La “bellezza inutile” delle città

Spopolamento; espulsione dei residenti, degli artigiani e dei negozi di necessità; moltiplicazione degli alberghi e soprattutto degli airbnb, dei negozi di gadget; crescita verticale del turismo; pianificazione urbanistica che inverte le priorità, preferendo infrastrutture per i visitatori a quelle per i residenti. Risultato finale: distruzione del tessuto sociale, museificazione del tessuto monumentale, gentrificazione (che vuol dire “borghesizzazione” di quartieri già popolari), e in un’ultima analisi perdita del tono democratico. La città non è più una città, ma una quinta per film, una location per eventi. È la storia di Venezia: le cui recentissime ferite da acqua alta sono la conseguenza non solo del cambio climatico, e del conseguente innalzamento del Mediterraneo, o della follia criminogena del Mose, ma anche dell’inarrestabile emorragia dei suoi cittadini, ridotti a meno di un terzo rispetto al 1871.
Espulso il popolo, le pietre iniziano a cedere: anche quelle di San Marco.

Ma non c’è solo Venezia, ormai sono centinaia le città italiane incamminate lungo questo viale del tramonto che una classe politica inconsapevole e irresponsabile dipinge invece come la via luminosa di una modernissima vita di rendita da turismo. C’è Firenze, ormai senza anima. E c’è Napoli, il cui ventre popolare perde giorno dopo giorno i propri connotati in una marcia forzata verso una gentrificazione da overtourism.

E poi c’è Bergamo, per esempio. Quando, qualche settimana fa, si è riunita proprio a Napoli la Set, la “Rete di Città del Sud Europa di fronte alla Turistificazione”, uno tra gli interventi più istruttivi è stato proprio quello dei cittadini bergamaschi.

Bergamo è una città stupefacentemente ricca: e non per rendita, ma per una religione del lavoro che sfiora la maniacalità. Eppure non appena si è scoperta “città d’arte” (un’espressione in sé malata, che nega l’identità tra città e arte e identifica una tipologia commerciale), anche Bergamo si è lasciata sedurre dall’idea di mettere a reddito tutta quella “bellezza inutile”. Ma quando si sceglie di vivere di turismo diventa molto difficile governare le conseguenze: ed è per questo che raccontare il declino della Città Alta di Bergamo significa parlare di cento altre città storiche infelici. Infelici perché disgraziate nello stesso modo, a differenza delle famiglie di Tolstoj.

Prendiamo i dati sui residenti, su un lungo arco di tempo, dal 1951 al 2016: ebbene, se in questo periodo Venezia ne ha persi il 52%, la Città Alta di Bergamo ne ha contati il 38% in meno, arrivando al minimo di 2400. Un’emorragia di popolo, che cambia radicalmente l’uso, e dunque il senso, di quelle antiche pietre. Negli ultimi quarant’anni le case vuote in Bergamo Alta sono aumentate di sei volte, le abitazioni di proprietà sono raddoppiate, quelle in affitto sono dimezzate: un trend che vieta la città storica alle giovani coppie con bambini, e apre la strada ad una omogeneità sociale fatta di famiglie piccole e benestanti. La città storica diventa la città dei ricchi. E, in prospettiva vicina, la città dei turisti.

L’inclusione delle Mura venete della città nella lista Unesco (un bollino che ormai assomiglia al bacio della morte sulla tenuta sociale del nostro patrimonio culturale) ha fatto raddoppiare le vendite “di pregio” in Città Alta: vendite che preludono nella quasi totalità alla creazione di strutture alberghiere di fatto (dal 2010 ad oggi gli airbnb crescono del 79%, gli alberghi veri calano del 9,2%). La città storica diventa un dormitorio per turisti di lusso: in Città Alta ogni notte dormono 12,4 turisti per abitante, mentre i posti letti sono ormai 30 ogni 100 abitanti.

Se allarghiamo lo sguardo dai pernottamenti alle presenze turistiche in generale, vedremo che i turisti che ogni anno visitano il cuore storico e artistico di Bergamo sono stimati in circa 200.000 l’anno, arrivando ormai alla fatidica proporzione dei cento per singolo abitante.

Conseguenza: al posto dell’ultima parrucchiera apre l’ennesima yogurteria, e nella Città Alta non c’è più un solo idraulico, un meccanico, un elettricista e nemmeno un restauratore, per quella sorta di “pulizia etnica” delle professioni che fa sembrare tutti eguali i nostri centri storici.

È questo il drammatico quadro che spinge la parte più consapevole della cittadinanza (come per esempio la benemerita Associazione per Città Alta e Colli) a contestare radicalmente la costruzione di un parcheggio interrato di 9 piani (!) che l’amministrazione guidata da Giorgio Gori (l’anello mancante tra il berlusconismo e il renzismo) sta costruendo proprio sotto le famose Mura venete consacrate dall’Unesco. Un parcheggio pensato “per i visitatori” (per ammissione della stessa giunta) a servizio di una Città Alta che avrebbe invece un enorme bisogno di politiche per residenti non selezionati per censo. La giunta si trincera dietro il fantasma delle penali che si dovrebbero pagare cassando il parcheggio. Ecco l’ultima frontiera della post-democrazia, l’ultima reincarnazione del Tina (There Is No Alternative) della Thatcher e di Blair. Non si discute più della conseguenze a lungo termine del Tav, del Tap o del parcheggio di Bergamo: una politica senza progetto e senza coraggio si nasconde dietro l’alibi del “non-possiamo-cambiare-perché-ci-sono-le penali”. E pazienza se, facendola, quell’opera farà danni più gravi e profondi. Non la “rivoluzione della modernità” venduta dalla retorica renziana di Gori, insomma, ma la cancellazione del nesso vitale tra le pietre e il popolo: guardando Bergamo si capisce l’Italia.

