L’“adultero calvo” che sedusse Roma

Esce martedì nelle librerie una nuova edizione, la prima illustrata con rappresentazioni artistiche classiche e moderne, di una delle opere più famose e vendute di Indro Montanelli: “Storia di Roma”, pubblicata per la prima volta nel 1957 a puntate su La Domenica del Corriere, per istigazione di Dino Buzzati, e divenuta subito dopo un libro. Il successo travolgente (500 mila copie bruciate in pochi mesi, circa 1 milione a oggi) costrinse il grande giornalista a proseguire con “La Storia dei Greci” e poi con i 22 volumi de “La Storia d’Italia”. Il segreto del Montanelli storico è lo stile divulgativo, ironico, molto tagliato sui personaggi, insomma giornalistico e dunque comprensibile per il grande pubblico, diversamente dal linguaggio paludato e iniziatico degli accademici. Ne “La Storia di Roma”, Montanelli racconta la parabola del più grande impero del mondo dalle origini alla caduta, da Romolo e Remo a Romolo Augustolo. Qui, per gentile concessione dell’editore Rizzoli, pubblichiamo alcuni brani tratti dai tre capitoli dedicati a Giulio Cesare.

Caio Giulio Cesare veniva da una famiglia aristocratica povera che faceva risalire le sue origini ad Anco Marzio e a Venere, ma che, dopo questi opinabili antenati, non aveva più dato alla storia di Roma personaggi di grido. C’erano stati dei Giuli pretori, questori, e anche consoli. Ma di ordinaria amministrazione.
La loro casa sorgeva nella Suburra, il quartiere popolare e malfamato di Roma, e qui egli nacque chi dice nel 100, chi nel 102 avanti Cristo.
Non sappiamo nulla della sua infanzia, se non ch’ebbe come precettore un gallo, Antonio Grifone, il quale, oltre al latino e al greco, gl’insegnò qualcosa di molto utile sul carattere dei suoi compatrioti.

Pare che nella pubertà fosse afflitto da mali di testa e attacchi di epilessia, e che la sua ambizione fosse allora quella di diventare uno scrittore. Fu calvo molto presto e, vergognandosene, cercò di rimediarvi coi “riporti”, tirandosi i capelli dalla nuca alla fronte. Perdeva molto tempo ogni mattina in questa complicata operazione. Svetonio dice ch’era alto, piuttosto grassottello, di pelle chiara, d’occhi neri e vivi. Plutarco dice ch’era magro e di mezza taglia. Forse hanno ragione ambedue. L’uno lo descrive da giovane, l’altro da uomo maturo, quando di solito ci si appesantisce un po’. I lunghi periodi di vita militare dovettero irrobustirlo. Fu sin da ragazzo un eccellente cavaliere, e usava galoppare con le mani dietro la schiena. Ma camminava molto anche a piedi alla testa dei suoi soldati, dormiva nei carri, mangiava sobriamente, il suo sangue si serbava sempre freddo e il suo cervello lucido. Di viso non era bello. Sotto quel cranio pelato e un po’ massiccio, c’erano un mento quadrato e una bocca arcuata e amara, incorniciata da due rughe dritte e profonde, e col labbro di sotto che sporgeva su quello di sopra. Tuttavia fu sempre fortunato con le donne. Ne sposò quattro e ne ebbe infinite altre come amanti. I suoi soldati lo chiamavano moechus calvus, “l’adultero calvo” e, quando sfilavano per le vie di Roma in occasione di un trionfo, gridavano: “Ehi, uomini, chiudete in casa le vostre mogli: è tornato il seduttore zuccapelata!”. E Cesare era il primo a riderne.

Contrariamente a una certa leggenda che lo riveste di una seriosa e sussiegosa solennità, Cesare era un perfetto uomo di mondo, galante, elegante, spregiudicato, ricco di umorismo, capace di incassare i frizzi altrui e di rispondervi con mordente sarcasmo. Era indulgente coi vizi degli altri, perché aveva bisogno che gli altri lo fossero coi suoi. Curione lo chiamava “il marito di tutte le mogli e la moglie di tutti i mariti”. E una delle ragioni per cui gli aristocratici l’odiarono tanto era ch’egli seduceva regolarmente le loro spose, le quali a dire il vero facevano a gara per essere sedotte. Fra esse c’era anche Servilia, sorellastra di Catone, che anche per questo gli fu irriducibilmente ostile. Servilia gli era così devota che gli sacrificò anche la figlia Terzia, cui lasciò il suo posto quando gli anni l’obbligarono a ritirarsi (…). Lo stesso Pompeo, per quanto più bello, ricco e, in quel momento, famoso di Cesare, si vide portar via la moglie da lui e la ripudiò. Cesare se ne fece perdonare, dandogli in sposa la figlia sua.

Questo straordinario personaggio intorno a cui, d’ora in poi, tutta la storia di Roma e del mondo comincia a ruotare, era dunque, quanto a moralità, figlio dei suoi tempi. E infatti debuttò in un modo che non lasciava presagire nulla di buono. Finiti gli studi sui sedici anni, partì al seguito di Marco Termo che andava in Asia a farvi una delle tante guerre. Ma, invece che un bravo soldato, diventò un favorito di Nicomede, re di Bitinia, che aveva un debole per i bei ragazzi. Tornato a Roma diciottenne, sposò Cossuzia, perché così voleva suo padre. Ma quando costui morì, la ripudiò e rimpiazzò con Cornelia, figlia di quel Cinna che aveva a suo tempo preso la successione di suo zio Mario. E così venne a rinsaldare i vincoli che già lo legavano al partito democratico.

Silla, quando instaurò la dittatura, gli ordinò di divorziare. Cesare, sebbene abituato a cambiar moglie come si cambia vestito, spavaldamente rifiutò. Venne condannato a morte e la dote di Cornelia fu confiscata. Poi comuni amici si interposero, e Silla lo lasciò andare in esilio (…).

