“Tu amerai!”: è questo il fondamento di tutta la Legge e delle Profezie

In quel tempo, si avvicinò a Gesù uno degli scribi che li aveva uditi discutere e, visto come aveva ben risposto a loro, gli domandò: “Qual è il primo di tutti i comandamenti?”. Gesù rispose: “Il primo è: Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. Il secondo è questo: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Non c’è altro comandamento più grande di questi”. Lo scriba gli disse: “Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è l’unico e non vi è altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici”. Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: “Non sei lontano dal Regno di Dio”. E nessuno aveva più il coraggio d’interrogarlo (Marco 12,28-34).

L’episodio che la liturgia domenicale propone alla nostra meditazione è preceduto da diversi dialoghi che impegnano Gesù in una raffica di provocazioni, di domande su questioni vere o enfatizzate. Entrato in Gerusalemme e accolto trionfalmente, le parole del Maestro suscitano contestazioni e ostilità. La tensione è causata dalla parabola dei vignaioli omicidi che i farisei comprendono chiaramente come allusiva a loro. Di qui due sentenze di Gesù, quasi messo alle strette, sul pagamento dei tributi: rendete a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio! e sulla risurrezione dei morti a partire dal caso della donna rimasta vedova di sette fratelli: quando risusciteranno dai morti non prenderanno moglie né marito, ma saranno come angeli nei cieli. A questo punto, uno scriba, che ha ascoltato queste accese conversazioni e giudica “buone” le risposte di Gesù, apre un’ulteriore spinosa questione. Egli conosce bene la Scrittura e, di fronte agli oltre 613 tra comandi e proibizioni previsti dalla Legge e codificati dall’autorità rabbinica, si preoccupa di chiedere al Rabbi Gesù di determinare un ordine di priorità secondo l’importanza. Qualche volta la tendenza a scomporre il Vangelo tentando di trovare il comandamento più calzante per la nostra vita, ci porta, forse, a manipolare o adattare il contenuto della Parola di Verità alle nostre opportunità! Pensiamo al valore intoccabile del sabato ebraico. Gesù, docilmente, risponde anche a questa domanda e, senza richiamare le dieci parole, ma con sintesi mirabile, ricavando dalla stessa Scrittura dell’Antica Alleanza, condensa in due battute il fondamento di tutta la Legge e delle Profezie: tu amerai! Con questa espressione evangelica l’uomo è posto nel cuore della vita: l’amore di Dio e l’amore al Prossimo, come a se stessi. È un cammino mai esaurito, dove è promessa la felicità ad ognuno! Lo scriba conferma con la sua adesione la sentenza proclamata da Gesù che diviene Via, Verità e Vita! Questo Maestro, che risponde appropriatamente e sa mettere sapientemente insieme l’Antico Testamento con la novità dell’annuncio da Lui inaugurato, fonda la Sua autorità a partire da: “Ascolta, Israele. Questi sono i comandi del Signore perché tu sia felice” (Dt 6,1-3). Ma egli interviene, perfezionandola, anche sulla misura: amerai con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza! Gesù completa la Promessa di Dio e istituisce con il dono della Sua vita, morte e risurrezione l’èra dell’unica misura dell’amore: amare senza misura, “li amò sino alla fine”(Gv 13,1). Questo compie la Pasqua di risurrezione: l’amore non è più un’astratta teoria divina, ma è la dimensione costitutiva dell’amore salvifico di Dio a cui l’uomo è chiamato ontologicamente a conformarsi se vuole rispondere al suo profondo desiderio di felicità. Amare ed essere evangelicamente amati costituisce l’approdo gioioso della vita di ogni uomo. E al male del mondo non resta che questa risposta: amerai Dio e il prossimo! E lo scriba, che non era ancora arrivato alla mèta, viene da Gesù incoraggiato: non sei lontano dal regno di Dio! Come a dirgli: cammina con me, progredisci, non accontentarti.

 

Chi ha paura dell’antifascismo

Torna o non torna il fascismo? Il leghista Ciocca che prende a scarpate le carte del commissario europeo Moscovici con l’ostentata intenzione di essere notato nel gesto esemplare, è uno squadrista o un guascone? Oppure: che cosa deve fare un pover’uomo per essere preso sul serio (cioè trattato da fascista, come vogliono i suoi elettori) mentre compie gesti di insulto e di disprezzo invece di aprire la discussione? Che cosa deve fare un impegnato ministro dell’Interno italiano? Chiude i porti italiani alle navi militari italiane che hanno salvato in mare e hanno da giorni a bordo donne stuprate e uomini torturati (più di 200 persone a bordo e due soli servizi igienici): che cosa deve fare per non essere scambiato con qualcuno dell’Italia nata dalla Resistenza?

