A Matteo Salvini si può dire tutto, tranne che non sappia stare al mondo. E così, in piena sensibilizzazione collettiva per animali pucciosi, gatti buffi e cani fedeli, il Capitano ha capito che è bene tenersi buona quella parte di elettorato pronta a imbracciare i forconi per una parola fuori posto sugli amici a quattro zampe. Per questo ieri Salvini non si è fatto sfuggire la notizia del giorno, ovvero che sul cane anti-droga Pocho – sì, come l’attaccante argentino ex Napoli Lavezzi – pende una taglia posta direttamente dalla camorra, infastidita dai continui blitz canini: “Grazie al suo naso infallibile, questo cane antidroga ha fatto perdere milioni di euro ai camorristi che, per questo, ora lo vogliono MORTO. Fate schifo… Grande Pocho, onore a te!”. E in effetti a leggere l’articolo linkato da Salvini, fonte La Stampa, c’è poco da stare allegri: “Dalle polpette avvelenate alle esche, ogni arma sembrerebbe buona per eliminare il loro avversario. Sembra addirittura che negli appartamenti-magazzino della droga vengano tenute cagnoline in calore per distrarlo”. Non ditelo a Mister decreto sicurezza, potrebbe farle arrestare per favoreggiamento.
Beppe il Manager
Politico ed ex dirigente d’azienda, sindaco di Milano dal giugno 2016. Ha ricoperto l’incarico di commissario unico di Expo-2015 dal 2013 al 2015 ed è stato ad di Expo-2015 Spa dal 2010 al febbraio 2016. Di fede interista, credo cattolico, ha compiuto 60 anni il 28 maggio scorso. Ha mosso i primi passi da politico guardando con interesse a Matteo Renzi: Milano-modello Expo è stata per molto tempo il simbolo del turborenzismo (nonostante le inchieste). Poi iniziarono le liti e le stoccate. E infine l’abiura totale. Attualmente, pur non avendo mai avuto la tessera del Pd, si è ritagliato il ruolo di “motivatore”: “Spingo a parlare e ragionare di contenuti”.
Durante la campagna elettorale del 2016, ha ricordato spesso di aver dovuto lottare a 39 anni contro il cancro: “Quando sono tornato al lavoro, tre settimane dopo l’intervento, allo specchio ho visto un cadavere. Ma non ero morto, la mia seconda vita è stata la migliore”
“Sui migranti, la sinistra non gridi ai fascisti: risponda a chi ha paura”
Sindaco Giuseppe Sala, il senatore dem Bruno Astorre loda CasaPound perché sta in mezzo alla gente, lei su La Verità invita a distinguere gli immigrati africani dagli altri: essere di sinistra oggi vuol dire essere di destra?
Il parlare chiaro ai cittadini non è né di sinistra né di destra. Io ho fatto un discorso serio sulle difficoltà – evidenti – di integrazione per alcuni immigrati. Non è facile per tutti come è stato al tempo per i filippini. A sinistra abbiamo perso troppo tempo sull’immigrazione. Serve un piano nazionale per l’integrazione, servono fondi e impegno.
L’hanno criticata per aver detto che “l’immigrazione africana porta persone con istruzione pari a zero e che non hanno mai lavorato”.
La frase non mi è uscita benissimo. Ma se non affrontiamo le paure e i bisogni dei nostri concittadini, come sinistra resteremo al 15%. Ci sarà pure una via di mezzo tra Salvini che dice ‘chiudiamo i porti’ e la sinistra che per anni ha detto ‘siamo tutti fratelli’. Gli immigrati che arrivano dall’Africa partono da un ‘tessuto’ diverso dal nostro. Se non integrati, hanno più facilità a ritrovarsi per strada e quindi a delinquere. Io non ho tessere di partito, ho 60 anni e non devo fare carriera. Da cattolico, la solidarietà e l’accoglienza sono parte del mio vissuto. Forse sono più libero di altri che, pur pensando la stessa cosa, non si esprimono per opportunità.
Non starà inseguendo Salvini, per lanciarsi in un progetto politico nazionale, a partire dal Nord?
