Populismo, arriva la risposta delle élite: democrazia rigida

Prima o poi doveva succedere: dopo due anni di shock, tra Brexit e vittoria di Donald Trump, è iniziata la riscossa culturale dell’establishment di fronte all’avanzata dei movimenti populisti. L’Economist riscopre i grandi pensatori liberali, da Mill a Tocqueville, ora arriva in Italia il libro dell’economista Dambisa Moyo, uscito da poco negli Usa, che offre una serie di ricette pratiche per salvare la democrazia dai suoi elettori e dall’assenza di crescita che sta mimando un contratto sociale fondato sulla redistribuzione della nuova ricchezza generata. Sono proposte che affrontano un problema che sarebbe sbagliato sottovalutare, cioè la scarsa capacità decisionale (percepita e reale) delle democrazie liberali che sembrano troppo farraginose e dispersive per affrontare le sfide della globalizzazione e per rispondere a una rabbia popolare che sfocia nell’invocazione di leader decisionisti, modello Vladimir Putin o Xi Jinping. Ma pare un po’ perverso proporre di correggere la “miopia della democrazia” – i politici hanno incentivi a fare scelte troppo di breve termine per produrre crescita – riducendo il potere degli elettori e cercando di avvicinarsi a quella figura teorica che gli economisti nei loro modelli chiamano il “dittatore benevolente”.

“La necessità di riconfermarsi alle elezioni impedisce l’effettiva allocazione delle risorse da parte dei rappresentanti eletti, troppo spesso i mandati elettorali tengono i politici legati agli individui e agli interessi aziendali che contribuiscono a finanziare la loro campagna e ai capricci dei sondaggi”, scrive Dambisa Moyo in “Sull’orlo del caos – rimettere a posto la democrazia per crescere” (Egea). La Moyo incarna le promesse realizzate del capitalismo: è nata in Zambia nel 1969, ha studiato chimica in patria e all’American University, master ad Harvard, dottorato in Economia a Oxford. Oggi siede in vari consigli di amministrazione come Barclays (una grande banca) e Chevron (petrolio) e gira il mondo a dispensarei consigli strategici. Le sue tesi si possono quindi considerare un buon indicatore degli umori di una certa élite cosmopolita.

L’idea di fondo della Moyo è che bisogna rendere la democrazia più lungimirante, con alcuni correttivi che riducano la propensione alla “veduta corta”, come la chiamava Tommaso Padoa- Schioppa. Alcune misure proposte dalla Moyo sono la semplice trasposizione in politica di dinamiche da azienda: pagare di più i politici, per evitare che chi ha talento resti lontano da incarichi rischiosi e poco remunerati (il premier di Singapore guadagna 1,7 milioni di euro all’anno). Difficile immaginare una misura meno popolare, anche se nello schema della Moyo serve a evitare che i politici in carica facciano scelte pensando di monetizzarle dopo (per esempio con leggi a favore di qualche grande impresa che poi li assumerà come consulenti), per questo l’economista propone anche limiti alle porte girevoli tra pubblico e privato e un argine all’interferenza dei finanziamenti privati nella dinamica democratica, problema molto americano e non ancora italiano, anche se l’abolizione del contributo pubblico ci espone a nuovi rischi. Sempre in questa logica, la Moyo suggerisce anche il limite dei mandati, come quello professato dai Cinque Stelle, per evitare che i politici pensino soltanto a costruirsi una carriera di “ri-eletti di professione” invece che preoccuparsi del bene del Paese.

Le proposte che la stessa Dambisa Moyo sa essere più divisive sono quelle che puntano a ridurre il peso degli umori degli elettori sulle decisioni. Mandati elettorali più lunghi (tradotto: meno elezioni), vincoli alle decisioni future con accordi e impegni che impediscano ai politici di domani di rimettere tutto in discussione. Si tratta di estendere pratiche che già in uso, basti pensare all’accordo intergovernativo tra Italia, Albania e Grecia che nel 2013 ha vincolato i tre Paesi a costruire il gasdotto Tap e ora, ha ammesso il governo Conte, è impossibile fare diversamente. La Moyo poi recupera idee che albergano nelle zone d’ombra del liberalismo fin dai tempi di John Stuart Mill: il filtro alle candidature, richiedendo ai candidati “esperienze lavorative al di fuori della politica, non solo nel mondo degli affari ma in una serie di lavori da mondo reale” (addio Di Maio), ma anche il filtro agli elettori. Voto obbligatorio, come sperimentato in Australia, per evitare che vadano alle urne solo le minoranze arrabbiate, combinato con un “test di educazione civica” per verificare la capacità degli elettori di capire le implicazioni delle scelte di Parlamenti e governi sul lungo termine. L’applicazione di queste misure avrebbe reso impossibile l’elezione di Donald Trump negli Usa e in Italia la nascita del governo Conte.

