Anonymous buca i siti dei ministeri, del Cnr e dei partiti

L’avevano annunciata come operazione #FifthOfNovember, per la ricorrenza dell’anniversario della “congiura delle polveri”, episodio storico molto caro al movimento hacker. E Anonymous Italia ha mantenuto la parola, attaccando diversi siti web di enti statali e politici dopo l’annuncio di domenica su Twitter. Ieri, con un post pubblicato sul loro blog ufficiale, il gruppo (composto da Anonymous insieme a LulzSec Italia e AntiSec Italia) ha pubblicato tutta una serie di domini bucati e ha spento il sito ufficiale di Fratelli d’Italia. Fra i siti attaccati anche quello del ministero dello Sviluppo economico, l’Associazione Polizia di Stato, il CNR, la sezione Lega Nord del Trentino e quella del Partito democratico di Siena, l’Archivio di Stato e l’Associazione Nazionale Educatori. Sono state pubblicate migliaia di indirizzi email, password e altri dati sensibili. “Siamo solamente un gruppo di umani – scrive Anonymous – che si è stancato di ascoltare sempre le stesse frasi dalle persone che cercano di governare un paese di inestimabile valore, che non merita questa fine. Cerchiamo, mettendo a rischio la nostra libertà ogni giorno, di ridare i diritti a un popolo privato della propria privacy da ormai molto tempo”.

I “40 mila” anti-Appendino rinunciano alle bandiere

In piazza per il Tav, ma con prudenza: senza bandiere o simboli delle associazioni.

Tra gli imprenditori di Torino circola una certa cautela sulla tanto invocata “marcia dei 40 mila” contro le politiche No Tav della sindaca Chiara Appendino e del governo M5S-Lega. L’hanno raccontata, ieri, le edizioni locali di alcuni quotidiani nazionali. Nel pomeriggio poi i rappresentanti delle realtà produttive cittadine si sono riuniti nella sala congressi della Camera di commercio e hanno deciso la linea: “Abbiamo preso una decisione unitaria”, spiega Corrado Alberto, presidente dell’Associazione piccole e medie imprese (Api) di Torino e coordinatore dell’iniziativa. Inviteranno “tutti gli associati” alla manifestazione di sabato prossimo, “ognuno con le proprie autonomie e modalità” e soprattutto “senza etichette, senza bandiere, senza simboli”: “Non siamo contro qualcuno – affermano in una nota – ma contro una politica che non tiene conto della realtà che vivono i cittadini, che non dà futuro alle nostre imprese, attività, al lavoro e ai nostri figli”.

Molto diversi i toni degli imprenditori rispetto a quelli di Dario Gallina, leader dell’Unione industriali che lunedì scorso – dopo l’incontro in Comune a Torino in vista del voto sull’odg No Tav – immaginava addirittura “una marcia dei 100 mila”: la sua organizzazione sta preparando un convegno di Confindustria sulle infrastrutture.

Caro Salvini, ora la pacchia è finita: la vendetta di Elisa

L’asse da stiro giace in un angolo dello sgabuzzino. L’appretto è solingo e impolverato. Una camicia bianca con una macchia di sugo di pomodoro italiano è abbandonata sul cesto dei panni sporchi. A casa Isoardi tutto parla ancora di lui. Di Matteo.

Del resto, che la storia tra Matteo Salvini e Elisa Isoardi fosse agli sgoccioli era chiaro da un po’: lui ormai riusciva a essere nello stesso giorno in un campo rom guidando una ruspa, nel Bellunese caricandosi in spalla abeti secolari, in laguna a Venezia respingendo l’acqua alta a mani nude, sul volo Rio de Janeiro-Malpensa con il latitante Cesare Battisti legato e imbavagliato nella cappelliera e a Palermo in una villa confiscata alla mafia mentre nuotava in piscina con la tuta catarifrangente della Protezione civile. Riusciva a essere ovunque tranne che a casa con Elisa sua. E allora, fedele alla promessa di qualche mese fa, “per amore di Matteo resterò nell’ombra”, Elisa Isoardi ci ha tenuto a farci sapere che per “ombra”, intendeva quella del bastone da selfie e si è vendicata come sa fare lei: con una foto.

