Standard & Poor’s abbassa il rating Atlantia e Autostrade

L’agenzia di rating Standard&Poor’s ha abbassato il rating di Atlantia e di Autostrade per l’Italia a BBB da BBB+. L’outlook è negativo e riflette, ha spiegato ieri l’agenzia di rating in una nota, “le perduranti incertezze legate alle prossime azioni che il governo potrebbe adottare” sulla vicenda del crollo del ponte Morandi di Genova, lo scorso agosto, e “le relative conseguenze operative o finanziarie”. Resta invece confermato, si legge ancora nel comunicato, il giudizio su Aeroporti di Roma (Adr). Venuta meno la “blindatura” del governo, insomma, c’è il rischio di un periodo di instabilità.

La decisione di Standard & Poor’s riflette inoltre “il perdurare dell’incertezza sull’ambiente operativo e sul potenziale indurimento dei termini sulla concessione sui nuovi investimenti per la controllata Autostrade, a seguito del crollo del ponte di Genova. Questo in particolare – prosegue S&P – alla luce dell’approccio di minor sostegno del governo nei confronti delle società di infrastrutture private, specialmente operatori stradali”.

Pino Virga, sindaco mite detto Bulldozer: “Occorrono più mezzi, uomini e denaro”

“L’estate scorsa abbiamo fatto 15 demolizioni e altrettante ne faremo in primavera. E ancora di più, vedrete, la prossima estate. Ma sarà lunga perché le case abusive sono un centinaio, la metà lungo il mare”, racconta il sindaco di Altavilla Giuseppe Virga, con la voce pacata e quasi sorpresa di chi pensa di non fare nulla di eccezionale. E sarebbe proprio così, in teoria. Ma in provincia di Palermo, secondo i dati della Procura, 65 comuni su 82 sono inadempienti in materia di demolizioni. Allora ecco che Virga compie un gesto eccezionale.

Per Altavilla Milicia – a est di Palermo, accanto a Casteldaccia dove l’acqua ha travolto la villetta – l’arrivo di Virga è stato una rivoluzione. Anche se questo avvocato cinquantenne non ha il physique du rôle dell’eroe: sguardo ironico, sorriso tra il sorpreso e il malinconico. Ma qualcuno l’ha definito, e non a caso, “un bulldozer”. Si era candidato a sindaco nel 2012 e ne era uscito sconfitto. Dopo due anni, però, il Comune di Altavilla è stato sciolto per infiltrazioni mafiose. Sono arrivati i commissari e nel 2016 si è tornato a votare: Virga stavolta ha vinto con il 65% dei voti. Un trionfo.

E subito dopo il neo-sindaco comincia a demolire: “L’avevo detto chiaramente, era nel mio programma elettorale: dobbiamo restituire il territorio alla gente. Anche perché la bellezza è la nostra più grande ricchezza e chi rovina Altavilla ci impoverisce, ci ruba il nostro patrimonio”, racconta oggi Virga, stremato dopo giorni di allerte. Certo non è facile: “Per demolire noi sindaci da sempre chiediamo mezzi, uomini e denaro. Se avessimo avuto un supporto economico e di mezzi da parte del governo regionale, è chiaro che sarebbe stato più facile e rapido demolire”. Ma si va avanti lo stesso. E Altavilla come ha reagito alle ruspe? “Ho avuto tanto sostegno dal resto d’Italia. In paese c’è stato silenzio. L’opposizione addirittura ha dato il suo sostegno a chi aveva costruito abusivamente”. E la sua maggioranza? “Mi ha sostenuto senza tentennamenti. Ma io ho cercato di tenerla fuori da questa scelta e di prendermene il peso sulle spalle”. Ha ricevuto minacce? “Qualcosa, ma poco significativa. Lo rifarei di nuovo, anzi, oggi con maggiore convinzione. Dopo quello che è successo ho capito che demolendo si possono salvare vite umane. Anche quelle di chi costruisce abusivamente”.

“Attaccare i Tar, l’alibi facile della politica”

“La misura è colma”. Il presidente della Associazione nazionale magistrati amministrativi Fabio Mattei parla chiaro: “Siamo costantemente sotto attacco perché andiamo a sindacare atti che sono diretta emanazione della politica che cerca di scaricare la responsabilità su chi, applicando leggi spesso farraginose e contraddittorie, cerca solo di rendere giustizia.