Salvare i principi della democrazia liberale ripristinando una capacità decisionale che sembra compromessa è la grande sfida culturale di questi anni. Ma se la disinvoltura dei movimenti populisti (e dei loro elettori) nel rimettere in discussione pilastri come la separazione dei poteri e i meccanismi della delega si salda con la richiesta di governi quasi autoritari che arriva dalle élite, allora è il momento di iniziare a preoccuparsi davvero.

Il piano B della Banca centrale europea contro il malessere della crescita

A fine anno la Banca centrale europea concluderà il suo programma di acquisti noto come Quantitative easing (Qe), ma la congiuntura dell’Eurozona mostra segni di affaticamento in alcune delle sue maggiori economie: nel terzo trimestre l’Italia è tornata a stagnare e la Germania (ma si avrà conferma solo il 14 novembre) dovrebbe segnare una forte frenata rispetto al +0,5% del secondo trimestre, imputabile soprattutto alla manifattura e che viene forse un po’ troppo semplicisticamente ricondotto ai colli di bottiglia causati dai nuovi e più rigorosi test per le emissioni degli autoveicoli. Non è ancora un rallentamento generalizzato, visti i positivi dati di crescita francese (+0,4% trimestrale) e spagnola (+0,6%), ma il malessere congiunturale, alimentato dalle persistenti tensioni protezionistiche globali, è visibile. La Bce potrebbe quindi trovarsi in una situazione problematica, visto che la Bce ha sempre dichiarato che la propria azione è guidata dai dati macroeconomici.

Nella riunione del 13 dicembre, la Bce produrrà previsioni aggiornate su crescita e inflazione. Anche se sinora Draghi è stato piuttosto ottimista su quest’ultima, il dato core (che esclude le componenti volatili di alimentari ed energia) è inchiodato da tempo intorno all’1% tendenziale. Se le previsioni di crescita dovessero ulteriormente deteriorarsi, la Bce disporrebbe di alcune opzioni. Ad esempio, potrebbe agire sulla forward guidance, cioè comunicare che la data prevista per il primo rialzo dei tassi ufficiali (oggi negativi per lo 0,4%) potrebbe essere spinta più in là rispetto alle attese del mercato, poste all’estate del prossimo anno. Oppure potrebbe decidere una nuova serie di finanziamenti pluriennali a tasso agevolato a beneficio delle banche commerciali (Tltro), anche considerando che il prossimo anno giungeranno a scadenza alcune operazioni simili, di cui hanno beneficiato soprattutto le banche italiane, che tra il 2014 ed il 2017 hanno “tirato” un terzo dei circa mille miliardi messi a disposizione dalla Bce. Considerando il forte aumento dei costi di finanziamento che i nostri istituti stanno subendo a causa delle improvvide ed autolesionistiche dichiarazioni del governo italiano, la riproposizione di questo tipo di intervento aiuterebbe soprattutto il nostro paese. Tra gli altri strumenti disponibili vi è anche la segnalazione al mercato di un “più esteso” periodo di reinvestimento dei titoli in portafoglio della Bce giunti a scadenza. Ad oggi non c’è una data di cessazione degli acquisti da reinvestimento, che sarà comunque graduale: il consenso di mercato ne ipotizza la prosecuzione a tutto il 2020. Meno utile la cosiddetta “operazione twist”, cioè concentrare gli acquisti da reinvestimento sulle scadenze lunghe, per stimolare gli investimenti: le banche avrebbero minore redditività a causa dell’appiattimento della curva dei rendimenti che questa operazione indurrebbe.

Aziende e operatori: più trasparenza

Massima trasparenza nei rapporti economici tra aziende e operatori sanitari contro la corruzione. Un Sunshine act anche in Italia come negli Stati Uniti. È questa la proposta di legge del M5s in discussione in commissione Affari sociali della Camera. Dovranno essere rese pubbliche tutte le erogazioni in denaro, beni e servizi effettuate dalle imprese produttrici a medici e farmacisti, se hanno un valore unitario maggiore di 10 euro o complessivo annuo maggiore di 100; ad aziende sanitarie locali, ospedaliere, associazioni e società scientifiche, istituti di ricerca, ordini professionali, fondazioni e associazioni di pazienti, se superano i mille euro (o i 10mila complessivi). Spetta alle imprese pubblicare una scheda contenente i dati dell’erogazione su un apposito registro telematico che andrà istituito sul portale web del ministero della Salute. In caso di violazione è prevista una sanzione pecuniaria di dieci volte l’importo dell’erogazione alla quale si riferisce l’omissione. Per la mancata comunicazione delle partecipazioni azionarie di operatori e organizzazioni sanitarie: da 30mila a 150mila euro. Per notizie false: da 20mila a 200mila euro.

I nuovi mutui iniziano a salire ma non è colpa dello spread

Mutui, che fare? E questa volta non si tratta tanto della fatidica domanda che angoscia gli aspiranti mutuatari: è meglio il fisso o il variabile?

