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I 5Stelle non possono abdicare ai propri valori

Sono d’accordo con Lei, Direttore: siamo a un punto di rottura. Potrebbe verificarsi la caduta del governo e credo che il M5S non possa e non debba venir meno ai suoi valori, anche a costo di far cadere il governo. Perciò non ho apprezzato la sua affermazione “non ci importa un bel nulla (del governo giallo-verde)”, che mi appare sprezzante, fieramente qualunquista e perfino contraddittoria con quanto Lei stesso ha asserito. Se, infatti, come giustamente ha rilevato, non siamo mai stati così vicini all’attuazione del principio “la legge è uguale per tutti”, non si può che sperare che il governo regga e che prevalga quella spinta morale, miracolosamente ritrovata dopo decenni di mercimonio. Auguriamoci che il M5S riesca nel miracolo di indurre a operare “il bene” anche i riottosi della Lega. E farei anche gli scongiuri su quell’accenno alla “sparizione” dei 5S che mi ha colpito perché la temo realmente, vedendo come vanno le cose a livello locale. C’è da rallegrarsene? Cosa ci resta dopo? Lei non perde occasione per rimarcare la sua equidistanza da partiti e movimenti, perché l’essere Giornalista, con la G maiuscola, le imporrebbe un dovere di imparzialità che la fa andare fiero a disquisire nei salotti tv. Ma le ragioni del cuore (e sottolineo cuore) dovrebbero andare oltre l’ipocrisia o l’opportunismo di chi fa il suo mestiere. Che bisogno ha di rimarcare un giorno sì e l’altro pure il distacco e l’olimpica freddezza? Mi aspetterei che, dalla sua posizione, prospettasse a chi non ha ben capito l’urgenza e il valore della contesa politica in atto, il rischio che stiamo correndo e le funeste conseguenze che potrebbero derivarne. Non è il momento di “ghignare” in modo pilatesco, ma di essere partigiani nel senso nobile del termine.

Adriana Rossi

 

Cara Adriana, come diceva Mao, “non mi importa il colore del gatto, purché prenda i topi”.

M.Trav.

 

Le province non sono state abolite, ma solo affamate

Le recenti elezioni provinciali hanno rinforzato la pessima opinione che nutro per la riforma Delrio. Le Province non sono state abolite, ma affamate e private della necessaria legittimazione democratica. Eppure le loro funzioni (manutenzione delle strade, sicurezza delle scuole, protezione civile, ecc.) sono tanto più importanti quanto più svantaggiati sono i territori su cui insistono. Mi soffermo sulla perdita di dignità del loro ruolo istituzionale, resa evidente proprio dalle elezioni. Elezioni?

Tecnicamente lo erano, ma di secondo grado, cioè il corpo elettorale non era formato dai cittadini ma da Consiglieri e Sindaci eletti dei Comuni della Provincia. Una sorta di gioco di società, con annessa classifica dei migliori giocatori, ovvero quelli che hanno ricevuto più preferenze. Al massimo, poche centinaia di preferenze che, però, grazie alle magie dell’aritmetica elettorale, diventano quantità immaginifiche di voti “ponderati”. Una democrazia svuotata, quella dei voti ponderati, che mette particolare tristezza proprio quando è esercitata dai pochi aventi diritto (è la seconda volta dall’approvazione della riforma).

Viene così gravemente lesa la dignità delle nostre montagne, delle nostre colline e delle comunità di persone che popolano gli angoli più isolati delle nostre pianure. Sono i territori più deboli e lontani dai nuovi modelli di “città intelligente”, sviliti e resi ancora meno partecipi del loro futuro. La prospettiva andrebbe ribaltata: quale architettura istituzionale garantirebbe il mantenimento di servizi dignitosi per i territori più svantaggiati?

La soluzione potrebbe essere il ripristino di funzioni e risorse in capo alle Province (elette, per cortesia, di nuovo dai cittadini e dotate di competenze tecniche all’altezza dei bisogni espressi dalle comunità locali). Oppure, al contrario, la loro definitiva abolizione: in questo caso, le loro funzioni dovrebbero essere coperte sul serio da altri livelli istituzionali (comunale? Intercomunale? Regionale?) con le necessarie dotazioni finanziarie. Forse non è troppo tardi per cambiare direzione.

