C’erano una volta “i danni di Berlusconi”

Il rapporto tra i dem e la prescrizione è lungo più di tre legislature. E sembra tutto diverso da quella che raccontano ora i renziani – all’unisono con Forza Italia – alle prese con lo stop al decorso della prescrizione dopo il primo grado di giudizio voluto dal ministro Bonafede: “Norme incostituzionali, da Stato di Polizia”, dice Stefano Ceccanti. “La priorità deve essere quella di far funzionare la giustizia penale, investire in risorse, assumere personale e far partire il processo penale telematico”, gli fa eco Cosimo Maria Ferri, mentre il capogruppo Pd in commissione Giustizia, Alfredo Bazoli, si dichiara persino “preoccupato e sconcertato”. E pensare che nel programma elettorale dell’Unione per le elezioni 2006 (vinte) si leggeva: “I danni causati dal governo Berlusconi richiederanno anni per essere riassorbiti” e al primo posto tra i danni si elencava proprio la “prescrizione dei reati di corruzione contro la pubblica amministrazione inserita dalla ex Cirielli”. Impegno ribadito alle successive elezioni del 2008. Qualche anno dopo (ottobre 2011) in una nota congiunta l’opposizione comunicava di aver proposto la modifica “della prescrizione e della recidiva, che, sempre il governo Berlusconi, nel 2005 ha imposto con la ex Cirielli mandando al macero un enorme numero di processi incurante dei diritti delle vittime dei reati. Abbiamo proposto misure di accelerazione della giustizia penale, che fanno parte dei nostri disegni di legge che da 3 anni giacciono in commissione Giustizia”.

Due mesi dopo, appena dopo l’insediamento del governo Monti, la capogruppo democratica alla commissione Giustizia della Camera, Donatella Ferranti, caldeggiava la “necessità di adeguare, allungandoli, i termini di prescrizione dei reati di corruzione e prevederne la sospensione, almeno dopo il secondo grado di giudizio abrogando così gli effetti perversi prodotti dalla ex Cirielli”. Quattro anni fa, dopo la sentenza Eternit con la quale la Cassazione dichiarò prescritto il reato di disastro ambientale doloso, Matteo Renzi dichiarò in gramaglie: “Da premier dico processi più veloci, senza l’incubo della prescrizione. Ci sono dolori che non hanno tempo: mi colpiscono da cittadino, e mi fanno venire i brividi le interviste a qualche familiare che mostra una dignità pazzesca, che crede nella giustizia e continua a combattere”.

L’urgenza di combattere l’ “incubo” fu poi diluita nei 18 mesi di sospensione previsti dalla riforma Orlando dopo le sentenze di primo e di secondo grado. Coerenza vorrebbe che i protagonisti dell’annosa battaglia in merito tifassero per l’introduzione dell’emendamento. O, al contrario, che facessero autocritica, come chiede il “loro” Vincenzo De Luca: “Il Pd sui temi del diritto e dello stato di diritto ha avuto cedimenti drammatici e irresponsabili negli anni passati, speriamo si redimano”.

“Fondi trasparenti ai partiti e pene più alte ai ladri-evasori”

“Siamo a uno snodo culturale decisivo sul tema del finanziamento alla politica. Dobbiamo scegliere se vogliamo avvicinarci agli Stati avanzati o se vogliamo preservare l’opacità”. Raffaele Cantone da magistrato, ma soprattutto da presidente dell’Autorità anticorruzione, segue da vicino la triplice partita in Parlamento su prescrizione, trasparenza dei finanziamenti a fondazioni e partiti e revisione delle soglie di punibilità e delle pene per i reati fiscali.

Presidente Cantone, è d’accordo a fermare la prescrizione dopo la sentenza di primo grado come propone il governo con un emendamento al disegno di legge Anticorruzione?

Il tema va affrontato. Pochi Stati prevedono la prescrizione che da noi è spesso quasi un’amnistia, visto il numero di processi che si chiude così. Il ministro Orlando aveva fatto uno studio: in alcune Corti d’appello e tribunali i numeri delle prescrizioni erano particolarmente alti senza alcuna correlazione con il numero di reati commessi sul territorio. E questo dimostra che il problema della prescrizione è prima di tutto di organizzazione degli uffici giudiziari.


La soluzione Bonafede la convince?

No. Il principio della ragionevole durata del processo cozza con l’idea che questo possa non avere più limiti di tempo dopo una sentenza di primo grado. Se il problema della prescrizione è prima di tutto organizzativo, una norma del genere non rende più efficienti gli uffici giudiziari, ma anzi tranquillizza, perché non c’è più alcuna urgenza di chiudere il processo.


Ma oggi gli avvocati hanno incentivi a tattiche dilatorie che sovraccaricano gli uffici.