La villetta travolta a Casteldaccia dall’esondazione del fiume Milicia era abusiva. Ma c’era un ricorso al Tar…

Quel giudizio era estinto per inattività delle parti fin dal 2011 e comunque non era stata accordata alcuna sospensiva: l’unica verità è che non è stata data esecuzione all’ordinanza di demolizione da parte di chi avrebbe dovuto farlo. E non è raro che accada perché i sindaci hanno paura di perdere consenso elettorale.

Eppure è stato chiamato in causa il Tar. E non è la prima volta.

È l’ultimo episodio di una lunga serie, una cosa inaccettabile. Recentemente, ad esempio, è stata bollata come sentenza “smaccatamente” politica, la decisione del Tar di annullare il referendum indetto dalla Regione Veneto per la scissione di Mestre da Venezia. Ma il referendum – come ha reso evidente il dispositivo di quella sentenza che è comunque appellabile al Consiglio di Stato – era in contrasto con la legge, invadeva la competenza statale e, in ogni caso, la Regione aveva mal individuato la popolazione interessata dalla consultazione. Che c’entra parlare di decisione politica?

Ma una certa ostilità nei vostri confronti c’è sempre stata. L’ex premier Matteo Renzi era convinto che l’Italia non potesse più permettersi di essere una Repubblica fondata sul cavillo e sul ricorso…

Sì, ricordo con rammarico quelle parole. Ma dare addosso ai giudici amministrativi è un’arma di distrazione di massa per coprire inefficienze e spesso una gestione inadeguata del territorio. Il giudice viene vissuto con insofferenza, ma la sua unica funzione è quella di ripristinare la legalità favorendo lo sviluppo dell’economia e gli investimenti, anche stranieri. Eppure quando le sue risposte non piacciono, il giudice diventa il nemico. Ma questa insofferenza nei nostri confronti è un alibi.

Però la macchina della giustizia è lenta, blocca le opere pubbliche all’infinito.

Si tratta di un altro falso mito: di tutte le aggiudicazioni solo il 2% è oggetto di ricorso e le sospensive accolte non superano lo 0,75% dei casi. Più in generale la giustizia amministrativa non teme rivali quanto ai tempi delle decisioni, grazie a strumenti che rappresentano un unicum anche in Europa; una sentenza breve può essere formulata anche in prima udienza e cioè dopo pochi giorni. I riti sui contratti pubblici sono velocissimi anche rispetto a controversie complesse. Non è colpa nostra se oggi la politica vive di annunci sui social e quindi sembra velocissima rispetto all’opera che tocca a noi.

Ma questi tempi sono ulteriormente comprimibili?

No, altrimenti si rischia una giustizia sommaria.

Quale atteggiamento vi aspettate dal governo?

Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte è stato membro dell’organo di autogoverno della giustizia amministrativa. E dunque penso che abbia tutti gli strumenti per apprezzare il nostro lavoro.

Il ministero ci mette 6 miliardi, ma ne servono almeno 36

Un miliardo di euro per i prossimi tre anni, altri cinque a lungo termine, finanziati anche attraverso un mutuo con la Bei (Banca europea degli investimenti). È quanto il ministero dell’Ambiente ha messo a disposizione per la messa in sicurezza del territorio italiano dai rischi naturali, al netto dei fondi stanziati di volta in volta per gestire le emergenze dovute a frane, case crollate, fiumi esondati.

La polemica politica di questi giorni è tutta attorno a questa cifra e alla discontinuità tra il governo gialloverde e le politiche di Matteo Renzi e Paolo Gentiloni, che accusano il nuovo ministro Sergio Costa e l’intero esecutivo di avere invece bloccato quel prestito Bei a tasso agevolato e di aver smantellato l’ambizioso Casa Italia, il piano lanciato dai dem dopo il terremoto nel Centro Italia di due anni fa.

