Rai, Borioni ricorre al Tar: “Illegittima la nomina di Foa”

Inizia ufficialmente la battaglia dei ricorsi in Rai. Dopo quello di Michele Anzaldi, ieri è arrivato il ricorso al Tar da parte di Rita Borioni, consigliera di amministrazione di area Pd, contro l’elezione di Marcello Foa alla presidenza. Borioni contesta la nuova indicazione di Foa da parte del Cda dopo la bocciatura da parte della Vigilanza, a metà estate. Foa, infatti, è stato indicato di nuovo dal Cda e rivotato in Vigilanza a fine settembre, ottenendo l’incarico per un voto. “Yes I did”, scrive Borioni su Facebook. In serata una nota di Viale Mazzini precisa che “ogni deliberazione del Cda è stata assunta previa consultazione dei pareri legali, nel pieno rispetto della legge”.

Rinviate le nomine dei direttori di rete alla prossima settimana, oggi si insediano i nuovi direttori dei tg: Carboni al Tg1, Sangiuliano al Tg2 e Paterniti al Tg3. Nel frattempo è partito il valzer dei vicedirettori: saranno una ventina con vari passaggi da una testata all’altra. In corsa ci sono Claudia Mazzola, Carlo Pilieci, Costanza Crescimbeni e Francesco Giorgino al Tg1; Giuseppe Malara e Grazia Graziadei al Tg2; Alessandra Carlo, Maria Grazia Mazzola e Alessandra Mancuso al Tg3.

Trasparenza su soldi ai partiti. Il Pd con la Lega: “Troppi cavilli”

La trasparenza dei finanziamenti ai partiti e alle fondazioni, introdotta nel testo sull’Anticorruzione, non piace alla Lega ma nemmeno al Pd. La questione è in discussione in Commissione Affari costituzionali della Camera. Dove la posizione ufficiale è stata espressa da Stefano Ceccanti, costituzionalista, renziano, già prestato alla causa del Sì al Referendum. Il deputato, in particolare, si scaglia contro la riduzione da 5000 a 500 euro del limite sopra cui è obbligatoria la pubblicazione, ma soprattutto contro la riduzione da 5.000 a 1.000 euro della soglia oltre cui è obbligatorio sottoscrivere una dichiarazione congiunta con l’erogatore. Dopo la fine del finanziamento pubblico, dice Ceccanti “occorre particolare cautela” con le norme che “rischiano di rendere difficoltoso, con una serie di ostacoli burocratici, il ricorso al finanziamento privato”. È il caso della dichiarazione congiunta tra donatore e ricevente, perché “l’adempimento potrebbe determinare un onere burocratico eccessivo a carico del beneficiario a fronte di contributi di modesta entità”. Ancora: no al divieto di ricevere contributi da parte di cittadini stranieri, perché in contrasto con il carattere europeo di molte formazioni. Contrario anche all’equiparazione ai partiti di fondazioni, associazioni e comitati. Da ricordare che ad abolire il finanziamento pubblico fu il governo Letta, sostituendolo, appunto, con agevolazioni fiscali per la contribuzione volontaria dei cittadini attraverso detrazioni per le erogazioni liberali e destinazione volontaria del 2 per mille Irpef.

“Se si taglia la prescrizione i processi si accorciano”

La riforma della prescrizione è diventata uno dei punti caldi del confronto politico, anche dentro il governo. Piercamillo Davigo, ex pm di Mani pulite, ex presidente dell’Associazione nazionale magistrati e oggi componente del Consiglio superiore della magistratura, è durissimo con quelle critiche che ritiene siano, semplicemente, bufale.

Si sta dicendo che la riforma della prescrizione proposta dal ministro della Giustizia Alfonso Bonafede finisca per ledere gravemente i diritti dei cittadini.

