Premiare il merito: una buona idea con pessimi risultati

Leggo della legge di Bilancio e mi soffermo sulla misura “bonus giovani eccellenze” per chi assume laureati in corso con 110 e lode o dottori di ricerca under 34. È una misura in stile Jobs act, inserita da non so quale affabulatore governativo sicuramente di parte leghista con suggeritore imprenditoriale incorporato, oltretutto spacciata come aiuto ai giovani. Da quando in qua tali eccellenze hanno bisogno di un aiuto per essere assunti? Se così fosse saremmo messi davvero male, perché i fenomeni si aiutano da sé e senza bisogno di sconti alle aziende. E poi ci sono alcune lauree più difficoltose di altre, e non tutti gli atenei sono uguali.

Gentile lettore, lei coglie due punti critici dell’ennesima misura assurda che spreca risorse pubbliche per ottenere un risultato stupido. Non si tratta neanche di spiccioli: 50 milioni nel 2019 e 20 nel 2020. È una misura stupida e iniqua. Stupida perché, per come è costruita, è soltanto un aiuto alle imprese per assumere persone che probabilmente avrebbero comunque assunto (in ogni caso è più probabile che assumano il laureato con 110 e lode piuttosto che il suo compagno di corso che ha finito con 104). Ed è stupida perché non distingue tra corsi di laurea e atenei: è più meritevole un 110 e lode in Scienze della comunicazione o un 109 in Ingegneria? Un 104 in Chimica industriale a Bologna o un 110 e lode in Lingue a Roma? Sono confronti non omogenei, quindi inutili. Ma la misura è anche iniqua perché aiuta, all’interno della categoria dei giovani in cerca di lavoro, quelli che ne hanno meno bisogno: i laureati eccellenti, che sono l’élite di una minoranza, quella dei laureati. Non ci vedo un disegno malevolo, dietro questo assurdo provvedimento, anzi. Purtroppo penso ci siano buone intenzioni (più di matrice M5S che Lega) di cui sappiamo quali strade sono lastricate. L’idea di premiare il merito è ormai diffusa in Italia, ma spesso viene declinata – come in questo caso – nel legittimare l’élite riconoscendola migliore degli altri, invece che permettere ai meritevoli di emergere nonostante eventuali svantaggi di partenza (come peraltro chiede la Costituzione).

Per essere costruttivi: è molto più utile usare quei soldi per aumentare le borse di studio per corsi di laurea e dottorati, possibilmente soltanto in alcune discipline più utili agli studenti e al Paese (le classi STEM delle materie scientifiche) piuttosto che buttare risorse in premi ai laureati e ai dottorati.

La sfida dei silenziosi contro gli Arrabbiati

Che aria tira nel campo repubblicano, alla vigilia di questo voto di Midterm attesissimo in un’America mai così divisa, destabilizzata dagli ultimi episodi di intolleranza che hanno scosso l’elettorato, la strage nella sinagoga di Pittsburgh e i pacchi esplosivi spediti da uno squinternato estremista trumpiano al gotha del Partito Democratico? I pronostici dicono che il sentimento che segnerà il voto sarà l’insofferenza di una quantità crescente di americani verso le condotte del presidente Donald Trump, le sue provocazioni, i suoi atteggiamenti che eccitano – più che pacificare – l’opinione pubblica. I risultati saranno determinati dalla quantità di aventi diritto che decideranno di andare a votare il 6 novembre: assenti e astenuti in maggioranza appartengono a minoranze razziali tradizionalmente poco coinvolte negli andamenti politici del Paese, che stavolta però hanno intercettato la necessità di frenare una Casa Bianca che non nutre simpatia per loro. Una chiara sconfitta nelle elezioni di medio termine porrà due ordini di problemi ai Repubblicani: da un lato come far convivere una presidenza tipicamente irrazionale, viscerale ed empirica anche nelle sue migliori risultanze – soprattutto economiche – come quella di Trump, con un Congresso che si configurerebbe in maggioranza contro di lui, nel nome di una “resistenza a Trump” che è stato il leitmotiv del ricompattamento dei Democratici dopo la batosta 2016, provocata dal netto slittamento a destra della classe lavoratrice bianca. Al tempo stesso si porrà il problema del 2020, ovvero di quella complessa e segmentata catena di decisioni che porteranno o un Partito Repubblicano ancora solidamente schierato a sostegno della rielezione di Trump, oppure all’avvento di una situazione “liberi tutti”, in cui la sconfitta del Midterm verrà attribuita alle politiche presidenziali e dalle crepe all’interno del partito usciranno candidature alternative.

