Droghe e incidenti stradali: l’allarme dei genitori

Non è bastato “alleggerire” il Thc della cannabis e renderla legale per farla percepire come meno pericolosa, almeno agli occhi dei genitori italiani: stando all’ultima indagine dell’Istituto Piepoli, il 70% delle mamme e dei papà è sempre più preoccupato della sicurezza in auto dei figli adolescenti, proprio in relazione all’eventuale uso e abuso di alcool e stupefacenti. “Mano al volante, occhio alla guida” è il nome del progetto realizzato dal Moige, Movimento italiano genitori, rivolto alle scuole superiori di secondo grado: il fine è sensibilizzare non solo i ragazzi ma anche i loro familiari e docenti al tema dell’educazione stradale, con un occhio particolare ai rischi che possono derivare dalla guida in stato di alterazione psicofisica.

Tra i nemici da contrastare, i genitori italiani (oltre la metà degli intervistati) vedono il “fiorire” dei popolarissimi cannabis shop, ritenuti colpevoli di facilitare l’approccio agli stupefacenti. E poi anche le cattive compagnie, che creano dinamiche di gruppo pericolose, volte quasi sempre alla trasgressione: a pensarla così sono soprattutto i non genitori (59%), mentre per il 28% delle mamme e dei papà i giovani ricorrono a droghe e alcool spesso anche per noia. Sulla prevenzione ci si trova tutti abbastanza d’accordo (90%) a sostenere che il ruolo centrale dovrebbe giocarlo la famiglia, poi a seguire la scuola, ma non con la stessa preminenza: questa è, comunque, ritenuta fondamentale nell’educazione dei ragazzi, tanto che alla fine gli intervistati sperano che la soluzione concreta a tali problematiche venga proprio da lì.

La chimera di 2 milioni di nuove auto in Italia

Due milioni di immatricolazioni nel 2018 per il mercato dell’auto italiano? Neanche per sogno: da gennaio a ottobre se ne sono perse il 3,2%. L’obiettivo tanto agognato non verrà raggiunto né a fine dicembre (“la stima è scesa a 1.930.000 veicoli”, fanno sapere dall’associazione dei costruttori esteri – Unrae) né nel 2019, visto che dovrebbero essere addirittura 2.000 in meno. Tenendo ben presente che la soglia fisiologica del mercato italiano dell’auto è 1,6-1,7 milioni di nuove vetture all’anno, e che ogni quantità aggiuntiva è figlia del triste fenomeno delle Km zero, cerchiamo di capire il perché. Il parco auto circolante in Italia è vecchio, la media è di quasi 11 anni, eppure si fa una fatica dannata per ringiovanirlo. Cosa che, tra l’altro, permetterebbe di inquinare di meno. Per cambiare, però, ci vogliono i soldi: non ne girano troppi e per acquistare un’auto più “pulita” è necessario un piano strategico che metta a disposizione risorse. E qui, lo Stato latita. Gli automobilisti privati, da soli non ce la fanno: sulle statistiche di fine anno sarà principalmente la componente privati a mancare all’appello.

Regna poi l’incertezza, specie sulla tecnologia: le recenti campagne di demonizzazione del diesel (le cui immatricolazioni sono calate del 27% solo a ottobre) hanno spinto alcuni a orientarsi altrove e molti ad aspettare prima di comprare, magari optando per il noleggio, in attesa di capire dove tira il vento. Sarebbe ora che le istituzioni battessero un colpo, se ci sono.

Il Tridente è spuntato: il futuro passa per Magneti Marelli

Spuntato: si potrebbe definire così il Tridente della Maserati. Lo storico marchio del gruppo Fca è alle prese con una preoccupante contrazione delle vendite, coincidente con una produzione che da mesi va a singhiozzo e sempre più spesso obbliga alla cassa integrazione gli stabilimenti di Mirafiori e Grugliasco. Da gennaio a settembre sono state costruite circa 16 mila Levante, modello di punta della marca, contro le 26 mila dello stesso periodo 2017: significa una flessione del 39% sul prodotto più richiesto della casa. Male anche l’ammiraglia Quattroporte, in calo del 24% e ferma a 2,5 mila unità, e la berlina Ghibli, passata da 10,7 a 8,7 mila pezzi (-19%). Complessivamente 27 mila vetture, meno 26% rispetto alle 36 mila vendute nei primi nove mesi del 2017. Lo scorso anno il Tridente aveva venduto 51,5 mila auto: cifra che difficilmente raggiungerà nel 2018.

