Il Salvini di governo cambia idea sul Qatar

Il multiforme ingegno di Matteo Salvini consiste anche nel saper indossare una maschera adatta a qualsiasi festa. L’ultima l’ha mostrata in Qatar. A giudicare dal ricco resoconto fotografico, la missione on the road è stata un successone: Salvini ha toccato l’apice della sua narrazione social con il selfie strasorridente e sghembo direttamente dall’abitacolo dell’automobile del premier qatarino (e al secondo posto, nella classifica delle foto-prodezze del Capitano, c’è quella col mitra in braccio scattata nel Centro fieristico di Doha).

È quasi ammirevole la capacità cosmetica del leghista. Il Salvini che sorride in ogni immagine pubblicata dal Qatar è lo stesso che fino a un anno fa scriveva parole furiose sull’emirato. Indignato – e con qualche ragione – per il terrorismo finanziato da Doha e per il flusso di denaro che sostiene progetti islamici anche nei nostri confini.

Ad agosto 2016 il Capitano era di quest’idea: “Basta finanziamenti dai Paesi arabi per finanziare la costruzione di nuove moschee. Arrivano in Italia 18 milioni all’anno da Turchia, Qatar e Arabia Saudita: soldi che nessuno può garantire non siano utilizzati per favorire lo sviluppo del terrorismo”. La scorsa estate, durante la crisi tra Arabia Saudita e Qatar, accusato di sostenere movimenti islamisti radicali nel mondo arabo, Salvini non poteva astenersi: “Finalmente se ne accorge anche l’Arabia Saudita che il Qatar finanzia e fomenta il terrorismo. Bene, ma non basta”. E ancora, negli stessi giorni: “Moschee finanziate con i soldi del Qatar! ROBA DA MATTI! Con la Lega al governo, nemmeno MEZZO METRO QUADRO a chi è anche lontanamente sospettabile di fiancheggiare il terrorismo islamico!”.

Con la massima naturalezza e senza nessun imbarazzo lo stesso Salvini che riempiva i suoi profili pubblici con questi giudizi inflessibili, si è presentato a Doha e ha trasformato i suoi attacchi in parole dolci. “Il Qatar – scrive ora il ministro – si sta distinguendo per un certo equilibrio rispetto agli estremismi mostrati in questi giorni da paesi quali, per esempio, l’Arabia Saudita”. Salvini ha trovato “un Paese stabile e sicuro dove l’estremismo islamico non ha futuro”; un paese “che cresce, che accoglie, che ha voglia di lavorare con l’Italia”, una “partnership commerciale e culturale che mi interessa. I margini di crescita sono incredibili e sono convinto che possiamo fare meglio dei francesi, tedeschi e inglesi”.

Nella folgorazione di Salvini c’è poca mistica e molto cinismo: al governo si riconsidera l’importanza dei soldi. Quelli che legano Qatar e Italia sono moltissimi. Un volume d’affari da 2,35 miliardi di euro l’anno, aumentato dell’8,7% nel 2017. Un fiume di commesse, come quella stipulata dalla Difesa qatarina e da Fincantieri nel 2016: 5 miliardi di euro per la consegna di sette unità navali. Non sorprende allora che il leghista abbia scoperto un paese tanto diverso da come se lo figurava: lo Stato canaglia – sorpresa – è moderno, moderato, inclusivo, un cuscinetto contro il terrorismo internazionale…

Et voilà: l’ultima maschera di Salvini è fatta. Ma con un’incognita: quale indosserà il Capitano a Palermo, a novembre, durante la Conferenza sulla Libia alla quale si vanta di aver invitato anche il Qatar? Sarà il Salvini che compiace Tripoli o quello che compiace Doha?

Senato Usa indaga su Bannon: Trump trema Pugno duro degli Usa su Cuba e Venezuela

L’ombra del Russiagate si allunga sulle elezioni di metà mandato: Steve Bannon, l’ex stratega di Donald Trump, è indagato dal Senato, una notizia che fa tremare le mura della Casa Bianca. Secondo alcune fonti investigative l’ex ideologo del tycoon sarebbe nel mirino della Commissione intelligence su due fronti: i rapporti con George Papadopoulos e Robert Page, due ex consiglieri della campagna presidenziale di Trump accusati di essere in contatto con agenti russi, e il ruolo avuto nel caso Cambridge Analytica, la società accusata di aver illegalmente raccolto i dati personali di circa 80 milioni di utenti di Facebook sempre per conto della campagna di Trump. La notizia dell’indagine viene smentita dai legali di Bannon. Ma – stando alle indiscrezioni – i senatori sarebbero già in trattative per fissare la data in cui Bannon dovrà comparire e sottoporsi a un fuoco di fila di domande “a tutto campo”, non più tardi della fine di novembre.

Intanto la Casa Bianca ha annunciato nuove dure sanzioni contro il Venezuela. Caracas fa parte di una “triade della tirannia” con Cuba e Nicaragua, afferma il consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton. Inoltre gli Stati Uniti hanno votato contro la risoluzione annuale dell’Assemblea Generale Onu contro l’embargo americano su Cuba. Risoluzione approvata con 198 sì e due no (Israele si è allineato con gli Usa).

