“La prescrizione va fermata. Salva i corrotti e i mafiosi”

La direzione è giusta, anche se si potrebbe fare meglio. Così il magistrato Nino Di Matteo commenta la proposta del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede di sospendere dopo la sentenza di primo grado il decorrere dei tempi che azzerano i processi per prescrizione. “Qualcuno, anche tra i magistrati, ha cambiato opinione. Io resto dell’idea che vada realizzata una seria riforma della prescrizione”.

Per quali motivi?

In Italia c’è la sostanziale impunità di molti reati che riguardano la pubblica amministrazione e la corruzione. La stragrande maggioranza di questi processi si conclude con la dichiarazione di intervenuta prescrizione. Questo è molto grave. Perché il fenomeno corruttivo s’intreccia con i reati delle organizzazioni criminali e dunque finisce per favorire le mafie. Poi perché così mortifichiamo le attese dei cittadini che si aspettano che la pubblica amministrazione sia condotta secondo i criteri stabiliti dalla Costituzione, cioè il buon andamento e l’imparzialità. Questa impunità crea una giustizia a due velocità, efficace e a volte addirittura spietata con i deboli, invece con armi completamente spuntate nei confronti dei delitti dei colletti bianchi.

Molti critici sostengono che la riforma va nella direzione “giustizialista” di imbarbarire il sistema giudiziario, tenendo i cittadini sotto processo per tempi irragionevoli.

Non condivido questa impostazione. L’istituto della prescrizione trova fondamento nel venir meno, con il passare del tempo, dell’interesse dello Stato a punire determinate condotte. E allora nel momento in cui lo Stato, con la richiesta di rinvio a giudizio, esercita l’azione penale dimostrando di non aver perso quell’interesse, il decorso della prescrizione dovrebbe bloccarsi per sempre.

Non c’è il rischio, così, di rallentare la giustizia e di finire per allungare i tempi dei processi?

Sono convinto del contrario. Anche perché verrebbe meno l’interesse di molti imputati a utilizzare tecniche processuali ostruzionistiche e dilatorie, proprio per puntare alla prescrizione. Il giusto principio della ragionevole durata del processo, poi, può essere garantito in altri modi. Una seria depenalizzazione di reati lievi e bagatellari. Un significativo rafforzamento delle risorse per la giustizia: più magistrati, più cancellieri, più personale per la giustizia. E uno snellimento di alcuni passaggi del rito accusatorio penale che appesantiscono inutilmente il dibattimento.

Anni fa, un avvocato al termine di un importante processo ha gridato tre volte davanti alle telecamere “Assolto! Assolto! Assolto!”. Invece Giulio Andreotti, sette volte presidente del Consiglio, era stato non assolto, ma prescritto. Quell’avvocato era Giulia Bongiorno e ora è al governo.

Al di là dell’espressione utilizzata allora da quell’avvocato, ancora oggi quella sentenza viene spacciata per una assoluzione completa, mentre invece furono dimostrati fatti di grave collusione tra Andreotti e Cosa nostra, fino al 1980: ma per quei fatti è intervenuta la prescrizione.

Se le cifre sono esatte, soltanto il 20 per cento dei processi si prescrive dopo il primo grado. La riforma proposta dunque non salverebbe l’80 per cento dei processi che si prescrivono in Italia.

Non dobbiamo ragionare soltanto in termini statistici. La recente storia giudiziaria ci insegna che molti politici e colletti bianchi sono stati salvati dalla prescrizione proprio in appello o in Cassazione. Io ritengo che la proposta di riforma vada nella direzione giusta. Ma poi ripeto: potrebbe diventare più incisiva bloccando la prescrizione al momento della richiesta di rinvio a giudizio. Quello che oggi più mi stupisce è la serie di perplessità avanzate da chi per anni ha condiviso le ragioni che sto esponendo e ora improvvisamente sembra aver cambiato idea. Negli ultimi anni, queste posizioni sono state espresse e condivise anche da molti magistrati, a volte pure rappresentanti della magistratura negli organi associativi. Sarebbe grave se il ripensamento di molti fosse in realtà frutto del non gradimento verso la forza politica che oggi propone la riforma. La mia non è una provocazione: io sono soltanto coerente con quello che ho sempre pensato e detto, in funzione di una lotta efficace al sistema mafioso e al sistema della corruzione. Se questa lotta finalmente acquistasse in futuro dignità di obiettivo primario della politica, dovremmo tutti esserne felici, a prescindere dal colore del governo.

Ma mi faccia il piacere

Renzalvini. “L’urgenza di un accordo tra Lega e Pd. La lettera di Mattarella a Conte è un manifesto sulla pericolosità di questo governo. Lega e Pd hanno il dovere di fare un patto per salvare l’Italia” (rag. Claudio Cerasa, Il Foglio, 2.11). Sìììì daiiiii!

Il Giureconsulto/1. “Speriamo venga accolta la richiesta di archiviazione del procuratore di Catania Zuccaro. Ma il pm Patronaggio perché ha indagato? Quanto è costata l’inchiesta? Quanti uomini ha coinvolto? Quanti allertati per un reato che non esisteva? C’è da fare una riflessione sul funzionamento della giustizia in Italia” (Matteo Salvini, Lega, vicepremier e ministro dell’Interno, Facebook, 1.11). Ma, senza l’inchiesta, come avrebbero fatto i magistrati ad appurare che il reato non esisteva? Urgono ripetizioni di diritto. O anche solo di logica.

