Sorride il centrodestra dopo le elezioni provinciali con 15 nuove Province conquistate da Nord a Sud, ma il centrosinistra è comunque in vantaggio. E Matteo Ricci, responsabile Enti locali del Pd, rivendica: “Vedo che la destra dà i numeri a vanvera. Vince il centrosinistra 26 a 20. La matematica non è un opinione”. È questo il quadro, non senza polemiche, dopo il voto del 31 ottobre. Si è trattato di consultazioni indirette: sono stati sindaci e consiglieri comunali a eleggere il nuovo presidente in 46 Province e a rinnovare poco meno di trenta Consigli e non i cittadini, per effetto dell’entrata in vigore della legge Delrio. A Lodi, in particolare, exploit per la sindaca leghista, Sara Casanova, finita nell’occhio del ciclone per la vicenda dei figli dei migranti esclusi dalla mensa scolastica. È diventata una degli 8 consiglieri eletti a sostegno dell’attuale presidente del Carroccio, Francesco Passerini. Il Pd ha annunciato che impugnerà i risultati davanti al Tar, prima dell’apertura delle urne, a causa della non ammissione di due liste di centrosinistra.
Abolito il vitalizio, arriva la pensione integrativa
Tutti d’accordo, senza distinzione di schieramento e di partito. Sul finale di legislatura, i consiglieri regionali sardi presentano la leggina bipartisan con la quale a fine mandato potranno percepire una “pensione integrativa volontaria” in luogo del vitalizio, abolito, ma solo per il futuro (con la manovra del governo dovranno adeguarsi anche al passato), da una legge regionale nel 2014 insieme al repulisti di privilegi e benefit in seguito allo scandalo sui fondi ai gruppi. Peccato che una parte consistente delle risorse per accedere all’integrativa sarà pagata dai contribuenti sardi: 6 milioni per il 2018, e 1 milione all’anno dal 2019 in poi. Tutto legittimo, come spiega l’articolo della proposta di legge, in cui vengono citate le norme nazionali che consentono l’erogazione del contributo pubblico, ma discutibile sul piano dell’opportunità: è come se il vitalizio uscito dalla porta quattro anni fa rientrasse dalla finestra dell’aula regionale. La proposta di legge, spiega la relazione che accompagna il testo depositato il 16 ottobre, vuole colmare una “lacuna” che rischierebbe di “condizionare l’accesso al mandato di tutti i cittadini in parità di condizioni”.
I giovani, in particolare, i lavoratori autonomi, e coloro che hanno carriere lavorative limitate si ritroverebbero a fine mandato a essere penalizzati nel cumulo pensionistico, con un “buco” contributivo difficile da colmare. Ecco perché si vorrebbe incentivare “l’iniziativa volontaria dei consiglieri di aderire a trattamenti pensionistici integrativi” venendo incontro alle esigenze dei più svantaggiati. I costi di questa adesione “volontaria” sarebbero però a carico del Consiglio regionale oltre che dei singoli eletti. I quali, nonostante le consistenti decurtazioni intervenute con la già citata legge regionale del 2014 continuano a percepire in busta paga quasi diecimila e 500 euro mensili, comprensivi di diaria e rimborsi forfettari per i residenti fuori sede). Tutto a norma: le modalità di erogazione del trattamento (età, calcolo contributivo, diritto al beneficio) sono quelle previste per il lavoratore o comunque in genere per la previdenza complementare e stabilite dalla legge statale sulla base del calcolo delle pensioni ordinarie. Il consigliere che volontariamente aderisce a una forma pensionistica integrativa, può a richiesta usufruire di un “concorso” del Consiglio regionale che si atteggia in questo caso né più né meno come un datore di lavoro che concorre ai contributi. A prevederlo sono il decreto legislativo 252 del 2005, sulla disciplina delle forme pensionistiche complementari, e la riforma del sistema pensionistico obbligatorio e complementare del ’95.
L’introduzione della misura presenta un costo ingente: 5 milioni e 882 mila euro per l’anno 2018, a valere sull’intera legislatura ormai agli sgoccioli, e un milione per ciascuno degli anni successivi, che graveranno dunque a tempo indefinito sulle casse del Consiglio regionale, e dunque dei contribuenti sardi, che per la maggior parte la pensione integrativa continueranno a pagarsela di tasca propria.