Persone di prestigio e, certo, in base a ciò che sanno, e che non è poco, negano che questo sia fascismo, assicurano che non si vede proprio traccia delle tre ossessioni (difesa della razza, sacri confini, non passa lo straniero) da cui si riconosce il fascismo. Ma se i brasiliani sanno che il loro, adesso, è un momento diverso, molto diverso, nella loro vita pubblica, perché noi che abbiamo un governo popolato di amici in festa per i nuovi brasiliani, dovremmo far finta di niente?

Lo strano fenomeno è che qualcosa sta avvenendo in Italia con deliberata teatralità, proprio perché si sappia che c’è una nuova gestione. Eppure c’è sempre chi ci ammonisce a non essere così pignoli. E così molta stampa straniera non capisce come può accadere in Italia che la sindaca di Lodi possa affamare i bambini stranieri delle sue scuole, mentre il sindaco di Riace, che aveva trovato per i profughi accoglienza, casa, lavoro e scuola, è stato arrestato, esattamente per queste ragioni, e poi espulso dalla sua città, lasciata per forza in una situazione di sbando. Bella l’iniziativa di Sgarbi, sindaco di Sutri, di dare la cittadinanza onoraria al sindaco, ora vagabondo, di Riace. Inevitabile notare che non un solo sindaco Pd in Italia ha avuto la stessa idea.

Intanto la nuova gestione non smette di farsi notare per quello che è e che intende essere. Quella non è gente che si spaventa così facilmente per un articolo, sia pure autorevole, sul fascismo che non c’è. La nuova idea (sbandierata con un gran tricolore alla Camera) di abolire la festa del 25 aprile (o di renderla privata e irrilevante) e di sostituirla con il 4 novembre, data della vittoria della Prima guerra mondiale, provocherà per forza un po’ di discussione. E non sarà una discussione gentile, visto che alcuni dei partigiani di quell’epoca e degli scampati della Shoah sono ancora vivi (a cominciare, per fortuna, dalla senatrice a vita Liliana Segre).

Ma ricostruiamo la sequenza. Domenica 29 ottobre, Paolo Mieli, firma importante del giornalismo italiano, ha ammonito (con un fondo sul Corriere della Sera) a ricordare che non c’è nessun fascismo in giro, e che è sbagliato chiamare in causa continuamente quel vecchio regime che non c’entra nulla col presente. Giovedì 1 novembre, un grande striscione con i colori della bandiera italiana, intesa come simbolo di fede e di militanza nazionalista, è stato srotolato sulla Camera dei deputati, a cura del gruppo Fratelli d’Italia-Giorgia Meloni, insieme al messaggio: “Il 4 novembre deve essere la festa nazionale italiana, invece del 25 aprile e del 2 giugno che dividono gli italiani”. Ma il colpo di gong del nuovo regime è l’articolo di fondo di venerdì 2 novembre, de Il Messaggero a firma di Mario Ajello. Ecco: “Se il 25 aprile è sempre stato la festa dei vincitori contro i vinti, il 4 novembre invece è stato la festa in cui tutti sono vincitori”.

Eppure il 25 aprile pone fine alla Shoah e il 4 novembre apre le porte al fascismo. Ma per Ajello la scelta della festa sbagliata si deve a “un malinteso pacifismo o internazionalismo che diventa retorica anti-nazionale”. So che la frase è incomprensibile, in un giornale mainstream e a firma di un giornalista che ha sempre mostrato di essere libero dalla persecuzione di questi fantasmi. Un suo alibi è anche l’età. Non sa, come alcuni di noi, che il 4 novembre, per due decenni, è stata una festa di baionette, pugnali, uniformi, e camicie nere. Spaccava l’Italia in persecutori e perseguitati.

Il 25 aprile per forza è una festa. Ci ha liberati. Avevamo vinto contro il fascismo e il nazismo, dopo essere stati costretti ad assistere ai loro delitti. Il 25 aprile ha vinto anche per Giorgia Meloni che sta alla Camera invece che combattere nel fango di qualche fronte, e per Mario Ajello che scrive, libero, frasi assurde.