Il Giureconsulto/2. “I grillini hanno presentato un emendamento per spazzare via il diritto dell’imputato a una ragionevole durata della pena (sic, ndr) dopo la sentenza di primo grado. La vecchia anima manettara del Movimento…” (Paolo Griseri, Repubblica, 4.11). Giusto: come diceva già B. in tempi non sospetti, la prescrizione è un diritto. Rendiamola obbligatoria per legge.

Il Patriota. “Deficit, pronta la procedura Ue. Decisione attesa il 21 novembre” (Federico Fubini, Corriere della sera, 1.11). Già, che aspettano quei mollaccioni a punirci?

Il bacio della morte. “Non c’è candidato migliore di Lilli Gruber per battere i nazionalismi illiberali. Buone ragioni per farle guidare lo schieramento europeista” (Adriano Sofri, Il Foglio, 30.10). Povera Lilli, non meritava.

Pari e patta. “Salvini prosciolto. Bene. Adesso archiviate anche Lucano” (Piero Sansonetti, Il Dubbio, 2.11). Cos’è, uno scambio di prigionieri?

Un sincero democratico. “I magistrati non devono andare alle trasmissioni televisive. Questo è anche un problema di cultura, noi abbiamo dal 1889 un sistema accusatorio… Quindi trovo che sia sbagliato che i magistrati partecipano ai talk show” (David Ermini, Pd, vicepresidente del Csm, Il Foglio, 1.11). A parte il fatto che il sistema accusatorio l’abbiamo dal 1989 e non dal 1889 (governo Crispi) e che si dice “partecipino” e non “partecipano”, Ermini ha ragione: ai talk show devono andare gli imputati e i pregiudicati, non i magistrati. É un problema di cultura.

C’è spread e spread. “La verità sullo spread. L’Italia vittima nel 2011, oggi diventa l’untore. All’epoca la speculazione partì da Deutsche Bank per affossare Berlusconi. La situazione ora è più grave: i mercati non si fidano, i nostri fondamentali sono pessimi: più debito e più disoccupazione” (Renato Brunetta, il Giornale, 29.10). Nel 2011 lo spread era a 580, ma governavano B. e Brunetta, dunque era bello. Ora è sotto i 300, infatti B&B non governano più, dunque è brutto. Lo spread del vicino è sempre più nero.

L’intenditore. “Roma, dopo i crolli è l’ora degli allagamenti. L’ex 5S Pizzarotti alla sindaca Raggi: non si interviene ad emergenza scoppiata” (Repubblica, 31.10). Infatti il sindaco di Parma Federico Pizzarotti, diversamente dalla Raggi, è imputato di disastro colposo per la devastante alluvione del 2014, con l’accusa di non aver aggiornato il piano di protezione civile e non aver dato l’allarme per tempo. Cioè di essere intervenuto a emergenza scoppiata.

Accorato appello. “Caro Aldo, sono rimasto sorpreso dal leggere che il 60% degli italiani approva la manovra giallo-verde… nonostante l’assidua opera di informazione della stampa e le numerose critiche dell’opposizione. Quali sono a suo avviso le cause di questo disallineamento di opinioni? Livio Orlandi Cantucci”. “Caro Livio, forse il 60% degli italiani passa troppo tempo sui social e in rete” (Aldo Cazzullo, Corriere della sera, 3.11). Appello al 60% degli italiani: abbiate pietà di lui, leggete Cazzullo.

La Busiarda. “Dicono che collegare l’Italia all’Europa con treni ad Alta velocità sia dannoso per Torino e per il Paese… Nell’epoca della diffusione delle fake news, il compito della stampa non può essere quello di riportare asetticamente dichiarazioni palesemente false. Il dovere civile dei media è quello di dire chiaramente che si tratta di bugie” (Christian Rocca, La Stampa, 2.11). Bene, bravo, bis. Ricordi quando magnificavi sul Foglio la guerra di Bush all’Irak per le inesistenti armi di distruzione di massa di Saddam? E lo sai che l’Italia è già collegata con l’Europa con treni ad Alta Velocità, mentre la Torino-Lione riguarda le merci, talmente scarse che la linea Torino-Modane è già inutilizzata per l’80-90%? Quindi, se vuoi smascherare le bugie, fai una cosa: comincia dalle tue.

“Gli spettacoli in pizzeria, il sesso coi mutandoni rosa e i consigli di zio Tonino”

“Ma è proprio certo dell’intervista con me?”. Sì, perché?

Fabio De Luigi, sornione senza malizia, quando risponde non ama mai la strada breve, spesso si inerpica su ragionamenti articolati con sfumature astratte; per molte donne è un sex symbol nonostante un suo perenne e reale stupore e nonostante non abbia quasi nessuna classica caratteristica del bonazzo: lui è una delle poche certezze al botteghino cinematografico, ora con il divertente Ti presento Sofia, in una stagione di prolungata astenia. “Le racconto un episodio di pochi anni fa: vado a cena in un ristorante nel centro di Roma per festeggiare la prima di un film; a metà serata decido di andare via, l’umore non era dei migliori. Esco e trovo i fotografi appostati: come unico soggetto disponibile, vengo assalito dai flash; passano pochi secondi e si fermano, poi uno di loro mi guarda e decide di darmi una spiegazione: “Scusa Fabio, ma tanto è inutile: le tue foto i settimanali non le comprano, sei una perdita di tempo”. Ci è rimasto male. “Malissimo! Poi sono scoppiato a ridere e ho pensato: ‘Proprio una giornata di merda’”.

