L’ultimo patriarca delle cosche di Platì muore in carcere a Parma: aveva 91 anni

Carcere di Parma, reparto ospedaliero, sono le 22:40 di giovedì, pochi secondi dopo muore Francesco Barbaro, alias Ciccio u Castanu, 91 anni, ritenuto da investigatori e magistrati, padrino della ’ndrangheta, sovrano dell’Aspromonte, versante Platì. Era il detenuto più anziano d’Italia. Nel 2013 era stato scarcerato, dopo una lunghissima detenzione per il sequestro di Tullio Fattorusso avvenuto nel 1981 con il pagamento di 500 milioni lasciati sotto al crocifisso di Zervò nel cuore della Montagna. Uscito era tornato nella sua casa in via Francesco Fera a Platì. Chi passava di lì lo vedeva spesso intento in esercizi di yoga. Lui il padrino della cosca Barbaro, una delle più potenti, capace di trattare alla pari con i cartelli dei narcos e di infiltrarsi nella politica calabrese. Egemonia temuta, rispettata, esportata anche, in Lombardia, ad esempio, ma poi in America e in Australia. Insomma, una vera piovra di interessi, giocati su tanti tavoli, che portavano sempre qui in Aspromonte alla corta di Ciccio u Castanu. Il vecchio padrino, in quel 2013, pensava di aver scontato tutto. Non era così, nel 2015 torna in carcere. Condanna: mandante di un omicidio, pena: ergastolo. A pesare su di lui e su Antonio Papalia, padrino alla milanese a Buccinasco, l’intercettazione di un compare emersa nell’indagine Platino. Il boss dalla bocca larga parla dell’omicidio del brigadiere Antonio Marino ucciso a Bovalino il 9 settembre 1990. La sentenza è un macigno. In attesa di capire se, come probabile, i funerali saranno vietati dal Questore, sul fronte investigativo ci si pone la domanda su chi raccoglierà una tale eredità.

La cosca Barbaro, infatti, è una delle più antiche e radicate, anche grazie alla divisione in rami familiari. I genitori di Francesco Barbaro diedero alla luce dieci figli. Di questi quattro si misero a capo dei quattro rami mafiosi della famiglia. Oltre ai Castani, ci sono, infatti i Barbaro Nigri, i Barbaro Rosi e i Barbaro Pillaro, a loro volta legati ad altri nomi noti di Platì, come Perre, Trimboli, Agresta. Non solo. Anni fa un matrimonio ha federato i Barbaro Castani ai potentissimi Pelle di San Luca. Si tratta di quello tra Marianna Barbaro, figlio di u Castanu e Giuseppe Pelle, figlio del defunto Antonio Pelle detto Gambazza. Ma non c’è solo questo. Legami di sangue uniscono i Castani ai Papalia, cosca di Platì, radicata a Milano. Un figlio del padrino, Rocco Barbaro, oggi in carcere, ha sposato Carmine Maria Papalia, nipote dei tre fratelli boss, Antonio, Domenico, Rocco. La famiglia Papalia è legata ai Pelle. Pasqualino Papalia, figlio di Antonio, ha sposato Giuseppina Pelle, nipote di Ntoni Gambazza. I cinque figli maschi di Francesco Barbaro sono Domenico detto u Pisciaruolo, Pasquale detto Testa ‘i muschitta (deceduto), Antonio detto Mano armata. E poi Rocco e Giuseppe, soprannominati Spariti per la loro abitudine alla latitanza. Rocco oggi è in carcere, Giuseppe vive a Rimini.

Milan, l’ascesa in curva Sud degli amici della ’ndrangheta

Cesate, Senago e poi Solaro. Bandierine sulla mappa dell’hinterland di Milano. Un filo rosso che finisce al primo anello blu dello stadio Giuseppe Meazza. Sponda milanista, gruppi ultras. È la curva, allargata dal secondo al primo anello. Qui, dietro allo striscione Nativi di Milano, un manipolo scalpita: sono i Black Devil. Qualcosa di più di un semplice gruppo organizzato, portano in curva rapporti con la ’ndrangheta che conta in Lombardia e conoscenze con ex dirigenti rossoneri, nonché ex campioni del Milan di Sacchi come Filippo Galli.

Non c’è dunque solo la vicenda Juventus. C’è altro che cova dietro alle bandiere e ai fumogeni dello stadio Meazza. A tirare la volata, Domenico Mimmo Vottari, calabrese di Melito Porto Salvo, ma origini nel cuore dell’Aspromonte versante San Luca. Lui, classe ’69, è ritenuto il depositario dell’agenda mafiosa. Al suo fianco, in curva Sud e non solo, proconsoli dalla provata amicizia come Moreno Fuscaldo, coinvolto in un’inchiesta per spaccio di droga (partita dopo una segnalazione della Dea americana) assieme a Vottari e a nomi noti del milieu calabrese. Un altro componente dei Black Devil è stato indagato per i furti di dati informatici nelle catena alberghiera Marriot. Non mancano i Daspo, anche per tre anni di fila non solo in Italia ma in tutta l’Unione europea. Insomma, un quadro non certo edificante e del quale il Milan è in parte a conoscenza, pur avendo le mani legate “visto che – spiega una fonte investigativa – allo stato non risultano daspati” e non vi sono impedimenti al loro ingresso allo stadio.

