Priorità. Perché lo Stato aiuta i bambini stranieri mentre quelli italiani soffrono?

 

È di pochi giorni fala notizia su un quotidiano locale – scrivo da Lecce – che una signora, madre di quattro figli (tutti minori, per la precisione di 12, 10, 7 e 5 anni) ha fatto un appello al Comune del suo paese per essere aiutata a mantenere i ragazzi e fargli fare una vita decorosa che con i 600 euro che riceve dal marito non può garantirgli. Secondo lei è giusto che per un migrante minore giunto in Italia lo Stato italiano diventi tutore fino alla maggiore età (vitto, alloggio, studi ecc.)? E i ragazzi italiani chi li tutela? Il genitore disoccupato non percepisce neanche assegni familiari, anomalia tutta italiana: se lavori, l’Inps ti garantisce gli assegni familiari per i minori, a maggior ragione dovrebbe tutelare i minori dei genitori disoccupati. Quindi non ci meravigliamo se Salvini sale sempre di più nei sondaggi e gli italiani non fanno più figli.

Antonio Perrone

 

Caro Perrone, una volta le avrei risposto che ammiro quelli come lei, che nella vita hanno tante certezze. Ora siete maggioranza e quindi più che ammirazione mi provocate inquietudine. Spero si renda conto dell’assurdo paragone: sta forse dicendo che lo Stato dovrebbe togliere i figli alla signora in difficoltà per farsene carico come fa per i minori non accompagnati che sbarcano in Italia? O magari preferisce che lo Stato smetta di occuparsi di quei bambini stranieri, lasciandoli alla fame e ai racket di sfruttamento (come già succede spesso)? In Italia di aiuti ai poveri ce ne sono tanti, addirittura troppi nel senso che si frammentano le risorse in mille rivoli con scarsa efficacia. Ma analizzare nel dettaglio la quantità di welfare che va a un italiano e a un minore straniero significherebbe accettare la sua premessa (che sia un gioco a somma zero). E allora le rilancio la provocazione: le pare possibile che quella mamma debba chiedere la colletta mentre in Italia si pagano pensioni previdenziali e assistenziali per 200 miliardi di euro ogni anno? La nostra spesa per le pensioni è il doppio della media Ocse. Quando saremo in linea potremo discutere di ridurre il welfare agli stranieri. Fino ad allora, il nostro problema sono i pensionati, che hanno pagato pochi contributi e vivono più a lungo di quanto si pensava quando lo Stato li ha fatti uscire dal mondo del lavoro. Se vuole tutelare i ragazzi italiani, dovrebbe protestare per la controriforma della legge Fornero (7 miliardi all’anno), non perché lo Stato paga vitto e alloggio a qualche ragazzino eritreo che ha lasciato i genitori in mezzo a un deserto libico o in fondo al mare.

Stefano Feltri

Rete4 contagia Chiambretti: il fu Pierino si è baudizzato

La nuova Rete4 si affida a Piero Chiambretti. Mah. E Chiambretti per il debutto nella rivoluzionaria Rete4 riesuma La Repubblica della donne, fotocopia dei precedenti programmi per Canale5. Mah. E per debuttare in prima serata l’habitué delle seconde serate fa una seconda serata che parte due ore prima. Mah. Si perde il nome ma non il pelo, il solito gineceo burlesque e baraccone di chiara derivazione Boncompagni, stesso horror vacui in deriva senile, con Amanda Lear al posto di Ambra Angiolini. Non è la Rai, e si fa pure fatica a riconoscere quanto resta di uno dei talenti più brillanti della nostra Tv. La metamorfosi è anche di tipo fisico. Se l’essenza del programma è boncompagnesca, goliarda e nichilista, Chiambretti in persona si sta vistosamente baudizzando. Il folletto malandrino si è fatto rotondo, curvy, quasi bombato come i vecchi monoscopi in bianco e nero di cui sua Pippità è stato l’incarnazione. Si nasce pierini e si muore pippibaudi, senza però rinunciare ai doppi sensi. Ufficialmente La Repubblica delle donne dovrebbe essere il rotocalco illustrato che affianca i quotidiani politici di Greco e Porro (capirai); nella sostanza abbiamo l’ennesima intervista sui misteri eleusini di Amanda Lear, gli ennesimi fescennini scambiati con Cristiano Malgioglio, l’ennesima dose di Alfonso Signorini (tre prime serate alla settimana). L’unica novità è Miss Italia 2018, molto cresciuta nei silenzi. Prima taceva per una manciata di minuti, adesso per tre ore e passa.