In principio, al primo sgarro di Matteo colpevole di averla trascurata in vista delle elezioni, la foto fu la paparazzata a Ibiza di lei con un altro. Ma quello era un escamotage per farlo tornare. Per ferirlo nel suo orgoglio da maschio italico. Per fargli sapere che pure lei è per dare la precedenza agli italiani, possibilmente quelli fighi e che in costume non sembrino un giocatore di bocce da sabbia come lui. Ora è passata ad attingere dalla gallery del suo cellulare strapiena di selfie con lui, perché sa che Matteo questa volta non tornerà e allora non è più l’orgoglio, quello su cui sparare, ma la dignità. La credibilità. E in effetti, va detto, col selfie after-sex postato ieri sulla sua bacheca Instagram, la Isoardi è riuscita nella rara impresa di essere mediatamente più efficace della vera, unica, insostituibile fidanzata di Matteo Salvini: Luca Morisi, il social media manager del segretario della Lega.

Già me la vedo la Isoardi sfogliare la gallery delle foto con Matteo: questa no che qui lui sta whatsappando con Morisi, questa no che qui Matteo è su FaceTime con Morisi, questa no che Matteo sta mandando il selfie col tiramisù a Morisi, questa no che qui Matteo sta fingendo di aprire la busta della Procura ma in realtà era quella delle spese di condominio di Morisi… ecco, questa! E sceglie con sapiente sadismo quella in cui Matteo pare essere collassato sul letto dopo due gin tonic o una telefonata con Danilo Toninelli, e lei invece è un fiore, truccata come in tv e in accappatoio.

Quello desnudo è lui, lei è copertissima. E qui c’è del genio. Elisa non vuole che si dica “quant’è gnocca lei”, ma “che ciofeca lui”. Vuole che tutti dicano: “Il re è nudo! E sta meglio vestito”. Della serie: voi su Facebook lo vedete col giubbetto della polizia, col cappello della Guardia di finanza, con l’impermeabile dei Vigili del fuoco, con il mantello di Superman e con lo scudo di Zeus, ma poi io a letto mi ritrovo con Monciccì. Ed è evidente che questa è la prima seria opposizione fatta a Matteo Salvini dalla sua nomina a ministro.

Fossi un leader del Partito democratico chiederei subito tutto il contenuto fotografico del suo telefonino alla Isoardi e nel giro di quindici giorni Salvini finirebbe nella nave Diciotti a fare il cuoco di bordo. Solo che non esistono leader nel Pd e per giunta, un domani, per ritorsione, qualcuno potrebbe tirar fuori un after sex di Matteo Renzi che guarda in camera compiaciuto dopo aver fatto cose contro natura tipo ritirarsi o chiedere scusa a tutti.

Bella anche la frase a corredo del pizzino fotografico della Isoardi: “Non è quello che ci siamo dati a mancarmi, ma quello che avremmo dovuto darci ancora. Con immenso rispetto dell’amore che c’è stato”. Del resto, è immensamente rispettoso pubblicare foto intime in camera da letto di un ministro dopo una rottura. È un po’ come se Emmanuel Macron fosse mollato dalla moglie Brigitte e per ringraziarla dei 25 anni passati insieme, pubblicasse la foto delle sue ricette mediche per l’osteoporosi.

Salvini, dal canto suo, pare sottovalutare l’indole ritorsiva della sua ex. L’altra sera era a cena con la giornalista Annalisa Chirico che l’ha descritto come “molto tranquillo, brillante come sempre, mentre mangiava sushi e beveva champagne”. Le avrebbe anche rispedito indietro dei vestiti a casa sua. Twitta come se niente fosse. Pubblica foto con il ministro ghanese. Percula gli avversari.