La nuova partita per il controllo della curva Sud è iniziata, e si gioca sugli spalti ma anche fuori sul quel terreno indefinito tra malavita, affari e società civile. Qui il fuoriclasse è Mimmo Vottari il quale, nonostante rapporti e parentele con i clan coinvolti nella maxi-inchiesta Infinito e successive, non è mai stato indagato per mafia. Per omicidio sì. Era il 1990, fu ucciso uno spacciatore, prima di lui, spiegherà un pentito, altri due omicidi furono tentati (Vottari non sarà indagato). I carabinieri così accesero un faro sui Vottari “scatenando – scrivono gli investigatori – una ritorsione che avrebbe portato all’uccisione di un sottufficiale da parte degli stessi Vottari”. Piano scongiurato dal loro arresto. Torniamo a Solaro in via Pertini, dove a settembre è stato inaugurato il Black Devil lounge bar, feste e happy hour. Sotto una saletta per vedere il Milan. La società che lo gestisce non è riconducibile a Vottari, ma lui è il grande anfitrione. In prima fila nelle foto dell’inaugurazione assieme a Filippo Galli, ex dirigente del settore giovanile del Milan nonché bandiera rossonera e protagonista di alcune vittorie in Coppa dei campioni. A testimoniarlo i video postati sul profilo Facebook di Vottari, il quale sfoggia anche una foto scattata mesi prima con Paolo Taveggia ex direttore generale del Milan stellare di Silvio Berlusconi. Galli e Taveggia erano ignari del curriculum criminale di Vottari. A tal punto influente sul territorio a nord di Milano da condizionare le elezioni amministrative del 2009. Si legge in una annotazione dell’indagine ‘Ignoto 23’ del 2017: “L’intervento di Domenico Vottari contribuiva all’elezione del sindaco di Senago”. Tra i contatti il capogruppo di Forza italia sempre a Senago, Domenico Zappani di Joppolo (Vibo Valentia), mai indagato per mafia ma in contatto con esponenti della cosca Mancuso di Limbadi. In quella tornata fu confermato consigliere (oggi ex) Gabriele Vitalone.

Il fratello Giovanni Vitalone è stato condannato in primo grado perché affiliato alla locale di Limbiate, mentre un altro fratello, Mario (mai indagato), già in società (fino al 2013) con personaggi imparentati con la cosca Romeo Staccu e Giorgi di San Luca, è in contatto con Vottari. Il capo dei Black Devil viene poi controllato in un bar di Cesate con Salvatore Muscatello, nipote dell’omonimo Salvatore, per decenni eminenza grigia delle ’ndrine al Nord, con Pasquale Macrì vicino ai Muscatello e Domenico Agresta, “imparentato con Salvatore Romeo (…) capo bastone della locale di Assago”. Ma Mimmo Vottari è uno che diversifica, dallo stadio al cibo (bevande calabresi comprese) alla passione per le auto, quelle di un autosalone di Milano dove, oltre a farsi foto su bolidi targati Ferrari, incontra ex calciatori dell’Inter, star da reality come Franco Terlizzi, ex pugile e amico della cosca Flachi (non sarà però mai indagato), e noti personaggi come Gino Mendolicchio, vicino al boss Mimmo Branca, e in contatto con Giuseppe Calabrò, legato anche lui ai Romeo Staccu. Ecco chi oggi siede nella curva del Milan. Sopportato ma non gradito dai capi storici del secondo anello. Consapevoli dell’illustre curriculum.

Lunedì iniziano le perizie tecniche su ossa e denti

Si aspettano le perizie tecniche – che cominciano lunedì – per dare una storia e una data ai resti scoperti sotto il pavimento della casa del custode della Nunziatura apostolica a Roma. Già lunedì o martedì, si potrà conoscere il sesso della vittima o delle vittime – i corpi potrebbero essere due – e anche stabilire da quanto tempo le ossa si trovano in quel punto dell’ambasciata vaticana in Italia e quando è avvenuto il decesso. Per adesso, soltanto ipotesi e suggestioni legano il caso alla scomparsa nel 1983 – a distanza di poche settimane – di Emanuela Orlandi (cittadina vaticana) e di Mirella Gregori (figlia di un barista di via Volturno). Resta sempre valida la pista che porta al custode degli anni 60 della Villa Giorgina: la moglie sarebbe sparita dopo un litigio col marito. L’attenzione degli inquirenti, intanto, si sofferma sulla dentatura dello scheletro rinvenuto dagli operai che stavano ristrutturando la casupola del custode. Per capire se la vittima fosse minorenne o maggiorenne si studiano i molari e i denti del giudizio.

Emanuela, Elisa e le altre vittime della “lupara rosa”

È uno strano Paese il nostro. In questo momento ci sono due famiglie, o meglio tre, che stanno contando le ore. Stanno contando le ore che le separano da un esame, quello del Dna, per sapere se le ossa trovate nella Nunziatura Apostolica appartengano a un loro caro, scomparso da anni. A casa di Maria, la mamma di Emanuela Orlandi, si aspetta. A casa delle tre sorelle di Emanuela si aspetta, e così a casa del fratello Pietro. E si contano le ore anche a casa di Antonietta, la sorella di Mirella Gregori. Stessa sorte e angoscia per i genitori di Alessia Rosati, caso poco conosciuto ai più. Ma l’incubo è lo stesso: una ragazza romana che non da notizie di sé da anni. E nessuno di questi familiari sta sperando che le ossa della Nunziatura non siano proprio quelle, proprio le loro. Tutti sperano che ci sia finalmente una risposta, anche se la peggiore, avendo vissuto con certezza un lutto che però non è stato mai accertato.