A turbare il sonno dei proprietari di casa ci pensano le turbolenze del mercato e la corsa dello spread, inteso come il differenziale dei titolo di stato tedeschi a 10 anni e quelli italiani. In pratica, il rendimento sui nostri Btp risulta superiore, perché investire in Germania risulta meno rischioso per gli investitori. Ma, in questo momento in cui lo spread in alcune giornate è finito sopra quota 300 punti, a dover guardare con attenzione lo spread sono solo gli investitori e, al limite, gli speculatori. Non certo i mutuatari: l’andamento di questo indice non ha direttamente nulla a che vedere con i prestiti per la casa. E di certo non con quelli esistenti. Chi, infatti, ha già sottoscritto un prestito a tasso fisso per la casa non ha nulla da temere, perché il contratto prevede per definizione un tasso bloccato per tutta la sua durata.

Mentre sul fronte del tasso variabile, richiesto negli scorsi mesi da meno del 15% degli italiani, ci vorranno ancora un paio di anni prima che torni a crescere e far lievitare le rate. Per quanto riguarda, invece, le condizioni relative ai nuovi mutui, la situazione potrebbe cambiare entro i prossimi mesi, ma non per l’altalena dello spread: per la fine della pioggia di liquidità fornita dalla Banca centrale europea attraverso il Quantitative easing (Qe) che ha avuto fino ad ora l’effetto di proteggere le banche dal pieno impatto di tassi crescenti di mercato. Francoforte ha, infatti, iniziato ad intraprendere un graduale percorso di normalizzazione della politica monetaria ultra accomodante.

Andiamo con ordine e capiamo meglio, partendo dall’Euribor e dell’Eurirs, vale a dire i parametri utilizzati dalle anche per determinare i tassi di interesse sui mutui a tasso variabile e fisso e che insieme allo spread (inteso non come il differenziale dei titoli di Stato ma come il guadagno delle banche quando eroga il mutuo) concorrono a determinare il tasso finale della rata. Nel dettaglio, l’Euribor non subisce rincari da ormai un paio di anni rimanendo in territorio negativo e ai minimi storici con la scadenza a 3 mesi (quella più utilizzata) stabile a -0,32 da maggio 2018, mentre l’Euribor a 6 mesi ha registrato un leggero aumento salendo da -0,27 del 22 ottobre all’attuale -0,26. Gli analisti, anche in base alle ultime dichiarazioni del 25 ottobre del presidente della Bce, Mario Draghi (ha ribadito ancora una volta che i tassi di interesse si manterranno sugli attuali livelli almeno fino all’estate del 2019 e in ogni caso finché l’inflazione non avrà raggiunto una sua stabilità), prevedono che l’Euribor potrebbe iniziare a salire già nella prima parte del 2019, ma rimanendo sempre in territorio negativo, cominciando a salire sopra la soglia psicologica dello zero solo nel corso del 2020. E solo allora, con le banche più a rischio per l’aumento del costo del denaro anche i mutui che verranno sottoscritti costeranno di più, perché alle banche costerà di più finanziarsi.

Capitolo a parte per l’Irs. È dalla prima settimana di ottobre che l’indice dei mutui a tasso fisso ha registrato un aumento di oltre un decimo di punto rispetto alla media di agosto: si tratta di fatto della prima inversione di tendenza. Ma non si riscontra nessuna situazione allarmante. Gli indici Irs, infatti, si erano già trovati a questi livelli tra febbraio e marzo di quest’anno, ma al contrario di quel periodo in cui le banche proponevano spread bancari al ribasso, oggi diversi istituti di credito stanno rivedendo al rialzo i loro margini di guadagno. Anche se, va sottolineato, i tassi sono ancora bassissimi, per cui accendere un mutuo a questi livelli è ancora molto conveniente. Nonostante sia un po’ più costoso di quello variabile, è il tasso fisso quello da preferire, proprio per proteggersi dall’aumento causato dallo spread. Numeri alla mano, “a partire dal mese di ottobre abbiamo iniziato a registrare, limitatamente ad alcune specifiche proposte di mutuo a tasso fisso, un lieve aumento dello spread bancario applicato da alcuni istituti di credito. I rincari, compresi in una forbice tra 0 e i 20 punti base a seconda della durata del finanziamento, hanno colpito principalmente le proposte di mutuo con ammortamento superiore ai 25 anni. Sostanzialmente stabili, invece, le altre proposte”, spiega Ivano Cresto, Responsabile mutui di Facile.it. Che aggiunge: “Nonostante questi lievissimi aumenti è ancora un ottimo periodo per richiedere un mutuo, i tassi viaggiano ancora su livelli molto bassi”. Intanto, dalla fine dell’estate, i due principali istituti italiani, Intesa Sanpaolo e UniCredit, hanno aumentato il costo dei mutui a tasso fisso fino a 20 punti base, che – secondo calcoli Reuters– si traducono in maggiori oneri di 2.800 euro per un mutuo medio ventennale da circa 124.000 euro.