Alberto Cardino

 

La mia solidarietà al “Fatto” dopo la sentenza di babbo Renzi

Complimenti, mi avete sorpreso “oltre ogni ragionevole dubbio”. Dopo il vostro articolo sulla condanna subita a Firenze da Marco Travaglio e la collega giornalista, viste le numerose adesioni ricevute per aiutarvi anche economicamente anziché dare un numero di CC (altri lo avrebbero fatto immediatamente) avete detto che non c’era bisogno, che il giornale ha la forza per affrontare questo attacco alla libertà di stampa. Allora con maggiore convinzione ho aderito alla vostra proposta, ogni giorno acquisto 2 copie del Fatto Quotidiano e una la lascio nei bar di Firenze Sud, dove lavoro. Questo fino a esaurimento della cifra che avrei pensato di sottoscrivere per non far chiudere il giornale. La vita non sarebbe più la stessa senza il Fatto Quotidiano .

Andate avanti così e non mollate. Mia grande stima a Marco Travaglio, a Padellaro, a Lillo, oltre che a tutti voi della redazione ma loro un punto in più.

Raffaele Riccardi

Ambiente. Con l’addio alla Forestale si sono perse tutte le competenze?

A ogni catastrofe naturale si torna a parlare di prevenzione e controllo del territorio. Ma non sembra che i nostri governanti capiscano le lezioni che ci vengono impartite da una natura violentata e vendicativa. Dal 2017 il governo Renzi, per esempio, ha indebolito significativamente l’organizzazione della Protezione civile, sopprimendo di fatto il Corpo forestale dello Stato, della quale era uno dei pilastri più significativi. Non sarebbe il caso di tornare indietro su quella scelta scellerata e ricostituire quel Corpo, tecnico con funzioni di polizia, che tra i suoi organici qualificati aveva ingegneri, geologi e forestali? La nostra cara Commissione europea, che ha messo becco sulla nostra organizzazione del comparto sicurezza, deve sapere che non si è risparmiato niente con l’assorbimento dei forestali nell’Arma, ma si sono perse professionalità e capacità di intervento tempestivo. Sono sicuro che il dr. Cottarelli, fautore dell’assassinio politico del Corpo forestale dello Stato, ne ignorasse completamente le funzioni, le competenze, le professionalità, l’organizzazione e la sua gloriosa storia quasi bicentenaria. Se potessi lo sfiderei in un pubblico confronto sul tema. Ma mi sembra che in tv perduri ancora il divieto di parlare di forestali, fin da quando, in quel di Amatrice terremotata, salvarono decine e decine di persone da sotto le macerie. A loro nessuna medaglia, ma la porta sbattuta in faccia perché era già deciso che dovevano sparire!

Gaetano Priori, Dirigente forestale a.r.

 

La soppressione del Corpo forestale è un caso di scuola: come un problema reale viene risolto in modo affrettato. Rischiando di peggiorare la situazione e di lasciare più indifeso uno dei nostri tesori: l’ambiente. È vero che in Italia esistono tante forze dell’ordine, talvolta prive di un coordinamento efficace; con la conseguenza di sprecare denaro senza garantire i cittadini. È vero anche che in un recente passato, la politica – soprattutto il centrodestra – aveva messo radici nella Forestale. Ma la risposta al problema è stata quella sbagliata: accorpare la Forestale. Parliamo di un corpo che contava 8.500 uomini e non degli operai forestali che soltanto in Sicilia sono 28 mila (quelli, ovviamente, restano). Invece l’addio alla Forestale rischia di disperdere competenze. Di lasciare inutilizzati mezzi e risorse. Se si volevano tagliare i costi, perché non intervenire sulle spese degli affitti delle forze dell’ordine (solo a Roma parliamo di decine di milioni)? E se si voleva aumentare il coordinamento, perché non realizzare davvero sale operative unificate? Ma le soluzioni complesse richiedono tempo e non si prestano a facili annunci.

