“Scelta giusta, serve il deterrente penale”

“Un inasprimento delle sanzioni va nella direzione giusta, per accrescere una fedeltà fiscale che in Italia non esiste come negli altri grandi Paesi Ue. Serve maggior rigore ma aumentare le pene non basta: tutta la macchina fiscale deve essere resa più efficiente per evitare che gli accertatori si trovino a comunicare la notizia del reato alla Procura un anno prima della scadenza della prescrizione facendola finire di fatto nel nulla”. Antonio De Nicolo, Procuratore capo di Udine, accoglie favorevolmente il giro di vite sui reati tributari fatto dall’emendamento al ddl Anticorruzione presentato dai 5stelle e ribadisce le critiche alla revisione del sistema sanzionatorio varata nel 2015. “Con le soglie di imposta evasa fatte lievitare dal governo Renzi – sottolinea De Nicolo – le fattispecie di reato perseguibili si sono più che dimezzate vanificando centinaia di indagini”.

Con questa proposta andare in carcere sarà più facile?

Non è così automatico. L’inasprimento delle sanzioni penali dovrebbe rappresentare un deterrente, la fedeltà fiscale è un valore più che un obbligo che dovrebbe essere fortemente condiviso, anche se da noi è poco sentito. Se però non ci mettiamo poi in condizione di applicare la legge qualsiasi normativa rischia di fare la fine delle grida manzoniane che prevedevano pene durissime per tutto e per tutti ma che poi erano facili da evitare.

Che cosa manca per centrare l’obiettivo di una maggiore fedeltà fiscale anche nel nostro paese?

Intanto le nuove pene andrebbero raccordate con tutto il sistema sanzionatorio. Si dovrebbe prima di tutto rispettare la differenza di gravità dei reati commessi e occorre tenere presente che la prospettiva di veder punito un reato con una condanna tra i 3 e i 5 anni di reclusione è più temibile per un incensurato che non la possibilità di vedersi comminare una pena che prevede un minimo e un massimo compreso tra uno e 8 anni, per la semplice ragione che i giudici tendono quasi sempre a uniformarsi alla sanzione minima, che per un incensurato vuole dire evitare la detenzione: la leva di efficacia della deterrenza penale si misura sui minimi e non sui massimi

Il principale deterrente per l’azione dei pm invece è la prescrizione…

Pochi procedimenti per reati tributari riescono ad arrivare a sentenza. Si impiega troppo tempo per individuare l’atto illecito penalmente perseguibile per la evidente sperequazione che esiste tra la massa dei contribuenti e le forze messe in campo dallo Stato per attivare controlli adeguati. Per questo i provvedimenti di questo genere vanno accompagnati con interventi per accrescere l’efficienza della macchina fiscale, potenziando il personale degli uffici tributari e aumentandone la capacità investigativa, altrimenti si rischia di vanificare la volontà del legislatore. Ma c’è anche un terzo aspetto che riguarda il sistema fiscale generale: la determinazione delle aliquote

La pressione fiscale è insostenibile?

È un formidabile ostacolo all’adesione dei contribuenti. Per questo la terza direttrice da seguire è una revisione delle aliquote fiscali: se superano il 50 o il 60%, la fedeltà fiscale diventa un miraggio. Si deve trovare un equilibrio che non costringa gli imprenditori che ci troviamo di fronte a dirci, ancora oggi, o pago le tasse o i dipendenti. Solo così potremmo permetterci di essere più severi a livello repressivo.

Pene più alte e soglie più basse per poter arrestare gli evasori

Soglie più basse oltre le quali scatta il penale e pene detentive più alte, in alcuni casi addirittura triplicate, per gli evasori e per chi commette frodi fiscali. L’emendamento della relatrice Francesca Businarolo del Movimento 5 Stelle al disegno di legge Anticorruzione in discussione alla commissione Giustizia che usa il pugno di ferro contro chi aggira il fisco non è stato ancora depositato. Ma il contenuto del testo, che circola nei palazzi romani, nonostante il “ponte” dei santi e dei morti che ha paralizzato i lavori del Parlamento, tocca ancora una volta un nervo scoperto nel centrodestra, e tra le due anime inquiete che sorreggono il governo gialloverde riesplode la tensione.