Disabilità? A teatro ogni differenza diventa ricchezza

E alla fine avevano tutti le lacrime agli occhi, anche quei genitori che, all’inizio del 2018, erano scettici rispetto al progetto perché toglieva ore curricolari. No, questa non è la cronaca di un normale spettacolino scolastico di seconda media. Questa è l’esperienza di un gruppo di studenti e di un progetto-eccellenza nel panorama romano. La media dell’Istituto comprensivo Padre Semeria è stata una delle oltre venti scuole dove, anche quest’anno, ha trovato spazio il Progetto Piero Gabrielli.

Nato nel 1995, il Laboratorio teatrale integrato prende il nome di colui che, nel 1981, ne fu l’ideatore: Piero Gabrielli, appunto, che – da terza linea della Roma e della Nazionale di rugby degli anni Cinquanta – decise di dedicare gran parte della sua vita alla sensibilizzazione sui temi della disabilità. Da allora il Laboratorio ne ha fatta di strada: forte del protocollo d’intesa tra Campidoglio, Provveditorato e Teatro di Roma, il gruppo di lavoro formato da professionisti del settore – registi, attori, musicisti, scenografi, musicisti, ecc – ha collezionato spettacoli nei principali teatri della città, tournée all’estero (Australia, Stati Uniti, Tunisia e Montecarlo), ha fondato la “Piccola compagnia” e ha allargato i suoi orizzonti: dall’attività del singolo Laboratorio, sono nati quelli decentrati nelle scuole, che hanno visto partecipare via via sempre più classi e studenti. Sono stati quasi 280 mila i ragazzi coinvolti dalla sua fondazione.

Il teatro è il luogo per eccellenza in cui spogliarsi di etichette e pregiudizi e mettere in gioco le proprie, uniche, abilità. E così capita che, sul palcoscenico, i ragazzi siano tutti uguali. Anzi, tutti diversi, ognuno con la sua identità e il suo modo di esprimersi. Così hanno fatto gli alunni dell’I.C. Semeria, sotto la guida attenta della regista e autrice del Gabrielli, Emilia Martinelli, coadiuvata dall’insegnante di Lettere, Maura Dianetti. Nella cornice gioiello del teatro di Villa Torlonia, non è andato in scena uno spettacolino qualunque, dicevamo all’inizio, ma uno script originale che trae spunto dalle storie di quando noi adulti, genitori e nonni, eravamo bambini. E quindi il rastrellamento degli ebrei romani, il rapimento Moro, l’uomo sulla Luna, la parità – anche salariale – tra i generi, il “filosofare” per comprendere il pensiero dell’altro (e pure il nostro). Singole scene, con cinque o sei attori a turno sul palco e le storie tirate fuori da una serie di scatole. Alla faccia di chi dice che i ragazzini di oggi sono soltanto bravi con gli smartphone. “Ri_Creazione” è stato il tema dell’anno: partire dalla scuola per creare cittadini sempre più consapevoli.

“Il meglio da fare è di darla ai bambini, che non si fanno pagare a giocare coi palloncini” recitava Gianni Rodari nella sua filastrocca “La luna bambina” trasformata per l’occasione ne “La storia bambina”. Raccontata senza bisogno di spiegare se e quale disabilità appartenesse a qualcuno di loro. Perché il teatro può annullare le differenze. Anzi, meglio ancora, esaltarle e farne ricchezza.

Ripensateci, il Giro senza il Sud è uno scempio e un tradimento

La bici è la nostra compagna di vita. Ci ricorda l’infanzia e ancora a tanti fa venire in mente la fatica. Quanti sono andati al lavoro e ancora vanno con la bici? Pedalare, si dice per illustrare oltre ogni misura che serve il sudore, l’impegno, la resistenza. Il ciclismo è perciò lo sport più vicino all’animo popolare, perché composto della capacità del nostro corpo di rispondere anche alle sfide più grandi, più impegnative, anche più rischiose per la salute (e le cattive e continue storie di doping stanno lì a dimostrarcelo).

Si va alla corsa ma senza obbligo di comprare il biglietto. Il ciclismo è l’unico sport popolare che non preveda ticket d’ingresso. Si va alla corsa senza necessità di odiare, contestare, senza un nemico insomma. La bici unisce e non divide. Perciò esistono eventi sportivi così grandi che hanno unito l’Italia e l’hanno difesa anche nei momenti più bui della storia repubblicana, come l’attentato a Togliatti. Fu il mitico Bartali a salvare l’Italia dalla guerra civile vincendo il Tour. E la corsa più amata, più influente, più partecipata, ha sempre legato la sua storia a quella del Paese, e ha fatto scendere in strada gli italiani, tutti gli italiani. Del Nord e del Sud.

