Uno dei provvedimenti legislativi più discutibili ma ormai sempre rinnovato per una consolidata prassi governativa e parlamentare è il cosiddetto “milleproroghe” o decreto omnibus. Il primo milleproroghe, escogitazione del governo Berlusconi (e te pareva…), ha visto la luce nel 2004 come misura legislativa necessaria per posticipare la scadenza di alcune norme. Da allora ogni governo ha emanato il proprio decreto di fine anno con lo stesso obiettivo per ragioni di urgenza. La caratteristica del milleproroghe è la compresenza di misure dalla più svariata natura: dalla scuola, agli enti locali, dal fisco al lavoro, alla sanità, ai vaccini, ecc. Insomma, uno strumento non proprio ortodosso per aggirare vincoli di scadenze e assai abusato tanto da dar l’impressione di essere una tipica misura della furberia italica. I Romani, in realtà, andarono incontro a un problema simile – le furbate non appartengono solo alla modernità – sino a quando l’abuso spinse a vietare nel 98 a.C. con la legge Caecilia Didia le leggi saturae, cioè quelle proposte contenenti norme per materie così diverse e disomogenee da apparire come strani miscugli. Ma, oggi, peggio di un normale milleproroghe è lo strabiliante Decreto Genova. Emanato per la ricostruzione del ponte crollato e per sostenere la popolazione colpita, quel decreto, oltre ai fanghi agli idrocarburi, contiene pure il condono edilizio per Ischia. Avvicinare Ischia a Genova è un’operazione tanto azzardata geograficamente e legislativamente da esser degna del più spregiudicato proponente di leggi saturae. O tempora, o mores!
Il populismo raccontato dai fatti senza giudizi né sentimenti
Maurizio Molinari, direttore de La Stampa, ha scritto in modo rapido e preciso l’articolo che forse si aspetta sempre dai suoi colleghi redattori: niente sentimenti e molti fatti ben connessi tra loro, in modo da dimostrare quel che è accaduto senza sostare sul prima, sul dopo e sul giudizio.
Molinari, con la sua passione per un giornalismo che è soprattutto reporting, non ama il populismo, che viaggia in un fumo di leggende e di storie inventate e installa continuamente un nuovo tribunale per dimostrare o ripetere la colpa degli altri. Ma non ha scritto un libro breve e nervoso per giudicare.
Lo scopo è ricostruire il percorso perché il lettore sappia come ci siamo arrivati.
Proprio per la sua freddezza, per la sua narrazione priva di enfasi, l’autore offre un manuale molto utile al lettore. Impedisce che vengano dimenticati passaggi essenziali (lo spazio vuoto lasciato da ogni altra forza politica alla calata ed espansione del nuovo verbo, unica eccezione, nelle loro modeste dimensioni, i Radicali). E suggerisce di non inchinarsi ad alcun miracolo: c’era uno spazio vuoto, e quel posto è stato occupato, anche se il fervore della vittoria inaspettatamente rapida ed eccessiva, ha provocato trionfalismi e aspettative fuori misura.
Leggendo e scrivendo del libro di Molinari (Perché è successo qui. Viaggio all’origine del populismo italiano che scuote l’Europa, La nave di Teseo), mi trovo d’accordo e in disaccordo.
L’accordo è sulla persuasione che tutto ciò non passa presto (io aggiungo: l’insediamento di credenze e superstizioni, fino ai vaccini, in un territorio liberato dalla Resistenza europea, ha messo subito radici ed è in grado di resistere e di durare).
Il disaccordo è sul considerare ciò che è avvenuto una sorta di fenomeno spontaneo.
In questo modo si negano le mosse coordinate di una destra del mondo che si è presa gli Usa, il Regno Unito, l’Austria, i Paesi di Visegrad, l’Ungheria, la Turchia, l’Egitto, l’Arabia Saudita e ora il Brasile. L’Italia, in poche settimane, si è spostata a destra al di là di ogni speranza o tentativo estremista, nonostante la sua Costituzione e la resistenza del presidente della Repubblica. Sembra evidente che “non è che un inizio”.