Qui si apre l’ennesima divaricazione nella disarmonica nazione americana di questa stagione, in questo caso tutta relativa al GOP, il Grand Old Party: in primo luogo la spaccatura netta nella base, tra i Repubblicani fedeli al vecchio stile e quanti hanno migrato il proprio spirito conservatore aggiornandolo al credo trumpiano che, se mantiene abbastanza coerenti col passato le condotte economiche e fiscali, ha invece imposto un netto cambio di rotta in una serie di questioni sociali e di sicurezza nazionale. Sarà dunque una sfida tra “arrabbiati” contro “silenziosi”, ossia quelli del post-Obama vissuto come riappropriazione purificatrice, contrapposti a coloro che vagheggiano una continuità con la Right America di una volta, reaganiana, meno ringhiosa e aggressiva. I media d’oltreoceano si attestano sulla madre di tutte le domande: è oggi Donald Trump il leader e la guida del Partito Repubblicano, o il bizzarro miliardario continua a essere un intruso tollerato, come il cliente ricco che riesce ad aggiudicarsi un tavolo nel ristorante pieno, grazie a laute mance?

Il voto di Midterm diventa la stazione di passaggio nella metamorfosi dell’ultimo conservatorismo americano. Comunque andranno le cose, è l’anticamera dello scontro epocale che andrà in scena a partire da subito dopo, ovvero non appena si definiranno schieramenti, strategie e alleanze per affrontare quella corsa presidenziale che ormai dura due anni. A quel punto, i temi imposti oggi da Trump per contenere il ritorno di fiamma democratico – che ha solo lui come bersaglio – non è detto che verrebbero riproposti da un Gop post-trumpiano. Ma fino al voto saranno questi gli argomenti che costituiscono l’oggetto del contendere: nazionalismo economico, rivestito di patriottismo e di furbesca disinvoltura, criminalizzazione degli immigrati con relativa imposizione di restrizioni che stuzzicano – a seconda dalla appartenenza politica – il pudore o l’orgoglio di sentirsi americani. Poi demonizzazione degli avversari: sciami di paranoia da Guerra Fredda, isolazionismo, un dilagante spirito anti-scientifico, illogico, strafottente nelle scelte di comando. E soprattutto quel buco nero delle posizioni presidenziali sulla razza e i conflitti connessi, dove nel migliore dei casi si assiste a penosi esercizi di equilibrismo, quando non a dichiarazioni impresentabili, le stesse che hanno convinto l’America più scettica e individualista che Trump fosse il presidente giusto per farsi gli affari propri, magari comprando armi a profusione e usandole, come nel vecchio West, o ai tempi dello “strano frutto che pende dall’albero”.

Ma c’è vita nel Partito Repubblicano, oltre Trump? Quanto è lontano da qui il conservatorismo compassionevole di George W. Bush? Si può ipotizzare un ritorno a quelle atmosfere, ovvero a prima che dai Tea Party nascesse tutto ciò? Può ricominciare a esistere come partito di opinione e non come sgangherato movimento di supporto a un personaggio orwelliano? E in quel caso, dove finirebbero gli elettori della “rivalsa”, quelli dell’America First, dello stop al politicamente corretto? Davvero una percentuale impressionante di donne americane voterà prima contro Trump che in favore di qualcuno, disgustate dalla impresentabilità di quest’uomo? Ebrei e neri diranno basta a colui che non riesce nemmeno a fingere d’essere il loro presidente?

Esistono alternative per un dopo-Trump repubblicano, da cui organizzare una nuova presentabilità del partito?

Qualcuno azzarda nomi, ma è presto per valutarne le possibilità: si dice bene della governatrice dell’Iowa Kim Reynolds, che arriva da un luogo pragmatico e ostenta umiltà ed ecumenismo da apparire gradita a una platea post-trumpiana. E poi è una donna, sufficientemente giovane (59 anni): due caratteristiche preziose per restituire credibilità al partito. Oppure di un afroamericano, come il candidato repubblicano al Senato del Michigan John James, 37 anni, trascorsi militari da pilota d’elicotteri, programma tradizionale, aria rassicurante, buona volontà conservatrice, un pacificatore. O un miliardario come Bob Hugin del New Jersey, che vorrebbe proporsi come un Michael Bloomberg appena un po’ più a destra, pro-choice, pro-matrimonio omosessuale, un moderato di stampo bushiano.

Per ora stanno tutti alla finestra a guardare, mentre un uomo solo non smette di strillare la propria indispensabilità e la minaccia rappresentata dai diecimila centroamericani in marcia verso la frontiera meridionale. Trump grida e l’America, piegata su se stessa, riflette. Sembra una pièce brechtiana: vedremo se nel finale risolverà in farsa o in parabola morale.

Bufale carnivore o vegani killer?

“Mamma non fare il ragù o ti accoltello: condannata la figlia vegana”. Il titolo della Gazzetta di Modena è di quelli ghiotti. Tutti, dal Corriere a Repubblica al Messaggero, ci si fiondano. Qualcuno – Blasting news, piattaforma acchiappa-clic – azzarda: “Sugo di carne mortale: figlia vegana minaccia con un coltello la madre/VIDEO”. Clicco sul video, richiamato a caratteri cubitali, e dopo due pubblicità capisco che ci sono solo foto di archivio su didascalie striminzite, che ribadiscono sempre lo stesso concetto: “A Modena una madre ha rischiato la vita per un piatto di pasta al ragù”. E così intanto il mio clic gliel’ho regalato. La storia inizia nel 2016 ma la notizia è che, tre giorni fa, il giudice di pace di Modena, Nadia Trifirò, ha condannato una delle due parti in causa, la figlia in questo caso, a pagare una multa di 400 euro e 500 euro di ammenda, per le minacce rivolte alla madre.