Il tutto mentre lei, Elisa, fintamente grata e mansueta, pensa a quale nuova grana scaricargli oltre confine, come la Francia con i migranti. E non so se Matteo l’ha capito, non so se Luca Morisi gliel’ha spiegato, no so se il suo intuito gliel’ha suggerito, ma con una donna iena e vendicativa mascherata da ex arrendevole e pacificata, c’è da chiudere non solo i porti, ma pure la porta di casa, le persiane e i condotti dell’aerazione.

Puoi fermare i profughi in arrivo dall’Africa sub-sahariana, caro Matteo, ma non Elisa Isoardi da Cuneo. La pacchia è finita!

Consorzio Venezia Nuova, Brugnaro: “Basta commissario”

Terminare il commissariamento del Consorzio Venezia Nuova “è una delle ipotesi in campo, però voglio dirlo quando ho la soluzione in mano”. Lo ha affermato ieri sera il ministro delle Infrastrutture, Danilo Toninelli, parlando con i giornalisti al termine dell’incontro con il sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro.

Quest’ultimo ha chiarito: “Gli ho dato tutta la documentazione. Aspettiamo che se la studi, lui lo ha detto, poi ci troveremo al più presto per affrontarli a uno a uno”.

Quanto alle differenze di vedute con Toninelli su temi come il Mose e le Grandi navi, Brugnaro ha precisato che “delle sue posizioni parlerà lui. Le mie le conoscete, per cui le ho semplicemente raccontate, aspettiamo che anche tutto l’entourage tecnico possa maturare una serie di posizioni. Mi sembra comunque importante che un ministro della Repubblica, anche in un momento particolare per il Veneto, passi per il Comune di Venezia. Mi sembra un segnale importante e positivo”. Alla domanda se si fosse anche parlato di Comitatone per Venezia, Brugnaro si è limitato a un “sì”.

Tiziano quasi archiviato

Il 29 ottobre la Procura di Roma ha chiuso l’inchiesta Consip. Nell’indagine era inizialmente coinvolto anche Tiziano Renzi padre dell’ex premier Matteo. Accusato di traffico di influenze illecite, per Tiziano Renzi, per l’imprenditore Alfredo Romeo e per Italo Bocchino (già parlamentare di An, poi consulente di Romeo), la Procura ha chiesto l’archiviazione.

Altri invece rischiano il processo, anche nel filone di indagine che riguarda la fuga di notizia che arrivò ai vertici della Consip. In questo ambito è accusato di favoreggiamento l’ex ministro e ex sottosegretario Luca Lotti, il generale Emanuele Saltalamacchia e Filippo Vannoni, già presidente di Publiacqua e amico di Renzi. Il favoreggiamento è contestato anche all’ex comandante generale dell’Arma dei carabinieri, Tullio Del Sette, accusato anche di rivelazione di segreto. A puntare il dito contro di loro era stato il 20 dicembre 2016, l’ex amministratore delegato di Consip, Luigi Marroni.

Sorte diversa, come detto, ha avuto Tiziano Renzi: accusato di traffico di influenze illecite, per lui i pm hanno chiesto l’archiviazione, accusando invece il suo amico Carlo Russo di millantato credito

Caso Consip, i pm e quelle poche domande a Renzi

Da molti mesi tutti attendevano di leggere le carte del’inchiesta Consip. Finalmente gli atti sono depositati e ci si può fare un’idea più precisa. Ci vorrà tempo perché sono poco meno di 100 mila pagine di atti. Per ora ci siamo concentrati sui tre verbali di Matteo Renzi.

Quello più lungo e con più domande è stato fatto non dall’accusa ma dalla difesa. Nell’ambito dei poteri concessi dal nuovo codice il 25 luglio del 2017 Matteo Renzi viene sentito dagli avvocati difensori di Luca Lotti: Franco Coppi ed Ester Molinaro. Sui rapporti con Luca Lotti dice: “Lo conosco dal 2005 (…) sono di condivisione e amicizia” e Lotti si comporta “in base a trasparenza e correttezza”. Poi l’ex premier spiega i suoi rapporti con l’amministratore di Consip Luigi Marroni: “era un tecnico; io l’ho proposto come presidente della Consip perché (…) preferivo una persona non legata al giro stretto della cerchia renziana (…) aveva tuttii requisiti ma apparteneva a un’area diversa dalla nostra”.