Il senso della sinistra per lo shampoo e per la piega di Chiara Ferragni
Il maschilismo è un reato, il femminismo no, anzi: è un tabù inamovibile. Ma la natura – quella che, per definizione, ama nascondersi – fa tana libera tutti dell’eros. Eva Herzigova, in posa per Yamamay – un ritorno mozzafiato dalla lontana campagna del 1994 per Wonderbra – attira a sé l’attenzione dei passanti: “Hey Girl!”. Ed effettivamente, come i maschi, tutti rapiti, sono le ragazze a compiacersene perché lei – una signora matura, uno splendore nel suo stare in lingerie – fa ditino a tutti, e tutti (e tutte) rende fuorilegge e si fa beffe del tabù.
La disobbedienza al codice dell’ideologicamente corretto si consuma, ovviamente, nella fugacità di un’occhiata. Il femminismo è un costrutto politico prossimo alla cristallizzazione tra gli universali perfettissimi e la gara della donna sull’uomo volge al termine – allude alla fine della storia, il compimento della civilizzazione liberale nell’intero globo – devirilizzando il linguaggio, qualunque segno, l’Essere stesso. Ed è ancora una volta l’Eros – quella vastità senza padrone – a farsi carico della battaglia di liberazione dalle ubbie puritane quando già un poster apre uno squarcio al trionfo della bestia bionda, profumata, fonata, velata e con la messa in piega inesorabile. Sono le bionde a far fronte al totalitarismo perbenista se certe ansie militanti della sinistra vanno poi ad avere spunti di polemica sui “lunghi capelli biondi sempre in piega” di Chiara Ferragni.
Viola Carofalo, leader di Potere al popolo, ne parla a proposito della campagna di Pantene sull’Hair Shaming, ovvero “una campagna per accertarsi, per non sentirsi obbligate ad adeguarsi ai modelli vigenti in materia di capelli”. Carofalo scrive un post su Facebook e manco a farlo apposta è la moglie di Fedez, un comunista col Rolex, a incarnare il modello sessista. Ma ha certamente ragione Carofalo quando sottolinea che Ferragni, certo – caruccia com’è – non ha bisogno di accettarsi. E figurarsi la top model ceca, naturalizzata italiana, perfetta per un ripasso del libro di Camille Paglia Alfred Hitchock’s The Birds: la seducente immagine annichilente della femme vampiro dove l’identificazione della bionda coincide con l’ancestrale inadeguatezza maschile cui è richiesto un ben più ferino disvelamento della natura.
Ma il discorso porta altrove, dove si perde la strada di casa. Le bionde, quindi. Quando non c’è ancora Eva Herzigova sui muri c’è la piega della Ferragni a dare l’esatta urgenza politica: “Trovare un linguaggio – scrive giustamente Carofalo – che parli all’esterno, ma che non annacqui i contenuti”. Il perimetro d’azione è uno solo.
È “una questione”, prosegue il post “non da poco: forse una delle prime delle quali dovremmo occuparci oggi se pensiamo di voler battere la destra populista, che oltre a instillare odio, sessismo e razzismo si appropria e stravolge continuamente i nostri contenuti (il reddito, la lotta alla povertà, la critica alle istituzioni europee)”. E lo shampoo, infine. Nella fugacità di una piega.
Un bambino super. “Nostro figlio studia troppo e non gioca con gli altri”
Cara Selvaggia, si può essere preoccupate per un figlio che ha un’intelligenza superiore? Sì. Capita a me e la sto vivendo malissimo. Io e mio marito siamo due persone mediamente istruite, gestiamo insieme un negozio di articoli per la casa, nel tempo libero amiamo fare sport (lui ha giocato a basket per tanti anni), io ho la mia palestra e gli aperitivi con le amiche del bar. Il primo figlio è uscito molto simile a noi, indole socievole, molti amici, risultati scolastici non entusiasmanti ma passabili (fa la terza media). Poi c’è Mattia. (Scusa se uso un nome falso, ma so che qualcuno potrebbe riconoscerlo). Mattia fa la prima media e già a un mese e mezzo dall’inizio di scuola ha la media del nove. Naturalmente è quella che aveva alle elementari e che suppongo avrà per il resto della sua vita. Come posso non esserne felice? Posso. Sono anni che le sue insegnanti convocano me e mio marito per dirci che Mattia è eccezionale, un mostro di bravura, ma che forse dovremmo fargli fare una vita da bambino. Il problema è che noi per primi lo vorremmo vedere spensierato e leggero come gli amici, ma Mattia è nato così. A quattro anni sapeva leggere e cominciava a scrivere, alle elementari chiedeva libri scientifici, era affascinato da filosofi e inventori, studiava quello che le maestre non davano da studiare, ignorava il fratello, lo sport, i videogiochi e la tv. Non si accontentava di quello che la maestra insegnava e usava il computer per cercare altre notizie. Una volta la maestra diede una ricerca sul proprio animale preferito e lui preparò una specie di trattato di 20 pagine sul mondo dei felini, con qualche nozione di anatomia compresa. Non riesce a instaurare rapporti di amicizia quasi con nessuno, a scuola lo vedono come uno strano, dicono che parla come un vecchio e la verità è che hanno ragione. Quando andiamo in vacanza lui non gioca mai in spiaggia col fratello e gli amici incrociati casualmente, si mette con me sotto l’ombrellone e legge il suo libro. È un bambino che non è un bambino. Certo, io e suo padre siamo fieri della sua intelligenza, ma ci chiediamo che infanzia e vita sociale avrà, e che adulto diventerà, anche perché più cresce e meno siamo all’altezza delle sue domande. La nostra più grande paura è che un giorno si vergognerà di noi.