Google, marcia mondiale contro le molestie

L’onda di #MeToo diventa uno tsunami su Google: ieri, centinaia di dipendenti del gigante del Web hanno protestato in tutto il Mondo, da Singapore a Londra, da Tokyo a Berlino, da Zurigo all’America. Donne (e uomini) di Google, ingegneri e amministrativi, denunciavano gli episodi di molestie sessuali accaduti nell’azienda e rivelati dal New York Times. Scandalo nello scandalo: la multinazionale ha coperto i manager responsabili, tenendoli al riparo da azioni penali e favorendone l’uscita dall’azienda con incentivi milionari.

Non è la prima volta per i dipendenti di Google: di recente avevano protestato contro il progetto di un motore di ricerca ‘pre-censurato’ per la Cina e contro una collaborazione con il Pentagono su tecnologie utilizzabili a fini bellici. I fermenti interni non sono estranei alla difficoltà che Google sta vivendo in Borsa.

Secondo il NYT, nel in un decennio Google avrebbe coperto almeno tre manager accusati di molestie – uno sarebbe ancora al suo posto – Fra quelli andati via, c’è Andy Rubin, il padre di Android, che ha ricevuto una buonuscita da 90 milioni di dollari. Rubin sostiene che il NYT “contiene inesattezze” ed “esagera l’entità della buonuscita: non ho mai costretto una donna a fare sesso in una stanza di hotel”, scrive su Twitter. Le accuse mossegli avrebbero a che fare con una causa di divorzio e per l’affidamento dei figli. Un altro manager citato dal giornale Usa, Richard DeVaul, che lavorava nella divisione X di Alphabet, casa madre del gigante informatico, s’è invece dimesso dopo l’articolo. E senza incentivi. Con la loro marcia attraverso i Continenti, i dipendenti di Google chiedono che l’azienda cambi atteggiamento di fronte alle accuse di molestie e agli abusi di genere: sotto accusa, il ricorso obbligatorio all’arbitrato interno, che, in pratica, priva le vittime del diritto di ricorrere all’azione della giustizia. In un tweet, Meredith Whittaker, ingegnere, organizzatrice della protesta, scriveva mercoledì: “La marcia di protesta è reale. Centinaia di persone stanno chiedendo un cambiamento strutturale, non solo pubbliche relazioni dal suono inclusivo”. L’amministratore di Google, Sundar Pichai, impegnato a contenere il danno d’immagine, difende l’iniziativa dei dipendenti e il diritto a protestare. Pichai si propone di essere più rigido dei suoi predecessori e riconosce che le scuse, per come sono stati gestiti finora i casi di molestie, non sono state adeguate.

In una email ai dipendenti, alla vigilia della protesta, Pichai si diceva “profondamente dispiaciuto per le azioni del passato e per il dolore che hanno causato ai dipendenti. Se solo una persona a Google ha vissuto un’esperienza come quelle descritte dal New York Times, allora non siamo l’azienda che aspiriamo a essere”. Google aveva già fatto sapere di avere licenziato per molestie sessuali 48 persone negli ultimi due anni, senza buonuscite.

Mr. anticorruzione (e anti-Lula) dice sì a Bolsonaro

Il presidente più divisivo dalla fine della dittatura brasiliana, Jair Bolsonaro, ha “convinto” il magistrato più divisivo del Brasile a farsi nominare ministro delle Giustizia. Anzi, super ministro visto che Sergio Moro sarà anche titolare del ministero della Sicurezza pubblica. Durante i comizi e le interviste intercorsi tra le consultazioni del 7 ottobre e il ballottaggio di domenica scorsa, che lo ha eletto alla presidenza della più vasta nazione dell’America Latina, Bolsonaro non aveva mai dimenticato di tessere le lodi del magistrato simbolo della più clamorosa nonché controversa indagine anticorruzione della storia contemporanea brasiliana. Nota come “Operazione Lava Jato”, ossia autolavaggio, l’inchiesta supervisionata da Moro nel 2014 è costata l’espulsione dalla vita pubblica e una condanna a 12 anni di carcere all’ex presidente Inacio Lula de Silva e l’impeachment per la sua delfina Dilma Rousseff. Lula prima e l’ex guerrigliera Dilma poi, in continuità con il compagno di partito (PT, Partito dei Lavoratori) e di lotte sindacali, erano stati gli artefici dello spostamento a sinistra della più importante e conservatrice economia sudamericana. I vicini Usa non hanno mai digerito l’ascesa del PT di Lula, che nel 2003 assieme a Chavez in Venezuela, Morales in Bolivia e Correa in Ecuador avevano colorato di rosso quasi tutto il meridione del continente americano. Sergio Moro è dunque colui che, volente o nolente, ha messo fuori gioco la sinistra brasiliana, considerato che ha impedito a Lula di ricandidarsi a queste elezioni che, in base ai sondaggi, avrebbe sicuramente vinto. L’inchiesta ruotava attorno alla proprietà di un attico di 216 mq a Guaruja, sul litorale paulista, che secondo l’accusa era stato donato dal colosso delle costruzioni Oas all’ex presidente in cambio di appalti con la compagnia petrolifera statale Petrobras.