Ferruccio Sansa

“Non lasciamo il nazionalismo ai nazionalisti”

“La bestia del nazionalismo va addomesticata”. È sul piano della nazione, “rigettata a torto con tutti i suoi orpelli” dalla sinistra, che i difensori della democrazia liberale devono combattere. È quel che sostiene Yascha Mounk, politologo della Harvard University, conosciuto soprattutto per Popolo vs Democrazia. Dalla cittadinanza alla dittatura elettorale (Feltrinelli 2018).

Yascha Mounk, democrazia e liberalismo vanno tenuti distinti ?

Se noi definiamo la democrazia in modo tale da includervi tutto ciò che ci appare desiderabile, risulta impossibile capire per esempio quanto accaduto in Svizzera, dove la maggioranza dei cittadini ha votato per proibire la costruzione di una moschea. Un voto che è allo stesso tempo democratico ma comunque illiberale. La distinzione, dunque, ci aiuta a comprendere l’emergere di due nuovi sistemi politici. Da una parte, da molti anni viviamo in sistemi di un liberalismo insufficientemente democratico, nei quali i diritti di libertà individuale vengono più o meno rispettati, ma le persone maturano l’impressione di non avere più il potere di assumere decisioni davvero rilevanti. Dall’altra parte, si affermano le democrazie illiberali, in cui alcuni leader, spesso popolari come Matteo Salvini in Italia, cominciano a violare i diritti individuali, a negare i diritti delle minoranze.

Il liberalismo non democratico corrisponde alla tecnocrazia oligarchica, mentre la democrazia illiberale al populismo autoritario. Quali sono i pericoli di questa forma di populismo?

In un primo momento il populismo autoritario si rivolge contro le minoranze, indebolisce le istituzioni, nega lo stato di diritto, esercitando una violenza contro il primo dei nostri valori, la libertà individuale. Ma una volta che i politici illiberali hanno indebolito le istituzioni indipendenti, modificato la natura degli equilibri costituzionali, assicurato l’elezione dei propri lealisti nelle commissioni elettorali, diventa impossibile rimuoverli dal governo attraverso strumenti democratici.

Lei suggerisce ai progressisti di adottare una forma di “patriottismo pragmatico” I nazionalisti di destra possono essere sconfitti sul loro stesso terreno?

Il nazionalismo rimane una forza politica molto presente e forte, un fattore centrale di mobilitazione e identità. Se tutti coloro che si oppongono al razzismo e al nazionalismo esclusivo abbandonassero il campo, personaggi come Matteo Salvini potrebbero monopolizzarlo, provocando la bestia fino a farne un animale nuovamente selvatico. La strategia migliore, non senza rischio, è di provare ad addomesticare ancora di più il nazionalismo. Occorre battersi per un nazionalismo inclusivo appunto.

La strategia da lei proposta non rischia di lasciare il campo transnazionale ai populisti? Bernie Sanders sul Guardian invoca un fronte progressista internazionale da opporre a “l’asse autoritario”.

Ho apprezzato l’articolo di Sanders: è stato molto esplicito sul pericolo rappresentato dall’autoritarismo illiberale, incluso quella russo. Sanders è un fiero patriota. Sa che il problema principale non è il fatto che Trump prometta la difesa degli interessi degli Stati Uniti: lo hanno fatto tutti i presidenti americani, e lo farebbe anche Sanders, da presidente. Il problema è che, per Trump e per gli altri membri dell’internazionale illiberale, l’unico modo per tutelare e proteggere gli interessi nazionali è quello di opporsi agli altri Paesi. Un’internazionale democratica o progressista dovrebbe basarsi sull’idea che ogni leader politico può voler mantenere gli interessi del proprio Paese, ma senza rinunciare alle forme di cooperazione internazionale che beneficiano tutti.

