Tra gli Emirati e Roma, le storie fanno ponte sul Mediterraneo

Il pontesul Mediterraneo esiste già: i libri ne sono i mattoncini, le storie le campate e le immagini i tiranti, o stralli, come le cronache hanno tragicamente insegnato a chiamarli. “Libri ponte sul Mediterraneo” è una nuova iniziativa editoriale – per l’infanzia e bilingue, in italiano e arabo – ideata da due case editrici, la romana Gallucci e Kalimat, fondata e diretta da Bodour Al Qasimi, figlia dell’Emiro Al Quasimi e figura di spicco dell’editoria internazionale, tanto da essere stata appena nominata vice-presidente dell’International Publishers Association.

Si parte l’8 novembre con i primi cinque titoli – Zia Osha; Avicenna; Le mie mani; I miei piedi; Intorno a casa – di una collana squisitamente “dedicata ai bambini e all’incontro tra le culture”: firmati dalla libanese Fatima Sharafeddine, la più famosa autrice per l’infanzia di lingua araba, i volumi sono tutti illustrati e si rivolgono a diverse fasce d’età, da 0-3 anni alla preadolescenza.

Protagonista, oltre ai bimbi, è la vita di tutti i giorni, i vicini di casa, i parenti, il quartiere, ma anche i grandi personaggi della cultura araba. Assenti, purtroppo, i temi sensibili, dalla religione all’emancipazione femminile: la zia Osha, ad esempio, è molto simpatica e ciarliera, ma fa un certo effetto vederla in pubblico, oltre che col velo, con una mascherina sul volto, il “bandari burqa”.

Dai bozzetti ai film: Pixar “Inside Out”

Trent’anni sono tanti, soprattutto se misurati in idee, bozzetti, sculture e, infine, personaggi, dei più magici film d’animazione. Trent’anni in un percorso pensato da Fabio Fornasari che mette in mostra da Toy Story, la prima volta di un film completamente animato al computer, fino ai recentissimi Coco e Gli incredibili 2. Al Palazzo delle Esposizioni di Roma va in scena il dietro le quinte dello schermo delle meraviglie, ma soprattutto del grande e meticoloso lavoro che ha messo insieme l’arte e la tecnologia e ha dato vita alla bisnonna Coco.

Per piccoli, ma soprattutto per grandi, la mostra, curata da Elyse Klaidman e Maria Grazia Mattei, ci porta il layout di Enrico Casarosa, Studio di colorscript: Rémy fa la ratatouille da Ratatouille, 2007. Dipinto digitale, che è stato la scintilla di Ratatouille, appunto. O Rabbia, da Inside Out, 2015 di Albert Lozano, acquarello, inchiostro e matita grassa su carta. Altroché film, chi non vorrebbe appendere questi capolavori in casa propria? Perché oltre che un viaggio negli Studios, l’esposizione crea l’effetto riunione di famiglia, come quando rivedi Gioia o Tristezza di Inside Out e proprio come nel film della Pixar la mappa dei ricordi si colora seguendo i colori dei bozzetti o dei personaggi in miniatura. Oltre 400 opere tra disegni, sculture, bozzetti, collage e storyboard, e una ricchissima selezione di materiali video che riportano il visitatore alle grandi storie di animazione degli ultimi 30 anni, appunto. A sorprendere poi sono le due spettacolari installazioni Artscape e Zoetropeche riproducono l’intero processo creativo facendo rivivere pezzo per pezzo, disegno dopo disegno, pagina dopo pagina e movimento dopo movimento la nascita di capolavori come Toy Story: mille gesti per farci vedere quanto è bravo lo sceriffo Woody a prendere al lazo. È da qui in poi, non a caso, che l’animazione ha preso strade sempre più tecnologiche e ha scoperto l’uso della grafica computerizzata anche per la resa emotiva delle immagini.

E non è un caso se nella ricerca digitale accanto ad artisti, creativi, attori, scenografi e sceneggiatori hanno iniziato a sedersi anche psicologi. Uno studio senza sosta e a crescita costante che ha portato nelle sale i personaggi e i mondi immaginifici che tutti conosciamo. A raccontare tutto questo, fino al doppiaggio dei personaggi, sono gli ospiti degli incontri che accompagnano la mostra. E soprattutto, per chi si fosse perso qualcuna delle perle della Pixar o volesse rivederne qualcuna, ci sono gli appuntamenti quasi quotidiani a ingresso libero con il cinema. Buona visione.