Con “Ti presento Sofia” conferma il suo appeal…

Siamo contenti, ma ho perennemente la sensazione di stare seduto su un terreno sdrucciolevole, dove tutto è immediato e relativo; però questo è il lavoro che desidero da sempre e vorrei che questa giostra non finisse mai…

E poi?

Uno convive con la perenne paura di deludere le aspettative, e basta un attimo per azzerare e magari associarti l’etichetta di quello che non funziona più o ha stufato.

Il film è una commedia ben costruita.

Davvero? Grazie, molto del merito va pure a Micaela Ramazzotti, bravissima, un’attrice come ce ne sono poche, e Caterina Sbaraglia, lei una rivelazione. Resta la sensazione della pagella di scuola: ogni volta aspetto la consegna per capire.

Chissà uno come lei a teatro.

Conati da tensione, ansia da prestazione, riti scaramantici.

Quali riti?

Nel camerino tutto è allineato, le scarpe toccano con la punta il muro, i vestiti ben sistemati, quando dentro casa non sono esattamente così.

Ordine esterno, ordine interno.

In generale sono iper controllato, ho bisogno di avere tutto ben chiaro, e il teatro estremizza le ataviche nevrosi.

Fughe al bagno.

Sempre! Compresi i pensieri di scappare dalla finestra; ma quando sali sul palco entri in uno stato di grazia, una condizione di lucidità superiore, in grado di farti percepire ogni sfumatura dello spazio personale quanto collettivo.

E se qualcuno ha il cellulare acceso?

Sto zitto, non sono uno da battuta fulminante, la mia comicità è sempre stata di rimessa, non d’attacco.

E quando all’inizio della carriera andava nei pub, solo sul palco?

Soffrivo, però mi è servito: avevo due repertori distinti, uno più teatrale, l’altro cabarettistico (si ferma). Il mio incubo ricorrente è tornare a quei tempi, nel caso cambierei lavoro, per me è insopportabile.

Quanto pubblico?

Il minimo è stato di due paganti.

È andato avanti?

Sì, nel frattempo limonavano e io saltellavo sul palco.

Un guardone.

Ero obbligato! Il locale era pure bello, con le poltrone, mentre all’epoca ero abituato ai pub con il pubblico dedito al rutto libero; ah, alla fine sono stato io ad applaudire i due limonanti.

Mai scappato.

Sono arrivato a esibirmi in pizzerie con il pubblico neanche informato dello spettacolo, e io a ingegnarmi per attirare lo spettatore o quantomeno giustificare la mia presenza tra una margherita con doppia mozzarella e una focaccia ripiena.

Disciplinato.

Forse grazie allo sport: dagli 8 ai 18 anni ho praticato karate, e quel periodo mi ha segnato. O almeno credo.

Ha messo in pratica il karate?

Ho sfiorato numerose risse e assistito ad altrettante, ma non sono mai arrivato a colpire; al massimo, in quanto italiano medio, in macchina mi incazzo e urlo, raggiungo livelli disdicevoli, per fortuna senza conseguenze.

Poi la riconoscono.

Ci penso ogni volta e mi dico: “Ora si ferma, guarda, ti riconosce e finisce in farsa. Lascia perdere”.

Sex symbol.

Mi paragonano a Hugh Grant e scoppio sistematicamente a ridere, però mica nego un sottile piacere: prima di questo lavoro non sono mai stato considerato un figo.

Mai.

A scuola non rientravo nel gruppo dei belli, il primo bacio l’ho dato grazie al gioco della bottiglia, altrimenti stavo ancora lì in attesa.

Ha dichiarato: “Sono pigro, mi lavo poco”.

Ho detto questa minchiata?

Sì.

Sulla pigrizia confermo, in quanto alla pulizia è il contrario: spesso esagero. Era una battuta mal riuscita.

Riproviamo: “Quello del comico è uno dei mestieri più umilianti del mondo”.

Confermo: quando hai il compito di far ridere, e sali su un palco, per strappare la risata sei autorizzato a utilizzare qualunque mezzo, compreso risultare un cretino; se ci riesci sei uno bravo, se fallisci passi dal fare a essere cretino, con un senso di totale umiliazione che va a incidere sull’autostima.

Dolore.

Puoi arrivare a piangere: non c’è niente di paragonabile all’insuccesso di uno che voleva ottenere una risata.

Soffre per i colleghi?

Quando vedo uno in difficoltà inizio a sudare, le mani umidicce, il collo perlato, lo stomaco sotto la gestione dei crampi.

Lei e la Gialappa’s.

Con loro è arrivata la svolta, e ne ero certo: già prima di andarci li guardavo e pensavo ‘voglio lavorare con loro’. Li giudicavo bravissimi in assoluto, perfetti per me: scrivevo con l’idea di trovare qualcuno in grado di mantenere un filo rosso rispetto allo spettacolo, ed evitare il monologo.


Con i loro programmi è giunta la reale fama.