Quando il dittatore si fu ritirato, Cesare tornò a Roma. Ma, trovandola ancora in balìa dei reazionari (…), ripartì per la Cilicia. Una barca di pirati lo catturò in mare e chiese per il suo riscatto venti talenti, qualcosa come quattrocentoquaranta milioni di lire. Cesare rispose insolentemente ch’era un prezzo troppo basso per il suo valore e che preferiva dargliene cinquanta. Mandò i suoi servi a procurarli e ingannò l’attesa scrivendo versi e leggendoli ai suoi rapitori che non li gustarono punto. Cesare li chiamò “barbari” e “cretini”, e promise loro d’impiccarli alla prossima occasione. Tenne la parola, perché, appena liberato, corse a Mileto, noleggiò una flottiglia, inseguì e catturò quei filibustieri, riprese i suoi quattrini, cioè quelli dei suoi creditori (cui non li restituì) e, manifestazione di clemenza, prima d’impiccarli, tagliò loro la gola. Fu lui stesso a raccontare quest’avventura in alcune lettere agli amici, e non giureremmo sulla sua autenticità. Cesare non era ancora, in quel momento, il sobrio e spassionato scrittore del De bello gallico, che, avendo vinto realmente molte battaglie, non aveva più bisogno di romanzarle. Era un ragazzaccio chiacchierone, arrogante e dissipato che quando, rientrato a Roma nel 68, si presentò candidato al posto di questore, era già carico di debiti. Li aveva contratti con Crasso dopo aver sedotto anche a lui la moglie Tertulla. Con quei soldi comprò i voti, fu eletto, ebbe un governatorato e un comando militare in Spagna, combatté i ribelli, e tornò a Roma con la fama di bravo soldato e di accorto amministratore (…). Il primo triumvirato. Pompeo e Crasso mettevano la loro influenza, ch’era grande, e le loro ricchezze, ch’erano immense, al servizio di Cesare per farlo eleggere console. Questi, assunto il potere, avrebbe distribuito le terre ai soldati di Pompeo e concesso a Crasso gli appalti cui questi aspirava (…). Pompeo diventò il genero di Cesare, sposandone la figlia Giulia, borghesi e proletari si strinsero in un grande abbraccio, e per mesi e mesi si divertirono a spese dei triumviri, che offrirono magnifici spettacoli nel Circo (…). Poiché l’uso era di battezzare l’anno col nome dei due consoli, i romani chiamarono il cinquantanovesimo “quello di Giulio e Cesare”.

Questi lo concluse facendo eleggere come suoi successori per il 58 Gabinio e Pisone, del quale sposò la figlia Calpurnia dopo regolare divorzio dalla sua terza moglie Pompea, che stava per essere processata per oltraggio al pudore e alla religione: l’accusavano di aver introdotto il suo amante Clodio, travestito da donna, nel recinto sacro alla dea Bona, di cui Pompea era sacerdotessa. Il fatto era vero (…). Cesare, chiamato a deporre, proclamò l’innocenza di Pompea. Quando il giudice gli chiese come mai in tal caso aveva divorziato da lei, rispose: “Perché la moglie di Cesare non può essere macchiata neanche da un sospetto”. E testimoniò anche in favore di Clodio dicendo che non lo riteneva capace di un simile gesto, sebbene risultasse ch’egli ne aveva compiuti anche di peggiori: quello per esempio di sedurre la sua propria sorella, la famosa Clodia, moglie di Quinto Cecilio Metello, colei che Catullo chiamava Lesbia e che Cicerone perseguitava con la sua linguaccia. Rancoroso e impiccione com’era, il grande avvocato venne a testimoniare anche contro il fratello. Ma Cesare mise in moto Crasso, che comprò i giudici. E Clodio fu assolto.

Perché Cesare tenesse tanto a salvare quello scapestrato che, come oggi si direbbe, gli aveva disonorato la moglie, lo si vide subito dopo, quando Clodio si portò candidato per il tribunato della plebe e Cesare lo sostenne. Evidentemente, dopo aver installato il suocero e un amico intimo nella carica di consoli, voleva un debitore alla testa del proletariato. Cesare s’infischiava dell’onore coniugale. Clodio, con tutta quella faccenda, gli aveva dato il pretesto di liberarsi di una sposa che non gli serviva più a nulla e di rimpiazzarla con un’altra che gli serviva molto con la sua parentela. Al momento di lasciare la carica, egli si era autonominato proconsole per cinque anni della Gallia Cisalpina e Narbonese. Poiché la legge proibiva di far stazionare truppe dall’Appennino in giù, chi aveva il comando di quelle dall’Appennino in su era praticamente il padrone della penisola. E Cesare ormai voleva essere questo padrone.

Sapeva benissimo che il Senato avrebbe fatto il possibile per impedirglielo. Ma Cesare aveva dimostrato che si poteva governare anche senza di esso, facendo approvare direttamente le leggi dall’Assemblea. Negli ultimi tempi si era spinto anche più in là: aveva imposto che tutte le discussioni che si svolgevano in quel solenne e aristocratico consesso venissero registrate e pubblicate giorno per giorno. Così nacque il primo giornale. Si chiamò Acta diurna, e fu gratuito, perché, invece di venderlo, lo affiggevano ai muri in modo che tutti i cittadini potessero leggerlo e controllare ciò che facevano e dicevano i loro governanti. L’invenzione fu d’immensa portata perché sancì il più democratico di tutti i diritti. Il Senato, che traeva prestigio anche dalla sua segretezza, fu così sottoposto alla pubblica opinione, e non si riebbe mai più da questo colpo. Fra il 58 e il 51 a.C. Cesare è impegnato nella campagna di Gallia. Nel 53 Crasso perde la vita in Oriente, combattendo contro i Parti. Nel 49 Cesare passa il Rubicone con le sue legioni di Gallia e si riprende Roma. Poi fa la guerra a Pompeo in Spagna e in Grecia, e a Tolomeo in Egitto nel 48-47, infine ancora in Africa e in Spagna contro gli eserciti pompeiani, fino alla battaglia vittoriosa del 45 a Munda.