Difficile essere buoni se non c’è pathos

Leggendo, poco tempo fa, il magnifico libro di Stefan Zweig, Il mondo di ieri, rievocazione dell’Austria felix, mi è capitato di evidenziare un periodo particolarmente significativo, anche perché tranquillamente applicabile alla letteratura di oggi: “Solo un libro che riesca a mantenere pagina dopo pagina lo stesso livello di tensione narrativa, di attenzione, trascinandomi col fiato sospeso sino all’ultima riga, solo un libro così riesce a regalarmi un pieno, totale godimento. Quasi tutti i libri che mi sono capitati per le mani – diciamo nove su dieci – mi sembrano invece un po’ troppo annacquati, con descrizioni superflue, dialoghi buttati giù pour parler, personaggi secondari inutili, e perciò poco avvincenti, poco dinamici”.

Parole sante per ieri, oggi e sempre. Chiuse le pagine di Zweig, passo a leggere l’ultimo e recentissimo romanzo di Walter Siti, Bontà. Le asserzioni di Zweig sembrano scritte apposta per la storia del protagonista, Ugo, potente direttore editoriale di una grande casa editrice, snob, ricco di famiglia, che, secondo la chiara antifrasi del titolo, pratica quotidianamente una sorta di svogliata (data l’età: è del 1944) cattiveria. Sarcastico coi dipendenti, pronto a licenziare chi non gli va, timoroso di essere scavalcato da una editor un po’ troppo intraprendente. La sua valvola di sfogo: il sesso gay, con molteplici esperienze alla spalle o al presente: partouze, ammucchiate, “pessime gang bang da baracca”, “butt plug” infilati là dove non batte il sole, feticismo con schiavo “generoso”, club privé per omofili. Pronto per la pensione, Ugo infine decide di lasciare e di abbandonarsi al suo sogno. Che è quello di sposarsi con un ragazzo “bello e impossibile”, che voglia “l’argian”, individuato nel siciliano Manuel; ma a una condizione: il giovanotto lo dovrà uccidere; eventualmente, se non ne ha il coraggio (come di fatto potrebbe accadere) per terza persona. Ma, celebrati gli sponsali, il destino ha riservato a Ugo un altro percorso, non dei migliori… C’è da chiedersi con Zweig se il romanzo funzioni. Mica tanto.

A partire dalla non riuscita fusione fra i due piani narrativi: debole il primo, la casa editrice, dove personaggi convenzionali, primo fra tutti il protagonista, recitano frasi convenzionali e risapute; ripetitivo il mondo privato di Ugo, all’insegna di una verbosa oltranza. Né convincono i personaggi secondari delle due storie male amalgamate: pure macchiette. Altresì non aiuta alla tenuta del libro l’inserzione di due raccontini di aspiranti autori, pervenuti all’attenzione di Ugo: annacquano. Ma veniamo alla scrittura e all’uso di metafore e paragoni, che infiacchisce ulteriormente la trama. Qualche esempio: “La rotatoria convessa di Loreto suda come un pube mal lavato”. “Il cazzo di Turi è spesso e vivo come un ramo non ancora spiccato dal bosco”. “Labbra vistose, volgari come una verza sgualcita”, “Il cinismo è la sua escrescenza da titillare”. C’è una carnalità morbosa e sfatta in questo insistere irrisolto, forse anche voluta, ma non funzionale nel descrivere una crisi che poi crisi non è, mancandole qualsiasi reale anelito di verità. Che è poi la manchevolezza ultima del romanzo.

Omicidi nella favela di San Paolo: senza speranze il Brasile povero di Bolsonaro

Costruire grattacieli e palazzi, in Brasile, non è solo un modo per corrompere le istituzioni ma è anche “un’illusione di progresso”, come dice Renata, la combattiva moglie di Mario Leme, detective della polizia civile di San Paolo, megalopoli da oltre venti milioni di abitanti. Renata è stata uccisa in una favela che ha il nome del Paradiso, Paraisópolis, ed è la più grande di tutte. La classica pallottola vagante, in uno scontro tra la polizia militare e una gang di trafficanti.