Il sistema di prescrizione come in Italia c’è soltanto in Grecia. Bisogna farsi delle domande, prima di sostenere che vengono lesi i diritti dei cittadini. Quando in Italia hanno introdotto il nuovo codice di procedura penale, ci hanno raccontato che avremmo avuto il processo all’americana. Ebbene: negli Stati Uniti la prescrizione si blocca con l’inizio del processo. Quasi tutti gli argomenti che sono usati in questi giorni non hanno alcun addentellato con la realtà. È l’Italia l’anomalia: abbiamo un sistema giudiziario in cui un imputato condannato in primo grado fa appello per avere ridotta la pena, ma sperando in realtà di non scontare alcuna pena, neppure ridotta, perché tanto arriverà la prescrizione.

Ma allungando i tempi di proscrizione, dicono i critici, si allungherà anche la durata dei processi, che in Italia è già esagerata.

Non è vero. Intervenendo sulla prescrizione i tempi si accorciano. I processi in Italia durano tanto perché ce ne sono troppi. E una causa è che ci sono troppi appelli e ricorsi in Cassazione, fatti in attesa che arrivi la prescrizione. Altra causa è che alcuni comportamenti che ridurrebbero la durata dei dibattimenti non sono attuati, perché per gli imputati e loro avvocati è più conveniente puntare sulla prescrizione del reato.

Ci fa qualche esempio?

Le prove acquisite in indagine preliminare potrebbero essere acquisite al dibattimento, ma ci vuole l’accordo delle parti, l’accusa e la difesa. Questo accordo non c’è mai, perché le difese aspettano la prescrizione. Se a un poveretto rubano il libretto degli assegni e questi vengono spesi in dieci città diverse, il poveretto deve fare il giro di dieci processi in dieci città, mentre sarebbe più rapido acquisire la sua denuncia. Un altro esempio: l’articolo 525 del codice penale prevede che le sentenze siano pronunciate soltanto dal giudice che ha acquisito le prove. Ma nella vita reale succede che una giudice possa andare in maternità, o che un giudice sia trasferito in un’altra sede. Che succede? Se cambia la composizione del collegio giudicante, il processo deve ricominciare da capo. E si può sperare nella prescrizione. Sa che cosa succede invece negli Stati Uniti?

Che cosa succede?

Che il 90 per cento degli imputati si dichiara colpevole, se lo è, perché ha interesse a limitare i danni. Semmai le critiche da fare potrebbero essere sul momento scelto per bloccare la prescrizione.

Meglio il momento della richiesta del rinvio a giudizio, come propone il suo collega antimafia Nino Di Matteo, o dopo l’avvenuto rinvio a giudizio, con l’inizio del dibattimento, come avviene negli Stati Uniti?

Si può scegliere. Ma c’è un’altra questione che non viene affrontata.

Quale?

In Italia, se appellante è il solo imputato, non è possibile la reformatio in peius della pena: chi fa appello può avere la pena cambiata solo in meglio. Questo, per esempio in Francia, non c’è. Infatti in Francia solo il 40 per cento delle sentenze di condanna a pena da eseguire viene appellato, mentre in Italia il 100 per cento: ti conviene e non rischi nulla. Ma è così che, nella struttura piramidale della giustizia italiana, le Corti d’appello saltano.

Le cifre dicono che solo il 20 per cento dei processi si prescrive dopo la sentenza di primo grado. Dunque la riforma non interverrebbe sull’80 per cento delle prescrizioni.

Il problema è che da noi la prescrizione non parte da quando il pm acquisisce la notizia di reato, ma da quando il fatto è avvenuto. Così le Procure della Repubblica scoprono molti casi che sono successi magari 4 o 5 anni prima, che si prescrivono in 7 anni e mezzo e con solo 2 anni e mezzo per fare le indagini e celebrare tre gradi di giudizio. Impossibile. Sarebbe lavoro inutile, così le Procure li lasciano prescrivere per dedicarsi a inchieste più utili. Poi c’è comunque un imbuto tra Procura e Tribunale: a Roma la Procura ha 60 mila processi pronti da mandare a giudizio, ma il Tribunale di Roma ne può accettare soltanto 12 mila l’anno. Capisce che così il sistema non funziona.

Che cosa si dovrebbe fare? Bisogna ridurre i processi…

Si deve depenalizzare drasticamente il sistema giudiziario. Ci sono troppi processi. Tutti questi processi non li possiamo fare.

Non è che i magistrati lavorano poco e anche per questo i processi in Italia sono lunghissimi?