Il testo integrale su Reset.it

“La nuova sinistra vuole Sanders alla Casa Bianca”

Bahaskar Sunkara aveva solo 21 anni nel 2010 quando ha pensato di fondare la rivista Jacobin, coinvolgendo molti coetanei nell’ambizione di fare una rivista marxista ma non propagandistica, accurata ma non accademica, innovativa senza rimuovere il passato, con un linguaggio capace di dialogare anche con l’immaginario pop e arrivare a più persone possibili. Bhaskar Sunkara oggi è direttore ed editore di una rivista che è arrivata a contare circa 40 mila abbonati, che ha settanta gruppi di lettura in tutto il Paese.

Bhaskar Sunkara, qual è la situazione della nuova sinistra socialista Usa?

Una cosa è l’ampia mobilitazione a sostegno di Bernie Sanders che ha attirato molto e continua a galvanizzare grazie alle sue assemblee e comizi nelle città; poi ci sono le persone che si sono entusiasmate con i nuovi candidati alle primarie del Partito democratico che si auto-definiscono socialisti come Alexandria Ocasio-Cortez; e infine c’è quel che si muove all’estrema sinistra. La mobilitazione più ampia si riattiverà con la campagna a favore di Sanders per le presidenziali del 2020, che ha molte potenzialità di far crescere la sinistra in generale. Poi c’è la sinistra radicale, per lo più organizzata nei Democratic Socialists of America (Dsa).

Quanto è recente il fenomeno?

Quando, nel 2007, ho aderito a Dsa c’erano non più di cinquemila membri attivi. Oggi sono più di cinquantamila. Quindi c’è stata una crescita enorme. In questo momento negli Stati Uniti non ci sono dei veri e propri movimenti sociali, almeno per la definizione che ne do io. Black Lives Matter si è oggi in larga parte esaurito o si è spostato in una direzione egemonizzata dalle Ong. Il movimento femminista del #MeToo è importante e ha consentito a molte donne di ribellarsi a molestie e discriminazioni di genere, ma la mobilitazione è stata in larga parte mediatica. Vedremo se si riusciranno ad avere un maggior numero di azioni di lavoratrici intorno alle rivendicazioni del #MeToo, ma per ora non sono sicuro che sia un movimento sociale paragonabile a quelli che avete avuto in Europa o che esistono oggi in paesi come Brasile o India.

Negli Usa manca di una forte sinistra politica, che invece si sta affermando in Europa solo recentemente.

La storia della sinistra italiana mi sembra una storia di opportunità sprecate, sconfitte autoinflitte e fallimenti. Anche la sinistra statunitense ha fatto la sua parte di errori, ma abbiamo dovuto cimentarci con la classe dirigente più potente della storia e con l’eredità storica dell’assenza di partiti laburisti o socialdemocratici che abbiano rappresentato gli interessi del mondo del lavoro. Direi che in Europa ci sono nuovi spazi. Non credo nel populismo di sinistra come teoria, ma penso che ci siano aspetti della sua retorica popolare – come quelli utilizzati da Podemos in Spagna – che dovremmo prendere come esempio. Penso che serva anche una posizione credibile sull’Europa, avanzando critiche da sinistra alle istituzioni europee, in modo che la destra non finisca per presentarsi come la sola credibile forza di opposizione.

Con quali prospettive?

La sinistra non deve perdere la fiducia nella capacità dei lavoratori di lottare per la propria emancipazione. C’è ancora una working class, può ancora essere organizzata, ci sono ancora interessi comuni che la uniscono. La working class è cambiata, è stata frammentata, ma le intuizioni fondamentali del marxismo e del socialismo tengono ancora.

La versione integrale di questa intervista è pubblicata dalla rivista Jacobin Italia in uscita il prossimo 15 novembre e pubblicata anche da www.jacobinitalia.it

Macron, l’ultra destra e l’“attentato”