Non proprio immediata, la trasmissione era ben rodata e con dentro mostri sacri come Teo Teocoli e Antonio Albanese; impensabile stare al loro livello.

Sì, ma quando ha percepito la svolta?

Ho due parametri: nel primo anno interpretavo Fabius, alter ego di Marcus, celebre modello internazionale: 30 secondi a puntata. Mesi dopo il mio debutto inizia la settimana della moda milanese, e ci viene l’idea di sfilare su una delle passerelle. Impossibile. Così contattiamo i California Dream Man, impegnati in uno spettacolo.

Altissimi, muscolosi e seminudi.

Arrivo in un palazzetto pieno di donne urlanti e mi consegnano uno slip infinitesimale, mi rifiuto, tengo i boxer, e dentro di me scatta l’allarme: ‘Qui scatta la figura di merda’.

E invece…

Salgo sul palco e scoppia il boato, con cori e lanci di baci; a quel punto sento una scossa di adrenalina folle e mi spoglio.

Il secondo parametro?

Andiamo a Sanremo, anche noi a strascico del Festival per alcuni servizi; lì mi ritrovo inebetito accanto al mio mito assoluto: Sting; da ragazzo ascoltavo solo i Police.

Insomma…

Passo vicino a uno spazio, mi chiedono di salire su un palco, e pure lì il boato.

Indossa mai il cappellino per passare inosservato?

No, al massimo gli occhiali da sole, poi arriva sempre qualcuno che mi apostrofa: ‘Tanto ti abbiamo riconosciuto’.

I suoi figli come si rapportano alla fama?

Abbastanza bene, sono io quello protettivo.

Cosa teme?

In assoluto è già complicato confrontarsi con i genitori, figuriamoci se uno dei due porta con sé un peso aggiuntivo come il mio; quindi mi pongo degli interrogativi e rivendico la scelta di vivere in provincia.

Nel particolare, cosa la agita?

Un po’ di tutto, ma il sentimento che vince dentro la testa di un genitore non è l’amore, ma una conseguenza dell’amore: la paura.

A prescindere.

Di qualunque cosa.

Quando sceglie un copione pensa anche ai suoi figli?

La maggior parte dei miei film sono delle commedie definite ‘larghe’, per tutti, solo in un paio di occasioni ho sfiorato l’altro, e dopo aver comunque smussato delle scene.

Ha smussato?

Sì, per stare a mio agio; in altri casi ho addirittura convinto regista e produzione a togliere delle parti: se non sono pienamente convinto, poi il risultato è fiacco.

Con Salvatores si è inerpicato in una scena di sesso.

Ed è stata tostissima! Piazzato su un letto girevole, vestito solo con una mutanda color carne e circondato da un numero imprecisato di persone; mentre stavo lì penavo: ‘Ma come ci riescono gli attori porno?’.

Inibito.

Solo inibito? Peggio…

C’è chi si diverte.

Beati loro, io sono stato disegnato per altri scopi.

Ha lavorato con Pupi Avati, da poco 80enne.

È un portatore sano di ironia e di cinismo: con lui una persona ha il piacere di condividere la vita come individuo e non solo come attore, una sensazione che ho provato anche quando al mio esordio radiofonico lavoravo con un grande come Enrico Vaime.

Il suo debutto su un set.

Ovviamente una figuraccia: primi anni Novanta, ottengo una piccolissima parte in un film di Marco Ferreri; dovevo arrivare nel foyer di un cinema e recitare una serie di battute lunghe. Inizio e quasi incespico, mi assale il panico, balbetto peggio, e preso dall’ansia urlo ‘stooooop’ al cameraman.

Audace.

Ferreri livido mi assale: ‘Non si permetta mai più di dire stop in un mio set’.

È stato protagonista del remake de “Il vedovo”, con qualche polemica annessa.

Film contestato ancor prima di uscire, con accuse pesanti per aver toccato un pezzo sacro della commedia italiana, quando per me è stato solo un atto d’amore: magari così i ragazzi possono scoprire e recuperare l’originale, vero capolavoro di uno dei grandi come Dino Risi.

Suo figlio si chiama Dino.

Quando dai un nome, pensi a coloro che ti piacciono, e ho trovato: Risi, Buzzati, Meneghin, Raja, Zoff e la Ferrari; ma tra tutti vincono Risi e Buzzati.

Ha giocato per anni nella Serie A di baseball: le manca l’odore dello spogliatoio?

Più il profumo dell’erba del campo e l’adrenalina della gara.

A quanti ha dovuto spiegare le regole?

A tanti ma è inutile: in Italia, e a ragione, è vissuto come uno sport noioso; è come vedere una partita a scacchi e senza conoscere i motivi delle mosse, quindi ti trovi davanti a due pupazzi immobili.

Tonino Guerra.

Lo zio di mia mamma.

Avevate un rapporto?

Molto in là con gli anni, prima è stato solo lo zio famoso che vive a Roma e scrive film importanti.

Lo ha mai interrogato su Fellini, Cinecittà…

Non ne aveva bisogno, parlava a raffica; poi condividevamo dei momenti belli nei quali mi invitava nella sua casa di campagna per conoscere i suoi amici e colleghi. Se c’erano mostri come Angelopoulos, evitavo.

E perché?

Temevo il confronto, cosa potevo raccontargli? Preferivo quando era solo, anche se solo non capitava quasi mai.