La sinistra lontana dal popolo: la lezione dei funerali di Desirée
Forse, per evitare spiacevoli equivoci, sarebbe bastato che alla frase: “CasaPound vicina alla gente, il Pd no”, il senatore dem Bruno Astorre ne avesse aggiunto un’altra, per esempio questa: “Per stare vicino al dolore della gente martedì mi sono recato a Cisterna di Latina ai funerali di Desirée”. Non sappiamo se Astorre fosse effettivamente lì a portare il suo cordoglio, e in tal caso ne apprezzeremmo pudore e riservatezza. Pur tuttavia la sua uscita ha il merito di averci ricordato un detto antico, reso costantemente attuale dalla politica politicante: tra il dire e il fare c’è di mezzo un mare. Di spot. Infatti, a giudicare dal diluvio di orrore e sdegno espresso subito dopo la scoperta di quel giovane corpo martoriato, da parte di ministri (con ruspa o a cinquestelle), viceministri, sindaci, parlamentari, leader di partiti e movimenti, governatori di regione, istituzioni, autorità militari, civili e religiose, ci saremmo aspettati atti e gesti conseguenti.
E così i funerali di Desirée Mariottini – la 16enne stuprata e trovata morta in un rudere abbandonato nel quartiere romano di San Lorenzo – avrebbero potuto rappresentare un’occasione di vicinanza, e forse anche di (parziale) riconciliazione, tra i vertici e la base della nostra Repubblica. Invece, a quanto risulta, di leader di partito c’era soltanto Giorgia Meloni (Fratelli d’Italia), mentre una corona di fiori della Regione Lazio testimoniava, pressoché solitaria, le condoglianze delle istituzioni. Tutti gli altri avevano senza dubbio cose più urgenti da fare (dopo tanto dire): impegni presi precedentemente, imprevisti dell’ultimo momento che hanno loro impedito di affrontare un viaggio tra Roma e Cisterna, valutato da Google Maps circa un’ora e otto minuti d’auto (a bordo di una ruspa forse qualcosa di più). Oppure, come ha scritto Antonella Baccaro sul Corriere della Sera: “Meglio un’assenza certa che una presenza rischiosa”? Ovvero: “Mai mettere la propria faccia su eventi dei quali si potrebbe essere chiamati a rispondere pubblicamente”. O, al contrario, sarà stata la prevedibile, limitata copertura mediatica a tenere lontani dalla chiesa di San Valentino (nel quartiere dov’era nata Desirée) i tanti che subito si erano precipitati a San Lorenzo, in un trionfo pulsante di microfoni e telecamere. Poiché però ci dispiace pensare che la prevalente ragione di tutte quelle assenze sia da ricercarsi nell’assenza di umana pietà, avanziamo altre due possibili spiegazioni.
La prima è quella che interpreta i comportamenti della politica contemporanea con la cosiddetta sindrome dell’immediato: secondo un recente libro di Francesco Rutelli colpisce coloro che “agiscono all’istante, senza meditazione né condivisione”. Questi “immediati” della politica concepiscono la presenza come semplice partecipazione a un evento, che prevede anche forme di commozione sincera ma istantanea e non ripetibile.
La seconda ipotesi ci riporta alla frase del senatore Astorre per cui sinceramente non riusciamo a provare scandalo. Che CasaPound e i fascisti del Terzo millennio agiscano nel tessuto sociale, quanto mai degradato e impoverito di zone e quartieri abbandonati dai partiti tradizionali è dato reale. Attraverso la distribuzione di pacchi viveri e offerte di assistenza varia, come abbiamo visto in tv nelle ultime elezioni a Ostia.
Che lo facciano per motivi di pelosa propaganda sarà anche vero, ma di candidati emuli di Madre Teresa di Calcutta purtroppo non se ne vedono molti in circolazione. Che poi sia la destra, soprattutto quella più estrema, a raccogliere i maggiori consensi in quelle periferie è altrettanto incontestabile. Accade perché quelli sfortunati cittadini hanno improvvisamente scoperto il fascino della camicia nera (o della ruspa)? O sarà che sono stati abbandonati al loro destino soprattutto da quella sinistra che un tempo era “vicina alla gente”? I pidini che si stracciano le vesti per l’accostamento di Astorre a CasaPound avrebbero una qualche ragione di farlo se a Roma, in anni non lontani, li avessimo visti numerosi, presenti e attivi sul territorio (per esempio a San Lorenzo). Invece che a braccetto con i Buzzi e i Carminati. Se poi accade che perdano voti la colpa è di qualche frase non abbastanza politicamente corretta? O magari perché a Cisterna di Latina, accanto alla bara bianca di Desirée, ci stava la Meloni e non c’erano loro?