Nel secondo quadrimestre le consegne sono precipitate del 41% a confronto col medesimo periodo 2017. Colpa soprattutto della Cina, dove gli ordinativi sono scesi del 69% e dove – ha spiegato Mike Manley, numero uno di Fca – “sta arrivando il nuovo standard per le emissioni China 6, una transizione che abbinata al contesto di mercato ha inciso negativamente sui nostri risultati.

Ci vorranno almeno sei mesi per rimettere in piedi la situazione”. Male anche Nordamerica (-22%) e regione Europa/Medio Oriente/Africa (-23%).

Il nuovo amministratore delegato Fca, però, durante la conference callcon gli analisti sui risultati del gruppo nel terzo trimestre, ha fatto pure autocritica: “Non possiamo trattare Maserati come se fosse un marchio orientato al mass market: dobbiamo capire meglio il segmento del lusso in Cina e impostare le azioni future di conseguenza”. Anche perché per il manager inglese “il prodotto, a partire dalla Levante, rimane competitivo”. Pertanto “il target di margine è il 15% e non c’è ragione perché non lo raggiunga”. Come quello della Porsche, per intendersi, di cui il brand modenese vorrebbe essere il naturale antagonista dall’animo mediterraneo.

Gli obiettivi di lungo termine rimangono ambiziosi: portare le vendite complessive a quota centomila unità entro il 2022, grazie a un completo rinnovamento della gamma prodotto, che verrà elettrificata e comprenderà anche uno sport utility di medie dimensioni e modelli a emissioni zero. Progetti che, da qualche giorno, appaiono più concreti: “Dopo la cessione di Magneti Marelli, siamo in una posizione finanziaria molto più forte che in passato e siamo fiduciosi nelle iniziative industriali contenute nel nostro piano”, ha detto Manley.

Bob Dylan, la genesi di un capolavoro

Scontro di titani – si potrebbe esagerare – per i vari outtakes (le registrazioni alternative) tra Bob Dylan e Neil Young. I due artisti sono i più prolifici da questo punto di vista, con un catalogo rivisitato e pieno di chicche soprattutto – ma non solo – per i fan. Blood On The Tracks è universalmente riconosciuto quale uno dei capolavori indiscussi della carriera del cantautore e della storia del rock in generale. Pubblicato il 20 gennaio 1975, riuscì a raggiungere il numero uno della classifica americana. L’abum ha avuto una gestazione molto disordinata, per stessa ammissione dell’artista: una volta terminato, è stato riportato in studio e, in parte, risuonato. L’etichetta discografica – nel frattempo – aveva dato alle stampe la versione precedente creando una caccia alle copie. Il box appena uscito comprende sei cd ed è davvero esaustivo; esiste anche una versione “highlights” con una selezione di tracce in un unico cd (o due vinili).

Dylan in quel periodo stava attraversando la fine del suo matrimonio con Sara Lownds e gran parte di queste riflessioni sono naturalmente finite nel disco. Dylan, giusto per scompigliare le carte, affermò successivamente nella sua autobiografia Chronicles Vol. 1 che i brani dell’album non avevano riferimenti alla sua vita privata ma liberamente ispirati ai racconti di Cechov. Le canzoni furono registrate a New York con la produzione di Phil Ramone tranne cinque brani reincisi a Minneapolis con un gruppo di musicisti assoldati da suo fratello (oggi remixati interamente nella raccolta). In questo cofanetto ci sono tutte le registrazioni dei brani originali: alcune sono completamente inedite ed è un piacere ascoltarle una ad una. Ad arricchire il box c’è un libro di foto e una riproduzione di un notebook di 57 pagine scritte a mano da Dylan attraverso il quale si può seguire la genesi e lo sviluppo di ogni canzone. Scarnificate fino all’osso, le dieci tracce sono quanto mai vicine all’idea originale dell’artista, con chitarra voce e armonica. Per chi volesse approfondire l’ascolto: The Cutting Edge 1965-1966, The Bootleg Series Vol. 12 e The Basement Tapes Complete, The bootleg Series Vol. 11.