Le rispondo con le cifre della Commissione europea per l’efficacia della giustizia, che è un organo del Consiglio d’Europa. Dicono che i magistrati italiani, in quanto a numero di processi trattati, lavorano il doppio di quelli francesi e il quadruplo di quelli tedeschi.

Molti che erano in passato favorevoli alla riforma della prescrizione, ora che è stata proposta, sembrano aver cambiato idea. Qualcuno anche tra i suoi colleghi magistrati. Perché?

Lo chieda a loro.

Alcuni sostengono che andrebbe fatta una riforma organica, non introdotta con un emendamento.

Lei ha visto riforme organiche in questo Paese?

De Magistris guarda alle Europee e lancia un nuovo partito

Una nuova forza politica, “un fronte democratico popolare”. É quello a cui pensa il sindaco di Napoli Luigi De Magistris, leader del movimento Dema e in procinto di lanciare l’ultimo progetto di sinistra con un appello “rivolto alla società civile, al mondo dei movimenti, delle associazioni”. De Magistris ha affidato a una nota i dettagli dell’idea: “È giunta l’ora della costruzione di un fronte popolare democratico, senza confini politici predeterminati, senza recinti tradizionali. Non è un quarto polo, non si deve ricostruire il collage delle fotografie già viste e sconfitte. É il luogo in cui l’ingresso è vietato solo a mafiosi, corrotti, corruttori, fascisti e razzisti”. Il sindaco ha evidenziato come “la nuova coalizione non sarà la sommatoria delle esperienze della vecchia sinistra”, ma sarà aperta a un campo molto più ampio: “Organizzazioni di base, associazioni, comitati, movimenti, militanti politici, sindaci, amministratori, eletti dal popolo che provano ogni giorno, pagando anche sulla propria pelle il prezzo di ogni forma di violenza”. Il progetto sarà presentato il 1 dicembre al Teatro Italia di Roma, appuntamento in cui De Magistris scioglierà il nodo su una sua candidatura alle elezioni europee di maggio.

Libertà e Giustizia contro il testo: “È incostituzionale”

Il decretoSicurezza “lede basilari principi costituzionali”. Lo sostiene l’associazione Libertà e Giustizia, che in una nota firmata, tra gli altri, dal presidente Tomaso Montanari, da Nadia Urbinati, Lorenza Carlassare, Salvatore Settis e Sandra Bonsanti ha commentato la possibile approvazione del decreto Salvini. Secondo l’associazione, la misura viola principi cardine della Carta, come “la presunzione di non colpevolezza, il diritto di difesa, l’uguaglianza”, e “rischia ora di venire convertita in legge in assenza di un libero dibattito parlamentare di merito, causa l’imposizione della fiducia”. “Come se ciò non bastasse – continua l’appello – esponenti dell’esecutivo pretendono le dimissioni dei parlamentari della maggioranza che non accettassero di curvare la schiena e si ostinassero a esercitare il libero mandato seguendo i propri convincimenti, così come la Costituzione impone di fare”. Un comportamento che ricorderebbe alcune storture della scorsa legislatura: “Abbiamo denunciato il comportamento di chi pretese la sostituzione dei parlamentari non allineati nelle Commissioni. A maggior ragione, denunciamo il comportamento di chi vorrebbe imporre le dimissioni ai dissenzienti”.

Cerroni il Supremo e i morti per amianto. Le ultime due prescrizioni “eccellenti”

Traffico illecito di rifiuti a Roma, decessi per l’esposizione all’amianto a Torino: la cronaca giudiziaria degli ultimi giorni offre due esempi di procedimenti giudiziari in cui è scattata la prescrizione a stoppare dei reati che da anni vedono alta l’attenzione dell’opinione pubblica. Perché la Capitale da tempo è alle prese con un ciclo di raccolta e smaltimento dei rifiuti incompleto ed insufficiente, mentre il Piemonte da decenni conta le morti sospette legate all’esposizione all’amianto.

