Ieri notte la Camera ha approvato il decreto Genova. Il voto è stato rallentato dallo scontro tra la maggioranza e il Pd, che ha attaccato il governo soprattutto per la norma su Ischia (ribattezzata dai dem “condono Di Maio”). Ora tocca al Senato: il testo deve essere convertito in legge entro il 27 novembre. La maggioranza ha respinto un ordine del giorno del Pd – votato anche da Forza Italia e Fratelli d’Italia – che impegnava il governo “ad assicurare la realizzazione della Gronda di Genova”. La norma più contestata dal Pd è quella che riguarda Ischia: l’articolo 25 del decreto stabilisce che entro 6 mesi i 3 comuni dell’isola colpiti dal sisma 2017 rispondano alle richieste di sanatoria presentate per il condono edilizio tombale del 1985. Nel caso in cui il condono venisse negato, il proprietario dell’edificio sarebbe escluso dai fondi per la ricostruzione (in ogni caso per le volumetrie aggiuntive condonate non è previsto alcun contributo). Altra norma controversa è quella all’articolo 41, che innalza di 20 volte (da 50 a 1.000 mg per chilo) il limite di elementi velenosi come idrocarburi policiclici aromatici, Toluene, Selenio e Berillio, Arsenico e Cromo nei fanghi utilizzabili in agricoltura.
La lettera del legale (a Dagospia)
Questa è la lettera curiosamente inviata da Vincenzo Zeno-Zencovich, avvocato di Roberto Garofoli, al sito Dagospia
, ma riguardante un articolo del Fatto
. Ne diamo comunque conto qui.
Ho ricevuto dal Pres. Roberto Garofoli mandato ad assumere iniziative a tutela della sua onorabilità in relazione all’articolo del Fatto Quotidiano (ripreso da Dagospia
) nel quale si accosta, in maniera suggestiva e diffamatoria, la richiesta di stanziamenti a favore della Croce Rossa Italiana con una modesta vicenda transattiva di una vecchia controversia fra la stessa CRI e il Pres. Garofoli.
Le sarò grato se vorrà dar conto delle seguenti circostanze: a) Il Ministro dell’Economia ha chiarito, con comunicato del 16 ottobre, che la richiesta di stanziamento a favore della CRI era pervenuta dal ministero della Salute e dal Commissario liquidatore della CRI per il pagamento anche del TFR ai lavoratori dell’ente e che le somme indicate, rientranti nello stanziamento complessivo già disposto dalla legge oggi vigente, erano state da settembre del 2018 accantonate con un decreto dello stesso ministro in attesa del chiarimento normativo ritenuto necessario dalla Rgs. Tale perentoria smentita è stata ignorata dal Fatto il quale insiste nella risibile tesi della “manina” che avrebbe inserito “alla chetichella” una non dovuta elargizione. Tesi falsa anche laddove riconduce alla persona Garofoli, una richiesta riferibile al ministero.
b) Anche a voler ignorare tutto questo, la transazione fra il Pres. Garofoli e la CRI risale all’anno scorso (dicembre 2017) e quindi non vi è alcun nesso logico e temporale con la supposta “agevolazione”, non fosse altro perché a quell’epoca il governo Gentiloni era dimissionario e non vi era nessun elemento che potesse far ritenere una proroga dell’impegno del cons. Garofoli presso il MEF.
c) La vicenda giudiziaria – relativa alla divisione di un immobile per circa 10 anni adibito ad abitazione familiare del Pres. Garofoli e di cui lo stesso deteneva i 5/6 ed il restante sesto indiviso era in capo alla CRI – pendeva fin dal 2009 con contrapposte pretese assai onerose per la CRI. L’importo versato (28.000) è stato ritenuto congruo da tutti gli uffici di controllo (…).
d) Capziosamente Il Fatto afferma che dopo la transazione la commissaria liquidatrice della CRI avrebbe avuto la “proroga dell’incarico”. Tace la circostanza che la nomina del liquidatore spetta non al ministero dell’Economia, bensì al ministero della Salute, e quindi fra le due vicende non vi è il benchè minimo nesso.
L’avvocato Zenco-Zencovich sostiene che l’articolo del Fatto
“accosta in maniera suggestiva e diffamatoria” fatti che, in realtà, sono raccontati in successione, per come si sono svolti, secondo le fonti documentali e dirette disponibili (Garofoli, peraltro, non ha mai voluto parlare con noi). È falso poi che Il Fatto
non abbia pubblicato la citata smentita del Mef che, così come la precedente nota, è stata pubblicata per intero su ilfattoquotidiano.it
e ampiamente su carta. La transazione è stata giudicata congrua dopo una guerra di pareri e perizie durata otto anni, nella quale Garofoli ha cercato di accollarea CRI – dicono le carte – anche 200 euro di spese per la “condotta fognante”. Quanto alla nomina del liquidatore della CRI, sull’atto è presente il timbro con cui il Mef esprime il suo “parere favorevole”. In ultimo, il cuore della storia non è nella casa o nella “manina”, ma in quella proprietà comprata dal capo di gabinetto del Tesoro da Croce Rossa dopo anni di lite, mentre il Mef ne sosteneva la privatizzazione con messa in vendita del patrimonio.
