Usa e Onu: Yemen, cessate il fuoco in 30 giorni

Alla vigilia del quarto anno di guerra civile nello Yemen, per la prima volta e all’unisono il Segretario di Stato americano Mike Pompeo e il capo del Pentagono, il Segretario alla Difesa Jim Mattis, non si sono limitati a esprimere il sostegno degli Usa agli sforzi dell’inviato speciale dell’Onu Martin Griffiths. Questa volta i due ministri hanno chiesto alle parti in causa la fine del conflitto entro 30 giorni. Gli Usa sono i principali alleati della coalizione a guida saudita intervenuta nel Paese confinante, il più povero della regione, per sostenere il presidente Mansour Adid – ora in esilio nella città di Aden – quando nel 2015 la capitale Sa’ana venne conquistata dalle milizie sciite Houthi sostenute dall’Iran e da Hezbollah. Come in Siria, la guerra civile yemenita si è trasformata in un conflitto per procura tra le due potenze locali e i bombardamenti sauditi non hanno risparmiato scuole e ospedali, uccidendo centinaia di bambini. Le bombe saudite, la maggior parte acquistate da Usa e Italia, piovono quotidianamente sulla zona controllata dagli Houthi da quando, quasi un anno fa, i ribelli hanno lanciato più volte missili contro Ryad, intercettati dal sistema anti-missili. I civili, intrappolati nei villaggi sulla linea del fronte, lottano per non morire di fame e di sete a causa del blocco degli aiuti umanitari voluto da Mohammed bin Salman, il principe ereditario saudita artefice della svolta belligerante dell’Arabia Saudita per frenare l’espansione iraniana in Medio Oriente e nel Golfo.

Ieri le truppe saudite e degli Emirati sono entrate nel porto di Houdaida, l’unico sbocco al mare dell’area sotto controllo Houthi, per conquistarla. Porto dove giungevano gli aiuti internazionali alla popolazione. “È arrivato il momento per la cessazione delle ostilità, compresi gli attacchi missilistici e attraverso i droni… Successivamente, gli attacchi aerei della Coalizione devono cessare in tutto lo Yemen”, ha detto Pompeo. Gli Usa non forniscono solo gli armamenti a Ryad, ma cooperano con l’aviazione della coalizione a guida saudita rifornendo i jet militari e fornendo addestramento. Mattis ha sottolineato che gli Usa auspicano il cessate il fuoco e l’inizio delle trattative di pace entro 30 giorni. Pompeo ha quindi ribadito che le consultazioni pianificate da Griffiths dovrebbero iniziare a novembre “per attuare misure di rafforzamento della fiducia, per affrontare le questioni fondamentali del conflitto, la smilitarizzazione dei confini e la concentrazione di tutte le grandi armi sotto osservazione internazionale”. Secondo numerosi analisti gli Stati Uniti hanno deciso di fare pressioni sull’alleato saudita in seguito all’omicidio del giornalista dissidente saudita Khashoggi da parte di uomini dei servizi di sicurezza fedeli al principe ereditario. Mohammed bin Salman risulta infatti indebolito dopo l’orribile omicidio di Khashoggi che risiedeva negli Stati Uniti. Il procuratore saudita inviato a Istanbul per il caso Khashoggi non ha voluto rivelare alla controparte dove siano stati sepolti i resti del giornalista. Mentre quello turco ha messo per la prima volta nero su bianco la dinamica della morte del dissidente: soffocato, smembrato e affidato a un collaboratore turco di cui però non si conosce l’identità. Inoltre, sembra che Khashoggi stesse per pubblicare sul Washington Post un articolo in cui denunciava Ryad di avere usato il fosforo bianco per colpire lo Yemen.