“Le liti riguardavano la convivenza fra le due, l’episodio del ragù che ha spinto la mamma a denunciare era solo la punta di un iceberg”. A parlare è l’avvocato della madre, che mi chiede però di non essere citato. “Ho fatto processi molto più importanti di questo, non capisco tutto questo clamore mediatico. Quanti processi risolti davanti a un giudice di pace vede finire sui giornali?”, mi chiede. Ma soprattutto, quello che sarebbe dovuto emergere riguarda altro. E cioè che la figlia, 47 anni, era dovuta tornare a vivere dalla madre, dopo che aveva perso il lavoro. Una casa popolare di 70 metri quadri, con una stanza sola. La madre era costretta a dormire in salotto. E il caso era già attenzionato dai servizi sociali. “Per la madre è stato doloroso denunciare, ma era una situazione che andava avanti da tanto. Si tratta di un dramma familiare legato alle difficoltà della convivenza”, mi spiega l’avvocato, “ma che nulla c’entrano con le abitudini alimentari della figlia, che la madre infatti non ha mai contestato”. Però i titoli dei giornali vertono su questo. “Ma guardi che io ho spiegato ai suoi colleghi quello che sto raccontando a lei. Dietro una notizia che può sembrare divertente c’è il disagio di una famiglia che è dovuta ricorrere a un giudice. Ma serve a poco, visto che continuano a convivere nella stessa casa. Al massimo la sentenza può essere usata per sollecitare gli assistenti sociali ad aiutarle. La figlia è ancora disoccupata. Ma se trovasse un lavoro potrebbe magari permettersi un alloggio”.

Di casi come questo sono pieni gli archivi. Due anni fa (forse c’era del tofu avariato in circolazione?) Il Giornale titolava: “Vegetariano uccide la madre a coltellate per un pezzo di carne in frigo”. Andando a indagare, si scopre però che la vera storia del figlio vegetariano emerge dal verbale d’interrogatorio in sede di convalida dell’arresto. Cleto Daniel Tolpeit davanti ai carabinieri dichiara di aver aperto il frigorifero e notando un wurstel, lui che è vegetariano, chiede alla madre se glielo volesse dare da mangiare. La madre risponde di sì e a quel punto Tolpeit gli sferra 27 coltellate. Quello che non viene raccontato è che, subito dopo, l’omicida invita il nipote di 14 anni a vedere la sua ultima “opera d’arte”, e cioè il cadavere della nonna. Poi chiama il 112 e dichiara di aver appena ucciso la madre. La pattuglia che accorre immediatamente sul posto si trova il cadavere dell’anziana signora con il coltello ancora piantato nel volto trapassato da una parte all’altra. Cleto Daniel Tolpeit si considerava veramente un artista. Ma era anche un tossicodipendente, alcolizzato e come risulta dalla sentenza del Tribunale di Bolzano del marzo 2017, “del tutto incapace di intendere e volere” perché affetto da disturbo schizoide di personalità. Insomma, in questo quadro, l’essere vegetariano ha la stessa valenza di essere biondo o basso. Per questo il giudice ha deciso di assolvere Tolpeit e di escludere l’aggravante dei futili motivi, e cioè del ritrovamento del wurstel in frigorifero che avrebbe scatenato la sua ira, perché il matricida ha agito “totalmente spinto dalla propria patologia”. E infatti Tolpeit oggi non è in una clinica per disturbi alimentari in quanto vegetariano, ma condannato al ricovero in Rems, gli attuali ospedali psichiatrici giudiziari, per 16 anni.

“A tavola con la mia famiglia non uccido nessuno, nemmeno il mio babbo che è un cacciatore per passione”

Questi i casi limite, su cui i media si buttano a capofitto perché intravedono potenziali acchiappa-clic. Ma i casi di vegani che portano all’estremo la loro scelta esistono, eccome. Ho conosciuto una famiglia vegana che non partecipa più al pranzo di Natale con i parenti. Mamma e papà, infatti, non accettano che nei piatti in tavola ci siano animali. “Gli stessi che noi salviamo dai macelli e che accudiamo come parte della famiglia”, mi hanno spiegato. E così ora passano il Natale con altre famiglie vegane che hanno fatto la stessa scelta. Una scelta che definiremmo estrema, ma che rispetta il loro modo di pensare e di vivere. Certo, il rischio che si ghettizzino è alto, e preoccupa ancor di più considerato che con loro ci sono tre bambini. “Noi chiediamo solo che per un giorno all’anno i nostri familiari rinuncino a mangiare la carne. Non è una richiesta così estrema”, sostengono loro. A leggerla così, forse effettivamente non lo è. Ma le due parti continuano a non venirsi incontro, e la tavola li separa.