“Neldiritto Editore”, gioiello da 3,5 milioni di fatturato
Per essere uomo di codici, codicilli, commi e leggi il nome non poteva essere più appropriato. Come chiamare la società che edita libri, riviste e gestisce banche dati giuridiche se non “Neldiritto editore Srl”? Lui, Roberto Garofoli, potente capo di gabinetto al ministero dell’Economia, a servire da lustri più di un ministro, non compare direttamente. Socia al 100% della srl di editoria giuridica specializzata risulta essere la moglie Maria Elena Mancini, classe 1976. Il padre della Mancini, cioè il suocero di Garofoli, Domenico Mancini, è l’amministratore unico della piccola società che della divulgazione del diritto ha fatto la sua vocazione.
La sede legale è a Roma in piazza Galeria al civico 17, ma gli uffici operativi sono in quel di Molfetta dove abita la famiglia Garofoli. Certo non un colosso, una piccola boutique specializzata che offre anche formazione e consulenza sempre in campo giuridico, che però ha i conti in ordine e soprattutto cresce di anno in anno in modo costante. Costituita nel 2007, parte in sordina come ovvio che sia. In quegli anni il fatturato è di poche migliaia di euro. Ma fin da subito la società parte con il piede giusto. Nel 2009 produce ricavi per 700 mila euro ma presenta già il primo utile di 38 mila euro. Poi da allora la progressione. Nel 2010 il fatturato raddoppia a 1,47 milioni di euro e con esso anche l’utile a 65 mila euro. La soglia dei 2 milioni di euro di ricavi la Srl la tocca nel 2011. Poi in pochi anni ecco i ricavi salire a 3 milioni, già nel 2014. L’ultimo anno di bilancio disponibile della Neldiritto editore srl mostra un monte ricavi di 3,5 milioni, in lieve calo sul 2016 quando produsse 3,6 milioni. Tolti tutti i costi la società della moglie di Garofoli e amministrata dal suocero chiude il bilancio l’anno scorso con 191 mila euro di utile netto.
Per essere un piccolo editore di nicchia non c’è male. Vista la crisi strutturale pesantissima che vive l’intera editoria italiana, compresa quella libraria, produrre ogni anno utili per oltre il 5% dell’intero giro d’affari è quasi un miracolo. Una case history perfetta di come si può fare editoria guadagnandoci. Basta avere un bacino di utenza cui si offre anche formazione e consulenza adeguata e tenere sotto controllo i costi e il gioco è fatto.
La piccola srl nel 2017 ha impiegato poco più di 6 dipendenti, ma è arrivata a impiegarne una decina in passato. Il costo del personale è schiacciato: solo 186 mila euro su 3,5 milioni di ricavi. Poi si pagano affitti e servizi vari ed ecco che il profitto è garantito. Nulla di male, anzi. Avercene di piccoli imprenditori specializzati che riescono nel loro business. Producono fatturato e utili ogni anno, creando ricchezza.
Sul piano patrimoniale la srl di Molfetta mostra un’ottima salute. L’attivo di bilancio è salito a 6,2 milioni da 4,8 milioni del 2016. La società che fa capo alla consorte del potente civil servant di Stato è ben capitalizzata: ha un patrimonio netto di 1,8 milioni figlio degli utili cumulati negli anni. E anche la gestione della cassa è più che oculata. Nella società residuavano a fine 2017 disponibilità liquide per oltre 3 milioni. Più che sufficienti a fronteggiare ogni possibile crisi di liquidità.
Certo, ci sono anche debiti totali per oltre 4 milioni, ma più che coperti da crediti per 1,6 milioni e dalla abbondante cassa liquida. Del resto come pensare che una società gestita dalla moglie del potente burocrate di Stato avvezzo a leggi e commi, ma anche a conti e bilanci da tenere il più possibile in ordine, possa iniziare la sua attività per poi finire male?
Le cose vanno talmente bene negli uffici di via San Francesco d’Assisi a Molfetta che nel 2017 la Neldiritto editore srl ha proceduto a un’operazione di scissione conferendo parte del patrimonio a una nuova società, la Pagivir Immobiliare, che ha sempre sede a Molfetta.
Le polemiche e l’ostilità del M5S
Il rapporto tra i vertici burocratici del Tesoro scelti da Giovanni Tria e il M5S non è mai stato, eufemizzando, un granché. L’ostilità esplode col caso della “manina” – scoperta da Giuseppe Conte – che aveva infilato nel dl fiscale un articolo che rimodulava i finanziamenti alla gestione commissariale
della Croce Rossa aumentandone le spese di funzionamento nel triennio per quasi 20 milioni. A difendere la norma (poi cassata) in una riunione a Palazzo Chigi, com’è noto, fu il capo di gabinetto del Tesoro Roberto Garofoli: i 5Stelle ne chiesero le dimissioni provocando la difesa di Tria (“polemiche irrazionali e prive di fondamento”). La richiesta di dimissioni è tornata d’attualità ieri, dopo che Il Fatto ha rivelato una vicenda che riguarda proprio Garofoli e la Croce Rossa: il giurista era in causa con CRI da nove anni per ottenere 1/6 di una casa nel centro di Molfetta, la sua città d’origine, di proprietà dell’ente pubblico (il resto era, ovviamente, di Garofoli). L’annosa vicenda si concluse nel dicembre 2017 al prezzo di 28 mila euro (circa 50 mila in meno del valore di perizia) con le firme della commissaria Ravaioli e del presidente Rocca (“tutto fatto secondo le norme”, è la posizione degli interessati). Proprio in quei giorni la struttura guidata da Garofoli difendeva dalla contrarietà dei partiti, anche di maggioranza, la privatizzazione di Croce Rossa dando parere negativo a tutti gli emendamenti.