La Lega prende tempo Bonafede: “Confronto sereno con gli alleati”
Serviràancora del tempo per discutere dell’emendamento al ddl Anticorruzione che riforma i tempi della prescrizione. Se il Movimento 5 Stelle è compatto sulla sospensione della stessa prescrizione dopo la sentenza di primo grado, l’opposizione si agita contro la possibile novità e anche la Lega, suo alleato di governo, chiede tempo per riflettere sul tema. Ieri fonti del Movimento 5 Stelle hanno fatto sapere all’Ansa di un “confronto sereno” in corso con il Carroccio, spiegando che sin dal mattino il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede aveva avuto diversi contatti telefonici con autorevoli esponenti della Lega proprio per risolvere le titubanze dei salviniani. “Troveremo la quadra”, assicuravano dal Movimento, mentre però i tempi parlamentari dell’approvazione del disegno di legge si stanno inevitabilmente allungando. Ieri tutti i gruppi (tranne quello dei 5 Stelle) hanno chiesto di scrivere al presidente della Camera Roberto Fico con l’obiettivo di far slittare l’arrivo in aula del ddl, previsto a dicembre. Per quella data anche la maggioranza avrà le idee più chiare.
Lo smemorato e il canone pirandelliano
Pensate quanto può il potere di una suocera. Un tapino – Turi Mannino, ovvero Salvatore – si ritrova a non essere più padre, né marito e nemmanco partecipe della propria azienda. E figurarsi padrone della propria casa quando – abitando sotto lo stesso tetto, a Lajatico, nel Pisano – fa della signora sua suocera, la professoressa Sandra, sua socia in affari, la sua agognata ossessione.
“Mi toglie i figli, la moglie, il lavoro…”. Ed è il giusto pretesto per darsi alla macchia. Uno stantuffo, più che un recriminare: “Mi toglie i figli, la moglie, il lavoro…”.
A sottofondo della fuga che dalla stazione di Pontedera fino a Milano, poi Parigi e Londra porta ai binari di Edimburgo. E sempre in treno, sferragliando il suo mantra – “mi toglie i figli, la moglie, il lavoro…” – per farsi ritrovare sul pavimento della cattedrale di St. Genis, soccorso dai medici scozzesi ai quali, senza una sola parola d’italiano e con qualche accenno di lingua inglese, si offre quale caso clinico.
“Chi sei?”, gli domandano quelli. E lui, furbo – o sventurato, secondo il copione – risponde: “Come tu mi vuoi…”. E così – come nel canone di Luigi Pirandello, Come tu mi vuoi, dal dramma ispirato allo Smemorato di Collegno – il Mannino corre incontro alla salvezza: un’amnesia. È la salvifica tabula rasa dove da zero, sparpagliando parte di sé – tra finzione, pazzia e verità – si diventa tutto. O niente.
Pensate quanto può il groviglio delle tre corde chiamate a far mulinello nella nostra testa: sempre seri, costantemente civili, squisitamente pazzi. E quest’ultima corda – quella della pazzia – s’avvita come un chiodo fisso nell’ansia di Mannino.
Evirato nel ruolo di padre, di marito e d’imprenditore. Evirato da una sola erinni, l’incolpevole signora Sandra: “Mi toglie i figli, la moglie, il lavoro…”.
È sufficiente convincersi di essere ciò che si sceglie di impersonare. Perdere la memoria equivale a scomparire, a far perdere la tracce di sé come fanno i bambini quando chiudono gli occhi e pensano di essersi nascosti al mondo. Come non sanno fare le ragazze nei drammi di Ibsen e come riesce, invece, ai geni come Ettore Majorana – il caso mai risolto dello scienziato sparito chissà dove nella primavera del 1938 – mai più comparso e forse, chissà, accolto nella Certosa di Serra di San Bruno, in Calabria, come pensava Leonardo Sciascia, oppure riuscito a farsi una vita nuova nei panni di un senza tetto: Tommaso Lipari, conosciuto come l’Uomo cane. E altri non poteva essere Lipari che lui, Majorana.