La follia di Donald: settemila soldati per i 7 mila in fuga

Un esodo non è mai ordinato, ma in Centro America il caos è allegria. Sono in fuga, ma non ci sono urla. Tutto quel che possiedono entra in uno zainetto, però non si lamentano. Camminano tutto il giorno, poi fanno la coda per il cibo con sorriso sul volto. Non si riescono nemmeno a contare, settemila secondo la polizia federale messicana. A vederli marcare sembrano almeno il doppio, la sera nei campi improvvisati si stringono a tal punto che appaiono come poche centinaia di persone. “Siamo partiti 20 giorni fa – Eveline 24 anni e 3 figli, ha il bimbo più piccolo in braccio, non ha nemmeno tre mesi – abbiamo sentito alla radio della carovana. Non ci ho pensato nemmeno due volte”. Il passeggino, spinto dal marito Hector, è partito dall’Honduras, ha attraversato tutto il Guatemala e ora si trova nello Stato di Veracruz, nel sud del Messico.

Anche oggi, come ogni mattina, verso le 4 Eveline ha iniziato a camminare. “Non so quanti chilometri facciamo – continua – tutti quelli necessari per arrivare negli Usa”. Nulla di nuovo, ogni anno 200mila migranti passano per questa rotta. La rivoluzione sta nel passeggino. Tutti coloro che vogliono arrivare negli Stati Uniti sono obbligati a mettersi nelle mani dei cartelli della droga. Chi decide di tentare il viaggio senza affidarsi al crimine organizzato, con buona probabilità viene rapito e i suoi cari sono costretti a pagare i narcos perché venga rilasciato. Tre settimane fa questo sistema si è inceppato. Migliaia di persone, non solo uomini in forze, ma anche donne, bambini e anziani hanno deciso di marciare verso il sogno americano.

“Veracruz è la zona degli Zeta, uno dei cartelli in ascesa – racconta Hector, honduregno che sotto la maglietta nasconde cicatrici e tatuaggi del suo passato – non è sicuro attraversarla, ma se restiamo uniti non ci faranno nulla”. Lasciando l’accampamento la carovana è protetta dalla polizia federale: agenti con giubbotto antiproiettile, elmetti e fucili d’assalto. Ma la spedizione non marcia all’unisono, ognuno cammina con il suo passo, qualcuno si ferma, altri fanno autostop, c’è persino un ragazzo con una Bmx gialla. I tir rallentano, qualcuno si aggrappa e ci salta sopra. Poi arrivano i furgoni per il trasporto di animali, che vengono riempiti di passeggini, mamme e bambini. Tutto sempre con la musica dei cellulari. Perché è un esodo, non solo una fuga, ma anche una celebrazione della vita che verrà. Anche parlando dell’uomo che potrebbe interrompere tutto questo non si ottiene che una battuta: “A Trump non piacciono i migranti clandestini – dice un ragazzo aggrappato alla balaustra di un camion cisterna – c’è solo una soluzione, ci deve regolarizzare tutti”.

Certo visto da Washington tutto questo deve avere un’altra forma. Domani gli Usa andranno al voto, si rinnova il Congresso e verranno eletti nuovi governatori. Sono le elezioni di midterm, un esame per Donald Trump. Parlando della carovana, l’inquilino della Casa Bianca utilizza “invasione” come parola d’ordine: “Sono in gran numero, non sono un innocente gruppo di persone”. Il comandante in capo del più grande esercito mai esistito al mondo, ha inviato ben sette mila militari, uno per migrante, sul confine: “Se dalla carovana tireranno una pietra risponderemo”. Sassi che dovrebbero essere lanciati lontano, oggi la carovana si trova a 2500 chilometri di distanza dal confine più vicino. Considerando che la carovana percorre 40/50 chilometri al giorno, servono due mesi di cammino prima che Trump trovi i suoi “mostri” al confine. Intanto domani ne potrebbe trovare altri al Cogresso.

Trump a metà strada, parola all’America

Duelli politici, ma anche di genere, di colore, generazionali: è un arcobaleno di diversità l’arco dei candidati senatori, deputati e governatori in lizza nel voto di midterm di domani. Nell’Unione, l’appuntamento di metà mandato è tradizionalmente favorevole al partito d’opposizione, cioè che non ha la Casa Bianca: dal 1934 ad oggi – oltre 20 elezioni, in quasi un secolo –, solo tre volte il partito del presidente ha guadagnato seggi in Congresso al midterm.

Consapevole che il voto di domani sia un referendum su di lui, più ancora che sul suo operato, il presidente Donald Trump sta dando il meglio – o il peggio – di sé nelle ultime battute della campagna elettorale e ha seminato i suoi comizi con una litania d’errori, approssimazioni e falsità: dalle teorie cospiratorie sui migranti ai proclami esagerati sui posti di lavoro creati.