Apochi giorni dal terzo anniversario degli attentati di Parigi (13 novembre), a riaccendere le inquietudini della Francia non è il terrorismo di matrice islamica bensì il fermento del milieu di estrema destra. Progettavano di colpire il presidente Emmanuel Macron: sei persone sono state fermate dalla Direzione generale per la sicurezza interna (DGSI), l’intelligence francese, perché sospettate di aver pianificato “un’azione violenta contro il Presidente della Repubblica”. I servizi di sicurezza riferiscono poco: i fermati sarebbero militanti di estrema destra, cinque uomini e una donna, di età compresa tra i 22 e i 62 anni. La retata è scattata, nei dipartimenti di Isère, Ille-et-Vilaine e Moselle, per gli indizi emersi da intercettazioni telefoniche. La Procura di Parigi ha aperto un fascicolo per “associazione criminale terroristica” e l’inchiesta ha lo scopo di chiarire la reale natura e la dimensione del piano, allo stato attuale “impreciso e mal definito”. Una fonte dichiara di non essere affatto certa che l’attacco al presidente fosse pronto.

Macron era nel pieno della itinérance mémorielle – commemorazione presidenziale itinerante attraverso 11 dipartimenti, in particolare quelli periferici colpiti dalla crisi – che celebra il centenario della fine della Grande Guerra. I consensi in calo, l’economia debole, l’esecutivo rimaneggiato – a ottobre le ultime dimissioni, quelle del ministro dell’Interno Gerard Collomb -, le voci di un presunto esaurimento nervoso: il catalogo delle disavventure politiche e personali del presidente sembra volersi arricchire di una minaccia che il neo-ministro dell’Interno, Christophe Castaner, ha definito “concreta” e idonea a “destare la preoccupazione del governo”. Due giorni fa, durante l’insediamento del nuovo direttore della Direzione generale della sicurezza interna Nicolas Lerner, il ministro Castaner si è detto “attento” alle azioni di “movimenti estremisti di destra come di sinistra, molto attivi sul nostro territorio”. Gli ambienti di estrema destra sarebbero in fibrillazione da qualche mese. A giugno, 10 persone legate ai collettivi più radicali sono state fermate e interrogate dalle unità antiterrorismo nella Vienne, la Charente – Maritime, il Sud Ovest e la Corsica per il sospetto di attacchi pianificati nei confronti di musulmani.

Tutti gli uomini del presidente Trump farà fuori i “traditori”

Qualunque sia l’esito del voto di midterm, la seconda metà del mandato di Donald Trump sarà molto diversa dalla prima: diversa la squadra del presidente, diversi gli interlocutori in Congresso, oltre che mutati i rapporti di forza con Camera e Senato. S’appresta, ad esempio, a uscire di scena Paul Ryan, speaker della Camera, la voce della coscienza dei conservatori non moderati ma tradizionalisti, che aveva la tendenza a mettersi di traverso più che ad assecondare Trump. Ryan non s’è ripresentato: c’è chi lo vede antagonista del presidente, per la nomination repubblicana 2020.

La seconda metà del mandato presidenziale sarà, nella sostanza, più breve della prima. Fra 15 mesi, dal gennaio del 2020, Trump dovrà preoccuparsi di fare campagna per le primarie: è probabile che – Ryan o altri – un qualche avversario gli si pari dinanzi per la nomination repubblicana. Dall’estate, con le convention repubblicana e democratica, partirà poi la campagna vera e propria per Usa 2020.

Un rimpasto nell’Amministrazione è certo: l’ha promesso il magnate-presidente alla vigilia del voto dopo averlo più volte anticipato. Il ministro della Giustizia Jeff Sessions è stato ‘licenziato’ un mese fa in diretta tv: l’ex senatore dell’Alabama, un ometto un po’ razzista, mite e pusillanime, non ha mai soddisfatto il presidente, che gli rimprovera d’avere dato via libera al procuratore speciale Robert Mueller nell’inchiesta sul Russiagate.

Il rinnovamento al Dipartimento della Giustizia dovrebbe essere radicale: è pronto ad andarsene anche Rod Rosenstein, il vice di Sessions, l’uomo cui Mueller fa capo. Rosenstein ha già restituito il mandato: Trump deve solo accettarne le dimissioni. I successori di Sessions e Rosenstein dovranno gestire le conclusioni del Russiagate, che potrebbero anche condurre a una procedura d’impeachment nei confronti del presidente, se i Democratici da gennaio riprenderanno il controllo della Camera, cui spetta lanciarla.