Cioé a quella del Governatore della Toscana Enrico Rossi, minoranza Pd allora.

Coppi e Molinaro chiedono: “Lotti ha condiviso la sua scelta?”. Renzi replica “Lotti no. Mi ha espresso in modo circostanziato i suoi dubbi e la sua avversione (…) pur avendo io stima verso Lotti questa sua avversione non ha bloccato il percorso”.

Poi Renzi descrive Marroni come un postulante per questioni familiari e personali, respinto al mittente da Lotti e compagni: “Marroni in più di una circostanza ha cercato un rapporto con le persone del mio giro stretto per questioni sue previdenziali, per la sua compagna. Per queste vicende non mi risulta abbia mai avuto un feedback positivo. In più casi è emersa da parte di Marroni la manifestazione di alcune sue esigenze ai miei più stretti collaboratori. Penso ai contatti che lui ha cercato con Lotti per le sue questioni previdenziali”. Poi Coppi chiede se il rapporto tra Lotti e Marroni a suo parere sia migliorato e lui replica “credo proprio di no. Lotti in più circostanze facendo riferimento a Marroni lo chiamava ‘il tuo amico’ anche quando Marroni si era proprosto per altre cariche come Fincantieri”.

I pm di Roma, come quelli di Napoli, hanno mantenuto l’iscrizione di Luca Lotti sul registro degli indagati per favoreggiamento. La logica impone una domanda: se Marroni non è amico di Lotti ma di Renzi, come racconta lo stesso ex premier, quando Lotti sarebbe andato a rischiare un processo per avvertire ‘l’ odiato’ Marroni che era intercettato dai pm nell’inchiesta Consip, a chi voleva favorire? Se non lo ha fatto per tutelare Marroni per chi lo ha fatto?

Difficile rispondere. Però quando i pm convocano Matteo Renzi non sembrano stare sulla palla. Lo sentono a sommarie informazioni due volte: il 5 aprile e il 20 giugno del 2018.

Il Fatto un anno prima, aveva pubblicato una conversazione intercettata a marzo del 2017 tra Matteo e Tiziano Renzi, alla vigilia dell’interrogatorio a Roma di quest’ultimo. Renzi chiedeva al telefono al padre se aveva incontrato Alfredo Romeo, come andava raccontando da mesi l’ex tesoriere del Pd Campania, Alfredo Mazzei. I carabinieri nel brogliaccio annotano: “Tiziano dice di no e che le cene se le ricorda ma i bar no”. Il padre quindi, in quella conversazione tesa, cerca di ricordare: “Quando lui ha fatto il ricevimento al Four Season c’erano una serie di imprenditori ma c’era anche la madre Lalla (Laura Bovoli, madre di Matteo, ndr) e siamo andati via subito”. Matteo insorge: “Non dire che c’era mamma altrimenti interrogano anche lei”. Poi l’ex premier aggiunge: “Tu devi dire la verità in quanto in passato la verità non l’hai detta a Luca”, dove Luca potrebbe essere Lotti.

I pm di Roma avrebbero potuto chiedere a Renzi lumi su quella ‘verità non detta a Luca in passato’. Avrebbero potuto chiedere anche cosa era quell’incontro al Four Season e perché Matteo temeva l’esame della mamma. Invece, forse perché non hanno ritenuto di fare domande sulla base di un’intercettazione pubblicata dal Fatto, nulla.