A tavola con la mia famiglia, tutta orgogliosamente onnivora, personalmente io ci sto senza grossi problemi. Al massimo oggi abbiamo un argomento in più su cui confrontarci in maniera animata. Sono fra quelli che hanno fatto una scelta di comodo: vegetariana in giro e vegana a casa. Una scelta che però trova il consenso della maggioranza onnivora, che solitamente mi risponde così: “Vegetariana ok, ma vegana no. I vegani sono troppo estremisti”. Alla fine dei conti, i vegani sono gli unici veramente coerenti, se la scelta di cambiare il regime alimentare è dettata dall’amore e il rispetto nei confronti degli animali (motivazione che secondo Eurispes guida il 20% di chi è vegetariano o vegano). Già, perché se si critica la macellazione o le condizioni di vita degli animali negli allevamenti intensivi, che sia una fettina di carne o un pezzo di formaggio poco importa. Gli animali sono condannati sempre alle stesse miserabili condizioni di vita. Conscia delle mie debolezze di essere umano e delle mie incoerenze, non mi sono mai nascosta dietro la mia scelta democristiana. Che riesce comunque a deludere profondamente mia mamma, che non può più prepararmi il fegato alla griglia (uno dei miei ex piatti preferiti) o le tagliatelle al ragù (a Rimini, la mia città natale, è praticamente impossibile sopravvivere senza). Paradossalmente in famiglia è mio padre che più mi appoggia. Lui, che è un cacciatore. “Amo gli animali, è uno schifo come li trattano negli allevamenti intensivi”. Eticamente il discorso non regge. Come puoi amare un animale che poi uccidi? Ma mio padre ne è convinto. Perché è qui che entrano i differenti usi e tradizioni. La prima volta che è andato a caccia con suo papà aveva solo quattro anni. Il primo fucile lo ha comprato a 18, e ad aiutarlo con i soldini è stato sempre suo papà. Ed è sinceramente dispiaciuto quando ferisce un uccello senza prenderlo. Perché significa aver sacrificato una vita per nulla. Già. La famiglia di mio papà era povera, e andare a caccia significava poter mangiare la carne che non si potevano permettere altrimenti, se non una volta a settimana e per le festività. E oggi, che non ha più i problemi di una volta, per lui la caccia continua ad avere quel significato ancestrale. Di cibo, di condivisione, di famiglia. E io tutto questo lo capisco. Nonostante uccidere gli animali sia la cosa più lontana da me e non lo condivido in alcun modo, io capisco lui e lui capisce me. Fa parte dell’accettazione dell’altro, del diverso.

Il filosofo veg Leonardo Caffo: “I media col loro racconto delegittimano la scelta vegetariana: sono tutti pazzi o fascisti”

Ma sembrano i media a non voler accettare il diverso, in questo caso in ambito alimentare. E insistono sull’“aggravante vegetariana” che invece cade per i giudici (che nei casi che abbiamo ricordato non hanno mai citato come dirimente la causa dell’alimentazione). E allora perché raccontare così chi non mangia animali? “Se passa l’idea che i vegani hanno una mania così ossessiva per il cibo da arrivare a uccidere quando non vengono accontentati, verranno percepiti dall’opinione pubblica come coloro che non sopportano la diversità, e cioè dei fascisti”, mi spiega il filosofo Leonardo Caffo, ora nelle librerie per Einaudi con Vegan, un manifesto. “A un certo punto hanno affibbiato pure il termine vegetariano a Hitler, che invece era ghiotto di salsicce e andava pazzo per le interiora. Aveva solo un’intolleranza alle carni bianche”. Perché tutto questo accanimento? “Così si elimina alla radice il cercare di capire quanto invece sia una scelta giusta. È il modo migliore per mettere in discussione un movimento che mina lo stile di vita della maggioranza. E infatti a emergere, dalla cronaca ai talk show, sono sempre i vegani strani, quelli più estremisti”.

Una minoranza, sì, ma che nel nostro Paese ha formato uno zoccolo duro. Secondo l’ultimo rapporto Eurispes, i vegani e i vegetariani sono il 7% della popolazione, valore stabile negli ultimi cinque anni. L’offerta si è adeguata ancor più della domanda, con il 23% dei ristoranti recensiti su TripAdvisor che propone menu vegetariani e il 17% vegani. E ormai ogni supermercato ha il suo scaffale di prodotti vegani. Ma il filosofo Caffo ammonisce. “Tutti capiscono che chi diventa vegano lo fa anche perché pensa che sia una scelta giusta per tutti gli altri, quindi chiede un cambiamento radicale. Ma se diventa un pensiero giusto per tutti si sposta l’asse dominante, e cioè la produzione. Che si basa tutta sullo sfruttamento degli animali”. Ed è qui che la scelta alimentare diventa un problema per il sistema. “Il nemico numero uno del veganesimo e del vegetarianesimo è il capitalismo. Va bene produrre qualche polpetta di tofu per pochi, ma la minoranza non deve diventare maggioranza, perché sarebbe un suicidio per la produzione industriale”. E forse deridere l’altro, parlare di vegani assassini, ci mette al riparo da chi fa scelte diverse dalle nostre. E non ci mette in discussione. È la paura del diverso che va per la maggiore.