Assistere oggi a un Giro che si dimezza, per via degli affari che incombono e indicano le tappe giuste e quelle sbagliate, è prima che una delusione una sconfitta. Vedere il prossimo Giro, 102esima edizione, che neanche tocca il Sud, raggiungendo a malapena San Giovanni Rotondo e poi deviando verso il Tirreno, verso Terracina, è il segno di un Paese spezzato, diviso, che neanche si riconosce più. Già la distanza tra Nord e Sud va incredibilmente allargandosi, con un Mezzogiorno che si spopola e dimagrisce fino a divenire scheletrico, raggiungendo il punto più basso della sua decrescita infelice: non c’è area in Europa più spopolata, più grande e più depressa che questa.

Sapere oggi che anche lo sport, e tra le discipline popolari quello più festoso, connettivo, proletario, com’è il ciclismo, separa i destini, rende esatta la profondità della divisione, non più solo economica e sociale, ma anche civile e culturale. È vero che le vette più impegnative, quelle più importanti, le salite leggendarie sono quelle alpine, come il Mortirolo, sono marchi di fabbrica di questo sport. E nessuno ha voglia di togliere alle Alpi ciò che è suo, e a chi le scala l’onore che merita. Ma come si fa a non vedere che il Giro d’Italia se diviene Giro della Padania riduce il senso della sua stessa storia? Come si fa a non capire che i soldi, pure importanti, e gli ingaggi che i corridori (tutti professionisti) giustamente pretendono, non possono uccidere il significato di questa magnifica prova individuale e di gruppo.

Negli anni scorsi il Giro ha preso il via addirittura in terra straniera grazie alla forza della sua reputazione, perché resta una delle tre grandi corse a tappe, appena dopo il Tour de France e prima della Vuelta spagnola, conosciute e applaudite. Dimenticare la metà dell’Italia sistemata sotto al Garigliano non è già più un’offesa: è tradimento.

Due bottiglie di vino, i ricordi di Romanò e Salvatore Nuvoletta

Due foto su Whatsapp. Due bottiglie di vino. Ma non è materia promozionale, nessuna offerta speciale. Vino bianco. La prima bottiglia ha un’etichetta delicata e che porta lontano: Attilio Romanò. Non tutti capirebbero, ma chi ha memoria di una nostra storia speciale capisce. Attilio Romanò era un giovane commerciante napoletano. Fu ucciso a 29 anni in un modo pazzesco nel suo negozio di telefonia a Napoli. In cinque fecero irruzione e lo ammazzarono senza nemmeno conoscerlo, pensavano fosse il nipote di un boss dei cosiddetti “scissionisti”, protagonisti della guerra di camorra del 2004-2005. Nessuno poté dire “nel posto sbagliato nel momento sbagliato”. Attilio era nel suo luogo di lavoro, nell’unico luogo giusto a quell’ora. Oggi a Napoli gli è dedicata una scuola.

Il tempo di provare un malinconico compiacimento per quell’omaggio a un innocente e l’indice fa scorrere sullo schermo una seconda bottiglia. Di nuovo vino bianco, ma è il retro della prima. Di nuovo un’etichetta chiara stilizzata. Con il nome della cooperativa produttrice e di nuovo il riferimento a una vittima: “Per Salvatore Nuvoletta”. E questa volta il nome mi è del tutto familiare. Perché è giunta l’ora di dire che Nuvoletta non è solo un cognome di camorra, quello – per capirsi – dei Nuvoletta che insieme a Bardellino si schierarono contro il delirio di egemonia di Raffaele Cutolo e si affiliarono pure a Cosa nostra. Nuvoletta è anche un cognome di Stato, e di quello migliore.

Esiste infatti a Marano, a nord di Napoli, una famiglia il cui patriarca oggi novantenne, Ferdinando, ha dato alle nostre forze dell’ordine ben cinque figli, un poliziotto e quattro carabinieri. Uno di loro, il più giovane, era appunto Salvatore Nuvoletta. Venne ucciso nell’estate del 1982. I Casalesi chiesero conto alla caserma locale di chi si fosse permesso di fare un posto di blocco e addirittura ingaggiare un conflitto a fuoco con i propri uomini. Il nome di Salvatore, che non c’entrava, venne consegnato ai suoi carnefici, che entrarono in azione appena dopo l’ora di pranzo. Lo raggiunsero mentre giocava con un bambino, lui li vide arrivare e capì. Pensò solo a salvare il bimbo e lo trucidarono. Aveva appena compiuto vent’anni. Si scoprì anni dopo che il suo maresciallo si era fatto fare una casa in Toscana da un’impresa dei Casalesi. A Salvatore, a Marano, sono stati dedicati lo stadio, il comando dell’Arma e una via. Anche un centro sociale per la legalità, in una manifestazione affollatissima in cui per più di un’ora nessuno riuscì a pronunciare la parola “camorra”. Nei prossimi giorni gli verrà dedicato un monumento a Trezzano sul Naviglio, fuori Milano.