I numeri bassi di alcuni uffici di prescrizione, a parità di tattiche dilatorie, dimostrano che è soprattutto un problema organizzativo. Se la tattica è quella di portare avanti i processi senza limiti, per neutralizzarla bisogna prima intervenire su alcune norme del codice per togliere gli appigli normativi. Non basta bloccare la prescrizione. Poi ho un’obiezione di tipo ideologico: un soggetto deve essere condannato per quello che è in quel momento. Che senso ha condannare un impiegato pubblico per corruzione 20 anni dopo il fatto quando sarà già in pensione?


Un altro emendamento dei 5Stelle al disegno di legge Anticorruzione vuole alzare le pene e abbassare le soglie di punibilità per i reati fiscali. È d’accordo?

Sono favorevole, nel nostro Paese l’evasione deve essere considerata una cosa grave. L’evasore fiscale è un ladro di risorse pubbliche e come tale va trattato. Chi evade un milione di euro deve essere trattato come chi ha fatto un furto da un milione di euro. Con il decreto Sicurezza si sono ampliate le pene per i furti in abitazione, non vedo perché non dovrebbe essere così anche con chi ruba a tutti.


Una stretta che arriva però in parallelo all’ennesimo condono fiscale.

Il condono riguarda il passato. È vero che a ogni nuovo provvedimento di clemenza i contribuenti maturano l’aspettativa che presto ne arriverà un altro e gli onesti si sentono sempre più danneggiati. Ma la modifica delle soglie di punibilità dei reati fiscali riguarda il futuro. È anche un contrappeso al condono.


La Lega invece propone un emendamento per fermare le nuove norme sulla trasparenza delle donazioni a partiti e fondazioni, cancellando anche il divieto di ricevere fondi da Stati stranieri.

La trasparenza va mantenuta. Fondazioni e associazioni devono essere trattate come i partiti politici. E un soggetto pubblico straniero che fa una donazione a un partito tramite una fondazione interferisce con la politica di uno Stato. Potrebbe essere invece un eccesso impedire ai privati stranieri di fare donazioni, ma serve comunque trasparenza. La parte della legge Anticorruzione sulle fondazioni è un grande salto culturale che prende atto che è cambiato il finanziamento alla politica e quindi sale la necessità di controllo.


Rimpiange il finanziamento pubblico?

Abolirlo è stato un errore. C’erano stati abusi inaccettabili ma bisognava intervenire sugli abusi, con controlli in entrata e in uscita sui bilanci dei partiti. Si sarebbe potuto salvare un importante meccanismo democratico.


Avete indagato sul sistema delle concessioni. Che avete scoperto?

Abbiamo voluto capire, già prima della tragedia di Genova, lo stato delle concessioni per emanare poi linee guida su quante attività i concessionari devono appaltare all’esterno. Siamo rimasti stupiti dalla quantità di concessioni su cui neppure i concedenti avevano informazioni, per esempio sul gas. Le proroghe durano da tempo immemorabile, senza gare. Alcuni concessionari si sono rifiutati di collaborare e sono arrivati a impugnare il provvedimento con cui chiedevamo gli atti, in particolare i concessionari aeroportuali.


Anche Adr dei Benetton?

Certo, fa parte dell’associazione dei concessionari aeroportuali che ha impugnato con ricorso straordinario al presidente della Repubblica il provvedimento con cui chiedevamo informazioni. I concessionari sono soggetti che utilizzano beni pubblici. Lo Stato decide di far gestire questi beni ai privati, ma alcuni si considerano ormai i veri proprietari. Abbiamo segnalato tutto a Palazzo Chigi e ai ministeri competenti. Speriamo intervengano.

Prescrizione, Lega di guerra. “Lo stop è bomba nucleare”

Via i guantoni e colpi sotto la cintura. Gli alleati per forza, ormai, si picchiano forte, dritto, sempre. E stavolta la miccia per il ring di governo è la prescrizione. Un ottimo pretesto per la Lega, che vede i Cinque Stelle deboli: in calo nei sondaggi, soprattutto nel Nord dove Matteo Salvini sfonda ovunque. E infiacchiti dai dissidenti in Senato sul dl Sicurezza e dal reddito di cittadinanza che sta diventando un pasticciaccio. Così, dopo la pioggia di controproposte per uccidere le norme sulla trasparenza sui soldi ai partiti, il Carroccio assalta l’emendamento grillino al disegno di legge Anticorruzione. E lo fa con Giulia Bongiorno, ministro per la Pubblica amministrazione, e già avvocato del prescrittissimo (per mafia) Giulio Andreotti. “Bloccare la prescrizione dopo il primo grado è come mettere una bomba atomica nel processo penale, non posso accettarlo” scandisce a L’intervista su SkyTg24”.