Gli appalti, dunque, come un’illusione di progresso perché il disegno della destra è quello di “frenare l’ascesa sociale”. E allargare, quindi, l’abisso tra la ricchezza e la miseria. Da una parte le baraccopoli, dall’altra i condomini blindati, con piscine e servizi esclusivi. Joe Thomas ha ambientato Paradise City nel Brasile del 2012, alla vigilia della doppia e immensa abbuffata garantita dai mondiali di calcio del 2014 e delle Olimpiadi di Rio 2016. Corruzione, miseria, puttane e mille modi per arrangiarsi. Come la droga: “Il bambino era morto, cazzo. Un bambino morto. Gli avevano cucito dei punti sulla schiena. Il tizio non vendeva, stava importando. C’era tanta di quella roba. L’aveva ficcata persino dentro il cranio, cazzo”.

Bisogna avere uno stomaco forte per addentrarsi nell’inchiesta che Mario Leme conduce su alcuni omicidi che hanno lo stesso movente: una speculazione edilizia a San Paolo, per fare un nuovo “centro” della città. Un’inchiesta inutile perché il capo di Leme è corrotto, pagato dal pezzo grosso della speculazione. Era un Brasile con poche speranze con la sinistra di Lula, figuriamoci adesso con la destra populista e suprematista di Jair Bolsonaro (ultimo eroe di Matteo Salvini).

 

Dal palco al cinema Camilleri è Tiresia: cieco, preveggente, poeta e immortale

“Chiamatemi Tiresia o, se preferite, Tiresia sono”, Andrea Camilleri fa il verso al suo Montalbano, assiso come il vecchio veggente sul palco del Teatro Greco di Siracusa: è lì che la scorsa estate ha intrattenuto la sua personalissima Conversazione su Tiresia, più che una pièce un evento, che sarà trasmesso anche al cinema il 5, 6 e 7 novembre.

Scritto e interpretato da Camilleri, il canovaccio sarà prossimamente edito da Sellerio, mentre la regia è firmata da Roberto Andò e Stefano Vicario, le musiche da Roberto Fabbriciani, la curatela da Valentina Alferj e la produzione da Palomar. Navigato teatrante, lo scrittore (e molto altro) è tornato al suo primo amore per “sfida, una sfida a me stesso”, ormai 93enne e cieco, proprio come i colleghi Milton e Borges, o come il cardellino che, accecato, canta meglio: “Da quando non ci vedo più, vedo le cose assai più chiaramente”.

Ha avuto sette vite Tiresia, di cui sette anni in corpo di femmina, e il dono della preveggenza – e della poesia – pagato al prezzo della cecità: fu Era – pare – ad accecarlo per aver rivelato che, nell’amplesso, le donne godono 9 volte più degli uomini. Che personaggio, Tiresia, assurto al ruolo di primattore nella storia della letteratura, da Omero a Primo Levi, da Sofocle a Eliot, da Apollinaire a Pound, dalla Woolf a Pavese, quello dei Dialoghi con Leucò, dei “quarti di luna, della musa nascosta, dei libri che legge ogni giorno, degli unici libri che legge”. Anche Camilleri nutre una viscerale passione per la classicità e i classici, accompagnandoci qui per mano – lui che è cieco e noi “cani” – in un viaggio erudito “alla ricerca dell’eternità”, senza timori reverenziali, ma anzi dissacrando con grazia e ironia gli antichi maestri, Orazio come Dante, Seneca come Freud.

Così lo scrittore si fa grande affabulatore, e attore, sulla scena del teatro di Siracusa, “uno di quei luoghi magici, una nave spaziale, che si muove nel tempo. Tanta è la commozione di essere su un palco dove secoli fa stava Eschilo a dirigere i suoi attori, a dire ‘vai un po’ avanti’, ‘ripeti questo o quello’… Una commozione interiore profonda, ecco l’eternità”.

Addio a Giuffré, talento eduardiano

Nella sua lunga vita d’artista non s’è fatto “mancare nulla”, non Cechov, non Ibsen, non Shakespeare, e nemmeno la conduzione del Festival di Sanremo nel 1971, ma da ieri in scena non tornerà più: Carlo Giuffré è morto, dopo lunga malattia, a 89 anni; i 90 li avrebbe compiuti il prossimo 3 dicembre.

