Depistaggio Borsellino, Viminale parte civile

Il Viminale si smarca e chiede 60 milioni di euro di risarcimento per “danno all’immagine” ai tre poliziotti imputati a Caltanissetta con l’accusa di aver “indottrinato” il falso pentito Vincenzo Scarantino. E così il processo per il depistaggio di via D’Amelio, ieri alla sua udienza di apertura, entra subito nel vivo di una questione incandescente: il ruolo dello Stato nella manovra di sviamento delle indagini sulla strage Borsellino.

Gli imputati, infatti, sono uomini in divisa che facevano parte del gruppo investigativo “Falcone-Borsellino” delegato a indagare sulle stragi: il funzionario Mario Bo, e gli ispettori Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo. Secondo la ricostruzione dell’accusa, Bo avrebbe fornito suggerimenti a Scarantino durante i numerosi colloqui investigativi; Mattei e Ribaudo, invece, lo avrebbero “indottrinato”, nel ’95, facendogli “studiare” i verbali in vista delle prime deposizioni processuali.

Come ha detto il pm Gabriele Paci, ieri affiancato in aula dal procuratore nisseno Amedeo Bertone, “i tre imputati sono servitori dello Stato che hanno deviato, occultato e impedito di arrivare alla verità”. E ora da questi “servitori infedeli”, il ministero dell’Interno sembra intenzionato a prendere le distanze, ritagliandosi il ruolo di soggetto danneggiato con l’intervento dell’Avvocato dello Stato che ha presentato la richiesta di costituzione di parte civile anche per conto del ministero della Giustizia.

L’ultima parola, però, spetta al presidente del Tribunale Francesco D’Arrigo. Sarà lui, nella prossima udienza, fissata per il 26 novembre, a decidere anche alla luce delle istanze delle parti civili (i sei mafiosi accusati ingiustamente da Scarantino e poi riabilitati dal giudizio di revisione) che, tramite i loro legali Rosalba Di Gregorio e Pino Scozzola, hanno invece citato il Viminale come “responsabile civile”, perchè risponda dei danni commessi dagli imputati. In quanto poliziotti, infatti, questi avrebbero agito in qualità di dipendenti del dicastero del governo.

Su questo punto l’avvocato Nino Caleca, difensore di Bo, è stato chiarissimo: “Il ministero dell’Interno – ha detto – è responsabile civile per difendere i suoi uomini e per questo ci opponiamo alla sua costituzione di parte civile. Giusto invece che il ministero della Giustizia sia parte civile, per la calunnia”.

Uscendo dall’aula, Fiammetta Borsellino, figlia del giudice ucciso, ha dichiarato: “Vigileremo su questo processo, perchè tanti ancora oggi non vogliono la verità”.

Fuscaldo, retata in Comune: arrestati sindaco e vice

La Guardia di finanza ha decimato la giunta del Comune di Fuscaldo (Cosenza). Il sindaco Gianfranco Ramundo, il suo vice Paolo Cavaliere e l’assessore Ercole Paolo Fuscaldo sono finiti in carcere per corruzione e tentata concussione. L’operazione “Merlino”, coordinata dal procuratore di Paola Pierpaolo Bruni e dai pm Antonio Lepre e Teresa Valeria Grieco è scattata ieri e, oltre agli amministratori locali, sono state arrestate altre 11 persone: 9 in carcere e 2 ai domiciliari. Tra i reati contestati anche l’indebita induzione a dare o a promettere, peculato, falso ideologico e turbative d’asta. In manette è finito pure il dipendente del Comune di Cosenza Michele Fernandez che, part-time, era pure responsabile di settore a Fuscaldo.

È lui, secondo gli inquirenti, l’elemento di collegamento di un “collaudato sistema corruttivo e di collusioni nella gestione della cosa pubblica”. L’unico obiettivo degli indagati (in tutto 20) era il “mero raggiungimento di interessi privati”. Tra il Comune di Cosenza e quello di Fuscaldo, il giro d’affari era di 7 milioni e mezzo di euro. Le contropartite agli appalti erano incarichi professionali, assunzioni di lavoratori e utilizzo gratuito di alberghi. Ma anche regalini e trasferimenti di sede di lavoro dei dipendenti del Comune.