Io vado in giro a dire: signori, noi dall’apertura ci guadagniamo perché attraiamo investimenti, turismo, paghiamo il prezzo dell’immigrazione. Ma questo discorso sui territori non ha presa. La gente è razzista? Parte dal concreto. Se l’immigrato bivacca nel parchetto dove gioca mia figlia, se nella graduatoria per le case popolari a lui la assegnano prima di me… Non siamo razzisti ma lo diventiamo quando gli immigrati toccano i nostri bisogni e opportunità. E qui torniamo alle periferie.
E alla Lega che avanza, dicono i sondaggi, anche a Milano. Cresce l’insoddisfazione proprio nelle periferie e nelle zone semi-centrali.
Non è vero che a Milano siamo forti solo in centro. Il mio gradimento è al 60%. È che Salvini sa parlare a chi cerca sicurezza. È micidiale: è bravo in questo, c’è poco da fare. E mette in difficoltà Di Maio e i 5stelle perché sembra più concreto. Ma quando festeggia per la vittoria di Bolsonaro in Brasile, mi spaventa.
Al netto dell’accoglienza dei rifugiati, pensa che l’immigrazione vada controllata?
Il mio modello per chi arriva per motivi economici si fonda sui fabbisogni reali dei lavori. C’è ancora tanto lavoro nel nostro Paese. Ma certi mestieri i nostri figli non vogliono farli. A Milano il 19% dei residenti è di origine straniera. Senza gli immigrati la città si ferma. Il 30-40 per cento dei bar sono gestiti dai cinesi, la metà delle pizzerie dagli egiziani, per non parlare delle badanti. In Lombardia gli imprenditori extracomunitari sono 114 mila. Bisogna, lo dico da manager, connettere domanda e offerta. Non possiamo per anni solo parcheggiare chi arriva e spendere soldi, e basta. Salvini dice ‘riporto 600 mila immigrati a casa loro’: in media rimpatriamo 20 mila persone all’anno. Quando iniziamo a chiedere conto di tutte queste balle?
Manca l’opposizione.
Al Pd manca prima di tutto un leader. Renzi un tentativo lo aveva fatto, salvo poi circondarsi di quattro fedelissimi. Il potere va diviso.
Che fare quindi?
Il Pd non può ripartire da persone della mia età. In confronto a M5S e Lega, noi non siamo giovani e abbiamo facce usurate. Nando Pagnoncelli mi ha detto: ‘Pensa alle ultime foto della campagna elettorale: Salvini era in piazza Duomo col rosario in mano; i grillini con i loro ministri, per dare l’idea di essere pronti a governare; la foto del Pd era la manifestazione antifascista a Macerata’. Lo dico da antifascista: è un errore usare l’antifascismo come simbolo della nostra esistenza politica.
L’avrebbe mai organizzata una Leopolda in stile talk show?
No. Ma Renzi è così. Non siamo allineati. L’ultimo contatto tra me e lui è un sms a febbraio. Non so dove lo porterà questa strada. Non c’è mai autocritica. I cittadini sono sensibili su questo. Nessuno lo vuole crocifiggere, ma…
Pare amareggiato…
Dopo la sconfitta del Referendum gli ho consigliato di farsi da parte per un po’. Ma lui non riesce a star fuori. Non so se sia ancora contemporaneo vivere solo di politica.
Qual è la sua idea di sinistra?
Una sinistra che non deroga su diritti e democrazia e che sia in grado di impadronirsi di alcuni temi che devono essere nostri. Su tutti: ambiente e questione femminile. Andiamo oltre il dibattito: voto Minniti o voto Martina.
Lei chi vota?
Non voto. Come alle scorse primarie. Ma vorrei un segretario che faccia il segretario un giorno a Roma e il resto della settimana in giro per l’Italia. E che si circondi di persone valide.
Cosa deve fare il Pd in vista delle Europee?
Presentarsi con il simbolo e il nome del Pd, perché piaccia o meno ha un senso; parlare di contenuti e temi contemporanei; fare liste con facce e logiche davvero nuove.
E intanto a Milano, viste le ultime manifestazioni, qualcosa si muove dal basso?
C’è un po’ di orgoglio a essere resistenti, non tanto contro la visione sovranista-populista, ma verso chi premia nella gestione della cosa pubblica la poca competenza. Questo per i milanesi è difficile da digerire.
Chi ha in mente?
Il Movimento 5 Stelle ha il merito di sentire i bisogni della società. Ma, per ora, ci fermiamo a questo.