Marcella
Cara Marcella, mio figlio gioca a Fortnite dall’alba al tramonto, quando gli dico di leggere un libro mi accusa di schiavismo, se gli chiedo di apparecchiare mi parla di sfruttamento del lavoro minorile e il voto più alto che ha portato a casa è un 7 nei mille metri ad educazione fisica. Accetto scambi. No perditempo.
Perdere la memoria fa bene, vorrei scordare la suocera
Selvaggia cara, ho letto la storia del signore che si è finto smemorato per reagire a una suocera troppo oppressiva e vorrei raccontarti la mia storia, perché io quel signore lo capisco bene. Anzi, se possibile vorrei dirgli che a casa mia per lui ci sarà sempre un piatto caldo e un letto in cui riposare nei giorni difficili senza che arrivi fino in Scozia. Io e la mia ex moglie ci siamo sposati 21 anni fa. Io vivevo in Belgio e per lei mi ero trasferito a Venezia, quindi la sua famiglia l’avevo frequentata poco. La nostra casa era nello stabile in cui vivevano in miei suoceri perché ci avevano donato l’appartamento. Pensavo per generosità e invece era per controllarci. Mia suocera decideva qualsiasi cosa: dall’arredamento di casa alle nostre vacanze al menù della domenica. Quando litigavo con sua figlia la trovavo spesso sul nostro pianerottolo che fingeva di passare la scopa e invece origliava. Il peggio però accadde quando decidemmo di avere un figlio e il figlio non arrivava. Facemmo tutte le visite del caso e risultammo entrambi a posto, ma misteriosamente lei non rimaneva incinta. Lì mia suocera diede il peggio di sè. Superstiziosa e ignorante com’era, cominció a indirizzarci da sue amiche santone, a imporci una dieta particolare a base di erbe messicane, a dirci come dovevamo orientare il letto, a suggerirci i giorni con le condizioni astronomiche migliori per accoppiarci finché passó a interrogarmi su come “impollinassi” mia moglie, in che posizione e altro che non ti dico perché ancora a distanza di anni me ne vergogno. Tutto questo degeneró in discussioni con mia moglie e in un divorzio nel giro di due anni. Perciò sì, lo capisco il signore finto smemorato. E ti dirò che io i ricordi di quel periodo vorrei perderli davvero.
Lucio
Stai parlando con una che ha avuto come suocero Adriano Pappalardo. E che ricorda tutto pure lei. Stringiamoci forte.
Inviate le vostre lettere a: il Fatto Quotidiano 00184 Roma, via di Sant’Erasmo,2.
È come nel Pci: meglio la lotta di classe che quella di genere
Le grilline non esistono. Del resto non esistono nemmeno i grillini. Ci sono solo pentastellati, di genere maschile e femminile, e a dire il vero i confini sono così sfumati (Taverna non sembra avere molto meno testosterone di Dibba, né Raggi di Toninelli) che fa fede solo la desinenza del nome di battesimo. Come nei vecchi partiti comunisti, dove le compagne venivano invitate a privilegiare la battaglia comune per il riscatto della classe operaia rispetto a quella per l’uguaglianza di genere, anche nel M5S le donne vengono valorizzate quanto meno si impegnano apertamente a favore delle donne (giusto qualche sortita social sui fasciatoi nei ristoranti, vedi Appendino) o quanto più fanno le Savonarola con quelle che non la pensano come loro (vedi le frecciate di Raggi contro le contestatrici con la borsetta da mille euro).