Scomparsa volontaria? Fesserie. Ma alle famiglie è stato detto che si trattava di una ragazzata. Sono passati 35 anni per Emanuela e Mirella. Oggi le due ragazze avrebbero 50 anni, una famiglia forse, o forse no. Forse sarebbero laureate, e quel flauto che è scomparso insieme alla ragazza che viveva in Vaticano sarebbe stato cambiato tante e tante volte. Come mai per i maschi si parla di lupara bianca e per le donne non si può parlare di lupara rosa? Non si potrebbe introdurla nel vocabolario, così come la lupara bianca che è ben descritta nei casi in cui i mafiosi fanno scomparire qualcuno senza lasciarlo per terra, senza sporcare di sangue il marciapiede? Bianca, appunto, perché non c’è il sangue, non c’è il colore rosso, ma solo la nebbia fitta di una scomparsa… il nulla, il vuoto, il niente.

Lupara rosa: maschio che fa scomparire una donna, sia essa moglie o compagna, amica o sconosciuta, adulta o ragazza, e ne occulta il cadavere. I motivi di questi omicidi? Sono tra i più svariati: la gelosia, il possesso, essere stati respinti, ma anche un bieco motivo economico, il non voler pagare gli alimenti per una vita, o la semplice irritazione del momento, come il fastidio di briciole lasciate sul tavolo.

E sapete perché si fanno scomparire le donne? Perché senza il corpo spesso non c’è processo. Non c’è un corpo assassinato, e quindi non c’è un assassino, non c’è un reato da giudicare. Ci sono voluti anni ai genitori di Katiuscia Gabrielli per far capire che la loro figlia non era andata via volontariamente. Poi si scoprì che il compagno pizzaiolo, padre dei suoi figli, l’aveva fatta scomparire mettendola dentro il forno di notte, mentre il ristorante era chiuso. Gli abitanti della zona avevano sentito strani rumori, e visto un fumo e della polvere arrivare dal camino della pizzeria nei loro terrazzi.

Il dottor Belmonte, che era stato direttore di carcere, teneva moglie e figlia dentro una intercapedine sotto la sua stanza da letto. Per anni aveva sostenuto che erano andate via lasciandolo solo. Ma, fatto strano, le due donne avevano lasciato anche le loro cose. I loro vestiti, la macchina, i soldi nel conto corrente; eppure avevano creduto a lui, al dottor Belmonte, fino alla macabra scoperta.

E che dire di quella donna che scompare da Roma, e le viene controllato cellulare e tutto il resto, e pur non trovando nulla di sospetto si insinua il dubbio che avesse deciso di fuggire con un amante? Era una donna come le altre, lavorava e poi si dedicava alla famiglia, ma sulla strada fu rapita da un pazzo criminale che l’ha portata nell’autogrill dell’autostrada per Napoli, altezza Caianello. Lì è stata violentata e gettata via tra gli arbusti. Per anni nessuno aveva saputo nulla di lei, e quella dell’autogrill era rimasta una donna senza identità, e solo perché altre tre ragazze furono fermate dallo stesso pazzo di Caianello si risalì all’impiegata di Roma, fatta scomparire, violentata e uccisa da uno sconosciuto, e fatta pure passare per puttana.

E che dire della mamma di Elisa Claps che all’ennesima risposta “sua figlia se ne è andata, prima o poi torna” , si è levata il tacco della scarpa e lo ha lanciato verso l’uomo delle istituzioni a cui aveva chiesto aiuto con tutto il suo carico di dolore…

Elisa Claps, appunto. La dimostrazione che tutto è possibile: anche ritrovare una ragazza dentro il sottotetto di una Chiesa, quella del corso della città, in questo caso Potenza dopo 17 anni. Eppure in Chiesa era andata Elisa e da lì era scomparsa. Ma anche per lei fu detto che se ne era andata via volontariamente, pensate che fu avvistata dappertutto, persino in Albania. Il ragazzo con cui aveva un appuntamento e che era sporco di sangue proprio quel giorno fu lasciato libero di continuare nella sua follia criminale. E solo dopo 17 anni e solo dopo il ritrovamento dentro i locali della chiesa dai quali non era mai uscita, il giovane diventato adulto e assassino per la seconda volta, è stato fermato.

È facile comprendere perché, oggi, i familiari sperano che quelle povere ossa siano proprio le loro. Bisogna aspettare lunedì, hanno letto e sentito dai giornalisti.

E ora stanno contando le ore: di pianti se ne sono fatti già tanti, adesso è il tempo di avere giustizia. E se saranno le ossa di una cripta vicina a Villa Giorgina, se saranno le ossa portate dalle catacombe che si trovano a poca distanza, allora vorrà dire che si aspetterà il prossimo ritrovamento.