“Devo parlare con Salvini oppure le ammazzo tutte”

Un esponente della ’ndrangheta emiliana, Francesco Amato, fresco di condanna a 19 anni nel processo Aemilia per appartenenza alla cosca Grande Aracri, ha tenuto ieri sotto sequestro per otto ore quattro funzionari dell’ufficio postale di Pieve Modolena a Reggio Emilia. Otto ore sotto la minaccia di un coltello e di una richiesta da brivido: “Voglio vedere il ministro Salvini o ammazzo tutti”. 55 anni, nato a Rosarno in Calabria e residente a Reggio Emilia, Amato è entrato alle 9 di mattina nell’ufficio postale urlando e minacciando clienti e operatori. Poco dopo ha fatto uscire tutti i clienti, una decina, restando all’interno con i soli dipendenti delle Poste: quattro donne, compresa la direttrice, e un uomo, dicendosi pronto a fare una strage.

Una delle dipendenti è stata colta da un leggero malore in tarda mattinata e Amato ha acconsentito al suo trasporto in barella fuori dagli uffici. Gli altri quattro sono rimasti nelle sue mani fino alle 17, quando la lunga trattativa iniziata la mattina dai carabinieri ha dato i suoi frutti e l’uomo si è consegnato nelle mani dei militari che lo hanno trasportato in caserma. I cinque impiegati stanno tutti bene e per loro l’incubo è finito. La donna colta da malore è Annalisa Caluzzi; gli altri sono direttrice Manuela Montanari e gli impiegati Marisa Boselli, Annamaria Melito e Massimo Maini.

A spingere Francesco Amato all’azione violenta, secondo quanto riferito dal comandante provinciale dei Carabinieri colonnello Cristiano Desideri, la convinzione di essere vittima di un “complotto politico” per la condanna nel processo Aemilia. Amato era imputato assieme al fratello Alfredo, pure condannato a 19 anni. Entrambi con l’accusa più pesante del capo 1 di imputazione: l’appartenenza alla cosca mafiosa Grande Aracri operante in Emilia Romagna.

Il giorno dopo la sentenza del 31 ottobre le Forze dell’Ordine si erano presentate a casa sua per eseguire l’arresto chiesto dai pubblici ministeri ma l’uomo era scomparso. Dopo cinque giorni di latitanza è riapparso nell’ufficio postale.

Imponente lo schieramento di forze messe in campo dai carabinieri, compresi uomini del Gis, il gruppo di intervento speciale. La via Emilia è stata isolata per un tratto di circa un chilometro ed è iniziata una lunga trattativa. Nei momenti più concitati l’uomo ha fatto riferimento ai gruppi islamici radicalizzati a suo dire presenti in Italia per sottolineare che l’attenzione degli inquirenti avrebbe dovuto rivolgersi a loro. Ha ribadito anche quanto sostenuto al processo con le proprie dichiarazioni spontanee: “Io ho passato una vita a rubare, ma non appartengo alla mafia”. Nei due anni e mezzo di udienze più volte era balzato alla cronaca per i suoi interventi estemporanei e ad alto volume, che avevano portato a più di un allontanamento dall’aula. Diceva serenamente di essere un nostalgico del fascismo e parlava di un anello di cui andava orgoglioso con impresso il volto di Mussolini.

In una delle ultime udienze il collaboratore di giustizia Antonio Valerio ha indicato la famiglia Amato, soprannominata dei Gitani, come il gruppo pronto a prendere le redini del mercato locale di affari illeciti al termine del processo. Aggiungendo però che gli uomini di Nicolino Sarcone, capo del gruppo reggiano legato ai Grande Aracri, non avrebbe mollato facilmente la piazza benchè in carcere, e gli Amato per raggiungere i loro obbiettivi avrebbero dovuto “scatenare la guerra”.

Forse questo sequestro non è solo il colpo di testa di un uomo focoso; forse nei giorni della latitanza Francesco ha avuto modo di confrontarsi con altri per mettere a punto una strategia che fa rima con gli interessi della ’ndrangheta.