È stato un errore non costruire un fronte con i 5 Stelle e spingerli verso la Lega?
È stato un errore aver troncato il dialogo. Sulle singole cose ci sentiamo diversi, ma le istanze comuni ci sono. Ripartiamo da quelle.
È sicuro di non candidarsi?
Almeno per altri due anni faccio il sindaco. Poi si vedrà.
L’Oim: quasi 2.000 morti in mare. Record di sbarchi in Spagna
Il calo c’è ma anche quest’anno i numeri sono quelli di una strage: i migranti morti nel Mediterraneo mentre cercano di raggiungere l’Europa sono stati 1.987 dal 1° gennaio al 28 ottobre del 2018. Lo riporta l’Oim, l’organizzazione mondiale per le migrazioni nel suo ultimo report, confermando che l’emergenza dei flussi si è spostata verso la Spagna dove nel solo mese di ottobre sono sbarcati in 10 mila, segnando il record degli ultimi cinque anni. A fine ottobre gli sbarchi via mare in Europa sono stati 97.857 di cui il 48% (47.433) in Spagna, rileva l’Oim. Due terzi dei decessi si registrano nelle acque tra il Nord Africa e la Sicilia. I morti nello stesso periodo dello scorso anno erano stati 2.844, nel 2016 avevano superato quota 4.000. Nei primi 10 mesi di quest’anno in Italia si sono registrati 22.027 arrivi, in netto calo rispetto agli 111.244 dello stesso periodo dell’anno scorso. La principale destinazione dei migranti ora è la Spagna che dagli inizi del 2018 ha registrato un aumento ininterrotto, con un primo picco significativo nel maggio scorso, quando le persone sbarcate sono state 3.523 rispetto alle 1.258 del mese precedente e fino agli 8.054 di settembre ai 10.042 dal 1° al 28 ottobre.
Permessi umanitari, Sprar e detenzione amministrativa: le battaglie dei dissidenti 5S
La stretta ai permessi di soggiorno per motivi umanitari, il depauperamento del servizio di protezione degli Sprar, il prolungamento dei tempi di trattenimento nei centri per i rimpatri. Sono alcuni dei punti critici del decreto sicurezza messi nel mirino da Gregorio De Falco, Paola Nugnes, Matteo Mantero e Elena Fattori che contestano anche il previsto aumento dei reati per cui si potrà revocare lo status di rifugiato.
Ma andiamo con ordine. I “dissidenti” pentastellati criticano il giro di vite sui permessi che il decreto accorda in casi molto limitati (per esempio per condizioni di salute di particolare gravità o in caso di straordinaria calamità nel Paese di origine) e che prevalentemente non possono essere convertiti in permessi di soggiorno per lavoro. Casi quelli previsti nel testo, per i quattro senatori, del tutto insufficienti.
La stretta sulla protezione per esigenze di carattere umanitario sarebbe infatti “contraria a obblighi giuridici internazionali oltre che morali”, come ha sottolineato Gregorio De Falco che ha detto di ispirarsi ai richiami del capo dello Stato. In particolare all’articolo 10 della Costituzione che riconosce allo straniero, al quale sia impedito nel suo Paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, il diritto d’asilo: di qui la richiesta di modificare il testo per rendere possibile il riconoscimento del permesso di soggiorno per “asilo costituzionale” allorché lo straniero non possegga i requisiti per ottenere lo status di rifugiato o la protezione sussidiaria.
I quattro senatori ritengono inoltre eccessivo il prolungamento da 90 a 180 giorni della durata massima del trattenimento dello straniero nei centri per il rimpatrio. Molto criticato anche il previsto ricorso alla procedura negoziata senza pubblicazione del bando di gara, in deroga al codice degli appalti, per assicurare la ricostruzione di nuovi centri per il rimpatrio.
Nel mirino c’è poi la riforma del sistema di accoglienza che nel decreto legge è incentrata principalmente sulle strutture temporanee di emergenza, i Cas (Centri di accoglienza straordinaria). Che, sempre secondo i quattro senatori, al contrario dei centri previsti nell’ambito dello Sprar (Sistema di protezione per i richiedenti asilo e rifugiati), non consentirebbero l’integrazione dei richiedenti asilo nel tessuto sociale. La questione rischia di aggravarsi dopo che il Viminale ha annunciato l’eliminazione dei corsi di italiano e dell’orientamento al lavoro dai bandi per i Cas e l’esclusione dei richiedenti asilo dallo Sprar, che verrebbe limitato a chi ha già ottenuto la protezione. Bocciata anche la decisione del governo di indicare una lista di Paesi considerati sicuri al fine della verifica della fondatezza delle richieste di asilo.
