Casa Calenda, il Pd e i videogame

L’ultima preziosa battaglia su twitter dell’ex ministro Carlo Calenda è contro i videogiochi: “Li considero una delle cause dell’incapacità di leggere, giocare e sviluppare il ragionamento. In casa mia non entrano”. La sua uscita ha scatenato un curioso dibattito che ha coinvolto persino un accademico di Tor Vergata. La preoccupazione del povero Calenda in realtà non è riferita ai quattro figli, ma agli illustri colleghi del partito di cui ha tardivamente preso la tessera: il Pd è alla mercé dei ludopatici. Come definire un (ex) segretario (Matteo Renzi) e un presidente (Matteo Orfini) che commentano una sconfitta elettorale pubblicando una foto in cui giocano alla Playstation? Il buon Orfini peraltro è recidivo. Fu lui a confessare – sempre su Twitter – di avere un problema: “Ho portato l’Avellino in Europa League. Però ora qualcuno mi tolga Championship Manager (videogame sul calcio, ndr) dal cellulare #dipendenze”. Che Calenda abbia ragione?

Trieste, gli Antifa oscurano Casa Pound

Paolo Rumiz, scrittore triestino che più triestino non si può, si presenta fasciato in una bandiera gialla e blu dell’Europa e dice: “Dobbiamo dire grazie a Casapound, che ha tolto dal torpore la sinistra di Trieste, di cui il Pd si è dimenticato da tempo”. La giornata delle due manifestazioni contrapposte si è dipanata in una città blindata e divisa. Clima da coprifuoco. Sbarramenti e grate come al G8 di Genova. Ma alla fine è prevalso il clima di festa.

Da una parte i fascisti di Casapound, che sono arrivati da tutta Italia per sfilare militarmente in ricordo della vittoria italiana alla prima guerra mondiale e dei cento anni di Trieste italiana. Dall’altra gli antifascisti che hanno dato vita a una manifestazione imponente, “la più grossa tenuta a Trieste negli ultimi dieci anni”. E la più eterogenea, dai centri sociali ai cattolici delle Acli. Il prefetto, Annapaola Porzio, il 23 settembre aveva dichiarato: “Casapound potrà sfilare, ma solo in periferia”. Poi qualcosa dev’essere successo, qualcuno deve essere intervenuto, più in alto del prefetto: e il corteo nero si è tenuto in pieno centro. Cordoni regolari e divisi, organizzazione perfetta, lugubri labari della Milizia fascista e della X Mas. Regia accurata: nel primo settore tutti con il tricolore, nel secondo tutti con le bandiere rosse e nere con la tartaruga di Casapound (che ricordano tanto, viste da lontano, le svastiche naziste), nel terzo le bandiere nere del Blocco studentesco. Niente slogan: un camion all’inizio del corteo urla la wagneriana Cavalcata delle Valchirie.

Tutt’altra musica il corteo antifascista, che si apre con un camion che spara rap a palla. Caotico, vario, allegro. Chi canta inni della Resistenza, canti delle mondine e l’immancabile Bella ciao, a cui si unisce l’ex sindaco di Udine, Furio Honsell. C’è anche il presidente (dem) della Barcolana, Mitja Gialuz. Unico momento di leggera tensione, al concentramento di Campo San Giacomo, gli slogan “fuori il Pd / dal corteo”. Poi quando il lunghissimo serpentone parte, c’è posto per tutti, giovani arrabbiati e vecchi partigiani, bianchi e neri, femministe e intellettuali, bandiere della Cgil e lo striscione della più attiva organizzazione che si occupa di accoglienza, la Ics. Vecchie bandiere del Pci, slogan in italiano e in sloveno.