Il provvedimento che doveva inasprire il carcere previsto per i reati tributari di maggior gravità è l’ennesimo cavallo di battaglia dei 5Stelle finito, a quanto pare, sulla graticola del confronto con la Lega. Il governo Renzi, nel 2015 aveva innalzato significativamente le soglie di imposta sottratta al fisco oltre il quale si rischiano le manette, con il risultato che nessuno in Italia è attualmente detenuto per evasione fiscale. L’impegno del vicepremier Luigi Di Maio era di inserire il giro di vite già nel decreto sul condono fiscale. Ed eccolo invece spuntare nel disegno di legge “per il contrasto dei reati contro la Pubblica amministrazione e in materia di trasparenza dei partiti e movimenti politici” con l’emendamento Businarolo, sul quale si apre subito un giallo: esiste oppure no? “A noi non è stato mostrato – spiega uno dei capigruppo in commissione, Enrico Costa (FI) – e nel fascicolo degli emendamenti non c’è”. In più, osserva Alfredo Bazoli (Pd), “ce lo dovrebbero mostrare perché dobbiamo avere il tempo per la presentazione degli emendamenti”.

Dai 5Stelle si continua a confermare l’avvenuto deposito in Commissione. In realtà, a quanto si apprende, si starebbe attendendo a depositare la modifica normativa perché sarebbe oggetto di “un confronto all’interno della maggioranza” a causa della “freddezza” mostrata dai parlamentari del Carroccio. Oltretutto, si rincara nel centrodestra, “l’emendamento sarebbe palesemente inammissibile per estraneità di materia: che c’entra infatti un inasprimento delle pene per gli evasori fiscali con un ddl che contiene norme sulla Pa e la lotta alla corruzione?”. Lunedì è prevista una riunione congiunta delle commissioni di Camera e Senato in cui si deciderà sull’ammissibilità degli emendamenti.

Con l’emendamento al ddl “spazzacorrotti”, inviato alla stampa dall’onorevole Businarolo assieme a quello – anche questo ancora da depositare – sul blocco della prescrizione, è stata modificata ulteriormente la norma che disciplina i reati in materia di imposte sui redditi e l’Iva. Chi viene riconosciuto colpevole del reato di dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti (art. 2, dlgs 74/2000) quasi si triplica la reclusione prevista, che passa da un minimo di un anno e sei mesi a un massimo di 6 anni, a una forbice compresa tra i 4 e gli 8 anni. Nel caso l’utilizzo fraudolento di attestati fittizi sia di un ammontare inferiore ai 150 mila euro la reclusione prevista rimane la stessa, più mite, della normativa vigente. Le soglie previste per l’evasione fiscale attraverso l’uso di documenti falsi o operazioni simulate per ostacolare l’attività accertativa, non vengono modificate ma aumenta la pena detentiva che passa da 1 anno e sei mesi minimi e 6 anni al massimo a 3 e 8 anni. Qui c’è un paradosso. Questi due reati sono anche oggetto del decreto fiscale all’esame del Senato, ma che prevede misure di segno opposto. Infatti i reati connessi alla falsa fatturazione e alla dichiarazione fraudolenta sono esplicitamente esclusi – e quindi ammessi ai benefici di legge – dall’elenco dei proventi di reato che non possono essere riciclati con il condono tramite la dichiarazione integrativa.

Torniamo all’emendamento. Il governo Renzi aveva aumentato le soglie per i reati di infedele e omessa dichiarazione da 50 mila a 150 mila euro e per l’omesso versamento Iva da 50 mila a 250 mila. L’emendamento dei 5Stelle riduce le soglie minime di imposta che passano rispettivamente da 150 mila a 100 mila per le prime e da 250 mila ai 200 mila per la seconda fattispecie. Anche le pene detentive previste passano da un minimo di uno e un massimo di 3 anni di reclusione a 2 e 5 anni. Per omessa dichiarazione si rischierebbe con le nuove disposizioni dai 2 ai 6 anni. Mano dura prevista anche per l’emissione di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti e per chi occulta o distrugge documenti contabili al fine di evadere e non consentire al verificatore la corretta ricostruzione dei fatti.