I pm nel primo verbale, il 5 aprile, gli fanno solo precisare alcuni refusi del verbale difensivo: “Montelupo non Morlupo” oppure “ho proposto Marroni Ad non presidente”. Poi una precisazione sulla “aspirazione della compagna di Marroni” che “non è stata soddisfatta”. Ancora una precisazione sul legame, almeno temporale, tra la nomina di Luigi Marroni in Consip e la vicenda della conferma del Governatore Rossi in Toscana (“Marroni aveva concluso il suo incarico di assessore alla sanità (…) io imposi al mio gruppo di votare per la conferma di Rossi anche se appartenente alla minoranza interna del Pd”) e nulla più.

Finalmente il 20 giugno i pm lo riconvocano e gli chiedono cosa sappia dei “rapporti di suo padre Tiziano sia con Carlo Russo che con Alfredo Romeo”. Matteo replica “non intendo avvalermi della facoltà di non rispondere non perché voglia prendere le distanze dalla posizione di mio padre che so aver scelto, di non rispondere (ai pm, Ndr) in nessuno dei procedimenti a suo carico, bensì in considerazione e nel rispetto della mia posizione istituzionale e politica”.

Sul punto poi dice: “Mai prima dell’esplodere sulla stampa della vicenda sono stato informato da mio padre dei rapporti del primo con Russo e Romeo. Non conosco Carlo Russo anche se non posso escludere di averlo incontrato in una delle tante occasioni pubbliche. Quanto ad Alfredo Romeo ricordo di averlo conosciuto allorquando partecipò a una gara, senza ottenere l’assegnazione, quando ero presidente della provincia”. Sulla telefonata del 7 dicembre fatta dall’ amico di famiglia Billi Bargilli a Carlo Russo per dirgli di non chiamare più il padre Tiziano, che era intercettato da due giorni, Matteo replica: “vidi mio padre solo l’8 dicembre e né in quella occasione né dopo mi disse nulla di questa circostanza e in generale dell’intera vicenda. Ho sempre suggerito a mio padre che avrebbe dovuto riferire all’autorità giudiziaria la verità”.

Tap, ripresi i lavori. Gli attivisti in strada per presidiare il sito

Prima hanno lanciato un messaggio di “massima allerta” sul web, poi – in circa cinquanta – hanno manifestato per opporsi all’avvio dei lavori nell’area in cui sarà realizzato il terminale di ricezione (Prt) del Tap, l’opera che dall’Azerbaijan porterà dieci miliardi di metri cubi di metano l’anno in Europa, approdando sulla spiaggia di San Foca, a Melendugno, tra le proteste di comunità e istituzioni locali. Nonostante i momenti di tensione con le forze dell’Ordine, quando i “No Tap”, tra cui molte donne, hanno cercato di fermare i camion scortati dalla polizia, la situazione non è sfociata in scontri e i mezzi della multinazionale hanno raggiunto l’area. “Chi lavora per il Tap – hanno scritto sui social gli attivisti – non perde le sue cattive abitudini e lavora di notte”. Domenica, intanto, la famiglia dell’ex sindaco di Melendugno, Vittorio Potì, ha annunciato che querelerà per diffamazione il ministro per il Sud, Barbara Lezzi, per alcune dichiarazioni. In due occasioni avrebbe ipotizzato interessi da parte di Vittorio Potì per far arrivare il gasdotto a Melendugno. “Non c’è un solo atto, una sola delibera che comprovi quanto dice”, ha detto Marco Potì, nipote di Vittorio e attuale sindaco di Melendugno, contrario all’approdo del Tap.

Cos’è e come cambierebbe

La prescrizione è un istituto giuridico che determina l’estinzione di un reato, quando è passato un certo periodo di tempo, se nel mentre non si è arrivati a un giudizio definitivo: perché a distanza di molti anni dai fatti viene meno l’interesse dello Stato a punire la relativa condotta.

I tempi della prescrizione variano da reato a reato, perché sono ancorati al massimo della pena prevista per ciascun reato. Quelli per i quali è previsto l’ergastolo invece non si prescrivono. A regolare la materia è l’articolo 157 del codice penale: stabilisce che la prescrizione scatta, per ogni reato, quando è passato un periodo pari al massimo della pena stabilita dalla legge per ciascun reato (e comunque non inferiore a 6 anni per i delitti e a 4 per le contravvenzioni). Alcuni atti giudiziari interrompono la prescrizione, ma senza poter mai superare il tempo stabilito, aumentato di un quarto per gli incensurati e in misura maggiore per pregiudicati e recidivi.