Ma la storia di questa bottiglia non è finita qui. Perché nella mia memoria quell’estate del 1982 è ben conficcata. Fu l’ultima estate di mio padre. Che, essendo per qualche giorno in Campania, volle andare a salutare quel patriarca ancora giovane, subito dopo l’omicidio. Mi portò con sé. Vidi che lo trattava con deferenza. Per quello che era successo, ma anche perché due altri suoi figli, Gennaro ed Enrico, gli avevano fatto da scorta negli anni di piombo, ormai avviati al termine. E anche loro due avevano rischiato la vita. Gennaro poi la avrebbe rischiata ancora di più perché aveva promesso a mio padre di accompagnarlo a Palermo, nei giorni della grande solitudine. Aveva chiesto solo di potersi sposare, poi l’avrebbe raggiunto. Giusto in quei giorni di attesa ci fu la strage. Ecco, le immagini della bottiglia di vino bianco me le ha mandate proprio Gennaro, che ancora oggi quando parla in privato di mio padre dice “il signor generale”. Ma la sorpresa ulteriore è che queste bottiglie vengono da una terra confiscata alla camorra, clan dei Simeoli, vicino Marano. Assegnata a una cooperativa fondata appunto dalla famiglia Nuvoletta, quella per bene. Perché Gennaro, oggi in pensione, ha deciso di militare con Libera, vedi quanto sono lunghe e a volte straordinariamente lineari le storie delle persone. E ha voluto intitolare la cooperativa a Salvatore per amore e per quel sottile rimorso di cui una volta parlò: avere ai tempi suggerito al fratello più piccolo, che vedeva preoccupato, di consigliarsi con il suo maresciallo. Ecco che cosa può evocare una foto su Whatsapp. Una famiglia, una storia di divise onorate, un prezzo di sangue, una cooperativa per la legalità, i vini dedicati alle vittime innocenti. Perché Nuvoletta, a Marano, vuol dire anche istituzioni e democrazia.

C’era “La Sicilia” di Ciancio e l’innominabile don Nitto

Erano gli anni, quegli anni Ottanta, in cui il quotidiano La Sicilia di Catania, posseduto e diretto da Mario Ciancio Sanfilippo, non nominava il nome del boss Benedetto “Nitto” Santapaola, ma in compenso celebrava nei necrologi il mafioso Pippo Ercolano. A denunciare il crimine e la corruzione sotto il vulcano, ai piedi dell’Etna, d’altronde, c’erano un poliziotto scomodo, Francesco Cipolla, poi trasferito, e un pugno di giornalisti coraggiosi: li guidava Giuseppe Fava, che li aveva coinvolti nel progetto de I Siciliani.

Pippo Fava venne assassinato nel gennaio del 1984. Il giornale di Ciancio, allora, sostenne che non si trattava di un delitto di mafia, anche perché il giornalista ammazzato, come titolò il quotidiano, “non indagava sulla mafia ma solo la raccontava”. Diversi anni dopo, come è noto, Santapaola sarebbe stato condannato all’ergastolo come uno dei mandanti dell’omicidio. Su Santapaola criminale, in ogni caso, si taceva. Sulla stessa La Sicilia, però, le imprese commerciali che facevano capo al boss catanese di Cosa nostra venivano menzionate con onore e gloria. Come in quella fotografia degli inizi Ottanta. Fu assai più di una foto, in realtà. Era un manifesto politico-mafioso. La Sicilia la pubblicò nelle pagine della cronaca. Documentava l’inaugurazione della Pam Car, concessionaria di automobili Renault nel cuore della città etnea. Accanto alle autorità locali, dal prefetto Francesco Abatelli al questore Agostino Conigliaro, che presenziavano, nell’immagine si vedeva una sorridente signora Carmela Minniti. Era la titolare della filiale, e soprattutto la moglie di don Nitto. Scriverà Giorgio Bocca nel 1988 su Repubblica: “C’è un episodio esemplare, da moltissimi citato, da pochi illuminato nei suoi risvolti simbolici: l’inaugurazione alla fine degli anni settanta del Pam Car, una filiale-officina Rénault di proprietà del boss mafioso Nitto Santapaola. (…) Una filiale automobilistica non è uno stadio, una chiesa, una scuola, non c’è giustificazione sociale e pubblica alla partecipazione dell’intero ceto dirigente. E, dovrebbe essere, sarebbe, nell’Italia non mafiosa, un modesto affare privato”. E “allora perché ci van tutti”, proseguiva Bocca, dal prefetto “al questore, al colonnello dei carabinieri, ai cavalieri del lavoro, agli onorevoli dei vari partiti? Non sanno che Santapaola è il capomafia? Ma via, l’onesto commissario Francesco Cipolla sta già lavorando da tempo e per questo chiederanno il suo trasferimento. (…) E allora? Allora l’inaugurazione solenne voluta e imposta da Santapaola è il luogo della rivelazione e del simbolo, da essa Catania e la Sicilia devono capire che la mafia è vincente”.