Trump contestato a Pittsburgh: il voto fa sempre più paura

Negli Usa, i sondaggi nel 2016 ci hanno buggerato tutti e di brutto: “Calma!, vince Hillary”, dicevano unanimi alla vigilia; e ci ritrovammo Donald Trump alla Casa Bianca. Quindi, adesso, prendiamoli con beneficio d’inventario. Ma Nate Silver, il ‘mago delle previsioni’ negli Usa, l’uomo del sito FiveThirtyEight che è la bibbia delle elezioni, calcola che i democratici abbiamo oggi tra il 78 e l’85% di probabilità di conquistare la Camera, mentre il Senato resterà quasi sicuramente repubblicano – c’è una chance su 6 che i democratici ribaltino la situazione – È strano, visto che alla Camera i democratici devono ‘ribaltare’ una ventina di seggi per rovesciare la maggioranza, mentre al Senato ne basterebbero due o tre. Ma i seggi in palio al Senato sono solo 33 e per due terzi dem.

Nonostante i pronostici sfavorevoli il presidente Donald Trump s’affanna, con un forcing di comizi, a chiamare a raccolta i suoi sostenitori e fa fuochi d’artificio per galvanizzarli: militari alla frontiera – ben 5200 – per fermare la carovana di migranti che da Honduras e Guatemala risalendo il Messico s’avvicina al Rio Grande; e il progetto di limitare lo ius soli, escludendone i figli dei clandestini. Ma la spirale di violenza che s’è innescata sulla campagna gioca contro Trump: le lettere esplosive mandate dall’“Usabomber” Cesar Sayoc, un suo fan di 56 anni, a una dozzina di suoi oppositori; e la strage anti-semita nella sinagoga di Pittsburgh “L’Albero della Vita” – 11 le vittime di un razzista di 46 anni, Robert Bowers – sono addebitate al linguaggio divisivo e provocatorio del presidente, che ha sdoganato coi suoi commenti suprematisti e sovranisti, dicendosi populista e nazionalista.

Sui luoghi della sparatoria di Pittsburgh, Trump s’è fatto accompagnare dalla famiglia – c’era pure Jared Kushner, il “primo genero”, marito della “prima figlia” Ivanka, un finanziere ebreo -: fiori e preghiere. Ma il presidente è stato bersaglio di contestazioni; né il sindaco Bill Peduto, democratico, né gli eletti locali si sono fatti vedere al suo fianco.

Dalla sinagoga, Trump è andato in ospedale a incontrare alcuni dei feriti. Il suo corteo ha dovuto cambiare percorso per evitare la protesta: centinaia di persone agitavano cartelli anti-presidente. Solo il ministro israeliano Naftali Bennett lo difende, ricordandone l’amicizia per Israele: l’ambasciata trasferita a Gerusalemme val bene un elogio. Nelle elezioni presidenziali la Pennsylvania è uno Stato sempre democratico dal 2000, ad eccezione del 2016: le promesse di Trump di riportare negli Usa i posti di lavoro dell’industria manifatturiera – Pittsburgh è una capitale dell’acciaio – fecero breccia in un elettorato che pare ora disilluso. Però, il tasso di gradimento del presidente non è ai minimi: il 42% degli americani ne approva l’operato, il 53% lo boccia.

Che la posta in palio il 6 novembre sia alta lo conferma il fatto che le elezioni saranno le più costose della storia Usa. Candidati, comitati e partiti hanno già speso 4,7 miliardi di dollari. Il Center for responsive Politics calcola che, a urne chiuse, la cifra supererà i 5,2 miliardi di dollari, con un balzo del 35% rispetto al 2014. Alla Camera, i democratici fanno meglio dei repubblicani nella raccolta fondi: 951 milioni di dollari contro 637. Anche l’andamento del voto anticipato indica interesse e partecipazione: nell’ultima settimana, sono più che raddoppiati i suffragi espressi con l’early voting, fino a raggiungere i 20 milioni (specie donne e over 65). C’è chi, a questo punto, pronostica un’affluenza record per un voto di midterm, normalmente meno partecipato delle presidenziali. “Vinceremo”, dice la leader dem alla Camera Nancy Pelosi che aspira a fare di nuovo lo speaker della Camera.