La proposta del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede bloccherebbe il decorso dei tempi di prescrizione una volta arrivati alla sentenza di primo grado. Il magistrato antimafia Nino Di Matteo ha proposto invece di fermare la prescrizione nel momento della richiesta di rinvio a giudizio.

Truffe, stupri, spaccio. La prescrizione ‘salva’ i reati odiati da Salvini

Prescrizione stoppata dopo il primo grado e in attesa dell’appello. Tempo e termini fermi. Obiettivo: evitare di perdere per strada processi e sentenze. Il Movimento 5 Stelle ci crede, vuole l’emendamento nel ddl Anticorruzione. Si sostiene: strumento giusto per evitare che “i furbetti della mazzetta” si salvino sempre in corner. Fa muro, invece, l’alleato Matteo Salvini. Il vicepremier leghista, trincerandosi dietro al rischio dei processi infiniti, boccia tutto. Fumata nera ancora ieri, con il premier Conte che però conferma: “La prescrizione è nel contratto di governo”. Eppure questa battaglia politica rischia di far perdere a Salvini consensi sul territorio mandando assolti gli autori di quei reati sui quali da sempre Salvini e la Lega tutta fa campagna elettorale. Dallo stupro alle risse per strada, dallo spaccio alle truffe agli anziani, e poi stalking, omicidi colposi, abusivismo. Insomma un brutto autogol. Escluso il reato di violenza sessuale con prescrizione fino a 15 anni, gli altri non superano i sette anni e mezzo, un periodo di tempo che con la lentezza dei processi italiani rischia di mettere la parola fine a decine di procedimenti. Soprattutto quelli cavalcati in questi anni dal Carroccio

Partiamo allora dal reato più grave, quello che apparentemente dovrebbe essere fuori dal rischio prescrizione. E invece sono diversi ed eclatanti i casi di stupro finiti con una drammatica prescrizione. Ultimo in ordine di tempo, quello di Venezia. È il 21 ottobre 2017 quando un uomo che per oltre vent’anni, secondo il giudizio di primo grado, ha abusato della figlia, esce dal tribunale senza un giorno di galera alle spalle e una prescrizione sonante. I fatti risalgono al 1995, quando la figlia ha appena 8 anni. Violenze ripetute. L’uomo separato tiene la figlia durante i fine settimana. La stupra e la fa stuprare dagli “amici del bar”. Dieci anni la condanna di primo grado. Che non sarà mai confermata in appello perché una sentenza della Cassazione su un reato simile avvenuto in provincia di Napoli ha accorciato i tempi della prescrizione eliminando le cosiddette “aggravanti a effetto speciale”. Nello stesso anno, un altro caso di stupro prescritto scuote l’opinione pubblica. Avviene a Torino. E qui più che la prescrizione può la lentezza e la poca attenzione della macchina giudiziaria. Si tratta di un caso andato a sentenza in primo grado dopo ben quattro anni nonostante il giudizio fosse in abbreviato. Dopodiché, era il 2007, il fascicolo si perde per essere ripescato fuori tempo massimo e senza poter evitare la prescrizione. Protagonista una ragazzina che dopo aver subito violenze dal padre ne subisce altrettante nella comunità dove fu mandata. Solo nel 2002 denunciò il suo inferno. Sempre a Torino in una vicenda simile i magistrati della Corte d’appello furono costretti a “chiedere scusa al popolo italiano”.

