ovunque e in ogni luogo, insomma, con la statua della Madonna e col mitra, impegnato nella costruzione di quel rumore di fondo senza il quale sarebbe soltanto Matteo Salvini, un politico di lungo corso, molto ancien régime, sopravvissuto al terremoto dei partiti e diventato portabandiera della destra non più vergognosa di se stessa. Come già si disse in questa rubrichina, il problema non è se, ma quando scoppierà questa bolla di fuffa elettronica che accompagna le gesta di Salvini. Già si nota una confusione tra il Salvini e il suo pupazzo, tra l’astuto politico e le sue varie caricature, girano le barzellette su Salvini, le parodie si sprecano.

In sostanza, dietro l’apparente osanna delle masse, si comincia a intravvedere lo smottamento: Salvini che vorrebbe essere uomo forte, appoggiato alle proverbiali puttanate del Duce, che fa la faccia brutta davanti al crimine (purché commesso da immigrati), si confonde sempre più con il Salvini da trash televisivo, da pescatore della domenica, da indossatore di divise. Ci vorrà del tempo, perché il ridicolo è come il veleno, che ci mette un po’.

Vedendolo sorridere pieno di sé mentre si recava sul luogo di una tragedia, molti hanno pensato che avesse sbagliato selfie, invece sono solo i piani che si intersecano: il pupazzo e il ministro non sono più distinguibili, e non è certo il pupazzo il peggiore dei due.

Prescrizione, inutili dubbi da “garantisti”

La notizia che il ministro della Giustizia ha proposto un emendamento al decreto Anticorruzione, in forza del quale la prescrizione cessa di decorrere con la sentenza di primo grado, ha suscitato scomposte reazioni da più parti. Come era prevedibile, i primi a insorgere sono stati gli avvocati penalisti che hanno preannunciato il consueto sciopero che paralizzerà per alcuni giorni la Giustizia determinando il rinvio di migliaia e migliaia di processi.

Sono, poi, insorti i “giuristi” di centrodestra che hanno usato parole forti: “Omicidio del processo penale”, “sommossa costituzionale”, “svolta sudamericana”, all’unisono, con Repubblica (riforma “giustizialista”, “barbara”, “inquisitoria”). Di particolare veemenza è stata la reazione del ministro della Pubblica amministrazione, Giulia Bongiorno. Si sono dichiarati contrari il capo della Anticorruzione Cantone – che, unitamente ad altri giuristi, ha invocato anche il principio della “ragionevole durata del processo” – e l’ex Procuratore della Repubblica di Milano, Bruti Liberati.

In particolare, il ministro Bongiorno ha dichiarato che “bloccare la prescrizione dopo il primo grado di giudizio è come mettere una bomba atomica nel processo penale”. Ora, la vera bomba atomica è quella sganciata sui processi nel dicembre 2005 con la legge cosiddetta “ex Cirielli” che – scientemente inserita nel già inceppato meccanismo del processo penale – ha determinato la “distruzione”, in 13 anni, di oltre 1.800.000 processi con una media di 130.000 l’anno, così causando una situazione di denegata giustizia per le parti offese e, seppur in misura molto minore, per gli stessi imputati che, però, spesso hanno spacciato la prescrizione per un’assoluzione (come nel processo Andreotti).

Quanto al principio costituzionale della “ragionevole durata del processo” esso, esprimendo un diverso valore giuridico, non ha nulla a che vedere con la prescrizione. Sia la Convenzione europea, sia la giurisprudenza di Strasburgo, sia il precetto sancito dall’articolo 111 della Costituzione esigono che, in tempi ragionevoli, si pervenga a una pronuncia nel merito di una controversia (che assolva o condanni) non a una pronuncia di mero rito, come quella che consegue alla dichiarazione di estinzione del reato che si risolve in un meccanismo che ostacola l’accertamento sul merito della questione dedotta in giudizio (e, quindi, anche la possibile assoluzione dell’imputato). A sua volta, Bruti Liberati in un’intervista a Repubblica ha dichiarato che “un blocco della prescrizione può disincentivare l’impegno organizzativo nella gestione delle fasi di impugnazione”. Si tratta di una supposizione quasi che i giudici dell’impugnazione possano accelerare o ritardare la definizione dei processi a loro piacimento. È bene ricordare che, per quanto riguarda la Cassazione, il relativo giudizio viene definito tra i sei e gli otto mesi dall’arrivo del ricorso e non vi è alcuna ragione per dubitare che tale celere meccanismo sarà alterato. Per quanto concerne l’appello – vero imbuto del processo – è qui che si consuma il maggior numero di prescrizioni che, con l’emendamento in questione, non avrà più modo di realizzarsi e ciò determinerà anche una consistente diminuzione di impugnazioni, il più delle volte, proposte proprio per far maturare la prescrizione. Peraltro, la preoccupazione di Bruti è facilmente superabile attraverso la vigilanza che i capi delle Corti di appello hanno l’obbligo di esercitare sulla sollecita definizione dei processi, sul rispetto dei termini per il deposito delle motivazioni e per il sollecito inoltro dei fascicoli in Cassazione. Il Procuratore generale presso la Cassazione ha tutti i poteri – ai fini di un eventuale esercizio dell’azione disciplinare – per richiedere periodicamente l’elenco dei processi pendenti presso le Corti di appello.

Il vero appunto che può muoversi al ministro, è quello di non aver proposto che la prescrizione si blocchi con il rinvio a giudizio e ciò, sia per la correlazione di tale istituto con l’esercizio dell’azione penale, sia per la considerazione che – atteso lo sfascio del sistema processuale – una gran quantità di processi continuerà, come oggi avviene, a estinguersi per prescrizione dichiarata con la sentenza di primo grado (si pensi ai complessi procedimenti, soprattutto in tema di disastro ambientale e ai reati per abusi edilizi).