Dalle urne, oltre all’assetto del Congresso nei prossimi due anni, usciranno anche indicazioni per i democratici in chiave 2020. Alla ricerca di leader che mancano, l’opposizione è tentata d’andarli a pescare in universi alternativi, tipo Oprah Winfrey, Mark Zuckerberg, George Clooney o Michael Bloomberg, la sola ipotesi concreta fra tutte queste, ex sindaco della Grande Mela, un miliardario di New York, proprio come Trump.

I politici potenziali aspiranti alla nomination democratica per la Casa Bianca sono una ventina (e, magari, il nome buono deve ancora saltare fuori): figure solide, come l’ex vicepresidente Joe Biden o la senatrice del Massachusetts , la “sceriffa di Wall Street” Elizabeth Warren; e figure emergenti, come la senatrice della California Kamala Harris, aggressiva e ambiziosa, oppure il senatore del New Jersey Cory Booker, ex giocatore di football a Stanford.

Alcuni “presidenziabili” si sono messi in mostra nelle audizioni per la conferma della nomina del giudice Brett Kavanaugh alla Corte Suprema, uscendone però malconci: la Harris, Booker, Amy Klobuchar (senatrice del Minnesota). Altri sono finora rimasti defilati, come la senatrice di New York Kirsten Gillibrand. Altri – lo vedremo – affidano al midterm le loro possibilità d’emergere a livello nazionale.

Il voto di domani, nelle ere fra loro confliggenti di Trump e di #Metoo può “infrangere tabù e soffitti di cristallo e rivoluzionare il Congresso”, dice Serena Di Ronza, corrispondente dell’Ansa dagli Usa. L’ondata rosa di candidate batte ogni record e fa impallidire il 1992, entrato nelle cronache elettorali come l’Anno delle Donne: 257 in corsa per Camera e Senato; 16 sono candidate a diventare governatrici.

 

La sfida con vista sulla Casa Bianca

In Texas Ted Cruz, senatore repubblicano uscente, che fu nel 2016 il più insidioso rivale di Trump per la nomination repubblicana, se la deve vedere con Beto O’Rourke, astro nascente democratico, che rinuncia a un seggio alla Camera sicuro e si mette in gioco. Chi dei due vince potrà nutrire aspirazioni presidenziali, Cruz forse nel 2024; chi perde è fuori, presumibilmente per sempre. Veronica Escobar e Sylvia Garcia, democratiche, sono in lizza per divenire le prime ispaniche ad arrivare in Congresso dal Texas, tendenzialmente repubblicano e in prima fila nella lotta all’immigrazione latino-americana.

 

Un doppio match al calor razzista

Doppia sfida al calor bianco in Florida, spesso decisiva nelle elezioni presidenziali: il governatore repubblicano Rick Scott, soldi e carisma, sfida il senatore uscente democratico Bill Nelson; e, per la carica di governatore, il sindaco di Tallahassee, Andrew Gillum, un nero che i suprematisti anti-semiti bersagliano di critiche perché “amico degli ebrei”, affronta il deputato uscente Ron DeSantis, un trumpiano. Il match tra Gillum e DeSantis è una sorta di paradigma del voto 2018: di fronte, due candidati che rappresentano entrambi l’ala estrema dei loro schieramenti.

 

La prima bisessuale eletta senatrice?

Molte le sfide tutte rosa: 33 tra Camera e Senato, mai così tanti duelli d’donna contro donna. In Arizona, il seggio del Senato lasciato da Jeff Flake, un repubblicano che potrebbe cercare di sottrarre a Trump la nomination 2020, se lo giocano Martha McSally, repubblicana, e Kyrsten Sinema, democratica, che, se vincerà, diventerà la prima donna apertamente bisessuale eletta in Senato. Nel Colorado, invece, Jared Polis potrebbe diventare il primo governatore apertamente gay eletto negli Usa.

 

Una musulmana eletta deputata

Rashida Tlaib, democratica, sarà la prima musulmana eletta alla Camera: il suo seggio, nel Michigan, è sicuro. Ilhan Omar, democratica del Minnesota, potrebbe essere la prima donna somalo-americana eletta alla Camera e la prima persona nata in Africa ad approdare sul Campidoglio di Washington.

Deb Haaland del New Mexico potrebbe diventare la prima donna nativo-americana in Congresso, e Paulette Jordan nell’Idaho la prima governatrice nativo-americana.

A New York, l’ispanica Alexandria Ocasio-Cortez, che ha vinto le primarie contro il deputato in carica, può divenire a 29 anni la più giovane deputata degli Stati Uniti: è già una star e molti vedono in lei il futuro dei democratici e dell’America.

Stacey Abrams, con l’appoggio di Barack Obama e Bernie Sanders, potrebbe essere la prima afroamericana governatrice della Georgia. Dove per la Camera è in corsa Lucy McBath, favorevole a controlli sulla vendita delle armi e un cui figlio di 17 anni è stato ucciso per razzismo. Gillum in Florida e Ben Jealous nel Maryland potrebbero divenire i primi governatori neri dei loro Stati.