Nein! Nein! Nein! L’Ue di “Repubblica”

Com’è bellal’Unione europea! In un delicato pezzo da Bruxelles, ieri Repubblica ce la racconta un po’ come la signorina Trinciabue di Matilda sei mitica, solo un po’ più nazista. Dice: vuoi aumentare il deficit di qualche decimale? Nein! La punizione “sarà molto più pesante” di quanto si pensi “e terrà il Paese inchiodato per almeno 5 anni a una cura da cavallo per risanare i conti”. Bisognerà “pagare per avere calpestato le regole europee” e “il calendario è impietoso”: intanto lunedì “un isolato” Tria ”sarà processato dai colleghi” per aver “messo potenzialmente a rischio la tenuta dell’eurozona (sic)”, poi il 13 novembre le previsioni di primavera della Commissione conterrà “numeri ancora peggiori di quelli, già illegali (sic), pronosticati da Roma”. E poi “una procedura durissima” inventata “nel 2011 per salvare l’euro dalle politiche forza-leghiste (sic)“: “Un’austerità mai vista (sic), politicamente e socialmente insostenibile (sic)”. Siccome sono buoni, però, a Bruxelles faranno una via di mezzo: “Cinque anni di nuovi sacrifici” con obiettivi da “centrare ogni sei mesi” per arrivare al pareggio di bilancio. Ora, è Halloween e può capitare che ci si lasci prendere la mano con lo splatter, ma Gentiloni non s’era impegnato a fare il pareggio di bilancio in due anni? Meglio la Trinciabue del poro Paolo?

Maltempo, vertice a Palazzo Chigi sull’emergenza

Dopo una giornatapassata a Tunisi, seguito dalle polemiche di casa sulla manovra e molto altro, Giuseppe Conte in serata è tornato a Roma e come primo appuntamento ha avuto un incontro col suo sottosegretario Giancarlo Giorgetti sul tema – dicono i due in un comunicato – dell’emergenza maltempo, in special modo al Nord. A Palazzo Chigi, all’ora di cena, i due hanno avuto una conference-call con il presidente della Regione Veneto Luca Zaia, con il presidente della Regione Liguria Giovanni Toti e con il presidente della Regione Friuli-Venezia Giulia Massimiliano Fedriga. Nella riunione telefonica i due “hanno operato una ricognizione dei danni delle alluvioni di questi giorni e hanno assicurato la massima attenzione del governo che è già al lavoro per adottare provvedimenti di propria competenza per la soluzione dei problemi”. Quanto ai toni diversi usati sul reddito di cittadinanza, Conte e Giorgetti si dicono, sempre via comunicato, “sorpresi dalle polemiche inutili e pretestuose: il governo va avanti unito con Lega e 5 stelle, siamo al lavoro per risolvere i problemi del Paese”.

Dijsselbloem attacca l’Italia e il M5S grida al golpe. Ma la traduzione del video è errata

L’ultima campagna del Movimento 5 Stelle contro i burocrati europei è diventata un caso. Sui profili del gruppo europeo del M5S è comparso un video preso da Pandora Tv in cui l’ex presidente dell’Eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem, dichiara alla Cnbc che per fermare Roma occorrerebbe “dare ordine a Draghi e alla Bce di far salire lo spread, per portare al fallimento le banche italiane, già riempite di titoli di Stato”. Abbastanza per far gridare al golpe i 5 Stelle, smentiti però da un articolo di The Post che ieri ha ricostruito i veri virgolettati di Dijsselbloem: “Il debito sovrano italiano è per la maggior parte in mano a investitori italiani, fondi pensione italiani e banche italiane. Questo ha dei pro e dei contro, in caso di un’implosione, di problemi, tutta l’economia interna verrebbe colpita”. La nuova versione dei fatti non ha comunque fatto fare marcia indietro ai 5 Stelle, che si sono giustificati dicendo di aver ripreso il video di Pandora Tv senza compiere alcuna modifica né manipolazione.

“Trattano i partiti come cosche mafiose. Così com’è, questa legge non passerà”

Di Matteo Salvini, Igor Iezzi, è praticamente fratello. Milanese, coetaneo, compagno di pesca del “Capitano”, Iezzi oggi è il capogruppo della Lega in commissione Affari costituzionali. È sua la firma sotto l’emendamento che chiede di cancellare le norme per la trasparenza del finanziamento ai partiti e alle fondazioni, prevista dal ddl Anticorruzione. “Sì, ma non sono un pazzo. Lo abbiamo firmato tutti. E non è il solo. La troviamo una norma controproducente, che di fatto rende impossibile il finanziamento lecito”.