Lunedì la prima sezione del Tribunale di Roma ha assolto l’imprenditore che per decenni è stato leader indiscusso dello smaltimento rifiuti, Manlio Cerroni, dall’accusa di associazione a delinquere finalizzata al traffico illecito di rifiuti solidi e urbani nella Capitale e nel Lazio. Nello stesso procedimento, l’ex patron della discarica di Malagrotta, ha visto estinti per prescrizione reati come traffico illecito di rifiuti e la frode in pubbliche forniture.

Nello stesso giorno a Torino quattro persone, tra cui l’imprenditore Giovanni Mario Rossignolo, sono state prosciolte dall’accuse di morti sospette per amianto di due operai nella fabbrica di cuscinetti Skf. Qui il giudice ha concesso le attenuanti generiche prevalenti e quindi il reato è caduto in prescrizione. Si tratta di una delle prime applicazioni di una sentenza della Cassazione dello scorso luglio relativa ai casi in cui è già avvenuto il risarcimento delle persone coinvolte o dei familiari. Secondo un legale della difesa “diventa rilevante il periodo in cui il lavoratore è stato esposto alle sostanze nocive, nel nostro caso gli anni 70 e 80”. Le morti invece sono avvenute negli anni Duemila. “Con le attenuanti il reato è prescritto. Prima, invece, ci si basava sulla data del decesso”.

Caro Minniti, ha cominciato lei…

Caro Marco Minniti, manca solo l’annuncio della sua candidatura a segretario Pd (non l’avrà dato mentre siamo in stampa, vero?), ma ormai è chiaro che correrà. E fa bene. Non è un endorsement nei suoi confronti, bensì la constatazione che lei – uomo “forte” del Pd, ex ministro dell’Interno che ha inaugurato la linea dura sull’immigrazione – può effettivamente essere un’alternativa a Salvini (o suo prossimo compagno di viaggio, secondo lo psichedelico auspicio del direttore del Foglio

Cerasa di un accordo Lega-Pd per “salvare l’Italia”). D’altronde la biografia personale parla per noi e lei, figlio di un generale dell’Aeronautica Militare – scrive Wikipedia –, in realtà sognava di fare il pilota ma, poiché sua madre si oppose, entrò “per protesta” nella Federazione Giovanile Comunista. Dunque è diventato di sinistra per ritorsione? Il che spiegherebbe anche la sua carriera politica: Lothar dalemiano insieme a Velardi, Latorre, Rondolino, Orfini e Cuperlo (l’unico a non aver somatizzato il lìder Massimo diventando calvo), è riuscito nell’impresa di mettere insieme gli opposti, D’Alema e Renzi (di cui è il candidato).

Ora, nella corsa al Nazareno, è chiaro che vuole marcare una distanza dalla politica salviniana su immigrazione e sicurezza, ma mi corre l’obbligo di ricordare alcune cose: 1) il codice per (anti) Ong, che ci ha fruttato anche ricorsi alla Corte europea per i Diritti dell’Uomo per aver lasciato mano libera alla Guardia costiera libica (“mani sporche di sangue che lei non ha esitato a stringere”, scrisse Saviano), è suo; 2) il duro giudizio delle Nazioni Unite per il “patto disumano” – parole dell’Alto Commissario Zeid Raad Al Hussein – siglato con Tripoli per fermare gli sbarchi (al costo di migliaia di migranti imprigionati nei campi libici), è di un anno fa, quando al Viminale c’era lei; 3) sul fronte sicurezza, anche lei fece un decreto con tanto di “daspo urbano” per gli “indecorosi”, che secondo l’Associazione Giuristi democratici instaurava “un ‘diritto diseguale’ per poveri, emarginati e stranieri”; 4) anche l’indagine sul sindaco di Riace – considerato da molta sinistra “eroe dell’accoglienza” e ora accusato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina – per cui ce la si è presa con Salvini, in realtà è cominciata qualche mese prima che lei diventasse ministro e l’ha proseguita fino alla segnalazione alla Procura (parole del suo ex capo di gabinetto Morcone). E pure il blocco dei fondi Sprar di Riace è del 2017. Tant’è che nelle intercettazioni di un anno fa Lucano diceva ai migranti: “Col governo nuovo c’è uno che si chiama Minniti, una brutta persona, vi cacciano”. Salvini, invece, prendendo il suo posto al ministero, la elogiò: “Minniti ha fatto un buon lavoro, non lo smonteremo”.