Il #Metoo di Ségolène: “Urlavano ‘nuda’, ‘utero che cammina’”

È il movimento #MeToo ad aver spinto Ségolène Royal a scrivere questo libro: Ce que je peux enfin vous dire (“Quello che finalmente posso dirvi”, Fayard), 300 pagine in cui la socialista, sempre molto popolare in Francia, rompe il silenzio sul sessismo in politica e si toglie qualche sassolino dalle scarpe. La Royal è stata deputata dal 1988 al 2007 e tre volte ministra. È stata anche la prima donna candidata all’Eliseo, nel 2007. Ricorda di quando, entrando per la prima volta in Assemblea nell’88, un deputato le gridò: “Nuda!”. Le consigliere lì venivano chiamate “uteri che camminano”. Ricorda anche di quando, neo-candidata all’Eliseo, Laurent Fabius, uno degli “elefanti del Ps”, disse: “E ora chi baderà ai bambini?”. Mentre lascia planare il dubbio su una sua candidatura alle elezioni europee, la Royal tira fuori tutto su François Hollande, ex presidente ma anche suo ex compagno. Le sue decisioni in materia fiscale? “Il livello zero della politica”. Non dimentica di criticare Macron che, secondo lei, sta commettendo “gli stessi errori” di Hollande. Gli rimprovera l’“autoritarismo” e “l’esercizio solitario del potere”. Rivela poi un episodio del 2016 sulla rivalità tra Macron, all’epoca all’Economia, e l’ex premier. Uno scambio “al testosterone” mentre si discuteva della riforma del lavoro. A Macron che, alla stampa, aveva parlato di economia “a mezz’asta”, Valls avrebbe detto: “Anche il tuo c… è a mezz’asta?”.

Blasfemia, assolta donna cristiana: scontri e proteste

In Pakistan tensione altissima dopo la decisione della Corte Suprema di assolvere Asia Bibi, la donna cristiana condannata a morte nel 2010 per blasfemia nel Punjab. Le autorità di Islamabad hanno dispiegato truppe nelle principali città per sedare le proteste dei gruppi islamisti contro l’assoluzione. Forze paramilitari sono state schierate a protezione del Parlamento e del palazzo della Corte suprema a Islamabad, dove migliaia di manifestanti hanno bloccato le strade e compiuto atti vandalici contro proprietà statali.

Militari sono stati dispiegati anche a Lahore e apprensione si registra anche a Karachi, nel sud del Pakistan, dove i genitori sono accorsi presso le scuole a prendere i loro figli e i posti di lavoro sono stati abbandonati per paura di disordini.

Le accuse contro Bibi risalivano al 2009, quando lavorava in un campo e le era stato chiesto di andare a prendere dell’acqua. Le donne musulmane con cui si stava lavorando avevano obiettato, dicendo che come non musulmana non era adatta a toccare la ciotola dell’acqua. Le donne andarono allora da un religioso locale e accusarono Bibi di blasfemia contro il profeta Maometto, un reato punibile con la morte.

“Merkel, la Germania è stanca. Ora la Cdu può farla cadere”

“La Cancelliera è al potere da troppo tempo. Ormai è esausta. E molti tedeschi sono stanchi di lei. Ma soprattutto, hanno un desiderio molto forte, che si può esprimere solo con un termine: quello di cambiare”. Giovanni Di Lorenzo è direttore di Die Zeit, settimanale tedesco con sede ad Amburgo.

Dopo le sconfitte in Baviera e Assia, Angela Merkel ha lasciato la presidenza del partito e annunciato l’uscita di scena nel 2021. Ma come potrà sopravvivere politicamente con la leadership della Cdu non più nelle sue mani?

Una premessa: sono successe tante cose impensabili in Germania nell’ultimo anno, che non me la sento di fare una previsione affidabile. Tuttavia è molto difficile pensare che Merkel possa restare al governo, in queste condizioni. Intanto c’è l’incognita di chi avrà in mano il partito: almeno due dei tre candidati alla segreteria sono incompatibili con lei. Inoltre, nessuno può prevedere quanto convenga alla Spd restare nella Grosse Koalition. Se fossero proprio i socialdemocratici a staccare la spina, la Cancelliera potrebbe addossare loro la colpa della fine del governo.

Il suo destino dipende dunque da chi sarà il successore alla guida della Cdu. Chi sono gli eredi possibili?