In realtà, però, il governo non ha affatto rinunciato ai soldi della Bei. Parliamo di 800 milioni di euro – da restituire in una ventina d’anni – frutto di un accordo tra la banca e il ministero dell’Economia – durante la scorsa legislatura – e destinati espressamente “agli interventi per la prevenzione dei danni causati dal dissesto idrogeologico”. L’intesa, siglata nel dicembre 2017, sarebbe poi diventata operativa alla firma di un contratto di progetto tra la stessa Bei e il ministero dell’Ambiente. Tra lentezze burocratiche e l’avvicinarsi delle elezioni dello scorso marzo il percorso si è arenato per qualche mese, finché settimana scorsa il ministro Costa ha frenato sull’opportunità di sottoscrivere nuovo debito.

Ma adesso sia la banca sia gli uffici dell’Ambiente confermano che la pratica è tutt’altro che saltata, con Costa che avrebbe preso tempo per ridiscutere i termini dell’accordo e per rivalutare a quali interventi destinare i soldi, dato che le emergenze di uno o due anni fa, oggetto del contratto, potrebbero adesso non essere quelle più dirimenti.

Che il programma non sia naufragato lo confermano anche i numeri. Contro il dissesto idrogeologico il ministero ha messo a disposizione 6 miliardi di euro dal proprio bilancio, destinati ai territori in scaglioni triennali da circa un miliardo l’uno. Ai fondi accedono direttamente le Regioni, con cui l’Ambiente discute i singoli interventi. Questi 6 miliardi, fa sapere il ministero, sono coperti anche attraverso il prestito Bei, pure se in attesa di essere definito nei suoi dettagli. Segno che non c’è intenzione, almeno al momento, di tornare indietro. D’altra parte il prestito Bei sarebbe vantaggioso, avendo tassi di interesse vicini all’1%, ben più bassi di quelli – superiori al 3% – dei nostri titoli di Stato. I dubbi di Costa erano semmai sulla possibilità di finanziare gli interventi senza alcun mutuo: “Quale padre di famiglia, potendo avere soldi in cassa, preferisce indebitarsi?”, aveva dichiarato a La Stampa, lasciando intendere la volontà di trovare la totalità delle risorse all’interno del bilancio del ministero.

Oltre alla questione Bei, poi, c’è il tema della chiusura di Casa Italia. Pensato con l’aiuto di Renzo Piano, doveva essere un progetto a lungo termine per la messa in sicurezza del territorio italiano. Nel rapporto finale del programma, stilato da un team guidato dal rettore del Politecnico di Milano Giovanni Azzone, si legge un resoconto allarmante: per mettere in sicurezza l’Italia – e limitandosi agli edifici in muratura portante all’interno dei comuni a rischio sismico – servirebbero 36,8 miliardi. Se poi si volesse intervenire sulle strutture in calcestruzzo armato realizzate negli stessi Comuni prima del 1971, il costo salirebbe a 46,4 miliardi, che diventerebbero 56 comprendendo gli edifici in cemento armato. Sempre secondo il report, però, un lavoro che si estenda anche i comuni non a rischio potrebbe richiedere la cifra monstre di 850,7 miliardi.

Nonostante queste premesse l’ultima manovrina del governo Gentiloni aveva previsto 3 miliardi di interventi per i prossimi 3 anni, numeri dignitosi ma non certo all’altezza delle ambizioni del piano. Tutt’altra storia, dunque, rispetto alle richieste di chi a quel piano ci aveva lavorato. Ora il ministero dell’Ambiente fa sapere di aver confermato i lavori di Casa Italia già avviati – uno stralcio da poche centinaia di milioni di euro – e di aver potuto chiudere il programma attraverso una riorganizzazione delle competenze tra i dicasteri e Palazzo Chigi.