Le dava consigli per il lavoro?

Un giorno vado a trovarlo in ospedale: ‘In cosa sei impegnato?’. Un film zio, anzi un filmetto. ‘Dimmi’. No, non è per te. ‘Dimmi, dai!’. Alla fine gli racconto la trama, e lui: ‘Fate così, nel castello costruite una stanza completamente dissonante rispetto al resto’. Va bene, zio. ‘Forse non hai capito, è bella’. Sì, poetica. ‘Se non la inserite vi denuncio’.

Ha obbedito?

Macché, il suo era proprio un altro cinema.

Lei cosa vuole?

Al momento mi trovo abbastanza in linea con i miei desideri… Posso lasciare la situazione invariata?

Twitter: @A_Ferrucci

Hunter Killer mette d’accordo russi e ucraini

Abissi profondi e gelidi solcati da un sottomarino nucleare. Dentro ci sono i Navy Seals che devono liberare il presidente russo preso in ostaggio dal suo ministro della Difesa. È in atto un colpo di Stato a Mosca. La missione degli americani è la solita: salvare il mondo ed evitare la terza guerra mondiale. Per farlo ci mettono due ore: più o meno è questa la trama del film “Hunter killer” di Donovan Marsh che i russi non vedranno mai.

L’occhio del controllo del Cremlino è sempre aperto. Stavolta non è stata la censura, ma il ministero della Cultura a bloccare l’uscita del film in arrivo da oltreoceano: agli archivi di Stato “non risulta traccia della licenza di proiezione”, che invece la casa di distribuzione Megogo aveva fornito in anticipo. La vera causa, scrivono stampa, produttori e distributori, è un’altra: Hollywood ha tentato di sminuire l’immagine del presidente – quello vero, Putin – con una trama che ne minaccia la forza.

Doveva essere un successo di inizio novembre al botteghino: ghiaccio e fuoco nel mare di Barents, razzi che fanno saltare in aria montagne di neve, milioni spesi in effetti speciali, ma in Russia è stato l’intero film a essere silurato. Come in Caccia a Ottobre Rosso, il protagonista è un capitano: Gerard Butler. Mentre urlava “ai posti di combattimento!”, sonar, periscopi e scene iper-realistiche hanno fatto dimenticare all’attore che si trattava di finzione: “Mi sembrava davvero di comandare un sottomarino”. Questo perché i sommergibili ci sono davvero: quelli della serie Virginia dell’esercito a stelle e strisce, per la prima volta usati al cinema. Alla produzione del film ha partecipato la Marina militare americana, gli equipaggi eseguono veri protocolli e procedure di manovra, replicati fedelmente dalla prima all’ultima scena. Simulazione troppo realistica per il ciclope della censura di Mosca in perenne veglia.

Ma nella saga della Guerra Fredda dei cinema questo è solo il capitolo tre. A inizio anno il film satirico del britannico Iannucci, Morto Stalin se ne fa un altro è stato vietato in Russia perché bollato come atto di “guerra psicologica, estremismo”. Matilda, il film russo sull’amore dell’ultimo zar Romanov con una ballerina, ha causato attacchi di molotov alla casa del regista e un attentato di estremisti religiosi a un cinema di Ekaterinburg. Hunter killer invece in sala non arriverà neppure.

Dimitry Gutkov, membro dell’opposizione russa, ha detto che “Putin non si può spodestare nemmeno per finta”. Se Mosca non è pronta a questo ipotetico scenario neppure nel buio delle sale e traccia una linea, l’Ucraina mette un punto. È un gioco di schermi ma anche di specchi: per sinergie opposte, il risultato è il medesimo. Anche Kiev non trasmetterà Hunter killer nelle sale “per una legge del ministero della Cultura che vieta di trasmettere opere che parlino bene delle forze di sicurezza russe”, dice Kinomania, l’azienda che doveva distribuire il film nel territorio di guerra, dove il film è stato ribattezzato “Salvate il soldato Putin”. E questo gli ucraini non vogliono farlo nemmeno a cinema.

Quei soldi di Banks per la Brexit e l’ombra di Putin

Potrebbe essere Arron Banks l’anello debole della presunta collusione fra la Russia di Putin e diversi soggetti occidentali, uniti nell’obiettivo di destabilizzare l’Unione europea. Self made man, re delle assicurazioni, Banks è ignoto alle cronache fino al 2014, quando versa 1 milione di sterline nelle case dell’UKIP di Nigel Farage, di cui condivide la crociata anti-europea. Tanto da diventarne il principale finanziatore: 11 milioni in totale all’Ukip, quasi 9 alla campagna referendaria per lasciare l’Ue. Fin da subito emergono sospetti sull’origine di quei soldi. Giovedì scorso, dopo una lunga indagine, la Commissione elettorale britannica annuncia le sue conclusioni: Arron Banks non è la vera fonte degli oltre 8 milioni di sterline donati a Better for the Country, l’organizzazione dietro la campagna Leave.Eu. Avrebbe anzi occultato i veri dettagli delle transazioni finanziarie dietro quei versamenti. “Ci sono numerose ipotesi di reato, alcune della quali al di là dei nostri poteri di indagine. Di conseguenza la Commissione ha passato il caso e le prove in suo possesso alla National Crime Agency”. L’inchiesta diventa penale e, d’ora in poi, affidata ai poteri investigativi della polizia.