Merkel si sentirebbe al sicuro solo se a sostituirla fosse la fedele Annegret Kramp-Karrenbauer. Al contrario, sia Jens Spahn che Friederich Merz rappresenterebbero per lei una spina nel fianco. Sono due figure diverse – il primo più conservatore, il secondo più di centro –, ma non è questo il punto. Il cambio della guardia consisterebbe piuttosto nella modifica dello stile politico. Nella Cdu c’è molta nostalgia di leader sicuri di sé, forti nella comunicazione. E che sappiano parlare con la gente.

Merkel ha perso il suo popolo?

Guardiamo alla sua parabola. Tredici anni fa, l’arrivo al potere di questa ragazza della ex Germania Est ha coinciso con un cambiamento radicale di stile politico a Berlino. Kohl e Schroeder erano chiamati i ‘politici basta’, a suggellare il loro modo patriarcale di gestire il potere. Merkel si è distinta non solo per competenza e intelligenza, ma anche per le capacità di mediazione, moderazione e basso profilo che la rendono in parte o del tutto diversa dai predecessori.

L’errore dove è stato?

Quando nel settembre 2015 ha aperto le frontiere della Germania, aprendo le porte a quasi un milione di profughi, annunciando che non le avrebbe più chiuse. Una decisione che le ha alienato i consensi all’interno della Cdu e ha ottenuto come effetto quello di gonfiare le vele della destra di Alternative für Deutschland (AfD). Dire, come lei ha fatto in quell’occasione, che le migrazioni non si possono controllare, non ha fatto che risvegliare paure ancestrali, legate soprattutto alla perdita di controllo anche a livello personale.

In Italia eravamo abituati a pensare che in Germania le famiglie politiche tradizionali – democristiani, socialisti, liberali – avessero retto all’urto. Poi, anche quel quadro politico ha iniziato a frantumarsi, con AfD a competere a destra e i Grünen (Verdi) a sinistra. Era già successo in Spagna (con Ciudadanos e Podemos), in Francia (con Front National e Insoumise) e in Italia (con M5S e Lega). Il quadro politico si complica anche a Berlino?

A destra, certamente è presente un partito populista e sempre più proiettato verso l’estremismo come AfD. Dall’altra parte, non vedo in Germania un movimento politico populista di sinistra. Ci sta provando Sarah Wegenknet, esponente dei Linke, che ha fondato il movimento Aufstehen (in tedesco “alzarsi”). Poi certo i Verdi sono in competizione con Spd e a volte li superano nei consensi, come è accaduto in Baviera.

Chi è Angela Merkel e quale eredità lascia?

È più una statista che una politica. Il suo interesse principale ha superato quelli delle parti e del suo stesso partito. Per questo l’eredità che lascia è ambigua. Ma senza dubbio, ne sentiremo la mancanza sia in Germania sia in tutta Europa.

“Basta migranti e aborti a spese nostre”

“Siamo un partito di destra conservatore, patriottico e nazionalista”. Jaak Madison, vicepresidente del Partito conservatore estone (Ekre), è un ragazzone alto. Lo incontriamo in piazza della Libertà, due minuti a piedi dal Parlamento. L’Italia la conosce, soprattutto perché è in contatto con la Lega. “Sono nato nel centro dell’Estonia, i miei genitori sono entrambi estoni, sono estone da 200 anni”. L’Ekre nel 2015 ha ottenuto l’8,1% dei voti e 7 seggi in Parlamento. Oggi i sondaggi li danno al 20%. Obiettivo, 20 seggi. L’Ue gode di un altissimo consenso in patria, dunque non è euroscettico come gli altri sovranisti europei, ma più critico con l’Ue dei partiti tradizionali.

Quali sono i vostri rapporti con la Russia?

Il nostro è il partito meno russo di tutti: è un Paese aggressivo, che fa propaganda per influenzare le persone. Supportiamo gli Usa e la Nato. Il Centro e i Riformatori sono costretti a mantenere rapporti con Putin: altrimenti perdono i voti russi e le elezioni.

Se andrete al governo, come vi comporterete nei confronti della minoranza russa?

I bambini devono imparare l’estone fin dall’asilo. Abbiamo discusso della riforma della scuola per 20 anni, è il momento di farla. È una visione di lunga prospettiva. Noi possiamo portarla avanti perché non cerchiamo i voti dei russi.

Con chi avete rapporti in Europa?