Da autostrade al gas, l’Anac contro le concessioni-regalo

Concessioni scadute, dati divergenti, situazioni di monopolio di fatto: dal gas agli aeroporti alle autostrade, il settore dei concessionari pubblici, dopo il crollo del ponte Morandi, finisce sotto la lente dell’Anac. L’Autorità guidata da Raffaele Cantone, con un attento monitoraggio ha riscontrato “fenomeni sintomatici di singolari criticità e anomalie” e inviato un atto di segnalazione al governo e al Parlamento. Nel settore autostradale Anac ha riscontrato “incongruenze e divergenze” tra i dati comunicati dal ministero delle Infrastrutture e quelli delle concessionarie sugli investimenti: quel 60% di lavori che devono a gara. Le concessionarie, infatti, tendono a “sottostimare gli adempimenti a loro carico”. E “il massimo scollamento dei dati si è verificato per Autostrade per l’Italia”. Problemi anche nella distribuzione del gas, dove opera “un numero relativamente contenuto” di gestori a danno della concorrenza, “determinando monopoli di fatto”. Su 5.142 concessioni in corso di validità, poi, 3.728 (il 72%) sono scadute. Anac ha provato a monitorare le concessioni aeroportuali, ma i gestori si sono opposti, con un ricorso al presidente della Repubblica. La vicenda finirà al Consiglio di Stato.

La Cgil divisa adesso rischia di sfilare con gli industriali

Nella Cgil che sta tenendo i congressi di base in vista di quello nazionale di gennaio, tiene banco la scelta sul futuro segretario generale. Maurizio Landini, sostenuto da Susanna Camusso, segretario generale uscente, o Vincenzo Colla, l’outsider sostenuto da categorie di peso come quella dei Pensionati?

La partita potrebbe assumere toni diversi se dovesse ampliarsi al progetto del Tav piemontese su cui si è pronunciato il Consiglio comunale di Torino, bocciandolo, e su cui lo scontro si allarga a macchia d’olio. Colla, che come segretario confederale ha la delega alle Infrastrutture e dunque si esprime a nome di tutta la Cgil, nei giorni scorsi ha insistito molto sul sostegno al Tav definendo “assolutamente sbagliata” la decisione del Comune di Torino, “strategica” l’opera contestata e addirittura rilanciando, insieme a Cisl e Uil, “opportune iniziative di lotta per contrastare questa deriva volta all’impoverimento del Paese, affinché i cantieri vengano aperti e le opere iniziate”.

Un intervento in straordinaria sintonia con l’Unione industriali di Torino che si sta muovendo pancia a terra per contrastare le scelte della sindaca Chiara Appendino, sostenendo una ampia petizione online, che ha già raggiunto la cifra simbolica dei 40 mila, e costruendo un punto organizzativo per qualcosa di più incisivo sul piano della mobilitazione.

A Colla, quindi alla Cgil nazionale, che su questo punto non ha rilasciato altre dichiarazioni, anche perché si è schierata da tempo a favore del Tav, si contrappone la Cgil locale. Nel congresso che si è svolto lo scorso fine settimana, la Camera del lavoro ha approvato un documento con 163 voti contro 47 e 22 astensioni in cui “si contesta l’idea che il contrasto al declino di Torino possa avvenire attraverso le grandi opere e conferma il giudizio negativo sul Tav espresso in questi anni”. L’esatto contrario di quanto affermato da Colla.

L’ordine del giorno è stato votato a livello di congresso cittadino ma ieri, in una intervista al Corriere della Sera torinese, il segretario della Fiom torinese, Edi Lazzi, ha ricordato che “ora la discussione passa a livello regionale e poi nazionale”. A quel punto la posizione che assumerebbe Maurizio Landini sarebbe molto rilevante perché l’ex segretario della Fiom, che sul punto non si esprime, nel rispetto delle deleghe della segreteria confederale, non potrebbe non dire la sua nel caso il documento fosse portato al voto del congresso nazionale. L’ex segretario della Fiom non ha mai fatto mancare il suo appoggio alla protesta No Tav e la Fiom ancora oggi è schierata in tal senso. Ma qui si parla della Cgil nazionale e della posizione che dovrebbe assumere il suo probabile segretario. Quindi la spaccatura potrebbe riflettersi sul dibattito interno e creare uno scontro inedito.