Il “coprifuoco” ventilato dal sindaco di Trieste, con l’invito rivolto ai triestini a non uscire di casa fino alle 8 di sera non ha fermato il popolo variopinto della sinistra triestina, quasi stupita dei suoi numeri. Cinquemila persone, secondo la questura, secondo cui i neri di Casapound non hanno raggiunto le duemila persone. In testa, i leader e fondatori del movimento, Gianluca Iannone e Simone Di Stefano, sotto uno striscione che diceva “Italia: risorgi, combatti, vinci!”. Poco distante un grande lenzuolo bianco urlava: “La difesa della Patria è un dovere sacro”.

“Vittoria?”, commenta Rumiz, “ma la guerra è stato un massacro con 1 milione di morti, su due fronti, quello italiano, ma anche quello austriaco”. Oggi, in piazza Unità d’Italia arriverà il presidente Sergio Mattarella.

“Quando la baracca affonderà gli italiani ci richiameranno”

Lui, barese, ha col diritto la stessa orgogliosa amicizia che lei, bolzanina, prova quando è issato il tricolore. Francesco Paolo Sisto e Michaela Biancofiore sono stimati deputati berlusconiani. Con loro affrontiamo un tema delicato ma attuale: la morte apparente di Forza Italia.

Giovanni Toti dice che siete un po’ già trapassati, vivete un po’ nell’aldilà della politica, nell’eterno riposo.

Sisto: Lei dice un po’. Un po’ trapassati, un po’ defunti, mette sempre quel po’. Su quel po’ vorrei approfondire.

Biancofiore: L’ho scritto a Silvio Berlusconi. Dobbiamo scegliere: alimentare la competizione con la Lega oppure accettare il partito unico consapevoli che Salvini però non ha in mente di annettere ma di annientare.

Sisto: Abbiamo la consapevolezza che Berlusconi non è più il Verbo che illumina e attrae (temo che il Verbo sia Salvini). Dobbiamo noi darci da fare. Tajani non si ferma un attimo.

Biancofiore: Tajani avanza controvento e ce lo dobbiamo dire, purtroppo. Qui è necessario eleggere anche un segretario politico.

Sisto: I moderati non scompariranno. Appena l’onda populista ridurrà la sua forza, appena gli italiani capiranno di cosa sono stati capaci questi qua (intendo i gialloverdi), chiameranno noi a salvare la baracca.

Biancofiore: La situazione è seria e va vista nella sua complessità, anche se io conservo un ottimismo di fondo.

Sisto: I sondaggi dicono che abbiamo perso qualche punto, inevitabile considerata la contingenza. Conservo anch’io un ottimismo di fondo.

Biancofiore: Parlo per me, e parlo per Bolzano e Trento dove si è appena votato. Noi a Bolzano abbiamo raccolto l’1,02% e a Trento il 2,85%. A un occhio estraneo potrebbe risultare una catastrofe.

Sisto: La catastrofe vera la procurerà agli italiani questo governo. Già 300 miliardi di euro bruciati. Temo che ci chiameranno quando i danni saranno tali e tanti… Meglio non pensarci.

Biancofiore: A Bolzano gli italiani sono il 30% della popolazione, per cui quell’1,02 bisogna moltiplicarlo per tre e fa già il 3,76%. Non molto distante da quell’8% sul quale il partito è attestato nel nord est. A Trento il 2,85% non è certo esaltante, però vediamo pure gli altri. Vogliamo parlare del Pd? Dei 5 Stelle?

Sisto: Siamo in una fase di attesa operativa.

Biancofiore: Lei sa che quando è venuto a fare il comizio Berlusconi la città era letteralmente bloccata? Sa che non sapevamo più dove mettere la gente? Abbiamo dovuto lasciare una moltitudine fuori dalla sala.

Sisto: Certo, dovremo affrontare anche il nodo Lega. Perché una cosa è essere alleati, ma se tu, Salvini, ci vuoi togliere il pane di bocca, allora io dico no, no e no.

Biancofiore: Mai e poi mai avrei immaginato questo risultato. Ero super ottimista. Ho una relazione molto fisica con la politica. Metto passione, chi mi conosce lo sa. Percepivo un’aria frizzantina, felice per noi.