La soglia sopra cui è obbligatorio dire chi ha dato i soldi scende da 5 mila a 500 euro. E non ci si può più nascondere dietro la privacy. Che c’è di male?

Succederà che i finanziatori semplici resteranno fuori: rimarranno solo i grandi, quelli per cui andrei anche in capo al mondo pur di fare la dichiarazione congiunta (l’atto tra donatore e ricevente, obbligatorio per legge entro un mese dalla donazione, ndr). Se uno mi dà 800 mila euro, mi sobbarco anche un po’ di burocrazia. Se me la devo sobbarcare per 501 euro che mi dà la sciura, diventa impossibile. Anche perché questo povero cristo lo sottoponi alla gogna pubblica e allo sputtanamento globale.

Che c’è da vergognarsi?

I partiti hanno strutture basate sul volontariato. Io non credo che sia giusto montare tutto questo ambaradan. Noi trattiamo la sciura Pina che ci dà 600 euro come quello che ci dà 800 mila euro. Come Berlusconi, che so, come Autostrade!

Come Parnasi.

Un partito non deve impazzire per la burocrazia stratosferica. La nuova norma prevede che dovrei anche quantificare economicamente la prestazione gratuita che il militante fa per tenere aperta una sezione e inserirlo nel registro bollato se questa prestazione vale più di cinquecento euro. Ma a voi sembra normale? Capite che diventa impossibile?

È chiaro che il punto non sono i militanti, ma l’attività di lobbying che al momento è efficacissima coi partiti e soprattutto con le fondazioni.

Se i 5 Stelle si siedono a un tavolo – cosa che finora non hanno voluto fare, visto che questo testo non è assolutamente condiviso – troviamo un modo per colpire quella roba lì. Noi non siamo contrari, tanto più che abbiamo presentato emendamenti che allargano il discorso della trasparenza anche alle associazioni online e a chi, anziché le sezioni fisiche, ha quelle virtuali.

I vostri alleati di governo, appunto. Ma le norme sulla trasparenza non erano nel contratto?

Sì, ma non pensavamo fossero scritte così, in un ddl Anticorruzione. Non sono cose che si fanno in due righe. È come la prescrizione: mica puoi fare la riforma della giustizia con un emendamento!

La vostra proposta qual è?

Bisogna sedersi a un tavolo, ripeto. Io dico: lo scopo di tutta questa roba è che dietro le decisioni dei partiti non ci sia la spinta di qualche finanziatore? La sciura Pina mi influenza se mi dà seicento euro?

Torno a Parnasi: 250 mila euro alla onlus Più voci, legata alla Lega, di cui si è saputo solo incidentalmente per l’inchiesta sullo stadio della Roma.

Non entro in questa questione. Se vogliamo rimanere in una logica di demagogia per prendere quattro voti andiamo avanti così e ci schiantiamo. Se invece, come spero, vogliamo raggiungere un obiettivo politico comune, bisogna ragionare insieme. Non si fa, tra alleati non si fa.

Le norme sul finanziamento vietano anche i contributi dall’estero. Siete contrari anche a questo?

A parte che non si capisce perché sia vietato, ma comunque noi non prendiamo i rubli dalla Russia. E poi se Putin mi deve dare i soldi, mica mi fa il bonifico! Li dà a un italiano che poi farà il versamento: se uno te li vuole dare, in un modo o nell’altro lo fa.

È per quello che serve la trasparenza anche sulla sciura Pina.

È un modo di trattare i partiti come fossero delle cosche mafiose che hanno come unico scopo quello di delinquere.

La Lega, qualche problema con la giustizia ultimamente l’ha avuto.

Noi non abbiamo paura di questa cosa. E se i 5 Stelle pensano il contrario si sbagliano di grosso. I 49 milioni riguardano degli errori che sono stati fatti da alcuni in Lega e delle strumentalizzazioni successive. È un discorso che tra alleati non si può fare. E infatti mi pare che nessuno lo stia facendo.

Il Carroccio si svela: “Via le nuove norme sui soldi ai politici”

Se il diavolo è nei dettagli, la sua coda si rintraccia in certi emendamenti. Magari anche in quelli depositati dal deputato leghista Igor Iezzi, vicinissimo a Matteo Salvini, assieme ad altri del Carroccio. Mine, sulla strada del governo gialloverde, perché vogliono fermare le nuove norme sulla trasparenza per partiti e fondazioni. E soprattutto, far saltare il divieto di accettare fondi dall’estero.