GL’IDI DI MARZO

Cesare aveva capito che non c’era più nulla da sperare dai romani di Roma, ormai ammolliti, imbastarditi e incapaci di fornire altro che degl’intrallazzatori e dei disertori. Egli sapeva che il buono era solo in provincia, dove la famiglia era rimasta salda, i costumi sani, l’educazione severa. E con questi provinciali di origine contadina o piccoloborghese intendeva riformare i quadri della burocrazia e dell’esercito. La sua vera rivoluzione era questa, ed egli cercò di realizzarla attraverso la grande riforma agraria progettata dai Gracchi. Per riuscirvi, chiamò a collaborare l’alta borghesia industriale e mercantile, che finanziò l’operazione. Grandi capitalisti come Balbo e Attico diventarono i suoi banchieri e consiglieri. Cesare spiegò in questa bisogna la stessa energia che aveva spiegato come generale in battaglia. Voleva tutto vedere, tutto sapere, tutto decidere. Non ammetteva sprechi e incompetenze. E per escludere gli uni e le altre, il tempo non gli bastava mai (…).

I pettegolezzi dei suoi nemici contro di lui, invece d’irritarlo, lo divertivano. Se li faceva raccontare per poi riraccontarli egli stesso a Calpurnia, con la quale era tornato a vivere dopo la parentesi di Cleopatra. Era, a modo suo, un buon marito che ripagava la moglie di tutte le corna che le aveva messo, con mille attenzioni, una profonda stima e un affettuoso cameratismo. Aveva sempre qualcosa da raccontarle, quando tornava dall’ufficio, dove trattava collaboratori e sottoposti col signorile distacco che gli era abituale. Era accurato nel vestire, e delle facoltà insite nel suo titolo di dittatore approfittava solo di quella che gli consentiva di portare la corona di lauro sulla testa per nascondere la calvizie. Faceva tutto con eleganza: anche il regalo del perdono a chi gli aveva recato offesa. Anzi, le offese preferiva, se poteva, ignorarle (…). Forse in questa magnanimità c’era anche un po’ di disprezzo per gli uomini: un carattere che si accompagna quasi sempre alla grandezza. E forse in questo disprezzo sta anche la ragione della sua totale indifferenza ai pericoli che lo minacciavano. Egli non poteva ignorare che intorno a lui si complottava e che la generosità è uno stimolante, non un sedativo, dell’odio (…). Cassio si mise alla testa della cospirazione e cercò di attirarvi Bruto, che Cesare seguitava ad amare come un suo figlio, forse sapendo che lo era. I romanzieri e i drammaturghi hanno poi fatto di questo giovanotto un eroe delle libertà repubblicane. Noi dubitiamo che lo fosse. Il complotto era ammantato di nobili ideali: diceva di voler la morte di un tiranno che aspirava alla corona di re per dividerla con Cleopatra, la meretrice forestiera, eppoi lasciarla al bastardo Cesarione dopo averne trasferito la capitale in Egitto. O non si era fatto innalzare una statua accanto a quella dei vecchi re? O non aveva fatto incidere il proprio volto sulle nuove monete? Il potere gli aveva dato alla testa, già turbata da un ritorno di attacchi epilettici. Meglio, anche per lui e per la sua memoria, sopprimerlo, prima che avesse il destro di distruggere in un colpo solo la libertà e la supremazia di Roma.

Furono questi probabilmente gli argomenti che il “pallido e magro” Cassio, come lo descrive Plutarco, usò per convincere suo cognato. Ma forse quelli che trionfarono furono altri, più personali e segreti. Bruto detestava Cesare non perché ignorava di esserne il figlio, ma perché sapeva di esserlo. Forse egli non aveva mai perdonato a sua madre di aver fatto di lui un bastardo. Ma sono supposizioni perché Bruto era taciturno e segreto (…). Ma la cosa più preoccupante di lui era che scriveva saggi sulla Virtù. La Virtù è una di quelle signore perbene che si amano, quando si amano, senza parlarne.

Ai primi di marzo (del 44, ndr), dopo averlo ben bene “lavorato”, Cassio venne a dirgli che ai prossimi idi, cioè il 15, Cesare avrebbe fatto il gran colpo. Il suo luogotenente Lucio Cotta avrebbe proposto all’Assemblea, già decisa ad approvare, di proclamare re il dittatore perché la Sibilla aveva predetto che solo da un re potevano essere battuti i parti, contro cui si stava preparando la spedizione. Sull’opposizione del Senato non c’era da sperare: la sua recente riforma aveva dato la maggioranza ai cesariani. Non restava quindi che il pugnale, prima che fosse troppo tardi (…).

Cesare, quella sera, pranzava in casa con alcuni amici. Secondo il costume degli anfitrioni romani, propose un tema di conversazione: “Che morte preferireste?”. Ognuno disse la sua. Cesare si pronunciò per una fine rapida e violenta. L’indomani mattina Calpurnia gli disse di averlo sognato coperto di sangue e lo pregò di non andare in Senato. Ma un amico che apparteneva alla congiura venne invece a sollecitarlo, e Cesare lo seguì mancandone di poco un altro a lui fedele che veniva a informarlo del complotto. Per strada un chiromante gli gridò di guardarsi dagl’idi di marzo. “Ci siamo già” rispose Cesare. “Ma non sono passati” ribatté l’altro. Nel momento di entrare in aula, qualcuno gli mise in mano un papiro arrotolato. Cesare credette che si trattasse di una delle solite suppliche e non lo svolse. Lo aveva ancora in pugno quando morì: era una circostanziata denuncia.