Fariselli, c’è poca armonia fuori Area

Pianista dalla tecnica virtuosa, Patrizio Fariselli è stato il tastierista degli Area, forse il più grande gruppo rock italiano degli anni 70, che piombò sulla scena musicale con la chiara intenzione di scardinarne le regole. A quel principio sembra esser rimasto fedele Fariselli, che ha da poco pubblicato il suo settimo disco da solista intitolato 100 Ghosts. Composto da 10 brani che presentano musica differente – ora suggestiva, con momenti di grande affabulazione, ora aggressivi e talvolta urticanti –, il grosso del lavoro è stata la rielaborazione di musiche arcaiche con mezzi e sonorità moderni. Song from Ugarit, ad esempio, nasce da una notazione musicale fenicia rinvenuta su una tavoletta d’argilla. “Ho cercato di ritirare fuori emozioni rivestendole con i miei suoni e la mia sensibilità – spiega Fariselli –. Ma è il lavoro arbitrario di un artista totalmente libero di fare quello che gli pare”. Gli equilibri però sono precari, l’armonia si sgretola proprio come fa nelle canzoni, e l’ascolto alla lunga diventa veramente faticoso.

“Mia madre cieca mi ha insegnato a guardare oltre”

Capita di riconoscere a chi scrive un coraggio superiore alla media. Dipende da quanto si pensa che l’autore – di un libro, di una canzone – abbia investito di sé. Maldestro, con il nuovo album in uscita venerdì, rientra nella categoria. Lo ha intitolato “Mia madre odia tutti gli uomini”: “Come ha commentato? Mi ha detto che devo cominciare a darle la metà dei cachet, visto che parlo sempre di lei!” risponde.

Il cantautore da subito amato dalla critica –Premio Ciampi, De André, e il Mia Martini a Sanremo con “Canzone per Federica”– è cosciente di ciò che arriverà al pubblico. “Sapevo che prima o poi avrei dovuto fermare da qualche parte un pezzo della mia vita, un po’ come presentarmi. Lo facevo anche prima, ma attraverso le storie degli altri. È un passo importante”. Passo al quale è arrivato anche grazie all’aiuto del produttore artistico Toketo Gohara (Capossela, Pagani, Brunori etc): “Il primo giorno di studio abbiamo solo parlato, anche se lui è uno che ti guarda negli occhi e capisce cosa vuoi. O almeno, per me è stato così. Mi ha chiesto: ‘Lo vuoi fare il disco della maturità?’. Ho annuito. ‘E allora devi parlare di te’”. Così è stato. Le dieci tracce vanno musicalmente in più direzioni, da chiare ispirazioni fossatiane (“Lasciami qui”) a sferzate più blues (“Il seme di Adamo”), passando per intuizioni più genuinamente pop. Per quanto riguarda il contenuto, però, il filo rosso si chiama autobiografia. La famiglia, gli amici di sempre, un po’ di dannazione che fa l’uomo ladro e ubriaco e la consapevolezza della costruzione di un amore che spezza le vene delle mani (sempre per citare il maestro Fossati), sul ring di “Come due pugili”. E a proposito di mazzate, quel che faceva fare a botte a Maldestro a scuola, cioè i pregiudizi – “Ero uno scugnizzo, ma per difendere i secchioni, anche se non ero affatto d’accordo con loro” – sono le stesse cose che gli fanno ribollire il sangue oggi. “Sono cresciuto con mia madre cieca, abituato a vedere oltre le tradizioni, letteralmente”. Fa un esempio chiaro: “A casa mia mai un presepe, né un albero. Un anno andai a trovare mamma a casa sua e vidi che aveva un alberello di Natale nel corridoio, spoglio. Le dissi: ‘Ma’, metticele due palline, ché era l’addobbo più triste della storia!’. Mi rispose che non capivo niente, perché quello era l’albero più ricco di tutti: ognuno, con la sua immaginazione, avrebbe potuto vederci quello che preferiva”.

Sorride spesso al telefono Maldestro, un tranquillone che tiene l’adrenalina per sé e lascia a casa l’ansia. Persino durante la settimana sanremese, quando la sorella lo rimproverava di non avere abbastanza cambi per andare in tv ogni giorno e lui correva a comprarsi un completo dall’Ovs attaccata all’Ariston, ché fosse stato per lui, sarebbe salito sul palco in maglietta. L’uscita del disco però, forse un po’ di smania la mette: “Sì, ma il disco ti è piaciuto?”.