La fotografia dell’inaugurazione della Pam Car di Santapaola è ben radicata anche nella memoria di Gianni Palagonia, uno “sbirro antimafia”. “Quando, arruolato in Polizia fui trasferito a Catania, i nomi che ricorrevano nei nostri Uffici, oltre quelli dei predetti mafiosi/picciotti, erano anche quelli dei famosi cavalieri del lavoro Rendo, Costanzo, Parasaliti, Graci. Minchia, da quando ero adolescente, non era cambiato nulla. Ma si parlava tantissimo anche di una foto. Una foto che avevano visto in pochi. Una foto innominabile. Tanto innominabile che, a noi giovani, ci sembrava una favola nata dentro gli Uffici della Squadra Mobile, raccontata da qualche vecchio Maresciallo. Ma perché si parlava tanto di quella foto? Forse perché si vedeva il volto del famigerato Nitto Santapaola che inaugurava la Pam Car, un grande autosalone che vendeva auto di una nota marca di auto francese? No, non era lui l’innominabile, erano molti di più, effigiati in quel taglio del nastro. Nel 1981, l’anno dell’inaugurazione, Santapaola invitò le massime autorità cittadine. Ed infatti accanto a lui si vedevano il prefetto Abatelli e il questore Conigliaro”.

La Sicilia di Mario Ciancio non nominava Nitto Santapaola, che, peraltro, forse non fu presente alla inaugurazione della Pam Car, ma poco importa. Il giornale, in ogni caso, rendeva omaggio alla sua concessionaria di automobili. Nell’ottobre del 1982, quando tutti i giornali italiani diedero conto dei primi mandati di cattura per l’omicidio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa in via Carini, a Palermo, il solo a non pubblicarne i nomi fu La Sicilia. “Un noto boss”, dirà la testata di Ciancio a proposito di don Nitto. Mentre gli altri giornali faranno il nome di “Santapaola”, che poi verrà assolto in appello per la strage di via Carini. Nei giorni che seguirono all’assassinio di Dalla Chiesa, La Sicilia fu l’unico quotidiano a omettere il nome di Santapaola dall’elenco degli indiziati. Con prudenza assoluta, quindi, dovette cominciare a farlo, ma solo perché lo imponeva l’evidenza dei fatti. Il cognome del capomafia, scriverà Claudio Fava, il figlio di Pippo Fava, “resterà assente dalle cronache della sua città per molti anni ancora”.

“In Germania negano ancora l’esistenza delle cosche”

“Attenzione: la mafia c’è anche in Germania ma là si nega l’esistenza del fenomeno”. La giornalista e scrittrice Petra Reski, segue da molti anni le vicende relative a Cosa nostra in Italia e fiuta il pericolo: “Anche da noi i boss vanno a braccetto con la politica”.

Dalle cronache è passata al romanzo. Come mai questa scelta?

Per arrivare a un pubblico più largo, per sensibilizzare l’opinione pubblica sia tedesca sia italiana maggiormente di quanto già lo sia. È il mio contributo, frutto di vicende che seguo da vicino sin dal 1989”.

Sceglie come protagonista una procuratrice italo-tedesca. Si è immedesimata?

In parte sì, certamente. Volevo creare un ponte tra Italia e Germania attraverso il protagonista positivo del racconto. E poi c’è anche un altro significato: la mafia è un fenomeno europeo, non riguarda soltanto l’Italia. Sottovalutare questo aspetto può essere molto pericoloso.

La impegnerà per diverso tempo, dal momento che è annunciata come una saga. Quanti ne scriverà?

Non lo so, in Germania siamo già al terzo libro. Quando ho cominciato non avevo contezza di questo, ma la serialità mi ha alleggerito, non ho avuto l’ansia di mettere tutto in un libro solo.

C’è anche, tra le righe, un’accusa alla stampa.

Mi pare che gli organi d’informazione non sempre abbiano accolto bene chi si occupava di mafia e politica, dal processo Andreotti a quello della Trattativa. È frustrante la poca eco in stampa e opinione pubblica. Tutto è stato sempre edulcorato in televisione. Invece va sostenuto chi come il pm Nino Di Matteo ha supportato un peso non indifferente. Comunque, credo che gli italiani abbiano ben presente il rapporto tra mafia e politica, più dei tedeschi.

Il protagonista negativo è questo ministro alla sbarra, Enrico Gambino. A chi si è ispirata?

È un misto di varie personalità, forse maggiormente ispirato a Marcello Dell’Utri.