Il nuovo procuratore capo di Reggio Emilia è l’uomo giusto per comprendere a fondo le ragioni dell’azione di Amato, trattandosi del pm Marco Mescolini che ha rappresentato la Dda al processo Aemilia. Conosce benissimo il sequestratore, la sua storia, le sue attitudini. Alla fine l’uomo si è consegnato ed è stato portato via tra gli applausi dei familiari sul calar della sera.

Messico, napoletano ucciso. A Gennaio erano scomparsi in tre

C’è un filo inquietante che lega la morte in Messico di Alessandro De Fabbio, ucciso in auto da un colpo di arma da fuoco, e la scomparsa di Antonio Russo, del figlio Raffaele e del nipote Vincenzo Cimmino, di cui si sono perse le tracce in Messico da gennaio. De Fabbio, come i tre scomparsi, è originario di Napoli, viveva nei pressi di piazza Mercato. E come i suoi concittadini, vendeva motoseghe elettriche e gruppi elettrogeni. Troppe cose in comune per essere solo una coincidenza, forse.

De Fabbio è stato ucciso da un colpo di pistola all’addome, il cadavere è stato ritrovato a circa 350 metri da una motocicletta Honda grigia noleggiata a Città del Messico. Il figlio di Antonio Russo, Grancesco, ha commentato così su Facebook: “Caro Alessandro – ha scritto – è inaccettabile andare in Messico per cercare di guadagnare qualche soldo per portare avanti la propria famiglia e non fare più ritorno”. E poi: “Io che capisco il dolore spero con tutto il mio cuore che tu da lassù possa dare tanta forza alla tua famiglia! Ormai il Messico è un posto maledetto, un viaggio senza ritorno”.

Cucchi, nuovo interrogatorio sulle email sparite

Proseguono le indagini della Procura di Roma su presunte coperture interne all’Arma intorno al caso Cucchi. Anche in tempi più recenti. Ossia nel 2015, quando era già in corso l’indagine che per la prima volta puntava il dito contro i carabinieri: in tre oggi sono a processo per il pestaggio.

Ieri il procuratore capo Giuseppe Pignatone e il sostituto Giovanni Musarò hanno interrogato il capitano Tiziano Testarmata, l’ufficiale indagato in un nuovo filone d’inchiesta per favoreggiamento.

Per capire la posizione di Testarmata, però, bisogna fare un passo indietro e tornare all’aprile scorso, quando l’appuntato Francesco Di Sano, sentito in aula nel processo in Corte d’assise d’appello, ammette che alcuni verbali redatti nella stazione di Tor Sapienza, dove Cucchi passò una notte dopo l’arresto, erano stati modificati nella parte che riguardava lo stato di salute del detenuto. E tira in mezzo i suoi superiori dell’epoca.

La Procura apre un filone di indagine per falso. Chi punta il dito contro la scala gerarchica è stato poi il comandante della stazione Tor Sapienza Massimiliano Colombo Labriola. Il 18 settembre scorso al pm Giovanni Musarò spiega: “Soligo (il colonnello che comandava la stazione Montesacro-Talenti da cui dipende Tor Sapienza, ndr) mi disse che non andavano bene (le annotazioni, ndr) perché erano troppo particolareggiate e in esse venivano espresse valutazioni medico legali che non competevano ai carabinieri”. Le annotazioni dei due militari di Tor Sapienza – secondo quanto racconta Colombo – vengono inviate la mattina del 27 ottobre 2009 al tenente colonnello Francesco Cavallo, nel 2009 capo dell’ufficio comando del Gruppo Roma. Poco dopo però – sostiene ancora Colombo – Cavallo rinvia i due file modificati con un testo: “Meglio così”. Ed è qui che si innesta un altro filone investigativo. Perché questa email – come racconta il comandante di Tor Sapienza – poteva essere nelle mani della Procura già nel 2015, quando delega il Nucleo investigativo di acquisire gli atti nelle stazioni. Ma tre anni fa, a sua detta, non viene acquisita. Nel “novembre 2015 – dice a verbale Colombo – si presentarono i carabinieri del Nucleo investigativo. (…) Mi resi conto di aver fornito le due annotazioni in entrambe le versioni (originale e modificata) (…) In questa occasione mostrai l’email di Cavallo (…) Il Capitano del Nucleo investigativo quando vide la mail uscì per parlare al telefono, poi rientrò, presero tutto ma non la email”.