Contestata la norma sulla revoca della cittadinanza per gli stranieri divenuti italiani che commettano reati gravi: una previsione incostituzionale per i giuristi auditi in Senato. Secondo le richieste di De Falco dovrebbe essere esclusa l’applicazione della norma quando il soggetto abbia collaborato con le pubbliche autorità o nel caso abbia acquisito la cittadinanza da oltre sette anni.
“Rimpatri illegali in Slovenia” L’Ong accusa, la polizia nega
Le testimonianze sono precise: migranti arrivati a Trieste dopo un viaggio durissimo durato 14 giorni, dalla Bosnia alla Croazia, dalla Croazia alla Slovenia, raccontano di essere stati respinti dalla polizia italiana senza rispettare le norme che impongono di verificare, prima, se hanno diritto d’asilo. Rinchiusi in furgoni della polizia, alla frontiera sono stati consegnati alle guardie slovene. Così è cominciato il viaggio a ritroso – scrive ieri il quotidiano La Stampa – fino al confine croato e poi, passati di mano ai gendarmi della Croazia, trasportati fino in Bosnia, che non fa parte dell’Unione europea. Espulsi. Botte, ingiurie, manganellate, cellulari fracassati, racconta Hassan T., pachistano del Punjab. Gianfranco Schiavone, presidente di Ics, organizzazione che si occupa d’accoglienza, conferma tutto: “I casi sono molti”. E la notizia apre il fronte est dei rimpatri, dopo il clamore già suscitato, sul fronte ovest, dagli sconfinamenti e dagli interventi ritenuti illegittimi della Gendarmeria francese a Bardonecchia e a Claviere. Qui siamo nella Trieste del sindaco di destra Roberto Dipiazza e nel Friuli-Venezia Giulia del presidente leghista Massimiliano Fedriga.
La polizia italiana smentisce tutto. Con una nota secca del questore di Trieste, Isabella Fusiello: “Nessun rimpatrio irregolare di cittadini stranieri al confine con la Slovenia. Il trasferimento presso i valichi di frontiera dei migranti rintracciati irregolarmente sul territorio italiano è effettuato nel rispetto della procedura di riammissione prevista nell’accordo bilaterale firmato dalle autorità italiane e slovene”. La parola magica che risuona continuamente qui, nella caserma della polizia di Fernetti, è riammissione: chi non chiede asilo politico, o non ne ha diritto, viene riammesso, parola gentile per dire: portato al confine e consegnato alla polizia slovena. Tutto regolare, ribadisce il questore: “I migranti che vengono riammessi sono quelli che hanno espresso al personale della polizia di Stato la volontà di non richiedere asilo politico.
L’intera procedura viene documentata con provvedimento formale anche alla presenza di interpreti esterni all’organizzazione della polizia di Stato e impiegati come mediatori culturali”. Schiavone scuote la testa: “Ma cosa dicono? Interpreti non ce ne sono, quei poveretti che arrivano non sanno una parola né di italiano, né di inglese. Mediatori culturali? Abbiamo offerto più volte il nostro intervento: ci hanno sempre respinto. E pensare che noi di Ics siamo vicini di casa della polizia: gestiamo il centro di prima accoglienza di Trieste, Casa Malala, che è ospitato nella ex caserma della Guardia di finanza attaccata alla caserma di Fernetti”.
Il questore di Trieste precisa: “I minori stranieri e coloro che sono affetti da patologie che richiedono cure mediche non vengono riammessi, ma affidati ad apposite strutture di accoglienza italiane. Le modalità di riammissione, secondo gli accordi siglati con le autorità di polizia slovene, con le quali esiste un ottimo rapporto di collaborazione, prevedono che gli stranieri siano accompagnati all’orario concertato e consegnati presso la stazione di polizia Krvavi Potoc (Pesek), dove le autorità esaminano la documentazione”.