Era appena entrato nell’aula, che i congiurati gli furono tutti addosso col pugnale. L’unico che poteva difenderlo, Marc’Antonio, era stato trattenuto in anticamera da Trebonio. Cesare dapprima cercò di ripararsi col braccio, ma smise quando vide, fra gli assassini, anche Bruto. È molto probabile che abbia detto effettivamente: “Anche tu, figlio mio?”, come ha raccontato Svetonio. È una frase che avrebbe pronunciato qualunque padre, in quelle condizioni. Cadde trafitto di colpi ai piedi della statua di Pompeo, che aveva fatto egli stesso installare lì e cui usava inchinarsi quando vi passava davanti.

Idrocarburi dell’Eni sversati nella Dora Baltea: un indagato

La Procura di Aosta ha aperto un fascicolo per inquinamento ambientale a seguito dello sversamento di idrocarburi nella rete fognaria e nella Dora Baltea da una stazione di pompaggio in disuso del deposito Eni di Pollein. Ancora da accertare l’eventuale contaminazione della falda. Al momento, filtra da fonti giudiziarie, c’è una persona indagata. Il pm Luca Ceccanti, titolare del fascicolo, ha già chiesto al giudice per le indagini preliminari la convalida del sequestro della stazione da cui si è verificata la perdita, segnalata giovedì. La pronuncia è attesa all’inizio della prossima settimana. In base ai primi accertamenti del Corpo forestale della Valle d’Aosta, si tratta di “qualche centinaia di metri cubi” di carburante, “probabilmente diluiti con acqua piovana”. Ieri mattina l’Arpa della Valle d’Aosta ha ottenuto i primi risultati delle analisi sui campioni prelevati giovedì. “Si tratta di oli combustibili, categoria che comprende gasolio, cherosene, nafta”, spiega il direttore, Giovanni Agnesod. Possono essere impiegati “per il riscaldamento o per l’autotrazione”.

Scuola-lavoro in caserma. Con le spese a carico

Visite e percorsi formativi tra basi navali e monumenti militari: per un gruppo di studenti siciliani, in queste settimane, l’alternanza scuola-lavoro è questo.

L’istituto è il Carlo Alberto dalla Chiesa di Caltagirone (Catania), con indirizzo elettrico, elettronico, moda, meccanico e termico. Gli “stage”, però, hanno luogo in Puglia, nelle sedi della Marina tra Brindisi e Taranto.

Uno dei tanti casi di alternanza svolta in strutture militari, ma questo ha scatenato molte polemiche anche perché i ragazzi hanno dovuto pagare 300 euro per le spese di viaggio e albergo. A raccontare la vicenda è stato Antonio Mazzeo, insegnante e blogger, attraverso un post poi ripreso dai siti di settore. Il programma è articolato in cinque giorni: una tappa alla Caserma “Carlotto” di Brindisi, poi un’altra al Monumento del Marinaio, voluto da Benito Mussolini per commemorare i morti nella Prima guerra mondiale. A seguire, percorsi formativi alla base aerea della Marina di Grottaglie (Taranto) e alla base navale di Taranto. Il dirigente scolastico, Franco Pignataro, ha chiarito alcuni aspetti. “Gli studenti – ha detto al Fatto – non entrano in contatto con armamenti; svolgono esercitazioni sull’impiantistica di una nave ferma. Parliamo di sistemi con tecnologie 4.0”. Non un addestramento, quindi, ma una formazione tecnica. Al massimo, un orientamento per chi vorrà provare i concorsi in Marina dopo il diploma. Ma ciò che ha indisposto le associazioni studentesche è l’idea stessa che si portino gli studenti in luoghi militari. “Entrare in contatto con l’ambiente rigido e gerarchico non è l’idea migliore di alternanza – sostiene Giammarco Manfreda, coordinatore della Rete studenti medi –. Inserire quello militare tra i tanti percorsi lavorativi che uno studente può intraprendere è una forzatura. Dovrebbe essere una libera scelta, non imposta da una legge”. I collettivi, poi, si battono da sempre affinché l’alternanza sia gratuita. “I 300 euro – ha ribattuto Pignataro – non hanno creato problemi. L’adesione era volontaria e i ragazzi in difficoltà economiche sono stati aiutati dalla scuola”.

Sono decine in tutta Italia le scuole che attuano l’alternanza in strutture militari, grazie a un protocollo firmato a dicembre –e già allora criticato dalle associazioni – dai ministeri dell’Istruzione, del Lavoro e della Difesa. L’obiettivo è far conoscere agli studenti quelle attività, svolte dal comparto Difesa, utili per il settore civile. “Esperienze così – sostiene Manfreda – si possono però fare anche nei centri di ricerca, non solo nelle sedi militari”.

Nata per creare ponti tra scuola e lavoro, l’alternanza è criticata dal Movimento 5 Stelle, perché a volte ha fornito manodopera gratuita per le imprese e ha avuto ben poco di formativo. Tanto che il governo ridurrà il monte ore – diventeranno 180 nei professionali, 150 nei tecnici e 90 nei licei – e ne cambierà il nome in “percorso per le competenze trasversali”. Le associazioni studentesche si augurano che non siano così tanto trasversali da coinvolgere l’Esercito.

B. in tour col manager della ditta esclusa per mafia dall’Expo

Basiglio, Milano 3. Cielo basso e aria d’autunno. Passate le elezioni di giugno, tutto torna nel solco già tracciato. In giunta c’è chi già c’era, lista uscente ricandidata e vincente. In sella Lidia Reale già vicesindaco nell’amministrazione di Eugenio Patrone. Liste civiche (prima Officina Basiglio ora Insieme), niente impronta di partito, se pur l’occhio strizza al centrosinistra. Si riparte così da dove ci si era lasciati. Dal regno dei berluscones. Presente e futuro che ha nome di Milano 4, più tecnicamente At02. Palla in campo, gioca in attacco l’Immobiliare Leonardo, ovvero Silvio e Paolo Berlusconi, assieme in affari, terreni in tasca e progetto sul tavolo da circa 300 milioni di euro. L’ex Cavaliere che torna al vecchio amore: il mattone. I lavori sono alle porte, qualche ruspa e un paio di bilici sono già arrivati sotto la pioggia. A siglare la rinnovata voglia palazzinara, lo stesso Silvio Berlusconi, che a Milano 3, il 27 ottobre, arriva con scorta e codazzo di manager Fininvest. Due settimane prima, era il 9 ottobre, passa di qua anche il sottosegretario del ministero Infrastrutture e Trasporti, il leghista Armando Siri, ma è una questione privata, nulla di più, niente interessi istituzionali.