Tutti quelli che… se aveste votato “sì”

Dal 5 marzo 2018 mattina, incessantemente, molti politici del Pd e i giornalisti del Foglio, professoroni (sic) abbacinati da Renzi, dopo essersi invaghiti di Craxi e di Berlusconi, giornaliste embedded, continuano ad attribuire ai sostenitori del No la colpa della nascita e dell’esistenza del governo giallo-verde. Chiedono ai professoroni del “no”, ma dovrebbero estendere il loro invito almeno anche ai partigiani “cattivi”, di riconoscere che hanno aperto la strada a quel governo e che, adesso, se ne stanno a guardare senza sbottare a ogni (più o meno presunta e presumibile) violazione della Costituzione – anche se finora proprio non ve ne sono state. Affermare, insieme a Casaleggio, che il Parlamento potrebbe un giorno risultare inutile, non è, peraltro, la stessa cosa di fare del Senato un dopolavoro per consiglieri regionali (come voleva la riforma Renzi-Boschi).

Cattivi perdenti, “quelli del sì”, non soltanto non si chiedono dove hanno sbagliato, che sarebbe il minimo, ma persistono in alcune argomentazioni logorissime, senza nessun fondamento minimamente scientifico. Secondo loro, mi riferisco in particolare all’articolo di Angelo Panebianco, Quei puristi (scomparsi) della Carta (Corriere della Sera, 3 novembre), i sostenitori del “no” non criticherebbero abbastanza, anzi, per niente, Grillo e Casaleggio (della Lega e di Salvini l’articolo non parla). Di più, sarebbero ancora prigionieri del “complesso del tiranno”, ragione per la quale non avrebbero voluto il rafforzamento dei poteri del governo. Non c’era nulla nella riforma Renzi-Boschi che, attraverso un limpido intervento sulla Costituzione, rafforzasse i poteri del governo. Eppure sarebbe bastato il voto di sfiducia costruttivo alla tedesca oppure anche alla spagnola, ma i sedicenti riformatori d’antan e i loro molti commentatori amici non lo presero in nessuna considerazione. Oggi, peraltro, si vede con chiarezza quali sono i fattori che rendono forte un governo, persino quando è di coalizione. Ricordo che la legge elettorale Italicum era stata formulata proibendo la formazione di coalizioni con l’intento di dare vita al governo di un solo partito premiato (gonfiato) da un cospicuo premio di seggi a tutto scapito della rappresentanza parlamentare. Non soltanto il governo Cinque Stelle-Lega ha a suo fondamento la maggioranza assoluta in entrambi i rami del Parlamento, ma non si sente in alcun modo ostacolato nelle decisioni che prende, nei decreti che produce, nella sua concreta attività di governo. Con vezzo italiano, proprio non solo dei complottisti e degli incompetenti, denuncia l’esistenza dei poteri forti, delle tecnostrutture e, naturalmente, dei burocrati di Bruxelles ogniqualvolta incontra resistenze alle sue politiche, ma, almeno finora, non attribuisce le responsabilità alla Costituzione italiana. Anzi, a oggi le uniche proposte ventilate dai Cinque Stelle stanno tutte nel solco di quanto i partecipanti alla Commissione Letta per le riforme istituzionali avevano variamente ventilato: riduzione bilanciata del numero dei parlamentari e potenziamento dell’istituto referendario. Non si vede, dunque, perché i sostenitori del “No” dovrebbero lanciarsi a capofitto in una campagna ostruzionistica. A riforme eventualmente approvate dal Parlamento si vedrà. Qualcuno potrebbe, invece, volere chiedere ai Cinque Stelle (la Lega non sembra interessata alla tematica) una profonda revisione della legge elettorale Rosato, anzi, per usare un termine caro alla parte politica di Rosato, una vera e propria rottamazione. Tornando al governo in carica le prefiche del “sì” potrebbero anche interrogarsi sulle ragioni che ne mantengono elevato il consenso in tutto il Paese e chiedersi se non sarebbe meglio destinare il troppo tempo che impiegano a criticare chi ha vinto il referendum per formulare una strategia politica alternativa e farla viaggiare su quel che rimane dei partiti oggi all’opposizione.