Con la Lega: sono in contatto con il responsabile internazionale, Paolo Borchia. E ho incontrato Lorenzo Fontana. E poi con il Fpo austriaco e il partito Veri Finlandesi. Ho buoni rapporti coi conservatori inglesi. L’unico accordo ufficiale è quello con l’Alleanza nazionale in Latvia.

Correrete alle Europee?

Dipende da come vanno le elezioni in Estonia. Se non le vinciamo sì: puntiamo a entrare nel gruppo Europa delle nazioni e delle libertà. Anche se c’è un problema: è in corso una discussione per restituire il diritto di voto alla delegazione russa all’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, sospeso dopo l’annessione della Crimea. Quando si voterà, saremo neutrali, anche se Fpo e Lega diranno sì.

Siete a favore delle sanzioni?

Sì, perché nella nostra situazione non è possibile pensare di abolirle. Non abbiamo niente contro i russi ma loro devono capire che la nostra Costituzione preserva la cultura e il linguaggio estoni.

Come vi ponete rispetto ai migranti?

Sono un problema enorme, ma la soluzione è tutta sbagliata. Non accettiamo il sistema delle quote. Io sarei per prendere zero migranti: non risolviamo problemi a chi usa trafficanti di esseri umani.

E rispetto ai gay?

Siamo contro il matrimonio omosessuale e contro le unioni civili. Anche perché non ce n’è bisogno: ci sono accordi che preservano le coppie gay.

Siete contro l’aborto?

Una donna che rimane incinta non può essere considerata un problema medico e l’aborto non deve essere pagato dallo Stato.

Lei ha difeso l’economia nazista.

È vero. L’ho fatto con un post sul mio blog nel 2015. L’economia cresceva negli anni del nazismo: il che non vuol dire che quello non fosse un regime. I media fecero uno scandalo, ma i fatti sono fatti. E io non ho fatto nulla di male.

Estonia, l’occhio di Putin nel Paese spaccato a metà

Un tunnel grigio in cui si incanala il vento gelido. Sotto c’è il Baltico, sopra il verde di Tallinn. Il Memoriale delle vittime del comunismo, inaugurato appena due mesi fa, il 23 agosto, si erge come un monito nella Capitale estone. A marzo qui ci sono le elezioni nazionali, a maggio, soprattutto, le Europee. In questa Repubblica baltica, che ha conquistato l’indipendenza dopo il collasso dell’Unione sovietica nel 1991, si respira un’atmosfera di sospensione e paura. Il cambiamento degli equilibri geopolitici qui si vive sulla pelle: ancora oggi, la minoranza russa è una comunità parallela, le famiglie sono divise, l’integrazione è un processo doloroso e pieno di ambiguità. L’Estonia è “sospesa” tra l’influenza dell’ex Impero e la salda appartenenza all’Unione europea e alla Nato.

E infatti c’è anche un altro monumento emblematico: la statua di un ufficiale dell’Armata Rossa, che fu rimossa dal centro, nel 2008, in una notte di disordini e portata nel cimitero, tra le proteste del governo russo. È quasi nascosta: ma lì, ogni giorno, si moltiplicano i mazzi di fiori.

“Putin vuole pesare nella sicurezza europea”, spiega scandendo bene le parole Sven Sakkov, il direttore del think tank Icds, Centro internazionale per la Difesa e la sicurezza. L’ombra del presidente russo è onnipresente per il governo estone. Anche per questo, l’integrazione è ancora non solo un traguardo lontano, ma anche un obiettivo perseguito a fasi alterne. Le percentuali ufficiali dicono che la minoranza russa è circa il 25% della popolazione. In realtà sono molti di più: la maggior parte dei cittadini ha almeno un genitore russo. L’ aggressione nel Terzo millennio prende la forma di cyber-attacchi e propaganda a colpi di fake news. Trattandosi di uno Stato interamente digitale non è poco.

Da Narva, due ore e mezzo a nord di Tallinn, la Russia si vede al di là del fiume. Accanto a uno dei posti di confine, c’è una statua di Lenin, in mezzo ai cassonetti. Grandi strade spoglie, edifici che assomigliano a casermoni, la cittadina si trova a Ida-Virumaa, la regione più arretrata del Paese: non sono mai stati fatti piani di sviluppo regionale per colmare il gap. Qui i russi sono il 90%.