Casteldaccia, Italia: perché i Comuni non demoliscono

Nove morti dentro una villetta abusiva che avrebbe dovuto essere demolita dal 2011, data in cui il Tar di Palermo dichiarò chiuso il contenzioso nato dal ricorso presentato dai coniugi Antonino Pace e Concetta Scurria, proprietari dell’immobile poi affittato alla famiglia Giordano, cancellata dalla massa di acqua e fango. Dai primi rilievi saltano fuori le prime responsabilità omissive, in questo caso del Comune di Casteldaccia, guidato dal sindaco Giovanni Di Giacinto (Pd) che “a caldo” aveva tentato di scaricare ogni accusa sul Tar: “Sul ricorso non è intervenuto” – aveva detto accusando i giudici e costringendo l’ufficio stampa del Consiglio di Stato a una inusuale ma ferma smentita: “Nel 2011 il giudizio al Tar si è concluso e l’ordinanza di demolizione del sindaco non è stata annullata; né il Comune si è mai costituito in giudizio. Quindi, in questi anni, l’ordinanza di demolizione poteva – e doveva – essere eseguita. Non solo. Di Giacinto e il suo vice Fabio Spatafora sono stati citati in giudizio nell’agosto scorso per un danno erariale di 239 mila euro dalla Procura della Corte dei Conti: negli ultimi dieci anni, dal 2007 al 2017, “avrebbero consentito agli autori degli illeciti di continuare a beneficiare degli immobili realizzati abusivamente, senza corrispondere alcuna indennità di utilizzo, né la tassa sui rifiuti e gli altri tributi previsti dall’ordinamento, con conseguente danno per le casse del Comune”.

È la foto della permissività che ha tenuto in piedi la villetta della tragedia, a cui il sindaco di Casteldaccia, deputato regionale del Pd nella scorsa legislatura, non sembra estraneo anche quando si tratta di riscuotere le tasse dei contribuenti e che l’anno scorso si è trasformata in un’accusa di abuso di ufficio: Di Giacinto è tuttora processato a Termini Imerese per avere compiuto sgravi per oltre 120 mila euro sul portale Equitalia, “operando con una propria password” a favore di cittadini di Casteldaccia destinatari di cartelle esattoriali, dalla tassa sui rifiuti, all’Imu, alle multe per violazioni del Codice della strada.

E mentre i giudici incassano anche la solidarietà dell’Associazione nazionale magistrati amministrativi, la tragedia del Milicia appare come l’ennesimo dramma dell’abusivismo in una terra in cui demolire un immobile abusivo è un’impresa titanica.

In Sicilia pendono quasi ottomila ordinanze di abbattimento, ma solo poco più di 1.000 sono state messe in esecuzione. Ora il presidente della Regione Musumeci minaccia l’invio di commissari ad acta visto che alla sua nota del maggio scorso (reiterata a settembre e inviata ai 390 Comuni dell’isola) hanno risposto in 39, appena il 10 per cento. E tra questi non c’è il Comune di Casteldaccia, al centro del territorio siciliano più a rischio alluvioni, secondo il report Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale), rischio puntualmente segnalato invano nella “relazione del marzo 2012 per la Revisione del Piano regolatore generale’’ che parlava di “aste torrentizie in fase di approfondimento e da aree esposte a possibili fenomeni di esondazione”.

Per la provincia di Palermo non è per nulla un’eccezione: secondo un monitoraggio del procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato, 75 Comuni su 82 non abbattono le case abusive. Lamentano mancanza di fondi, ma come ha denunciato Scarpinato nel marzo 2017, “ciò che è più grave è che al costruttore abusivo non viene irrogata la sanzione prevista dalla legge fino a 20 mila euro”.

“Se fosse stata applicata in tutti i casi in cui è stato ingiunto di demolire – ha concluso il pg – arriveremmo ad alcuni milioni di euro necessari a finanziare i Comuni per le demolizioni”.

Cittadini e amministratori spesso legati da un patto di resistenza illegale che ha partorito anche soluzioni bizzarre di “legalità elastica”: a Triscina, capitale siciliana dell’abusivismo, dove le case sono costruite sulla spiaggia, hanno proposto di riempire il mare di sabbia per ripristinare il limite dei 150 metri imposto dalla legge.

Boeri: “Su congedo paternità e pensioni manovra maschilista”

“C’è un segnale di maschilismo anche in questa legge di Bilancio, nel momento in cui va a dire manteniamo le differenze di età nell’accesso alle pensioni per uomini e donne, e va a non rifinanziare il congedo di paternità che era uno strumento molto importante per promuovere un’uguaglianza di opportunità”: a dirlo, ieri, il presidente dell’Inps, Tito Boeri, intervenendo a Bologna al convegno “Le donne nell’Istituto, ieri, oggi, domani”.