Si conferma l’opacità del fronte del Leave, dei suoi finanziatori e, di conseguenza, dei possibili interessi non dichiarati dietro la campagna. Ad agosto, nel corso di un’intervista esclusiva al Fatto, l’attivista anti-Brexit Gina Miller ci aveva suggerito di cercare l’origine dei soldi di Banks nell’inchiesta sul Russiagate, la presunta interferenza russa nelle elezioni americane del 2016 su cui indaga il Procuratore Speciale Robert Muller negli Stati Uniti. Torna in mente l’immagine di Farage e Banks alla Trump Tower di New York, nel novembre 2016, sorridenti a fianco del neoeletto Presidente degli Stati Uniti Donald Trump.

È proprio la pista russa quella a cui la NCA potrebbe dare la priorità anche nell’indagine sui soldi di Leave.eu. A Mosca il miliardario inglese è legato innanzitutto da motivi biografici: è sposato con la figlia di un alto funzionario statale russo.

E poi ci sono gli affari. Un’inchiesta di Channel 4 ha provato che, nel 2015, Banks aveva cercato di ottenere investimenti da Alrosa, compagnia mineraria russa, per sviluppare una miniera di diamanti in Lesotho. Pochi mesi dopo viene contattato dall’Ambasciatore russo a Londra Alexander Yakovenko, ufficialmente per discutere l’acquisto di una miniera d’oro russa. Nel documento completo dell’offerta si parla di “opportunità esclusive” e del supporto di una banca vicina al Cremlino. Incontri ormai provati, dopo essere stati negati a lungo dalle parti coinvolte.

Alla fine quegli affari non si sarebbero chiusi, ma l’ipotesi è che quei contatti siano stati la copertura per altri tipi di scambi. Banks ha sempre negato di aver ricevuto denaro dai russi, ma ora dovrà provarlo.

Venerdì, un’altra notizia bomba, stavolta grazie al Daily Mail: nel 2016, quando era ancora Ministro degli Interni, Theresa May avrebbe bloccato un’indagine dei servizi di sicurezza proprio su Banks. Troppo esplosiva, nell’arroventato clima pre-referendum. Oggi, a cinque mesi dall’effettiva dell’uscita del Regno dall’Unione Europea, con l’esito dei negoziati ancora incerto e la tenuta della maggioranza sempre fragile, il fatto che l’inchiesta sia passata alla National Crime Agency alza drammaticamente la posta.

Ed entrano in gioco considerazioni di real-politik. Mark Urban è il Diplomatic Editor del programma di approfondimento di BBC Newsnight e l’unico giornalista britannico in contatto con Sergei Skripal prima del suo avvelenamento.

Dalle conversazioni con l’ex colonnello del GRU diventato informatore dell’Mi6 è nato The Skripal Files, libro sul caso Skripal e sulle sue profonde ripercussioni politiche. Urban ha rivelato al Fatto l’esistenza di uno scontro in corso fra i servizi di intelligence e Scotland Yard sulla gestione dei rapporti con la Federazione russa. Sotto la pressione di una opinione pubblica allarmata da un’operazione così spregiudicata in territorio britannico, la polizia avrebbe ricevuto il mandato di andare a fondo alle interferenze russe e di colpire beni e interessi russi in Gran Bretagna. I servizi premerebbero invece per una rapida normalizzazione reciproca, che consenta la ripresa delle attività di intelligence, compromesse dall’espulsione di “diplomatici” inglesi di stanza in Russia. Che il Grande Gioco continui.

Caso Khashoggi, Erdogan accusa il principe saudita

Mentre la polizia turca non smette di scavare nella foresta attorno a Istanbul e il procuratore della città, Irfan Fidan, conferma di avere le prove audio dell’assassinio per strangolamento del giornalista Jamal Khashoggi all’interno del consolato saudita della megalopoli sul Bosforo, il presidente Recep Tayyip Erdogan continua a usare la tattica del bastone e della carota nei confronti di Riad. A un mese esatto dalla scomparsa del giornalista, il Sultano ha scelto il Washington Post, ossia l’autorevole quotidiano americano su cui Khashoggi teneva una rubrica, per aumentare la pressione sulla famiglia reale saudita. In un editoriale che porta la sua firma, Erdogan ha lanciato un’accusa ufficiale e gravissima: “Sappiamo che l’ordine di uccidere il giornalista è venuto dai più alti livelli del governo saudita”, “la Turchia sa che i killer sono tra i 18 sospettati detenuti in Arabia Saudita”. Quella che è stata definita dai media “la squadra della morte” era composta da fedelissimi del principe ereditario. “Sappiamo anche che quegli individui sono venuti a Istanbul da Ryad per eseguire i loro ordini: uccidere Khashoggi e andarsene”. Ma il furbo Sultano ha anche enfatizzato “che mai ha sospettato che l’ordine sia arrivato dal Re Salman, il padre del principe ereditario, custode delle sacre moschee di Mecca e Medina”. Se dunque Erdogan ha escluso il monarca saudita, al vertice dei “più alti livelli” non rimane che il figlio, l’ambizioso e giovane erede al trono Mohammed bin Salman, ministro della Difesa nonché colui che guida de facto il Paese del Golfo. Un’accusa precisa lanciata ufficialmente alla casa reale. Secondo il procuratore di Ryad, Saud al-Mojeb, volato in Turchia per un confronto con gli inquirenti, l’uomo è stato ucciso per soffocamento in una rissa con i membri della squadra della morte (uno di questi è un noto chirurgo forense) e che il suo cadavere, avvolto in un tappeto sia stato dato a un collaboratore locale.