“Palermo connection”. Alla sbarra il ministro del patto Stato-mafia

Pubblichiamo un brano di “Palermo connection”: il primo di una nuova serie di gialli ambientati in Sicilia con protagonista la pm italo-tedesca Serena Vitale La “Die Tageszeitung” ha scritto: “È già di per sé un fatto eccezionale che il primo thriller letterario di un’autrice tedesca non abbia nulla da invidiare a modelli come Graham Greene e Jörg Fauser”

Davanti al Palazzo di Giustizia sedeva un poliziotto che si vociferava fosse stato licenziato a causa di problemi mentali. Portava una barba che gli arrivava fino al petto e gridava contro chiunque entrasse in tribunale: le segretarie e i fattorini, i poliziotti, i carabinieri, gli avvocati e i giudici. Stava accovacciato sul pavimento e urlava: “Avete paura di parlare?” e “Dov’è la democrazia?”. E tutti quelli che gli passavano accanto fingevano di non sentirlo. La procuratrice ignorò il pazzo, così come non badò a Wieneke che l’aspettava lì già da un’ora e che comunque si era immaginato diversamente una procuratrice antimafia. In ogni caso non con tacchi così alti con i quali saliva sorprendentemente svelta le scale del Palazzo di Giustizia. “Signora Vitale, mi scusi – esclamò Wieneke – sono il giornalista tedesco, si ricorda? Abbiamo parlato per telefono…”, voleva dire ancora qualcosa, ma lei aveva già oltrepassato il metal detector. Senza alzare lo sguardo. A Wolfgang W. Wieneke e al suo fotografo non restò altro da fare che correrle dietro.

La procuratrice andava di fretta per il corridoio con una pila di atti sotto il braccio. Mentre camminava si gettò la toga sul vestito. (…) Wieneke e il fotografo dovettero litigare per due posti sui banchi della stampa, perché i giornalisti già seduti cercavano coi loro portatili di marcare il territorio. I banchi degli spettatori erano stracolmi, l’aula era piena da scoppiare e chi non trovava posto si assiepava nei corridoi accanto ai poliziotti, ai carabinieri e agli uscieri. “Del resto, la chiamano la ‘santa di ghiaccio’”, disse il fotografo, un soprannome che Wieneke trovò straordinariamente azzeccato. Più che altro a causa dell’aria condizionata del Palazzo di Giustizia. (…) In aula entrò il ministro accusato. Enrico Gambino. Circondato da un seguito di avvocati, consiglieri e guardie del corpo, Gambino rimase fermo a lungo, finché nell’aula rumorosa si formò un cerchio di silenzio. Indossava una giacca blu scuro e una camicia azzurra. I capelli erano bianchi e così radi che sotto si vedeva rilucere il rosa della pelle della sua testa. Incurante, salutò alcuni giornalisti e, senza girarsi, fece loro un cenno mentre passava: un re rovesciato dal trono e sorretto dalla consapevolezza che alla fine avrebbe trionfato.

Prima di sedersi, col capo fece un cenno regale e provocatorio alla procuratrice. Come un regnante che in terra straniera si sottomette alle regole di un ridicolo protocollo. Scambiò serenamente due parole coi suoi avvocati e salutò una donna con un bacio sulla guancia. Quando non si sentiva osservato sprofondava in sé e spingeva leggermente in avanti la mascella inferiore. Alla luce del neon dell’aula di giustizia la sua faccia aveva un aspetto malaticcio e bluastro. Wieneke prese dalla borsa il suo nuovo taccuino Moleskine, vi fece svogliatamente un paio di annotazioni sulla forma dell’aula di giustizia, sul freddo preoccupante, sul colore del pavimento di marmo, sulle uniformi dei carabinieri, poi annotò che l’accusa diceva: “Concorso in associazione mafiosa e complicità in attentati” – e dietro l’ultimo punto dell’accusa fece un piccolo punto interrogativo: il fotografo aveva sottolineato che l’accusa non era sostenibile. “È già tanto che si sia arrivati a processo”, disse. Wieneke annuì, anche se non comprendeva assolutamente perché fosse una sorpresa avviare un processo contro un ministro che, per essere accusato, doveva averne fatte di cotte e di crude. “Scusa un attimo”, disse infine Wieneke, “a prescindere dal fatto che questo Gambino è sospettato di aver tolto di mezzo un giudice, era già stato condannato come deputato europeo per aver trasferito miliardi di sovvenzioni nelle tasche dei boss per impianti a energia eolica, dighe di sbarramento e cooperative agricole che esistevano solo sulla carta”. “Al primo grado di giudizio”, disse il fotografo. “Sì, e allora?”, domandò Wieneke. “Finché il giudizio non viene confermato al terzo grado non si può considerare definitivo”. “Inoltre dicono che abbia fondato un partito per la mafia, quindi non può essere del tutto innocente”, disse Wieneke.

Il fotografo lo osservò divertito, come un grazioso ca- gnolino. “Te lo spiego dopo”, disse. Il ministro Gambino guardava l’aula di giustizia con un’aria distesa, come se l’accusa contro di lui fosse soltanto una nuvoletta smarritasi davanti al sole che presto sarebbe evaporata. Sistemò la piega dei pantaloni, si passò la mano sulla cravatta, scartò con difficoltà una caramella per la tosse, la infilò in bocca e, mentre spostava la caramella da una parte all’altra del palato, fece sapere ai giornalisti interessati che tutte le accuse sollevate contro di lui erano inventate di sana pianta.

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