Mail box

 

Riformando la prescrizione finirà la pacchia per molti

La riforma della prescrizione annunciata dal ministro Bonafede semina il panico negli ambienti del renzusconismo. La paura fa 90 e sembra contagiare anche la Lega. Se passa tale provvedimento finisce la pacchia per i colletti bianchi che delinquono. Si può così arginare la piaga della corruzione recuperando ingenti risorse per il rilancio dell’economia. Chi rema contro si assume la responsabilità della bancarotta morale, politica ed economica del nostro Paese. Scolpiamo bene nella memoria le facce di questi traditori della patria e spazziamoli via alle prossime elezioni.

Maurizio Burattini

 

Incidenti stradali, la velocità ne è la causa principale

Le case automobilistiche sui nuovi modelli propongono le più varie forme di assistenza alla guida, che spaziano dalla frenata assistita, al mantenimento della corsia, alla accensione automatica delle luci e dei tergicristalli, ecc. Tutti i sistemi più importanti per la sicurezza, dalle prove riportate su riviste specializzate, hanno dato risultati scadenti o pessimi. Per esempio su vetture di alta gamma con la frenata d’emergenza quasi sempre il pedone fa una brutta fine, il mantenimento di carreggiata crea problemi al sopraggiungere di una vettura a fianco, ecc. Oramai, con le nuove tecnologie Gps e con le telecamere frontali che individuano la segnaletica, si potrebbe montare sui mezzi un dispositivo che controlli la velocità dei veicoli adattandola a quella dei limiti imposti: sarebbe l’unico dispositivo di sicurezza di aiuto alla guida realmente necessario. Farebbe evitare molti incidenti stradali e potrebbe anche fermare un veicolo al semaforo rosso. A mio avviso, è la velocità la causa principale degli incidenti stradali, tutto il resto è solo mercato. Inoltre se vogliamo evitare le distrazioni dei cellulari e simili la auto dovrebbero essere schermate ai segnali e non sempre più connesse alla rete.

Renato Macoratti

 

Ma che fine hanno fatto i vecchi socialisti?

Mi chiedo: che fine hanno fatto sul piano etnico i socialisti? Dove sono confluiti? Lo chiedo perché oggi noto una certa spocchia da parte della politica tradizionale verso i “parvenu” che sono Lega e 5Stelle. Non li accettano forse perché temono per la greppia. Senza contare che in democrazia la greppia è inesauribile. O forse no? E se dovessero tornare gli altri, allora sì che sarebbe un disastro, perché il debito pubblico lo hanno fatto loro. Questi, semplicemente, non sono in grado di abbassarlo.

Gianni Oneto

 

DIRITTO DI REPLICA

Caro direttore, colgo l’occasione della chiusura del “Mese dell’educazione finanziaria”, ottobre, per tornare sull’articolo di Beppe Scienza “Non lasciamo l’educazione finanziaria ai soliti banchieri”. Mi sembra utile che i lettori del Fatto sappiano che il “Comitato per la programmazione e il coordinamento delle attività di educazione finanziaria” è nato su iniziativa non di un governo ma del Parlamento, con consensi molto ampi. Le associazioni dei consumatori partecipano ai lavori del Comitato tramite un loro rappresentante. Adusbef, citata da Scienza come presunta vittima di una esclusione, ha invece meritoriamente organizzato una propria iniziativa nell’ambito del Mese. Lo ha fatto alle stesse condizioni di altre 107 organizzazioni, pubbliche e private, promotrici di altri 351 eventi. Molte di queste iniziative sono organizzate da soggetti privati, alcuni dei quali svolgono attività senza fini di lucro, altri attività commerciali, e tra questi ci sono intermediari finanziari. Che anche gli intermediari contribuiscano a migliorare le competenze finanziarie dei cittadini serve a costruire gli anticorpi contro abusi e comportamenti sleali delle organizzazioni commerciali degli stessi intermediari. Per evitare che gli organizzatori cogliessero l’occasione per fare promozione di propri prodotti, il Comitato ha fissato regole chiare, ha concesso il logo del “Mese” solo dopo un attento vaglio delle proposte e ha dato ai partecipanti la possibilità di segnalare eventuali comportamenti scorretti degli organizzatori. Durante questo mese abbiamo raccolto molti commenti sul portale www.quellocheconta.gov.it. che viene già utilizzato per fare educazione finanziaria, come per esempio al Comune di Paglieta, in provincia di Chieti. Le cifre di cui parla Scienza a proposito delle spese di realizzazione del portale sono completamente inventate (stiamo per pubblicare il rendiconto sul sito stesso); le spese per l’informatica sono state modeste e i contenuti di merito sviluppati da un gruppo di più di 40 persone, “prestate” al Comitato senza spese aggiuntive a carico della finanza pubblica. Alla quale abbiamo peraltro restituito una parte significativa dello stanziamento del 2017. Non ci sono invece arrivati i contributi costruttivi di Beppe Scienza. Ed è un peccato che una persona esperta si ritagli il solo ruolo di censore, rinunciando a contribuire alla costruzione di cose nuove. Ma mi rendo conto che essere costruttivi è molto più difficile.