E si conteranno di nuovo le ore…

Piove, sindaco ladro (se non chiude le scuole)

Diciamolo. Da quando esistono i social network, fare i sindaci è un lavoro molto più complicato di una volta. Ora, qualsiasi buca su strada, qualsiasi busta dell’immondizia abbandonata su un marciapiede, qualsiasi cespuglio sradicato o topo sorpreso a vagabondare in città, “è colpa del sindaco”.

Basta fare una foto a un tombino intasato dalle foglie del salice davanti casa, pubblicarla su qualche profilo Facebook accompagnata da una frase che suggerisca cocente indignazione e nel giro di 15 minuti accadono le seguenti cose: 1) la foto diventa virale 2) qualcuno realizza un meme sulla foto virale 3) tutti danno la colpa al sindaco 4) qualcuno trova un vecchio tweet del sindaco che quando non era sindaco scriveva “è scandaloso che questo sindaco non provveda a far liberare i tombini dalle foglie” 5) l’opposizione chiede le dimissioni del sindaco 6) il sindaco dà la colpa all’amministrazione precedente 7) Studio Aperto dice che è tutta colpa della Raggi 8) La Raggi risponde che il tombino era a Pescara 9) il sindaco di Pescara dice “Non siamo la vergogna dell’Italia” 10) Matteo Salvini, via Twitter, esprime solidarietà alle forze dell’ordine.

Come se non bastasse, c’è poi una questione tutta nuova con cui i sindaci devono fare i conti da un po’, ovvero il maltempo e la decisione sulla chiusura delle scuole.

Basta una leggera nevicata, un po’ di vento forte, una rotonda allagata, che immediatamente plotoni di studenti pretendono la chiusura delle scuole e guai se il sindaco si azzarda a sottovalutare il problema. Guai se il sindaco non si convince che quelle raffiche di vento a dieci chilometri orari non faranno sbandare gli scuolabus o che quei sei millimetri di pioggia annunciata non allagheranno le aule del liceo provocando morie di studenti per annegamento.

Del resto, da quando è arrivato il registro elettronico e i genitori controllano in tempo reale se i figli vanno a scuola, “ieri è morta nonna” non funziona più, per cui una bella grandinata è rimasta l’unica speranza degli studenti per fare un giorno di vacanza non previsto. Se il sindaco li delude, quello che accade è nelle cronache degli ultimi giorni e più in generale dell’ultimo anno. Siccome il maltempo non ha convinto alcuni sindaci a chiudere le scuole, su Facebook sono stati investiti con insulti, minacce, bestemmie e offese assortite da ragazzini in larga parte minorenni e pure da commenti di genitori che li spalleggiavano.

Il 29 ottobre, il sindaco di Ladispoli, Alessandro Grando, scrive su Facebook che riapriranno le scuole. Nel giro di un’ora, un’orda di studenti chiaramente turbati all’idea di dover sfidare i monsoni il giorno dopo, lo seppelliscono di “Mortacci tua”, “Spero che te casca un albero in testa”, “Pezzo de merda” e così via. Il sindaco non ci sta. Fa fotografare gli insulti, prende nota dei nomi e poi scrive un altro post in cui invita i ragazzi che l’hanno insultato a chiamare in Comune, prendere appuntamento e presentarsi con i genitori. Verrà offerta loro la possibilità di “effettuare lavori socialmente utili in segno di risarcimento simbolico nei confronti della comunità di Ladispoli”. Se non si presenteranno saranno denunciati.

Stessa sorte è toccata ad altri sindaci laziali, da quello di Guidonia a quello di Civitavecchia Antonio Cozzolino, a cui sono arrivate centinaia di messaggi della serie “Sparati”, “Infame”, “Dimettiti stronzo”, “Se ci succede quarcosa sai che ti facciamo!” e via dicendo. Frastornato dalla valanga di offese, il giorno dopo scrive un post sull’importanza di usare il cervello quando si comunica con il cellulare. Naturalmente, alla prima tramontana, gli toccherà lo stesso identico trattamento.

Due settimane fa, il sindaco di Reggio Calabria, Giuseppe Falcomatà, con una perturbazione in arrivo, decide di non chiudere le scuole. Gli arriva una pioggia di insulti tra il minatorio e lo sgrammaticato che lui ha poi commentato così: “Qualcuno mi ha augurato ‘cancro, tumore ed elseimer’ messi insieme. Senza sapere, tra l’altro, che cancro e tumore sono di fatto la stessa cosa e che ‘elseimer’ si scrive alzheimer. Qualcuno, più audacemente, ha promesso di fare il ‘pizzio’, altri di ‘menarmi con la sciunettà e qualcun altro di ‘stuprarmi’. Qualcun altro, invece, in tutta onestà, ha dichiarato che l’allerta va messa perché ha sonno o perché vuole giocare alla play. Qualcuno, infine, cultore della teoria della superiorità della razza, pretende di non essere trattato come un ‘nero’. È evidente che questi vostri compagni avrebbero bisogno di non perderne neanche uno di giorni di scuola, anche perché credo che qualcuno di loro, come chi scrive ‘all’erta’ o ‘la letta meteo’, in classe non ci sia mai entrato.”