Gödel, il matematico del secolo innamorato di Biancaneve

La vita dei matematici ha questo di straordinario: che con la vita ha poco o nulla a che fare. Niente preoccupazioni per il pranzo o la cena, niente discussioni politiche, niente ansie per il mutuo, la suocera, l’orto, l’utilitaria. Cantor, ad esempio, fu sopraffatto dalla depressione per non essere riuscito a dimostrare l’ipotesi del continuo. Gentzen, ad esempio, si lasciò morire di inedia in un campo sovietico, dove lui – il nazista – era “abbastanza contento perché aveva il tempo per pensare alla coerenza dell’analisi”. Gödel, ad esempio, smise di nutrirsi nel 1970: otto anni dopo, neanche 72enne, volò in cielo con addosso appena 30 chili. È di lui – Il dio della logica – che racconta Piergiorgio Odifreddi, riaffabulando anche per i comuni mortali (tutti coloro a cui il lemma di König o la cardinalità degli insiemi transfiniti non dicono niente) la “vita geniale” di un “matematico della filosofia”, sottotitolo. Chi si fosse già perso, si tranquillizzi: “Matematico della filosofia” è l’unica definizione incomprensibile, quasi insensata, dell’intera biografia.

Kurt Gödel – sia “God” sia “El” significano “Dio” in inglese ed ebraico – nacque a Brno, nel cuore della Mitteleuropa, nel 1906, in una famiglia protestante di lingua tedesca: a 5 anni gli fu diagnosticata la prima nevrosi ansiosa, di cui non si liberò mai, insieme ad altri disturbi psichiatrici quali ipocondria, paranoia e depressione. Si formò nella Vienna di inizio Novecento, culla delle avanguardie artistiche, della psicoanalisi, della filosofia e della matematica, per poi trasferirsi a Princeton, Usa, dal 1940 alla morte. Cambiò nazionalità una “mezza dozzina” di volte: era apolide e anarchico sin nel passaporto, prima ancora che di nervi.

Adele, sua moglie, era più vecchia di sei anni, modesta e frivola, mal digerita dalla madre e dagli amici; eppure per “Kurtino” era un toccasana, meglio di un antidepressivo, anche perché aveva il compito di assaggiatrice di ogni suo pasto: tra le tante fobie di Gödel c’era quella di essere avvelenato, come Biancaneve. Forse per questo amava i cartoni della Disney ed era, tutto sommato, un uomo dai gusti semplici: la letteratura gli risultava ostica, da Dostoevskij, che “deprime i lettori”, a Kafka, che “scrive un po’ da matto”, a Goethe, “ignorante e presuntuoso”, ma questo lo sostiene il partigiano Odifreddi, che non si fa mancare le stilettate contro l’“insensato” Heidegger, i filosofi continentali, i mistici e i credenti in generale, di cui peraltro è piena la storia della matematica. Non si creda, comunque, al frusto binomio genio-pazzia: la malattia mentale di Gödel incise sul suo talento tanto quanto Biancaneve e i sette nani.

E veniamo al talento: incoronato dal Time “matematico del secolo”, Gödel scoprì “la più significativa verità: incomprensibile al profano, rivoluzionaria per il filosofo e il logico”. La rivoluzione è datata 1931, quando licenziò i due teoremi di incompletezza, dimostrando che nessun sistema formale (sufficientemente espressivo da contenere l’aritmetica) può essere coerente e completo: primo, perché contiene proposizioni indecidibili (non dimostrabili); secondo, perché non è possibile provare la coerenza del sistema all’interno del sistema stesso. Tramite un paradosso – la proposizione G, che dice di sé di non essere dimostrabile – il logico certificò che la “verità aritmetica” è indefinibile, facendo implodere miseramente i Principia Mathematica del buon vecchio Russell, rivoltando la storia della filosofia e spianando la strada all’informatica.

Alcuni colleghi (Skolem, Herbrand…) erano vicini al risultato, ma inconsapevoli delle ricadute teoretiche dell’“incompletezza”: Zermelo la travisò; Wittgenstein “non capì proprio il teorema”; Russell “fraintese, ma in maniera interessante”. Altri, invece, come Post e Turing, ne raccolsero i frutti, aprendo alla digitalizzazione e computazione, ovvero al computer.