Nato a Napoli nel 1928, l’attore era figlio d’arte (di un musicista del San Carlo di Napoli), ma rimase presto orfano e condusse, insieme con la madre e i tre fratelli, un’infanzia in povertà: studiò all’Accademia nazionale d’arte drammatica, diplomandosi nel 1947. Due anni dopo era già scritturato da De Filippo con il fratello Aldo: “Eduardo nel dicembre del 1948 cercava uno che sapesse parlare bene italiano per fare, dietro le quinte, lo speaker nel suo La paura numero uno. Io ero ventenne, ma mi scritturò. La mia prima battuta era da giornale-radio, ‘A proposito di una possibile invasione dell’Europa, eccetera eccetera’. Facevo anche la comparsa condominiale. Subito dopo, per sostituire un interprete ammalato, fui promosso a portiere”.

Negli anni Sessanta entrò a far parte della Compagnia dei Giovani (Giorgio De Lullo, Rossella Falk, Romolo Valli ed Elsa Albani), con cui rimase per otto stagioni, recitando, tra gli altri, in Sei personaggi in cerca d’autore, Tre sorelle, Egmont. Si cimentò anche nella regia, specie di canovacci eduardiani (Napoli milionaria!, Non ti pago, Natale in casa Cupiello) e soprattutto dopo la morte del maestro, di cui non toccava nemmeno una virgola sul testo o una pausa in palcoscenico.

Al cinema Giuffré è stato uno dei volti caratteristici delle ultime commedie all’italiana e di alcune commedie sexy, lavorando con Monicelli, Germi, Rossellini, Steno, Risi, Corbucci… Negli anni Duemila prese parte al Pinocchio di Benigni, vestendo i panni di mastro Geppetto; in televisione invece è ricordato per gli sceneggiati Tom Jones e I Giacobini. Con suo figlio Francesco, regista teatrale, ha portato in scena La Lista di Schindler, tratta dal film di Spielberg, nella stagione 2014/2015: è stata la sua ultima apparizione sul palco, mentre quella sul maxischermo è datata 2016, nella pellicola di Vincenzo Salemme Se mi lasci non vale.

“Visconti mi diresse in un Goethe, e con la sua ironia bella e robusta, quando mi vide fare una passeggiata lungo il proscenio, mi rimproverò: ‘Carlo, non siamo a via dei Mille a Napoli!’”. Di aneddoti saporiti è zeppa la sua carriera, dai rimbrotti di Eduardo ne Le voci di dentro – “Levate chelle ppalette ‘a miez’, che significava: togliete quelle mani, le muovete troppo” – al rifiuto a Speriamo che sia femmina di Monicelli, che non l’ha mai perdonato.

Il sindaco partenopeo Luigi de Magistris lo piange insieme alla città: “Scompare un artista vero, un grande napoletano. Il teatro napoletano è in lutto”, ma è tutto il mondo dello spettacolo e della cultura italiani a piangere l’istrionico attore, insignito nel 2007 del titolo di Grande Ufficiale dall’allora presidente della Repubblica Ciampi. “Sono orgoglioso di rifare il teatro come si faceva nell’800 – disse –: un buon testo, l’attore e via”: più che una nota di regia, un testamento d’autore.

Claudio Bisio sarà di nuovo “presidente” (ma a Torino)

La Indigo Film sta per realizzare insieme con Rai Cinema un sequel del fortunato Benvenuto Presidente con Claudio Bisio affiancato questa volta da Sarah Felberbaum in una nuova vicenda brillante ambientata sempre a Torino dallo sceneggiatore Fabio Bonifacci.

La pellicola sarà diretta da Giuseppe G. Stasi e Giancarlo Fontana, appena reduci dal successo dell’altra commedia Metti la nonna in freezer.

Claudia Gerini sta per tornare sul set diretta da Claudio Bonivento per interpretare A mano disarmata, un film tratto dall’omonimo libro (Baldini & Castoldi , 2013) in cui la cronista romana Federica Angeli ha fatto luce sul sistema Mafia Capitale venendo poi costretta a vivere sotto scorta per le minacce ricevute dai clan malavitosi di Ostia.