“C’è l’aspetto grave – aggiunge Boeri a margine del convegno – che non vengono rifinanziati i congedi di paternità, che sono uno strumento fondamentale per promuovere una maggiore partecipazione delle donne al mercato del lavoro e per realizzare l’uguaglianza delle opportunità. Questo perché vuol dire che anche i padri devono prendersi cura dei figli. È un aspetto culturalmente importante ma che tende anche a contrastare un pregiudizio diffuso, soprattutto tra i datori di lavoro delle piccole imprese, secondo cui assumere delle donne è più rischioso perché costano di più e perché poi dovranno prendersi cura dei loro figli”.

Ue, l’Eurogruppo processa Tria: cambiate la manovra

C’è una settimana di tempo per cambiare i numeri della legge di Bilancio, poi un’altra settimana e arriverà la decisione della Commissione europea, il 21 novembre. “Speriamo di avere una nuova bozza del documento di Bilancio”, ha detto ieri Mario Centeno, il presidente dell’Eurogruppo, nella riunione informale dei ministri economici dei Paesi della moneta unica cui ha partecipato anche il ministro del Tesoro, Giovanni Tria.

“Il ruolo della Commissione è far rispettare i trattati nell’interesse di tutti i Paesi membri dell’Unione, perché quando qualcuno trasgredisce, danneggia tutti”, dice il commissario agli Affari economici Pierre Moscovici, anche ieri il più loquace nel rivendicare il diritto per Bruxelles a una linea dura sulla manovra del governo italiano che – per ammissione stessa dei documenti ufficiali presentati dal governo Conte – non rispetta gli impegni di bilancio confermati anche in aprile. Il ministro dell’Economia francese, Bruno Le Maire, è ancora più drastico e avverte: “Qui c’è in gioco il destino della moneta unica”.

In realtà, dietro i toni apocalittici continua a essere in corso uno strano negoziato che nessuna delle due parti ha ben chiaro come si possa chiudere. Il presidente dell’Eurogruppo Centeno, nei giorni scorsi, aveva approvato la proposta (mai formalizzata, ma soltanto evocata) dell’Italia di “presentare gli obiettivi fiscali come tetti massimi” (tradotto: rimanere sotto il 2,4 per cento di deficit nel 2019) e di intervenire “se le previsioni di crescita non si realizzano”.

Nel frattempo, però, i nuovi dati Istat sul Pil hanno confermato che l’economia italiana nel terzo trimestre si è fermata, l’obiettivo di crescita del Pil all’1,5 per cento nel 2019 pare completamente irrealistico, e la stima era già stata bocciata dall’Upb, l’autorità indipendente sui conti pubblici. Rinviare il reddito di cittadinanza o limitare la controriforma Fornero sui pensionamenti anticipati potrebbe forse arginare il deficit (che secondo molte stime potrebbe in realtà superare addirittura il 3 per cento), ma soltanto a spese della già asfittica crescita. E quindi il problema non migliorerebbe, anzi, i saldi di bilancio finirebbero addirittura per peggiorare.

Ora Centeno e l’Eurogruppo chiedono all’Italia un nuovo documento programmatico di bilancio che però non ci sarà mai, perché il governo Conte è disposto al massimo a rivedere i numeri in corso d’anno, ma non certo a capitolare oggi di fronte alle richieste europee, anche se a Palazzo Chigi come al Tesoro sono tutti consapevoli che la procedura di infrazione per debito eccessivo è quasi inevitabile.

C’è un’ultima occasione: una riunione straordinaria dell’Eurogruppo il 19 novembre sui destini dell’Unione economica e monetaria. Se l’Italia ha davvero una idea di compromesso – come fanno filtrare dal Tesoro – sarà quello il momento di presentarla.