Sisto: Noi sappiamo che Berlusconi ha un’età, e siamo felici che stia invecchiando così bene (lui del resto è sempre sul pezzo).

Biancofiore: Sempre sul pezzo, è vero.

Sisto: L’Italia avrà bisogno dei moderati. Senza di noi non c’è futuro.

Biancofiore: La voglia di ripartire c’è ed è tantissima.

Sisto: Quando l’Italia avrà toccato il fondo, gli italiani ci richiameranno, ne sono certo. È brutto dirlo perché poi i danni valli a riparare.

Biancofiore: Eutanasia di Forza Italia? Non è questo il tema. Bisogna affrontare la realtà. Il problema è che la gente scambia noi per Salvini. Vede Berlusconi, lo applaude e poi vota Salvini.

Sisto: Tajani sta rinvigorendo il partito, chiama ogni eletto, sa come affrontare il territorio. Non si dà pace.

Biancofiore: Sta facendo il possibile. Non si dà pace.

Sisto: Salvini ha il vento a favore. Ma per quanto?

Biancofiore: Non per dire ma in un solo anno in cui ho esercitato il potere di coordinatrice regionale in Trentino e nell’Alto Adige abbiamo ottenuto risultati significativi. Cinque eletti alle comunali, quattro punti in più alle politiche. Però per correttezza di fronte all’ultimo esito elettorale mi sono dimessa.

Sisto: Il clima nel Paese non è buono.

Biancofiore: Se concediamo troppo a Salvini quello poi vince e non fa prigionieri. Tra l’altro, lo ricordo perché è un dettaglio significativo, l’idea della felpa è venuta a me. Sono stata io a indossarla per prima. Io feci fare il logo “Squadra Italia” sulla felpa di Robe di Kappa. E adesso le felpe le indossa lui. Sono scorrettezze bell’e buone.

Sisto: Trapassati? Siamo vivi e vegeti.

Biancofiore: Però, certo, la questione si fa delicata. Comunque Berlusconi è il nostro leader.

Sisto: È il nostro punto di riferimento. E non è un modo di dire.

“Uccidi Torino, devi morire”: minacciata famiglia della sindaca

“Tu e la tua setta di pazzoidi e falliti 5stelle avete ucciso Torino. Bastarda cagna juventina. Adesso devi morire. Sappiamo dove vivi tu e la tua famiglia. Dormi molto preoccupata”. È il testo di una lettera di minacce recapitata a casa della sindaca di Torino, Chiara Appendino. A denunciare il messaggio anonimo, sui social, è la stessa prima cittadina. “Magari si tratta di uno scherzo di cattivo gusto – commenta la sindaca, annunciando di aver sporto querela – ma una cosa è certa: continuerò a svolgere con serenità il ruolo per il quale sono stata eletta”. La Digos di Torino ha già acquisito la lettera e le indagini partiranno dalla ricerca di eventuali impronte digitali. A un primo esame del timbro postale, la missiva è stata timbrata dalle Poste il 30 ottobre ed è stata scritta col normografo. Inoltre, sotto le minacce è stata disegnata una croce con un pennarello nero.

“Massima solidarietà per la nostra sindaca Chiara Appendino”, ha scritto il vicepremier Luigi Di Maio su Facebook, ma messaggi di solidarietà sono stati espressi da tutto il mondo politico e da Antonio Decaro, presidente dell’Anci e sindaco di Bari, a nome di tutti i sindaci italiani.

I 3 trafori da 21 miliardi inutili: colpa dei binari

Al governo per decidere al meglio su Tav e trafori (Frejus, Terzo valico e Brennero) manca un’analisi strategica. Questi tre nuovi “cuori” logistici, capaci di pompare oltre 600 treni merci al giorno, troveranno un sistema “circolatorio” inadatto. Da una parte la rete gestita da Rfi, e dall’altra la società Cargo delle Ferrovie dello Stato non saranno in grado di cogliere queste nuove enormi potenzialità.