E intanto, nella manovra del cambiamento, l’unica misura a favore delle famiglie è un pezzo di terra a chi fa il terzo figlio, anziché un asilo per gli altri due. Possibile che il risultato dell’arrivo di tante ragazze in politica grazie al M5S sia il ritorno della prolifica massaia rurale? Forse le pentastellate applicano ai valori e alle idee la regola d’oro dello street-style: il mix-and-match. Vaccini i tuoi figli, perché mica sei pazza, ma strizzi l’occhio ai no-vax per non fare incazzare il tuo elettorato. Prima gridi no alla Tap, poi dici sì e te la prendi con i giornalisti che notano la contraddizione. Sei contro la Tav, ma quando bisogna votare la mozione per fermarla preferisci volare a Dubai, perché metterci la faccia non è chic. Incoerenza? Macché, è stile. Grilline (e grillini) sono i testimonial della griffe Casaleggio Associati, la più innovativa nel prèt-à-voter low cost. Attenzione al trend, però: nelle collezioni primavera-estate 2019 potrebbe trionfare il total-look leghista. E da fashion- a fascio-victim il passo (dell’oca) è breve.
Democratiche, passionali e snob: c’è di tutto sul carro a 5 Stelle
C’ è quella con laurea, master e dottorato, che parla tre lingue e appartiene alla borghesia bene. E poi quella col diploma, lavoratrice autonoma o precaria. C’è quella freddina dal profilo liberale, tutta meritocrazia e internazionalismo, e quella appassionata che invece la scienza la guarda con diffidenza, si veste un po’ fricchettona e il figlio lo vaccina, ma non troppo contenta. Sono le donne grilline, a differenza delle leghiste più difficili da incasellare: arrivano da sinistra e da destra, democratiche o robespierriane, un po’ snob o nazionalpopolari, voce bassa o megafono per urlare.
Il Movimento 5Stelle le ha attratte insieme perché prometteva meno corruzione e più talento, ma anche lotta ai colossi farmaceutici e ghigliottina ai privilegi da casta. Andare al governo le ha un po’ cambiate: le prime hanno dovuto togliersi il vestito bene e, specie da sindache come Appendino e Raggi, sporcarsi le mani, tra voragini e buchi di bilancio, topi e alberi caduti. Le seconde si sono un po’ “ripulite”, forse anche grazie a stipendi che mai avevano visto, e hanno preso un’allure governativa, accantonando per sempre dubbi su chemio e vaccini e puntando su pulizia, buona amministrazione e redistribuzione. Ma se dovessimo dire che esiste un femminismo a 5 Stelle, la risposta è (ancora) no. Le donne del Movimento non hanno mai puntato su temi “femminili”. Da un lato giustamente, perché spesso le questioni di genere sono un infelice ghetto in cui le donne si recludono mentre gli uomini si dedicano felicemente al potere. Dall’altro però un po’ meno giustamente: fare della battaglia per l’uguaglianza e i pari diritti, il lavoro femminile e gli strumenti per la conciliazione, contro violenza e ritorni all’indietro (vedi Pillon) renderebbe il Movimento più rosa di quello che non è. E magari le unirebbe finalmente tutte, liberali e radicali, razionali e passionali.
Marotta all’Inter, si rischia il “pacco”
C’è maretta all’Inter. Anzi, c’è Marotta. Che poi è la stessa cosa. Perché hai voglia di spiegare ai tifosi della Beneamata che Giuseppe Marotta, per gli amici Beppe, 61 anni, in predicato di diventare il nuovo d.g. interista, è il dirigente che ha portato la Juventus di Andrea Agnelli alla conquista dei 7 scudetti consecutivi e potrebbe essere, quindi, il tanto atteso Messia del rilancio nerazzurro. Non li convincerai mai. Perchè la storia dice che nell’ultimo mezzo secolo, quando un pezzo grosso si è trasferito armi e bagagli dalla Torino bianconera alla Milano nerazzurra, la fregatura è sempre stata dietro l’angolo. Se togliete Ibrahimovic e Vieira, fuggiti all’ombra del Duomo di loro spontanea volontà dopo il tornado di Calciopoli 2006, l’Inter dalla Juve non ha fatto che ricevere bufale.