Minniti capo del Pd? Come un vegano in una macelleria

Marco Minniti ha una storia politica di peso. Ministro dell’Interno nel governo Gentiloni e prim’ancora dirigente Ds, sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio (D’Alema I e II), sottosegretario al ministero della Difesa (Amato II), viceministro dell’Interno (Prodi II), quindi sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei ministri con delega ai Servizi segreti nei governi Letta e Renzi. Sarà con ogni probabilità uno dei candidati alla segreteria del da sempre morituro Pd.

Secondo un retroscena assai bizzarro, i renziani avrebbero pensato di togliere voti a Zingaretti con Martina al Nord e Minniti al Sud: ricostruzione mediamente delirante, anche solo nel presupporre che al Nord ci sia gente che non veda l’ora di votare Martina. È però vero che Renzi punti su Minniti per tenersi il partito. Una pietra tombale per Minniti e, al tempo stesso, l’ennesima sciocchezza della Diversamente Lince di Rignano: Minniti, prim’ancora che renziano, è minnitiano. Chi lo conosce racconta che anche da ragazzo amasse il comando come nessuno: è possibile che usi il renzismo per arrivare al potere, ma sarebbe poi il primo a liberarsene. Guerrafondaio per amore della pace (?), Minniti è stato uno strano ministro: non dispiaceva a chi detestava Renzi e Pd, ma era (è) odiato dai tanti che non vedevano in lui nulla di sinistra.

Non pochi nel partito lo mal sopportano, e non parliamo solo di chi è ontologicamente irrilevante come Orfini. Minniti, giusto per far due nomi, non è certo nel Pantheon di Delrio e Boccia. I motivi sono molteplici. Nel 2017 l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani ha giudicato “disumano” l’accordo siglato tra Minniti e il raìs libico Fayez al-Sarrai per la gestione dei flussi migratori, avendo accertato che nei centri di detenzione per i migranti presenti in Libia si commettono ordinariamente atti di tortura e altre “atrocità”. È quindi possibile che gli innegabili risultati di Minniti relativi alla riduzione degli sbarchi dei migranti nel suolo italico appartengano all’antica tattica “occhio non vede cuore non duole”: tanti poveracci continuano a morire, solo che noi italiani non li vediamo (e dunque ce ne frega poco). Pur riconoscendogli doti e concretezza, suona comunque curioso che il Pd punti su Minniti per recuperare consensi a sinistra: un po’ come affidarsi a un vegano per risollevare una macelleria in crisi.

Cinque giorni fa, Minniti era a Piazzapulita. La brava Valentina Petrini ha osato pungolarlo. Minniti, come un Gozi qualsiasi, ha sclerato dandole della “salviniana”, che è come dare del berlusconiano a Travaglio o del renziano a chi scrive. Nervoso come una mina pestata da Adinolfi, Minniti ha proseguito nel suo sbrocco greve: “Allora lei è una sostenitrice di Salvini, le batte il cuore per Salvini, capisco perfettamente. È per la politica dei pugni duri sul tavolo, mi fa piacere. È informata male, nella sua voglia di difendere a tutti i costi Salvini è informata male”. Uno spettacolo pietoso. Se Salvini o Di Maio avessero fatto anche solo metà di quella scenata, gli Augias e le Boldrini ci avrebbero stracciato le gonadi col maschilismo e il sessismo. Invece niente o quasi. Un leader, per vincere o anche solo provarci, deve saper stare in tivù. Ascoltare, rintuzzare, argomentare. Tutto quel che Minniti, con la sua nevrastenia da Bolsonaro para-bolscevico, ha dimostrato di non saper fare minimamente. Studi, lavori su se stesso e ci riprovi. Oppure rinunci in partenza: la storia del centrosinistra è già strapiena di fiancheggiatori più o meno inconsapevoli della destra.