Neri per Trump, la “Blexit” sulle elezioni di Midterm

Sul Daily Signal, la campagna di reclutamento dei neri ‘pro Trump’ va avanti da settimane: famiglie modello, lui e lei con i bambini, uno magari in carrozzina, in prima fila al comizio del presidente; oppure il papà che va al lavoro in giacca e cravatta e accompagna a scuola i figli con l’uniforme dell’Istituto privato che costa un sacco; o la mamma che prepara le torte per i reduci. Nulla a che vedere con quei neri, magari disarmati, ma male in arnese e pure tatuati, ammazzati a pistolettate qua e là nell’Unione da poliziotti bianchi.

Daily Signal è l’organo di stampa della Heritage Foundation, un think tank conservatore votatosi alla Blexit, cioè alla campagna per convincere gli afro-americani (i black, appunto) ad abbandonare il partito democratico. Il movimento, lanciato in vista del voto di midterm, martedì 6 novembre, è guidato da Candace Owens, commentatrice ultraconservatrice, star dei ‘social’ e fan del presidente. A disegnare il logo è stato un altro transfuga della causa nera, il rapper Kanye West, noto soprattutto perché marito di Kim Kardashian, l’influencer ‘numero uno’ negli Stati Uniti: anche Kanye è passato a Trump, che lo ha ricevuto nello Studio Ovale.

Tutto avviene sotto la regia di Turning Point Usa, di cui la Owens dirige la comunicazione e che ha appena organizzato la convention dei giovani leader neri e conservatori d’America. Se l’operazione è riuscita, lo si capirà nella notte tra martedì e mercoledì, dal computo dei suffragi, specie là dove il voto dei neri è determinante. Come in Georgia, dove Barack Obama è andato di persona a sostenere Stacey Abrams, che potrebbe divenire la prima governatrice nera dello Stato.

Nell’Unione, le ultime battute della campagna elettorale sono state segnate dalla violenza di destra, razzista e anti-semita: dopo una scia di lettere bomba, fortunatamente inesplose, tra il 23 e il 25 ottobre, contro esponenti democratici e, più in generale, oppositori del presidente Trump, la strage di sabato 27 nella sinagoga di Pittsburgh; e poi l’esercito – 5200 uomini, che potrebbero salire fino a 20mila – schierato alla frontiera col Messico per intercettare e bloccare una carovana di migranti; e il progetto d’attenuare lo ius soli, che è in Costituzione.

La Blexit potrebbe risultare la provocazione di troppo: la goccia d’acqua che fa traboccare il vaso d’un Paese raso colmo d’intolleranza e esacerbazione, il cui presidente è un ‘divisore in capo’ che aizza le tensioni, si proclama nazionalista e sdogana i suprematisti accomunando nella denuncia razzisti e anti-razzisti. Il voto di Midterm “è un’elezione nazionale, un referendum su Trump”, afferma Lee Miringoff, direttore del Marist Institute for Public opinion che ha fatto un sondaggio per la Npr, la radio pubblica Usa. Due terzi degli elettori ritengono che il presidente sarà il fattore che più influenzerà il loro voto alle elezioni di metà mandato.

Martedì 6 novembre, i cittadini americani rinnoveranno tutta la Camera – 435 seggi – ed un terzo del Senato – 33 seggi su 100 -. Si vota pure per decine di governatori e assemblee statali e una ridda di referendum e consultazioni locali. I risultati diranno il giudizio degli elettori su quanto fin qui fatto da Trump, in chiave 2020: entrato alla Casa Bianca il 20 gennaio 2017, il magnate ha finora goduto della maggioranza sia alla Camera, dove i repubblicani hanno 235 seggi, sia al Senato, dove ne hanno 52. I sondaggi dicono che i democratici potrebbero conquistare la Camera e i repubblicani mantenere il Senato.

La campagna è stata aspra: candidati che s’insultano a New York, che si lanciano epiteti in Georgia, che spendono somme record per un seggio da governatore in Illinois. Trump è molto attivo, ma non tutti i candidati repubblicani apprezzano il suo appoggio: in Texas, a un comizio c’erano il senatore Ted Cruz, suo rivale per la nomination repubblicana, e il governatore Greg Abbott, ma il deputato John Culberson, non s’è fatto vedere. E al suo arrivo a Pittsburgh, dopo la carneficina alla sinagoga ci sono state vivaci proteste.