Promettendo ai sostenitori che in caso di vittoria avrebbe chiesto a Moro di fare il ministro della Giustizia, Bolsonaro ha attratto i voti dei conservatori, dei cattolici ed evangelici che pur non amando i toni dittatoriali dell’ex militare Bolsonaro, hanno applaudito l’operazione anticorruzione di Moro come esempio di magistratura indipendente dall’esecutivo.

Molti analisti, tuttavia, si aspettavano che Moro non si sarebbe fatto convincere a passare con Bolsonaro per questioni di opportunità e credibilità, invece “il giudice federale Sergio Moro ha accettato il nostro invito per il ministero della Giustizia e della pubblica sicurezza. La sua agenda anticorruzione, così come il suo rispetto per le leggi e la Costituzione, saranno la nostra guida”, ha scritto su Twitter il neo presidente. L’uomo nero, come viene chiamato dai detrattori, incassa così una grande vittoria politica. “Moro sarà il ministro di Bolsonaro dopo il suo ruolo decisivo nella sua elezione, avendo impedito a Lula di fare campagna elettorale. Frode del secolo!”, ha scritto su Twitter il presidente del PT, Gleisi Hoffmann.

In una dichiarazione pubblica, Moro ha detto che consegnerà le redini di Lava Jato ad altri giudici nella sua città natale di Curitiba per evitare controversie. Il giudice ha segnalato che gli costa abbandonare la sua carriera “dopo 22 anni nella magistratura”, ma “la prospettiva di poter implementare una forte agenda anticorruzione e contro la criminalità organizzata, nel rispetto della Costituzione, è più interessante ora”.

Bolsonaro non ha più parlato della questione Cesare Battisti, forse perché si è accorto che solo la Corte costituzionale può decidere se estradare o meno in Italia l’ex terrorista rifugiatosi prima a Parigi e poi in Brasile.

Il neo presidente ha inoltre affermato che “sposterà l’ambasciata brasiliana da Tel Aviv a Gerusalemme nel caso Netanyahu lo richiedesse perché solo Israele può decidere quale città sia la Capitale”.

Un altro argomento estremamente divisivo.

Bolsonaro dovrebbe annunciare la lista dei ministri entro la fine del mese, in vista del suo mandato che inizierà a gennaio.

Il nuovo terrore Atomico di Trump

Ci sono diverse ragioni per la rinuncia al Trattato di non proliferazione delle armi nucleari più volte annunciata dal presidente Usa Donald Trump. Ci sono le elezioni di “mezzo termine” che dovrebbero ricompattare i Repubblicani.

Ci sono le pressioni degli “amici“ inglesi, australiani, israeliani, sauditi, egiziani, libici, giapponesi, indiani e subsahariani che soffiano sul fuoco della destabilizzazione regionale per influenzare la politica globale delle grandi potenze. Ci sono i magri risultati della guerra dei dazi. C’è il calo di credibilità internazionale che ha vanificato il ruolo di “potenza benevola” svolto dall’America per oltre mezzo secolo. Ognuna di queste evenienze ha una logica e un percorso risolutivo diverso, ma nell’ottica di Trump tutte dipendono da un solo fattore: il mondo non ha più paura degli Stati Uniti e non crede che essi possano risolvere alcun problema. Per far tornare la sana paura che induce tutti a tacere sulla pace e invocare l’intervento taumaturgico dei carri armati americani ci sono due minacce: il terrorismo globale e la guerra nucleare. Il primo, a lungo attribuito all’Islam, si è attenuato e si è dimostrato più locale che globale. La seconda è la forma suprema di terrorismo internazionale spacciata per deterrenza: l’uso della potenza distruttrice per terrorizzare un avversario al punto di farlo desistere da un attacco.

Un tempo, questa deterrenza si basava sull’equilibrio delle forze che, nel caso nucleare, poteva essere ottenuto anche con una consistente riduzione degli arsenali. L’effetto di 30.000 testate nucleari pronte a partire da una parte e altrettante dall’altra era identico a quello ottenibile con 10 testate ciascuno. Ma la deterrenza basata su un solo ordigno a testa è ottenibile da quasi tutti i Paesi del mondo (vedi Corea del Nord). Quella basata su 10 sarebbe possibile per una ventina di Paesi e quella di 100 ordigni a una decina: un numero ancora troppo elevato che non garantisce agli Stati Uniti e alla Russia l’esclusività della capacità nucleare e aumenta i rischi di banalizzazione dell’uso (come nel caso di India, Pakistan e Israele) o di scoppio accidentale e terrorismo. L’abnorme numero di ordigni era quindi dettato dalla logica di ridurre il numero di detentori di capacità globale e asservire quelli a capacità regionale.