Torniamo allora al 27 ottobre. Alla spicciolata, ecco il senatore Adriano Galliani e Paolo Berlusconi. Escono a passo svelto dalla sede dell’Immobiliare Leonardo e prendono l’ingresso del vicino Sporting. Entrano tutti, anche Silvio, completo nero e sorriso smagliante, che nulla trova in contrario se ad accompagnarlo nella visita c’è Emanuel Stilo, giovanissimo manager calabrese proprietario dello Sporting, e la cui azienda di famiglia, una delle tante, la Ausengineering oggi chiusa, nel 2015 è stata interdetta per mafia. Storia nota, ma vale la pena riassumerla. All’epoca, la società vinse l’appalto per la costruzione di una palazzina che ospiterà la centrale della sicurezza per tutta la durata di Expo. La Prefettura interviene. Parte l’interdittiva. In sintesi, all’interno della società lavorava un amministratore unico pizzicato più volte in rapporti con personaggi vicini alla potente cosca Mancuso di Limbadi. Poco importa che Pasquale Larocca, in contatto anche con un narcos calabrese residente in Brianza, sia parente alla lontana degli Stilo. Il Tar successivamente boccerà l’atto prefettizio. Ma per gli Stilo è solo una vittoria temporanea. Il Consiglio di Stato, ultimo grado della giustizia amministrativa, ribadirà la bontà degli atti contenuti nella interdittiva emessa dal prefetto di Milano.

La famiglia Stilo, mai finita in inchieste per mafia, tira dritto e vola alto. Come se quell’inciampo portasse fortuna entra allo Sporting, poi l’Hotel Excel sempre a Milano 3 di proprietà di uno dei soci dello Sporting, accelera sul magnifico comprensorio del golf Tolcinasco a Pieve Emanuele, apre società di servizi e immobiliari con sedi a Milano. Ancora prima, era il 2011 e nessuna ombra di mafia in arrivo, gli Stilo fanno affari con la famiglia Doris, vendendo a Lina Tombolato, moglie di Ennio Doris, una mega villa da 15 vani. Poi lo Sporting, quello che ora Silvio Berlusconi osserva ammirato, sbloccato dalla vecchia giunta che poi è quasi la stessa di ora. Con l’ex consulente degli Stilo, Arturo Guadagnolo che passa in Comune nell’ufficio tecnico e si dà pena di sbloccare le opere. Guadagnolo, conterraneo degli Stilo, che finirà travolto da una maxi-indagine della procura di Pavia su appalti truccati.

Coincidenze. Gli Stilo corrono svelti. Soprattutto Emanuel, piglio da manager vero, riporta lo Sporting ai fasti degli anni Ottanta. Piscine, centri benessere e luogo perfetto per tessere rapporti, anche politici. La politica piace a Emanuel Stilo, tanto da tirare la volata alla lista Straordinaria Basiglio, data vincente, ma poi sconfitta per una manciata di voti dell’ultima ora finiti a chi oggi guida la giunta e rivaluta, dopo bordate di critiche pre-elettorali, il piglio e la brillantezza manageriale degli Stilo. Che ora allo Sporting oltre a Silvio Berlusconi accolgono anche il fratello Paolo, già habitué delle feste natalizie, il senatore Galliani, l’amministratore delegato della Leonardo Antonio Anzani e Daniele Degli Esposti, general manager dello Sporting, condannato in primo grado per bancarotta per il crac dello storico hotel Capo Caccia di Alghero. Si chiacchiera e si pranza assieme. Immobiliare Leonardo, Sporting e Berlusconi. Non distante da qui c’è il Comune, sul quale oggi pesa un ricorso al Tar di Immobiliare Leonardo e una richiesta di risarcimento danni importante perché, secondo chi accusa, vi fu, nel 2016, un ritardo della Pubblica amministrazione nell’approvazione del piano At02. Una brutta spada di Damocle per gli eventi futuri.

Maltempo, allerta arancione in 6 Regioni Stanziati 200 milioni

Il dipartimento della Protezione civile ha esteso per oggi l’allerta arancione in Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Emilia-Romagna, Sicilia, sui versanti jonico e tirrenico meridionale della Calabria e sui bacini sud-occidentali e centro-meridionali della Sardegna. La decisione è stata presa dopo lo spostamento della perturbazione dalla Tunisia verso l’Italia, che favorirà un graduale peggioramento delle condizioni meteo. Si prevede inoltre un’intensificazione dei venti su parte del Centro-Sud. Previste raffiche di burrasca su Sicilia, Calabria, Basilicata, Puglia, Lazio e Campania. Le piogge interesseranno tutto il Sud, Lazio, Campania e Piemonte. Intanto il governo stanzierà i primi 200 milioni di euro per aiutare le popolazioni colpite dal maltempo in Italia. Ad annunciarlo è il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, parlando dei disastri registrati dal Veneto alla Sicilia. Per il direttore del Dipartimento della Protezione civile nazionale Angelo Borrelli all’incontro con il presidente del Veneto Luca Zaia al termine del sopralluogo sulle zone colpite dal maltempo, “la situazione è pesante, apocalittica, strade devastate, tralicci piegati come fuscelli”.