Caro Minniti, l’altra sera da Barbara Palombelli su Rete4 ho provato a chiederglielo, senza successo. Ci riprovo: cosa risponde a chi dice che in realtà Salvini non ha fatto altro che proseguire – esasperandolo – un percorso già iniziato da lei? Che in realtà siete nello stesso solco? Risponda nel merito, senza cambiare discorso o accusare di “propaganda” chi fa semplicemente domande. Rispondere, oltre che cortesia, è anche il modo migliore per sgombrare il campo dal dubbio che la propaganda sia la sua.

Un cordiale saluto.

Conte s’impaurisce e rinvia il vertice: “Meglio calmarsi”

E adesso rischia di saltare tutto. Perché alle sette della sera, il governo gialloverde è finito sull’orlo del burrone. In bilico, appeso alla prescrizione, che per i Cinque Stelle è un comandamento e che per la Lega è una medicina impossibile da trangugiare. E in un martedì impazzito la distanza tra i due partiti è diventato una frattura. Al punto da trasformare il voto di fiducia in Senato sul decreto sicurezza, originariamente pensato per blindarlo, in una possibile arma da fine del mondo. O in un bluff da pokeristi molto ardimentosi. Calato da Luigi Di Maio per testare a che punto può arrivare l’alleato che ora pare solo un avversario, Matteo Salvini. Mentre il premier Giuseppe Conte prova a frenare e a invocare calma tra i due contentendenti. Con Palazzo Chigi che giura: “Sono solo prove muscolari, non andremo a sbattere”.

Però la certezza sono le parole di ieri sera del capogruppo a Palazzo Madama del Movimento, Stefano Patanuelli: “La nostra lealtà sul dl sicurezza non può prescindere da quella della Lega sul tema della prescrizione. Per il M5S pene più severe non hanno senso se non sono anche certe: sono sicuro che la notte porterà consiglio”.

Traduzione: se non arrivano garanzie notturne sulla prescrizione il giorno dopo, cioè oggi, il Movimento voterà contro il dl e soprattutto contro la fiducia al suo esecutivo. Aprendo la crisi di governo. Ergo, è ultimatum, in vigore almeno fino a ieri notte. Ordinato ovviamente dal capo, da Di Maio. Furibondo, perché nel pomeriggio, appena tornato dalla Cina, ha appreso che il ministro dell’Istruzione Marco Bussetti, in quota leghista, ha silurato il presidente dell’Agenzia spaziale Roberto Battiston, senza che il M5S ne sapesse nulla. Ma soprattutto il vicepremier ha ricevuto segnali su possibili agguati della Lega alla Camera al disegno di legge anticorruzione, che in pancia ha proprio l’emendamento con l’anticorruzione. E in particolare, su un possibile no all’emendamento, già in commissione.

Così Di Maio chiama i suoi e fa slittare il voto sul decreto a stamattina. Perché prima pretende un vertice notturno con Salvini, e con Conte. Ma il ministro dell’Interno, assediato dai cronisti in Senato, la butta in burla: “Io il vertice ce l’ho con i rigatoni e la Champions League (torneo europeo di calcio, ndr)”. E allora, salta tutto? “Ma quale crisi…Io sento quotidianamente Conte e Di Maio, però non ho la necessità carnale di incontrarli ogni 24 ore: certe cose si possono risolvere al telefono”. Però fuori del Palazzo tira aria di burrasca. “La situazione è seria” confermano dai piani alti dei 5Stelle. Convinti che la loro riforma, con la prescrizione congelata dopo la sentenza di primo grado, sia intoccabile. È quanto si erano ridetti anche il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede e il premier Conte lunedì sera, in un incontro riservato dopo la riunione al ministero tra il Guardasigilli e rappresentanti della Lega. Infruttuosa, perché il Carroccio chiedeva lo stralcio dell’emendamento dal ddl spazzacorrotti. E Bonafede aveva opposto un no non trattabile. Ma ieri lo stallo si è trasformato in scontro.