La ridda di ipotesi sulla Casa Bianca ‘Grand Hotel’, gente che va e gente che viene, ha vivacizzato nei talk show la giornata elettorale, con gli americani intenti a votare per rinnovare la Camera (435 seggi) e un terzo del Senato (33 seggi su 100), oltre che per scegliere i governatori di 36 Stati e decine di assemblee statali o locali e pronunciarsi su decine di referendum. Il fermento della vigilia, con 160 tentativi d’hackeraggio di siti elettorali accertati e 36 milioni di votanti alle urne in anticipo grazie all’early voting, lascia presagire dati d’affluenza record per un voto di midterm, nonostante il maltempo nel Nord-Est.

Trump dice: “Le Amministrazioni normalmente fanno cambiamenti dopo il midterm”; ed è vero. Fra i ministri che potrebbero saltare, o lasciare, c’è il responsabile dell’Interno Ryan Zinke, che ha competenze molto più limitate dei suoi omologhi europei: le questioni di sicurezza sono gestite dal responsabile della Sicurezza interna. Il presidente apprezza “il buon lavoro” del suo ministro, ma s’impegna “a dare un’occhiata” alle diverse inchieste che ne mettono in dubbio l’onestà. The Donald esclude di volersi disfare del Segretario alla Difesa, l’ex generale Jim ‘cane pazzo’ Matthis: “Perché me lo chiedete? – risponde infastidito ai cronisti – le solite voci”. Ma potrebbe essere Mattis a volersene andare dalla ‘gabbia di matti’ dell’Amministrazione, che in due anni ha già consumato due consiglieri per la Sicurezza nazionale, un Segretario di Stato e alcuni ministri.

Se potesse, invece, il presidente si libererebbe volentieri del presidente della Federal Reserve, Jerome Powell, che – si lamenta – gli rema contro alzando i tassi d’interesse (com’è ovvio fare, quando l’economia va bene e l’inflazione tende a salire). Ma non può: l’ha appena nominato quindi, dovrà conviverci.

Ma i livelli di consunzione maggiori si registreranno alla Casa Bianca, a testimonianza di quanto sia usurante lavorare a contatto con il magnate. In uscita sono dati John Kelly, il generale che dell’estate del 2017 è il capo dello staff, ma che non ha un buon rapporto con la ‘prima famiglia’, quella composta dalla ‘prima figlia’ Ivanka e da suo marito Jared Kushner; e anche la portavoce Sarah Sanders Hackabee, che potrebbe essere sostituita da Heather Nauert, 48 anni, portavoce del Dipartimento di Stato, ex conduttrice di Fox News: lo staff di Trump la considera brava a spiegare e sostenere la politica estera dell’Amministrazione. Il presidente ha pure da giocarsi il jolly della sostituzione di Nikki Haley come rappresentante degli Usa all’Onu: favorito è l’ambasciatore Richar Grenell, ma la nomina, che pareva imminente, tarda.

Ghirelli numero uno in Lega Pro, la sua vice è Cristiana Capotondi

Francesco Ghirelli è il nuovo presidente della Lega Pro e prende il posto di Gabriele Gravina, da poco diventato il numero uno della Figc. Ghirelli, già direttore generale della Lega Pro, era l’unico candidato e ha ricevuto il voto da 48 società aventi diritto con sette schede bianche e una nulla. Nel corso dell’assemblea della Lega Pro sono stati eletti anche i due vicepresidenti: 39 voti sono andati a Cristiana Capotondi, attrice romana laureata in Scienze della comunicazione e grande appassionata di calcio, 37 preferenze a Jacopo Tognon, avvocato e membro del Tas,. Tredici le schede bianche e due nulle sui 58 aventi diritto.

Sulla nomina di Cristiana Capotondi a vicepresidente Francesco Ghirelli ha tenuto a precisare: “Non è un’operazione né commerciale né di immagine – ha detto – e lo dimostreremo: ha grande entusiasmo, gioca a pallone, andrà in tutte le città a parlare con i presidenti dei nostri club. Mentre l’altro vicepresidente Jacopo Tognon si occuperà della riforma della giustizia sportiva e sarà un nostro valore aggiunto”.