La stessa commissaria fu prorogata di tre anni col parere positivo del Tesoro. Poi, a settembre, arriva l’articolo scoperto da Conte nel dl fiscale.
“L’industria Garofoli”. Il dipendente in nero rivela come funziona
L’azienda di famiglia del capo di gabinetto del Tesoro, quello che si occupa tra l’altro delle nostre tasse, paga in nero il personale di cui si avvale per procacciare clienti e docenti in tutta Italia, evadendo anche i relativi contributi. E Roberto Garofoli dovrebbe saperlo, perché di quell’azienda si prende molta cura. La scoperta passa per un bar nel centro di Molfetta: “Lì mi hanno liquidato con 900 euro in contanti. È successo ad altri prima di me. Garofoli queste cose le sa perché ogni venerdì mattina era qui per le riunioni della Neldiritto Editore, che formalmente è della moglie e del suocero, ma è lui a impartire le direttive. Lui è dietro a tutto, ma non compare mai”.
Dietro garanzia dell’anonimato (ma noi la sua identità la conosciamo), c’è chi può raccontare l’altra vita di Garofoli, sulle cui attività collaterali si sta aprendo uno squarcio e un caso politico, innescato dalla vicenda della casa comprata dalla Croce Rossa (e trasformata in un b&b di lusso) mentre il Tesoro ne gestiva la privatizzazione. Avvertenza: l’ex collaboratore si è impegnato a confermare, dovesse servire, quanto ci racconta.
Deficit, spread, manovre. I conti, i partiti, le regioni e l’Europa da tenere a bada. L’altezza e la delicatezza dell’incarico suggerirebbero un impegno a tempo pieno e sfiancherebbero chiunque. Non Roberto Garofoli, che fa il capo di gabinetto al Mef da tre governi e riesce anche a fare un altro lavoro, stavolta nel privato.
A Molfetta, attorno al suo nome, è nata una florida industria di codici e corsi per aspiranti avvocati e magistrati che va sotto il nome di Neldiritto Editore e fattura 3,5 milioni con un pugno di dipendenti. Attività di famiglia che fa capo alla moglie Elena Maria Mancini e al suocero Domenico. L’insigne giurista non manca però di dare un contributo, riferisce un testimone diretto, qualificato e attendibile. Si tratta di un giovane laureato che quest’anno ha lavorato nella sede operativa di via Vincenzo De Lillo, zona industriale di Molfetta: “Lavoravo otto ore con impegno, ma la moglie di Garofoli pretendeva di più, diceva che dovevo lavorare oltre l’orario per raggiungere gli obiettivi e che, magari dopo il primo mese, sarebbe arrivato un contratto”. Problema: “Anche chi c’era prima di me ha avuto trattamento analogo: per il primo mese ti tengono, ma se non sei disposto a farti schiavizzare ti liquidano così. E io non ci tenevo particolarmente”.
Le schiere di aspiranti avvocati che migrano da uno studio all’altro senza diritti non sono una novità. Ma se l’impiego non corrisponde a un contratto o a un contributo Inps in casa del braccio destro di un ministro – e di quello dell’Economia per di più – vale la pena ascoltare ogni dettaglio: a consegnare la “busta” coi soldi, per dire, era “la factotum alla Neldiritto Editore”, che poi è anche la “gentilissima signorina” recensita dagli ospiti del b&b di lusso di via Picca 34.
Come funziona, dunque, la Garofoli srl? Parla M.R. 32 anni: “La società edita libri di diritto e vende corsi da 1.000 o 1.500 euro per gli esami da avvocato e magistrato. Il business è grandissimo. Neldiritto non è una delle case editrici migliori, ma lui ha un forte richiamo e non manca di spendere il proprio nome di magistrato, presidente di sezione del Consiglio di Stato, e l’incarico al ministero. Sforna libri uno via l’altro, spesso scritti da giovani che preparano l’esame di magistratura, lui controlla. La paga è bassa, i risultati non sempre all’altezza. Io però ero nella parte di organizzazione dei corsi”. Per imporsi da Molfetta in tutta Italia basta strutturare il marketing attorno al prodotto di punta: Roberto Garofoli, appunto.
Prosegue il racconto: “Io contattavo gli avvocati sui vari territori. La difficoltà era reperirne uno di qualche valore che accettasse di fare un corso da 9 weekend e 15-20 compiti per 3-4 mila euro. Sono 200-300 euro a weekend, nessun avvocato professionista accetterebbe. La leva che si utilizza al telefono è dire ‘la contatto a nome e per conto del Presidente’. Anche se Garofoli non conosceva affatto l’avvocato. ‘Il presidente Garofoli ci terrebbe che lei seguisse questo corso, che potrà avere varie collaborazioni con lui’, era la formula. Ma lui non potrebbe apparire essendo un magistrato, anche se sospeso. Sapevo che né io né lui potevamo farlo, ma questo accadeva”.
Un aneddoto? “Ricordo che telefonammo a Venezia ma non c’era verso di trovare un avvocato per il corso: si pagava 1.500 euro, ma uno che è stato presidente o consigliere dell’Ordine non viene 9 weekend e poi corregge 15-20 compiti per quella cifra. Garofoli non chiama, chiamo io. Così lui eventualmente può dire che veniva tirato in mezzo a sua insaputa”.