Una dichiarazione di guerra, “pronunciata dal ministro che collabora di più con il Guardasigilli Alfonso Bonafede”, notano nel Movimento. E infatti a risponderle è il diretto interessato, Bonafede, con puntuta nota: “Stimo Bongiorno, ma sulla prescrizione si sbaglia. La bomba atomica che rischia di esplodere è la rabbia dei cittadini di fronte all’impunità”. E di seguito, l’elenco di quelli che la norma la reclamano: “Chi va a spiegare ai familiari delle vittime della strage di Viareggio che il tempo è scaduto per i primi due reati e non avranno una giustizia piena? Vale per loro come per il processo Eternit, il terremoto de L’Aquila, l’inquinamento dell’impianto di Marghera”.

E poi la chiosa, che è un pugno: “È finita l’era dei furbi e dei loro azzeccagarbugli che mirano a farla franca, con la riforma gli unici a dover temere sono i colpevoli”. Insomma, il M5S ora (ri)picchia. E lo conferma il senatore Gianluigi Paragone, ex direttore de La Padania, che evoca accordi inconfessabili: “Se nella Lega c’è ancora qualche nostalgico degli accordi con Berlusconi, Cesaro e compagnia varia, ce lo faccia sapere apertamente”. Parole che avrebbero fatto arrabbiare Salvini, dicono. Ma per capire il clima ieri bastava leggere il Luigi Di Maio che non voleva mai litigare con l’altro vicepremier, ma che sul Corriere della Sera ha calato l’avvertimento: “Esiste un contratto di governo e va rispettato, se c’è chi dubita è un rischio per tutti”. Tradotto, il vicepremier ha capito che è ora di ridarle al vicino di tavolo, altrimenti rischia di perdere moltissimo: la partita dei provvedimenti da far passare, e il controllo del Movimento, dove in parecchi lo invitano a metterci la gamba.

E tra questi c’è il sottosegretario a Palazzo Chigi Stefano Buffagni, vicino a Di Maio, che da lombardo conosce bene il Carroccio. E che al Fatto dice: “Dobbiamo rimanere uniti e farci rispettare dalla Lega, sempre. Non dobbiamo mai avere paura di alzare la voce, e i nostri temi vanno messi al centro del dibattito”. Quindi ora che si fa? “Serve un confronto vero su tutto, senza timori”. Quindi anche sulla prescrizione, che è nel contratto, anche se con formula vaga (“riforma efficace”). E infatti ora i leghisti puntano a fermare l’emendamento calato dal M5S nel ddl spazzacorrotti, per riportare il tema al tavolo di governo. E ridiscuterlo. Però la battaglia infuria. E non la placa il Salvini di ieri, che da una parte rassicura: “Con il M5S stiamo lavorando bene, il governo ha un’altissima popolarità e sono soddisfatto delle leggi fatte e di quelle in cantiere”.

Ma l’elenco dei provvedimenti è un marameo agli alleati: “Legittima difesa, reddito di reinserimento al lavoro, stop sbarchi, riforma della Fornero”. Ovvero tre pilastri della Lega e uno solo del Movimento, il reddito di cittadinanza storpiato in reddito di reinserimento. Non a caso, perché il Carroccio vuole smontare la misura totem del M5S. Con il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti, numero due di Salvini, che vuole rinviarla in autunno. Giocando di sponda con il ministro dell’Economia Giovanni Tria. “C’è preoccupazione sul reddito, la questione si sta complicando”, sospirano più voci nel M5S.

Però adesso c’è da combattere su altro. Domani, nelle commissioni Giustizia e Affari costituzionali alla Camera, i 5Stelle dovranno difendere gli emendamenti al ddl Anticorruzione su prescrizione e manette agli evasori. Le opposizioni li valutano come “inammissibili”. E la Lega è della stessa idea. Perché le Europee sono già all’orizzonte.

Berluspubblica

Quando, non bastando i De Benedetti, si ritrovarono come editore pure gli Agnelli, i colleghi e soprattutto i lettori di Repubblica e dell’Espresso ci mossero a sentimenti di umana solidarietà. Poi l’altroieri abbiamo letto il commento furibondo di Stefano Cappellini (gemello di quello di Mattia Feltri sulla sorella Stampa) contro la norma Bonafede che blocca la prescrizione alla sentenza di primo grado: “giustizia ancora più lenta e senza garanzie”, “calpestati i fondamenti di uno Stato di diritto degno di chiamarsi tale”, “giustizialismo”, “sentenza mediatica”, “peggioramento dello stato delle cose”, “barbarie giuridica”, “tribunali dell’Inquisizione”. E abbiamo immaginato la reazione dei colleghi e soprattutto dei lettori, che avranno controllato più volte la testata del giornale che avevano in mano: vedi mai che l’edicolante, per sbaglio, gli avesse rifilato una copia de il Giornale, o del Foglio, o di Libero, che la prescrizione l’han sempre descritta come una manna dal cielo da rendere obbligatoria per legge. Invece no, era proprio Repubblica: quella che fino all’altroieri tuonava contro lo scempio della prescrizione e ne invocava la morte violenta: facendola decorrere da quando il reato viene scoperto (non da quando viene commesso) e spirare alla prima sentenza, o al rinvio a giudizio, o addirittura alla richiesta del pm. Come nei Paesi civili.