Chi è Carlo Rubbia

 

Fisico sperimentale, premio Nobel per la Fisica nel 1984 con Simon van der Meer e senatore a vita dal 2013, è nato a Gorizia nel 1934. Dopo la laurea in Fisica alla Scuola Normale Superiore di Pisa si trasferisce negli Usa, alla Columbia University, dove si dedica ai primi esperimenti nel campo delle interazioni deboli. Nel 1970 ottiene la cattedra di Fisica all’Università di Harvard, dove insegna fino al 1988. Dal 1989 al 1993 ricopre l’incarico di direttore generale del Cern di Ginevra, il Laboratorio europeo per la fisica delle particelle, dove lavora come fisico superiore dal 1961. Nel 1993 viene nominato consigliere per la ricerca scientifica europea. I suoi esperimenti più importanti sono stati effettuati su diversi acceleratori di particelle negli Usa. Il problema affrontato e risolto dal gruppo di Carlo Rubbia è la produzione di antiprotoni e il loro confinamento in un fascio ben concentrato. E “per la sua decisiva contribuzione al grande progetto che condusse alla scoperta delle particelle W e Z, trasmettitrici di debole interazione” ricevette il Premio Nobel. Nel Laboratorio del Gran Sasso ha invece sviluppato una tecnica di rivelazione degli eventi ionizzanti in argon liquido ultrapuro, mirata alla rilevazione diretta dei neutrini emessi dal sole.

Saluggia, l’allarme nucleare di Rubbia ignorato da 17 anni

Siamo seduti su una polveriera. Se i 270 metri cubi di rifiuti radioattivi liquidi – di cui 125 a elevatissima pericolosità – dell’ex impianto Eurex di riprocessamento del combustibile nucleare di Saluggia (Vercelli) fuoriuscissero dai serbatoi, causerebbero un incidente paragonabile a quello di Chernobyl del 1986. Lo attesta una lettera del 2001 a firma del premio Nobel per la Fisica e senatore a vita Carlo Rubbia, che certifica il grave rischio che perdurerà finché quei liquidi non saranno cementificati.

Il Fatto ha ottenuto la lettera, indirizzata all’allora ministro dell’Industria Enrico Letta. Non è mai stata divulgata: “Le perdite di radioattività nel fiume causerebbero gravissime contaminazioni in vaste regioni adiacenti al fiume Dora e Po, i terreni allagati dall’acqua contaminata sarebbero inutilizzabili per decine di anni; la contaminazione del mar Adriatico porterebbe grave pregiudizio alla popolazione, al turismo, alle alghe e al patrimonio ittico per lunghi anni; le attività agricole e industriali della Pianura padana sarebbero gravemente compromesse; vaste aree densamente popolate andrebbero evacuate; ciò nonostante, la dose collettiva (di radioattività) alla popolazione sarebbe confrontabile a quella dei maggiori incidenti nucleari della storia recente”, si legge. La popolazione sarebbe esposta a una dose di radioattività collettiva di 150 mila Sievert x uomo. Quella del dopo-Chernobyl “fu di 600 mila Sievert x uomo”, e quella a seguito dello sversamento nel 1957 “di liquidi simili nel fiume Techa (ex-Urss) fu di 15 mila Sievert per uomo”, scrive Rubbia. “Il numero di casi indotti di cancro fu 7 mila”, mentre “i danni più a lungo termine sono sconosciuti”. Il premio Nobel si basava su un’analisi qualitativa da lui condotta “e che tengo a disposizione”, ma che non è allegata alla lettera.

Eurex è stato autorizzato negli Anni 70 con una prescrizione di sicurezza cogente: solidificare i rifiuti radioattivi liquidi entro il 1982, poi prorogata dal ministero dello Sviluppo economico (Mise) al 2005. Dal 2003 è la società pubblica delegata al decommissioning del nucleare italiano, la Sogin, che gestisce Eurex. Ha ottenuto proroghe al 2010 e poi al 2019, concesse da Mise e benestare dell’autorità di controllo per la sicurezza nucleare, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (Ispra) e, dal 2016, il dipartimento Isin di Ispra. Ora è attesa un’ulteriore proroga.

Dal 2010, Sogin ha indetto quattro gare per la costruzione dell’impianto di solidificazione, il Cemex. Nessuna è andata a buon fine. L’ultima è stata vinta da un consorzio capitanato da Saipem, controllata dalla Cassa Depositi e Prestiti, che doveva costruire Cemex entro giugno 2019 per 98 milioni di euro. Nel 2017 Sogin ha risolto il contratto con Saipem per “gravi inadempimenti” e “manifesta incapacità”. Saipem chiede 70 milioni di risarcimento a Sogin, il contenzioso è aperto.

Quando nel 1999 fu nominato direttore dell’istituto Enea, allora proprietaria di Eurex, Rubbia tentò di fissare incontri con Sogin e Anpa (l’allora ente di controllo) per mettere in sicurezza Saluggia. Non avvennero mai, si legge. Così fu costretto a scrivere a Letta pregandolo di costruire immediatamente una barriera idraulica contro le esondazioni della Dora Baltea. Nel 2000 uno straripamento aveva allagato il piazzale del sito di stoccaggio. Il rischio che una piena violenta della Dora potesse rovesciare quei serbatoi era concreto. Rubbia ottenne che in 5 mesi venisse costruita una barriera idraulica contro le esondazioni. Per questo, oggi l’area non è più considerata alluvionabile.

L’altro pericolo, per il Nobel, erano i terremoti. Saluggia è in una zona a bassa pericolosità sismica, ma il rischio non è zero. Scendere sotto lo standard della cementificazione significa esporsi a “una probabilità piccolissima, ma senza sapere esattamente quanto piccola sia, per l’accadimento di un incidente di vastissime e intollerabili proporzioni”, scriveva Rubbia.

Nel 2009, Sogin ha trasferito quei 125 metri cubi ad alta attività in una struttura bunkerizzata, il Nuovo Parco Serbatoi (Nps) che “ha consentito di migliorare i livelli di sicurezza”, ha spiegato Sogin al Fatto. Fino al 2009, tutti i 260 metri cubi erano stoccati in serbatoi costruiti 49 anni fa. Oggi contengono i rifiuti liquidi a media e bassa intensità – anch’essi molto pericolosi – e i fanghi residuali di quelli ad alta intensità. La Sogin monitora i serbatoi per vedere se ci sono eventuali perdite, ma i monitoraggi non proteggono da eventi imprevedibili. E non si sa nulla sullo stato di conservazione dei serbatoi vecchi di mezzo secolo. Rispetto al 2001, oggi si sono aggiunti nuovi fattori di rischio: eventi estremi dovuti ai cambiamenti climatici e attacchi terroristici.