Inizieranno a metà novembre tra Bari, Foggia e Milano le riprese de Lo spietato, un film di Renato De Maria interpretato da Riccardo Scamarcio, Sara Serraiocco e Marie-Ange Casta, top model 27enne sorella della più celebre Laetitia. Frutto di una coproduzione italo-francese tra Bibi Film e Indie Sales e scritto dal regista bolognese con Valentina Strada e Federico Gnesini è ispirato alla vera storia di un gangster e racconterà il percorso di un malavitoso come braccio armato di una potente famiglia calabrese nella Milano degli anni 80 e 90 in piena espansione economica e criminale.

Alejandro Amenábar dopo il grande successo di Mare dentro, premiato con l’Oscar nel 2005, e i successivi Agora e Regression realizzati in lingua inglese con un cast di star americane, è tornato a girare nella sua Spagna per dirigere a Salamanca Mientras dure la guerra, il suo settimo lungometraggio incentrato sugli ultimi sei mesi di vita durante la Guerra civile dello scrittore, filosofo e rettore universitario Miguel de Unamuno (Karra Elejalde).

Basta poco per diventare Zombie milionari

Che succede quando il set di uno scalcagnato sceneggiato televisivo sugli zombie viene assalito da veri zombie? Succede un instant cult, un low low budget da appena 20 mila dollari capace di incassarne 20 milioni nel solo Giappone: Zombie contro Zombie, titolo internazionale One Cut of the Dead, scritto, diretto e montato dall’esordiente nipponico classe 1984 Ueda Shinichiro. Poco incredibilmente qui si prospetta un canale tv alla zombie, e davvero dal primigenio George A. Romero al nostro Lucio Fulci, passando per parodie (Shaun of the Dead di Edgar Wright) e action (Train to Busan di Yeun Sang Ho), con i morti viventi ne abbiamo già viste di varie ed eventuali: qual è dunque il surplus di senso di questa zom com?

A parte che la povertà dei mezzi diviene subito dichiarazione d’intenti stilistici, e valore poetico aggiunto, con Zombie contro Zombie paghi uno e vedi tre: splatter e gore a buonissimo mercato nel piano sequenza iniziale – Hitchcock, Sokurov, il Joe Wright di Espiazione, Cuarón e compagnia virtuosa si scansino – di ben 37 minuti, che è poi il film nel film; la messa in piedi del suddetto film, dalla commissione televisiva, al reclutamento degli attori sfigatissimi (ubriaconi, Method-freak, cagne maledette…), fino all’affettuoso excursus sulla famiglia del regista; il making of del film stesso, un ritorno sul luogo del delitto che cambia registro e temperatura emotiva a quel che abbiamo già visto – infine, sui titoli di coda l’autentico making of.

Molto immediato all’apparenza, e studiatissimo in realtà, la sceneggiatura non fa una grinza, il risultato è a tratti strepitoso, spesso esilarante, ovunque demenziale, sempre (auto)ironico: sono gli zombie della porta accanto, non dimentichi dell’immaginario cui appartengono, dall’eredità militare – il set è uno stabilimento per la depurazione delle acque già impiegato dall’esercito per esperimenti umani – al divertissement citazionistico e financo all’elegia del povero ma, ehm, bello cinematografico. Sappiamo bene, da The Blair Witch Project a Paranormal Activity, che una buona idea può fare di misera necessità virtù al botteghino, ma in One Cut of the Dead più che la trovata poté la forma, meglio, la disposizione del contenuto: nato come saggio di un workshop cinematografico andrebbe portato a esempio davanti a studenti e wannabe filmmaker di mezzo mondo.

Ah, c’è gloria anche per l’Italia, ovvero per quella piattaforma privilegiata per la diffusione del cinema asiatico in Europa, e non solo, che è il Far East Film Festival di Udine: dalla critica al box office, il cursus honorum di Zombie contro Zombie è scattato lo scorso aprile alla ventesima edizione, dove ha conquistato il Gelso d’Argento del pubblico. Con la collegata Tucker Film ora arriva in sala per soli tre giorni, dal 7 al 9 novembre. Non perdetelo: buon sangue non mente, anche se finto, anche se zombie.