In un atto si parla di un accertamento a Tor Sapienza “a cura del capitano Tiziano Testarmata – comandante della 4ª sezione del nucleo investigativo”. Ha dunque mai visto la mail inviata da Cavallo?

Per capire anche questa circostanza ieri Testarmata è stato sentito in Procura. Sul suo verbale si tiene il massimo riserbo: il capitano ha risposto a tutte le domande, dicendosi completamente estraneo alla vicenda.

Khashoggi, “addetti alle pulizie” in consolato

La tragica “medianovela” sulla sparizione della salma di Jamal Khashoggi, sembra destinata a durare ancora a lungo, sempre che si arrivi a una conclusione. Dopo aver ammesso che il giornalista dissidente è stato ucciso il 2 ottobre scorso – dopo l’ingresso nel consolato saudita di Istanbul – in seguito a una rissa scoppiata con alcuni degli 007 arrivati da Ryad nella megalopoli sul Bosforo per costringerlo a tornare in Arabia Saudita, le autorità del più ricco Stato del Golfo continuano a sostenere di non sapere dove si trovi il corpo. A loro dire il cadavere, avvolto in un tappeto, è stato affidato a un collaboratore locale, come una merce di cui ci si vuole sbarazzare il prima possibile e dimenticare l’accaduto. Questa ridicola e inaccettabile spiegazione sarebbe smentita non solo dal buon senso ma anche da nuove prove raccolte dagli investigatori e dall’intelligence di Ankara. Secondo il quotidiano filo-governativo Sabah, una squadra saudita di 11 persone sarebbe arrivata a Istanbul l’11 ottobre per tentare di cancellare le tracce dello smembramento del corpo. Se è ufficiale che nella prima “squadra della morte” ci fosse il più noto medico forense, nella seconda ci sarebbe stato il chimico Abdulaziz Aljanobi e l’esperto di tossicologia Khaled Yahya Al Zahrani. Il quotidiano ha anche mostrato le foto del loro arrivo all’aeroporto di Istanbul.

I due esperti, che il giornale descrive come “addetti alle pulizie”, avrebbero visitato il consolato per inquinare le prove ogni giorno, per tutta la settimana, prima di lasciare la Turchia il 17 ottobre. E portando anche il console che avrebbe assistito all’omicidio. A rendere molto convincente questa spiegazione c’è anche la coincidenza temporale: l’Arabia Saudita aveva respinto le richieste della Turchia di perquisire il consolato diplomatico proprio fino al 17 ottobre.

Il presidente Erdogan, pochi giorni dopo l’ispezione, aveva denunciato che alcune aree del consolato saudita erano state dipinte di fresco e vi era del materiale tossicologico. Il 25 Ottobre l’Arabia Saudita ha ammesso che il giornalista è stato ucciso nell’edificio, ma affermando che la casa reale non ne sapeva nulla.

Un funzionario turco, il 31 ottobre scorso, aveva dichiarato al Washington Post che il corpo di Khashoggi era stato dissolto nell’acido nella vicina residenza del console generale saudita.

Intanto i due figli del 59 enne Khashoggi, hanno lanciato un accorato appello per la restituzione del corpo del padre, nella loro prima intervista rilasciata alla Cnn. Salah e Abdullah, 31 e 35 anni, si sono ritrovati pochi giorni fa negli Stati Unti, dove risiedeva da tempo il padre per sfuggire alla repressione del principe ereditario saudita Mohammed bin Salman. Il volto di Salah è diventato noto in tutto il mondo la scorsa settimana, quando fu costretto ad andare a palazzo reale sotto i flash dei fotografi per ricevere le condoglianze dal giovane e spietato principe che guida de facto l’Arabia Saudita. Il presunto mandante dell’orribile omicidio di quello che i figli hanno descritto come “un uomo e padre coraggioso e generoso”.