Scontro che si intreccia con le manovre sul campo da parte di Confindustria e del Pd. Gli industriali sono stati chiari, il Tav si deve fare e su questo il presidente degli industriali torinesi, Dario Gallina, ha lanciato la suggestione di una “marcia dei 40 mila”, Il riferimento è alla manifestazione dei quadri Fiat che nel 1980 manifestarono in città contro i lavoratori e i sindacati che avevano occupato la fabbrica per difendere i loro posti di lavoro. Partita perduta dal sindacato anche grazie all’effetto simbolico di quella marcia che “chiudeva” la stagione degli anni 70 e la conflittualità operaia. “Fa un po’ ridere che si utilizzi quel simbolo oggi”, dice Giorgio Airaudo, ex deputato di Sinistra italiana oggi ritornato nei ranghi della Cgil “come semplice impiegato”: “In realtà si lavora per una ipotesi di conservazione, proprio come allora, e il Pd in questo modo non farà che tirare la volata alla Lega, unica beneficiaria di questa mobilitazione”.

La marcia “Sì Tav” oggi dovrebbe avere lo stesso effetto e vedrebbe schierato sul campo anche il Pd torinese che sta spendendo i suoi uomini, Piero Fassino e Sergio Chiamparino in testa, a fianco di questa prospettiva. La Confindustria nazionale, con Vincenzo Boccia, non è sicura di volere una manifestazione di piazza, ma attorno a questa eventualità si stanno ridefinendo gli schieramenti cittadini e oggi in piazza Castello si terrà una prova generale. L’appuntamento indetto via social da “Torino dice basta” ricalca quello convocato in Campidoglio a Roma la settimana scorsa contro Virginia Raggi. Ma attorno al Tav potrebbe avere il suo simbolo.

No all’Appendino e sì al Tav. Oggi primo test della piazza

L’appuntamento è per oggi alle 10 in piazza Castello, a Torino. Dopo l’ordine del giorno No Tav approvato dal consiglio comunale lunedì, cominciano qui le manifestazioni contro l’amministrazione M5S di Chiara Appendino. È stato organizzato un sit-in dallo slogan #Torinodicebasta, sull’onda di quello della manifestazione contro Virginia Raggi una settimana fa. Come quella di Roma dovrebbe essere una manifestazione spontanea, senza i partiti, anche se lo slogan è stato già usato dal Pd lunedì: “Fa piacere che sia utilizzato il nostro slogan. Non abbiamo organizzato noi la protesta, ho visto che è nata sui social – precisa Mimmo Carretta, segretario dei dem torinesi –. Ci saranno tanti democratici, tutti liberi di andare come farò io”. In teoria il Tav non è al centro della protesta, ma in molti a Torino pensano che sia l’occasione per testare la riuscita di quella nuova marcia “dei 40 mila”, auspicata dal presidente dell’Unione industriali di Torino, Dario Gallina, ricordando la manifestazione dei quadri Fiat che il 14 ottobre 1980 portò alla sconfitta degli operai in sciopero.

Come si è visto lunedì nella piazza di fronte al municipio, in questa lotta a favore della grande opera si ritrovano associazioni di categoria e sindacati, industriali e politici bipartisan (dal Pd a Fi), uniti dall’idea che il Tav possa essere la panacea a una crisi industriale e occupazionale. Lunedì prossimo alla Camera di commercio i rappresentanti di imprenditori, artigiani, professionisti e altri si incontreranno per organizzare un evento “Sì Tav” il 24 novembre. “Il malessere dei nostri associati è forte, i risultati in termini di previsioni purtroppo non aiutano, la posizione sulla Torino-Lione amareggia e delude”, ha detto ieri il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia. Che fisserà a breve un Consiglio generale di Confindustria allargato a tutti i presidenti delle nostre associazioni a Torino, “un luogo simbolo delle potenzialità del Paese, con un invito aperto a tutte le altre categorie e una sfida al governo perché cominci a fare gli interessi del Paese tutto e non di pezzi di elettorato”.

Tra una settimana manifesteranno per la Torino-Lione le persone che aderiscono all’iniziativa dell’ex sottosegretario ai Trasporti del governo Berlusconi Mino Giachino. La sua petizione su change.org ha raccolto le firme di più di 41 mila persone: “Le porteremo in piazza perché l’Italia ha bisogno della spinta economica che le daranno il Tav, la Via della Seta e il Terzo Valico”. Appendino sta a guardare: “Un sindaco non entra nel merito di manifestazioni che vengono organizzate in assenso o dissenso ed è legittimo che qualcuno manifesti una propria preoccupazione o battaglia politica – ha detto ieri – ma dal mio punto di vista ritengo che l’Alta velocità Torino-Lione non sia una priorità per il Paese”.

Che brutta fine il povero Alemanno

Dura la vita per i galantuomini. Hai voglia a impegnarti, a essere gentile, ad avere tutti i riguardi: ormai basta un niente e si finisce sbeffeggiati in Twitter-visione, alla berlina del primo sconosciuto. Chissà cosa starà pensando Gianni Alemanno, ex sindaco di Roma in via divorzio con Isabella Rauti, figlia dello storico leader del Movimento Sociale Italiano. Ieri il buon Gianni ha pubblicato un tweet per onorare la memoria di Rauti (padre), morto esattamente sei anni prima: “Onore a Pino Rauti, maestro del pensiero nazional-popolare. Questa martellata al Muro di Berlino (di cui Alemanno posta la foto, nda) è il simbolo di una vita dedicata a ricostruire l’Europa dei popoli, delle identità e dei valori”. Tanto miele per nulla, perché poco dopo, ancora su Twitter (e dove sennò?) Isabella ha replicato: “Non sei degno di ricordarlo!”. E via a pernacchie social all’ex sindaco, con gli utenti che continuavano a stuzzicare la Rauti e lei che incalzava senza pietà: “Nessuno è degno di ricordarlo. Ma qualcuno meno degli altri”. Meno di zero. Meno di niente. Povero Alemanno: era più facile fare il sindaco di Roma che il marito della Rauti.