 

Da Eco a Pirandello, da PPP a Croce: ecco dove scovarli

In attesa di capire che fine farà la biblioteca di Umberto Eco – il progetto in valutazione prevede una concessione di 99 anni alla Braidense di Milano (1.200 volumi antichi) e all’università di Bologna (30 mila titoli moderni) –, abbiamo zigzagato alla ricerca dei fondi degli scrittori.

Case museo. “Casa come me” è il nome del fortino di Capri in cui quasi ogni bene di Curzio Malaparte è custodito dagli eredi. Dai libri alle opere d’arte da lui stesso create, niente è purtroppo visitabile. La villa non è aperta al pubblico, ma fortunatamente Malaparte non sta tutto lì: il suo fondo – lettere, manoscritti e qualche inedito – è consultabile presso la Biblioteca di via Senato a Milano. A salvarlo per la cifra di 700mila euro è stato Marcello Dell’Utri nel 2007. Una casa museo accessibile, perché gestita dal comune di Roma, è quella di Alberto Moravia in Lungotevere della Vittoria. Lì è conservato l’intero fondo, tra cui una sezione dedicata alle annotazioni a margine manoscritte e dediche rilasciategli da personalità come Ungaretti a Gandhi. Sempre nella Capitale, vicino a Villa Torlonia, c’è l’Istituto di studi pirandelliani con sede nella dimora romana, l’ultima, di Pirandello: vi si trovano manoscritti autografi (‘A birritta cu ‘i ciàncianiddi, Uno nessuno e centomila…) e lettere. Anche la casa museo di Goffredo Parise a Ponte di Piave (Tv) conserva parte di manoscritti e carteggi e la raccolta quasi completa dei suoi articoli. Arcinote, infine, le case museo di D’Annunzio al Vittoriale, di Leopardi a Recanati e di Verga a Catania.

Gabinetto Vieusseux. Quello di Firenze è un tesoretto: tra le sue “Biblioteche d’autore” sono annoverate quelle di Emilio Cecchi, Luigi Dallapiccola (cui Thomas Mann dedicò alcune sue opere), Fosco Maraini, Alberto Savinio (mille volumi, alcuni dedicati al fratello Giorgio De Chirico), Pratolini e Pasolini (circa 200 volumi sulla poesia e gli autografi di quasi tutta la produzione poetica e cinematografica, oltre al prezioso scartafaccio di Petrolio), mentre tra le ultime acquisizioni c’è Alberto Arbasino. Numerosi anche i fondi: Giorgio Caproni, Eduardo De Filippo (manoscritti delle commedie, poesie, oggetti di scena…), Montale (compreso il premio Nobel), Ungaretti.

Biblioteche. Le carte, le opere d’arte e i libri di Elsa Morante non sono nella sua storica casa al Testaccio, ma nella Biblioteca nazionale di Roma: nella sala permanente a lei dedicata ci sono anche i suoi dischi, i ritratti fatti da Carlo Levi e Leonor Fini e i quadri del pittore e suo giovane amante Bill Morrow. Gadda, viceversa, è sparso un po’ ovunque; per i suoi manoscritti – anche digitali – basta andare sul sito dell’università di Pavia e cercare “Gaddaman”, mentre la Biblioteca del Burcardo di Roma ospita il fondo con 2.500 volumi, periodici e alcune sue carte di ingegnere. L’archivio di Arnaldo Liberati, suo erede, invece, consiste in un vasto epistolario, manoscritti, volumi della biblioteca personale e litografie: il tutto ritrovato nella casa di Ferentino della zia di Liberati, Giuseppina, la governante che Gadda indicò come propria erede universale. La Biblioteca Bertoliana a Vicenza ospita gli scrittori vicentini, tra cui Luigi Meneghello e Guido Piovene, mentre fuori confine, a Lugano, si trovano i fondi di Giuseppe Prezzolini e Guido Ceronetti. È volato via anche il Fondo Tabucchi, acquisito dalla Bibliothèque nationale de France a Parigi: manoscritti (editi e non), corrispondenze e documenti. Tra le chicche si trovano lettere affettuose di Mario Vargas Llosa, Günter Grass, Pedro Almodovar, Susan Sontag e Milan Kundera. Stranissima sorte è toccata infine all’archivio di Ugo Ojetti, andato disperso e smembrato, dopo essere stato per anni a Villa Il Salviatino, a Fiesole, poi trasformata in hotel di lusso: le carte e i libri sopravvissuti sono quasi tutti alla Biblioteca nazionale di Firenze e alla Galleria d’arte moderna di Roma.