Il regalo Usa all’Italia: potrà acquistare petrolio dall’Iran

La sceneggiata del 30 luglio alla Casa Bianca tra il presidente Usa Donald Trump e il presidente del Consiglio Giuseppe Conte frutta all’Italia l’esenzione dalle sanzioni all’Iran, nel segno dell’appartenenza comune all’internazionale populista e anti-migranti. Dei Paesi europei, oltre all’Italia, Trump grazia solo – e chissà poi perché – la Grecia, mentre bacchetta Gran Bretagna, Francia, Germania, i tre garanti dell’accordo sul nucleare con Teheran contestato, e tutti gli altri.

La lista degli otto Paesi esentati comprende Cina e India, Taiwan, Giappone e Corea del Sud e Turchia, il cui presidente Erdogan non esita tuttavia a giudicare le sanzioni “illogiche e ingiuste”: l’Iran è partner di Ankara e Mosca nel conflitto in Siria e nella spartizione del territorio in aree d’influenza. L’eccezione fatta dagli Usa riguarda “Paesi che hanno già ridotto significativamente l’import di greggio dall’Iran e hanno bisogno di un po’più di tempo per scendere a zero”, recita il Dipartimento di Stato. L’Italia e gli altri sette potranno temporaneamente continuare a importare petrolio dall’Iran, ma solo per sei mesi, spiegano i segretari di Stato Mike Pompeo e al Tesoro Steve Mnuchin. L’Italia non ha dunque ‘pagato pegno’ per eccesso di vicinanza al presidente russo Vladimir Putin, come qualcuno ipotizzava, ma potrebbe però giocarsi la benevolenza degli americani se cercasse di trarre profitto dalla situazione.

L’interscambio 2017 Italia-Iran valeva oltre cinque miliardi di euro, di cui 1.700 milioni d’export e quasi 3.400 d’import. Rispetto al 2016, con l’entrata in vigore dell’accordo sul nucleare e l’allentamento delle sanzioni, l’intercambio era più che raddoppiato, con un aumento del 12,5% dell’export e addirittura del 220,8% dell’import. L’Italia vende all’Iran soprattutto macchinari, mentre ne importa essenzialmente petrolio (quasi tre miliardi di euro).

L’entrata in vigore delle sanzioni anti-iraniane, “le più dure mai imposte”, si faceva un vanto Trump, nei comizi delle ultime battute della campagna elettorale per il voto di midterm – oggi, negli Usa –, ha già avuto un’eco rabbiosa in Iran, con le manifestazioni anti-americane di domenica, nell’anniversario della presa di ostaggi nel 1979 all’ambasciata degli Usa a Teheran.

E se Israele ringrazia Trump, perché “l’azione dell’Iran in Siria rappresenta un pericolo esistenziale” per lo Stato ebraico, Mosca vede nella mossa di Washington “intimidazione e ricatto”. Di sicuro, l’inasprimento delle tensioni non giova alla pace e alla sicurezza in Medio Oriente: in Libano, Hezbollah, vicino all’Iran, irrigidisce le posizioni nel negoziato per formare il nuovo governo. Confermando la reintroduzione di tutte le sanzioni congelate da Barack Obama, nonostante l’Iran non abbia mai violato l’accordo del 2015, Pompeo afferma: “Finché l’Iran non farà i cambiamenti che abbiamo più volte indicato saremo inflessibili nell’esercitare pressioni sul regime”: le misure colpiscono, fra gli altri, i settori dell’energia, dei trasporti, della cantieristica e delle banche.

Il presidente iraniano Hassan Rohani replica: “Siamo in una situazione di guerra economica. Penso che nella storia americana non ci sia mai stato nessuno alla Casa Bianca che abbia violato il diritto e le convenzioni internazionali a tal punto… Aggireremo queste sanzioni illegali e ingiuste … L’Iran saprà vendere e venderà il suo petrolio”, nonostante il tentativo degli Usa di ridurne l’export a zero. E il ministro degli Esteri di Teheran, Javad Zarif, dice che “il bullismo” degli Usa “li isolerà”.

In coincidenza con il ripristino delle sanzioni, le forze aeree dell’esercito iraniano e dei Pasdaran hanno organizzato una maxi-esercitazione militare di due giorni su una vasta area del Paese, impiegando – è stato precisato – solo sistemi d’arma di produzione nazionale.