Nel Minnesota, infine, Pete Stauber ha la possibilità di fare una cosa che, sondaggi alla mano, non riuscirà ad altri repubblicani: strappare ai democratici un seggio alla Camera.

Roma, staffetta “occupazioni”. Ieri lo sgombero del Virgilio

Nel centro di Roma, appeso su una porta del liceo Virgilio, ha resistito per una settimana di occupazione il cartello: “In direzione ostinata e contraria”. Gli studenti hanno scelto Fabrizio De Andrè per sintetizzare la protesta contro il governo gialloverde finita ieri con lo sgombero della polizia alle 7 del mattino. La loro mobilitazione è seguita a quella del liceo Mamiani, occupato due settimane fa per cinque giorni, e anticiperà quella di qualche altro istituto della Capitale. La staffetta organizzata dai romani, coordinati da alcune reti studentesche, vorrebbe arrivare almeno fino a dicembre, in barba a chi dice che le occupazioni – pardon, okkupazioni – servano solo a perder tempo e far baldoria.

“Avevamo organizzato otto corsi a giornata – spiega Giacomo, studente di 18 anni del Mamiani – poi è ovvio che ci siano momenti di relax, ma l’occupazione resta un momento formativo”. I giovani occupanti portano nei licei temi soprattutto di sinistra, in contrasto con le politiche più salviniane del nuovo governo.

“Mi definisco antirazzista, antisessista e antifascista – dice Edoardo, studente del Virgilio – e l’unico riferimento politico che ho in questo momento è Mimmo Lucano”. Al Virgilio occupato passa Aboubakar Soumahoro, sindacalista Usb simbolo delle lotte contro il caporalato, si proiettano Diaz e Sulla mia pelle, tiene conferenze Luciano Vasapollo, professore della Sapienza invitato a parlare delle politiche neoliberiste in Europa. Al Mamiani i ragazzi invitano lo scrittore Christian Raimo, i volontari di alcune ong una volta attive nel Mediterraneo e un avvocato esperto degli orrori della Diaz e di Bolzaneto. “Non siamo in protesta con i nostri istituti – assicurano in coro gli studenti – ma l’occupazione è un atto politico contro il governo”.

E poco male se Lega e Movimento siano a Palazzo Chigi solo da pochi mesi, tanto basta ai giovani romani per avere le idee chiare: “Protestiamo contro il decreto Salvini sulla sicurezza e contro le prime manovre economiche – attacca Edoardo –, a Roma arriveranno oltre 700mila euro per contrastare lo spaccio di droga nelle scuole, di cui il 90 per cento destinato a forze dell’ordine e unità cinofile e solo il 10 per cento dedicato alla sensibilizzazione. Le proporzioni dovrebbero essere ribaltate”.

Ma per quanto ampia sia la dimensione della protesta, i drammi quotidiani degli studenti restano gli stessi da generazioni. Bartolomeo, 15 anni, parla con indosso una maglia dell’Osa, la sua organizzazione di riferimento: “I miei genitori sono renziani, non l’hanno presa benissimo quando gli ho detto che occupavo. Sono contrari a tutti ’sti tipi di protesta un po’ più spinti, se dici centri sociale già je fa ’n po’ schifo. Però poi te dicono che sono di sinistra eh!”.

“Siamo studenti, vogliamo la luna”

Se i sondaggi hanno ragione, essere in piazza contro il governo, oggi, significa essere in piazza contro i propri genitori. Lega e Movimento 5 Stelle avanzano inarrestabili nei consensi nel mondo dei grandi, di quelli che votano, mentre gli studenti si danno alla protesta più antica che esista – alla faccia di sbandierati cambiamenti – riempiendo le strade con striscioni, megafoni e cori di indignazione. Hanno iniziato a ottobre, coordinando oltre 50 piazze in Italia nella grande manifestazione di venerdì 12, e andranno avanti, giurano, ancora per settimane. A muovere i ragazzi non sono i problemi dei singoli istituti (il termosifone che non funziona, la palestra inagibile, il distributore del caffè guasto) e neanche solo i temi legati all’istruzione – i pochi fondi, l’alternanza scuola lavoro che non funziona – ma un malessere più generale nei confronti della politica.

E guai a chi pensa che la piazza sia ormai un rito stanco: “L’unica prassi mi sembrano i tagli che ogni autunno i diversi governi fanno all’istruzione – accusa Gianmarco Manfreda, 23 anni, padre nobile, si fa per dire, delle proteste dei liceali come coordinatore della rete degli studenti medi – Quando finirà questa consuetudine magari anche le proteste non saranno più un rito autunnale”.

A portare in piazza gli studenti del liceo sono collettivi locali, centri sociali, auto-organizzati o organizzati da associazioni nazionali. Sono quasi tutti apartitici, ma rivendicano l’appartenenza a sinistra, a costo di sembrare fuori tempo massimo nella griglia delle ideologie: “I nostri modelli oggi sono nella società civile – dice Manfreda – quindi Legambiente, Libera, Cgil, Arci”. I 5 Stelle? Storia (già) passata: “Hanno rappresentato una speranza per i giovani, con quella voglia di eliminare la mediazione e avvicinare i cittadini alla politica, ma sono finiti vittime delle loro contraddizioni”.