Gli allegri cravattari della Nuova Lega Anseatica

Se c’è una cosa strana e un po’ straniante dell’Unione europea, detta bizzarramente Europa, è l’abissale distanza che corre tra narrazione e realtà, tra il sogno dei popoli fratelli e la concreta lotta economica e commerciale in un ring di cui la normativa comunitaria costituisce le corde. Un paio di giorni fa, per dire, il quotidiano olandese De Volkskrant ha rivelato una proposta di riforma del Mes, il Fondo salva Stati, della cosiddetta “nuova lega anseatica” (Danimarca, Estonia, Finlandia, Irlanda, Lituania, Lettonia, Svezia, Olanda, Slovacchia e Repubblica Ceca) che è “un duro avvertimento all’Italia”, pratica, com’è noto, in uso fra i cravattari. In sostanza, se uno Stato chiedesse aiuto al Mes, prima di ottenerlo – peraltro sottomettendosi poi alle richieste dei creditori – bisognerebbe infliggere perdite ai privati. “Gli investitori in titoli di Stato italiani potrebbero perdere i loro soldi”, dice il giornale: insomma, un invito ai mercati a evitare i Btp innescando una crisi dello spread e costringendo l’Italia a ricorrere proprio al Mes. Ora si potrebbe riflettere sul concetto di fratellanza, ma è più pertinente un’altra annotazione. Tutta questa faccenda nasce da uno sforamento di pochi decimali di deficit e, curiosamente, l’Italia ha già registrato nel proprio debito pubblico oltre 3 punti di Pil di contributi proprio ai vari fondi salva Stati (e sull’uso che se n’è fatto in Grecia, Portogallo, eccetera, meglio sopravvolare). Una proposta: ma se ci sono problemi di conti, perché non facciamo che usiamo quei soldi già a bilancio e non se ne parla più?

Tav, il fanatismo del “Sì al cemento” è la vera ideologia

È abbastanza evidente che l’alleanza gialloverde ha portato al governo una squadra deludente per coerenza, competenza e chiarezza di idee. Ma non è uno scherzo della storia. Il livello della classe dirigente è questo e la vicenda del Tav Torino-Lione lo conferma. Sono soldi buttati. Ma la variopinta alleanza tra partito del cemento e provincialismo piemontese pensa di riuscire nello spreco faraonico al servizio di carriere politiche miserabili accusando il Movimento 5 Stelle. Inventano un partito del “no a tutto” e gli contrappongono competenza, razionalità e progresso. Ideologia pura. Anche un piemontese non provinciale come l’ex direttore di Repubblica (e de La Stampa) Ezio Mauro ha versato lacrime sulla perdita “dell’appuntamento con il progresso” e sul “totem ideologico” che sarebbe il no al Tav.

Magari avesse ragione. Ma è il partito del Sì a incarnare il fanatismo. Chiedete per esempio al sussiegoso Paolo Foietta, l’uomo dell’Osservatorio, quello che “mi ha nominato Mattarella” e che, messo lì dai governi Pd a fare la guardia all’affare si offende se il governo gialloverde lo ignora. Chiedete a Foietta, l’uomo che predica l’apertura alla Francia senza sapere il francese, se la nuova ferrovia porterà merci o persone. Su una ferrovia o vanno i passeggeri a 300 all’ora o le merci a 80. I competenti, tutti presi dal progresso, non hanno ancora deciso.

Se il problema è il partito del “No a tutto” – già asfaltato sulle trivelle, sullo stadio della Roma, sul Terzo Valico, sul Tap, sull’Expo di Milano – perché il partito del “sì a tutto ciò che è costruito da aziende che finanziano i partiti” da oltre vent’anni, governando, non trova il coraggio di fare davvero la Torino-Lione? Semplice: non hanno un’idea di che cosa stanno facendo. E continuano a finanziare progetti, studi preliminari, analisi di mercato, attività lobbistiche, tutto ciò che fa vivere il mondo di mezzo di architetti, ingegneri, avvocati e burocrati. Battersi per un’opera è un mestiere. La manifestazione per il Sì di ieri a Torino (la racconta a pagina 5 Andrea Giambartolomei) doveva essere la nuova marcia dei 40 mila, anzi dei 100 mila, anzi delle 545 mila aziende di Torino, Milano e Genova, disperate (dicevano) perché da vent’anni attendono una ferrovia che le colleghi alla Francia. Erano 500, gli altri si sono spaventati sentendo il governatore Sergio Chiamparino dire “ce la paghiamo da soli”.

Foietta è quello che ha scritto in un documento ufficiale che il Tav Torino-Lione è stato progettato su previsioni di traffico completamente fantasiose “però lo facciamo lo stesso”. Il governo nomini al suo posto un bambino di otto anni (non sarà meno attrezzato di certi ministri) e mandi lui all’Osservatorio. Chiederà: ma voi le merci come le portate in Francia? Col camion. E perché volete le ferrovia merci? Perché i camion inquinano e noi industriali rispettiamo l’ambiente. Ma lo sapete che la ferrovia c’è già e che in pochi anni ha dimezzato il traffico merci così come tutta la rete ferroviaria italiana? Certo che lo sappiamo, spostare le merci dal camion al treno è una rottura di scatole e le Fs non sono attrezzate per farlo. E quando ci sarà la nuova linea? Uguale, però potremo andare da Torino a Parigi in tre ore e mezzo. Ma allora il Tav è per i passeggeri? Boh. Sì, è l’ideologia che ci rovina. Quella del cemento. Quella delle supercazzole del presidente della Confindustria Vincenzo Boccia, che predica che dobbiamo aprirci all’Europa con una ferrovia. Ma quando mai. La Confindustria, quando erano soldi suoi, si è aperta all’Europa con un semplice computer, triangolando con Londra la falsificazione delle copie vendute dal suo quotidiano Il Sole 24 Ore.