“Violata consegna”: seconda condanna per i due carabinieri accusati di stupro

Riaccompagnarono a casa le due studentesse americane usando impropriamente l’auto di servizio. Per questo ieri il Tribunale Militare di Roma ha condannato a sei mesi di reclusione (pena sospesa) gli ex carabinieri Marco Camuffo e Pietro Costa, accusati dalla Procura di Firenze di aver violentato due giovani ragazze nella notte tra il 6 e il 7 settembre 2017. Sempre riguardo all’uso dell’auto, il gip del Tribunale che si occupa dei reati delle Forze Armate ha invece assolto i due per il reato di peculato militare perché considerato “temporaneo” e “con un danno erariale di 3 euro”.

Il reato di “violata consegna” è previsto dall’articolo 120 del codice militare secondo cui colui che “viola la consegna avuta” è punito con la reclusione fino a un anno. La decisione di ieri arriva un mese dopo la prima sentenza del Tribunale di Firenze che, il giorno della svolta giudiziaria sul caso Cucchi, aveva condannato il 48enne Camuffo a 4 anni e 8 mesi in rito abbreviato e rinviato a giudizio il commilitone Costa (32 anni), che invece aveva scelto il rito ordinario. Per lui il processo di primo grado inizierà il 10 maggio 2019. Ancora prima della sentenza del gip di Firenze Fabio Frangini, il 13 maggio scorso Camuffo e Costa erano stati destituiti dall’Arma dei carabinieri in base all’articolo 1393 del codice militare che prevede il “licenziamento” anche in caso di accuse gravi o infamanti nei confronti di chi indossa la divisa. Quella notte i due carabinieri in servizio a Firenze erano stati mandati alla discoteca Flò di piazzale Michelangelo per sedare una delle solite liti notturne e proprio all’uscita del locale avevano intercettato le due amiche di 19 e 22 anni, studentesse per un breve periodo nel capoluogo toscano. Poi avevano offerto loro un passaggio sulla gazzella per tornare a casa in Borgo Santissimi Apostoli e, una volta entrate nello stabile, i due carabinieri in divisa le avrebbero violentate rispettivamente nel pianerottolo e nell’ascensore.

Secondo le analisi eseguite in ospedale, le due ragazze quella sera erano ubriache con un tasso alcolico di 1.59 e 1.68. Costa e Camuffo si sono sempre difesi affermando che erano state loro a prendere l’iniziativa e che il rapporto sessuale era consenziente. “Quando mi ritrovai nell’androne di casa capii che si era realizzata un’occasione di sesso – aveva provato a difendersi Camuffo di fronte ai pm fiorentini – e così ci siamo comportati da maschietti”. Finora i giudici non gli hanno creduto.

Doping “tentato”, 4 anni all’ormai ex Filippo Magnini

Filippo Magnini ci è “cascato”: arrivato a fine carriera, in piena parabola discendente e lontano dagli allori iridati, anche lui è caduto nella tentazione di ricorrere a un aiutino (anche se magari non l’ha fatto per davvero). È questa la verità scritta dal Tribunale nazionale antidoping, che lo ha squalificato per quattro anni per tentato uso di sostanze illecite nel processo che deriva dall’inchiesta sul medico sportivo Guido Porcellini. Quattro anni con la stessa accusa anche al suo ex compagno, Michele Santucci. Una sentenza che non tocca la carriera del nuotatore, quella era finita da un pezzo, ma rischia di macchiarla e riscriverla a posteriori. E di pregiudicare anche un eventuale futuro da dirigente (sarà inibito fino al novembre 2022), per non parlare del presente da testimonial e volto della tv, ricchi contratti in fumo perché a nessuno piace associare il proprio nome a quello di un ex dopato. E nemmeno di un ex quasi dopato.