Ciò che Trump vuole oggi è qualcosa di più: eliminare qualsiasi possibilità di equilibrio, terrorizzare al punto di annullare qualsiasi difesa anche legittima. Per questo punta sull’aumento degli ordigni a disposizione e relativi mezzi di lancio (aerei, portaerei, missili, sommergibili, satelliti). Per questo, oltre alla deterrenza e alla dissuasione, pensa alla “punizione preventiva” dei potenziali avversari e all’estorsione nei confronti degli “amici” imponendo l’ombrello nucleare “in affitto” a tutti coloro che non vogliono e non possono dotarsi di tali armamenti. In questo senso, il trattato di non proliferazione siglato da Gorbaciov e Reagan, è un impedimento reale e concreto che va smontato. Anche con le fandonie. Non è affatto vero che il trattato è stato violato dalla Russia, dall’Iran, dalla Corea del Nord o da Israele. I primi due Paesi hanno avviato i progetti di potenziamento o realizzazione di ordigni di fronte alla crescente inaffidabilità statunitense di stare ai patti. La Corea del Nord si è ritirata dal trattato e Israele, India, Pakistan e Sudan del Sud, non l’hanno mai firmato. Non è vero che la maggiore potenza nucleare elimina la proliferazione: in realtà la incrementa, come nel caso dell’Iran che è tornato ai progetti iniziali in risposta alla denuncia dei patti con gli Usa e alla crescente minaccia convenzionale e nucleare d’Israele. E non è vero che una nuova corsa agli armamenti nucleari possa arrestare la proliferazione convenzionale, ridurre i conflitti o risolvere quelli in atto. Anzi, le prossime generazioni dovranno vivere sotto la spada di Damocle nucleare che renderà alcuni meno liberi e altri (compresi gli stessi americani) schiavi della paura e della contrapposta arroganza.

Questa strategia americana non è un parto della mente di Trump. È stata concepita subito dopo l’implosione dell’Unione Sovietica e ha continuato a svilupparsi invocando l’esigenza di sicurezza dal terrorismo, dalla crescente potenza cinese e dal ritorno sulla scena politica internazionale della potenza russa. Ogni pretesto è stato buono per vagheggiare la strategia nucleare all’insegna del “bottone più rosso e più grosso”.

La stessa Nato, con un ammiraglio italiano alla presidenza del Comitato militare, si è prestata a favorire un ritorno alla strategia nucleare non solo degli Usa, ma dell’intera Europa (Francia e Gran Bretagna in testa) inserendo nel Concetto Strategico del 2010 la deterrenza nucleare che soggiaceva alle pretese anti-russe dei “nuovi membri” e riapriva le porte alla ritorsione nucleare sul territorio europeo. Da tempo gli Stati Uniti sapevano che la corsa nucleare, con conseguente aumento delle spese militari, sarebbe stato il più grosso business del nuovo secolo. Dalla prima revisione degli assetti strategici americani del 2001, risultava che i profitti derivanti dalla politica militare erano stagnanti. La lotta al terrorismo ha dato un po’ di ossigeno ma non aveva bisogno di grandi investimenti.

Da trent’anni negli Stati Uniti le spese per il personale militare sono costanti. Sono aumentate le spese (e i ricarichi truffaldini) delle agenzie di contractor. Ma nulla di sostanziale a favore delle grandi industrie. Le spese per la ricerca e lo sviluppo militare sono anch’esse stabilizzate. Si è anzi delineata la crescente dipendenza militare dalla ricerca privata. E così sono diminuiti gli investimenti per i grandi progetti strategici. Le guerre su tutti i fronti hanno infatti aumentato solo le spese per i consumi correnti: uomini (comprese quelle per gli addestramenti intensivi, le indennità per i feriti, i traumatizzati e i superstiti dei caduti), mezzi da combattimento, equipaggiamento, carburanti, missili, munizioni… Il presidente Obama ha provato a correggere questa “anomalia” con la diminuzione dell’impegno bellico e i compromessi politici. Ha ridotto la presenza militare in combattimento privilegiando le azioni singole e isolate (droni, Cia, forze speciali). Così i conflitti sul terreno hanno perso capacità risolutiva, il morale delle truppe è diminuito, la popolarità del presidente è crollata e la credibilità della potenza militare americana è stata gravemente compromessa. Obama si è trovato impantanato in conflitti vecchi e ne ha aperti nuovi altrettanto inconcludenti. Trump vorrebbe recuperare credibilità personale ricorrendo alla forza militare, ma è un gioco pericoloso quanto quello tentato dal suo predecessore.

Nessun presidente americano ha mai pensato a sfruttare la potenza militare se non per gli interessi commerciali, politici e industriali di alcuni gruppi di potere. La stessa casta militare è completamente asservita a tali gruppi e il proposito di riaprire una nuova era di terrore nucleare li trova completamente conniventi. In America e altrove.

I processi durano troppo perché se ne fanno troppi

Se Stefano Ceccanti, oltre che a essere un costituzionalista e un deputato del Pd, frequentasse abitualmente qualche tribunale, due giorni fa si sarebbe morso la lingua prima di parlare. Sconvolto dalla riforma della prescrizione proposta dal ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, Ceccanti, al pari dei suoi colleghi di Forza Italia, mercoledì ha accusato il Guardasigilli di voler introdurre “norme anticostituzionali da Stato di Polizia”. E ha argomentato la sua protesta con un ragionamento fatto proprio da molti esponenti della Lega. Cioè da quei parlamentari salviniani che ora si dichiarano “perplessi”, senza invece aver mai battuto ciglio davanti alle migliaia di dibattimenti cancellati dal trascorrere del tempo.