Panebianco si scorda la Carta, noi no

Angelo Panebianco è un professore ordinario di Sistemi comparati internazionali che ignora “l’effettivo funzionamento degli altri ordinamenti costituzionali, da lui chiamati a testimoniare della bontà delle riforme tanto desiderate (non si ripeterà mai abbastanza che in nessuna democrazia costituzionale il ‘manovratore’ è libero di agire indisturbato)” (lo ha notato Francesco Pallante sul manifesto). Ed è un liberale che ha giustificato l’uso della tortura per combattere il terrorismo. Basterebbe questo a sconsigliare di rispondere allo sgangherato editoriale del Corriere della Sera con cui egli si è chiesto dove siano finiti i “difensori tutti di un pezzo della Costituzione italiana” di fronte a quelli che egli, settatore della riforma Renzi-Boschi, giudica attacchi gravissimi alla Carta, e cioè le dichiarazioni dei “capi (quelli veri, Casaleggio e Grillo) del partito più forte, i 5Stelle (che), hanno manifestato il proposito di rottamare il Parlamento e attaccato i poteri del capo dello Stato”. Se invece vale la pena di rispondere, è per l’entusiasmo che il pezzo di Panebianco ha suscitato nel Pd renziano (in testa la Boschi, corsa a esaltare via Twitter il professore “controcorrente”) e nel villaggio fantapolitico animato da Claudio Cerasa.

Se Panebianco, e la Boschi e Cerasa, fossero in buona fede, dovrebbero essere grati a chi, argomentando contro il rafforzamento del potere esecutivo, ha impedito che quel potere fosse oggi in mano a quei 5Stelle che essi vedono come un pericolo per la democrazia.

Se fossero in buona fede dovrebbero riconoscere che i disprezzati difensori della Costituzione non hanno taciuto di fronte al raffreddamento dell’amore dei 5Stelle per la Costituzione. Sia chiaro: non essendo posseduti dal furore ideologico che ottunde il liberalissimo professor Panebianco, sappiamo vedere la differenza tra uno stravolgimento costituzionale approvato dalle due Camere e alcune (pessime) dichiarazioni in libertà. Ma moltissimi e continui sono stati i documenti, i seminari, gli appelli intorno a ogni allontanamento dalla Carta: a partire dalle parole con cui Gustavo Zagrebelsky ha argomentato, sulle pagine di Repubblica, circa l’incostituzionalità del Contratto di governo. Chi scrive ha recentemente stigmatizzato “l’antiparlamentarismo militante come tratto più evidente della retorica di Di Maio e compagni. L’identificazione del Parlamento con la ‘casta’, l’annunciata riduzione dei parlamentari (contraddittoria con gli ideali di democrazia diretta, visto che allenta e annacqua ancora il nesso rappresentante-rappresentati) e soprattutto la dichiarata volontà di andare verso il vincolo di mandato e la prospettiva di un referendum propositivo senza quorum, del tutto indifferente agli equilibri della democrazia”. E, ancora, una prassi di governo che “si nutre di decretazione d’urgenza esattamente come prima”. Sono parole apparse sul sito di questo giornale: il Fatto ha sempre accolto le prese di posizione di Libertà e Giustizia e del Coordinamento per la Democrazia Costituzionale su questi e altri punti critici del rapporto tra 5Stelle e Costituzione. Non così il giornale di Panebianco, i cui lettori apprendono che esiste questo fronte di opinione solo quando un “autorevole” editorialista decide di criticarne il presunto silenzio: come ha chiosato ancora Pallante, se il Corriere della Sera offrisse “le sue colonne a un esponente dell’ex Comitato del No, quel che scriverebbe sarebbe una sorpresa per tutti, a partire dai suoi prestigiosi editorialisti”.