Digitate su Google le parole chiave Repubblica/Espresso, prescrizione, colpo di spugna, impunità, vergogna, allarme, choc, e troverete vagonate di tonitruanti editoriali, allarmate interviste e sdegnate inchieste su quest’amnistia selettiva per colpevoli ricchi e potenti, che salvò dalla galera quasi tutti i ladroni di Tangentopoli e poi, con l’ulteriore riduzione dei termini dell’ex Cirielli, anche B. (otto volte!) & C. Vesti stracciate per “il milione e mezzo di processi estinti in dieci anni”, perché “la Corte europea ci condanna: ‘Mini prescrizioni aiuto agli evasori’” e applausi scroscianti al Pd che prometteva (senza mantenere) di arrestare l’“inverno dei diritti” con “130 mila processi penali in fumo ogni anno”. Cos’è cambiato? Che ora la riforma sempre invocata da Repubblica la fanno i 5Stelle. Quindi dev’essere sbagliata per forza. Anzi: “giustizialista”, “barbara”, “inquisitoria” (Cappellini), roba da “oranghi” e “bifolchi del diritto”, da “codice di Hammurabi”, da “Stato tiranno” (Feltri jr.). B. non saprebbe dire meglio e si spera che non chieda il copyright agli ex nemici giurati. Intanto il suo degno compare Salvini si mette di traverso, con tanti saluti alle vittime dei reati a lui tanto care (a chiacchiere).

E la sua ministra Giulia Bongiorno dice che lo stop alla prescrizione sarebbe “una bomba atomica sul processo” perché – tenetevi forte – “la prescrizione ha un’etica e non si può tenere in ostaggio un imputato tutta la vita”. L’etica della prescrizione funziona così: uno stupra una bambina, o incassa una mazzetta, o truffa un cliente, o rapina una gioielleria, o ammazza decine di persone con l’amianto o altre sostanze inquinanti, o tresca con la mafia. Poi approfitta della lunghezza dei processi (nell’unico Paese al mondo dove per chiuderli ci vogliono almeno tre sentenze, tutte “in nome del popolo italiano”, dal che si deduce che l’Italia ha tre diversi popoli), a cui spesso contribuiscono i suoi onorevoli avvocati con ricusazioni, istanze di astensione e rimessione, legittimi impedimenti e altri cavilli da azzeccagarbugli e, quando scatta la prescrizione, comincia a strillare che è stato assolto, dunque era innocente, dunque l’hanno perseguitato, dunque chiede i danni. O manda in giro il suo onorevole avvocato: tipo la Bongiorno, che strillò “assolto! assolto!” quando Andreotti fu prescritto per il “reato commesso” di mafia fino al 1980.

Ora, per carità, che a difendere l’“etica della prescrizione” sia la lobby degli avvocati, nulla di strano: siccome sono 180 mila, sei volte quelli di tutta la Francia, la prescrizione è un ottimo rimedio alla disoccupazione. Idem per i padroni dei giornaloni: molti di loro, senza Santa Prescrizione, non farebbero gli editori, ma i galeotti. Ma c’è un limite persino alle frottole: tipo che la prescrizione è una “garanzia” processuale e che bloccarla allunga vieppiù i processi di cui la Costituzione garantisce la “ragionevole durata”. In realtà la prescrizione non è la conseguenza, ma una delle prime cause della lunghezza dei processi. Il processo accusatorio, importato nel 1990 in Italia dai Paesi anglosassoni, è tutto orale e dunque lunghissimo (specie se non si mettono filtri e freni alle impugnazioni, come in Usa e Gran Bretagna, dove i ricorsi accolti sono rarissimi). Il sistema può reggere solo se l’80-90% degli imputati – quelli colpevoli – patteggiano o rinunciano al dibattimento per essere giudicati in abbreviato, in cambio di sconti di pena. In Italia lo fanno solo i fessi: chi sceglie il dibattimento e i tre gradi di giudizio non rischia nulla (nemmeno un aumento della pena) e quasi sempre incassa la prescrizione. Cancellandola almeno dopo il primo grado (ma sarebbe molto meglio dopo il rinvio a giudizio), nessun colpevole avrà più interesse a tirarla in lungo, salvo che sia un masochista e voglia pagarsi altri 4 o 5 anni di parcelle per essere condannato comunque. Così i dibattimenti diventerebbero un’eccezione e i riti alternativi la regola. E i processi durerebbero tutti molto meno. Per la gioia degli innocenti e delle vittime, che avrebbero giustizia in tempi ragionevoli. Quello che lorsignori fingono di non sapere è che la prescrizione riguarda i colpevoli. Gli innocenti non hanno nulla da prescrivere: infatti vengono assolti. Abbiamo passato 25 anni a spiegarlo (invano) ai berlusconiani. Mai avremmo immaginato di doverlo spiegare un giorno ai repubblichini.