Secondo Ceccanti non si può bloccare il decorso della prescrizione dopo il primo grado di giudizio perché l’articolo 111 della Costituzione stabilisce che i processi abbiano “una ragionevole durata”. Per lui, se a partire dalla prima sentenza non si prescrivesse più nulla, i dibattimenti d’appello e in Cassazione diventerebbero infiniti. Il suo ragionamento suona bene, ma è falso. Il motivo principale per cui i processi durano tanto a lungo è infatti semplice: ne vengono celebrati troppi. Anche se Ceccanti e i suoi colleghi non se ne sono accorti, in Italia è in vigore dal 1989 un sistema accusatorio: il nuovo Codice di procedura penale prevede cioè che la prova si formi in aula. Per questo vengono ascoltati decine e decine di testimoni, molte delle indagini dei pm vengono ripetute davanti al giudice. Questa è una buona cosa per il cittadino imputato che così riduce di molto il rischio di venir condannato da innocente. Ma ovviamente i processi così celebrati durano mesi o anni e i tribunali si intasano.

Chi aveva scritto il nuovo Codice sapeva bene di andare incontro al rischio ingolfamento. E infatti aveva previsto che di dibattimenti in aula se ne facessero pochissimi: come accade negli Usa dove l’85 per cento degli imputati, quando le prove contro di loro sono forti, si dichiarano colpevoli e patteggiano la condanna ottenendo degli sconti di pena. O in Inghilterra, dove addirittura solo il 10 per cento delle persone sotto inchiesta arriva al processo. Negli Usa, però, la prescrizione smette di decorrere dal momento del rinvio a giudizio (in Inghilterra addirittura non esiste) e la pena è effettiva. Se ti condannano a 3 anni vai in prigione, punto e basta. In Italia accade l’esatto contrario. Da una parte, se l’imputato è incensurato ha probabilità quasi nulle di scontare in carcere una condanna sotto i 4 anni. Dall’altra, la prescrizione continua a correre in primo, secondo e terzo grado. Risultato: a quasi tutti conviene andare davanti al giudice e tirarla il più possibile per le lunghe. Se va bene, tutto viene cancellato dal passare del tempo. Se va male si arriverà a un verdetto in gran parte virtuale (e per questo è necessario che ora il governo renda effettive le pene). Il patteggiamento e il rito abbreviato, insomma, da noi convengono poco e i processi si paralizzano. Al danno poi si aggiunge pure la beffa. Lo Stato spende un sacco di soldi, tra indagini e stipendi di magistrati e poliziotti, per individuare un imputato. Ma tutto quel denaro, grazie alla prescrizione che oggi può scattare a processo in corso, viene poi perso senza riuscire alla fine a stabilire se chi è finito alla sbarra è colpevole o innocente. Con grave smacco di noi contribuenti e soprattutto delle vittime dei reati. Che in Italia, per fortuna, restano ancora molto più numerose di chi li commette.

I fanghi tossici nei campi? Scelta suicida

Per capire la reale portata dell’art. 41 del decreto Genova sull’utilizzo in agricoltura di fanghi di depurazione pesantemente contaminati, occorre almeno conoscere i termini della questione. In estrema sintesi. La legge speciale italiana (D 99/92) parte dal presupposto che dovrebbe trattarsi di fanghi derivati da scarichi “civili” e quindi non prevede limiti per contaminanti tipicamente industriali (palesemente più pericolosi). Ma nel 2017 la Cassazione (Sez. 3 Pen., 6 giugno 2017, n. 27958), occupandosi di fanghi toscani pieni di idrocarburi, rilevava che “è impensabile che una regolamentazione ad hoc (…) possa ammettere un uso indiscriminato di sostanze nocive” e precisava che, trattandosi di rifiuti, sono applicabili i limiti previsti dalla normativa in tema di messa in sicurezza dei siti inquinati in funzione della specifica destinazione d’uso del sito; in quanto, se così non fosse, “un rifiuto può essere impiegabile nello spandimento su un terreno agricolo sebbene abbia valori di contaminazione ben superiori ai limiti di accettabilità per aree industriali”. Con la conseguenza che per il parametro della discordia (idrocarburi), di regola il limite è 50 mg/Kg.

Per neutralizzare questa sentenza, in data 11 settembre 2017, la giunta della Regione Lombardia (presidente Maroni) emanava la delibera n. 7076 in cui approvava nuovi parametri e relativi limiti di concentrazione per idrocarburi (C10-C40) e fenoli, ai fini dell’autorizzazione allo spandimento e all’uso di tali fanghi come concimi in agricoltura, innalzando di ben 200 volte rispetto alle norme vigenti (da 50 mg/Kg a 10.000 mg/Kg), quello relativo ai contenuti di idrocarburi.