Annamaria Lusardi, direttore Comitato per la programmazione ed il coordinamento delle attività di educazione finanziaria

 

Da anni insegno nei corsi di laurea in Matematica metodi e modelli per le scelte finanziarie e previdenziali, ho organizzato e in parte tenuto una decina di corsi per risparmiatori presso l’Università di Torino, un’altra decina per la Regione Piemonte, la CDP, giornali, associazioni ecc. fino all’ultimo del 27 ottobre scorso a Bologna. Non mi ritengo quindi un fannullone. Mi rifiuto però di operare gomito a gomito col sedicente Museo del Risparmio di Banca Intesa o con la Feduf, un soggetto istituito da una settantina di banche, di cui alcune fallite. Il rappresentante delle associazioni di consumatori nel Comitato c’è, peccato che constati atteggiamenti e decisioni costantemente a favore delle banche anziché dei risparmiatori; e l’Adusbef conferma quanto riportato nell’articolo. Il dato sulla spesa per il portale proveniva da fonte attendibile del Comitato stesso e mi rallegro se dopo quasi un anno vedrà la luce il bilancio 2017. Ma soprattutto sono felice che l’educazione finanziaria trovi diffusione almeno nel virtuoso paese di Paglieta (4.300 abitanti). Meglio di niente.

Beppe Scienza

L’Ambra Toninelli e la recita di “Podere al Popolo”

“Amore sei felice? Stiamo per diventare contadini”.

Ironia social, a proposito della concessione di terreni gratis alle coppie con il terzo figlio in arrivo, contenuta nella bozza della manovra

Diamo volentieri atto al governo pentaleghista di avere, in pochi mesi appena, rianimato la satira politica, che dopo il carnevale berlusconiano era sprofondata nel lutto quaresimale dell’era Monti-Letta-Gentiloni.

Qualche risata a denti stretti, è vero, ce l’avevano strappata Matteo Renzi e le premiate maschere del Giglio magico, seppure nell’ambito strapaesano di una comicità vernacolare. Oggi, invece, grazie al meritorio impegno della compagnia, Ambra Toninelli, programmi dedicati al buonumore gialloverde, come “Fratelli di Crozza” e “Propaganda Live” macinano ascolti. Mentre, Serena Dandini si prepara al ritorno sul teleschermo, con la versione nazionalpopulista della “Tv delle Ragazze”.

Testi e dialoghi sono già belli che pronti poiché soltanto un genio dell’umorismo surreale poteva creare il format “Podere al Popolo”: giovani coppie, con prole (lei col pancione) che abbandonano la soffocante metropoli, e l’acqua corrente, per trasferirsi in un appezzamento marsicano a zappare patate, in condominio con un simpatico orso bruno.

Anche l’ideona di una pista ciclabile, dall’immaginario tunnel del Brennero direttamente a Palermo, offre spunti per una sit-comedy sul reddito di cittadinanza: le avventure di alcune giovani coppie che scendono in tandem lungo la Penisola, alla ricerca di un centro per l’impiego (almeno cinque serie previste).

Progetto per una striscia satirica quotidiana: si prendono le dichiarazioni di qualche sporco eurocrate al servizio di Soros (per esempio il consigliere per il fondo europeo “salva-Stati”, Jeroen Dijsselbloem), e dopo sommario taroccamento, le si spacciano sulla pubblica via, prima dell’arrivo dei vigili. Titolo: “Fetecchia news”.

Viste le premesse, ci sarà da scompisciarsi. Oltre a mandare in vacca il voto degli italiani.