Stessa sorte, negli ultimi tempi, è toccata ai sindaci di Faenza, Angri, Udine, Campobasso, Parma, Jesi, Civita Castellana, Francavilla Fontana, Castellammare di Stabia, Potenza e di moltissime altre città, a dimostrazione che l’allerta meteo può durare qualche giorno, ma l’allerta culturale è al livello massimo tutto l’anno. E che no, non è problema di maltempo, ma di mala tempora.

Cari buonisti, il “senso comune” è squadrato, mica smielato

Si fa un gran parlare dell’arte ai tempi del politicamente corretto, ma per fortuna l’arte è una cosa a rilascio più ritardato delle mode. Adelphi ha ripubblicato le Lezioni di letteratura di Vladimir Nabokov; tutte stupende, oggi si direbbero lectio magistralis (e a Nabokov scapperebbe da ridere), ma l’ultima, L’arte della letteratura e il senso comune, è un antidoto proprio contro l’ottusa dittatura della correctness, versione anglicizzata del vecchio senso comune: “Nella sua forma peggiore è senso reso comune, cosicché le cose sono confortevolmente svalutate dal suo tocco. Il senso comune è squadrato, mentre le visioni e i valori della vita sono stupendamente smussati, rotondi, come l’universo… Non ho mai accettato l’idea che fosse compito dello scrittore migliorare i principi morali del proprio Paese, concionare su nobili ideali dalla sublime altezza di un podio improvvisato…”. A proposito di crimini e misfatti, prosegue l’autore di Lolita, alla letteratura è dato un solo modo per combatterli: mostrarli per come sono. Ce n’è anche per i bracci armati dell’ordine politicamente corretto, gli algoritmi: “Nel mondo della mente divinamente assurdo, i simboli matematici non prosperano. La loro interazione non può esprimere ciò che è estraneo alla loro natura… una volta scacciato il senso comune insieme alla sua calcolatrice, i numeri smettono di importunare la mente”. No, il mondo non sarà salvato dalle scienze esatte; sarà già tanto se non decreterà la fine della poesia.

Lottizzazione tv, ora va in onda l’ultima replica

“L’appuntamento con la Rivoluzione è rinviato”

(da un tweet di Giuseppe Giulietti, presidente della Federazione nazionale della Stampa)

 

Quando si parla della Rai, la più grande azienda culturale… eccetera eccetera, si rischia sempre di restare delusi di fronte all’invadenza della politica, di qualunque colore essa sia, con qualunque maggioranza e qualunque governo. Già all’epoca del centrodestra, sembrava di aver toccato il fondo con la famigerata “riforma Gasparri”. Poi arrivò la “riformicchia” di Matteo Renzi che trasferì il controllo della tv pubblica dal Parlamento al governo e accentrò i poteri nelle mani del direttore generale, incarnato in successione dalla premiata coppia Campo Dall’Orto-Orfeo. Ma ora neppure la maggioranza gialloverde ha saputo sottrarsi alle sirene della lottizzazione, spartendo le direzioni dei telegiornali fra la Lega e il M5S. Tre erano le posizioni scoperte: la Testata Giornalistica Regionale, il Giornale radio e Rai Sport. Ma il “governo del cambiamento” non s’è limitato alle prime due, senza intervenire per ora sulla terza. Ha voluto mettere sotto controllo i tg, insediando professionisti ritenuti evidentemente più sicuri e affidabili, al di là dei rispettivi profili professionali. E per di più, ha deciso di non attribuire più all’azienda radiotelevisiva il 50% dell’extra-gettito derivante dal canone, destinato dal governo Renzi al “pluralismo dell’informazione” (altre tv e giornali) soltanto per tre anni, indebolendo così la sua autonomia economica e gestionale.

Siamo, insomma, all’ultima replica di un antico copione. Più che a uno spoils system, tradotto letteralmente dall’inglese “sistema delle spoglie” o “sistema del bottino”, quest’ultimo turn over ai vertici del nostro benamato servizio pubblico assomiglia per la verità a un vaudeville, una commedia dei candidati, delle nomine e delle poltrone. Con buona pace della trasparenza e della meritocrazia, Di Maio e Salvini hanno siglato un armistizio al ribasso a carico dei cittadini telespettatori, esponendo la Rai a un logoramento interno ed esterno che non potrà non incidere sulla sua immagine e sulla sua credibilità.

Uscita (a parole) dalla porta del “cambiamento”, la politica è rientrata (nei fatti) dal portone principale. Mai come oggi il “Cavallo morente”, scolpito nel bronzo da Francesco Messina davanti all’ingresso di Viale Mazzini, simboleggia la crisi dell’azienda: e non solo delle antiche comunicazioni umane che soccombono di fronte alle nuove tecnologie, ma anche delle nuove tecnologie che soccombono di fronte alla vecchia politica.

Quanto alle future nomine al vertice delle reti, nel segno della nuova lottizzazione in corso, tutto è rimesso all’esito del braccio di ferro fra Matteo Salvini e il nuovo amministratore delegato, Fabrizio Salini. Si sa che il vicepremier leghista vorrebbe imporre alla guida di Rai1 Casimiro Lieto, autore della Prova del cuoco, la trasmissione portata al successo da Antonella Clerici e ora condotta con esiti più modesti dalla “pur brava” Elisa Isoardi. Ma per ora l’opposizione dell’amministratore delegato, motivata ufficialmente con il fatto che Lieto è un collaboratore esterno e ispirata verosimilmente da una scarsa considerazione per il candidato alla guida della rete ammiraglia, ha bloccato il valzer delle poltrone.