L’agenda del Congresso

Un Parlamento controllato dai Repubblicani sarebbe favorevole a buona parte dell’agenda Trump. Ma con i Democratici alla guida della Camera, o addirittura della Camera e del Senato, l’agenda del presidente americano subirebbe un duro colpo. Sulle tasse Trump vuole rendere permanente il taglio delle imposte sui redditi approvato lo scorso anno. Se i Democratici dovessero vincere è probabile che premeranno per un aumento della tasse per le aziende. Il presidente ha siglato un nuovo accordo con Canada e Messico per sostituire il Nafta. L’intesa però deve essere approvata dal Congresso. Tema deregulation: la Casa Bianca ne ha fatto una delle priorità assolute. Se i Repubblicani mantenessero il controllo del Congresso si avrebbe un’ulteriore spinta in questo senso. In caso contrario si verrebbero a creare ostacoli all’abolizione delle regole in tutti i settori, compreso quello finanziario.

Midterm, il “castigo” dei presidenti non spaventa Trump

Ci siamo: sull’orlo di una crisi di nervi acuita da pacchi-bomba, massacri nella sinagoga, tensioni razziali ai massimi storici, da un esodo di massa che bussa alla frontiera meridionale e da un presidente che vive il voto del Midterm come un’indagine sulla propria reputazione (fa benissimo: di questo soprattutto si tratta), gli americani si avviano alle urne per produrre quel voto di metà legislatura che di solito equivale alle forche caudine per chi da un biennio guida il Paese. Le elezioni di medio termine degli ultimi decenni sono valse una perdita media di 30 seggi, tra Camera e Senato, al partito del presidente insediato. Ma le motivazioni, in passato, sono state assai diverse dai temi in gioco nel 2018, dove prevale il personalismo, ossia il referendum pro e contro Trump. Nei decenni scorsi, a questo proposito, si è parlato di apatia dello stesso elettorato che aveva premiato col suo voto il presidente, o di stimolo ad andare a votare solo per chi fosse arrabbiato con la gestione in corso. Di fatto, in 21 elezioni di Midterm dal ’34 a oggi, solo due volte il partito del presidente ha guadagnato seggi sia al Senato che alla Camera e capitò con Franklin Delano Roosevelt e con George W. Bush, all’indomani dell’attacco alle Torri gemelle. Barack Obama, ad esempio, dopo il trionfo del 2008, si ritrovò pesantemente penalizzato dal voto di medio termine del 2010, perdendo ben 69 seggi alla Camera e 6 al Senato e pagando a caro prezzo l’introduzione del piano sanitario nazionale, inviso ai Tea Party repubblicani che in quel momento erano in gran crescita di popolarità. I sondaggi ora parlano di un probabile successo dei Democratici, che metterebbero le mani sulla Camera, lasciando però ai Repubblicani il controllo del Senato. Il che renderebbe problematica qualsiasi attività legislativa, con le due Camere a ostacolarsi a vicenda, ma probabilmente darebbe strada a una serrata attività investigativa sulle irregolarità commesse da Trump nella sua corsa alla Casa Bianca, con sullo sfondo un progetto di impeachment presidenziale che a oggi costituisce ancora di più uno spauracchio che un’effettiva minaccia. Perché è di Trump che bisogna precipitosamente tornare a parlare per comprendere il senso reale di questo voto.

Un presidente che comunque, all’altezza del 6 novembre 2018, ha già realizzato buona parte dei punti-chiave del suo programma: la riforma fiscale è già legge, lo smantellamento dell’Obamacare è andato a buon fine, la crescita economica è robusta, i flussi di immigrazione sono ridotti, la disoccupazione è ai minimi e l’Isis è stata sconfitta. Quanto alle sue decisioni sul piano internazionale, una Camera a maggioranza democratica avrebbe in ogni caso una capacità d’influenza limitata. Peraltro, se ci si affida ai pattern di voto del passato, una sconfitta repubblicana non rovinosa in questo Midterm, potrebbe essere seguita da una nuova vittoria allorché Trump tenterà la rielezione nel 2020, secondo la curva oscillatoria già percorsa da Reagan, Clinton e Obama. La situazione diverrebbe invece assai più pesante per il presidente nel caso i Democratici dovessero aggiudicarsi anche il Senato. Una débâcle del genere imporrebbe allo scenario politico, e in particolare a quello repubblicano, un radicale ripensamento dei posizionamenti, lanciando all’interno del suo partito una montante onda anti-Trump, in vista delle prossime Presidenziali. E, di nuovo, perché il senso di questo voto ruota attorno al dualismo “con Trump” o “contro Trump”, in particolare nella valutazione di quanti, votandolo, lo trasformarono da candidato-provocazione delle primarie, in trionfatore delle Presidenziali.