Kristina Kallas, direttore della Facoltà di Scienze Sociali al Narva College, capelli biondi corti, ha la parlantina rapida di chi non ha tempo da perdere. Si spinge a individuare “un conflitto etnico sotterraneo”.. Nota biografica illuminante: “Mia madre è russa, mio padre era estone”. In Estonia, ci sono due corsi scolastici, uno per russi, uno per estoni. Esiste un passaporto grigio per i russi, che non sono estoni a tutti gli effetti, ma apolidi. Per la cittadinanza bisogna superare un esame sulla Costituzione, in estone. Preservare la minoranza è anche un modo per riconoscere le identità, ma nello stesso tempo crea due comunità parallele, con quella russa in una condizione di svantaggio.

“Gli estoni non si fidano dei russi”, dice la Kallas che si è appena candidata con Estonia 200, un movimento diventato partito, liberale, vicino ai Socialdemocratici (Sde). Attualmente, al governo c’è il Centro, appoggiato dai Socialdemocratici e dall’Unione Pro Patria/Res Publica. L’altro blocco politico tradizionale (ora all’opposizione) è il Partito Riformatore. Tutti cercano voti anche nel bacino russo. E si barcamenano. Tranne i sovranisti del Partito popolare conservatore. Nella variabile baltica, patriottismo significa anche omologazione della minoranza. “Stanno facendo tutto quello che possono per soffiare sulla crisi dei migranti”: racconta così la strategia di Putin alla vigilia delle Europee uno 007. Juri Luik, ministro della Difesa la mette così: “Usano la crisi dei migranti e lo fanno inquinando le acque, ovvero fomentando sia quelli che sono a favore delle barriere, sia i contrari”. Il governo è corso ai ripari. Nell’ultimo anno, lo staff che si occupa di comunicazione strategica, è passato da 2 a 8 persone: fa un lavoro parallelo, non usa comunicati stampa o dichiarazioni, ma fornisce solo informazioni di segno opposto. Contropropaganda.

Torniamo a Narva, in corsa per diventare Capitale europea della cultura 2024. L’architetto Ivan Sergeiev la mette così: “Ci sono moltissimi disturbi da stress post traumatico, di linguaggio e di personalità. Ci sono homeless e drogati. È tutto vero. Ma è anche intrigante, è un’occasione. Respingiamo il luogo comune della città sfigata”. Narva è anche un posto tutto da disegnare, in un crocevia di tempo e di culture, verso un’Europa ignota. “Cos’è che si può definire europeo?”, si chiede, non a caso, Sergeiev. A proposito di confini in movimento.

Spread, banche, Visco e Tria: quiz sui compiti istituzionali

Ieri la “giornata del risparmio” è stata celebrata a Roma da un’allegra congrega di maschietti in grisaglia. La riunione arrivava dopo giorni di titoloni sui meglio giornali (ripresi dalle peggio tv) su un misterioso decreto per ricapitalizzare le banche, necessario – pare – per via dello spread troppo alto. Ora, ci sono almeno tre report di primarie istituzioni finanziarie che hanno spiegato, senza successo, che siamo a livelli lontanissimi da questa eventualità (mentre un problema reale potrebbe essere il credit crunch, che però non farebbe cadere il governo prima delle Europee). Ieri ci ha provato pure il ministro Tria: “Con riferimento allo spread osservo che il nostro sistema bancario sta progressivamente acquistando solidità come dimostra la continua e decisa riduzione delle sofferenze. Non si ravvisano ipotesi di intervento nel settore”, ma certo “monitoriamo” eccetera. Quello che segue, invece, è il governatore di Bankitalia Ignazio Visco, il quale – dopo un meritorio accenno ai pessimi effetti sul sistema del cosiddetto bail-in e delle sue interpretazioni punitive in sede Ue – ha detto: “Le conseguenze di un prolungato, ampio rialzo dei titoli di Stato possono essere gravi” per banche e famiglie. Dica ora il candidato quale dei due intervenuti ha come compito istituzionale la stabilità del sistema finanziario.