Smentisce comportamenti illegali anche Michele Tarlao, segretario regionale del Silp, il sindacato di polizia legato alla Cgil. “Nessun comportamento crudele. Siamo noi poliziotti che spesso sfamiamo i migranti, portando cestini di viveri dalla nostra mensa, che già fa fatica a sfamare decentemente noi poliziotti. E poi: con quali furgoni avremmo fatto i respingimenti? Averceli i furgoni! Esprimo dunque la solidarietà ai colleghi della polizia di frontiera che in questi mesi, pur tra mille difficoltà più volte segnalate (abbiamo pochi uomini, pochi mezzi e strutture insufficienti), hanno svolto con assoluta correttezza e umanità i servizi di controllo alle ex frontiere e di ricevimento dei migranti rintracciati. Respingo con forza le illazioni pubblicate da un quotidiano”. Il questore aggiunge: “La polizia di frontiera di Fernetti non ha in dotazione furgoni privi di finestrini, come raccontato nell’articolo, ma esclusivamente mezzi con i colori d’istituto della Polizia di Stato. E nessuno viene trattenuto nelle ore serali e notturne, semplicemente perché la polizia slovena chiude alle ore 16”.
Eppure Schiavone continua a ribadire che le riammissioni irregolari sono una pratica comune. E non arretra neppure davanti alla notizia che la polizia avrebbe intenzione di querelarlo per diffamazione. “Abbiamo decine di testimonianze. La prova degli interventi irregolari? Ci sono migranti, come Alì M., che raccontano di essere stati respinti e riportati in Bosnia, e poi accettati in Italia al loro secondo tentativo: dunque avevano già la prima volta il diritto a non essere respinti e a presentare la loro domanda di asilo”.
L’ingegnere sul crollo: “Forse una bobina è caduta da un tir”
Una “cannonata”, effetto della caduta da un tir di una bobina di acciaio di 3,5 tonnellate, potrebbe essere stata la causa del crollo del viadotto Morandi, il 14 agosto scorso (43 vittime). Ad avanzare questa ipotesi è Agostino Marioni, ingegnere, ex presidente della società Alga che si occupò dei lavori di rinforzo della pila 11 del ponte nel 1993. Il tecnico è stato sentito ieri, come persona informata dei fatti, dal pm Massimo Terrile. “Vedendo alcuni video ho iniziato a ipotizzare che a far collassare il viadotto potrebbe essere stata l’eventuale caduta del rotolo di acciaio trasportato dal camion passato pochi secondi prima”. Non è ancora stato accertato se il camion ha perso quel carico, ma l’ingegnere dice: “Se il tir, che viaggiava a una velocità di circa 60 chilometri orari, avesse perso la bobina da 3,5 tonnellate avrebbe sprigionato una forza cinetica pari a una cannonata. Verificarlo è semplice: basta controllare se sulla bobina ci sono tracce di asfalto”. L’ingegnere ha poi spiegato come mai Autostrade ordinò i lavori sulla pila 11. “Aveva problemi di corrosione legati a un difetto costruttivo. Anche le pile 9 e 10 presentavano qualche problema ma in misura minore, di poco rilievo”.
Sorpresa, ora i reati estinti piacciono a Rep
Due giorni fa, la giravolta di Repubblica sulla prescrizione, in particolare sull’emendamento al ddl Anticorruzione “per bloccare la prescrizione dopo il primo grado di giudizio”, annunciato il 30 ottobre dal ministro Bonafede. Dati causa e pretesto, l’attuale articolo “La giustizia fuori tempo di Bonafede”, secondo il quale “la sospensione della prescrizione, prevista dal ddl Anticorruzione, nasconde un vizio ideologico: l’idea che ogni processato sia sicuramente colpevole”. Atteso che il vizio è politico e non ideologico, sic transit gloria mundi.