Ma Panebianco e i suoi estimatori non sono in buona fede. Il Corriere è attentissimo a non attaccare la Lega, da anni perno del sistema di potere lombardo: a domenica risale l’ennesima intervista genuflessa a Matteo Salvini. Questo è il punto: la vera eversione costituzionale, questo governo la sta attuando contro la “parte più viva, più vitale, più piena d’avvenire, della Costituzione, (che) non è costituita da quella struttura d’organi costituzionali che ci sono e potrebbero essere anche diversi: la parte vera e vitale della Costituzione è quella che si può chiamare programmatica” (Calamandrei). Questo attacco è la politica di Salvini contro i migranti, e contro i diritti, le libertà e le dignità costituzionali: una politica su cui Panebianco e i suoi estimatori non dicono nulla, perché la approvano. Non per caso il Foglio propone ora un’alleanza tra Pd e Lega in chiave antigrillina, estendendo quella convergenza di fatto che si registra su questioni cruciali come quella del Tav. Al contrario, è la sudditanza del Movimento 5 Stelle a questo attacco frontale e sostanziale della Lega al progetto della Costituzione che preoccupa i difensori della Carta. Dunque Panebianco si rassicuri: siamo sempre qua, dall’altra parte della barricata.

Io, sì Tav, non sfilo contro Appendino

Caro Marco, come ricorderai bene, il nome e il cognome di chi scrive, per anni, sono comparsi – circondati da un mirino di puntamento – nei manifesti degli antagonisti torinesi che fiancheggiavano con la violenza e le intimidazioni il movimento No Tav della Valle di Susa.

Tutto questo mentre, in un libro, un ex magistrato additava loro la redazione di Torino di Repubblica (che ho guidato negli anni più caldi di quelle battaglie non solo verbali) come una delle centrali della “disinformazione” contro le ragioni degli oppositori alla costruzione di quella grande opera.

Rievoco questi fatti personali non certo per vantarmi o perché li consideri delle medaglie da appendere alla mia uniforme di giornalista, ma piuttosto per sgombrare subito il campo da possibili polemiche riguardo a quanto mi accingo a scrivere. Sono stato e continuo a essere un Sì Tav convinto, in questo in profondo dissenso con due amici e colleghi che stimo e con i quali ho lavorato per cinque anni al Fatto Quotidiano benissimo e molto volentieri: sto parlando di te e di Giorgio Meletti. Continuo a credere (e molto) che Torino, il Piemonte e l’Italia abbiano bisogno di quel nuovo collegamento internazionale, così come avevano bisogno di quella ferrovia ad alta velocità che ora collega il capoluogo piemontese e Milano con il Sud e che è utilizzata persino da militanti No Tav quando scendono a Roma per i loro happening di protesta o dalla sindaca di Torino Chiara Appendino quando si reca nella Capitale per i suoi impegni istituzionali.

Nonostante tutto ciò, però, sabato scorso non ho partecipato alla manifestazione che ha radunato soprattutto una minuta rappresentanza della borghesia torinese, più legata agli interessi politico-economici del centrosinistra subalpino, per gridare contro il voto del Consiglio comunale con il quale la maggioranza Cinquestelle ha decretato il no ufficiale della Città al Tav. E non sarò neppure presente all’iniziativa convocata (questa volta, però, con la probabile previsione di un numero di partecipanti nettamente superiore ai 200-300 di qualche giorno fa) per venerdì 10 novembre, sponsorizzata da un fronte un po’ confuso e molto eterogeneo che mette assieme il mondo dell’imprenditoria e del commercio, qualche rappresentante addirittura delle professioni, i lobbisti del partito delle grandi opere e degli appalti pubblici, ciò che resta del Pd torinese dopo il disastro di Piero Fassino alle ultime Comunali e il tonfo del 4 marzo scorso, i cascami subalpini di Forza Italia e forse – sarebbe la vera sorpresa – rappresentanti della Lega salviniana costretta a fare buon viso ai Cinquestelle a livello nazionale, ma profondamente a disagio sotto la Mole e in Piemonte per quanto riguarda la gestione del dossier Alta velocità.

A pesare sui leghisti, ma non solo su di loro, è infatti soprattutto la scadenza elettorale che, nella prossima primavera, dovrà decidere se la Regione Piemonte resterà nelle mani di Sergio Chiamparino e del Pd (cosa che mi auguro, avendo visto come sanno guidare una Regione gli uomini del Carroccio, ai tempi del governatore Roberto Cota) o passerà a un centrodestra a trazione leghista.