“Favori a Psg e City: violarono fair-play finanziario”

Una nuova riforma della Champions League per dare ancora più soldi ai club ricchi, alleggerire loro i limiti del fair play finanziario ed evitare che se ne andassero, formando una Super Lega fuori dall’Uefa. È quanto successo negli ultimi anni, secondo quanto anticipato da L’espresso, con l’organismo calcistico europeo impegnato a scongiurare la fuga di Barcellona, Real Madrid, Bayern Monaco, ma pure delle italiane Juventus, Roma, Milan e Inter. Stando ai documenti della nuova Football Leaks,

a Paris Saint Germain e Manchester City sarebbe stato concesso di violare le regole del fair play finanziario “con l’aiuto di Platini e Infantino”, ex factotum della Uefa.

A partire dal 2016, poi, si sarebbero tenuti diversi incontri tra le dirigenze dei più grandi club europei e il board della Uefa, al quale era stata prospettata la possibilità di una nuova Lega indipendente in cui le squadre si sarebbero potute spartire maggiori proventi. L’espresso racconta come Real Madrid, Barcellona, Bayern, Juventus, Milan, Manchester United e Arsenal si fossero dati appuntamento a marzo del 2016 in un lussuoso hotel di Zurigo per mettere le basi per la nuova competizione, utilizzata poi come pistola sul tavolo per far pressioni alla Uefa e cambiare la formula della Champions League a loro vantaggio. Obiettivo raggiunto, perché l’anno seguente l’organismo europeo avrebbe poi approvato una riforma che prevedeva l’aumento delle squadre qualificate ai gironi per i quattro maggiori campionati (tra cui l’Italia) e, soprattutto, una diversa distribuzione dei proventi in favore dei club più grandi.

Djokovic “il salvato” si riscopre ironico e gioca con Fiorello

Novak Djokovic è tornato: il campione serbo è riuscito a superare la crisi di gioco, forma e risultati che ha attraversato nel 2017 e da lunedì sarà di nuovo il numero uno del tennis mondiale. Il segreto? Fiorello: “Da Parigi voglio salutare il mio grande amico Rosario” – ha svelato in un’intervista a Radio Deejay. “Grazie ai suoi consigli e ai miei colpi, tecnicamente, sono ritornato al numero uno. Grazie Fiore, mi hai aperto una dimensione della vita che è straordinaria”.

Chi conosce Nole, il suo talento, non solo con la racchetta in mano ma anche davanti a telecamere di ogni genere, poteva intuire che c’era qualcosa di sospetto. E la conferma arriva poco dopo proprio dal diretto interessato, Fiorello, che ci svela lo sketch: “Era un gioco: gli ho chiesto io di farmi un audio da mettere in radio, poi qualcuno ha trascritto tutto e la notizia è diventata virale”.

Il problema è che non sono solo i media ad averlo preso troppo sul serio: “Mi hanno già chiamato due scuole di tennis che adesso vogliono che io vada a dare consigli per i loro giocatori”.

Era tutto uno scherzo, insomma. Non è stata uno scherzo, però, la sua crisi. Nel 2016 la carriera di Djokovic è sembrata come spezzarsi in due, proprio quando pareva essere arrivata all’apice: dopo aver vinto il Roland Garros, l’ultimo titolo che gli mancava in bacheca, con la strada spianata verso il Grande Slam (impresa che manca dai tempi di Rod Laver, ultimo a riuscirci nel ’69), ha cominciato lentamente a smettere di vincere, per poi sparire praticamente dal circuito nel 2017.

Un infortunio al gomito, probabilmente sottovalutato, una piccola operazione alla mano, un calo di forma e forse di motivazioni non bastano a spiegare la discesa verticale di uno dei più grandi campioni dell’era moderna. Il problema vero era anche nella testa: lui, che ha costruito i suoi successi con la meccanica di un robot, è andato in cortocircuito. A giugno 2018 era precipitato addirittura al n. 22 del ranking: la risalita non è stata facile, e ha a che fare tutta col suo tennis e con la tenacia, il suo colpo migliore. Fiorello c’entra poco, nonostante i due siano legati da una vecchia amicizia, che ha portato Djokovic più volte a essere ospite nei programmi del conduttore: nello show del 2009 su Sky, ad esempio, si era esibito in una delle sue gag più esilaranti, l’imitazione di Maria Sharapova.

Perché Nole è così: meticoloso e zelante sul campo, istrionico nella vita, con il suo humour serbo sempre tagliente e mai banale.