All’inizio fu Pietro Anastasi. Che nell’estate del ’76 aveva 28 anni e alla Juve era entrato in conflitto con Boniperti per motivi disciplinari. All’Inter (presidente Fraizzoli, allenatore Chiappella) non parve vero accaparrarselo per 800 milioni più Boninsegna, che andava per i 33, era amatissimo dai tifosi ma inviso a Mazzola, ras della squadra. Fu una tragedia. Bonimba alla Juve fece gol a raffica e vinse due scudetti, una Coppa Italia e una Coppa Uefa mentre Anastasi all’Inter sembrò un ectoplasma, due stagioni, 46 partite e 7 gol.
Tempo nove anni e l’Inter ci ricasca portando alla Pinetina, carico di gloria e trofei, il 31enne Marco Tardelli: leggenda vera, ma sfiorita. Come Anastasi, Tardelli timbra malinconicamente il cartellino per due stagioni, già pronto per il canto del cigno al San Gallo. Detto di Luigi De Agostini, il terzino che arriva via Juve nell’estate del ’92 per poi finire subito alla Reggiana, sempre nel ’92 giunge a vestire il nerazzurro nientemeno che Totò Schillaci, 27 anni, stella di “Italia 90” non più tardi di due anni prima. Boniperti se ne sbarazza per la burrascosa situazione familiare in cui Totò sta naufragando: Pellegrini e Bagnoli lo accolgono a braccia aperte ma lui è una delusione. In due campionati gioca 30 partite in tutto, segna 11 gol e vince una Coppa Uefa, ma sempre da controfigura di se stesso: c’è il Giappone che lo aspetta, e si vede. Passano sette stagioni e nell’estate del ’99 ecco accomodarsi in panchina, direttamente dalla panca juventina, sua maestà Marcello Lippi. Cinquantuno anni, lui pure carico di trofei: c’è chi non crede ai propri occhi. É Massimo Moratti ad ingaggiarlo, ma il fallimento è totale. Lippi all’Inter dura un campionato più una partita del secondo: Reggina-Inter 2-1, al termine della quale dice che la società dovrebbe prendere i giocatori a calci in culo, facendosi esonerare. Per la cronaca: Angelo Peruzzi, il grande portiere che l’aveva accompagnato nel viaggio Torino-Milano, aveva capito tutto e chiusa la prima stagione s’era fatto spedire a Roma, sponda Lazio.
Bisognerebbe parlare anche di Edgar Davids e di Fabian Carini, “pacchi” juventini d’inizio millennio, ma forse è meglio evitare. Di certo, il solo “gobbo” rimasto nel cuore del popolo bislerone è lui, Giovanni Trapattoni; che arrivato all’Inter 47enne lavorò duro 5 stagioni conquistando – erano i tempi del Milan di Sacchi – lo scudetto dei record, una Coppa Italia e una Coppa Uefa. Soprattutto, sembrando quello di sempre. Uno bravo, insomma.
La lobby massonica nella Chiesa: gli “avvertimenti” della Madonna
La storia della Chiesa è piena di visioni, apparizioni e profezie rivelate da veggenti e mistici – sia laici sia consacrati – nell’arco di secoli e secoli. E molti “messaggi”, riletti o scoperti adesso, sembrano aderire in maniera inquietante alle drammatiche divisioni della Chiesa di oggi. Da un lato la rivoluzione di papa Bergoglio, dall’altro il clericalismo di destra dei suoi oppositori. Senza dimenticare che l’eccezionalità di questo tempo è segnata dalla coabitazione tra due pontefici, il regnante Francesco e l’emerito Benedetto XVI.
Ma le rivelazioni avevano previsto tutto o quasi, appunto, secondo l’ultimo libro di Saverio Gaeta, esperto vaticanista che collabora con Radio Maria: La profezia dei due papi (Piemme, 211 pagine, 16,90). Nelle visioni riportate compare anche la massoneria. Il filo è quello della lobby gay che ha già provocato le dimissioni di Ratzinger nel 2013. Insomma, chi mira a distruggere la Chiesa?