Stalking e truffe agli anziani sono altri due reati sui quali il rischio prescrizione resta comunque alto. Per entrambi i tempi di annullamento del reato sono di sette anni e mezzo. In particolare per lo stalking va detto che si procede a querela di parte. In via generale, questo tipo di reato viene perseguito dalle forze dell’ordine molto velocemente. Certamente, però, tutto dipende dalla difficoltà dell’inchiesta e comunque l’iter dei tre gradi di giudizio con una prescrizione sostanzialmente poco più alta del minimo previsto di sei anni non allontana il rischio. Lo stesso vale per le truffe agli anziani. Un reato che in molti, nelle forze dell’ordine, paragonano a una violenza sessuale. A pesare in questo caso è anche la denuncia della vittima, a volte ritardata, spesso assente a causa delle vergogna di ammettere di essere stata truffata. Al Tribunale di Bologna si è registrata anche una prescrizione per lesioni aggravate. Il contesto è di tipo politico e riguarda il pestaggio di un ragazzo da parte di quattro persone dell’area antagonista. Pestaggio avvenuto nel 2008 con processo fissato nel 2012. Cinque anni dopo, nel 2017, la stessa Procura chiese l’archiviazione per prescrizione. Questo reato, infatti, si prescrive in sette anni. Ed è un reato tipicamente da allarme sociale. Insomma risse e scazzottate, che spesso coinvolgono persone non comunitarie. Come anche lo spaccio di droga, altro elemento preso a bandiera da Salvini per scagliarsi contro il degrado sociale. Succede nelle grandi città come Roma e Milano. E rientra nella fattispecie dell’articolo 73 comma 4 e 5. Si tratta dello spaccio delle cosiddette droghe leggere. Pene fino a sei anni e prescrizione breve. Questo vale anche se si viene trovati in possesso di qualche chilo di marijuana.

A Campobasso uno spacciatore è stato prescritto, dopo che una interpretazione delle Sezioni Uniti della Cassazione ha fatto valere la linea della modica quantità. Il pusher aveva venduto più dosi anche a un minore, il quale però era vicino ai 18 anni. Altro elemento questo tenuto in considerazione dai giudici. C’è poi l’omicidio colposo, reato antipatico quando è declinato alle morti dei lavoratori in ambienti inquinanti. A questo si aggiunge spesso quello di disastro colposo. Esattamente le accuse rivolte agli indagati per la strage dell’hotel Rigopiano in Abruzzo (29 morti) durante il terremoto del gennaio 2017 e che ora, a indagine ancora aperta, rischia la prescrizione. Nel caso poi della Fibronit di Broni, il reato di disastro (inquinamento di amianto) per tutto l’ex Cda era caduto per la prescrizione. Vi è, infine, il reato di abuso edilizio. In questo settore le prescrizioni arrivano a pioggia, ma, come spiegato dalla Cassazione, se il reato si prescrive, non si prescrive mai la demolizione della struttura abusiva.

Il prode Laus e la cucina del Pd

“Va’ in cucina!”. Palazzo Madama, interno giorno. La premurosa raccomandazione viene scagliata dai banchi del Pd – e in particolare dal senatore Mario Laus – verso quelli dei Cinque Stelle, all’indirizzo della collega Alessandra Maiorino, durante la discussione sul decreto Sicurezza. Che opposizione battagliera, questo Partito democratico! Che straordinaria sensibilità per le battaglie storiche della sinistra! Decenni e decenni di cammino faticoso verso la parità di genere, per eleggere un Laus che strilla a una senatrice “Va’ in cucina!”.

Si vede che la crisi politica e la mancanza di direzione impongono la ricerca di formule nuove, forse un po’ estreme. Ovviamente lo strillaccio del senatore dem è stato stigmatizzato da sinistra a destra (pure dal partito di Salvini, l’ex fidanzato di una donna che per affermare la sua indipendenza si è fatta fotografare mentre gli stirava la camicia). Tutti indignati, tranne Laus. Lui mica voleva dire quello, è stato frainteso: “Non accetto accuse di sessismo da nessuno. La collega Maiorino e altri senatori ci provocavano dandoci dei ‘salottieri’. Io ho risposto: invece che al nostro salotto, pensate alla vostra cucina. Noi non offendiamo mai le signore”. Straordinario.