Anche di questo si era un po’ perso traccia nella lunga eclissi della sua carriera: le sconfitte lo avevano provato, trasformato da cabarettista in filosofo un po’ amareggiato. Finalmente il peggio è passato: il 2018 ci ha restituito il vero Djokovic, con la vittoria a Wimbledon e agli Us Open, il n. 1 nella classifica mondiale. E gli scherzi con l’amico Fiorello.

Adesso non ci sono proprio più dubbi, Nole è di nuovo lui: gli è tornato pure il buonumore.

Basta un verso di Ovidio. E il mito diventa arte

Da pochi giorni si è aperta alle Scuderie del Quirinale una mostra dedicata al bimillenario di Ovidio. Gioielli e affreschi antichi, alcuni di forma fallica e dedicati alle varie posizioni dell’accoppiamento, si alternano a quadri e sculture dal Medio Evo in poi. Alti e tragici miti, dalla morte di Adone alla caduta di Fetonte e a quella di Icaro, da Orfeo ad Atteone che – trasformandosi in cervo – viene sbranato dai suoi stessi cani. Poi meravigliosi e rarissimi codici. Consiglio di visitarla: con questa mostra la nostra patria si è lavata gli sputi dalla faccia, quelli che portava per l’ignavia mostrata verso uno dei più grandi Poeti mai vissuti, e proprio nostro, abruzzese di Sulmona. E l’Italia gli sputi dalla faccia per Ovidio se li è lavati due volte.

L’altra è con un volume – un evento per la cultura mondiale – ramificato com’è non solo nel mondo latino e greco, ma nella storia culturale italiana, francese, inglese, tedesca.

È La dotta lira. Ovidio e la musica (Marsilio, pp. 427, euro 22). L’autore – i lettori del nostro giornale lo conoscono bene – è uno dei più grandi nostri uomini di cultura, ma anche dei più amabili e simpatici amici, e dei più corrosivi nemici, che l’Italia possegga: Paolo Isotta. È un evento non solo per la sua altissima qualità letteraria, intellettuale e filosofica, ma perché è il primo mai dedicato al rapporto fra il Poeta di Sulmona e la musica.

Isotta spiega che Le metamorfosi e I Fasti sono il più ampio catalogo mitologico che mai la poesia abbia tentato. Nemmeno Omero e Virgilio hanno influenzato le arti della figura quanto il Poeta di Sulmona. Ma aveva pensato qualcuno che lo stesso vale per la musica? Nessuno: prima di “Paolino”. Lui si è messo a considerare il fenomeno storicamente. E si è accorto che, almeno dall’Orfeo di Poliziano (Mantova, 1480) alla Dafne di Strauss, 1938 (la ninfa che, ghermita da Febo, si trasforma in alloro), un filo ininterrotto lega Ovidio all’opera lirica (che nasce in suo onore: Dafne, Firenze, 1598). Alla sinfonia, al poema sinfonico, al “melologo”, alla cantata, al concerto, alla sonata.

Isotta scova cinque secoli di musica, che stavano lì, davanti agli occhi di tutti, ma attendevano qualcuno capace di vedere il filo che li lega. Monteverdi, Cavalli, Scarlatti, Pergolesi, Porpora, Händel, Gluck, Dittersdorf, Haydn, Berlioz, Liszt, Offenbach, Suppè, fino al trionfo di Strauss, sono i principali nomi toccati. E dico il trionfo di Strauss giacché questo sommo compositore, incurante di avanguardia, espressionismo, impegno politico, attraversa il mondo classico e Ovidio dall’Arianna a Nasso del 1916 a L’amore di Danae del 1942.

La Dafne è l’oggetto del mirabolante ultimo capitolo del libro perché Isotta lega questo capolavoro alle origini del teatro musicale e spiega che solo allo stile sinfonico moderno è dato addirittura simboleggiare con le sue architetture il processo della metamorfosi da uno stato all’altro dell’esistenza. Ciò che Ovidio fa coi suoi versi e che la musica non è pronta prima della fine dell’epoca classica e romantica. E per un altro motivo l’ultimo capitolo è dedicato a Dafne. Isotta si è accorto che più di trent’anni prima, in Alcyone, il Comandante Gabriele d’Annunzio ha rifuso in versi lo stesso mito, e con un virtuosismo e una profondità nella riflessione e rimeditazione sul mito che lo rendono pari allo stesso compositore. Avreste mai pensato che Strauss e D’Annunzio, i quali personalmente si odiavano, siano due fratelli nell’arte, e tutti e due figli di Ovidio? Doveva arrivare un napoletano a mostrarlo.