È questo l’obiettivo dei testi presentati in commissione Affari costituzionali da Iezzi per modificare il disegno anti-corruzione, quello voluto dal ministro della Giustizia Alfonso Bonafede. Centrale, per il Movimento. Eppure, o forse proprio per questo, ecco le controproposte leghiste: dritte contro le norme con cui il M5S vuole imporre a partiti, fondazioni e associazioni di ricevere donazioni solo da persone fisiche o enti che accettino “la pubblicità dei relativi dati”, ossia che vengano resi noti nome e cognome e l’importo del finanziamento (sono esenti le donazioni date in eventi e manifestazioni pubbliche, fino a 500 euro). I partiti dovranno pubblicare sul web tutti i dati sui finanziamenti ricevuti, entro un mese dal loro arrivo. Ma c’è anche altro, nel ddl: “A partiti e ai movimenti politici è vietato ricevere contributi da governi o enti pubblici di Stati esteri e da persone giuridiche aventi sede in uno Stato estero e da persone fisiche non iscritte nelle liste elettorali”.

Ergo, un partito non potrebbe far rientrare sotto forma di donazioni soldi che abbia nascosto all’estero, magari per sfuggire a indagini giudiziarie. E in generale, tutta la normativa appare attualissima, dopo il detonare a Roma del caso Parnasi, il costruttore accusato di associazione a delinquere con finalità di corruzione, che ai pm avrebbe raccontato di “aver pagato la politica, legalmente e illegalmente”. Dando soldi anche alla onlus Più Voci, costituita dal tesoriere della Lega Giulio Centemero. Però Iezzi ha ugualmente presentato gli emendamenti. Vincendo i possibili rossori per il sovrapporsi simbolico con il caso dei 49 milioni sequestrati dai magistrati al Carroccio, ottenuti illecitamente secondo i giudici. “Tutto quello che è riconducibile ai partiti dovrebbe essere messo in evidenza” dichiarava in un’intervista al Fatto lo scorso giugno Giancarlo Giorgetti, numero due della Lega e sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Cinque mesi dopo, ecco gli emendamenti del Carroccio. Anche contro il contratto di governo, che all’articolo 19 prevede “adeguate misure per garantire la massima trasparenza dei finanziamenti ricevuti e delle attività finanziarie svolte dalle fondazioni”.

Per questo, in mattinata nel M5S scatta l’allarme. E su Facebook si muove Luigi Di Maio: “Ho visto che sono stati presentati addirittura emendamenti alla legge spazza corrotti soppressivi della trasparenza dei partiti e delle fondazioni. Magari ci sono dei problemi interni alla Lega, non lo so”. E la chiosa è una stilettata al Salvini che “non tiene i suoi”, come sospettano i colonnelli del M5S. Ma di cazzotti ne volano altri. Perché dal Carroccio piazzano anche emendamenti che sono uno sberleffo al Movimento.

In particolare, uno prevede che vengano pubblicati online anche “contributi, prestazioni gratuite o altre forme di sostegno” per la realizzazione e la gestione di piattaforme informatiche e blog. Una “provocazione”, come ammettono dalla Lega. Infatti Bonafede non lascia cadere la cosa. E su Facebook sibila: “La vecchia norma già prevedeva massima trasparenza per associazioni, blog e altro, collegati a partiti. Ma se si vogliono aggiungere altre cose per noi vanno bene anche le bocciofile”. In serata tra i due fronti cala un silenzio gelido. Perché tra Carroccio e Movimento le differenze ora sembrano un crepaccio. E in settimana in Senato si vota il dl Sicurezza. Chissà come.

La guerra totale Lega-5 Stelle tocca il reddito di cittadinanza

Sarà forse il primo effetto dei sondaggi che, per la prima volta da mesi, sono in calo; o l’inevitabile scontro tra due forze politiche molto diverse (almeno a livello di classe dirigente), ma ormai tra i “non alleati” 5 Stelle e Lega c’è un clima da guerricciola civile permanente che è arrivato a toccare il feticcio “reddito di cittadinanza”. Sui provvedimenti in materia di giustizia lo scontro era atteso: il partito di Matteo Salvini ha nel suo dna i decreti securitari contro piccoli criminali e marginalità sociale, i grillini la lotta ai reati dei “colletti bianchi” (i quali sono però un pezzo della base sociale leghista). Fatale lo scontro pure sui soldi di partiti e fondazioni: dalla Tanzania alle recenti dichiarazioni di Luca Parnasi, il fu Carroccio qualche problema sul tema ce l’ha. Pure le grandi opere, checché se ne pensi nel merito, erano attese essere un elemento di frizione nell’applicare il “contratto di governo”.