Avremo tempo e modo per valutare tutte le nomine in base ai comportamenti e ai risultati. Ma per il momento si può dire che il metodo non si differenzia tanto da quello in auge ai tempi del monopolio democristiano. Se questo doveva essere il “cambiamento”…

La busta gialla nel rito social del “capitano”

La diretta Facebook ideata e condotta da Matteo Salvini per comunicare in anteprima al suo popolo di aver ricevuto una richiesta di archiviazione per i reati per i quali era indagato, è stata un rituale pseudo-collettivo in cui l’officiante ha confermato tutti i valori e glorificato tutti i totem su cui si basa l’inaudito fenomeno contemporaneo semplicisticamente chiamato populismo, che è invece del tutto peculiare ed è il caso di chiamare salvinismo. “Mi è arrivata ora in ufficio una busta chiusa dalla Procura di Catania: sarò assolto o indagato??? Dai che la apriamo insieme!”, ha prima twittato, abbassando di qualche ottava il registro che un tale evento richiederebbe a una persona che incarna un’istituzione della Repubblica; tuttavia, questo dell’adolescente ingiustamente accusato di una marachella, è il tono giusto, se “la Bestia”, l’apparato propagandistico salviniano gestito da uno staff di nativi digitali, è in grado di produrre una cosa tanto primitiva, infantile, grottesca quanto potente, efficace e a suo modo epocale.

Salvini mai si concederebbe di mostrarsi preoccupato; esibendo la busta gialla intestata “Procura della Repubblica”, temporeggia, lasciandola sul tavolo che fu di De Gasperi (se non proprio lo stesso, la sua allucinante metonimia) e mettendo in scena tutta una serie di diversivi da vaudeville per procrastinarne l’apertura. L’ostensione della busta irride al suo contenuto e ha l’effetto di alzare il livello emotivo dell’evento (“si rischiano fino a 15 anni”) nello stesso momento in cui il celebrante lo degrada a sketch comico. “Se vi va, la apriamo insieme, perché abbiamo scoperto insieme che abbiamo un ministro indagato per sequestro di persona”. A settembre, leggendo in diretta la lettera della Procura di Palermo, assunse un tono affettatamente solenne, facendo il verso a un’ideale giuria di parrucconi che lo stesse additando da uno scranno. “Illustrissimo Signor Ministro”, intonò con pomposità, “è mio dovere informarla…” e poi fece una lunga sorsata da una lattina di Fanta (inspiegabilmente, non ruttò). Il successo del format è confermato dalla pioggia di commenti, emoticon, cuoricini, esortazioni (“Sei la nostra forza”, “Sei una persona speciale”, “Matteo ti amiamo”) di 24 mila persone amorosamente collegate col Capitano. Che parla di facezie: mostra la t-shirt dei Nocs, poi il tutore che indossa per l’infortunio al polso (per aprire la busta lo toglierà, un gesto di ribellione alle raccomandazioni degli ortopedici), poi chiama in scena il sottosegretario Molteni, che non trattiene l’adorazione: “Tu sei un grande ministro!”. Si fa portare un caffè. Si prende gioco dell’autorità e dei suoi riti; il suo è un patto con le persone comuni (“Le brave e normali persone stanno con te”, gli scrivono), “i santi e le sante” vessati dal fisco, dalla burocrazia, dagli intellettuali, dai “signori di Bruxelles”. Drammatizza, degradandola a sit com, la richiesta di archiviazione, che già conosce. Comunque vada, ha già vinto, sia se secondo la Procura ha sequestrato 177 persone (in questo rito prive di ogni diritto umano), sia se l’accusa pare svanita, ciò che infine scopre e che gli dà modo di chiedere beffardamente: “Ma chi ha indagato, cosa ha indagato?”. I pm, ridotti a comprimari di una gag di bastonate tra marionette, sono il braccio legale di una casta anti-italiana che vuole tutta l’Africa sul suolo patrio, contro “la gente vera, donne uomini mamme papà bambini nonne”, protagonisti dimenticati di “un’Italia serva e in ginocchio”. In tempo reale Salvini controlla il riverbero online della sua performance. L’intermediazione è ribaltata, i cronisti costretti a seguire la diretta per dare la notizia che lui ha già dato ai suoi fan. “I primi siete stati voi a saperlo, pare che il ministro sia assolto dall’accusa di sequestro di persona”. Così un ministro della Repubblica amico del popolo, su un social di proprietà di un monopolista multimiliardario, dà lettura di una sentenza di un processo che non c’è stato.

Il governo m5s-lega e il barbiere di Lenin

Secondo Silvio Berlusconi, il governo gialloverde è “il più sbilanciato a sinistra della storia del Paese”. Poiché però il leader di Forza Italia è notoriamente ossessionato dai comunisti, che secondo lui sono insediati in ogni luogo e responsabili di ogni male, la sua opinione non va presa troppo seriamente. Ma può fornire lo spunto per ricercare analogie tra ciò che è successo a Palazzo Chigi dopo il 1° giugno 2018, con il governo del cambiamento italiano, e ciò che è accaduto allo Smolnij e al Cremlino dopo il 7 novembre 1917, con il governo rivoluzionario russo.