Anche l’Unione degli studenti, la grande associazione dei liceali, si smarca dai partiti italiani. Il modello, al massimo, è il laburismo inglese di Jeremy Corbyn. Ma ogni piazza è una storia a sé, purché si compatti attorno ai valori dell’integrazione, della lotta al precariato, della battaglia al neoliberismo (“la divisione in sfruttati e sfruttatori”, lo definisce una ragazza torinese). A Milano la manifestazione più grande l’ha organizzata la Rete Studenti insieme a Casc Lambrate, un centro sociale appena sgomberato. Tra i più attivi c’è Matteo Cimbal, 18 anni di cui 5 passati a far politica a scuola, prima a Venezia e ora all’ombra del Duomo. Per capire le proteste, dice lui, bisogna mettersi in testa di non giudicare i ragazzi con le stesse categorie applicate al resto del mondo. Più Trap e meno talk show, più Ghali e meno editoriali: “Il trap – per chi ignora: un nuovo genere musicale diffusissimo tra gli under20 – oggi rappresenta meglio di qualsiasi altra cosa il disagio che vivono tanti ragazzi nei quartieri periferici di Milano”, spiega Matteo. “A differenza dell’hip hop di una ventina d’anni fa non c’è denuncia politica diretta, ma emerge un malcontento sociale in cui ci riconosciamo”. E per portare in piazza i ragazzi, per farli interessare alla politica, si deve partire da lì: “Tu parti da un testo di Ghali sull’immigrazione e vedrai che gli studenti ti seguono, metti un pezzo Trap in corteo e sono tutti gasatissimi”.

Su come esprimere il disagio, poi, non c’è una linea unitaria. Difficile compattarsi già solo a sinistra, figurarsi mettere d’accordo anche gli “indipendenti”. Le proteste di piazza di Torino sono state quelle più mediatiche, ma non per i contenuti della manifestazione. I titoli di giornale se li è presi un gesto di alcuni militanti del Kollettivo studenti organizzati, che hanno dato alle fiamme due manichini raffiguranti i vicepremier Matteo Salvini e Luigi Di Maio. Sono finiti indagati in cinque, tra cui due minori, per vilipendio, mentre la facile indignazione del mondo politico stigmatizzava il gesto violento.

“Il problema è che la nostra generazione è totalmente deconflittualizzata – si lamenta Sebastiano, 17 anni, di Roma, membro dell’Opposizione studentesca d’alternativa (Osa) – e quindi un gesto simbolico del genere passa per chissà quale violenza”. Colpa, secondo lui, del G8 di Genova del 2001, anche se la sua età gli permette di parlarne solo come storia e non più come cronaca: “Da lì si è dato per scontato che la piazza fosse per forza violenta e che la violenza non portasse a niente, inibendo ogni grosso movimento di protesta”.

Anche Alessandro Personé, 19 anni, animatore delle piazze liceali di Lecce per l’Uds e ora universitario a Roma, non ci vede scandali: “La cosa grave è che ci si preoccupi dei manichini e non delle politiche devastanti dei governi”.

Questione di scelte. Si può forzare la mano per avere visibilità, ma si rischia di compromettere l’efficacia del messaggio della protesta: “Il problema dei manichini bruciati – dice Manfreda di Rete degli studenti medi – è che personifica il disagio nei confronti di Di Maio e Salvini, mentre il disagio è per quello che rappresentano. E poi succede che si presta il fianco alla loro risposta vittimistica, vanificando il merito della piazza”.

Del disagio dei ragazzi del Ksa parla Sara. Ha solo sedici anni e studia a Torino: “Il governo dà risposte sbagliate a problemi reali. Hanno ragione, c’è un problema di povertà e di sicurezza, ma non mi possono dire che la soluzione è la stretta sull’immigrazione”. Da qui la piazza, ancora una volta slegata dai problemi strettamente scolastici. Certo, anche su quelli lo scontro c’è, tanto che i giovani di Rete conoscenza, l’organizzazione che unisce gli studenti medi agli universitari di Link, hanno chiesto e ottenuto un incontro con Di Maio. “Una novità assoluta – ammette Giacomo Cossu, coordinatore della Rete – ma che è finita per essere l’ennesimo spot per il governo. Di Maio ha risposto in modo vago e vedendo la manovra economica ci pare di capire che siamo rimasti inascoltati. È inutile riceverci se serve soltanto a sbandierare sui social di aver incontrato gli studenti”. Le richieste, in fin dei conti, battono sempre sui fondi da stanziare all’istruzione. Troppo pochi, dicono i ragazzi, insufficienti per garantire il diritto allo studio e per avviare un piano efficace per l’edilizia scolastica, proprio nel Paese in cui metà delle scuole non ha neanche il certificato di agibilità. E poi c’è il tema dell’alternanza scuola-lavoro, su cui persino i giovani della piazza si dividono. Qualcuno, come la Rete degli studenti medi, ne vorrebbe una versione “formativa”, riqualificata rispetto a quella delle storture della buona scuola renziana. Altri invece, come il 17enne Sebastiano, la vorrebbero eliminare del tutto, per lasciare l’istruzione alla scuola e il lavoro alle fabbriche, agli uffici, alle attività commerciali. Anche nel mondo delle proteste giovanili la sinistra ci mette poco a dividersi, ma è così da sempre. A Bologna gli studenti in piazza ce li ha portati il Fronte della gioventù comunista. Da un lato, spiega Gianluca Evangelisti, attivista di 19 anni, “il gruppo ha scelto di non portare in corteo la falce e martello”, quasi a volersi aprire a chi non se la sentiva di sfilare sotto un simbolo così impegnativo. Dall’altro, la convivenza con gli altri collettivi è rimasta difficile: “Abbiamo avuto contatti con vari gruppi, ma alla fine hanno preferito non andare tutti insieme in piazza. I contenuti di un’opposizione al governo possono anche essere gli stessi, poi però dipende come si declina l’alternativa”.