I corsi sono all’altezza della fama del giurista? “Lui è scrupoloso e preparato, ma deve delegare. Succede ad esempio che i pareri per l’esame d’avvocato non li correggano sempre gli avvocati. Quando si fa il corso online, visto che la consulenza di un avvocato costa, chiamano giovani del corso di magistratura o qualcuno che reputano bravo e li mettono a correggere. Capita quando sono in affanno, per piazze ambite come Milano, dove gli onorari sono più alti e per rendere la proposta appetibile si dice ‘vabbè, i pareri te li faccio correggere da altri’. E qui trovano ragazzi che 200 euro se li prendono”. E Garofoli? “Telefonava, ma il venerdì mattina era qui e c’era la riunione con lui. Tutti i venerdì a cui ho partecipato: in quasi due mesi ne ha saltato solo uno”.
Quanto costa un corso e dove trovano gli studenti? “Siamo tra gli 800 e i 1.100 euro, se ti iscrivi entro marzo; da aprile l’iscrizione aumenta di 100 euro al mese per arrivare a luglio sui 1.400 di media. Anche a nome di Garofoli potevamo contattare un avvocato in ogni città con uno studio ben strutturato e chiedere un praticante. A lui poi proponevamo di fare da procacciatore di corsisti che facevano scouting con un tariffario. Se portava un iscritto prendeva circa 20 euro e se arrivava a 10 iscritti un bonus di 100 euro e altri bonus all’aumentare delle iscrizioni da lui portate. Soldi dati senza lasciar traccia, in aggiunta a sconti su materiali e corsi. Anche sulle vendite dei codici c’era una percentuale”.
E gli avvocati come sono scelti? “Le indicazioni arrivano da Garofoli per il tramite della moglie e si traducevano in istruzioni operative. Ho qui l’appunto con l’identikit desiderato e c’è scritto espressamente dire al telefono che vengono contattati perché consigliati dal presidente Garofoli e che gli piacerebbe averli all’interno del proprio corso”. E non certo come presidente della casa editrice, ma di sezione del Consiglio di Stato.
Casta del Capitano
Renzi telefona a Salvini e concorda le mosse per logorare i 5Stelle. Chiamparino si appella a Salvini perché “non sacrifichi la Torino-Lione”, sennò (brrr che paura) “ce la paghiamo noi, magari con l’aiuto delle altre regioni coinvolte dal tracciato Est-Ovest: Friuli, Veneto, Lombardia” (amministrate dagli amici leghisti Fontana, Zaia e Fedriga). Confindustria si affida a Salvini per salvare “le ragioni delle imprese” (cioè i soliti miliardi pubblici). Repubblica intervista Alessandro Morelli, “direttore del sito Il Populista e responsabile comunicazione della Lega”, per salvare i giornali pagati dai contribuenti a loro insaputa (dei contribuenti) e titola trionfante: “Fondi all’editoria, la Lega non li vuole abolire. Il pluralismo è nella Carta” (esatto: il pluralismo, non le marchette a spese nostre). Repubblica pubblica articoli pieni di comprensione per il povero Salvini, costretto a governare con quell’“alleato da sopportare”, cioè i 5Stelle, che incidentalmente han preso il doppio dei suoi voti, ma pretendono addirittura cambiare qualcosa. La lobby degli avvocati e degli imputati, dunque il Pd e FI, implorano Salvini di bocciare la riforma blocca-prescrizione che ha sottoscritto nel Contratto di governo e che quel pericoloso legalitario del ministro Bonafede pretende financo tradurre in legge: altrimenti poi i delinquenti in galera ci vanno per davvero.
Il Foglio e la retrostante lobbettina nazarena si appella a Salvini perché “dall’alta velocità dipende il suo futuro” e perché non si faccia metter sotto dai 5Stelle, visto che questo non è mica il governo Salvini – come ci avevano raccontato fino all’altroieri – ma il “governo Di Maio” dove “in economia Salvini non tocca palla”. I pensionati d’oro senza contributi tremano per gli annunciati tagli e fanno la ola a Salvini perché salvi i loro assegni indebiti. Plotoni di evasori fiscali ancora sperano in un emendamento notturno della Lega, last minute, magari con l’ausilio di qualche Tesoro di manina, che reinfili nella manovra il condono sui capitali all’estero e sull’autoriciclaggio cancellato dai giustizialisti pentastellati. La società Autostrade, cacciata dalla porta della ricostruzione del Ponte Morandi, spera in Salvini per rientrare dalla finestra, in base al noto principio “chi rompe non paga e i cocci sono nostri”. Le altre concessionarie di beni pubblici e comuni, puntano su Salvini per conservare i privilegi alla facciazza nostra. I poteri marci romani sperano in Salvini perché, casomai non ci pensi la magistratura, si prenda pure il Campidoglio e li liberi finalmente da quell’impiastro della Raggi.