La beata Katharina Emmerick, oltre a “prevedere” i due papi, nel 1819 “osservò una moltitudine di uomini impegnati ad abbattere la basilica di San Pietro, che ‘portavano grembiuli a tasca rilegati con fasce azzurre, e avevano cazzuole ficcate nella cintura’”. Grembiule e cazzuola, simboli della massoneria. “Costoro per altro non lavoravano con le loro mani, ma soltanto con la cazzuola indicavano certi punti delle mura, e come e per dove si dovesse irrompere e rovinare”.
In altre visioni di altri beati, c’è poi la sovrapposizione tra massoneria e satanismo. Ecco un messaggio affidato a una delle due veggenti della Madonna di Zaro, a Ischia, nel 2013 (le apparizioni sono iniziate nel 1994): “A un certo punto le mura di San Pietro si sono sporcate di sangue e Mamma ha detto: ‘Figlia, la Chiesa gronda sangue, guarda le sue mura, in essa ha preso possesso la Bestia’. Poi ho visto (…) tanti sacerdoti incappucciati (…). Calpestavano e sputavano su una grande croce di legno nera e ridevano”.
“Non mi girerò dall’altra parte, la mia musica è contro i confini”
Paolo Fresu ha negli occhi le curve aspre della Sardegna di terra e il respiro aperto degli affacci sul mare. Nelle mani la grazia, a stridere col fiato fiero, potente. Come il suo modo di occupare lo spazio: solido di certezza e leggero di fanciullezza. Un certo spirito da folletto dei boschi che traspare quando è sul palco come nelle parole scritte, quelle di Poesie Jazz per cuori curiosi. Il libro, in uscita per Rizzoli domani, non è la prima prova letteraria del musicista, ma è l’incontro dei suoi scritti con l’abilità immaginifica di Anna Godeassi, illustratrice con la quale trova “assonanza estetica ed emozionale”. E si vede. Il tratto di lei acciuffa l’attenzione per la collottola e la riporta alle parole, per lasciarla andare, in una danza di cuccioli che si allontanano dal nido materno. “Il processo ha seguito diverse strade: scrivevo cose che a lei ispiravano illustrazioni, ma è capitato anche il contrario – racconta – Un’osmosi molto interessante”.
Le sue son braccia rubate ai campi per davvero: il padre non la voleva pastore e forse per questo, scrive, è diventato musicista. E le parole, cosa sono?
Scrivo quello che sento, ho un approccio molto musicale alla scrittura. Molte le parole che appunto: ho un archivio di pagine strappate alle riviste trovate su treni e aerei e dove ne ho fermate alcune a penna. Al computer invece scrivo velocissimo, mi ci prendono in giro.
Sul serio?
È che ho la pretesa di scrivere alla stessa velocità del pensiero, azzerando lo scarto con l’esecuzione. Che poi è quello che succede con il jazz: a parte il lavoro di conoscenze e preparazione prima, poi è istinto. Pensi e fai.
Diceva di appunti: il libro ha anche l’aspetto di un diario (di bordo).
Nonostante il titolo, non ho affatto scritto avendo in mente la forma poesia, per la quale nutro molto rispetto. Sono affezionato ai poeti sardi del Settecento e dell’Ottocento e mi piacciono le gare di poesia contemporanea. Ho inteso la poesia nel senso di qualcosa che ha a che fare con il suono. Il sardo è molto musicale, anche nella scrittura.
Tante forme nella scrittura e tante ispirazioni: Billie Holiday, ma anche Hendrix.
Della musica seguo mille cose. Non ho la necessità di distinguere generi e allontanarli l’uno dall’altro. Non mi piace l’idea di dividere in sottosezioni, né tanto meno dire che il Jazz sia meglio di chissà cos’altro. Lo stesso vale per l’arte: non esistono confini, nessuna sfera di Empedocle. Se c’è una cosa che spero si possa evincere da questo libro, quella è l’idea di passione, curiosità, scoperta.
Sostiene che ogni cosa ha un costo. Lei è da sempre volto di un certo tipo di impegno: è ancora disposto a pagare?
Sì, sono ancora disposto. Quando l’anno scorso mi sono schierato per lo Ius Soli è stato il momento in cui mi sono accorto di quanto avrei potuto pagare e non nego che gli attacchi sul web mi abbiano ferito. Credo che la musica non sia sufficiente a giustificare quello che facciamo. Bisogna schierarsi, condividere un senso.