“Il bunker risponde ai migliori standard internazionali per lo stoccaggio temporaneo di questi rifiuti”, spiega Sogin: serbatoi, bunker e impianto Eurex resistono a terremoti intensi fino al VII grado della scala Mercalli e all’impatto aereo, “anche di linea” (ma Sogin non rilascia i documenti che lo certificano). Lamberto Matteocci, vicedirettore di Isin, sostiene invece che sia stato testato solo per impatti con “aerei militari, non di linea”. Chi ha ragione? Nel 2003, l’allora direttore del servizio segreto Sismi, Nicolò Pollari, alla Camera, parlando di Saluggia, spiegava come quei rifiuti “meritino un’attenzione prioritaria, perché ́rappresentano un pericolo non controllabile”. Disse che i serbatoi non erano a prova di impatto con aerei di linea, ma solo militare. L’aeroporto Caselle di Torino è a poche decine di chilometri. Nonostante Sogin rassicuri, l’anno scorso Roberto Mezzanotte, ex direttore del dipartimento Nucleare, Rischio Tecnologico e Industriale di Ispra, da poco deceduto, definì Saluggia “la maggiore criticità italiana”.

In audizione al Senato il 26 settembre Francesco Ferrante, vicedirettore del Kyoto Club, ha depositato per la prima volta in Senato la lettera di Rubbia: “Ogni giorno che passa stiamo mettendo a rischio vaste aree del Paese”.

Di Maio: “Nominerò un sottosegretario per tutti i terremoti”

“Nominerò un sottosegretario con l’incarico di gestire il coordinamento dell’emergenza terremoto in tutta Italia e anche la ricostruzione. Dovrà inoltre coordinare i diversi commissari che stanno operando qui e là”. L’annuncio dell’intenzione di procedere a un’altra nomina arriva direttamente da Luigi Di Maio – vicepremier e ministro dello Sviluppo economico e del Lavoro – in una delle anticipazioni del libro di Bruno Vespa Rivoluzione. Uomini e retroscena della Terza Repubblica, in uscita il 7 novembre. Oltre ai vari commissari già nominati per le emergenze locali – l’ultimo è Piero Farabollini, scelto a ottobre per gestire il post-sisma in Centro Italia – Di Maio vuole una figura nazionale che si occupi del coordinamento di tutte le emergenze. “Oggi – prosegue il vicepremier – la grande sfida è nella regia della politica delle cose. Siamo passati dalla Prima alla Seconda Repubblica ritenendo che la politica avesse preso troppo potere. Adesso, nella Terza, la politica vuole e deve riappropriarsi del suo ruolo”.

La serie, le scie e Rocco (Schiavone, non Casalino)

Dall’egemonia comunista di Lizzani e Visconti alle scie chimiche di Rocco Schiavone, l’audiovisivo italiano è sempre politico, se non che si filma in scala 1:1 e il rimpicciolimento della cosa pubblica dà nell’occhio. Si faceva cinema per militanza, adesione ideologica, fiancheggiamento poetico, oggi mera opportunità e semplice Zeitgeist vanno per la maggiore. Pensare che ci fu perfino l’imbarazzo della scelta: “La mortadella è comunista. Il salame socialista. Il prosciutto è democristiano. La coppa… liberale. Le salsicce, repubblicane. Il prosciutto cotto è fascista!”. All’affettatrice con Caruso Paskoski di padre polacco era trent’anni fa Francesco Nuti, l’attuale arco parlamentare richiederebbe nuovi insaccati, sebbene il cotto si difenda benissimo. Non è più tempo di Pci, la predominanza comunista sul cinema italiano, così egemonica da ascrivere chi comunista non era, da Risi a Fellini, da Rossellini a De Sica, e da permettersi il dissidio interno: non con tutti. Con Pasolini no. Ma PPP l’intellettuale borghese comunista se lo mangia in un sol boccone, anzi, per lui lo fanno – è l’allegorico corvo – Totò e Ninetto Davoli in Uccellacci e uccellini (1966).

Il principe De Curtis solo tre anni prima s’era prestato a Gli onorevoli di Corbucci, mandando agli annali il “Vot’Antonio!” del monarchico La Trippa, mentre nel ’68 saranno Franco e Ciccio – prestatisi a uno spot elettorale della Dc – a riversare in formato famiglia l’opposizione tra Pci e Democrazia Cristiana ne I 2 deputati. Gli anni Settanta sono della militanza: dai videoteppisti teorizzati da Roberto Faenza (il saggio Senza chiedere il permesso. Come rivoluzionare l’informazione, 1975) al passo doppio di Francesco Rosi (Cadaveri eccellenti, 1976) e Elio Petri (Todo modo, 1976), che profetizzano l’assassinio di Berlinguer e di Moro e l’uscita di scena dei rispettivi partiti. Ma il compromesso storico sopravvive tra il partigiano comunista sceneggiatore Rodolfo Sonego e il democristo Alberto Sordi, mica robetta.

Poi, è tutto Nanni Moretti, alias Michele Apicella: ex sessantottino, ex dirigente del Pci, si fa parabola rossa di un dis-sentire comune, delegando però il riflusso ideologico al don Giulio de La messa è finita (1985).