Violentata in casa, salva con un biglietto gettato dalla finestra

È statasegregata per due giorni in casa dall’ex che l’ha ripetutamente violentata. È però riuscita a far filtrare in strada da una finestra un bigliettino con la richiesta di aiuto, raccolto dai passanti che hanno avvertito i carabinieri. È così che i militari di Corsico (Milano), hanno salvato la ragazza, sudamericana, e hanno arrestato ieri per violenza sessuale, sequestro di persona e maltrattamenti in famiglia il suo ex, un peruviano poco più che ventenne. L’arrestato è un autista con un precedente per maltrattamenti in famiglia. Secondo quanto ricostruito, in base al racconto della sua ex compagna, un’estetista ecuadoriana di 23 anni, le violenze vanno avanti dal 2015, ovvero da poco dopo l’inizio della loro relazione. La sera del 31 ottobre lui si è presentato alla sua porta, riuscendo a entrare dopo averla quasi scardinata a spallate. L’ha picchiata e violentata davanti al figlio. L’indomani l’ha tenuta segregata in casa e la sera l’ha costretta a uscire con un gruppo di amici. Rientrati, l’ha aggredita di nuovo. Solo grazie alla prontezza dei riflessi della 23enne non è riuscito ad ammazzarla. A quel punto ha scritto aiuto sulla pagine del diario del figlio e il mattino successivo ha atteso il passaggio di una vicina.

Nomine, il Consiglio di Stato non ci sta e accusa di “slealtà” Csm e ministero

Fa molto discutere, tra i magistrati, la sentenza pronunciata il 18 ottobre scorso dal Consiglio di Stato il 18 ottobre 2018 che accusa il Csm addirittura di “slealtà”. La vicenda risale a due anni fa e riguarda la nomina del presidente del Tribunale di Verona, posto per il quale concorrevano Antonella Magaraggia, presidente di sezione a Venezia, e Salvatore Laganà, presidente del Tribunale di Pisa. Il 7 settembre 2016 il Csm, all’unanimità, nomina la Magaraggia. Laganà fa ricorso al Tar che nel marzo 2018 annulla la nomina per difetto di motivazione. Csm e ministero della Giustizia ricorrono al Consiglio di Stato ma il 26 settembre 2018, sorprendentemente, rinunciano al ricorso dichiarando di voler ottemperare alla sentenza del Tar. Il giudizio è estinto. Tutto risolto? No. Giusto nell’ultima seduta della vecchia consiliatura precedente, scaduta il 24 settembre 2018, il Csm ripropone la nomina della giudice veneta. E al povero Laganà non rimane che evitare almeno la beffa del pagamento delle spese di giudizio, avendo già subìto la mancata nomina. Ma Csm e ministero si oppongono anche a questo.

Così il Consiglio di Stato scrive: “Le spese del presente giudizio d’appello vanno poste a carico delle amministrazioni rinuncianti, in accoglimento dell’istanza del dott. Laganà e in conformità alla regola generale prevista dall’art. 84, comma 2, del Codice del processo amministrativo. Non si ravvisa infatti alcuna ‘circostanza’ che ai sensi della medesima disposizione induca a disporre la compensazione delle spese. Al contrario, come dedotto dal dott. Laganà, il comportamento processuale del Csm e del ministero è risultato improntato a slealtà”.

L’episodio ripropone l’annoso problema delle correnti e delle nomine del Csm annullate dai giudici amministrativi ma poi ribadite da Palazzo dei Marescialli talora anche con motivazioni fotocopia. In barba alle sentenze.

Piercamillo Davigo, leader di Autonomia e Indipendenza e ora componente della commissione nomine del nuovo Csm, si è espresso in modo fermo: “La regola è che le regole vanno rispettate. E questo vale anche per le sentenze dei giudici amministrativi”. E Sebastiano Ardita, l’altro esponente di Autonomia e Indipendenza del nuovo Csm, in occasione di una delle prime nomine ha ribadito: “Basta con vecchie logiche, valorizzare i magistrati senza corrente e rispettare i giudicati. A volte certe delibere sono indifendibili e non ha senso resistere”.

Depistaggio su via D’Amelio: in aula pm, investigatori e 007

Ci sono l’ex ministro Nicola Mancino e l’ex vicecapo della Polizia Luigi Rossi, l’ex numero tre del Sisde Bruno Contrada (poi condannato per mafia) e l’ex capocentro di Palermo Andrea Ruggieri, e c’è anche il defunto Luigi De Sena, dall’85 al ’92 al Sisde in qualità di direttore dell’Uci, che comunque nel Borsellino quater aveva già rilasciato deposizioni definite dai pm “lacunose”: scomparso nel 2015, è stato citato (per una svista) dall’avvocato Giuseppe Seminara, difensore degli ispettori di polizia Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo, imputati con il funzionario Mario Bo nel processo per il depistaggio di via D’Amelio che si apre a Caltanissetta domani. Obbedendo agli ordini del loro capo, il superpoliziotto Arnaldo La Barbera (morto nel 2002), i tre poliziotti avrebbero “indotto” Vincenzo Scarantino, con minacce e pressioni, a fingersi uno stragista e a interpretare il ruolo del pentito-chiave dell’inchiesta Borsellino.