Su questo è d’accordo anche Sebastiano, che guarda con simpatia a Potere al popolo e che critica la Rete degli studenti medi perché “troppo istituzionalizzata”, “vicino ai sindacati che ormai stanno coi potenti”, e infantile pure sulle modalità di protesta: “Io in piazza canto Bella Ciao, ma mica perché è di moda adesso”. Il riferimento è alla riscoperta dell’inno partigiano come colonna sonora de La Casa di Carta, amatissima dai giovani. Proprio ispirandosi a quella serie tv Rete degli studenti medi e Rete conoscenza hanno deciso di vestire alcuni ragazzi in piazza con l’abito tipico dei rapinatori-eroi di Netflix: tuta rossa e maschera di Salvador Dalì, nemesi beffarda del volto del film V per Vendetta con cui tredici anni fa, i giovani di allora, speravano nel cambiamento.

La Terra dei Fuochi ritorna a fare paura 10 anni dopo

Brucia la monnezza in Campania. Brucia proprio come dieci anni fa, quando nessuno conosceva la Terra dei Fuochi, i sacchetti di spazzatura invadevano le strade di Napoli e i roghi notturni erano la quotidianità. Allora il problema erano le discariche stracolme di rifiuti e la soluzione del Commissariato per l’emergenza rifiuti fu di riaprire quelle dismesse, mentre la politica nazionale e regionale spingeva per la realizzazione di nuovi impianti. La gente si barricava davanti alle discariche di Caivano (Napoli), Benevento, Avellino e Salerno.

Nel 2008 nessuno sapeva ancora che nel triangolo della morte tra Napoli e Caserta, che sarà poi chiamato Terra dei Fuochi, erano stati interrati negli anni Novanta rifiuti radioattivi provenienti dal Nord Europa. Nessuno, a parte una commissione di inchiesta parlamentare che nel 1997 raccolse le dichiarazioni di Carmine Schiavone, cugino di Francesco Schiavone, detto Sandokan, capo del clan dei Casalesi. Carmine da amministratore di camorra divenne un collaboratore di giustizia, ma il verbale di quella audizione fu desecretato solo nel 2013. Carmine Schiavone è morto di infarto tre anni fa, dopo aver subito un intervento alla schiena all’ospedale di Viterbo. La sua famiglia ha chiesto che venisse aperta un’inchiesta.

Oggi, a distanza di dieci anni, la Terra dei Fuochi torna a far parlare di sè. E stavolta non vanno a fuoco le discariche. Bruciano quegli impianti, sia pubblici che privati, realizzati per sanare l’emergenza del 2008. Bruciano da Napoli a Caserta. Solo nel Casertano ce ne sono 262. Il 1° luglio divampa un incendio nel cortile della ditta Ecologia Bruscino di San Vitaliano (Napoli), dove si riciclano le ecoballe. L’azienda è una controllata del gruppo Ambiente spa, che fa capo ai fratelli Pasquale e Santo (detto Dino) Bruscino, finiti negli anni Novanta in una inchiesta che coinvolse quello che viene considerato l’inventore dell’ecomafie, l’avvocato-imprenditore Cipriano Chianese (nemico acerrimo del super poliziotto Roberto Mancini che per primo scoprì la Terra dei Fuochi, salvo poi morire di cancro nel 2014). Sia i fratelli Bruscino sia Chianese, in quel processo, furono assolti. Chianese, invece, nel 2016 è stato condannato in primo grado a venti anni per associazione a delinquere, disastro ambientale, inquinamento delle falde ed estorsione.

Il 25 luglio scorso tocca all’azienda Di Gennaro a Caivano (Napoli,) un mese dopo allo Stir di Casalduni (Benevento). A fine settembre le fiamme divampano in un ex stabilimento di stoccaggio nella zona industriale di Pignataro Maggiore (Caserta). Il 26 ottobre brucia la Lea di Marcianise (Caserta): in due ore, le centraline dell’Arpac registrano una concentrazione di diossina sedici volte superiore ai limiti di riferimento.