La temperatura si alza già in mattinata sul maxi-emendamento al dl sicurezza, quando i 5Stelle respingono il testo rivisto dal Viminale come irricevibile, perché privo di alcune correzioni chieste dal Movimento. E a decidere per lo stop è Conte: molto irritato. Ma in qualche modo l’accordo si trova. Tanto che si attende il voto di fiducia per le 22. Poi però sull’Adnkronos planano i segni dell’ira grillina. Così la votazione slitta a stamattina. E Salvini da Palazzo Madama un po’ attenua (“troveremo la quadra”) un po’ provoca. E allora tocca a Conte, intervistato da Di Martedì, riaprire a una trattativa sulla prescrizione: “Secondo la proposta del M5S, dopo il primo grado non scatterebbe più. Ovviamente su questa proposta ci riuniremo, viene dal Movimento, e non è stata ancora votata. Ma la riforma è sacrosanta”. Il premier parla quasi da terzo, per smussare gli angoli. E come prima misura “congela” il vertice notturno. “Non c’erano le condizioni politiche per svolgerlo” spiegano. Mentre un ministro sussurra: “Prima del voto in Senato succederà qualcosa, non possiamo certo suicidarci così”. Possibile, anzi probabile. Però il governo traballa. Troppo.

Il M5S minaccia Salvini: “O prescrizione o morte”

A fine serata si riparte dal via: Cinque Stelle e Lega non trovano un accordo su sicurezza e prescrizione. Doveva essere il giorno della legge bandiera di Matteo Salvini. Il “Capitano” aveva già dato l’annuncio urbi et orbi: “Dopo mesi di lavoro, arriva il voto finale al Senato sul decreto Sicurezza e immigrazione. Regalo a questo Paese un po’ di regole e di ordine”. Pronostico sbagliato.

Al termine dell’ennesima giornata di trattative e sospetti reciproci, la conferenza dei capigruppo rinvia il voto di fiducia a questa mattina. Il Movimento è tutt’altro che persuaso della lealtà degli alleati. Gianluigi Paragone – ex direttore della Padania, in teoria il più “leghista” tra i senatori grillini – annuncia l’ultima trincea del M5S davanti alla buvette di Palazzo Madama: “Finché la Lega non ci dà garanzie sulla prescrizione, noi il decreto Sicurezza non lo facciamo passare. Sono sicuro che la notte porterà consiglio”.

Quel consiglio che è mancato nelle ultime 24 ore. In teoria la giornata inizia con un copione già scritto. Primo: la maggioranza presenta un maxi-emendamento che viene incontro ad alcune delle richieste grilline. Secondo: il governo chiede il voto di fiducia. Terzo: i capigruppo procedono alle dichiarazioni di voto, Salvini interviene in Aula per celebrare la sua vittoria, ed entro sera si va a dama.

Sembra semplice, non lo è affatto. I lavori parlamentari diventano uno stillicidio, procedono rinvio dopo rinvio: gialli e verdi si stanno scornando ancora.

Il maxi-emendamento vede la luce in tarda mattinata ma la seduta viene subito sospesa: bisogna attendere la bollinatura della Ragioneria dello Stato. La presidente Casellati inciampa in una gaffe abbastanza clamorosa: “Mi auguro che lo strumento della fiducia non sia uno strumento a cui si ricorre in modo eccessivo”, dice, saltando un passaggio: la fiducia, ufficialmente non l’ha chiesta ancora nessuno. Le opposizioni rumoreggiano. Casellati si giustifica: “Leggendo le agenzie, tutto il ragionamento è stato fatto attorno alla possibile richiesta della questione di fiducia. È chiaro che stiamo parlando di questo”. Ragionamento irrituale, diciamo.

Si arriva alle 16 e 30: finalmente è pronto il maxi-emendamento “bollinato”. E finalmente il ministro grillino Riccardo Fraccaro pone la questione di fiducia sul testo a nome del governo. A quel punto però la seduta viene sospesa ancora per una nuova conferenza dei capigruppo. Tutto lascia pensare che si possa votare entro le 22.