Lasciando da parte le opinioni ideologiche, grillo-leghiste da un lato e marxiste-leniniste dall’altro, concentriamoci sui fatti concreti, a cominciare dall’atteggiamento pauperista e semiascetico che i partiti pentastellato e bolscevico hanno imposto ai propri vertici e proposto ai propri militanti. Ad esempio, gli scontrini dei rimborsi spese dei parlamentari 5S della scorsa legislatura e i viaggi in economy dei nuovi ministri richiamano lo stile di vita modesto adottato da Lenin, che si accontentava di vivere insieme alla moglie e alla sorella in quattro sole stanze al Cremlino, e attendeva pazientemente in coda il proprio turno per passare dal barbiere. Anche l’astio verso i tecnici e il sospetto nei confronti delle loro “manine”, uniti alle minacce e alle promesse di epurazione politica nei ministeri, trovano un’antecedente molto più drastico e radicale nell’esecuzione degli alti comandi zaristi e nel licenziamento degli ufficiali dell’esercito, che furono sostituiti da una nuova gerarchia tratta dalle truppe rivoluzionarie, di scarsa preparazione ed esperienza militare, ma di fidata fede bolscevica. Quanto alla rimozione del pessimismo dei fatti e alla sua sostituzione con l’ottimismo della volontà, sintetizzate nel rifiuto del nuovo governo grillo-leghista di farsi condizionare dai mercati e dai trattati europei, e nel proposito di abolire la povertà per decreto, impallidiscono di fronte all’analogo rifiuto del nuovo governo bolscevico di farsi condizionare dalla situazione bellica al fronte e dai trattati internazionali, e al proposito di uscire unilateralmente dalla guerra con il decreto sulla Pace, approvato già l’8 novembre 1917.

In fondo non è sorprendente trovare simili analogie, in governi che si propongono programmaticamente di apportare cambiamenti radicali nello status quo del proprio Paese, e quelli fatti non sono che esempi paradigmatici delle novità da introdurre nel comportamento individuale dei nuovi leader, nell’organizzazione interna del nuovo Stato e nelle relazioni esterne con i Paesi stranieri. Novità che devono essere introdotte, per mantenere le promesse di cambiamento, ma che non necessariamente si possono introdurre.

Al proposito, la storia sovietica lascia poche illusioni al riguardo. Ad esempio, fare la fila dal barbiere poteva essere naturale per un politico disoccupato in esilio, ma diventava velleitario e sciocco per un capo di governo occupato a condurre una Guerra civile che impegnava tutto il suo tempo e richiedeva tutte le sue energie. Infatti, poco dopo Lenin capì che era meglio fare meno gesti simbolici, ma meglio il proprio lavoro. Anche aggirare e rimuovere i tecnici nell’esercito non si rivelò essere una grande idea, visti i risultati ottenuti al fronte. Infatti, durante la Guerra civile non si poterono risuscitare gli alti comandi zaristi fucilati, ma si dovettero reintegrare di corsa gli ufficiali rimossi, pur mettendo al loro fianco dei commissari del popolo a controllare le loro “ditine” posate sui grilletti. Perché con i dilettanti si stava perdendo la guerra, mentre per vincerla servirono i professionisti. Quanto ai condizionamenti esterni, si possono anche rimuovere nella propria testa, ma non per questo essi svaniscono miracolosamente.

Il decreto della Pace portò in poche settimane a un ultimatum tedesco e alla capitolazione di Brest-Litovsk, con la perdita di un terzo dell’impero russo: a sconfiggere in seguito la Germania non fu certo l’unilateralismo sovietico, ma l’azione comune degli Alleati.

I sovietici impararono presto la lezione che i proclami utopici e le azioni dimostrative sono malattie infantili del cambiamento, e li sostituirono con un realismo e un pragmatismo che permisero loro di sopravvivere per settant’anni, tanti quanti la nostra Repubblica.

Se il governo giallo-verde vuole provocare un cambiamento serio e desidera durare a lungo, dovrà imparare anch’esso presto la stessa lezione e vaccinarsi velocemente contro le stesse malattie infantili.

Mail box

 