La rete italiana è il fanalino di coda del trasporto merci comunitario con il 6% di quota di traffico contro il 18% di media europea, e il vettore merci pubblico Fs è il peggiore tra quelli dei maggiori Paesi europei. Un programma di tre trafori ferroviari in contemporanea per il costo complessivo di 21,1 miliardi (Frejus 8,6 miliardi, Brennero 5,9 e Terzo valico 6,6) è esagerato. Sarebbe meglio scansionare per priorità gli interventi ai valichi e non per scelta campanilistica (politica). Piemonte contro Veneto, Liguria contro Alto Adige per sostenere opere che per tutti sono prioritarie e strategiche senza sapere il perché.

All’indomani dell’apertura del traforo del Gottardo, 57 km costati 7,3 miliardi, inaugurato un anno e mezzo fa, la rete italiana si è trovata impreparata ad accogliere i treni dal nord Europa.

La gestione del traffico merci fa acqua da tutte le parti e il trasporto su camion risulta più competitivo rispetto a quello ferroviario, con costi inferiori del 30% e maggiore flessibilità. Prima dei nuovi trafori non sarebbe più opportuno sfruttare le capacità che ci offre il Gottardo pagato dagli svizzeri? E investire per portare il peso dei treni a 2.000 tonnellate la loro lunghezza a 750 metri, le sagome (larghezza) dei carri merci a 4 metri? Gli attuali standard sono obsoleti e al massimo raggiungono le 1.600 tonnellate di peso i 500 metri di lunghezza con sagome di 3,80 metri. A che serve transitare rapidamente dal Brennero o da un altro valico se prima o poi il treno va fermato e sdoppiato con costi che mandano in fumo il tempo di spedizione recuperato nel tunnel?

In un sistema a rete come quello ferroviario non ci sono scorciatoie: se si raggiunge rapidamente Genova e poi ci si trova un porto con bassi fondali, costi di gestione elevati, raccordi ferroviari sotto le prestazioni del terzo valico e banchine obsolete, la produttività di tutta la rete non migliora. Se Milano resta un nodo percorribile solo di notte per i treni merci e a velocità medie di 30 chilometri all’ora, se le linee che collegano Milano con il Gottardo, come la Luino e la Chiasso sono già congestionate, anche il traforo del Gottardo si rivela inefficace. A causa dell’inadeguatezza della rete italiana gli svizzeri hanno destinato all’adeguamento agli standard europei della sagoma e del modulo della nostra rete ferroviaria Luino Gallarate Milano, ben 120 milioni di euro. Gli svizzeri non solo hanno pagato l’infrastruttura in territorio svizzero. Ma poiché sul versante italiano, allo sbocco del Gottardo, la nostra rete di collegamento con Novara, Busto Arsizio e Milano non è stata nel frattempo potenziata, anche se sono piovuti, gratis, 120 milioni di euro.

La decisione svizzera è avvenuta con un referendum popolare e il meccanismo di finanziamento non è stato a fondo perduto ma il 65% dei costi è stato recuperato dal pedaggio dai Tir in transito, il 25% con l’accisa sulla benzina e il 10 dall’Iva. Idee ben chiare sui trasporti sostenibili guidate dal libro bianco europeo che il Paese terzo ha preso come oro colato, non solo a parole ma nei fatti.

Tav, in attesa della marcia dei 40 mila contro l’Appendino protestano in 500

L’obiettivo è portare in piazza 40mila persone il 10 novembre, ma alla prima protesta contro Chiara Appendino e i suoi no al Tav c’erano 500 persone. Ieri mattina in piazza Castello, sotto una pioggia leggera, alcuni cittadini stanchi dell’amministrazione pentastellata si sono dati appuntamento tramite i social network. #Torinodicebasta era l’hashtag creato sulla falsariga di quello di sabato scorso a Roma contro Virginia Raggi e rilanciato dopo il consiglio comunale nel quale la maggioranza M5s ha votato un atto contro il Tav scatenando opposizioni, imprenditori, professionisti e sindacati nonostante l’analisi costi-benefici sia appena iniziata (finirà quasi certamente con una bocciatura).