Una stangata, insomma, anche e soprattutto dal punto di vista dell’immagine. Ma solo a metà: la Procura in realtà ne aveva chiesti addirittura otto di anni per il due volte campione del mondo dei 100 stile libero, la gara regina in vasca. Dopo una lunga indagine e diverse audizioni, gli inquirenti gli avevano contestato la violazione di ben tre articoli del codice: uso o tentato uso di sostanze dopanti, appunto, favoreggiamento e persino somministrazione o tentata somministrazione, per aver coinvolto il compagno di squadra Santucci. La prima sezione del Tribunale di Nado Italia (il massimo organo antidoping nel nostro Paese) lo ha dichiarato colpevole solo del primo illecito, senza peraltro che ci sia alcuna prova dell’effettiva assunzione delle sostanze. Ma i suoi rapporti con Porcellini, già squalificato per 30 mesi in ambito sportivo, e le intercettazioni compromettenti registrate dai Nas dei carabinieri sono sufficienti per la condanna.

Tutto nasce dall’inchiesta che a dicembre 2015 porta al sequestro di prodotti proibiti in un centro fisioterapico di Pesaro: tra i presunti clienti del dietologo Porcellini c’è pure Magnini. E agli atti finiscono le conversazioni in cui il medico indica sostanze, modalità e tempi di assunzione per raggiungere i risultati migliori; più le intercettazioni piuttosto esplicite in cui Magnini parla di una fornitura di “funghi” e sembra provare a convincere l’amico Santucci sulla necessità di prendere qualcosa in vista del mondiale, perché “così fan tutti”. Non c’è prova, però, che le sostanze siano mai state assunte, nemmeno che siano arrivate in possesso dei nuotatori: per questo sul piano penale i due ne sono usciti puliti.

Diverso il discorso con la giustizia sportiva, per cui basta il tentativo per consumare un illecito. La procura era stata durissima nel chiedere il massimo della pena, il tribunale è stato inflessibile. E mentre la Federazione nuoto, a cui ha regalato tanti trionfi, sottolinea che si tratta solo del primo grado di giudizio, lui grida al complotto, continua a proclamarsi innocente, si paragona a Cristiano Ronaldo accusato di presunto stupro, annuncia addirittura un libro-verità oltre allo scontato ricorso: “Questa sentenza è ridicola, non ho fatto nulla ma la decisione era già scritta: per il procuratore era diventata una questione personale contro di me”, denuncia. “Ci sono state molte irregolarità, forse il mio movimento ‘I’m doping free’ ha dato fastidio a qualcuno”. Già, perché nella sua grande carriera Filo era stato tante cose: bicampione del mondo e capitano della nazionale, certo, ma anche paladino dello sport pulito, e poi divo della tv e delle cronache rosa, fidanzato storico della magnifica Pellegrini (storia archiviata, adesso c’è la showgirl Giorgia Palmas). Sempre sotto le luci dei riflettori. Ma ora medaglie, ricordi, sponsor: finisce tutto offuscato dall’ombra del doping.

Raggi: “Grazie a tutti, ma no al sit-in per me prima della sentenza”

“Mi stanno arrivando tantissimi messaggi. So che molti di voi si sono dati appuntamento per una manifestazione a Roma il 9 novembre. Si tratta di un gesto pieno di affetto ma ritengo non sia opportuno. Grazie”. Così ha scritto ieri la sindaca di Roma Virginia Raggi in riferimento alla manifestazione organizzata da alcuni suoi supporter in piazza del Campidoglio il 9 novembre, un giorno prima della sentenza che la riguarda. L’evento ‘Sempre con Virginià creato su Fb è stato così annullato sullo stesso social.

Il 10 novembre è attesa la sentenza del processo che vede imputata per falso ideologico la sindaca di Roma Virginia Raggi che, secondo l’accusa, avrebbe mentito nella sua relazione all’Anticorruzione del Comune di Roma riguardo il ruolo di Raffaele Marra nella nomina del fratello Renato.

Il regolamento del Movimento 5 Stelle prevede le dimissioni in caso di condanna di primo grado. Per questo, se condannata, Virginia Raggi potrebbe scegliere di dimettersi, ponendo fine al suo mandato alla guida del Campidoglio e aprendo a nuovi scenari politici per la città di Roma.