È qui che il Senato della Repubblica si divide in correnti calcistiche: c’è la Champions League, alle 21 si gioca Inter-Barcellona. Il presidente dei senatori leghisti, Massimiliano Romeo, è un nerazzurro sfegatato. Ma mette davanti al tifo la ragione di Stato (e di Salvini): “Si vota questa sera, non fa niente. Anzi porta fortuna, l’Inter gioca meglio quando non la vedo”. Poi c’è la corrente interista d’opposizione. La incarna Ignazio La Russa (FdI), altro tifoso viscerale: “Questi qui non hanno capito che si finisce a mezzanotte. Sarebbe indecente. Si vota domattina. E stasera ci vediamo la partita (ride)”.

Vince La Russa. E vincono soprattutto i Cinque Stelle: la conferenza dei capigruppo rinvia il voto.

Salvini a quel punto è quasi arrivato a Roma. Sta tornando di gran fretta dalla missione in Ghana: era convinto di poter festeggiare l’approvazione della sua legge.

Varca l’ingresso di Palazzo Madama pochi minuti dopo le 19 e punta dritto verso la sala stampa. Lo riceve una folla traboccante di giornalisti. I Cinque Stelle hanno appena dettato le condizioni: o la Lega fa passare la norma Bonafede sulla prescrizione (un emendamento al ddl Anticorruzione, in commissione alla Camera) oppure salta il tavolo; addio decreto Sicurezza (e quindi addio governo).

Tutti danno per scontato un vertice notturno con Giuseppe Conte e Luigi Di Maio per aggiustare una situazione sempre più delicata. Il Capitano fa la sua faccia da pokerista e allarga il solito sorriso sornione: “L’unico vertice che ho stasera è con rigatoni, ragù e Champions League”. Ci risiamo: ancora Inter-Barcellona. Salvini, per inciso, è pure milanista: in pratica dice che è meglio “gufare” i cugini che risolvere le grane di governo.

La pressione, pensa, è tutta sugli alleati: questa mattina c’è un voto di fiducia, i Cinque Stelle hanno alzato la posta, ma per andare fino in fondo dovrebbero prendersi la responsabilità di far cadere il governo…

Populisti contro popolo

Mentre la Lega fa muro contro la sacrosanta riforma Bonafede, la prescrizione continua a decimare processi, a salvare colpevoli e a lasciare senza giustizia vittime su vittime. Soltanto l’altroieri, due nuovi casi clamorosi: quello romano sulla Rifiutopoli di Malagrotta e quello torinese sulla morte da amianto di due operai della fabbrica di cuscinetti a sfera Skf. Prossimamente su questi schermi sono in programma nuovi colpi di spugna sui quattro processi per 258 morti da amianto negli stabilimenti Eternit, per altri 20 uccisi dalle stesse sindromi all’Olivetti di Ivrea e per 30 operai colpiti da sostanze tossiche alla Pirelli. Per chi non l’avesse capito, stiamo parlando dei reati gravissimi, consumati da imprenditori senza scrupoli, interessati solo al profitto e non alla sicurezza dei loro dipendenti inermi e ignari, avvelenati a morte giorno dopo giorno mentre stavano lavorando. Stragi silenziose e invisibili perché diluite nel tempo, visti i lunghi periodi di latenza che intercorrono tra l’esposizione alle sostanze venefiche, l’insorgere dei primi sintomi e infine la morte. Indagini e processi lunghissimi e complicatissimi, con perizie e controperizie, una jungla di norme contraddittorie, il venir meno della memoria dei testimoni e spesso dei testimoni stessi, i livelli probatori sempre più elevati (sul “nesso causale” fra esposizione e decesso) e l’immenso potere degli imputati (multinazionali con interi studi legali al proprio servizio).