Il 1° novembre, quando due guardiane si accorgono delle fiamme allo Stir di Santa Maria Capua Vetere, l’incendio ha già distrutto un capannone. Il sindaco di Marcianise, Antonello Velardi, attacca su Facebook: “È un incendio doloso, come gli altri. Non c’è traccia di autocombustione. Chi lo ha fatto è perché ha interesse a che tutto bruci. Tutto ciò avviene perché non c’è un’azione vera da parte di organismi che si interessano di rifiuti: innanzitutto la Regione Campania, lo Stato, la Provincia di Caserta e i Comuni. Anche se i Comuni sono l’anello debole”. Lo Stato arriva subito a Santa Maria Capua Vetere: il ministro all’Ambiente Sergio Costa, ex comandante della Forestale in Campania, lancia l’allarme criminalità. “La camorra fa schifo – dice – e non ci faremo mettere in ginocchio dai criminali”, annuncia poi una task force di carabinieri esperti in materia ambientale, l’invio dell’esercito per monitorare i siti più a rischio e la riunione del Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica a Caserta. Il vicepremier Luigi Di Maio promette un Consiglio dei ministri nella Terra dei Fuochi. Tutto come dieci anni fa, quando un Berlusconi vittorioso dopo la caduta del governo Prodi portò a Napoli ministri ed esercito.

Eppure, in una Regione che sborsa ogni anno 150 milioni di euro per smaltire un milione di tonnellate di rifiuti che non vengono smaltiti, che manda gli scarti prodotti dai siti di compostaggio in Emilia Romagna, Belgio e Bulgaria e che paga ogni giorno 120 mila euro di sanzione all’Unione europea, c’è qualcuno che aveva previsto una nuova emergenza rifiuti. È il governatore Vincenzo De Luca a dire, il 31 luglio scorso in Consiglio regionale: “Non ci possiamo consentire una nuova emergenza. Se dobbiamo aprire dieci siti di stoccaggio, ne apriremo anche venti perché ciò che conta è non avere rifiuti per strada”.

Di recente la Regione ha autorizzato l’apertura di due siti per i rifiuti speciali nell’ex fabbrica di zucchero Kero, confiscata alla camorra. A indagare sui quattro roghi nel Casertano è la Procura di Santa Maria Capua Vetere, guidata da Maria Antonietta Troncone. A Napoli Nord si indaga sui casi Caivano e San Vitaliano. Per ora non si può parlare di legami tra i vari episodi. Ma la mano criminale non si ferma e poche ore dopo l’ultimo incendio, prende fuoco un autocompattatore di rifiuti a Santa Maria a Vico. Il ministro Costa non era ancora ripartito per Roma.

L’Italia in ginocchio: un mese di maltempo ha ucciso 34 persone

L’Italia scruta il cielo e conta i morti del maltempo. Dallo scorso 5 ottobre, tra vento, smottamenti, piogge, frane e disagi in tutta in tutto il Paese hanno perso la vita 34 persone. Le prime vittime sono state una giovane mamma con due bambini travolti da un torrente in piena lo scorso 5 ottobre in Calabria, a Lamezia Terme. Appena 7 giorni dopo, altri due morti nel Cagliaritano per una pesantissima alluvione. È nell’ultimo week end di ottobre che il maltempo non ha risparmiato nessuno: si sono registrate vittime a Isola Capo Rizzuto, Terracina (Latina), Castrocielo (Frosinone), Napoli, Albissola Superiore (Savona) con 5 morti tra le province di Belluno e Bolzano, a Feltre, Falcade, San Martino in Badia, Coldrano di Laces e Antermonia.

Poi nei primi giorni di novembre ancora morti a Cattolica, Lillianes in Valle d’Aosta e a Sassari. E, dopo il Nordest e il Centro, è la Sicilia a fare la triste conta: 12 morti e un disperso tra le località di Casteldaccia e Vicari, nel Palermitano, e Cammarata, in provincia di Agrigento. Un bilancio drammatico per colpa del caldo anomalo, ma anche per la scarsa attenzione al territorio.

“Per il dissesto idrogeologico abbiamo messo a disposizione un miliardo per interventi di sicurezza, per proteggere e salvaguardare le vite umane. Poi ulteriori 50 milioni per regolare i flussi d’acqua”, ha annunciato il premier Giuseppe Conte, ieri mattina a Palermo in visita alle zone colpite. “Stiamo esaminando tutte le richieste pervenute per la dichiarazione dello stato di emergenza che – ha aggiunto – decreteremo la prossima settimana nel Consiglio dei ministri”. Intanto è partita la campagna di raccolta fondi attraverso il numero solidale 45500 rivolto a tutte le Regioni colpite. Ma ad offrire assistenza è stata anche l’Unione europea. Insomma, “una situazione apocalittica”, così come l’ha definita il capo della Protezione civile, Angelo Borrelli, arrivato in Veneto per un sopralluogo delle zone più colpite dal maltempo, dove si calcolano circa 100mila ettari di bosco raso al suolo. Solo il 30 ottobre per le forti raffiche di vento sono stati abbattuti circa 8 milioni di metri cubi di legno in tutta Italia.

Sul fronte meteo non ci sono però segnali di tregua: oggi si registreranno ancora temporali e venti forti in Veneto, Friuli Venezia Giulia e sulle regioni meridionali, mentre la Protezione civile ha confermato l’allerta arancione su parte di Veneto, Piemonte, Emilia-Romagna e Lazio. È stata inoltre valutata allerta gialla sui settori occidentali del Piemonte, parte di Lombardia, Friuli Venezia Giulia, Veneto, Emilia-Romagna e Lazio, oltre che sulla Campania, su alcuni bacini di Abruzzo, Molise, Basilicata, Puglia e sull’intero territorio di Calabria, Sicilia e Sardegna.