Oggi la nazione è nervosa e divisa, come non succedeva da decenni. La fiducia nelle istituzioni e l’orgoglio nazionale vacillano al di fuori della cerchia di coloro che hanno scelto d’identificarsi con la visione di Trump, con la sua ruvida arroganza, con l’inquietante disinvoltura dell’entrare e uscire dalle regole, con la sua capacità di mentire senza vergogna (5 mila volte, dal giorno dell’Inaugurazione, secondo i conti del Washington Post).

Oggi, chi crede in Trump non si fida più dei media e viceversa, e dopo lo spettacolo poco edificante della nomina di Brett Kavanaugh, anche la Corte Suprema è sospettata di inaccettabile partigianeria. Tutti motivi per cui ci si aspetta un afflusso alle urne superiore alla media, con un numero di votanti in netto incremento tra i membri delle minoranze, che si sentono direttamente minacciate dalle politiche trumpiane.

Infine, conteranno le personalità che nel corso di questa campagna elettorale sono salite alla ribalta della politica Usa.

Donne, prima di tutto, perché la galleria di signore emergenti sulla scena politica americana, è ormai significativa e impressionante: da Alexandria Ocasio-Cortez, 28 anni, democratica del Bronx, che potrebbe diventare la più giovane donna eletta al Congresso nella storia americana, col suo programma di socialismo democratico. A Stacey Abrams, la potenziale prima governatrice nera in assoluto, lei democratica nello Stato conservatore della Georgia, sostenuta appassionatamente da Oprah Winfrey. Passando per Lupe Valdez, che proverà a diventare la prima governatrice ispanica e dichiaratamente gay in Texas, e Deb Haaland, che potrebbe essere la prima donna nativa americana a entrare al Congresso. Un variegato orizzonte rosa che solletica curiosità e passioni di chi segue la politica Usa. Segnale che, a dispetto delle notizie inquietanti in arrivo dall’altra parte dell’Atlantico, le cose laggiù continuano a muoversi. E che ora tocca alla nazione dare un segnale chiaro: chi è veramente Donald Trump, per gli Stati Uniti del 2018? Un effetto o una causa? Una provocazione o un’identità? E c’è ancora vita per la politica americana, dopo due anni di tweet, di scenari apocalittici e di You’re fired! gridati nelle sacre stanze a plotoni di esterrefatti collaboratori, dall’uomo che fu presentatore-tv e seppe farsi presidente?

Mail Box

 

Caro Conte, troviamo un altro approdo per il Tap

C’è una grande lacuna nell’informazione a cui nemmeno la stampa ha dato risposte rivolgendo le dovute domande a chi di dovere: il motivo per cui il Tap debba approdare obbligatoriamente sulla spiaggia di Melendugno. Come qualche vostro giornalista può verificare, a circa 30 km a nord di Melendugno esiste una zona desertificata (Cerano) dove il Tap causerebbe meno danni al territorio e alla popolazione. E ci sarebbe anche un altro vantaggio: il percorso terrestre sarebbe inferiore fino a Mesagne (dove dovrebbe sorgere l’impianto di stoccaggio del gas per inviarlo al nord), rispetto al percorso terrestre spiaggia di Melendugno-Mesagne, anche in questo caso con minore distruzione del paesaggio. A quanto mi risulta, nessuno ha mai dato spiegazioni: né l’impresa appaltatrice, né i tecnici dei ministeri interessati, né, soprattutto, i politici che non hanno mai avuto il buonsenso di verificare con i loro occhi la situazione ambientale né di dialogare con la popolazione come vorrebbe fare, ora, il sig. Conte. Potete chiederlo voi al sig. Conte?