Qual è il problema allora? Che queste frizioni arrivino al pettine tutte insieme e lo facciano, per di più, durante una complessa sessione di bilancio nella quale l’Italia, alle prese con un rallentamento della crescita mondiale e interna, ha osato mettere in discussione i precetti del cosiddetto Fiscal compact, operazione che le ha guadagnato il sospetto dei mercati e l’ostilità fino all’autolesionismo di una Commissione Ue quasi al termine del suo mandato.

È fatale che ora, come Gadda diceva dei crimini, tutte le concause soffino addosso alla legge di Bilancio “come i sedici venti della rosa dei venti quando s’avviluppano a tromba in una depressione ciclonica” finendo per stritolare nel vortice delle polemiche non “la debilitata ragione del mondo”, ma più modestamente la ragione sociale gialloverde, che è semplice: ognuno pianta le sue bandierine.

E qui si passa dalla guerriglia di posizione al conflitto aperto e pericoloso perché conduce dritto alla campagna elettorale per le Europee. Giancarlo Giorgetti – potente sottosegretario a Palazzo Chigi e numero 2 leghista dall’agenda non necessariamente salviniana – ha evidentemente deciso che bisogna cambiare la manovra a colpi di condizionamenti esterni e fendenti sui 5 Stelle. Ieri, per dire, Bruno Vespa ha diffuso l’ennesima anticipazione del suo libro di Natale e guarda caso riguardava Giorgetti. Il sottosegretario, nell’occasione, ha voluto ribadire un’imprecisione che ripete da tempo: “Le banche hanno investito molto in Bpt” e “l’aumento dello spread fa diminuire il valore dei titoli che hanno in pancia: se questo valore diminuisce si verifica uno sbilancio patrimoniale che costringe gli istituti a cercare capitali”. Perché servano nuovi capitali, però, lo spread dovrebbe essere circa tre volte quello attuale e a quel punto il problema del governo sarebbe solo molto tangenzialmente il mondo del credito: se uno con le responsabilità di Giorgetti, però, interviene così in un mercato in fibrillazione, spargendo cioè ulteriore insicurezza, avrà i suoi buoni motivi.

Dentro i 5 Stelle sono convinti che il motivo sia questo: cambiare la manovra e cambiarla fregando loro. Dice il sottosegretario: “Per un naturale bilanciamento abbiamo dovuto portare avanti la quota 100 sulle pensioni, rinunciando così a una flat tax più estesa. Se l’avessimo fatta al posto delle pensioni, l’atteggiamento dell’Europa e dei mercati sarebbe stato diverso”. Par di capire che il Fiscal compact non valga per i tagli di tasse ai più ricchi, ma quel che rileva è l’affondo successivo: “Il reddito di cittadinanza ha complicazioni attuative non indifferenti. Se produrrà posti di lavoro, bene. Altrimenti resterà un provvedimento fine a se stesso”.

Complicazioni attuative subito negate da Giuseppe Conte (che aveva già rimbrottato Salvini – “con l’Ue parlo io”- e in serata ha avuto un colloquio proprio con Giorgetti) e Luigi Di Maio, secondo cui “a Natale o subito dopo si fa un decreto con le norme per reddito e pensioni di cittadinanza e riforma della Fornero”. L’attacco diretto al numero 2 di Salvini arriva invece dal numero 2 di Di Maio, Riccardo Fraccaro: “Le complicazioni nascono quando si insinuano dubbi sui punti del contratto”.