Il fiume lasciato a se stesso fa strage nella villa abusiva

L’inferno di acqua e fango li ha sorpresi in soggiorno spezzando i vetri delle finestre e cancellando due famiglie, trascinate contro i mobili e i muri come nel vortice di una lavatrice. Erano in 10 a tavola per un compleanno, cantavano in attesa dei dolci che un familiare, con la figlia e la nipotina, era andato a comprare alla pasticceria vicina. Sono morti in nove, tra loro due bimbi di 1 e 3 anni. Oltre al cognato e alle due bambine, si è salvato solo Giuseppe Giordano, miracolosamente appeso ad un albero sull’argine del fiume Milicia, che divide i Comuni di Casteldaccia e Altavilla Milicia, a 20 chilometri da Palermo. Titolare di un negozio di moto, ha perso due figli, la moglie, i genitori, un fratello e una sorella. Gli è rimasta l’altra figlia che era con lo zio in pasticceria. “È finita la mia vita”, urlava disperato.

Cinquanta metri a monte una decina di anziani e i loro infermieri si sono salvati salendo ai piani superiori di una casa di riposo, un ragazzo piange l’annegamento del suo pastore tedesco, un camper con le ruote all’aria e una Toyota bianca con le quattro frecce accese resistono sull’argine, sotto il pilone dell’autostrada Palermo-Catania. Il fiume è il principale indiziato della nuova tragedia che investe la Sicilia (due cittadini tedeschi a Cammarata, il medico condotto di Corleone, e il titolare di un distributore di benzina a Vicari sono le altre vittime di ieri del maltempo) con oltre 8.000 persone a rischio alluvione. “La casa è stata investita da una massa d’acqua improvvisa – dice a caldo il procuratore di Termini Imerese Ambrogio Cartosio dopo un sopralluogo dall’alto in elicottero –. Bisogna vedere se è il fiume Milicia che è esondato oppure un’altra origine’’. Il governatore Nello Musumeci fa sapere che gli interventi previsti dal 2015 sul Milicia non sono stati fatti. Finisce sotto accusa l’abusivismo: la villetta, affittata dalle due famiglie per l’estate e i fine settimana, è a pochi metri dall’argine sinistro, quasi in prossimità della foce. “Alcune costruzioni – osserva Cartosio – sembrano molto più vicine all’alveo dei 150 metri imposti dalle norme’’. Conferma il sindaco di Casteldaccia, Giuseppe Di Giacinto: “La casa era abusiva e pendeva un ordine di demolizione, impugnato davanti al Tar che non ha ancora provveduto, per cui la demolizione non è stata possibile”.

Contro il dissesto idrogeologico in Sicilia sono stati spesi tra il 2007 e il 2013 oltre un miliardo e mezzo di euro di risorse comunitarie, gran parte delle quali “dissipate in consulenze e progetti poco funzionali”, denuncia un esposto alle Procure di Termini Imerese, Caltanissetta e Messina, firmato da oltre 600 cittadini, il gruppo “Adesso basta” nato su Facebook. Musumeci annuncia altri 44 milioni di euro in arrivo. Per la Provincia di Palermo, tranne un intervento sulle Madonie, c’è solo il restauro del cimitero di Baucina, non lontano da Casteldaccia: 398 mila euro.

I 500 “sì Tav” in prima pagina. Così ti nascondo il grande flop

S abato pomeriggio i Sì Tav hanno portato in piazza 500 manifestanti per la prima protesta contro la sindaca di Torino, Chiara Appendino. Un marcia che, nonostante fosse stata annunciata come trionfale da sindacati, industriali ed esponenti politici bipartisan (dal Pd a Forza Italia), si è ridotta a un piccolo drappello di persone in piazza Castello. Eppure a leggere i dorsi locali delle più importanti testate ed anche la pagina di cronaca della Gazzetta, è sembrato un assedio. Tutto merito del numero delle righe che hanno abbondato negli articoli dedicati all’evento e che sono riuscite a compensare la mancanza dei partecipanti.

Si scopre così che a Torino è andata in scena una “protesta gentile” e garbata “dei torinesi comuni”, scrive La Stampa, e certamente vissuta con molto eleganza dalle “madamin della Torino bene”, sottolinea Il Corriere della Sera. Per Repubblica, i partecipanti si sono riconosciuti addirittura a vista: “Un po’ spaesati questi bogianen scesi in piazza per una protesta improvvisata”. Nessuno ha un megafono, né parole da dire. “Ci si guarda le mani, per riconoscersi, vedere se qualcuno ha portato il cartello ‘Torino dice basta’, che era l’hashtag della manifestazione”. E così, sempre tra le affollatissime righe, si dà appuntamento alla seconda puntata della protesta che si terrà oggi con i rappresentanti delle categorie produttive e sempre in attesa della vera, verissima marcia del 10 novembre. Quella che dovrebbe portare in piazza 40 mila persone, che però nel frattempo sono diventate oltre 72mila secondo il Corriere. Del resto, sarà merito del successo ottenuto dalla “prima prova di protesta del popolo Sì Tav”, come l’ha definita Repubblica.