Tuttavia, il 6 aprile 2018, ben 51 sindaci di altrettanti comuni del Lodigiano e del Pavese (con l’appoggio dei 5stelle) chiedevano al Tar Lombardia di annullare questa delibera, considerando un fatto gravissimo questo pesante aumento dei limiti che consentiva di utilizzare come concimi per prodotti alimentari fanghi con contenuti di idrocarburi superiori ai 500 mg/Kg, limite oltre il quale un terreno non può avere altra destinazione d’uso che quello di “una discarica di rifiuti”.

Il 20 luglio 2018, il ricorso veniva accolto dal Tar. La sentenza n. 1782/2018 annullava la delibera regionale, confermando i limiti indicati dalla Cassazione (e da Ispra). Sentenza che rendeva problematico lo smaltimento, in Lombardia, di almeno 3000 tonnellate di fanghi di depurazione alla settimana. Il 3 agosto 2018, la Regione ricorreva al Consiglio di Stato.

Ultimo (per ora) atto: nel decreto Genova spunta l’art. 41 che nulla ha a che vedere con i fatti di Genova e, “al fine di superare situazioni di criticità nella gestione dei fanghi da depurazione”, aumenta a 1000 il limite di 50 per idrocarburi nei fanghi; cui si aggiunge un emendamento della maggioranza che amplia i limiti anche per idrocarburi, diossine, furani, PCB, toluene, selenio, berillio, cromo e arsenico.

Questi sono i fatti. E allora, meglio ammetterli francamente e assumersene la responsabilità. Due sole considerazioni finali. I Medici per l’Ambiente rilevano che la norma contenuta nel decreto Genova aumenta “la possibilità che vengano contaminati suoli, ecosistemi e catena alimentare, con inquinanti tossici, di cui alcuni classificati come cancerogeni certi per l’uomo, e senza che siano stati valutati rischi per la salute umana”. Non a caso l’on. Donatella Spano, presidente della commissione Ambiente per la conferenza Stato-Regioni, chiede “un parere aggiornato dell’Istituto Superiore di sanità, perché quello precedente del 14 marzo scorso era limitato ai soli parametri microbiologici”.

Infine. Se anche è vero che c’è un’emergenza fanghi di depurazione contaminati, come si può anche solo pensare che la soluzione sia di autorizzarli per concimare i campi da cui ricaviamo il nostro cibo?

Una separazione consensuale per il Pd

Da sempre critico con Renzi, tuttavia comprendo il suo disappunto per la disinvoltura con cui un gran numero di suoi ex ministri e collaboratori ora fanno a gara nel prendere le distanze. Non è un bello spettacolo e tuttavia un po’ se lo è meritato: è il prezzo che egli paga alla sua pratica della cooptazione su base di una fedeltà che, naturaliter, attrae mediocrità e opportunismo. Rammento che, Renzi regnante, D’Alema, bersaglio numero uno della rottamazione renziana, con perfidia, osservò che sarebbe venuto un tempo nel quale sarebbe toccato a lui difenderlo dalla ingrata sconfessione dei suoi cortigiani.

Ma lasciamo stare la miseria degli uomini. Fissiamo piuttosto l’attenzione sul senso politico del renzismo e su come fare i conti con esso. A dispetto della nomea di dinamico novatore, Renzi è stato sconfitto per essersi attardato intellettualmente e politicamente. Mi spiego. L’ascesa della leadership renziana tutta si iscrive nell’orizzonte della democrazia maggioritaria e di investitura: la vocazione maggioritaria spinta sino alla presunzione dell’autosufficienza, la coincidenza tra leader del partito e candidato premier, la deriva verso il partito personale. Nel quadro di un assetto bipolare del sistema politico, in realtà già in declino. Un assetto che portava con sé l’idea che la competizione si decidesse al centro. Di qui – lo si ricorda? – la fallace illusione renziana circa il “voto utile” contro gli “estremismi”, in un tempo nel quale spirava un vento anti-establishment che semmai premiava chi all’establishment si oppone. Autolesionisticamente Renzi ha dato così un contributo decisivo alla campagna dei 5stelle, da lui scelto come avversario sistemico. Sullo sfondo, stava una lettura ingenuamente ottimistica della globalizzazione e una sottovalutazione dei suoi costi umani e sociali. Con il corollario di una narrazione “rosa” in stridente contrasto con il vissuto di masse affette da precarietà e paure. Lettura, in verità, già sfasata a fronte dell’impatto psicologico e sociale della crisi internazionale. Di riflesso, una “sinistra” culturalmente subalterna ai dogmi del liberismo (il modello blairiano); un’enfasi sul riformismo inteso come centrismo moderato, con l’accento posto sulla parola magica “innovazione” a discapito di una montante domanda di “protezione”.

In verità, tre elementi – di modello politico, di lettura della fase, di curvatura ideologico-programmatica liberale della sinistra – tutti già presenti nella versione veltroniana del Pd sin dal suo discorso di insediamento del Lingotto. Elementi che Renzi ha estremizzato, con il suo carico di personalizzazione e spirito divisivo. Del Pd, del centrosinistra, del Paese, persino su materia sensibilissima come la Costituzione.