Istat, sempre meno lavoratori autonomi: dal 2008 sparito 1 su 10

L’Italia è sempre meno un Paese di Partite Iva. L’Istat stima che, dopo la crisi, mancano all’appello 642 mila lavoratori indipendenti, oltre uno su dieci. Tra il secondo trimestre 2008 e il secondo trimestre 2017, gli autonomi si sono ridotti del 10,7% fino a quota 5,363 milioni, mentre i dipendenti sono aumentati del 2,7%, continuando una tendenza iniziata alla fine degli anni Novanta. Il calo, nell’arco di nove anni, raggiunge il 42,4% per i collaboratori ed è del 19,2% per i lavoratori in proprio con dipendenti. L’unica categoria in controtendenza è quella dei liberi professionisti, cresciuti del 26%. La diminuzione degli autonomi “avvicina l’Italia al dato medio europeo”, osserva l’Istat, ricordando che nell’Unione europea lavorano in proprio, in media, il 15,7% degli occupati, un livello ancora molto inferiore a quello nazionale (23,2%). Solo i datori di lavoro sono 1,4 milioni in Italia e, per l’istituto di statistica, “rappresentano una parte importante del nostro sistema produttivo, caratterizzato, rispetto alle altre grandi economie europee, da un rilevante peso della micro e piccola impresa”.

L’effetto condono affossa le entrate tributarie. Le buste paga le rianimano

L’effetto condono condiziona l’andamento delle entrate tributarie. Gli incassi dell’Erario dovuti agli accertamenti e ai controlli dell’Amministrazione finanziaria si sono attestati nei primi 9 mesi del 2018 a 7.160 milioni, 489 in meno dello stesso periodo dell’anno scorso. In percentuale si tratta di una flessione del 6,4%, che diventa una voragine se si stringe l’obiettivo sui soli incassi affluiti dalle imposte dirette come l’Irpef: -17,5%.

Il dato negativo viene in parte compensato dall’incremento (+8,5%) delle imposte indirette, Iva in testa. È lo stesso Mef a spiegare che “il risultato del periodo gennaio-settembre è stato condizionato dall’andamento negativo del mese di agosto dell’anno corrente rispetto allo stesso mese del 2017 (-891 milioni di euro, pari a -45,3%)”. Mancano infatti all’appello quest’anno le consistenti entrate una tantum derivate da un’altra “definizione agevolata” delle controversie tributarie, quella della rottamazione delle cartelle introdotta nel 2016 che aveva già abbondantemente prosciugato il magazzino degli accertamenti sui contribuenti infedeli ancora solventi, disposti (o costretti) a pagare. Adesso il governo gialloverde ci riprova, sperando di persuadere un’altra piccola parte d’inadempienti troppo choosy verso il fisco (per dirla con la professoressa Fornero), a versare il dovuto con lo sconto di sanzioni e interessi. Ma assestando un altro colpo alla credibilità dell’Erario e all’attività di controllo dell’Agenzia delle Entrate, che travolta da voluntary disclosure e rottamazioni ha ridotto i controlli non automatici, quelli cioè non effettuati dal computer, al lumicino.

In generale le entrate tributarie in questi primi nove mesi sono aumentate dell’1,8%, dove a fare la parte dei salvatori della patria sono ancora una volta i lavoratori dipendenti e i pensionati. Le ritenute Irpef alla fonte su stipendi e pensioni mostrano una crescita di 4.318 milioni (+3,9%). Il gettito dell’Ires (l’imposta sui redditi delle società) evidenzia invece una diminuzione di 1.744 milioni di euro (-9,8%), per effetto della riduzione di 3,5 punti percentuali dell’aliquota prevista dalla legge di Stabilità per il 2016 e dell’applicazione del cosiddetto super ammortamento contenuta nella manovra del 2017. Volano i rendimenti delle diverse forme pensionistiche complementari e di conseguenza le imposte relative (+38,9%). Cresce il gettito delle imposte indirette, e in particolare dell’Iva (+ 3,7%), grazie soprattutto all’introduzione del meccanismo dello split payment, che impone alle aziende della pubblica amministrazione di trattenere l’imposta pagata sulle fatture e rigirarla direttamente allo Stato. Il decreto Dignità a luglio lo ha abolito per i professionisti.

Crescono i versamenti del canone Rai (+3,4%, pari a 45 milioni di euro) e dell’imposta di bollo (+9,7% e 482 milioni di euro). Le entrate dei giochi nel 2018 ammontano a 10.715 milioni di euro con una variazione positiva di 410 milioni di euro (+4,0%), a testimonianza di un settore ancora florido e in costante espansione.