Una che per gli appalti bandisce addirittura le gare (mai viste prima), non si decide a rubare e si permette pure di far piangere i palazzinari: ma scherziamo? Tutto l’Ancien Régime, riavutosi a fatica dal kappaò del 4 marzo, s’è rimesso in piedi e ora sfila in processione sotto il balcone del Viminale al grido di “Forza Salvini, sei tutti noi!”, “Matteo, salvaci tu!”. Tutti col numeretto in coda per un’udienza, una parola buona, una carezza del Capitano. Non fatevi ingannare dalle polemicuzze sui leghisti fascisti e razzisti: i primi a infischiarsene sono proprio quelli che agitano lo spauracchio. L’Italia dell’eterno Gattopardo, persi per strada B. & Renzi, ha scelto il suo nuovo campione, sperando che impedisca al “governo del cambiamento” di cambiare alcunché. E lui, finora, si è rivelato perfetto per la bisogna: si fa dare volentieri del fascista dai media di sinistra, così i suoi fan sono contenti come pasque, e può pure fare la vittima sui giornali di destra (spettacolare, ieri, l’esito dell’inchiesta incautamente aperta su di lui dalla Procura di Agrigento sulla nave Diciotti, che gli ha consentito prima di automartirizzarsi sventolando l’avviso di garanzia per sequestro di persona e altri quattro o cinque reati, e ora di autobeatificarsi con l’inevitabile richiesta di archiviazione della Procura di Catania). È al Cazzaro Verde, al restauratore travestito da rivoluzionario, non certo agli inutili Pd e FI, che devono rivolgersi tutte le caste e le lobby per restare aggrappate alle greppie.
E lui garantisce tutti, tirando il freno a mano ogni qual volta i suoi ingenui alleati pentastellati provano a cambiare qualcosa. Tanto sa che i suoi elettori lo seguirebbero in capo al mondo, scordandosi che la Lega è il partito più antico di tutti, guidato dal politico più longevo di tutti. La coerenza non gli è richiesta, le promesse mancate non gli verranno mai rinfacciate. Il suo sì al Tav è un tradimento del Contratto di governo, così come il no alla blocca-prescrizione. Ma nessuno glielo ricorda: senza di lui, gli affari del Partito del Cemento andrebbero in fumo e tanti editori-prenditori perderebbero il salvacondotto che li tiene ancora a piede libero. Ieri, su La Stampa, Mattia Feltri ironizzava su chi nega che “questi signori da cui abbiamo il privilegio di essere governati” siano “fascisti” (forse ce l’aveva con Paolo Mieli), poi spiegava perché lo sono e soprattutto chi lo è: i “bifolchi del diritto” come il truce Bonafede, “uno che quanto a cultura giuridica dev’essere rimasto al codice di Hammurabi” e alla “civiltà degli oranghi”. E lo sapete perché? Perché il camerata Bonafede vuole fermare la prescrizione al rinvio a giudizio, cioè un po’ dopo di quando si ferma in tutto il resto del mondo libero (i grandi paesi d’Europa e più ancora gli Usa sono tutte tirannidi popolate di oranghi e governate da bifolchi del diritto fedelissimi del codice di Hammurabi). E come farà La Stampa a spacciare gli amici colpevoli e prescritti per innocenti e perseguitati? Ecco, Salvini faccia la grazia al gruppo Agnelli-De Benedetti & F.lli e blocchi la blocca-prescrizione. Così, da fascista che era, tornerà a essere un sincero democratico.
La dottoressa Donatella Mugghiani alle prese con la (sua) “nuda verità”
Gaja Cenciarelli ha scritto per il Fatto un racconto che ha per protagonista Donatella Mugghiani, medico in un grande ospedale pubblico, al centro del nuovo romanzo della scrittrice, “La nuda verità”.
“Cosa ho fatto? Cosa ho fatto?” continua a ripetersi Donatella, da sola, nel letto, abbracciata dal freddo dell’assenza di Stefano. Sta con gli occhi sbarrati, rannicchiata, non riesce a darsi risposta perché se ci riuscisse si spaccherebbe in due. Odia sentire tutto quello che sta sentendo, si rende conto che è la prepotenza del suo corpo a prendere il sopravvento sulla mente e che lei, per la prima volta nella vita, non è in grado di mettergli confini. Chiude gli occhi e visualizza la stampa dell’Atena di Klimt ma, per quanto si sforzi a immaginarsi addosso la corazza e l’elmo della dea guerriera, adesso è nuda. Per circa un’ora, finché è stato Stefano a maneggiare il suo corpo, lei lo amava ed era felice di averlo, ma adesso che è rimasto nelle sue mani non sa che farsene. Per meno di un’ora lei non ha avuto paura del suo corpo.