Oronzo Balestra

Giriamo la sua domanda al Presidente del Consiglio Giuseppe Conte e confidiamo in una replica.

M.Trav.

 

Il “sistema” favorisce Salvini a scapito dei 5S, unici nemici

C’è una vasta parte del “sistema” che sta spudoratamente lavorando per Salvini, persino chi dovrebbe ideologicamente contrastarlo in ogni modo lavora per lui, avendo ormai messo tutti già autonomamente fine alla divisione tra destra e sinistra, soprattutto quando si parla di privilegi, mangiatoie e portafoglio, che com’è noto sta nel taschino destro ma lo si prende con la sinistra. I sondaggi continuano a dimostrare che certa informazione sta favorendo Salvini e tutti, neanche tanto di nascosto, trovano il vero nemico nel M5S, reo di essere troppo libero, l’unico vero avversario che tutti vogliono svuotare. L’obiettivo è chiaro, tornare alla situazione precedente, certi che Salvini sia malleabile come un Berlusconi qualsiasi e con lui si possa inciuciare dietro le quinte. C’è una parte del “sistema” convinto indegnamente che un governo di centrodestra sia meglio di questo. Qualcuno pensa che dopo il M5s ci sia la Lega e dopo la Lega ci sia lui. Qui si sta facendo di conto senza l’oste: gli elettori. Si faccia una bella legge elettorale a doppio turno per garantire sia rappresentanza che governabilità e vediamo un po’ che succede. Io non penso che gli elettori siano facili a dimenticare. Molti affidano la propria fiducia a un partito o a una coalizione sperando che prevalga il buon senso sui meccanismi autolesionistici della cosiddetta “malapolitica”. Anche Berlusconi ha goduto di questa fiducia. Di solito s’immagina l’elettore come un uomo che ha un’opinione per tutto, per ogni singolo aspetto della società da amministrare quando si tratta della politica, ma non è così. Chi ha davvero una ricetta per tutto fa parte di una minoranza, spesso una tifoseria. Gran parte delle persone ha pochi obiettivi e, pur di raggiungerli, è disposto a chiudere uno o due occhi su tutto il resto. Possiamo biasimarli? Se si è in cerca di un lavoro per dare da mangiare alla propria famiglia, importa davvero se B. scappa da uno o da cento processi? La sua caduta è avvenuta con la crisi, quando l’elettore si è reso davvero conto che non era una questione di uno o cento processi, ma di danni reali a tutti. Questo meccanismo ha dato l’impressione che gli elettori siano come i pesci rossi, ma in realtà è più corretto dire che gli elettori sono degli avidi e, con le dovute eccezioni, non c’è nulla di male in questo. La democrazia nasce per fare il bene della o dare vantaggi alla più vasta quantità di persone possibile (che poi è il fulcro della politica salviniana: la Costituzione è italiana, noi siamo italiani, la Repubblica deve fare gli interessi degli italiani, prima gli italiani, mentre gli altri non fanno gli interessi degli italiani, bensì degli stranieri europei e africani: da questo punto di vista Salvini è insindacabile) e non c’è nulla di cui stupirsi se gli elettori ragionano così. Il danno arriva quando anche i disonesti, invece di essere buttati nell’astensionismo come avviene negli altri paesi civili, fanno cartello per favorire questo o quel partito di teste di legno, ma anche in questo caso c’è una via di fuga (e su questo concordiamo): gli onesti sono sempre la maggioranza.

G.C.

 

I dem hanno amministrato male e continuano a fare danni

Il Pd e soci hanno capito perché li abbiamo mandati a casa? Che abbiano capito o meno sono ridicoli, vanno contro il nuovo governo con le stesse idee di quando governavano loro. È naturale che la nuova gestione faccia il contrario del loro amministrare. La deriva del loro gestire il paese continua a mietere vittime e a causare danni immensi. Mentre i terremotati attendono che le promesse vengano mantenute, il nuovo governo è in crisi per lavori inutili o quasi che la casta con contratti capestro aveva stipulato con penali assurde. Questa è la gente che ci amministrava e ha tanto da dire sulla nuova gestione.

Omero Muzzu