“Torino è in declino per l’Appendino”. E ancora: “Voglio Torino senza Appendino”. Questi gli slogan scanditi da alcuni manifestanti sotto gli occhi di alcuni esponenti del Pd e di Fratelli d’Italia. Tra i partecipanti pochissimi giovani. C’è chi vuole il Tv Torino-Lione, chi voleva le Olimpiadi e chi non vuole che la città si spenga. “Torino è abbandonata. C’è un ‘No’ per tutto – afferma Luciano Dagnano, pensionato e volontario delle Olimpiadi 2006 –. Da città industriale Torino è rinata con le Olimpiadi, ma questa amministrazione la fa ricadere a terra”. “Eravamo una città ricca di eventi di ogni tipo”, aggiunge un’altra volontaria, Giuliana Fragassi. Si aggiunge Giorgio, esperto di logistica cresciuto in Val di Susa: “Ci sentiamo contro l’ideologia della decrescita felice”. Si vedono anche industriali, come Giorgio Marsiaj, e professionisti come Carlo Alberto Barbieri, presidente dell’Istituzione nazionale urbanistica Piemonte ed ex rappresentante del Comune nell’Osservatorio del governo sul Tav, da cui la città è uscita dopo l’elezione di Appendino: “Torino vuole essere il capolinea della pianura padana o una cerniera con l’Europa? – domanda retoricamente –. Questa è un’opera che andrà a creare domanda e traffico. Appendino non può essere soltanto il sindaco dei suoi, ma di tutta la città”.

Il “cerchio vesuviano” tra Chigi e i due ministeri

E fa il vicepremier, il ministro del Lavoro, il ministro dello Sviluppo economico, il capo dei Cinque Stelle, il (quasi) capo del governo: un incarico largo per uno staff molto largo. Luigi Di Maio recluta la sua classe dirigente tra gli ex collaboratori in Parlamento, l’orbita di Casaleggio, gli amici di Pomigliano d’Arco (Napoli) e dintorni. Nei palazzi romani del potere c’è il ritorno dei campani come in epoca democristiana con gli irpini di Ciriaco De Mita. Questa è la stagione del “cerchio vesuviano”.

A differenza di Salvini, Luigi non ha indicato un capo di gabinetto per la struttura di Palazzo Chigi, ma s’affida – in sostanza – a una guarnigione di fedelissimi. Marco Bellezza è il consigliere giuridico – con un compenso annuo di 100.000 euro – che si occupa di innovazione, proviene dallo studio Portolano Cavallo, citato come esempio di lungimiranza per l’utilizzo dell’intelligenza artificiale in un rapporto della Casaleggio & Associati. Massimo Bugani e Pietro Dettori, invece, sono strettamente legati a Davide Casaleggio: la coppia assiste Di Maio da Chigi, ma è pure ai vertici dell’associazione Rousseau, la piattaforma che controlla il denaro e le politiche dei Cinque Stelle. Dettori è lo stratega della comunicazione (130.000 euro), Bugani è il vicecapo della segreteria particolare (80.000 euro). Il superiore di Bugani è Dario De Falco (100.000 euro), che ha studiato con Di Maio – in classe diversa, lui è dell’84 e Luigi dell’86 – al liceo classico “Imbriani” di Pomigliano d’Arco. Sara Mangieri (100.000), invece, è l’addetto stampa.

A rimpinguare il gruppo è arrivato Alessio Festa, funzionario di Montecitorio, prima distaccato presso lo staff del premier Giuseppe Conte (che neanche lo conosceva) e adesso nella formazione di Luigi. Festa è lo sguardo del vicepremier sui testi di legge e l’orecchio per ogni sospiro che trapela a Chigi quando il leader è lontano. Per esempio, Festa ha lavorato strenuamente a ricostruire il caso della “manina” che ha ritoccato il decreto fiscale.