Questo non è un libro di un musicologo né scritto per musicologi. È un libro di storia della cultura e della poesia. È un libro sull’Europa dal Medio Evo in poi e sul suo rapporto con Ovidio. C’è la maestria di un filologo grecista e latinista, oltre che storico della musica. Ma, di tutti quelli di “Paolino”, il più piano stilisticamente. Alla fine, la Dotta lira, è un’opera letteraria, e quasi di narrativa, della quale i personaggi non sono solo le grandi figure della mitologia, Arianna, Medea, Apollo, Ercole, Giove, Giunone, Mercurio, Proserpina, Marte, Orfeo… Sono anche i poeti che hanno preparati i testi per i compositori traendoli da Ovidio. Sono i musicisti. Sono i pubblici d’Europa per cinque secoli. E personaggio è lo stesso Paolino, nel più letterario dei suoi libri. Nel più dotto, ma anche nel più piacevole.

Affrettatevi per goderlo e per farne incetta – in libreria – per le Strenne di Natale.

Lui mi ha detto: “I latinisti e i musicologi mi chiameranno concordemente un dilettante. Ma a sessantotto anni, ti immagini quanto me ne fotto…”.

Cattivissimo Trump rimette l’embargo all’Iran

Nessuno credeva che l’Amministrazione Trump avrebbe posticipato l’embargo del petrolio iraniano dopo essere uscita nel maggio scorso dall’accordo sul Nucleare voluto e firmato dall’ex presidente Obama nel 2015 assieme al quartetto europeo e alla Russia. L’implementazione, che decorre dal prossimo lunedì, era già stata annunciata quando, dopo la clamorosa decisione del ritiro statunitense, tre mesi fa entrò in vigore il primo pacchetto di restrizioni economiche. Quello attuale è finalizzato soprattutto a impedire l’acquisto del greggio di Teheran da parte delle nazioni che usano il sistema bancario statunitense. Nel memorandum viene specificato l’ingresso nella blacklist dell’Irisl (Islamic Republic of Iran Shipping Line), ovvero la Marina mercantile del Paese, della South Shipping Line Iran (Ssli) e delle loro affiliate.

L’obiettivo della Casa Bianca – Sanctions are coming, lo sberleffo su Twitter di Trump a Teheran, parafrasando il motto della nota serie tv Game of Thrones, Winter is coming – è di indebolire il più possibile l’economia della teocrazia islamica, quinta produttrice mondiale di petrolio, per aumentare il malcontento degli iraniani e spingerli a ribellarsi contro il regime quarantennale degli ayatollah, considerato il nemico numero uno non solo da Trump ma anche dagli israeliani e dai sauditi, i principali alleati di Washington nella regione. I nomi delle istituzioni finanziarie iraniane che gli Stati Uniti hanno messo nella lista nera non sono stati resi noti. Il Segretario di Stato Mike Pompeo ha tuttavia esentato dal piano 8 Paesi, nessuno però membro dell’Ue che quindi dovrà astenersi dal comprare olio e gas, pena multe assai salate e lo stop dei rapporti commerciali con Washington.

Pompeo non ha fatto il nome di questi Paesi, ma è quasi certo che tra questi ci siano Giappone, India, Corea del Sud e Turchia.

Qualche ora dopo le affermazioni di Pompeo, le parole del ministro dell’Energia turco, Fatih Donmez, hanno di fatto confermato che Ankara ha ottenuto una deroga, probabilmente come ricompensa per aver scarcerato e consentito il ritorno negli Usa del pastore evangelico Andrew Brunson (accusato dai turchi di legami con il golpisti) e per non avere rese pubbliche le registrazioni audio nelle mani degli inquirenti turchi dell’efferato omicidio del giornalista dissidente Khashoggi, fatto a pezzi nel consolato saudita di Istanbul da una squadra di fedelissimi del principe ereditario Mohammed bin Salman, che Trump e il premier israeliano Netanyahu ritengono un argine contro l’espansione dell’influenza iraniana in Medio Oriente. L’Iran si sta scontrando con Ryad sui terreni di paesi terzi come Siria, Libano e Yemen. “Questa parte della campagna d’embargo è volta a privare il regime delle entrate che usa per diffondere morte e distruzione in tutto il mondo”, ha detto Pompeo.

L’Iran ha detto di non essere preoccupata per la re-imposizione delle sanzioni, che riguardano anche le industrie navali e gli istituti bancari.

Del resto è dalla rivoluzione khomeinista del 1979 che la popolazione iraniana sperimenta le conseguenze delle sanzioni americane, buona parte delle quali erano state revocate con la firma dell’accordo sul nucleare nel 2016.

L’Iran produce quasi il 4% della fornitura giornaliera di petrolio del mondo e negli ultimi 30 anni ne ha esportato in media due terzi di questo, Stati Uniti esclusi. Durante la metà degli anni 70 ci fu il periodo di massima espansione del settore petrolifero iraniano che forniva il 10% della produzione globale. Gli ayatollah sono sempre riusciti a eludere in parte le imposizioni del “Grande Satana” attraverso lo spegnimento dei transponder della propria flotta che include più di 30 superpetroliere, usando alternative al dollaro per i pagamenti, o vendendo petrolio grezzo a raffinatori privati, in grado poi di farlo arrivare a destinazione.