Ha risposto agli hater proponendo di rimborsare loro i dischi acquistati: qualcuno ha accettato?
No, nessuno ha poi voluto i soldi indietro. Gli hater a basso costo sono quelli che poi abbassano lo sguardo. Quando ricevi migliaia di insulti irripetibili un attimo di smarrimento ce l’hai, ma poi si elabora. La riconciliazione, parola sulla quale rifletto anche nel libro, intendendola oltra il suo senso cristiano, è la prefazione per quello che viene dopo. Le cose vanno vissute nella loro totalità: il modo per raccontare la nostra vita è vedere la vita stessa.
Ha digiunato per lo ius soli, è salito sull’Aquarius. Quanti dei suoi colleghi la pensano come lei, ma tacciono?
Qualcuno, probabilmente per paura di perdere il lavoro. Esistono persone che possono rischiare maggiormente, ma spesso manca la voglia di schierarsi che è necessaria. Dovremmo essere molti di più. Per quanto mi riguarda, l’idea che qualcuno mi dia addosso mi fa sentire ancora più vivo. Lo farò in maniera ancora più veemente, le occasioni non mancano di certo.
Intende con questo governo? Che si fa?
Ci dimentichiamo cos’hanno fatto i nostri padri. Io vivo anche a Parigi e so che senso del manifestare hanno in Francia. È necessario rimboccarsi le maniche quanto più si può. Il giorno in cui ho digiunato per 24 ore, me lo sono chiesto se fossi un cretino, ma su certe cose bisogna andare avanti.
Si interroga sempre nel libro, sul termine “partigiano”. Può essere colui che parte? “Colui che decide di uscire allo scoperto per dichiarare la propria appartenenza a un’idea o a un sogno?”
Su certe cose non si può discutere. Nonostante il tema della migrazione sia molto più complicato di quanto si pensi, non si può discutere sulle leggi del mare o sul fatto che una persona non possa essere lasciata morire. Queste sono cose fondamentali, e su queste cose ci vogliono posizioni nette e intransigenti.
Come ha spiegato a suo figlio del digiuno?
Non c’è stato bisogno di spiegare niente, metà dei bambini nella sua classe vengono da altri Paesi nel mondo e ha visto come viviamo in casa, a partire dalla musica, concepita come apertura. Quando ci pone domande precise, rispondiamo. Al momento dell’attentato a Charlie Hebdo, noi eravamo a Parigi, lì vicino. Siamo usciti per strada e lì, sì, in quel caso è stato difficile spiegare. Quando si spiega con difficoltà significa che è già stato fatto un danno. E questo è un altro problema: troppe spiegazioni e poco vissuto. Ciò che non si vive, non si riconosce: questo porta a un racconto corroso e di parte. Servono cambiamenti sociali, movimenti. Al di là dei risultati elettorali, la cosa più importante della società è la forza di un pensiero collettivo .
Amare un tedesco era reato: la Norvegia chiede perdono
Finalmente. Finalmente le donne che sono state condannate per aver amato un soldato tedesco ricevono le scuse. Finalmente il governo norvegese chiede scusa per aver punito, arrestato, rasato, espulso e internato migliaia di donne che avevano avuto relazioni con soldati tedeschi durante la seconda guerra mondiale. Finalmente il governo norvegese ammette di non essersi comportato come un Stato di diritto quando ha tolto la cittadinanza alle donne che si erano sposate con uomini tedeschi.