Apple crolla in Borsa dopo lo stop ai dati sulle vendite

Apple annuncia che non rivelerà più i dati di vendita di iPhone, iPad e Mac e il titolo crolla in Borsa per il secondo giorno di fila con un analogo tonfo di quasi il 7%, raggiungendo il calo record in un solo giorno come non lo si vedeva dall’aprile 2016 quando c’era stata la prima frenata (-16,3 per cento) nella vendita degli iPhone.

“Le vendite dei singoli prodotti non sono rilevanti per noi a questo punto” ha detto l’ad di Apple, Luca Maestri, giovedì notte durante la conferenza con gli analisti sui risultati del quarto trimestre. Tradotto: il numero di unità vendute non rappresenta la performance della società, che ormai punta sui servizi e sui dispositivi da indossare. Realtà: Apple è consapevole del calo di vendite a cui va incontro. Subito dopo l’annuncio, il titolo aveva perso il 7% portando la capitalizzazione per la prima volta sotto il trilione di dollari celebrato ad agosto. A pesare, anche le stime per i prossimi mesi, inferiori a quelle auspicate e con un calo previsto sul fatturato di quasi 2 miliardi, nonostante Natale. Eppure il profitto trimestrale è salito del 32 per cento, il fatturato del 20 per cento. La quota di iPhone venduti, però, si è fermata 46,9 milioni contro attese per 47,5 (erano 61 milioni nel 2015, 51 nel 2016). Finora Apple è riuscita a mantenere intatta la crescita finanziaria grazie all’aumento dei prezzi dell’iPhone. Quello medio di vendita è passato dai 618 dollari di un anno fa ai 793 di oggi. I ricavi sono aumentati del 29 per cento, nonostante i volumi unitari stabili. Senza dati, sarà più difficile calcolare i prezzi medi. “C’è chi ritiene che la tendenza all’aumento dei prezzi e una riduzione delle informazioni finanziarie siano un tentativo di seppellire la narrativa secondo cui sta sfruttando i suoi fedeli e spesso ricchi clienti” spiega il Financial Times. E a domanda specifica, Cupertino non risponde: quanto ancora può durare la tolleranza dei clienti?

Stress test bancari, bene le italiane

Stress test superati per le principali banche italiane. I dati sono stati pubblicati ieri dall’European banking authority (Eba). In questa tornata dei test biennali sulla solidità, sotto la lente c’erano Unicredit, Intesa, Banco Bpm e Ubi; mentre Mps, bocciata nel 2016, a questo giro non è stata valutata, essendo ancora in corso la ristrutturazione concordata con la Bce.

La Borsa ha festeggiato con una crescita dell’1%, trainata proprio dai titoli bancari, con Unicredit in rialzo del 3,22%, Intesa dell’1,04%, Banco Bpm del 3,64% e Ubi del 2,65%; lo spread è sceso a 289 punti. Una schiarita nel panorama finanziario italiano, scosso dalla bocciatura Ue alla manovra. Il ministro dell’Economia e delle Finanze, Giovanni Tria, si è detto “soddisfatto” dei risultati.

I test, che hanno coinvolto 48 istituti dell’Ue (70% degli attivi bancari), sono esercizi teorici sulla capacità delle banche di sopportare eventi esterni sfavorevoli. Lo scenario ipotizzato quest’anno è quello di un Pil in calo dell’1,2% nel 2018 e del 2,2% nel 2019, poi in crescita dello 0,7% nel 2020; una disoccupazione del 9,7%, un’inflazione dell’1,7% e un calo dei valori immobiliari del 19,1% (residenziali) e del 20% (commerciali) nel triennio. Nel modello dell’Eba hanno un peso notevole i crediti deteriorati, un approccio che pesa in maniera particolare sulle banche italiane che, nonostante le massicce pulizie fatte, hanno mediamente un rapporto tra crediti deteriorati netti e totale crediti del 5%, contro il 3,9% europeo. Meno attenzione invece è data ai derivati, i titoli strutturati non quotati, di cui sono piene le banche tedesche e francesi.

I test di quest’anno sono comunque più severi rispetto a quelli del 2016, anche perché comprendono le nuove norme contabili Ifrs 9, che prevedono l’accantonamento totale delle perdite presunte. I dati di partenza sono stati forniti dalle banche vigilate nel maggio scorso e si riferiscono al dicembre 2017.