Si aggirava nei pressi delle scuole di Mazara del Vallo per soccorrere gli scolari cui impartiva lezioni di fisica e correggeva i loro esercizi, spesso bacchettandoli col suo bastone da passeggio con sopra inciso 5 agosto 1906, la data di nascita dell’illustre fisico.
Ma chissà, poi: ci si crede felici, spesso sani, talvolta cretini quando il gioco vale la candela e si finge – sempre, quando non si vuol ricordare – per non voler vedere la realtà tutta di dolori e di frustrazioni. Ci si finge malati per farsi volere bene e per farsi amare finalmente e tantissimo – più del dovuto – e voleva assecondare una sua follia allora, Mannino.
Rosso di capelli e chissà quanto sicilianissimo di sangue, Turi – il diminutivo gli si confà – rinuncia subito alla fatica d’immedesimarsi nella maschera da lui scelta. Confessa tutto, Turi – si scusa con tutti, si rammarica del disturbo dato – per ritrovarsi adesso, ricoverato al reparto di psichiatria dell’Ospedale Santa Chiara di Pisa come il Fu Turi Mammino, lo smemorato di Scozia.
Tale e quale – il canone si ripete – un Fu Mattia Pascal.
La prescrizione dei reati in Europa non ferma i processi
Che la prescrizione italiana sia un unicum in Europa lo ripetono da tempo i magistrati – a cominciare da Piercamillo Davigo – ma anche qualche politico. Matteo Salvini, il ministro dell’Interno, lo ha detto in agosto a Viareggio, in riferimento alla strage ferroviaria accaduta in quella città, ma con un occhio anche al crollo del ponte Morandi a Genova: “È incredibile che dopo nove anni per la strage di Viareggio sia ancora in corso il processo d’appello, con la prescrizione dietro l’angolo per alcuni reati particolarmente gravi e odiosi. E spero che a Genova non ci siano ritardi come si sono registrati a Viareggio”. Ora il Movimento 5 Stelle, dopo gli annunci del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, ha presentato una norma che blocca la prescrizione dopo la sentenza di primo grado. Se sarà approvata – malgrado i mal di pancia della Lega – sarebbe una svolta che riavvicina l’Italia all’Europa. Anche se l’80 per cento delle interruzioni per prescrizione in Italia avviene nella fase delle indagini preliminari o comunque prima della sentenza di primo grado. Che cosa succede negli altri Paesi?
In Spagna la prescrizione non matura nel periodo in cui si svolgono indagini e giudizio. Si ferma nel momento in cui all’indagato viene contestato un reato e torna a correre soltanto quando il procedimento si blocca o si conclude con un esito diverso dalla condanna.
In Francia i termini della prescription de l’action publique sono di 10 anni per i reati più gravi (“crimini”), di 3 anni per quelli più lievi (“delitti”) e di 1 anno per le contravvenzioni. Ma ci sono reati che non si prescrivono mai: i crimini contro l’umanità e quelli militari. Il traffico di stupefacenti, il terrorismo e i crimini contro la specie umana si prescrivono in 30 anni, i reati sessuali su minori in 20. Rapidissima, per contro, la prescrizione per la diffamazione a mezzo stampa: 3 mesi. In ogni caso, la prescrizione s’interrompe durante il compimento di qualsiasi atto di istruzione o di indagine.
In Germania la prescrizione viene interrotta non soltanto da atti compiuti dal giudice, ma anche dalla polizia o dalla Procura della Repubblica, a partire dal primo interrogatorio dell’accusato. Dopo l’interruzione, il termine di prescrizione riprende a decorrere, ma non può mai superare il doppio della sua durata originaria. I tempi per arrivare alla prescrizione sono lunghi: 30 anni per i reati puniti con l’ergastolo, 20 per quelli con pena massima superiore a 10 anni, 10 per quelli con pena tra i 5 e i 10 anni, 5 per quelli tra 1 e 5 anni, 3 gli altri. Genocidio e assassinio non si prescrivono mai. Nel caso gli indagati siano politici eletti nel Parlamento federale o in quelli dei Lander, la prescrizione viene calcolata a partire dal momento in cui viene avviata l’azione penale a carico del parlamentare.