Il referente di Di Maio al Mise è Vito Cozzoli (emolumento erogato dalla Camera), già capo di gabinetto con la ministra Federica Guidi, defenestrato da Carlo Calenda. Cozzoli ha ricostituito la tolda di comando nel governo renziano con la nomina a vice con mansioni di vicario di Giancarlo Carmelo Pezzuto (consigliere fuori ruolo della Corte dei Conti). Elena Lorenzini (anche lei Corte dei Conti) e Giorgio Sorial (110.000 euro, ex deputato M5S che ha bucato la rielezione) completano la squadra di Cozzoli.

Per la propaganda ai ministeri del Lavoro e dello Sviluppo economico, Di Maio ha richiamato Cristina Belotti (130.000) dal Parlamento europeo, pure lei allevata nella scuderia Casaleggio. Belotti a Roma può contare sul sostegno di Giorgio Chiesa (lo stipendio non è ancora definito) con i gradi di capo dell’ufficio stampa al Mise e di Luigi Falco (100.000 euro) al Lavoro. Chiesa era nella delegazione europea a Strasburgo dei Cinque Stelle, mentre il napoletano Falco era a Montecitorio con Di Maio.

L’avvocato Enrico Esposito (65.000), campano di Nola – autore di imbarazzanti tweet sessisti (s’è giustificato parlando di un gioco con l’uso di un alter ego) – è il vice capo dell’ufficio legislativo. Daniel De Vito (149.000 euro), trentenne di Avellino, dopo il rodaggio la scorsa legislatura nel gruppo parlamentare dei Cinque Stelle, ha conquistato i gradi di capo della segreteria tecnica al dicastero di via Veneto. Di Maio ha arruolato al Mise anche Elvira Raviele (36.000), una giovane avvocata, esperta di diritto amministrativo e di contrattualistica pubblica.

Il consulente per gli Affari Internazionali è Carmine America (36.000 euro), anch’egli studente al liceo classico di Pomigliano d’Arco.

Il leader del Movimento ha mantenuto una promessa da campagna elettorale e ha proposto un contratto da 46.800 euro a Sergio Bramini, l’imprenditore fallito pur vantando crediti con lo Stato.

Alla poco più che ventenne Francesca Mattiaci (24.000), già assistente della deputata pentastellata Marta Grande, Di Maio ha conferito il mandato di “collaborare con la segreteria per il supporto e la gestione dell’agenda del ministro”. Luigi ha libero ancora il posto di capo della segreteria perché Salvatore Barca (149.000 euro) – napoletano di Volla – è stato promosso segretario generale del Mise.

Dopo le polemiche per l’amicizia con Di Maio (e per il legame affettivo con lo stesso Barca), Assunta “Assia” Montanino di Pomigliano d’Arco non è più segretaria particolare al Mise, ma al Lavoro: nel passaggio ci ha guadagnato circa 400 euro all’anno, per un ingaggio totale di 72.881.

Trasferiamoci di fronte al Mise, al dicastero per il Lavoro. Bel salto per il messinese Giovanni Capizzuto (100.000 euro): era segretario particolare del deputato e concittadino Francesco D’Uva (oggi capogruppo alla Camera) e dal 18 giugno è responsabile della segreteria tecnica di Di Maio. Pasquale Tridico era nel governo lanciato da Di Maio prima del voto del 4 marzo, al momento è coordina i consulenti economici del pluriministro Luigi con un compenso di 35.000 euro.

Sorte migliore per Francesco Vanin: da assistente locale del parlamentare europeo Marco Zullo a “esperto del ministro” per 100.000 euro all’anno.