Dunque, se queste sono le condizioni date, contro chi dovrebbe rivolgersi più utilmente oggi la protesta di quanti professano il verbo Sì Tav? La logica non ammetterebbe errori: contro la Lega e Salvini, colpevoli a livello nazionale di non dire con chiarezza se quell’opera si deve o no fare. Ma a Torino, invece, non è così. Da qualche settimana, infatti, l’obiettivo della protesta sono Chiara Appendino e i Cinquestelle. Colpevoli semplicemente di aver mantenuto nei giorni scorsi una delle promesse con le quali avevano conquistato nel 2016 Palazzo di Città: dire un no (non vincolante, in ogni caso) all’Alta velocità in Valle di Susa. Con un voto in Sala Rossa peraltro giuridicamente inutile: l’opposizione di Torino non ha nessun valore rispetto alla decisione finale, in un senso o nell’altro, che può essere infatti adottata solo dal governo italiano. Anche in questo caso, però, le ragioni di questo comportamento del centrosinistra torinese (e della borghesia cittadina che è ormai diventata un suo particolare e minoritario bacino elettorale) si spiegano con il voto regionale del 2019.

Fare le vittime del Nord-Ovest, avversato dalla Lega della Lombardia e del Nord-Est e non tutelato invece dai Cinquestelle, è la sola possibilità che il Pd e Chiamparino intravedono non solo per avviare una propaganda politica, ma addirittura per fondare l’unica piattaforma ideologico-programmatica capace di assicurare qualche speranza di sopravvivenza.

Ma sono una grande opera e la sua difesa la strada possibile per costruire una nuova passione politica e di partecipazione? Non credo sia così: l’errore è di contrapporre ai Cinquestelle (nel tentativo di recuperare i voti di sinistra finiti il 4 marzo al Movimento), che nel no al Tav (ripeto, per me un no sbagliato) credono in maniera ideale e autentica, un sì che invece cela mille e spesso discutibili interessi e, in particolare, rivela una scarsissima idealità.

Per farlo, infine, Chiamparino ha deciso che la vicenda dell’Alta velocità era la carta giusta per rompere definitivamente con il consociativismo che, da quasi due anni, aveva caratterizzato i suoi rapporti con Chiara Appendino. Seguito in questo proprio da quegli esponenti della borghesia torinese (gli uomini e le donne del “sistema Torino” che aveva controllato la città dopo il declino del “sistema Fiat” e in accordo col centrosinistra) pronti sin dai primi giorni della giunta Appendino a rispolverare le antiche frequentazioni, il ruolo di imprenditori del padre e del marito della sindaca, addirittura il suo primo impiego nell’amministrazione della Juventus degli Agnelli, pur di garantirsi il mantenimento di poltrone, incarichi e influenze.

Ecco, il vero scandalo di questi giorni a Torino, caro Marco, è proprio questo: non che non si voglia più fare il Tav e neppure che ci sia chi per questo si ribella, ma semmai il “doppio tradimento dei chierici” della borghesia cittadina. E credo anche che tutto questo sia in grado di spiegare a te e ai lettori perché un ormai vecchio Sì Tav subalpino non riesce più a scaldarsi e a scendere in piazza.

Oristano, scoperti due scheletri in un terreno agricolo

Ancora una macabra scoperta in Sardegna, dopo quella dei tre scheletri rinvenuti 10 giorni fa sul Supramonte di Orgosolo, nel Nuorese. Sabato mattina altri due scheletri sono stati ritrovati nelle campagne di Siamanna, nell’Oristanese, dal proprietario di un terreno agricolo che stava eseguendo dei lavori con una pala meccanica. Sepolti a un metro di profondità, appaiono composti e in buono stato di conservazione. Secondo le prime indiscrezioni apparterrebbero a due adulti, probabilmente un uomo e una donna. Il proprietario ha riferito di non aver notato tra le ossa resti o tracce di vestiti. I carabinieri della compagnia di Oristano, guidati dal Capitano Francesco Giola, indagano sulla vicenda e stanno ripercorrendo l’elenco delle persone scomparse negli ultimi 30 anni. “In questo momento è prematuro fare qualsiasi ipotesi”, ha dichiarato il Procuratore della Repubblica di Oristano Ezio Domenico Basso. Sarà necessario attendere le analisi del medico legale sulle ossa e quelle del terreno per risalire al periodo di sepoltura. A causa del maltempo il recupero è stato possibile soltanto nella giornata di ieri.