Se lo ha toccato, vuol dire che gli è piaciuto, pensa Donatella. Allora perché se ne è andato? Perché non ha dormito con me? La bocca che le si spalanca al centro dello stomaco è vorace e divora le parole. Allunga la mano verso il cellulare appoggiato sul comodino e lo chiama. È la prima volta che lo chiama. Squilla libero, Stefano non risponde. Riprova, e Stefano non risponde. Lo chiama altre dieci, venti volte, e all’ultimo tentativo Stefano rifiuta la chiamata. Mette il cellulare sotto la guancia – “Se richiamasse” dice ad alta voce, “lo sentirei” – e zittisce tutta se stessa, chiude gli occhi e si addormenta, nuda. Si sveglia di colpo dopo quattro ore, si tira su a sedere, è una molla viva, Stefano l’ha richiamata! Quello squillo insistente nel dormiveglia, lei lo sa anche se non lo ha capito, è lui. Prende in mano il cellulare, ha la guancia sinistra infuocata, il rettangolo impresso sul viso. Legge: 12 chiamate perse. Stefano, è Stefano, lo sa. È l’ospedale, invece. Il telefono le squilla di nuovo in mano. È Alberto. “Donatella, si può sapere che cazzo stai facendo? Ti stiamo aspettando in sala operatoria!”, la voce di Alberto. “Ah”. “Come ‘Ah’? Hai capito, o no? Stiamo aspettando tutti te! Dovevi essere già qui…”. Donatella si infastidisce: “Intanto iniziate voi, io arrivo tra poco”. “Ma sei matta? Donatella, è una TUA paziente, si può sapere che ti è preso in questo periodo?”. La rabbia trattenuta nella voce del collega la irrita. Tu non sei Stefano. Che cazzo mi hai chiamato a fare?, pensa. “Ti rendi conto di quello che stai facendo?” Alberto insiste. “Tanto lo sappiamo tutti che è un’operazione inutile, quindi lasciatemi dormire, sono stanca di salvare i morti!” replica, intorpidita. Alberto tace. “Donatella, devi assolutamente venire in ospedale. Non hai visto i giornali?”. “Ma chissenefrega dei giornali! E io? Io come sto? Ti importa come sto io? Qualcuno mi ha mai chiesto come sto? Devo salvare i morti, io, però io sono viva e a me non mi salva nessuno! Vaffanculo!”. È senza fiato.
Donatella chiude di scatto la conversazione sulla voce sommessa di Alberto che sta dicendo: “Il rischio…”. Non fa in tempo a lanciare il cellulare sul cuscino che squilla di nuovo, e in quel momento tutto il suo corpo batte nel palmo della mano. È Francesca. “Dottoressa, qualcuno ha lasciato una lettera per lei qui al suo studio. Ha detto che deve leggerla con urgenza”. Donatella tira su col naso. Francesca sente la voce della dottoressa ancora intorpidita dal sonno. Una fitta di gelosia: il suo primo pensiero è che Stefano abbia passato la notte da lei. La Mugghiani dovrebbe essere in ospedale e invece è a casa. “Chi l’ha lasciata? Ha detto il nome?”. La voce della dottoressa è insolitamente rassegnata. “No. L’ho trovata sul pavimento, qualcuno l’avrà fatta scivolare sotto la porta. Non c’è mittente”.
“La leggerò oggi pomeriggio”. Tocca il tasto rosso senza salutarla, e Francesca, furibonda, ha la tentazione di mandare un messaggio a Stefano per capire dov’è stato, se quella sera uscirà con lei. Donatella fissa il cellulare, vede le mani agire per proprio conto, chiama Stefano ma lui non risponde. Dopo un paio di minuti, mentre è in bagno, le arriva un sms. “Smettila, Atena, ti stai rendendo ridicola”.
È Stefano.
Anno 2023, la secessione nazi-populista del Furland
Com’è possibile che un modesto professionista della politica come Matteo Salvini sia diventato di colpo il leader populista più popolare d’Europa, dopo vent’anni di anonima militanza leghista in Lombardia?
Ecco la risposta: “A volte la Storia propone un ruolo, e il primo che si presenta per il casting l’ottiene, indipendentemente dal suo talento”. Accade nei momenti di crisi e di rottura del sistema e da noi il casting della Storia ha già selezionato nel secolo scorso Benito Mussolini e Silvio Berlusconi.
Ma questa non è l’unica intuizione politica dell’ultimo romanzo di Tullio Avoledo, lo scrittore friulano che esordì tre lustri fa con il fulminante L’elenco telefonico di Atlantide. Il libro s’intitola Furland® e immagina cosa potrebbe succedere all’indomani di un eventuale fallimento del governo gialloverde di Salvini e Di Maio. Non un ritorno all’ancien régime, magari renzusconiano, ma lo tsunami di una soluzione ancora più radicale. Questa appunto la seconda intuizione: “La delusione nei confronti dell’assurda coalizione al governo in Italia, il disgusto per i suoi continui errori e insuccessi, portarono in Friuli al voto di protesta più radicale possibile: la scelta del movimento che chiedeva l’indipendenza”.
Ché Furland® è ambientato in Friuli, ovviamente, e racconta di una distopia, cioè un’utopia spaventosa, non troppo lontana nel tempo. Lì nel 2023, nello stadio di Udine, dopo una breve guerra d’indipendenza, il condottiero Vittorio Volpatti ha proclamato la repubblica autonoma del Friuli, in cui l’unico padrone è il benedetto popolo. In realtà, Volpatti, il predestinato scelto dal casting della Storia, è un dittatore senza volto che scimmiotta il regime nazista e ha trasformato la sua regione-Stato in un immenso parco divertimenti, il più grande del pianeta. Di qui il titolo Furland® che si accosta in modo inquietante alla ributtante maglietta indossata a Predappio da una grassa militante fascista di Forza Nuova: Auschwitzland. E l’incipit del romanzo è proprio una fucilazione di massa delle SS: “I Visitatori stavano di lato, masticando chewing gum stimolanti e regolando le loro attrezzature elettroniche. Un paio di minidroni ronzavano, avvicinandosi ai civili per cogliere le loro espressioni atterrite, gli occhi sgranati mentre la prima fila di SS si metteva in ginocchio e puntava i fucili, all’unisono con la seconda in piedi”. Ogni giorno nel Furland vanno in scena le Attrazioni: rievocazioni storiche della regione, dai riti celtici alla Seconda guerra mondiale, passando ovviamente per la dominazione romana. Non più cittadini ma attori o comparse, in una terra che ha abolito il crimine e la povertà e gli odiati migranti grazie al regime populista. Solo pace e armonia e cibo e vino. I Visitatori sono i turisti che provengono da ogni parte del mondo, per ammirare le meraviglie di questo parco divertimenti che ha altri due fondatori con Volpatti: la Musk Enterprises e la cinese Global Ventures di Henry Wu.