Le banche italiane hanno riportato il principale indice patrimoniale, il Common equity tier 1 (Cet 1), sopra della soglia minima del 5,5% indicata da Basilea 2, gli accordi tra autorità di vigilanza bancaria del G10. Il Cet 1 ratio al 2020 risulta, nello scenario peggiore, pari al 9,34% per Unicredit, al 10,4% per Intesa, all’8,47% per Banco Bpm e all’8,32% per Ubi. Molto peggio è andata a Deutsche Bank, prima banca europea per attivi da tempo in difficoltà e ai minimi storici in Borsa, con un Cet 1 ratio all’8,14% (contro il 14,65% del 2017). Così come tedesca è la banca uscita più malconcia dai test: la Norddeutsche Landesbank, col 7,07%.

L’esito degli stress semplificati, condotti direttamente dalla Bce e che riguardano in Italia Mediobanca, Iccrea, Bper, Credem, Popolare di Sondrio e Carige non verrà invece reso noto al mercato. I risultati verranno però utilizzati dalla Bce nell’ambito degli Srep, la valutazione con cui ogni anno si fissano i requisiti patrimoniali che ogni banca deve rispettare. Secondo quanto riportava ieri al Sole 24 Ore, Carige, istituto da tempo in difficoltà, avrebbe evidenziato un Cet 1 sotto il 5,5%, circostanza che ha fatto perdere ieri in Borsa all’istituto ligure il 2,08%.

“Chiarisca o se ne vada”. Il M5S assedia Garofoli

Chiedono un “chiarimento urgente”, e c’è chi invoca “le dimissioni”. I nuovi articoli del Fatto Quotidiano su Roberto Garofoli, il capo di gabinetto del ministro dell’Economia Giovanni Tria, spingono i Cinque Stelle a intervenire ancora sul caso del dirigente. E dopo le stilettate ai tecnici del Mef, più volte accusati di remare contro il governo, non può stupire la reazione del M5S. Dove hanno letto con grande attenzione il pezzo di ieri del Fatto, in cui un collaboratore della casa editrice che fa capo alla moglie e al suocero di Garofoli, un giovane laureato, sostiene di essere stato pagato in nero dall’azienda, dove aveva frequenti riunioni a cui avrebbe partecipato anche lo stesso capo di gabinetto.

E quel pezzo lo ha letto anche Elio Lannutti, senatore del M5S e amico di lunga data di Beppe Grillo, durissimo: “Io credo che questo signore debba dimettersi, anzi penso che avrebbe dovuto già farlo. Mi auguro che non mangi il panettone, per così dire”. Però Tria lo difende, con forza. Ma Lannutti scuote la testa: “Non credo che il ministro potrà difenderlo a lungo. Ricordo che l’emendamento infilato nel decreto fiscale per assegnare fondi alla Croce Rossa (84 milioni, di cui si accorse il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, ndr) non è affatto stato richiesto dal ministro della Salute Giulia Grillo, come sostiene il suo avvocato in una lettera a Dagospia, ma è roba sua, di Garofoli (per il suo legale la richiesta è riferibile al ministero dell’Economia, ndr)”.

Si resta a Palazzo Madama, ed ecco il questore Laura Bottici, senatrice al secondo mandato, veterana del Movimento. A lei il Fatto chiede se il caso di Garofoli ponga un problema politico. E Bottici replica così: “Credo che si tratti di un problema tecnico-amministrativo interno al Mef, e che la valutazione di merito spetti a Tria”.

Poi c’è il capogruppo in Senato, Stefano Patanuelli: “Io penso che la lettura sia evidente: o Garofoli riesce a chiarire la sua situazione, oppure è necessario che presenti sue dimissioni. Non si può pensare di tenere in quel ruolo una persona che non faccia chiarezza su vicende di questo genere. È chiaro che questa situazione ci preoccupa”. Però il ministro fa muro… “Potrà rimanere tranquillamente al suo posto dopo aver chiarito. Certo, le cose che abbiamo letto in questi giorni lasciano abbastanza perplessi”. Così dal Movimento, dove le storie tese con il Mef non sembrano affatto finite. E lo ribadisce ancora Lannutti: “Io aspetto ancora che il ministro Tria dia le deleghe ai suoi sottosegretari”. Ovvero, che renda pienamente operativi anche i due 5Stelle al Mef, Alessio Villarosa e soprattutto Laura Castelli, il motore del Movimento sui temi economici, presente a tutti i tavoli di governo assieme e per conto di Di Maio.

Ma la spina principale rimane Garofoli, che con i Cinque Stelle non ha mai legato. Perché il Movimento che lo ha sempre visto (descritto) come troppo vicino al Pd e in generale agli esponenti degli ultimi due governi di centrosinistra, in cui era sempre capo di gabinetto al Mef, con Pier Carlo Padoan. E ora lo accusa di essere il vero ispiratore di Tria, in funzione anti-M5S. Mentre lui, il capo di gabinetto, non si fida dei nuovi “barbari” approdati nei Palazzi, di cui non condivide stile e soprattutto idee. Tradotto, lo scontro non può che rimanere frontale.