L’esame del dna: i risultati tra otto-dieci giorni

È iniziato l’esame sulle ossa ritrovate sotto il pavimento della Nunziatura apostolica di Roma. Lo ha confermato il fratello di Emanuela Orlandi, Pietro, in procura per la seconda volta in una settimana con il legale della famiglia: “Gli esami sono iniziati oggi”. Per averli, si dovrà attendere tra gli otto e i dieci giorni. “Vogliamo capire chi per primo ha associato questa vicenda a quella di mia sorella. Anche su questo attendiamo risposte dagli inquirenti”, ha aggiunto. I resti sono stati ritrovati la scorsa settimana. Si tratta di uno scheletro quasi intatto e di un mucchietto di frammenti ossei. Da un primo esame visivo dovrebbero appartenere a due persone differenti; dalla forma del bacino, lo scheletro dovrebbe essere quello di una donna. La trasmissione Chi l’ha visto, intanto, ritiene di poter escludere già da ora che le ossa appartengano alla moglie dell’ex custode Pino. Secondo alcune fonti vicine a Villa Giorgina, la moglie dell’uomo non sarebbe affatto scomparsa in circostanze misteriose negli anni Sessanta.

“Io so tutto”: la famiglia Orlandi e la giungla delle (false) piste

Il ritrovamento di ossa sotto un pavimento della Nunziatura Apostolica, nella centralissima via Po a Roma, ha riacceso una speranza. E le due famiglie – di Emanuela Orlandi, e forse ancor più quella di Mirella Gregori – pensano di poter avere quello che cercano da 35 anni: una tomba su cui piangere.

La famiglia Orlandi non ha mai avuto pace. Investigazioni private, attese davanti ai portoni oltretevere, corse in Procura. L’ultima ieri, dopo che il fratello di Emanuela, Pietro, era già andato dal procuratore aggiunto Francesco Caporale, il giorno dopo il ritrovamento delle ossa.

La Procura non ha accettato che fosse depositata la nomina dei legali Annamaria Bernardini de Pace e Laura Sgrò: farlo avrebbe significato bollare il ritrovamento delle ossa come l’ennesimo mistero Orlandi. E gli investigatori sono molto cauti: vogliono esser certi – solo dopo il rilevamento del Dna – che quei resti siano di Emanuela, prima di far entrare la famiglia nell’ennesimo procedimento.

 

La “scomparsa” di don Vergari

Un anno e mezzo fa, per la prima volta, gli avvocati hanno depositato una denuncia di scomparsa in Vaticano. Non era mai stato fatto dal 22 giugno 1983, quando di Emanuela – figlia 15enne di un messo della Prefettura della casa pontificia e quindi cittadina del Vaticano – si persero le tracce. Sono seguiti trent’anni di depistaggi, carte false, svariate piste investigative, comprese quelle della pedofilia, complotti internazionali e locali, all’ombra della Banda della Magliana. Ma nulla di concreto è emerso. Dopo la più recente denuncia, non è arrivata alcuna risposta dal Vaticano. Nel frattempo, sono state condotte testarde indagini difensive. Come quando i legali hanno cercato in lungo e in largo Pietro Vergari, 79 anni, ex rettore di Sant’Apollinare, la chiesa dove è stato sepolto il boss della Banda della Magliana, Enrico De Pedis. Don Vergari è l’unico ecclesiastico finito sotto indagine, anni fa, con altri cinque, per il duplice sequestro di persona di Emanuela e Mirella. La sua posizione è stata archiviata, prima dal pm, poi dal giudice e anche in Cassazione. Le ultime notizie del prelato si hanno in un palazzetto di Turania, tra Rieti e L’Aquila, dove i legali della famiglia Orlandi pure sono andati. Sembra sparito nel nulla.

Ma le piste investigative, tante, sono state battute tutte. Anche quelle partite dalle segnalazioni dei detenuti che, dai vari penitenziari d’Italia, negli anni hanno chiamato gli avvocati della famiglia Orlandi col loro pezzo di verità. C’è chi per esempio ha raccontato, senza alcun riscontro, che il corpo di Emanuela fosse sepolto nell’Aspromonte.