Sopra tutto e tutti a comandare è l’onnipresente Amministrazione che deve fronteggiare sanguinosi sabotaggi alle Attrazioni. In primis, il misterioso Zorro che ha interrotto la citata fucilazione delle SS.
Il protagonista è un friulano emigrante di ritorno, il giovane Francesco Salvador, affiancato da una copia perfetta di Ernest Hemingway. I due si ritrovano nel mezzo di una gigantesca cospirazione senza capire chi siano i buoni e chi i cattivi. Il Furland è sotto attacco in un mondo ormai lacerato. Gli Stati Uniti, per esempio, sono usciti a pezzi dalla dinastia Trump. Esistono i Tus, True United States, e i Fus, Fake United States. Di Attrazione in Attrazione, Salvador risale poco alla volta, e per niente consapevole del suo ruolo nella Storia, all’origine del rompicapo.
In modo orwelliano, e senza dimenticare la fantascienza di Philip K. Dick, Avoledo con la sua grottesca ironia (il romanzo è inquietante ma leggero) tratteggia una via d’uscita nerissima al cupo presente sovranista. Al centro, come accade da secoli, il potere e la sua follia, ché la scintilla di fondare il Furland, a Volpatti, viene da un’estate trascorsa da ragazzo a Lignano Sabbiadoro, quando è rapito dall’abnegazione di due anziani friulani in una villetta presa per le vacanze: “Il friulano va isolato ed elevato. Il seme non deve disperdersi. Deve restare vitale lì dov’è nato”. È sempre una questione di razza.
Il Gladiatore di Nick Cave e altre storie (inguardabili)
Per un Pinocchio – anzi, due: gli adattamenti di Matteo Garrone e Guillermo Del Toro – che trova il set, quanti altri accarezzati, agognati, tribolati progetti cinematografici non hanno luce? L’avvertenza è d’obbligo: mai dire mai, che stavolta non è James Bond bensì Orson Welles, il cui incompiuto The Other Side of Wind (Netflix) è incredibilmente apparso all’ultima Mostra di Venezia, ma la storia della Settima Arte tracima di sceneggiatura non trasformate, budget non completati, versioni abortite e altre vie di mezzo tra il dire (ciak) e il fare (film). Per tutti, ha chiosato Giuseppe Tornatore: “Fare il regista significa fare storie da riporre nel cassetto. Fare un film è solo un incidente di percorso”.
Talvolta, però, l’attesa del film è essa stessa film, se non altro per le ricadute di immaginario. Servono nomi illustri, stravaganza creativa e perfino sprezzo del pericolo. Che poi, diciamolo, la potenza è spesso preferibile all’atto, basti pensare al Don Chisciotte di Terry Gilliam.
Il Gladiatore 2. Sebbene ne abbia tutta l’aria, non è una fake news: Nick Cave, quel Nick Cave, ha scritto di proprio pugno la sceneggiatura di un sequel al cult (2000) di Ridley Scott, dal titolo non figurato Christ Killer. Gliel’avrebbe chiesto il connazionale Russell Crowe, ben lieto di tornare a incarnare il pur defunto Massimo Decimo Meridio: “Molti dei stanno morendo – ha spiegato Cave – e decidono di mandare indietro il Gladiatore per fargli uccidere Cristo e i suoi seguaci”. Forse troppo ardito, dello script non s’è fatto più nulla: lo trovate in Rete.
Il viaggio di G. Mastorna. A 25 anni dalla morte di Fellini, rimane un soggetto, una sceneggiatura (romanzata, edita da Quodlibet), un fumetto (di Milo Manara, dallo storyboard di Federico) e, ipse dixit, “un film impossibile”, scritto con Dino Buzzati e interpretabile da Paolo Villaggio, o chissà Steve McQueen e Mastroianni. Protagonista, un clown violinista e violoncellista in tour asiatico. Per Le Nouvel Observateur, “compendia tutta l’arte poetica di Fellini; leggendolo è come se vedessimo davvero il suo miglior film”.
Napoleone. Stanley Kubrick il kolossal sul condottiero di Ajaccio l’aveva pianificato: 155 pagine di copione, 50 mila comparse per le scene di battaglia da girare in Romania, la conoscenza esaustiva di “quello che l’imperatore aveva fatto e dove si trovasse ogni singolo giorno della sua esistenza”. Rien ne va plus, eccetto un indizio di quel che avrebbe potuto essere, Barry Lyndon, e la remota possibilità che l’amico Steven Spielberg lo tramuti in serie.
Dopo aver visto quel che ha fatto del kubrickiano A.I. – Artificial Intelligence forse è meglio di no.
Don Chisciotte. All’eroe di Cervantes s’è parecchio interessata anche la Disney: lo stesso Walt ci ragionò nel 1940, qualche anno più tardi venne creato un artwork, quindi la proposta a Salvador Dalì, infine negli anni Duemila i prodromi a un adattamento dark. Risultato? Mulini a vanvera.