Università. Il Centro manoscritti dell’università di Pavia conserva, oltre alla biblioteca della sua fondatrice Maria Corti, libri di Giorgio Manganelli (oltre 15 mila) e di Montale (400, tra cui l’edizione del 1927 di Senilità con la dedica autografa di Italo Svevo). L’Istituto italiano per gli studi storici di Napoli “Federico Chabod” ospita invece la biblioteca di Benedetto Croce, mentre quella di Cesare De Michelis (centomila volumi!), morto ad agosto, confluirà nell’ateneo di Padova. Il Centro studi Piero Gobetti di Torino ospita, infine, sia la biblioteca di Gobetti (con la prima edizione, tra l’altro, di Ossi di seppia di Montale), sia quella di Norberto Bobbio.

Fondazioni. La Fondazione Pavese di Santo Stefano Belbo (Cn) è di fatto un museo e raccoglie libri appartenuti allo scrittore nonché alcuni autografi, tra cui la copia originale dei Dialoghi con Leucò su cui Pavese vergò l’ultima frase prima di morire: “Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi”. Altri suoi libri sono custoditi presso il Centro studi Gozzano-Pavese dell’Università di Torino, che oltre ai due ospita carte di Massimo D’Azeglio e Nico Orengo. La notevole biblioteca privata di Giulio Einaudi è presso l’omonima Fondazione, mentre la Fondazione Benetton ha i fondi, tra gli altri, di Fernanda Pivano ed Ettore Sottsass. Infine, la Fondazione Sciascia ha sede a Racalmuto (Ag) e conserva quasi tutte le edizioni italiane e straniere dei suoi libri, le lettere e circa 2.000 volumi della biblioteca privata.

L’omicidio Khashoggi ferma “re Federer”: rinuncia al torneo in Arabia Saudita

C’è chi, nel 1976, accettava di andare a giocare nella Santiago del Cile di Pinochet, nello stadio che era stato prigione e luogo di tortura, per portare in Italia la Coppa Davis: era l’Italia di Pietrangeli capitano e Panatta, Bertolucci, Barazzutti giocatori. E c’è chi, nel 1980, rifiutava d’andare a giocare a Johannesburg in Sud Africa la rivincita d’una finale di Wimbledon entrata nella leggenda per non dare l’impressione di sostenere il regime dell’apartheid: due campioni, John McEnroe e Bjorn Borg, dissero no, rinunciando ciascuno a un milione di dollari. Ora, la storia si ripete: tre campioni e un Paese, l’Arabia saudita, che cerca rimedio ai danni d’immagine derivanti dall’omicidio, nel consolato di Istanbul, d’un oppositore, l’editorialista del Washington Post Jamal Khashoggi. Roger Federer, Novak Djokovic e Rafa Nadal, il meglio e la storia del tennis nel XXI secolo, sono stati tutti e tre contattati per giocare match d’esibizione al King Abdullah Sports City di Gedda il 22 dicembre.

Federer ha respinto l’invito, senza fare proclami: “Sono stato contattato, sì. Perché ho rifiutato? Perché non voglio giocare. Va bene così. Mi piace giocare. Ma sono felice di fare altre cose e non voglio giocare lì in questo momento… Ho deciso in fretta”, sono le frasi che gli attribuisce il Daily Mail. Djokovic nicchia: “Me l’hanno chiesto, ne stiamo parlando, nulla è stato ancora deciso”. Nadal non si espone.

L’offerta milionaria risale a un anno fa e, quindi, il progetto tennistico non è connesso all’omicidio Khashoggi. Ma quanto accaduto a Istanbul il 2 ottobre, non ancora chiarito dai sauditi, allunga un’ombra propagandistica sull’evento sportivo. Con il suo rifiuto, che, magari, alla fine, contagerà anche Djokovic e Nadal, Federer dà una lezione ai politici e agli uomini d’affari che, a ottobre, sono andati come se niente fosse alla ‘Davos del deserto’.