“Reddito minimo, guardate l’Egitto per evitare errori”

“La priorità è togliere i poveri dalla strada”. Philippe Van Parijs, 67 anni, belga, economista e filosofo, è professore emerito all’Università di Louvain. È il più noto sostenitore dell’idea di un reddito di base, versione estesa del reddito di cittadinanza (perché senza condizioni abbinate). Ha avuto contatti con Beppe Grillo e il Movimento 5 Stelle nella fase iniziale dell’elaborazione di quella proposta che ora è la priorità assoluta per la parte pentastellata del governo.

Professor Van Parijs, che idea si è fatto del progetto di reddito di cittadinanza versione Cinque Stelle?

Sta diventando una forma di assistenza sociale tradizionale. Un aiuto pubblico che sostituisce quello privato, della carità, ai poveri. Ma non è il reddito di base senza vincoli di cui parlava Beppe Grillo come reazione alla crescente disuguaglianza.

La sua doppia natura – assistenza ai poveri e politica attiva per i disoccupati – può reggere?

Ci sono zone d’Italia in cui il lavoro non c’è, introdurre lì l’obbligo di cercarlo è inutile. Costerebbe meno creare il lavoro a spese dello Stato che costruire una macchina burocratica che costringe a inseguire posti che non esistono.

Almeno ci sarà la garanzia che nessuno abbia un reddito inferiore a 780 euro.

È un livello molto elevato. Nelle Regioni dove la situazione economica non è molto dinamica, è difficilissimo trovare un lavoro che paghi al netto delle imposte più di 780 euro. E così l’impatto di un sussidio assistenziale può creare una trappola della dipendenza, facendo sparire i lavori a tempo parziale e compenso modesto per le persone poco qualificate. Ma il vero problema sono i liberi professionisti.

Perché proprio i liberi professionisti?

Se sono un libero professionista e, dopo aver pagato le spese, le tasse e i contributi, mi restano in tasca 700 euro netti, mi basta smettere di fatturare per avere diritto a ottenerne invece 780. Nessuno può costringere un lavoratore autonomo a cercarsi clienti. E se nella mia zona non ci sono offerte di lavoro adeguate, posso continuare così per anni. Senza lavorare o lavorando in nero.

Meglio erogare somme più basse?

Io sono a favore di un reddito di base di importo inferiore ma davvero universale, costruito in modo che non incentivi la dipendenza.

Quali consigli darebbe ai Cinque Stelle?

Il Reddito di inclusione del governo Gentiloni è un buon punto di partenza. Bisognerebbe intanto aumentare l’importo erogato e andare nella direzione dell’universalità allargando gli esoneri fiscali, costruendo uno zoccolo duro di sussidi per tutta la popolazione attiva. L’importo pagato dovrebbe essere abbastanza basso da non rendere realistico pensare di vivere di quello tutta la vita. A quello poi andrebbero sommati sussidi aggiuntivi per specifici problemi che evitino il rischio di scivolare in povertà: assicurazione sul lavoro, sostegno per l’alloggio, ecc. Il governo dovrebbe studiare attentamente quello che sta succedendo in Egitto.

Perché l’Egitto?

Perché lì c’è un dibattito importante in corso. Finora c’era un forte sussidio all’energia fossile, assurdo e iniquo perché premiava soprattutto i grandi consumatori. Il governo attuale ha deciso di sopprimere gradualmente questi sussidi, determinando però un aumento del costo della vita che ai più poveri deve essere compensato. Il metodo più indicato è quello dei trasferimenti condizionati di contanti: schemi di assistenza sociale con condizioni che richiedono la presenza a scuola per i minori e controlli sanitari e così via. La grande difficoltà in situazioni con una vasta economia informale è quella di identificare i poveri: si rischia di creare un sistema arbitrario e con molto clientelismo e con controlli poco efficaci, quindi è meglio un sussidio universale modesto ma non condizionato.

Come può essere difficile capire chi è povero?

Nei Paesi poco sviluppati con una vasta economia informale risulta molto complicato stimare le reali disponibilità di chi ha sempre avuto una vita lavorativa in nero. L’Italia non è l’Egitto, ma molte zone del Paese, soprattutto al Sud, pongono gli stessi problemi.

Come spiegherebbe a un elettore della Lega la necessità di un reddito minimo?

La lotta contro la povertà è un investimento, perché meno povertà vuol dire un capitale umano più solido e una maggiore crescita economica di cui tutti beneficiano, anche gli elettori leghisti.