Le liste testi depositate in cancelleria da accusa e difesa preannunciano la sfilata in aula dei vertici dei Servizi dell’epoca, ma anche di ufficiali dei carabinieri (Giovanni Arcangioli, l’uomo della foto con in mano la borsa di Borsellino), di funzionari di polizia (Vincenzo Ricciardi e Salvatore La Barbera) e di pm protagonisti dell’inchiesta che avallò il falso pentimento di Scarantino: da Anna Palma a Nino Di Matteo, da Roberto Saieva (oggi procuratore generale a Catania) a Paolo Giordano, a Carmelo Petralia, che ha raccontato di un pranzo all’hotel “San Michele” su invito del procuratore di allora, Gianni Tinebra, in cui si chiacchierava amichevolmente degli sviluppi dell’inchiesta con Contrada e altri 007. “C’erano battute – ha detto Petralia –, c’era molta familiarità”. A salire sul pretorio sarà anche l’ex direttore del carcere di Pianosa, Vittorio Cerri, chiamato dalla difesa di Bo a dire se è vero che al primo colloquio investigativo con Scarantino, nel giugno ’94, era attesa Ilda Boccassini, poi sostituita dallo stesso Bo. E infine, oltre allo stesso Scarantino, e ai pentiti giudicati invece attendibili, deporranno in aula anche i 40 poliziotti che fecero parte, come gli imputati, della squadra “Falcone-Borsellino”, il gruppo istituito nel ’93 con un decreto ad hoc, per indagare sulle stragi.

È possibile che i tre uomini in divisa oggi accusati del depistaggio siano stati solo esecutori – sia pure consapevoli – di ordini illegittimi, ma, dai nomi presenti nelle liste testi, il nuovo processo sembra puntare più in alto: in aula si dovrà verificare se (come ipotizzato dal gip) chi depistò lo fece con l’obiettivo di proteggere i veri autori della strage, e dunque se dietro l’invenzione della marionetta Scarantino vi fu un interesse specifico degli apparati (o di altri soggetti) alla “copertura” dei committenti occulti di via D’Amelio. Anche per spiegare, attraverso le testimonianze, il condizionamento di un’indagine che, fin dai momenti successivi all’esplosione, appare infarcita di inspiegabili veline del Sisde, coinvolto contra legem’ dalla Procura nissena fin dalle prime battute dell’inchiesta.

Prima fra tutte quella del Centro di Palermo che il 13 agosto ’92, assai prima della comparsa sulla scena investigativa di Salvatore Candura e dello stesso Scarantino, comunicò alla direzione di Roma che la polizia aveva acquisito “significativi elementi informativi” sull’autobomba di via D’Amelio, comprese “indicazioni per l’identificazione degli autori del furto dell’auto”. Una circostanza definita dai giudici della Corte d’assise del Borsellino quater “del tutto inspiegabile”.

Al centro del mistero, ancora una volta, c’è il fantasma di Arnaldo La Barbera, l’asso dell’antimafia, che nell’86 e ’87 risultava a libro-paga del Sisde con il nome in codice di “Rutilius”. È lui, secondo la ricostruzione della Procura nissena, il regista del depistaggio che vede Contrada e i servizi tra i protagonisti dell’inchiesta farlocca che trasformò il piccolo spacciatore Scarantino in un mafioso di rango, amplificando la sua parentela con il boss Salvatore Profeta. Ed è per questo che il legale di Salvatore Borsellino, l’avvocato Fabio Repici, ha chiesto la citazione dell’anziano 007 condannato per mafia (la cui pena è stata cancellata dalla Corte europea dei diritti umani) a deporre “sulle interlocuzioni da lui e/o da altri funzionari del Sisde eventualmente avute con il dr. Arnaldo La Barbera e/o con altri investigatori incaricati delle indagini sulla strage di via D’Amelio e/o con funzionari gerarchicamente sovraordinati allo stesso La Barbera’’.

Notte di Halloween: bomba carta contro centro per migranti

È la nottetra il 31 ottobre e il primo novembre. Una bomba carta viene lanciata contro una struttura che ospita una quindicina di migranti: è successo a Spadarolo (Rimini). Le indagini condotte dal nucleo investigativo dei carabinieri sono in corso: non si esclude che ad agire possano essere state le stesse persone che tre notti prima avevano lanciato due molotov rudimentali contro la ringhiera e il muro dello stesso edificio. Le indagini chiariranno se il movente sia di stampo razziale o se il motivo del gesto sia legato a dissapori con qualcuno degli occupanti. Non si esclude neppure che possa essersi trattato di uno scherzo di pessimo gusto per la notte di Halloween. Sull’episodio, intanto, come riporta la stampa locale, è stato aperto un fascicolo in Procura. Il lancio della bomba carta è avvenuto intorno alle due di notte quando gli occupanti stavano tutti dormendo. A parte il grande spavento per via del boato a quell’ora di notte non ci sono stati feriti. Minimi anche i danni alla struttura. “Anche di fronte alla rabbia che ci suscitano questi atti vigliacchi, continueremo la nostra missione”, è stato il commento ieri dei titolari della cooperativa che gestisce il centro.