Ciò detto, sarebbe un errore ignorare la circostanza che ancora Renzi politicamente esiste, ha un suo seguito di tifosi, controlla i gruppi parlamentari Pd, non ha alcuna intenzione di mollare e sta ponendo le basi di una sua autonoma iniziativa politica, qualora dovesse perdere il controllo del Pd. Un esito a questo punto auspicabile. Lui abbia l’onestà di “liberare” il Pd dal suo paralizzante condizionamento. Che senso ha reiterare l’ambiguità? Comiziava a Firenze quando Martina chiudeva la festa nazionale dell’Unità; ha disertato il forum programmatico di Milano che segnava l’avvio del congresso; dalla Leopolda ha lanciato suoi comitati che traguardano oltre il Pd. Gli altri Pd riconoscano che il posizionamento centrista e le politiche di Renzi potrebbero utilmente fare breccia sul vasto elettorato ex FI, non rilasciando a Salvini il monopolio dell’Opa su di esso.

Un chiarimento, una civile separazione tra prospettive politiche sempre più manifestamente non componibili dentro un medesimo partito ma che non escludono alleanze o collaborazioni tra soggetti distinti. Specie in un quadro proporzionale che, in Italia, ma anche nella imminente competizione europea, suggeriscono la differenziazione e l’articolazione dell’offerta politica, alternativa a destra e populismi. L’opposto di un indistinto fronte repubblicano, che sarebbe associato a un europeismo acritico e di maniera votato alla sconfitta. Lo ha osservato Cacciari: per difendere il progetto europeo e, insieme, per non rassegnarsi alla definitiva eclissi della sinistra ciascuno sia se stesso. Forse è sfuggito a chi lo applaudiva al forum Pd di Milano che Cacciari, che pure fu tra i primi a scommettere sul Pd, da gran tempo, teorizza la separazione consensuale tra anime del Pd inconciliabili.

Mail Box

 

Modificare la prescrizione serve a una giustizia giusta

Mi rendo conto che la questione in apparenza è controvertibile. Ma credo che come avviene nei Paesi di cultura giuridica anglosassone, quando lo Stato esercita tramite la Procura della Repubblica l’azione penale, ovvero la pretesa punitiva dei colpevoli di reati che attentano alla pacifica convivenza sociale, abbia il dovere di procedere sino alla sentenza definitiva che accerti fatti e responsabilità. In particolare per i delitti più gravi e lesivi dell’interesse generale. Senza che la prescrizione azzeri il tutto lasciando impuniti i colpevoli e disarmate le vittime. Naturalmente occorre restituire efficienza e celerità al processo bilanciando e valorizzando i diritti degli imputati e l’aspettativa di un processo equo capace di accertare al meglio la verità processuale in tempi ragionevoli. Ma assoluzioni presunte come quelle di Andreotti o Berlusconi (prescritti) attentano alla fiducia dei cittadini onesti nelle Istituzioni. E non è giustizialismo. Bensì ricerca e attesa per un modello di giustizia giusta.

Antonio Caputo

 

Il testo sulla Sicurezza rischiadi essere controproducente

Dopo aver visto la legge sulla sicurezza in via di approvazione, confortato dalla parola di Dio che dice: “Tratterete lo straniero che risiede fra voi come colui che è nato fra voi: tu l’amerai come te stesso” (Dt 10,19), pur considerando la sicurezza un problema da doversi affrontare, di certo questo non è il modo migliore per farlo, anzi. Nell’attuale disposizione, si ravvisa un grave diseguale trattamento verso lo straniero in cerca di soccorso, di asilo, rispetto a noialtri. Ovviamente, dello straniero… povero, perché la guerra, ormai, è al povero stesso, se straniero, ancor più. Reiterando l’idea del povero come delinquente e della povertà come delitto.

Non è tollerabile l’idea che esistano esseri umani di seconda e terza categoria. Come non è accettabile, che si vada in pericolo di confliggere con la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, come con gli articoli 2,3,4 e 10 della sacra Costituzione nostra. Anni fa, e sempre più spesso, il Papa ricordava che “ogni comunità cristiana intervenga per aiutare la società a superare ogni possibile tentazione di razzismo ed intolleranza”. Parole e pensieri che portano a ritenere l’attuale legge della sicurezza controproducente, sia al fine della pace sociale, sia della sicurezza stessa. Di tutti e ciascuno di noi. Alla luce di quanto esposto, si auspica quanto prima a una qualche revoca e conversione in norme, veramente, rispettose della Dignità umana.

Angelo Farano , membro comitato provinciale ANPI Taranto

 

L’ipocrisia di Halloween, vicino alla commemorazione dei morti

Da Halloween, gran bel gentile omaggio a tutti i santi mischiato a quello per tutti i morti, siamo quasi usciti. Ma è triste, da vere zucche vuote, non accorgersi che l’essere capaci di voltare in un folle festeggiamento il 31 ottobre, giorno che precede la nostra commemorazione dei morti dell’1 e 2 novembre, lo potevamo ingegnare solo noi italiani! Nel mondo, le ebbrezze della notte di Halloween non coincidono col ricordo dei morti.