Nel Regno Unito vige la tradizione giuridica della Common law che non prevede la prescrizione. Ci sono limiti di tempo, riferiti però non all’estinzione del reato, ma dell’azione penale. Si differenziano a seconda della categoria di reato. Ma la tendenza è ad aumentare i tempi: per esempio, il Climate Change and Sustainable Energy Act del 2006 ha esteso i limiti per la perseguibilità di alcuni reati urbanistici e ambientali. I reati più gravi (indictable offence, giudicati dalla Crown Court) non hanno limiti di tempo alla “prosecution”.
Ce lo chiede l’Europa, di aumentare i tempi di prescrizione. A sostenerlo è il sostituto procuratore generale presso la Cassazione Antonio Balsamo, che in un articolo sul sito dell’Associazione nazionale magistrati ricorda un paio di sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo che invitano l’Italia a fare in modo di perseguire reati che invece la prescrizione azzera. La sentenza Alikay del marzo 2011 ha indicato “l’incoerenza del modello italiano di prescrizione con gli standard internazionali di protezione dei diritti umani”. Perché ha bloccato il processo a un “agente dello Stato per omicidio (commesso per colpa e non con dolo)” e ha impedito “una condanna nonostante l’accertamento della responsabilità penale”. La sentenza Saba del luglio 2014, su sette agenti penitenziari accusati di violenze, afferma che era diritto del detenuto Saba ottenere “una sentenza che accerti le eventuali responsabilità” e non “una sentenza di prescrizione”.
Taranto, si dimette il sindaco dem: “Ho perso le Provinciali”
Non è stato eletto presidente della Provincia, e allora si è dimesso. Così ha deciso il sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci per il Pd, dopo essere stato sconfitto nelle elezioni provinciali dal sindaco di Castellaneta, Giovanni Gugliotti, sostenuto da un trasversale “patto dei sindaci”. Ma sull’esito ha pesato anche la rottura tra Melucci e il suo ex sostenitore, il governatore Michele Emiliano. E così Gugliotti ha preso più di 54mila voti ponderati (calcolati in base al peso di ciascun eletto che ha votato), rispetto agli oltre 33mila voti ponderati dell’ormai ex sindaco. Un risultato inaccettabile per il Melucci, che ieri ha spiegato il passo indietro su Facebook: “Il risultato del voto per la presidenza della Provincia è inequivocabile da un punto di vista politico. Prendo atto che nonostante abbia chiesto e ricevuto dalla maggioranza il sostegno per la mia candidatura, questo sostegno è venuto meno con numeri inaspettati e considerevoli. Non posso che ascoltare questo messaggio e rassegnare le dimissioni da sindaco nelle mani del Segretario Generale, secondo le modalità previste dalla legge. Taranto – conclude Melucci – ha diritto a un governo coeso e a un Consiglio comunale operoso”.
“Alla fine ci tradiranno, come col Tap”. La rabbia dei comitati contro i grillini
“Abbiamo capito, qui finirà come con il Tap”. L’amara sentenza arriva da associazioni e comitati No Muos, da anni impegnati a combattere le mega-antenne della marina americana impiantate a Niscemi, 27 mila abitanti in provincia di Caltanissetta. Con loro in piazza c’è sempre stato il Movimento 5 Stelle, ma la recente giravolta grillina sul gasdotto pugliese e i tentennamenti della ministra della Difesa Elisabetta Trenta sulla possibilità di smantellare l’opera adesso preoccupano i cittadini siciliani.
“Qui i 5 Stelle hanno preso il 54 per cento alle ultime elezioni – spiega Fabio D’Alessandro del comitato No Muos – grazie soprattutto alle promesse sull’impianto. Ci hanno sempre assicurato di volerlo far saltare, ma ormai non ci fidiamo più di nessuno”. Qualcuno, come l’avvocato Luigi Cinquerrui, storico attivista anti-antenne, è ancora più pessimista: “Ho sempre pensato che il nostro peggior traditore fosse stato Rosario Crocetta, che prima aveva revocato le concessioni regionali per il funzionamento del Muos e poi si era rimangiato tutto, ma ora temo che Luigi Di Maio possa essere come lui”.