Salvabanche, vittime: “Ci avete tradito”. Di Maio: “Vediamoci”

“Il governo in materia di rimborsi ai truffati dalle banche non ha fatto niente di diverso da quello che ha fatto e che ha detto il Pd”. Lo scrive l’Associazione delle vittime del Salvabanche ricordando che erano state diverse le “cose promesse in campagna elettorale”. “Hanno preso un sacco di voti – si legge nella nota dell’associazione – promettendo che avrebbero ridato a tutti, indistintamente, l’intero ammontare del loro investimento perduto e, finalmente, dopo mesi di chiacchiere e slogan, arriva la norma di legge del governo M5S-Lega sui rimborsi”. Il riferimento dell’Associazione è a un rimborso parziale (solo nella misura del 30%) che verrà dato agli azionisti che hanno subìto un danno ingiusto, riconosciuto con sentenza del giudice o con pronuncia dell’arbitro. In questo senso per le vittime del Salvabanche si tratta di un provvedimento identico a quanto deciso dai governi guidati dal Pd. A rispondere ai truffati è stato il vicepremier Luigi Di Maio: “Nella manovra abbiamo stanziato 1,5 miliardi, 15 volte di più se paragonato all’elemosina di 100 milioni del vecchio governo”, scrive in una nota su Facebook. Che annuncia: “Questo giovedì ci vedremo, assieme alle altre associazioni e comitati”.

De Falco: “Voterò alcune modifiche dell’opposizione”

Non è piaciuta ai cosiddetti dissidenti 5 Stelle, l’anticipazione del libro di Bruno Vespa in cui Luigi Di Maio dice che chi si è messo contro il Movimento è “scomparso”. E in coro hanno ricordato al capo politico del Movimento che anche lui è destinato alla stessa fine, visto che è al secondo mandato. I toni sono ancora accesi, e i ieri, il senatore Gregorio De Falco, è tornato a ribadire la sua posizione sul decreto Sicurezza: “Se, come mi auguro, non verrà posta la fiducia, chiederò di sottoscrivere alcuni emendamenti presentati da altre forze politiche di cui condivido il contenuto: da Leu al Pd fino a FI. E se questi emendamenti verranno bocciati chiederò di fare una dichiarazione di voto in dissenso al gruppo”. In particolare, ha poi precisato De Falco, si tratta di un emendamento soppressivo dell’articolo che prevede il superamento degli Sprar di Luigi Vitali di FI, e poi alcuni emendamenti presentati da Loredana De Petris di LeU e di Francesco Verducci del Pd. Quanto alla fedeltà degli eletti al contratto di governo, ancora ieri la senatrice M5S Paola Nugnes ha voluto chiarire che non è “stato votato dal 94 per cento degli iscritti ma dal 94 per cento del 33 per cento che ha votato: il che equivale al 27 per cento…”.

Garofoli, la speranza dei 5Stelle. “Via subito dopo la manovra”

Gli articoli del Fatto su Roberto Garofoli – da quello sulla casa adibita a b&b ottenuta a ottimo prezzo dalla Croce Rossa, fino al pezzo che racconta dei soldi erogati in nero a un collaboratore della casa editrice della moglie e del suocero – ormai sono anche un caso politico. Con il Movimento che da giorni invoca “chiarimenti” dal capo di gabinetto del ministro dell’Economia Giovanni Tria. E che con alcuni suoi esponenti, come il senatore Elio Lannutti, ne chiede apertamente le dimissioni. Ma Garofoli resiste , forte anche dell’appoggio di Tria, che non vuole rinunciare al dirigente, soprattutto in una fase così delicata come quella dell’approvazione della manovra di bilancio.

E allora nel Movimento comincia a crescere la speranza (e l’obiettivo) che l’addio dell’ex capo di gabinetto di Pier Carlo Padoan sia solo rinviato a dicembre, appena dopo il varo della legge finanziaria. Così assicurano le indiscrezioni che filtrano dai Cinque Stelle. Mentre Tria continua ufficiosamente a difendere il dirigente, simbolo di quei tecnici del Mef che il M5S ha accusato più volte di voler ostacolare il governo. E d’altronde quello su Garofoli è solo uno dei tanti fronti aperti con il ministro dell’Economia, che continua a non concedere le deleghe ai sottosegretari, compresi i 5Stelle Alessio Villarosa e Laura Castelli.