“Fascisti”, “comunisti”: etichette che non spiegano l’oggi

Sarà l’età che avanza, come del resto è naturale, ma sono disorientato. Quello che mi confonde sono i discorsi e gli articoli di certi giornali che anche il Fatto Quotidiano evidenzia nel “fondo’’ del lunedì, che riepiloga il “bestiario’’ della settimana. Veniamo ai fatti. Durante una nota trasmissione preserale di Rai1, alcuni concorrenti non sanno rispondere a domande che riguardano personaggi politici che potremmo definire Padri della Patria del Dopoguerra. Non sanno chi erano e tantomeno cosa hanno fatto e poiché molti di loro sono diplomati o laureati dimostrano la carenza dei programmi scolastici circa la storia recente. Per citare invece alcuni articoli di giornale che sono comparsi negli ultimi tempi, uno mi sembra indicativo di quello che abbiamo avuto in eredità dai politici. L’articolo parlava della spartizione di posti fatta dalla Lega e dal M5S, notoriamente “fascisti”, che avrebbero assegnato un terzo posto a un “comunista”. Questa semplificazione ridicola trova riscontro solo nei film degli anni 50 della serie di Don Camillo e Peppone, i quali in ogni discussione si davano reciprocamente del comunista, intendendo stalinista. In questi film era chiaro che le ingiurie facevano parte di una commedia e che i due protagonisti, che avevano combattuto una dittatura spietata, avevano un rispetto reciproco che consentiva loro di superare gli “ordini di scuderia” che li dividevano. Oggi non è più così: si usano i termini fascista e comunista in maniera strumentale e ridicola per marcare i propri territori delimitati da ignoranza e insipienza senza curarsi del danno provocato in chi, sfortunatamente, legge o ascolta.

Franco Novembrini

 

DIRITTO DI REPLICA

Con riferimento all’articolo “Italia infetta tra pesticidi, altre Ilva e veleni vari”, pubblicato lunedì 29 ottobre sul Fatto Quotidiano e firmato da Giampiero Calapà, precisiamo che quanto riportato sulla situazione dello stabilimento di Servola è del tutto fuorviante. Proviamo a spiegare perché.

Nel 2014 il Gruppo Arvedi ha rilevato la Ferriera di Servola (Trieste) in amministrazione controllata e crisi manifesta, con circa 400 addetti che di lì a poco sarebbero stati licenziati. Sono stati quattro anni di difficile e arduo lavoro, senza risparmio di energie e di mezzi: abbiamo risolto un problema, una situazione che il nostro governo ci aveva chiamato ad affrontare. Abbiamo risanato, ristrutturato, modernizzato gli impianti, e oggi l’azienda è ambientalmente compatibile, come certificano i dati ufficiali di Enti terzi, da ultimo i rilievi operati autonomamente dalla Procura della Repubblica di Trieste. Si è trattato di un lavoro intenso, portato avanti con determinazione e serietà tramite un accordo di programma, in collaborazione con Enti, Istituzioni locali e nazionali, operando in un contesto ambientale preconcetto e non favorevole. Ma il tempo è galantuomo e con orgoglio e a nome di tutti possiamo dire che abbiamo rispettato gli impegni assunti: il primo sito Sin dei 15 del nostro Paese fortemente inquinato è stato risanato. Per questo, prima ancora che amareggiati, siamo sorpresi per come l’articolo abbia voluto dipingere una situazione davvero irreale e inesistente con toni lesivi dell’immagine dell’Azienda e dell’onorabilità delle persone. Amiamo il nostro Paese e lavoriamo nella convinzione che il bene comune sia anche il nostro bene. Il Gruppo Arvedi ha fatto investimenti che sono verificabili e sotto gli occhi di tutti. Ciò che poi nell’articolo è definita una “ecatombe di operai” riguarda un fascicolo del quale la Procura della Repubblica ha recentemente chiesto l’archiviazione. Precisiamo, peraltro, che le vicende risalgono a oltre un decennio fa e non sono certo attribuibili all’attuale gestione dell’impianto. Grazie all’opera svolta, a fine anno gli addetti dello stabilimento di Servola saranno 600, grazie all’avvio di nuove attività non legate all’area a caldo.

Siderurgica Triestina

 

Ringraziamo per la replica dell’azienda Siderurgica Triestina. Sul baratto tra lavoro e salute, però, continuiamo a pensare che non si scherzi, sia se si parli di Taranto sia che si parli di qualsiasi altro posto. Rispetto all’ecatombe di operai la precisazione non era necessaria, essendo chiaro nell’articolo: “…tra 2000 e 2013 con 83 morti a causa del lavoro in fabbrica” alla Ferriera di Servola. Rispetto al resto, ad esempio, sono solo della passata estate gli episodi di spolveramento dei campi minerari, cioè di sollevazioni di polveri di sicuro non benefiche nonostante allerta meteo segnalata dalla Protezione civile e dichiarazioni dell’assessore all’ambiente del Friuli-Venezia Giulia Fabio Scoccimarro di questo tenore: “L’azienda ha dimostrato ancora una volta di non essere in grado di gestire questa problematica e l’incompatibilità dello stabilimento con tessuto urbano (e marino) che lo circonda! Non si può inquinare e imbrattare una intera provincia”. Era l’11 agosto. Per fare solo un altro esempio, torniamo indietro allo scorso luglio, non a un decennio fa, e cosa troviamo? L’allarme dell’Arpa friulana: “Potenziale danno ambientale”. Di che cosa si parla? Dello specchio d’acqua di fronte alla Ferriera di Servola: esattamente nella zona compresa tra il banco fossile, la banchina e gli impianti di trattamento delle acque reflue dell’altoforno. Acque che sarebbero state contaminate con idrocarburi, catrame, residui di produzione della cokeria riversati in mare e, soprattutto, livelli di benzene oltre 150 volte il limite, quelli degli altri idrocarburi oltre 25 volte il limite. La Procura afferma che l’inquinamento è in calo negli ultimi 12 mesi, speriamo un giorno sparisca del tutto.

G. Cal.