Khashoggi morto, le foto sono prese da un western

Pare che il corpo del giornalista Jamal Khashoggi sia stato sciolto nell’acido, ma prima (forse) è stato smembrato nel consolato dell’Arabia saudita di Istanbul. Ora circolano immagini che vengono presentate come foto del delitto. Nella più raccapricciante si vede una testa decapitata accanto a sacchi neri, la pelle è stata scuoiata e stesa sul pavimento. Poi ci sono arti mozzati appoggiati su altri sacchi. E la più didascalica: un uomo morto o morente che pare Khashoggi con una specie di bandiera americana vicino al collo e una scritta realizzata con qualche software rudimentale: “Jamal”.

Queste foto sono false. I Servizi segreti italiani, secondo quanto risulta al Fatto Quotidiano, hanno analizzato quella della testa mozzata e sono giunti alla conclusione che non si tratti affatto di Khashoggi. Probabilmente sono foto di violenze commesse in qualche guerra remota per geografia e collocazione temporale. Un’altra fonte ha segnalato al Fatto l’origine di quella che sembrava più somigliante, quella dell’uomo morto con la bandiera americana. Non si tratta del giornalista saudita ma di un personaggio del film El Gringo, dimenticata pellicola americana di Eduardo Rodriguez del 2012, ambientata in Messico. La somiglianza tra l’attore e Khashoggi è comunque impressionante, stessa barba, bianca negli stessi punti, stessa forma del viso. Vista la scarsa notorietà del film, anche costruire quel falso non è un lavoro semplice. A meno di non usare un software di riconoscimento facciale in grado di trovare sul web qualche immagine analoga a quella che si vuole replicare, il viso di Khashoggi.

Non c’è ragione di pensare che siano autentiche anche le altre foto, quelle con gli arti tagliati e quelle in cui si vedono persone che trasportano valigie nere di dimensioni adatte a contenere un cadavere smembrato.

Anche foto false possono però raccontare una storia vera. Secondo l’interpretazione che circola negli ambienti dell’intelligence, la storia vera è quella delle tensioni crescenti tra le autorità turche e quelle saudite nell’indagine. Il procuratore di Istanbul, Irfan Fidan, ha detto che secondo le indagini, Khashoggi è stato strangolato appena entrato nel consolato saudita di Istanbul e poi il suo corpo è stato fatto a pezzi. Saud al-Mojeb, controparte saudita di Fidan, ha detto invece che dopo due giorni di discussioni con i turchi “non c’era alcun risultato concreto”.

Mentre una fonte anonima saudita aveva fatto filtrare la versione che il giornalista inviso al principe Mohammed bin Salman era morto in una colluttazione con un “collaboratore locale” che poi avrebbe avvolto il corpo – intatto – in un tappeto. Si sarebbe trattato di una estradizione (comunque illegale) finita male, ma di cui Ryad non avrebbe responsabilità formali dirette. Una versione che non ha finora trovato la minima base d’appoggio e che sembra l’ennesimo tentativo di depistaggio.

Le foto false, a loro volta un ulteriore strumento di depistaggio, potrebbero quindi essere funzionali al governo turco per contestare la ricostruzione saudita fasulla. E dimostrare che anche dal lato di Istanbul si possono produrre prove fasulle per pilotare se non le indagini almeno le reazioni dell’opinione pubblica. Alla prima foto del cadavere di Khashoggi smembrato – vera o falsa che sia – diffusa dai media, la posizione di bin Salman e dei sauditi diventerebbe molto più difficile.

Novara: vietati abiti succinti, bici legate ai pali e vetro in strada

Più che intimorire, il nuovo regolamento della polizia municipale di Novara, approvato dopo 90 anni dall’amministrazione guidata dal leghista Alessandro Canelli, provoca le ironie sui social network e il fastidio degli esercenti. A destare scalpore è soprattutto il divieto di “mostrarsi in pubblico in abiti che offendano il comune senso del pudore”, un’espressione che rimanda a molti decenni fa: “È un concetto giuridico, ma è dinamico – si giustifica l’assessore alla sicurezza Mario Paganini –. Volevamo dare un appiglio formale a quelle situazioni che spesso capitano e che mettono a disagio. Si può stare in costume da bagno in piscina, ma non entrare a teatro. La polizia locale valuterà caso per caso, ma non vogliamo essere bacchettoni o bigotti”. Le opposizioni, però, contestano anche altri aspetti: l’estensione delle norme anti-alcol che rischia di impedire anche la vendita di latte dopo una certa ora, il divieto indiscriminato di legare le bici al palo e le difficoltà che gli agenti troveranno nel far applicare tutte le nuove norme: “Ci rivolgeremo al prefetto”, afferma l’ex sindaco e capogruppo Pd Andrea Ballaré.