“Io ti prescrivo in nome della legge”: ancora nel 2016 L’Espresso si scagliava contro la legge ex Cirielli, voluta da Berlusconi “per i suoi processi”, additandola come “il più grande condono penale quotidiano” e accusandola di “lasciare impuniti migliaia di procedimenti, dal caso Stamina a Denis Verdini”. Negli anni precedenti e successivi, una valanga di articoli ha puntellato la linea anti-prescrizione, soprattutto quella drasticamente ridotta dalla ex Cirielli, seguita da Repubblica: “E adesso la ‘salva-Previti’, a rischio migliaia di processi” (settembre 2005) ; “La Corte europea ci condanna: ‘Mini-prescrizioni aiuto agli evasori’” (9 settembre 2015); “Il boom delle prescrizioni. Deceduti ben 132.296 processi nel 2014”; “Il nuovo accordo per superare gli effetti della legge ex Cirielli che ha accorciato i tempi dell’azione penale” (aprile 2016). Sulle modifiche al processo penale proposte dagli allora dem Cucca e Casson Repubblica titolava: “Prescrizione, relatori Pd: decorso cessi dalla sentenza di primo grado. Ok da M5S” (maggio 2016). E sempre nel 2016, a luglio, pubblicava le perplessità dell’allora presidente dell’Anm Davigo sull’“anomalia” italiana: “Una volta che le prove sono state acquisite, una volta che è l’imputato condannato che appella, perché non si acquieta della sentenza di primo grado, perché deve decorrere la prescrizione?”.
E ancora, post Riforma Orlando, che ha introdotto la sospensione della prescrizione per un periodo massimo di 18 mesi che ha inizio dopo le pronunce delle sentenze di I e II grado: “Viene profondamente modificata la legge Cirielli del 2005 di berlusconiana memoria e che ha allargato le maglie a dismisura: si stima che siano andati estinti in dieci anni qualcosa come 1,5 milioni di processi” (giugno 2017). Nel corso del 2018 il taglio allarmista non si è attenuato, anzi: “L’allarme del procuratore di Torino dopo i dati choc: ‘L’azione penale obbligatoria è a rischio’” (Spataro ha auspicato “lo stop della prescrizione dopo il rinvio a giudizio ); “‘Il 20% dei processi in prescrizione’: l’allarme del presidente del Tribunale di Bologna” (marzo). Il 12 settembre è stata la volta della “Prescrizione della verità”: “In Italia la verità, se c’è e quando c’è, è soggetta a prescrizione”. Risale infine al 13 ottobre la denuncia di un “inverno dei diritti”, nel quale “ogni anno 130 mila processi penali vanno in fumo per la prescrizione”.
Dal Divo Giulio a B. passando per Verdini: l’Italia dei prescritti
Ogni anno 165 mila procedimenti finiscono in prescrizione. Un costo per lo Stato stimato dalla Cassazione in 84 milioni di euro. Intervenire è, da sempre, una priorità della politica. Priorità che, da sempre, rimane annunciata. Vale l’adagio importato da oltreoceano per cui un tacchino mai organizzerà la festa del ringraziamento. Così della prescrizione: a giovarne sono stati molti politici, quindi perché privarsene? Anche per garantire una giustizia ai cittadini su tragedie che hanno colpito degli innocenti, ad esempio. Perché sono numerose, troppe, le vicende rimaste impunite. Il disastro ambientale di Porto Marghera e quello nelle fabbriche di eternit, la strage di Viareggio in cui morirono 32 persone: il prossimo 13 novembre si aprirà a Firenze il processo d’appello e la prescrizione cancellerà i reati di lesioni colpose plurime gravi e gravissime e quello di incendio. O il processo Cassiopea sulla gestione dei rifiuti speciali raccolti in Toscana, Piemonte, Veneto e poi smaltiti illecitamente in Campania, Calabria e Sardegna: 40 aziende coinvolte, 97 rinvii a giudizio, un processo iniziato nel 2003 e nel 2011 è scattata la prescrizione per i reati ambientali. Questi sono soltanto alcuni casi, sconosciuti ai più perché solitamente si riportano le vicende che riguardano i tacchini, pardon: i politici.
La prescrizione più importante e forse meno nota è quella riconosciuta per il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso a carico di Giulio Andreotti: prima la Corte d’appello di Palermo nel 2003 poi la Cassazione nel 2004 stabilirono che il più volte presidente del Consiglio aveva avuto una “autentica, stabile e amichevole disponibilità verso i mafiosi fino alla primavera del 1980” decretando però il non luogo a procedere perché “il reato è estinto per prescrizione”. Il suo legale dell’epoca, oggi ministro leghista, Giulia Bongiorno, ha sempre preferito ricordare soltanto l’assoluzione per i legami con Cosa Nostra successivi al 1980.