Incendio alle 4 di notte in ospedale: 400 evacuati

Fumo nero nei corridoi e mamme in fuga con i bambini in braccio e gli asciugamani bagnati sulla bocca. L’incendio scoppiato attorno alle 4 della notte di sabato all’Ospedale Villa San Pietro di Roma, sulla via Cassia, ha invaso anche il reparto maternità. Generato da un corto circuito che ha messo ko l’intero impianto elettrico, non ha causato feriti ma è stata necessaria l’evacuazione degli oltre 400 ricoverati. I primi a essere liberati sono stati il Pronto Soccorso e i reparti di pediatria e ostetricia. Per i pazienti in terapia intensiva sono state allertate tutte le strutture (Sant’Andrea, Gemelli, Fatebenefratelli, Bambin Gesù) per riceverli con un codice di priorità, secondo quanto ha comunicato l’assessore alla Sanità della Regione, Alessio D’Amato.

In nove ore tutti fuori, al netto del panico per l’erogazione di ossigeno dei vicini di letto che si interrompeva e l’aria irrespirabile, ma “gli operatori dell’ospedale Villa San Pietro sono stati straordinari (…) e gli altri ospedali romani hanno dato la massima disponibilità all’accoglienza”, ha assicurato D’Amato.

Il Codacons ha riportato la contabilità degli incendi negli ospedali di Roma: il 22 settembre un rogo è scoppiato in un locale-rispostiglio del Policlinico, un anno fa un incendio ha coinvolto il Fatebenefratelli all’Isola Tiberina e nel maggio 2016 le fiamme al San Camillo causarono la morte di un paziente. “Chiediamo al Ministero della salute di disporre una verifica straordinaria al fine di certificare il pieno rispetto delle rigide normative sul fronte della sicurezza” ha affermato il presidente Carlo Rienzi. Ora il San Pietro è chiuso e non agibile all’utenza e la Procura di Roma ha aperto un fascicolo. “Stimiamo che i tempi di ripristino non saranno brevi”, ha spiegato Giovanni Vrenna, direttore degli Affari generali della struttura.

Malati accampati in corsia. L’incubo al Pronto soccorso

Pronto soccorso del Policlinico universitario di Tor Vergata, nella sterminata periferia Sud-est che guarda i Castelli Romani. Martedì 23 ottobre, ore 10 del mattino. Superati di straforo sbarramenti e porte chiuse, all’Osservazione breve c’è un accampamento di pazienti per lo più anziani, seduti sulle barelle. A occhio un’ottantina di persone, nelle stanze e nei corridoi, in pochi metri quadrati, senza distinzione tra uomini e donne, senza divisori o tendine. Sono lì da ore, qualcuno dal giorno prima. “Ieri sera era peggio”, spiega il personale.

Il giorno prima una signora di ottant’anni, con una bronchite cronica e una sospetta polmonite che in effetti c’era, è rimasta per sei ore in sala d’attesa col suo bel codice verde che forse, lo dirà l’inchiesta, poteva essere giallo e così l’avrebbero chiamata prima. Poi si è alzata, magari ha avuto un capogiro. “Ho sentito la sedia che se n’è andata”, ha raccontato. È caduta e si è rotta un femore. L’hanno operata e sta meglio, per quanto possibile. Succede, per carità, ma insomma… C’è un’indagine giudiziaria, i Nas hanno acquisito le cartelle, il Pronto soccorso fa il suo audit interno.