Negli anni Ottanta sono i Vanzina, Carlo e Enrico, a farsi corrente di governo: lo yuppismo, il vacanzismo (di Natale), l’edonismo cafonal preconizzano la discesa in campo di Silvio Berlusconi, il Caimano morettiano cui Sorrentino darà del Loro. Tramontate le ideologie, spenti gli ultimi fuochi fatui della militanza, si abbassa l’asticella artistica, e nondimeno si incespica: Il portaborse di Daniele Luchetti, con il ministro delle Partecipazioni statali Nanni Moretti, anticipa Tangentopoli. Il resto è parodia: inverata, come nel dittico (Qualunquemente, Tutto tutto niente niente) di Antonio Albanese alias Cetto La Qualunque; sfatta, come in Viva l’Italia (2012) di Max Bruno; elegante e compita, come in Viva la libertà (2013) di Roberto Andò. A prendere per i fondelli, anzi, per le ampolle dell’acqua del Po la Lega è Checco Zalone con Cado dalle nubi, mentre l’uno vale uno pentastellato si condensa nel Benvenuto presidente!, con Claudio Bisio. E sul fronte seriale? Ci sono gli excursus,

1992 e seguenti, e c’è Rocco Schiavone: terza puntata, seconda stagione, il vicequestore (Marco Giallini) conosce il commissario della Scientifica, l’incasinata, buffa e nerd Michela Gambino (Lorenza Indovino), che lo introduce al complottismo. Dalle scie chimiche (“Alla fine ci controlleranno tutti con gli agenti psicoattivi”) all’immancabile Soros (“Perché è andato a vivere su un’isola senza rotte aeree?”), fino ai potenti (“Lei lo conosce il club dei 300, vuole sapere i nomi?”): “Brava è brava, strana è strana”, sentenzia Schiavone, sopra tutto, è una grillina della prima ora. E spalanca una porta aperta: il 7 dicembre arriva il primo film italiano co-prodotto da Netflix, s’intitola Natale a 5 Stelle. Un cinepanettone vale un cinepanettone?

Lieto, la Lega vuole un posto Salini resiste, lui non molla

“Sciacquatevi la bocca quando parlate di Casimiro!”. Così Elisa Isoardi rispondeva qualche tempo fa, sui social, a un post critico nei confronti del suo capo autore. Casimiro Lieto è l’uomo che sta bloccando le nomine Rai: Salvini lo vorrebbe alla direzione di Rai1 o, in alternativa, Rai2, ma l’amministratore delegato Fabrizio Salini ha messo il veto e i 5Stelle hanno ribattuto tornando alla carica con Carlo Freccero. Risultato: un braccio di ferro che va avanti da giorni tra Salini e il leader leghista, con l’ad intenzionato a tenere il punto (qualcuno dice sia arrivato addirittura a minacciare le dimissioni), nonostante le forti pressioni della politica.

Il rapporto tra Salvini e questo autore Rai con il curriculum lungo un chilometro nasce dietro le quinte di Buono a sapersi, precedente programma della Isoardi. Salvini arrivava negli studi di Saxa Rubra, a volte con i figli, si metteva in un angolo e aspettava. Siamo a inizio 2017, quando il fenomeno salviniano ancora doveva esplodere e nella Rai renzizzata il leghista veniva guardato come un appestato. Casimiro, invece, lo intrattiene spiegandogli i trucchi del mestiere. Che Lieto conosce bene, avendo veleggiato per innumerevoli programmi, dal Kilimangiaro a Telethon, dal Festival di Sanremo a Domenica in fino ai Pavarotti and friends. Senza disdegnare le feste di paese. “Ho fatto da consulente per oltre 1780 programmi, con più di 4 mila ore di copertura televisiva”, scrive nel curriculum.

Chissà, forse questo avellinese classe 1963, aveva intuito prima degli altri le potenzialità del giovane segretario leghista. “Nessuno se lo filava, Salvini, tranne lui”, raccontano a Saxa Rubra, dove sono maestri nel cogliere ogni impercettibile vicinanza, fatta anche di una chiacchiera davanti alla macchinetta del caffè, tra il personale e il politico di passaggio. Personale di cui Casimiro non fa parte, essendo un consulente, anche se ben remunerato. E proprio il fatto di non essere un dipendente è una delle perplessità mosse da Fabrizio Salini. Sta di fatto, però, che Salvini è il politico del momento e chi può vantare un rapporto con lui parte con 100 metri di vantaggio nella corsa alla poltrona. “Prima era molto defilato, ora se la comanda”, dicono le voci di Saxa. Nell’ultimo paio d’anni, infatti, Lieto è diventato il principale consigliere di Salvini sulla Rai, la talpa che gli racconta i movimenti e i giochi di potere di Viale Mazzini, chi sale e chi scende nella galassia della tv di Stato.

L’amicizia con Isoardi, poi, ha fatto il resto. Lei e Lieto si conoscono in un momento di stanca delle loro carriere: Elisa nel 2012 è in un cono d’ombra e ha difficoltà a farsi dare un programma; lui vive un momento complicato dopo l’uscita da Viale Mazzini di Gianfranco Comanducci, potentissimo capo del personale e poi vice direttore generale che l’aveva preso sotto la sua ala protettiva.

Il rapporto tra Elisa e Casimiro si consolida: lui è il capoautore senza il quale lei non muove un passo, ma si frequentano anche fuori. Diventa un amico cui confidare anche le questioni di cuore: Elisa gli racconta tutto della storia che sta nascendo con questo politico così diverso dagli uomini che aveva fin lì frequentato. Il 4 marzo, per seguire la nottata elettorale, Isoardi organizza un gruppo d’ascolto a casa sua e c’è anche Casimiro. Chissà che consigli le darà adesso che la storia d’amore con Matteo, secondo Radio Pettegolezzi della Capitale, sembra finita. Da tempo i due non vengono paparazzati insieme e lei, da un paio di giorni, mette “cuori” solo alle foto con suo fratello.

Elisa e Casimiro, però, hanno un’altra grana: gli ascolti de La prova del cuoco sono bassi, in calo di circa 4 punti rispetto alla precedente conduzione della Clerici. Una freccia nell’arco di Salini. Che martedì sarà ascoltato in Vigilanza. Chissà se entro allora avrà vinto la sua battaglia. Perché poi queste nomine (forse mercoledì) bisognerà farle.