A Niscemi sarà difficile, per il Movimento, spiegare ogni eventuale passo indietro. Nel corso degli anni gli attivisti No Muos hanno visto passare esponenti regionali, parlamentari nazionali e persino deputati europei, tutti d’accordo sulla pericolosità dell’opera a causa delle continue radiazioni a cui espone i cittadini. “Si sono tirati indietro sul Tap, temo possa finire così anche da noi”, sentenzia Cinquerrui.
Stando agli attivisti, i margini per fermare l’opera ci sarebbero tutti, senza penali o ragion di stato che tengano: “Se volessero – spiega Nadia Furnari, vicepresidente dell’Associazione antimafia Rita Atria – si potrebbero appellare al fattore ambientale, visto che l’impianto sorge nel mezzo della Riserva naturale orientata Sughereta, oppure a una questione antimilitarista, o ancora alla tutela della salute”. In caso contrario, il Movimento dovrà fare i conti coi residenti: “Sarebbe il cavallo di Troia più scandaloso della nostra storia – accusa Furnari – Ma come? Ti fai eleggere promettendo lo smantellamento e poi fai tutt’altro?”.
A vacillare sono anche le convinzioni delle Mamme No Muos, altro comitato da sempre in prima linea sul territorio. Concetta Gualato ammette che adesso “c’è tensione” nelle associazioni e che i 5 Stelle, “che finora ci hanno sempre messo la faccia”, dovranno presto uscire dall’equivoco: “Ci devono dire se prevarranno gli interessi internazionali rispetto a quelli della comunità”.
Con l’enorme sospetto, paventato da Samanta Cinnirella, un’altra delle Mamme No Muos, che prima o poi i 5 Stelle scelgano di lavarsene le mani: “La mia paura è che alla fine ci sia un Salvini di turno che si prende le colpe per tutti e ci dicano che l’opera deve restare al suo posto. Ma almeno lui, in questa storia, sarebbe coerente”.
C’era una volta il no al Muos. Il M5S verso un’altra abiura
Icondoni, le grandi opere, i diritti civili, gli F35. E ora (probabilmente) un’infrastruttura militare, quel Muos contro cui il Movimento si è sgolato per anni. Il rosario delle abiure per il M5S di governo si allunga. E i suoi grani si intrecciano ai numeri dei sondaggi, scuri come un temporale. Perché la supermedia delle rilevazioni, come spiega l’analisi di Agi/YouTrend, racconta che i Cinque Stelle sono calati al 27,6 per cento, il dato più basso dalle elezioni del 4 marzo, nelle quali si arrampicarono al 32,5.
E chissà quanto hanno pesato le pillole che Luigi Di Maio e i suoi hanno deglutito, in nome del Contratto di governo con la Lega (anch’essa in calo, al 30,1 per cento) e dei rapporti con gli Stati Uniti di Donald Trump, nume tutelare dei gialloverdi e soprattutto del M5S. Il sostegno alla manovra calato pochi giorni fa dal presidente a stelle e strisce è stato più che invocato dal Movimento, che punta quasi tutto sul suo appoggio anche nella delicatissima partita in Libia, dove se la deve vedere con la Francia di Macron.
E allora meglio non far irritare Washington. Per questo ora si cerca un compromesso anche sul Muos, la stazione militare a Niscemi (Caltanissetta) dove gli Usa hanno impiantato antenne per le comunicazioni satellitari, che devono tenere in contatto tra loro le truppe americane sparse per il mondo. Contro le tre antenne paraboliche in Sicilia il Movimento ha combattuto spalleggiando i comitati locali, preoccupati dai possibili danni delle onde elettromagnetiche. Nel 2015 il blog celebrò come “una vittoria del M5S e di tutti i siciliani” il sequestro dell’impianto ordinato dalla Procura di Caltagirone. E l’europarlamentare Ignazio Corrao giunse a presentarsi nell’aula di Bruxelles avvolto nella bandiera No Muos. Tre anni dopo, dai piani alti dicono ufficiosamente che la stazione di Niscemi “non potrà mai essere chiusa”. E che va trovata una via di mezzo, “magari fermando una delle tre antenne”, o comunque limitando l’impatto della stazione.