 

Da nord a Sud la gara delle segnalazioni

Ma le versioni e le presunte testimonianze sono diventate davvero molte. È così che i legali hanno deciso di affidarsi, per districarsi tra i vari verbali e per poter appurare l’eventuale veridicità delle indicazioni contenute, anche a una psicologa. L’obiettivo è capire se e chi mente.

Il principio è, per semplificare, quello della “macchina della verità”. Dalle sole parole, peraltro scritte, però è difficile scoprire il bugiardo. Il testimone o l’indagato bisogna guardarlo in faccia.

 

“Lie to me”. A caccia delle menzogne

Lo sa bene il professor Guglielmo Gulotta, uno dei padri della psicologia giuridica, autore – tra le altre cose – del fondamentale Psicologia della testimonianza e prova testimoniale (Giuffrè, 1986). Professore all’Università di Torino, Gulotta è stato per anni anche perito del Tribunale di Milano. E spiega: “Non bisogna fidarsi delle impressioni. La scoperta della verità è una triangolazione di tre elementi: le parole, i fattori esterni e la mimica”. Per discernere tra verità e menzogna, spiega il professore, leggere – in questo caso parliamo di verbali di interrogatorio – non basta. “Si devono esaminare anche le microimpressioni, magari osservandole in un video, con immagini che scorrono al rallentatore”. Solo così si possono carpire le minime sfumature di una menzogna. Modello, per gli appassionati del genere serie-tv, Lie to me, per intenderci.

“Ci sono persone che si autoingannano – continua Gulotta – e credono alle menzogne che raccontano prima di tutto a loro stessi. Ma è con i fatti esterni che si può svelare la verità. Una persona può essere sincera, e dire una cosa falsa. Solo triangolando parole, comportamento non verbale e riscontri esterni possiamo dunque stabilire ciò che può essere vero. Dalla semplice lettura dei verbali si possono riscontrare al massimo delle contraddizioni”.

La teoria, il professor Gulotta, l’ha applicata nelle aule di Tribunale. Seguiva ad esempio una vicenda che nei primi anni 90 sconvolse Foligno. Un bimbo fu ucciso nel 1993 e un uomo si autoaccusò di quel terribile delitto. Fu Gulotta a scoprire che mentiva: “L’ho capito ascoltando il suo racconto: aveva letto tutto sui giornali. Il suo autoaccusarsi era una sorta di punizione. Anche in questo caso, alle sue parole è seguita una comparazione con i dati esterni”. Per esempio? “Lui ha raccontato di avere bruciato il collo del bambino col mozzicone di una sigaretta. Non gli credevo e ho fatto controllare. Quella bruciatura era un’altra bugia”.

Stavolta la risposta sarà affidata prima di tutto agli accertamenti della Scientifica sulle ossa trovate alla Nunziatura. Dal risultato delle due l’una: o si chiuderà un caso italiano consegnando a una (o a entrambe) delle famiglie un corpo sul quale piangere, oppure per i familiari si spegnerà l’ennesima speranza, dopo l’ennesimo dolore.

Traffico di rifiuti: assolto Cerroni, il “ras” di Malagrotta

Assolti dal Tribunale di Roma tutti gli imputati al processo che vedeva imputato l’ex “ras” delle discariche romane Manlio Cerroni, e i suoi collaboratori Francesco Rando e Piero Giovi, l’ex presidente della Regione Lazio Bruno Landi, Giuseppe Sicignano, già supervisore delle attività operative svolte presso gli impianti di Cecchina, Luca Fegatelli, già dirigente dell’area rifiuti della Regione Lazio e per Raniero De Filippis, all’epoca dei fatti responsabile del Dipartimento del territorio della Regione Lazio. La decisione è arrivata dopo oltre otto ore di camera di consiglio.

Per l’ex patron di Malagrotta – la grande discarica (ora chiusa) alle porte di Roma –, il pm Alberto Galanti lo scorso marzo aveva chiesto una condanna a 6 anni, 5 anni per Landi e per Rando, 4 anni per Sicignano, due per Fegatelli e De Filippis.

Tutti erano accusati a vario titolo di associazione per delinquere finalizzata al traffico illecito di rifiuti e frode in pubbliche accuse. Alcuni capi di imputazione sono stati respinti per intervenuta prescrizione mentre Giovi è stato assolto per non aver commesso il fatto.