Fortunatamente per lei è la madre di un onorevole a Cinque Stelle. Così tra le lettighe è arrivato un ispettore molto particolare, il professor Pierpaolo Sileri, che tutti chiamano “professore” ma la cattedra a Tor Vergata non gliel’hanno data e così il rettore è imputato di induzione alla corruzione (e di tentata concussione di un altro ricercatore, Giuliano Grüner, giurista) e Sileri è senatore M5S, presidente della commissione Sanità di Palazzo Madama. Chirurgo del colon e del retto a Tor Vergata, “una colonna”, dice di lui il direttore sanitario Andrea Magrini, è andato a far visita ai suoi colleghi con il consigliere regionale M5S del Lazio, Davide Barillari. Non che non ci vada spesso: anche da senatore Sileri opera, segue le tesi di laurea e le ispezioni le fa anche altrove, dove non c’è di mezzo la madre di un suo collega. “Ieri sera qui c’erano 140-150 pazienti – dice riferendosi a martedì 22 ottobre – e i posti letto vuoti nei reparti. I medici e il personale non possono sostenere questa situazione. Oggi ho visto un ragazzo con una frattura dello zigomo che è qui da ieri mattina alle 9.45 ma dovrebbe essere in Chirurgia, dove ho trovato otto posti letto liberi. Molti qui sono anziani, cronici – spiega il chirurgo-senatore –, non c’è interesse a ricoverarli perché restano a lungo e al Policlinico non conviene”, denuncia Sileri. “Quei posti apparentemente liberi in Chirurgia servono per gli interventi programmati – replica il direttore sanitario Magrini –: neoplasie, trapianti, chirurgia programmabile. Esiste una lista d’attesa. Il flusso di pazienti è ottimizzato in coerenza con la disponibilità delle sale operatorie, richiedendo posti letto dedicati”. Secondo Sileri gli otto posti erano liberi per due giorni di fila, martedì 22 e mercoledì 23, segno che l’ottimizzazione non funziona. C’è anche qualche problema di comunicazione tra reparti e Pronto soccorso: “Sarebbe meglio un sistema informatizzato”, dice il direttore della Medicina d’urgenza, dottor Beniamino Susi.

“Preferiscono gli interventi che valgono di più in termini di contributi regionali. Un obeso, una colecisti, un tumore del colon: pochi giorni di degenza e vanno a casa”, denuncia Sileri. Diversi medici sono d’accordo con lui, la direzione sanitaria ovviamente respinge l’accusa di selezionare i pazienti con il registratore di cassa. Il conflitto a Tor Vergata è notevole e c’è una lettera firmata da diversi professori dell’Università contro il bilancio trionfalistico dei vertici che hanno ridotto i costi di 21 milioni e aumentato i ricavi di 28 in quattro anni ma, sostengono i critici, a spese della ricerca e dell’assistenza. “È la logica dei tagli, non dico che sia colpa della direzione sanitaria, ma la salute è un diritto”. Come ovunque mancano i medici, spesso anche gli infermieri anche se non è il caso del Pronto soccorso il 22 e il 23 ottobre.

È Tor Vergata ma potrebbe essere un altro Pronto soccorso, specie romano: tra i più lenti, cioè col maggior tempo di permanenza secondo la classifica del Sole 24 Ore, ci sono Tor Vergata, il Sant’Andrea (Roma Nord) e il Pertini (Roma Est); più del 10 per cento dei pazienti rimane in Pronto soccorso oltre le 24 ore, un rischio pari all’1 per cento a Milano dove il 90 per cento se la sbriga in meno di dodici ore. “Queste segnalazioni, quasi quotidiane, mi arrivano soprattutto dal Lazio e dalla Campania”, dice Sileri. Il ministero della Salute prepara una riforma, l’ha scritto ieri La Stampa, che fissa in otto ore la permanenza massima in Pronto soccorso. Vedremo. Servono tanti soldi.

“Di cosa si sorprende? Abbiamo fatto il ‘barella day’ nove anni fa, da anni se ne parla senza risultati, prima succedeva solo qui ora anche a Milano, Palermo, Torino”, dice il dottor Susi, che non è uno che minimizza ma uno che fa il possibile nelle condizioni difficili di una Regione indebitata. Tor Vergata ha un bacino di utenza di 850 mila-un milione di persone. “Abbiamo 1,9 posti letto ogni mille abitanti – osserva Susi –, in altre zone di Roma si arriva a tre. Sul territorio non c’è nulla”, cioè non funzionano la medicina di base e le Case della salute. Vanno tutti al Pronto soccorso. “Richieste inappropriate”, dice il direttore sanitario Magrini. Susi no: “Se il paziente ha bisogno e non c’è altro è giusto che vengano qui. Ma quando troviamo il posto in altre strutture, spesso dicono di no, preferiscono restare qui”. Del resto il direttore sanitario ricorda che “il Pronto soccorso e la Breve Osservazione, non sono solo un luogo di attesa del ricovero, ma aree di diagnosi e cura”. Bene. Allora metteteci le tendine.