Giraffes on Horseback Salad. Il copione è ricomparso nel 1996, la memoria non s’era smarrita: nel 1937 Dalì s’inventa aristocratici spagnoli, giraffe con la maschera antigas e donne senza volto per i fratelli Marx, ma la Metro Goldwyn Mayer boccia perché “troppo surreale”.
The Day the Clown Cried.
1972, La vita è bella prima de La vita è bella: un clown, Helmut Doork, che intrattiene i bambini e li accompagna nelle camere a gas. Scritto, diretto, interpretato e prodotto da Jerry Lewis, e cestinato da lui medesimo: “Non lo vedrete mai, nessuno lo vedrà, perché mi vergogno di quanto sia poca cosa”.
Il Signore degli Anelli. Nulla da eccepire su Peter Jackson, ma c’era di meglio: Lord of the Beatles, ovvero John Lennon Gollum, Paul McCartney Frodo, George Harrison Gandalf e Ringo Starr Sam. I Fab Four volevano farne il loro prossimo film dopo Help, contattarono Kubrick ad hoc, ma Tolkien vendette i diritti alla United Artists nel ’68, e nisba.
Who Killed Bambi? 1978, i Sex Pistols inquadrano A Hard Day’s Night dei Beatles in chiave punk: Russ Meyer alla regia, script del critico Roger Ebert, ma la 20th Century Fox legge, inorridisce e taglia i fondi.
Leningrado. A metà anni Ottanta Sergio Leone, dicunt, aveva rastrellato 100 milioni di dollari, nonché ideato un virtuosistico piano sequenza dal piano di Shostakovich ai tedeschi assedianti, però la morte ebbe l’ultima parola. Eredita Peppuccio Tornatore, ne verrà “un film inesistente” (la sceneggiatura è pubblicata da Sellerio), a fronte di cinque anni di viaggi, indagini, ricerche d’archivio e interviste.
Vip e migranti, stesso sangue: arte da importare
Due enormi cubi trasparenti pieni di sangue umano congelato saranno installati tra pochi mesi sulla Fifth Avenue, davanti alla New York Public Library, entro un padiglione temporaneo progettato da Norman Foster. In ciascuno dei cubi, il sangue di cinquemila esseri umani: da una parte, i campioni di sangue di cinquemila migranti, dall’altra quelli di cinquemila non-migranti molti dei quali assai famosi, da Paul McCartney a Kate Moss. Ma nulla segnalerà ai passanti in che cubo stiano gli uni e gli altri, quelli col passaporto in regola e la pancia piena e quelli che Trump vuole ricacciare nella miseria.
Si dà il caso, infatti, che il sangue umano, migranti o non migranti, è sempre lo stesso. Indistinguibile. Autore dell’installazione, a cui si accompagnerà una raccolta fondi in favore dei migranti, è il cinquantenne artista inglese Marc Quinn. Di lui molti ricorderanno Alison Lapper Pregnant, la “scandalosa” scultura in marmo, alta tre metri, di una donna focomelica incinta, che nel 2005 fu collocata per alcuni mesi a Trafalgar Square, sul famoso “quarto plinto” su cui si espongono a rotazione sculture contemporanee. Grande clamore suscitò a suo tempo anche Self (1991), un autoritratto di Quinn fatto col suo stesso sangue congelato misto a silicone, che è ora esposto nella National Portrait Gallery di Londra (il sangue viene rinnovato dall’artista ogni cinque anni).
Il titolo della nuova opera di Quinn, un’inquietante riflessione sulle tragedie del nostro tempo, è Odyssey. L’odissea dei migranti ma anche quella del genere umano, che si trova ora a una svolta storica, dato che una parte significativa dei popoli più ricchi vuole respingere nella miseria i più poveri difendendo la propria prosperità con muri e barriere d’ogni sorta. Come ha dichiarato lo stesso Quinn, “il punto essenziale è che sotto la pelle tutti siamo uguali. Perciò i passanti vedranno due sculture fatte di sangue ma non avranno modo di sapere a chi appartiene il sangue dell’uno o dell’altro cubo”. Le storie individuali, i destini di ciascuno, si confondono fra loro come gocce di sangue. E il sangue è lo stesso, di tutti e per tutti. Un forte messaggio, nel continente americano, contro Trump e Bolsonaro. E in Europa contro Le Pen, Salvini, Orbán & C.
L’inglese Quinn ha scelto New York come scenario ideale per dare a questa sua installazione il massimo risalto nella nostra cultura “globale”. Ma se proviamo a riportare il suo discorso di respiro planetario nei più modesti confini del nostro piccolo Paese, vorremmo proporre al nostro governo di invitare Quinn a esporre la sua opera, dopo che a New York, anche in Italia, in una pubblica piazza: piazza del Duomo a Milano o piazza del Popolo a Roma, per esempio. Ma senza aspettare tanto, Salvini e i suoi accoliti potrebbero mandare a Quinn una fialetta del proprio sangue perché la versi in uno di quei cubi, anche a rischio di ammettere che il sangue dei migranti non è poi così diverso dal loro. A Di Maio, a Fico, a Grillo, a chi ha votato M5S non dovrebbe esser così difficile accettare questo principio, e qualche fialetta di sangue pentastellato potrebbero spedirla oltreoceano domani stesso. Ma a loro potremmo chiedere anche, cogliendo l’occasione, se davvero ritengono che la loro missione storica debba essere quella di spianare a una destra razzista e xenofoba la strada dell’accesso al potere.