Per questo, fonti del ministero della Difesa ieri hanno smentito il deputato dell’Assemblea regionale siciliana Giampiero Trizzino, che in mattinata si era sbilanciato su Obiettivo Radio1: “Smantelleremo il Muos. La memoria della ministra Trenta contro il ricorso dei No Muos per bloccare l’impianto? Un fatto già passato”. Poche ore dopo, la sconfessione dal ministero della Trenta: “Il governo è al lavoro sul dossier, qualsiasi altra posizione assunta da esponenti non appartenenti all’esecutivo è espressione del singolo soggetto”. Così ora attendono tutti una parola chiara da Di Maio, che lo scorso fine settimana in Sicilia aveva promesso “novità a giorni”.
I comitati, però, a occhio rischiano di rimanere delusi come quelli No Tap, il gasdotto in Puglia che il Movimento giurava di chiudere in 15 giorni, e ora invece è intoccabile, blindato dai risarcimenti per miliardi che scatterebbero in caso di stop. Un’ottima notizia per la Lega, che le grandi opere le vuole tutte.
Per questo il M5S, al di là dell’analisi costi-benefici che dissimula la trattativa politica, ha di fatto già detto sì al Terzo Valico e alla Pedemontana veneta. E il via libera all’autostrada sarà sanguinoso per il Movimento, che in Veneto si batte da anni per una revisione dell’opera. “Con la concessione attuale, regalano ai privati un margine operativo di 8 miliardi, superiore a quello di Autostrade”, scriveva su Facebook il 30 agosto scorso il capogruppo in Regione, Jacopo Berti. Eppure si andrà avanti così. Con l’obiettivo per il M5S di portare a casa almeno lo stop al Tav, l’ultima ridotta simbolica. Da difendere, per salvare l’immagine del Movimento. “Matteo Salvini ha capito e infatti è vago nelle dichiarazioni sul Tav”, assicurano dai 5Stelle.
Ma il prezzo sarà salato per il M5S, cui Salvini ha rinfacciato il condono edilizio per Ischia: “La preoccupazione è che ora si sani la qualunque”.
E il leghista ha gettato volutamente sale sulla ferita, perché la sanatoria campana è un altro strappo doloroso per i 5Stelle. “Parlano tutti del decreto Sicurezza – conferma un deputato della vecchia guardia –, ma è soprattutto il caso di Ischia a suscitare malessere”. Assieme al condoni fiscali contro cui giorni fa si sono schierati Carla Ruocco e soprattutto Elio Lannutti, senatore vicinissimo a Beppe Grillo. Nodi di cui si parlerà nell’assemblea congiunta, la prossima settimana. Un altro test per il capo Di Maio.
La nebbia mediatica sul burocrate
Anche i burocrati, a volte, imbarazzano. Tanto più se sono potenti come Roberto Garofoli, capo di gabinetto del ministro dell’Economia, Giovanni Tria. Repubblica e Corriere, per esempio, dedicano poco spazio ai servizi del Fatto che hanno svelato il conflitto di interessi tra Garofoli e la Croce Rossa Italia con episodi precisi. Per esempio, la vicenda della casa di Molfetta – poi trasformata in B&B – acquistata per un sesto a buon prezzo dalla Cri (dopo un lungo contenzioso) nel 2017 mentre si occupava, in veste di capo di gabinetto, delle sorti della stessa Cri. Né Repubblica né Corriere raccontano la questione o almeno la rendono comprensibile ai lettori, sembra soltanto che ci sia un accanimento del M5S nei confronti del burocrate. Il Corriere riserva poche righe alla questione alla fine di un pezzo in cui si parla genericamente di conflitto di interessi e della richiesta di dimissioni di un parlamentare dei Cinque Stelle. Repubblica racconta la storia in modo, per così dire, parziale e a un certo punto s’inventa pure una nuova difesa di Giovanni Tria nei confronti di Garofoli, anche se in questo caso il ministro s’è ben guardato dal parlare e, in una nota informale anche detta velina, il Tesoro è dovuto ricorrere all’artificio retorico di citare un’altra difesa di Tria del suo capo di gabinetto. Niente di male, per carità: l’imbarazzo è un sentimento delicato.