Le complicazioni in realtà nascono sulla manovra. Giorgetti – come Tria e altri tipo Mattarella – tifa per l’appeasement con l’Ue offrendo un’ulteriore riduzione del deficit 2019: quale la via più facile che rinviare o depotenziare i due provvedimenti simbolo, cioè reddito di cittadinanza e quota 100? Basterebbe partire nell’ultimo quadrimestre (da settembre) e i circa 14 miliardi di spesa appostati diventerebbero cinque o sei e il disavanzo dello Stato potrebbe essere ridotto attorno al 2%. Questo ammesso che Bruxelles accetti questo modello “dico-non dico” di tagliare il deficit e che le minori spese non abbiamo un effetto ancor più deprimente sulla crescita già allegra prevista per il prossimo anno. E poi c’è il problema vero che fa di questa manovra un azzardo pericoloso: il M5S, in crisi nei sondaggi, non può arrivare alle Europee senza portare a casa nulla.

Il Ladrometro

“In Italia – diceva Ennio Flaiano – l’unica vera rivoluzione sarebbe una legge uguale per tutti”. Bene, quella rivoluzione non è mai stata tanto vicina quanto oggi. È racchiusa in due emendamenti aggiunti dal ministro Alfonso Bonafede al suo ddl Anticorruzione (o Spazzacorrotti”): prescrizione dei reati bloccata con la sentenza di primo grado e carcere vero per chi evade o froda il fisco (con pene più alte e soglie di impunità più basse). Quando i 5Stelle si sedettero al tavolo con la Lega per stipulare il Contratto, dopo lo sciagurato Aventino del Pd, il Fatto pubblicò un decalogo con le 10 norme che ritenevamo imprescindibili per giustificare un “governo del cambiamento”. In cima alla lista c’erano l’anticorruzione con gli agenti infiltrati e i premi ai pentiti; la totale trasparenza sui soldi ai partiti, ora schermati da fondazioni e onlus; il blocco della prescrizione; la galera per evasori e frodatori. Quattro grimaldelli indispensabili per scardinare il Patto dell’Impunità che regge da sempre la classe dirigente più criminale del mondo libero: cioè la nostra.

Quattro bombe atomiche in grado di spazzare via per sempre la Costituzione materiale e occulta che garantisce a lorsignori, nell’ordine, che: a) i loro reati non verranno scoperti (niente denunce, né pentiti, né intercettazioni, né custodia cautelare, né obbligo di dichiarare i finanziatori, dunque zero indagini); b) anche se verranno scoperti, non saranno puniti (prescrizione garantita, dunque zero condanne); c) anche se verranno puniti, sarà per finta, cioè il carcere non lo vedranno neppure in cartolina (per i pochi sfigati che si beccano una condanna, le pene sono risibili e comunque scontabili comodamente a casa propria o ai servizi sociali). Ergo, per i ricchi e i potenti, delinquere conviene. Ora il ddl Bonafede smantella uno per uno i tre pilastri dell’impunità: a) con gli infiltrati e i pentiti, sarà più facile scoprire le tangenti e, con le intercettazioni e la custodia cautelare (oggi impossibili per le soglie di impunità troppo alte e le pene troppo basse), anche le evasioni e le frodi; b) con la prescrizione bloccata dopo il primo grado, basterà fare indagini, udienza preliminare e primo processo entro 5 o 7 anni e mezzo (a seconda del reato) e poi nessuno avrà più interesse a tirare in lungo per arrivare alla prescrizione in appello o in Cassazione, perché la sentenza di merito definitiva arriverà comunque (innocenti assolti e colpevoli condannati, nessun pareggio); c) alzando le pene, abbassando le soglie, agevolando la scoperta dei reati e impedendo la morte dei processi, sarà molto più concreto il rischio di finire in galera.

Sia prima del giudizio (custodia cautelare) sia dopo (espiazione pena). Con forti effetti dissuasivi su chi oggi delinque perché non rischia nulla, salvo la parcella dell’avvocato. E con due formidabili effetti collaterali. 1) Ridurre la corruzione e l’evasione significa recuperare decine di miliardi, da usare per redistribuire la ricchezza agli onesti, anziché ai ladri. 2) Oggi al colpevole conviene allungare il brodo con ogni sorta di cavilli, soprattutto se può pagarsi per anni un legale. Dunque sceglie il dibattimento e si fa tutti e tre i gradi di giudizio puntando tutto sulla prescrizione e contribuendo all’intasamento della macchina giudiziaria. Se invece la prescrizione diventa una chimera, perché ogni processo che inizia arriva alla fine, il colpevole ha tutto l’interesse a patteggiare o a scegliere il rito abbreviato per incassare lo sconto di pena, deflazionando il contenzioso e contribuendo a decelerare anche i processi degli altri.