E, come se tutto ciò non bastasse, la mannaia del fattore tempo che incombe. Specialmente dal 2005, quando B. impose la legge ex Cirielli che dimezzava i termini di prescrizione, mandando in fumo un milione e mezzo di processi nei 10 anni successivi. Una legge vergognosa e devastante che il Pd aveva giurato di cancellare, per poi guardarsene bene e anzi usarla per gli imputati di casa propria. Lunedì il Tribunale di Roma ha per metà assolto e per metà prescritto il ras 92enne della monnezza Manlio Cerroni, monopolista assoluto dello smaltimento rifiuti nel Lazio dagli anni 50 al 2015.L’assoluzione riguarda l’associazione per delinquere ipotizzata dalla Procura fra Cerroni e i suoi sodali (politici, amministratori regionali, manager e prestanome). La prescrizione ha cancellato i “reati fine”, cioè il traffico illecito di rifiuti e la frode in pubbliche forniture: il che pare significare – ma lo scopriremo dalle motivazioni – che i giudici li hanno ritenuti provati, altrimenti avrebbero dovuto assolvere gli imputati anche per queste accuse (invece ne hanno assolto uno solo). In ogni caso, il processo sarebbe morto lo stesso.

Anche se il Tribunale avesse applicato quella più lunga calcolata dai pm, la prescrizione sarebbe scattata in appello. Intanto il Tribunale di Torino ha dichiarato prescritti gli omicidi colposi per i morti da amianto alla Skf, con una sentenza che rischia di trascinare nel gorgo dell’impunità i processi gemelli Olivetti, Eternit e Pirelli. Il verdetto è figlio di una sentenza delle sezioni unite della Cassazione del 29 settembre, che di fatto accorcia vieppiù i tempi di prescrizione per gli omicidi colposi: dai morti in strada alle stragi in fabbrica. La Suprema Corte si occupa di un incidente mortale del 2016, in cui il pedone investito da un pirata della strada era morto dopo mesi di agonia. Fra l’incidente e il decesso, era intervenuta la legge sull’omicidio stradale, che allunga le pene e dunque la prescrizione. Ma, secondo i supremi giudici, quando la morte è conseguenza di un fatto avvenuto anni o mesi prima, si deve applicare sempre la legge più favorevole all’imputato, a prescindere dalla tempistica dei due eventi. Nel caso del morto per l’incidente stradale, vale la prescrizione breve dell’ex Cirielli in vigore al momento dell’investimento e non quella lunga in vigore al momento del decesso. Invece, per i lavoratori uccisi da sostanze nocive, non conta più il momento in cui il reato è cominciato (l’inalazione dei veleni), bensì quello in cui si è concluso (il decesso degli operai): in questo caso, infatti, la legge più favorevole è l’ex Cirielli, approvata dopo le inalazioni e prima dei decessi. Così ora i magistrati, partiti con la prescrizione lunga (quella pre-Cirielli: 10 anni) e cioè con la speranza di fare in tempo a celebrare i tre gradi di giudizio, si ritrovano con una prescrizione corta (quella post-Cirielli: 7 anni e mezzo), insufficiente persino per arrivare alla prima sentenza.

Così, con le nuove regole cambiate dalla Cassazione a partita iniziata, si sono prescritti i due omicidi colposi contestati a quattro dirigenti dell’Skf. E, salvo miracoli, lo stesso avverrà per i processi di primo grado a Torino, Vercelli, Reggio Emilia e Napoli sui morti da amianto all’Eternit, per quello di Cassazione sui morti da amianto all’Olivetti (sempreché la Procura decida di impugnare le assoluzioni dei dirigenti De Benedetti, Passera & C., condannati in primo grado e assolti in appello) e per il quarto processo in primo grado sui 30 lavoratori Pirelli morti o ammalati per mesotelioma, tumore polmonare e linfoma alla vescica. Senza contare tutti i nuovi processi che nasceranno, quando altre centinaia di lavoratori già ammalati moriranno per aver inalato anni fa l’amianto o altre sostanze tossiche. Almeno per questi, c’è ancora tempo per intervenire con una norma che blocchi la prescrizione almeno alla sentenza di primo grado, o meglio ancora alla richiesta di rinvio a giudizio, ribaltando un sistema costruito su misura per i colpevoli ricchi e potenti dai loro partiti di riferimento (FI e Pd). Ora avevamo capito che al governo fossero arrivati i “populisti”, più attenti alle esigenze del “popolo” che a quelle dell’establishment. Ma forse, almeno per la Lega, questa era soltanto una fake news.