Dal 1940 al 1945 la Norvegia fu occupata dai nazisti. Dopo pochi mesi dall’occupazione capitolò, al governo si insediò Quisling e tutta l’amministrazione del Paese passò in mano ai tedeschi. Durante i cinque anni dell’occupazione la presenza di soldati tedeschi nel risultò massiccia, soldati a cui la Wehrmacht aveva dettato regole di comportamento precise: “Non siete lì per occupare, ma per proteggere, i norvegesi sono pacifici e riservati, abbiate tatto e non avanzate con troppa fretta”. Con questi soldati alcune donne norvegesi fecero conoscenza, qualcuna si innamorò, qualcuna si sposò. Ma queste storie e questi grandi amori sarebbero stati condannati come violazioni non solo di loro stesse, ma come tradimento alla nazione. Nella primavera del 1945, nel clima di grande festa per la liberazione, molte di queste donne furono punite pubblicamente con la rasatura dei capelli. E migliaia di donne, alcune ancora ragazze, altre mamme, vennero arrestate con il soprannome di puttana tedesca (tyskertøs). Perfino la legge sui matrimoni fu modificata per rendere illegali le unioni con uomini tedeschi celebrati dopo il 9 aprile 1940 – giorno dell’occupazione – e in pieno conflitto con la Costituzione con validità anche retroattiva. E a queste donne fu tolta la cittadinanza e vennero espulse dalla Norvegia. Agli uomini sposati con donne tedesche non fu riservata la stessa legge. I numeri sono incerti, ma si parla di 30-50 mila donne sospettate e accusate, 3-5 mila internate, e 10-12 mila bambini tedesco-norvegesi registrati. A dimostrazione del fatto che molte verità devono ancora essere svelate, sta la grande varietà di numeri, che alcuni sostengono essere molto più alti.
L’occasione per le scuse è l’anniversario dei 70 anni dalla dichiarazione universale dei diritti umani a Parigi nel 1948, ed è la prima ministra norvegese, Erna Solberg, che a nome del governo chiede scusa a tutte le donne che dopo la seconda guerra mondiale vennero punite per le loro relazioni con soldati tedeschi. “Come furono tutelati i diritti universali di queste donne dopo la guerra?”, domanda la prima ministra nel suo discorso. Una commissione istituita dal Centro Holocaust di Oslo ha concluso che queste donne furono oggetto di trattamenti inumani, e che in molti aspetti lo Stato di diritto nei loro confronti fu violato. Erna Solberg ringrazia tutti quelli che hanno contribuito a fare luce su questa macchia nella storia norvegese ed esprime un particolare riconoscimento alle donne che hanno avuto la forza di raccontare le loro storie di discriminazione e stigmatizzazione. Poche di queste donne sono ancora in vita, per loro le scuse arrivano in ritardo, ma possono essere altrettanto significative per il figli, vittime quanto le madri, cresciuti con lo stigma, con la vergogna, con il razzismo.
Uno di loro, Reidar Gabler, nato nel campo in cui fu internata sua mamma dopo la guerra, racconta alla televisione norvegese, Nrk, che si sente sollevato dalle parole della prima ministra Solberg. “Mia mamma non era una criminale, la sua colpa era solo di essersi innamorata di mio padre, un soldato tedesco”: Reidar vuole raccontare, vuole testimoniare, per il valore della conoscenza e della memoria. La mamma, Else, aveva 22 anni quando incontrò Erich Gabler, un amore durato tutta la vita e per cui pagò un prezzo alto. Finita la guerra, Erich venne arrestato e Else lo andava a trovare nella prigione di nascosto. Restava con lui anche per giorni, rifugiandosi in un buco sotto il pavimento durante le ispezioni. Ma fu scoperta e internata nel campo in cui fece nascere Reidar. Poi seguì l’espulsione dalla Norvegia, gli anni in una Germania devastata dove soffrirono la fame. Negli anni 50 a Else e ai figli fu concessa la possibilità di visitare la Norvegia, il marito tedesco temeva che non sarebbero più tornati. Ma Else tornò dal suo Erich a visse a Berlino fino alla sua morte. Il figlio Reidar decise di rientrare in Norvegia da adulto – senza la mamma – ma lei ne era lieta, il cerchio si era chiuso. Ma lo stigma lo seguì, alla Nrk Reidar racconta come la dura punizione ha segnato profondamente la sua vita e quella della sua famiglia, per generazioni: “Mio suocero, attivo nella resistenza durante la guerra ebbe fatica ad accettarmi come genero, e mio figlio venne additato come nazista a scuola”. Ci sono voluti più di 70 anni per esprimere queste scuse. Più di 70 anni di vergogna, memoria e trauma per le donne e i loro figli che hanno subito umiliazioni profonde. Sono stati troppi gli anni di attesa per queste scuse.
La Norvegia, che si reputa tra i primi per eguaglianza tra i generi e diritti delle donne, non avrebbe dovuto aspettare tanto. Ora, dopo queste scuse, che indubbiamente sono di grande valore simbolico, ci aspettiamo che certi archivi ancora chiusi vengano aperti, che la storia di queste donne sia finalmente risarcita.