Nella stessa originaria Irlanda e successivamente negli Stati Uniti, la data del 31 ottobre è a sé stante. E solo nel tempo è diventata un pandemonio di maschere e festeggiamenti ben diversa dalla antica celebrazione dell’estate celtica in cui, più esattamente, si sacrificavano animali a quei defunti considerati santi usando travestirsi in base a dei riti sacrali e chiedendo loro la grazia per nuovi ricchi raccolti. Ma, il trait d’union coi giorni 1 e 2 novembre, vero scioccante ossimoro, lo abbiamo creato noi poiché, ovunque, il giorno dei defunti avviene in periodi diversi.

Negli Stati Uniti, ad esempio, la più sentita giornata dei morti si celebra in maggio col “Memorial Day” nel ricordo dei caduti di guerra. Gli altri Paesi scelgono momenti differenti e distanti tra la profonda costernazione e la gioia sfrenata.

Noi abbiamo scelto di mischiare una ricorrenza cristiana o comunque dolorosa con la sempre più sprocedata uscita di testa che, pur di sostenerla, viene abbastanza barbaramente associata ad un divertimento dei bambini e persino a un “Lucca Comics” nato da normali fumetti.

Gianni Basi

 

Puntiamo sull’itticoltura per favorire le esportazioni

Per capire come siamo amministrati basta pensare che l’Italia, con le sue lunghe coste, è uno dei Paesi dove l’itticoltura è trascurata e in gran parte lasciata all’iniziativa di pochi coraggiosi.

Se incrementassimo quell’industria, il pesce sarebbe uno dei cibi più a buon mercato. Si potrebbe controllarne l’alimentazione depurata delle sostanze dannose e trarne grandi quantità.

Finirebbe la dura vita del pescatore come quella descritta da Verga e gli orari sarebbero molto meno faticosi. Quasi ogni razza di pesce può essere allevato. Basterebbe un commissariato al corrente delle tecniche adatte e nascerebbe una grande produzione capace di eliminare l’importazione e favorire l’esportazione di pesce. Ma nei palazzi della politica si pensa ad altro.

Renzo Baldini

Democrazia Recuperare il Parlamento (anche per vedere che cosa fanno i dem)

 

Vi sono sostanziali differenze etiche tra Lega e Cinque Stelle: Salvini non ha alcun riguardo per la sofferenza umana e parla di “pacchia” dei migranti a prescindere dai casi; in casa M5S si è aperta, invece, una frattura, sul dl Sicurezza in cui si propone persino il superamento della protezione umanitaria. Salvini non disdegna che i processi ai colletti bianchi vadano in fumo mantenendo la prescrizione; i Cinque Stelle invece dicono di volere “onestà” e Bonafede propone, almeno, lo stop alla prescrizione dopo il primo grado di giudizio. Salvini non vuole una seria lotta all’evasione fiscale (che fine hanno fatto i 49 milioni che la Lega deve allo Stato?), il M5S sì. In tutto questo, la propaganda salviniana (“Se fossi da solo io farei, io risolverei…”) fa la sua parte. Che fare? C’è la terza via, oltre al comitato di conciliazione che difficilmente concilierà in questi ambiti: la via parlamentare. Laddove non si arriva a un compromesso, si faccia lavorare il Parlamento tutto, così si mettono alla prova Pd e Lega (FI sappiamo da che parte sta) su posizioni etiche. Non vogliono lo stop alla prescrizione? Che lo dicano in Parlamento, dinanzi agli italiani. Non vogliono una seria lotta all’evasione fiscale? Che Lega e Pd vengano denudati in Parlamento. Il dl Sicurezza è indigeribile per molti pentastellati? Si metta anche il Pd con le spalle al muro. Dice di voler fare tutto quello che non ha fatto e di essere cambiato; gli si dia la possibilità di dimostrarlo. A quel punto o cambia davvero o sparisce del tutto.

Barbara Cinel

 

Gentile Barbara, Lei ha pienamente ragione, il ruolo del Parlamento va recuperato. Questo governo, come gli ultimi che l’hanno preceduto, sembra voler relegare le Camere a meri notai dei (faticosi) accordi stretti da Lega e M5S. Ma è sbagliato, nel metodo e nel merito. Anche perché ci sono molti temi rimasti fuori del Contratto di governo che esigono risposte concrete, sul piano legislativo. E ovviamente la prima questione è quella dei diritti civili, colpevolmente ignorati nel Contratto. Eppure c’è una sentenza di pochi giorni fa della Corte costituzionale che esorta la politica, e quindi il Parlamento, a colmare il vuoto normativo sul fine vita. Un’indicazione che non può essere ignorata. Però, e qui Lei tocca un’altra questione importante, il dibattito parlamentare potrebbe essere fondamentale anche su temi che compaiono nel patto di governo, ma che possono ugualmente spaccare la maggioranza, come la prescrizione. Per questo è necessario un confronto vero nelle Camere. Anche per capire cosa pensa quel Pd che deve scegliere dove e come stare. Per ritrovarsi, ammesso che abbia ancora voglia di farlo.

Luca De Carolis