Secondo voi, chi può opporsi a questo circolo virtuoso? Non certo gli innocenti e gli onesti, che hanno tutto da guadagnarvi. Ma la lobby dei colpevoli e dei loro avvocati, che hanno tutto da perdervi. E sono legione, una potentissima legione che trova nei giornaloni (persino Repubblica ora difende la prescrizione, dopo anni di campagne contro l’ex Cirielli) la sua cassa di risonanza e in Salvini il suo santo patrono e protettore. La Lega non solo osteggia la blocca-prescrizione e nicchia sulle manette agli evasori, in barba al Contratto di governo e in perfetta sintonia con FI&Pd; ma presenta pure un emendamento alla Spazzacorrotti che neutralizza la norma Bonafede sulla trasparenza dei partiti e perpetua l’anonimato sulle “donazioni” private (cioè le tangenti mascherate) anche dall’estero a fondazioni e onlus legate ai partiti (tipo la leghista Più Voci e i suoi strani giri col Lussemburgo). Quella che si sta giocando in queste ore è una partita decisiva, anzi mortale: non per il governo giallo-verde, di cui non ci importa un bel nulla; ma per la rivoluzione della legge uguale per tutti, che aiuterebbe l’Italia a ridurre il vero e unico spread davvero preoccupante (non quello dei titoli di Stato, che va e viene, ma quello della illegalità delle classi dirigenti, che ci vede sempre primi). Per carità, parliamo pure dei decimali di deficit-Pil e dei rigurgiti di fascismo, che vanno sempre combattuti. Ma, più che il Fascistometro, servirebbe il Ladrometro. In queste ore il sistema marcio che ci ha portati alla bancarotta si gioca tutto. Se il Partito Trasversale dell’Impunità, nascosto nella pancia del cavallo di Troia leghista, riuscirà a respingere quelle quattro norme (corruzione, evasione, trasparenza, prescrizione), avrà vinto e continuerà a derubarci in saecula saeculorum. Se invece i 5Stelle, grazie alla congiunzione astrale irripetibile che li vede a Palazzo Chigi da posizioni di forza, riusciranno a trascinare la Lega ad approvare quelle quattro norme, a costo di minacciare la caduta del governo, avranno reso il miglior servizio al Paese di questi vent’anni. Fosse pure l’ultima cosa che fanno prima di sparire, le persone perbene gliene saranno grate.

Quante sono le bugie che raccontiamo a noi stessi per dare senso alla nostra vita?

Cosa ci troveranno da ridere non si sa. Rizzoli Lizard pubblica in volume due storie di Gérard Lauzier, fumettista e regista francese, e affida gli apparati redazionali a due acuti analisti del fumetto, Boris Battaglia e Raffaele Alberto Ventura. Che producono eccellenti saggi, fondamentali perché il lettore possa apprezzare Sono un giovane mediocre. Ma più volte collocano il volume in un genere, quello umoristico, che poco pare coerente con l’opera, satira sociale spietata perché didascalica, che sembra parodia ma soltanto perché frutto di una acuta osservazione.

Lauzier, morto nel 2008, ha lavorato anche per il cinema ma resta legato soprattutto ai suoi fumetti, poco classificabili per gli standard francesi. Questi due racconti lunghi seguono il diario di Michel Choupon, giovane di provincia con ambizioni da intellettuale, che nella Francia spossata dal lungo Sessantotto crede di poter trovare un ruolo sociale (e molte donne) con qualche citazione e parecchia spocchia. Nel sesso come nella vita, Choupon ha molte fantasie e quando deve concludere si rivela sempre al disotto delle aspettative, degli altri e delle sue. Lo ritroviamo dieci anni più tardi, sposato, con figli, a coltivare un ruolo da intellettuale di provincia (ridotto a fare lo scenografo pur di stare nel “giro”) che coltiva la più borghese delle fantasie di evasione, il tradimento della moglie. Tutto è in prima persona, il lettore prova prima rabbia, poi pietà poi disprezzo per la quantità di bugie che Michel Choupon racconta a se stesso e agli altri per dare una parvenza di senso alla sua piatta vita. E Lauzier instilla pagina dopo pagina una consapevolezza nel lettore: siamo tutti Michel Choupon. E non c’è proprio niente da ridere. O forse sì.