(Ora qualcuno penserà che il tecnico in quanto tecnico ha ragione e il politico in quanto politico torto e le righe che non abbiamo non basterebbero comunque a spiegargli che tutto, e soprattutto la tecnica, è politica).

Bettino “lo statista” e la vulgata di Silvio su Mani pulite

Bisogna difendere Craxi dai craxiani. Ogni mesto raduno in suo onore si trasforma in una triste messinscena che, invece di riconoscere quello che di buono c’era in lui e nella Prima Repubblica (il primato della politica sugli affari, che c’erano, ma che poi nella Seconda hanno preso il sopravvento), finiscono per ridurlo a una macchietta santificata da nostalgici inguaribili e pasticcioni. L’ultima imbarazzante cerimonia si è tenuta a Milano qualche giorno fa, per presentare un volume che raccoglie scritti di Bettino Craxi sotto il titolo, non proprio originale, Uno sguardo sul mondo.

Protagonisti: la figlia Stefania, che dovrebbe imparare da suo fratello Bobo come si onora il padre; e l’amico Silvio Berlusconi, che con la sola sua presenza, in verità ormai appannata dagli anni, ricorda il peggio di Craxi. Il decreto per far sopravvivere le tv oscurate dai pretori che, poverini, volevano far rispettare la legge. La legge Mammì costruita su misura della Fininvest dopo anni di far west televisivo che hanno permesso l’affermazione monopolistica del Berlusconi imprenditore. E la più grande tangente mai pagata a un singolo uomo politico, 21 miliardi di lire con cui Silvio ha ringraziato Bettino, via conto All Iberian. Per non ricordare queste minuzie della storia, Berlusconi ha dimenticato per una volta anche se stesso e ha vaneggiato di un “Craxi che, dopo De Gasperi, è l’unico politico italiano che meriti la definizione di statista”.

“Siamo qui”, ha scandito il vecchio amico Silvio, “in memoria di un grande”. Vittima, come lui, “dei comunisti che ce la fecero pagare”. Dimenticando che le sue tv nel 1992-’93 inneggiavano a Mani pulite e che proprio grazie all’implosione della politica provocata da quella inchiesta la sua Forza Italia riuscì a vincere le elezioni del 1994, oggi Berlusconi dice che Mani pulite fu “il primo colpo di Stato dei cinque che negli anni successivi hanno fatto cadere i governi di centrodestra”.

Il Corriere della Sera ci informa che gli scritti di Craxi raccolti nel nuovo volume “mettono in luce la sorprendente visione profetica del leader socialista”. Ci toccherà leggerli per vedere se è vero, certo che, a giudicare da quello che fece negli anni di Mani pulite, non seppe neppure vedere la fine sua e del suo sistema politico e tangentizio. “Mai si è arricchito con la politica”, ripete Berlusconi, il quale ricorda che “nella casa di Hammamet i letti erano su fondamenta di cemento, non c’erano armadi e i vestiti si appendevano a delle canne”. Ha lasciato ai figli “solo una casa di tre stanze e quando morì la famiglia non sapeva come pagare i funerali”. Per forza: era latitante e il suo tesoro milionario lo aveva sottratto alle casse del partito per affidarlo a “cassieri” di fiducia (l’amico d’infanzia Giorgio Tradati, l’assicuratore Gianfranco Troielli, l’ultimo assistente Mauro Giallombardo, infine lo scavezzacollo playboy Maurizio Raggio) che lo hanno nascosto – o dissipato? – nei più riservati paradisi fiscali del pianeta. Non si trattiene, il vecchio Silvio, e racconta di quando Bettino rifiutò sdegnosamente l’offerta dell’allora Cavaliere di pagargli i debiti del Psi: “Se lo fai, non ti guardo più in faccia”. Infatti i debiti restarono al partito e i 21 miliardi di All Iberian andarono a Craxi e ai suoi cassieri segreti. Come “i 7 o 8 miliardi di tangenti Mm che portai nel suo ufficio di piazza Duomo”, racconta un altro amico, Silvano Larini. Conclusione politica: “Oggi”, dice Berlusconi, “ci sono i Cinquestelle, che sono più pericolosi dei comunisti di Achille Occhetto. Hanno portato al governo ideologie di sinistra rozze, stataliste e ferocemente giustizialiste. Ci manca un Bettino in grado di contrastarli”. Vero. Quelli si contrastano da sé.