Grande amico di Gödel, e compagno di passeggiate e chiacchiere a Princeton, fu Einstein: “Ho riflettuto sui motivi per i quali Albert provasse piacere a parlare con me – scrisse Kurt –. Credo che una delle ragioni fosse che spesso ero di parere contrario al suo”. Tra le lezioni americane di Gödel, degne di nota sono la dimostrazione d’incoerenza della Costituzione statunitense e la prova ontologica dell’esistenza di Dio: come molti colleghi, Kurt era un platonico (per cui l’esistenza della realtà matematica è oggettiva e indipendente dall’uomo), ai limiti del misticismo, tanto da credere nella parapsicologia e nella telepatia, molto meno nella vita di tutti i giorni – al netto che avesse tentato di togliersela due volte: “Più penso al linguaggio, più mi stupisco che la gente riesca a capirsi quando parla”.

L’insostenibile leggerezza dei commenti al coming out di Paola Egonu

Lei lo dichiara, senza enfasi, in un’intervista video al Corriere della Sera: “Ho una compagna”. L’intervistatrice la corregge subito in “fidanzata”, e così apparirà nella trascrizione del colloquio ripresa dal web, forse perché “fidanzata” sa meno di Arcilesbica e di ideologia arcobaleno. E va bene che Paola Egonu abbia semplicemente risposto a una domanda, è una pallavolista mica un’attivista, ma gli articoli che esaltano il modo naturale in cui avrebbe fatto coming out – cosa ha provato davvero non lo sappiamo – sono la cartina di tornasole di un giornalismo che maneggia meglio il colore della pelle che i diritti delle lesbiche, parola “sporca” che nessuno ha osato utilizzare in questo frangente. C’è chi, come la Gazzetta dello Sport, attacca la “ridda di appropriazioni e rivendicazioni da parte di associazioni gay” (che hanno fatto solo il loro lavoro, anche perché lo sport è davvero un mondo pieno di omosessuali nascosti per paura). C’è chi, come il Giornale, esalta Egonu perché, oltre a non usare il termine “compagna” (che invece aveva usato, ndr), non ha sbandierato la notizia né fatto propaganda. Ma a fare il santino non richiesto della pallavolista è Vanity Fair, che definisce il suo coming out “quanto di più pulito e prezioso sia apparso da tempo sugli schermi della nostra vita” e la esalta come esempio di calviniana “leggerezza”. Come se esistesse un coming out sudicio, come se non essere eterei, volatili, post-ideologici, ma rivendicare con forza le proprie idee o tendenze sessuali – in un Paese biecamente omofobo, per di più – fosse la peggiore delle colpe.

Le ragazze sono tornate. Dandini & C: “Un tutorial per il macho disorientato”

Primo: non è un remake. Secondo: non si mangia. Terzo: sì, sono (quasi) tutte le attrici della prima versione. Quarto: anche questo nuovo format lo capiremo forse tra trent’anni. Quinto: attenzione, spoiler. La tv delle ragazze, il programma che ha segnato la rivoluzione per la tv pubblica ingessata e senza donne nel 1988, torna su Rai3 dopo 30 anni “per fare il punto sullo stato della comicità al femminile, anche attraverso le nuove generazioni”. I virgolettati sono della padrona di casa, Serena Dandini, anche lei fresca di rientro in Rai dopo sei anni, causa “allontanamento non gradito”. “Nessuna rivincita, né riscossa. Stavo facendo altro e mi divertivo. Poi il direttore di Rai3, Stefano Coletta, mi ha chiamato per Gli stati generali della tv della ragazze e – dopo aver attaccato il telefono offesa pensando avesse sbagliato il conto – sono felice di aver accettato”.