Con Bongiorno tra i banchi del governo siede anche un ministro che ha goduto della prescrizione: Paolo Savona. ll titolare delle Politiche comunitarie era accusato di aggiotaggio per aver truccato i bilanci di Impregilo di cui era presidente a inizio anni Duemila. Una vita fa. Ma il recordman assoluto rimane Silvio Berlusconi: imputato in oltre 20 procedimenti, otto si sono conclusi per avvenuta prescrizione. Questi: concorso in corruzione in atti giudiziari nel Lodo Mondadori, finanziamento illecito al Psi e falso in bilancio aggravato nell’All Iberian 1; falso in bilancio consolidato Fininvest; falso in bilancio e appropriazione indebita relativa ai bilanci Fininvest dal 1988 al 1992; ancora falso in bilancio nel processo per l’acquisto da parte del Milan del calciatore Gianluigi Lentini; corruzione in atti giudiziari per aver comprato la falsa testimonianza dell’avvocato David Mills; la divulgazione delle intercettazioni dell’indagine sulla scalata alla Bnl da parte di Unipol; corruzione e finanziamento illecito per la compravendita dei senatori, in particolare Sergio De Gregorio.
Nel centrodestra va ricordato anche Denis Verdini: l’inchiesta svolta dalla Procura di Firenze sul Credito Cooperativo Fiorentino che ha presieduto per 20 anni è stata talmente approfondita da dare vita a quattro processi diversi più altri fascicoli. Il reato di concorso in corruzione per la scuola Marescialli è stato prescritto. Per altri è stato condannato, mentre per la vicenda P3 è stato assolto.
Pure a sinistra la prescrizione ha avuto i suoi “clienti” eccellenti. Filippo Penati, ex capo della segreteria politica di Pier Luigi Bersani, indagato dalla Procura di Monza per il cosiddetto “sistema Sesto” – una rete di tangenti per la spartizione di alcune aree industriali – garantì che avrebbe rinunciato alla legittima prescrizione. Ma poi si dimenticò di presentarsi in aula. Va detto che nel filone principale Penati è stato poi assolto dopo quattro anni. Pure Massimo D’Alema è inciampato nella giustizia. E nella prescrizione. Da giovane segretario del Pci in Puglia, nel 1985, ricevette un contributo di 20 milioni di lire per il partito. Reato di finanziamento illecito prescritto.
Se poi si dovesse aprire alla platea della finanza, dell’imprenditoria e dello sport, l’elenco sarebbe infinito. Carlo De Benedetti, in piena tangentopoli, ammise di aver versato come Olivetti fondi illeciti ai partiti per ottenere commesse da Poste Italiane: prescritto. Idem Cesare Geronzi che con altri banchieri era accusato di aver rilasciato false dichiarazioni alla Banca d’Italia. Infine lo sport: la Juventus. Nel processo sul doping nel 2007 sono stati prescritti Riccardo Agricola e Antonio Giraudo, il medico ed ex ad accusati di frode sportiva.
La minaccia all’Italia dei Paesi del Nord: stretta al “salva Stati”
Una proposta che sa di minaccia all’Italia e si allinea ai contrasti tra Commissione Europea e Roma sulla manovra economica: riformare l’Eurozona con una stretta SalvaStati e una maggiore responsabilità dei singoli stati sulle perdite. Sono queste le richieste inserite in un paper dai ministri delle finanze di dieci Paesi del Nord Europa: Danimarca, Estonia, Finlandia, Irlanda, Lituania, Lettonia, Svezia, Olanda, Slovacchia e Repubblica Ceca. Secondo il quotidiano olandese De Volkskrant, quello della neo “lega anseatica” sarebbe un “forte avvertimento all’Italia: gli investitori in titoli di stato italiani potrebbero perdere i loro soldi”. Nella nota di sintesi che accompagna il paper si legge che “Nei paesi interessati ad accedere al fondo SalvaStati ed il cui debito pubblico è insostenibile” gli “investitori dovrebbero assorbire le perdite in modo rigoroso prima che il fondo di emergenza possa essere richiesto”. I 10 Stati si dicono convinti che “ciò impedirà ai Paesi di continuare ad avere un debito pubblico insostenibile e limiterà il loro accesso alle risorse pubbliche del fondo di emergenza”.