Il papa inizia a svoltare verso destra

Le conclusioni del Sinodo sui giovani confermano che il papa sta virando a destra. Nel caso del sinodo, già la scelta del tema (innocuo rispetto a quello potenzialmente esplosivo dei ministeri) aveva fatto immaginare un incontro privo degli aspri conflitti scatenatisi nei due precedenti sulla famiglia. E così è stato. Come ha scritto un implacabile critico di Bergoglio, Sandro Magister, il sinodo è stato “il più pacifico di sempre, anche l’argomento più esplosivo – riguardo al giudizio sull’omosessualità – è stato praticamente disinnescato”. Nessuno dei partecipanti ha chiesto una revisione della condanna cattolica dell’omosessualità, ancora interpretata, alla luce del Catechismo, come sintomo di una perversione della natura. Agli omosessuali la chiesa proporrà solo “percorsi di accompagnamento nella fede”. E sul ruolo delle donne nella chiesa, i padri sinodali si sono limitati a ribadire un generico richiamo all’importanza di una maggior partecipazione femminile ai processi decisionali “nel rispetto del ruolo del ministero ordinato”, cioè della subordinazione completa ai preti.

È assai plausibile che un orientamento così prudente sia stato ispirato dallo stesso pontefice. Il risultato più importante di Francesco consiste nell’essere riuscito a farsi passare come un innovatore astenendosi però dall’introdurre cambiamenti nella struttura e nella dottrina cattoliche. La chiesa è rimasta immobile, ma dando l’impressione che un grande mutamento fosse avviato.

Se non è stato certamente un riformatore, Francesco si è rivelato un federatore, un leader di pace in grado di porre termine alla lunga stagione dei conflitti intraecclesiali iniziata negli anni Sessanta. Sul versante gauchiste, Francesco fa il pieno dei consensi, idolo di molta sinistra non cattolica ed ex marxista. A eccitare i cattolici progressisti sono stati, oltre ad alcune scelte “populiste” (le scarpe malandate, la borsa portata a mano, la residenza a Santa Marta…) i discorsi papali sui poveri e sulle storture del capitalismo, ma anche quelli sulla sinodalità (senza effetti pratici in uno dei papati più accentratori della storia), ovvero sulla necessità di un’azione collegiale della classe dirigente ecclesiale. Gesti come la canonizzazione di Romero o la ripresa di un dialogo con quel che rimane della teologia della liberazione hanno fatto il resto.

La simpatia di tanti “sinistri” per il papa (anche se probabilmente non ricambiata!) ha rischiato di produrre, all’interno del corpo ecclesiale, una frattura con gli elementi più conservatori. Per ridurre il rischio di spaccature interne, il papa argentino ha realizzato ciò che nemmeno a Ratzinger era riuscito e cioè far rientrare i principali nemici dei documenti del Concilio Vaticano II, i seguaci di monsignor Lefebvre, dei quali ha riconosciuto la validità delle assoluzioni impartite e dei matrimoni celebrati.

Francesco, per ingraziarsi la destra interna, si è dimostrato attento anche ai “valori non negoziabili”. Il suo intervento sull’aborto equiparato all’affitto di un sicario e all’omicidio va in quella direzione. Così come la definizione dell’omosessualità come una malattia curabile o l’insistenza sulla necessità di impedire agli omosessuali l’ingresso nei seminari. Il papato di Francesco che sembrava annunziare una rivoluzione va ora in senso opposto. Le motivazioni di questo cambio di direzione risiedono nell’esigenza, avvertita da Bergoglio e dall’intera classe dirigente ecclesiale, di non far uscire dal recinto nemmeno una pecorella e di assecondare il nuovo clima politico e sociale in Europa, con populismi e nazionalismi non certo ben disposti verso la promozione dei diritti civili, delle libertà e dell’eguaglianza. Molta parte del cattolicesimo emergente, quello africano e asiatico, segue da tempo la stessa corrente reazionaria. Chissà se non verrà proprio da lì il successore del papa argentino.