Accanto a lei Valentina Amurri e Linda Brunetta, le altre due autrici del “triumvirato” “arrivato negli studi della tv pubblica di Torino nel 1988 cariche di passione, valigie, cani, figli e lacrime per fidanzati, mariti ecc…” pronte, nel 2018 a rimettere le mani sulla realtà di oggi “riplasmandola con gli occhi di ieri”. A proposito di allontanamenti, dopo anni di assenza dagli schermi, si sente “a casa, in famiglia” Cinzia Leone, già Francesca Dellera, “felice del percorso che l’ha riportata qui, a condividere lo stesso linguaggio con le colleghe ma anche a mettere in gioco differenze e sfumature. In questi anni ho visto molti stereotipi in tv – confessa – c’è massificazione, paradossale in una società individualista. Eppure si semplifica tutto”. In realtà Cinzia Leone vorrebbe cimentarsi in un “tutorial su come insegnare a un cane ad assistere per anni a spettacoli teatrali e registrazioni. Mi chiedono se il mio sia addestrato”. È tutto spiazzante, come 30 anni fa. Alla destra di Serena Dandini risponde all’appello Sabina Guzzanti, che da “Gli stipitini” da giovedì diventerà il direttore del Fatto Quotidiano, Marco Travaglio e Maria Elena Boschi “che dopo il servizio su Maxim deve decidere se partecipare a Ballando con le stelle”. Vicino, Francesca Reggiani/Katia Ricciarelli rivendica un percorso non del tutto interrotto con alcune delle “ex ragazze”. Poi c’è Carla Signoris “arrivata nel gruppo in realtà più tardi, con Avanzi: “Ognuna di noi nel frattempo ha fatto un percorso proprio che ci ha arricchito, vediamo come andrà questo reincontro, ho girato la mia parte, vedremo come sta insieme alle altre: è una sorpresa”.

Al vuoto di questi anni fa riferimento anche il direttore Coletta. “Ci siamo interrogati sull’assenza della satira su Rai3 negli ultimi anni, bisognava dare una risposta. E Serena Dandini è l’incarnazione della satira”. Eccole qui dunque. Tutte (o quasi, l’ironia si trasforma in commozione sugli sketch di Monica Scattini, scomparsa nel 2015) – Lella Costa da Milano spera che qualcuno la riconosca ancora. “Già sarebbe tanta roba” – intorno al divano rosso. Ci saranno anche Angela Finocchiaro, Maria Amelia Monti, Susy Blady, Tosca d’Aquino, Orsetta De Rossi, Iaia Forte ed Eleonora Danco. E ultime, solo perché giovani, le “nuove”: Martina Dell’Ombra (all’anagrafe Federica Cacciola), Le Sbratz, Cristina Chinaglia e Michela Giraud, leve necessarie a fare da “contrappunto tra passato e presente”. “Un caleidoscopio di tantissimi registri – spiega Coletta – amalgamati da Dandini”, che si finge assediata dalle colleghe in “stato assembleare delirante”. Tante saranno le incursioni “esterne”, da Alba Rohrwacher ad Anna Foglietta, e Paola Cortellesi.

E poi gli uomini, “le quote azzurre” in rappresentanza del macho italico “destabilizzato da tanta emancipazione”, a cui le ragazze forniranno tutorial su come capire la differenza tra molestie e corteggiamento. Ma non è il #MeToo. “L’anniversario cade quest’anno, non potevamo rimandare. Certo, ci sta come il cacio sui maccheroni”, confessa Dandini.

Bimbo di un anno muore soffocato da una pallina

Una pallina di gomma colorata è costata la vita a un bambino di appena un anno, morto soffocato dopo alcune ore di agonia all’ospedale di Novara. L’allarme era scattato domenica sera a Momo: i genitori si sono accorti che l’aveva ingoiata e non riusciva a respirare. I tentativi disperati del padre di liberare il figlio dalla piccola sfera sono stati inutili. Il 118, al suo arrivo, è riuscito a disostruire le vie respiratorie ma le condizioni del bimbo – rimasto a lungo senza respirare – sono apparse da subito gravi. La Procura ha aperto un’inchiesta e potrebbe disporre l’autopsia. “È un atto dovuto – spiega il procuratore di Novara, Marilinda Mineccia –. Bisogna capire cos’è successo”. Il decesso del bambino è sopraggiunto nella tarda mattinata di ieri in Rianimazione. I casi di questo tipo “sono tutt’altro che rari” – spiega il professor Francesco Della Corte, direttore di rianimazione dell’ospedale di Novara –. Bastano pochi minuti in cui manca l’afflusso di ossigeno al cervello perché la situazione diventi irrecuperabile”. È accaduto la scorsa settimana ad Alessandro Caligaris, noto street artist di 37 anni morto nell’ospedale di Torino dopo essersi soffocato con un boccone di carne: era al ristorante con la fidanzata.