Miracolo a Milano: senza luce per soldi

Storie di ordinaria follia. Abito in un palazzo anni Cinquanta, brutto come quasi tutti gli edifici costruiti in quell’epoca. Fu un’iniziativa di una cooperativa di giornalisti che, informati meglio degli altri (allora succedeva), sapevano che di lì a poco sarebbe sorta nei pressi la city e quindi che il palazzo, costruito su un terrain vague, regalo dei bombardamenti angloamericani, avrebbe moltiplicato il suo valore. È stato abitato da personaggi noti del mondo della cultura, Achille Campanile, Paolo Murialdi, Giovanni Mosca.

Venne costruito male da un architetto, l’architetto Guagliumi. Per dire delle sue capacità per sé si fece un appartamento nel quale per andare dalla camera da letto al bagno bisognava passare, allo scoperto, dal balcone e quando a Milano ci fu un terremoto di infima portata era tanto sicuro di quello che aveva costruito che si precipitò in strada temendo che l’edificio fosse crollato.

Con queste premesse il palazzo ha avuto sempre dei problemi strutturali. Ultimamente riguardavano il decimo e ultimo piano. Si trattava di fare dei lavori con delle normali gru. Ma all’attuale amministratore e ai coinquilini venne la bella idea, per rifarsi delle spese e guadagnarci qualcosa, di far costruire una gigantesca impalcatura che copre tutta la facciata fino al decimo piano per potervi installare una pubblicità. La prima fu di Sky, quella che fa tutta una campagna, molto meritoria, contro la plastica ma non disdegna di coprire di plastica un intero grattacielo. Business is business. Respirare plastica non è il massimo per la salute.

Ma il vero problema è un altro. Il telone pubblicitario e l’impalcatura che lo sostiene tengono completamente al buio le nostre abitazioni. Viviamo peggio dei carcerati che almeno con la ‘bocca di lupo’ uno spicchio di cielo lo vedono. Ora, non è necessario essere un neurologo e nemmeno un medico ma semplicemente una persona che abbia conservato un po’ di senso comune per sapere che la privazione permanente della luce e dell’aria causa gravi problemi alla salute, in particolare depressione e nevrosi (insieme al waterboarding è uno dei sistemi di tortura per estorcere confessioni da terroristi o presunti tali in qualche carcere speciale). Qual è il compenso alle privazioni cui ci stiamo sottoponendo: 1.000 euro al mese a inquilino. Il nostro palazzo, quasi nel centro di Milano, venti minuti a piedi da piazza Duomo, è abitato da persone benestanti alle quali 1.000 euro in più per qualche mese non cambiano certamente la vita. Eppure per 1.000 euro al mese ci siamo venduti la luce, l’aria, pezzi di salute e, a mio modesto avviso, anche la dignità. Ho chiesto alla mia domestica rumena i cui genitori sono rimasti in Romania e non se la passano esattamente bene se suo padre avrebbe accettato di farsi privare della luce e dell’aria per mesi. “Mai nella vita” ha risposto.

Nella mia via, dalla parte opposta, c’è un grattacielo prestigioso, il cosiddetto “grattacielo rosso”. Ne conosco bene le abitazioni perché in gioventù vi andavo a pelare a poker i ragazzi della Milano-bene (la sola cosa meritevole che abbia fatto nella mia vita) a casa di Roberto Martone figlio di Vincenzo Martone padrone della Marvin a quei tempi un’importante azienda specializzata in prodotti farmaceutici e cosmetici. Vi abitavano anche i Vecchioni, i genitori del cantante. Sono appartamenti estremamente lussuosi e non per nulla Salvatore Ligresti, che aveva saccheggiato la Milano delle periferie costruendovi edifici dal gusto, diciamo così, imbarazzante, soprattutto sui terreni verdi delle scuderie intorno agli ippodromi di San Siro, per i suoi uffici aveva scelto il “grattacielo rosso”.

Ebbene anche i locupletari proprietari o affittuari di queste lussuose e prestigiose abitazioni si son fatti coprire, per intero, entrambe le facciate dalle pubblicità e come noi vivono tutto il giorno senza luce e senz’aria. Che il denaro sia “lo sterco del Demonio” lo ha detto Martin Lutero ma davvero non pensavamo che la sua potenza arrivasse a travolgere, per degli spiccioli, perché a quei livelli tali sono, anche persone che non ne hanno alcun bisogno. Evidentemente oggi il denaro spazza via tutto, non solo i valori etici, la dignità, non solo i valori esistenziali, una ragionevole qualità della vita, ma anche quelli estetici. E a questo proposito c’è una domanda che vorremmo porre all’assessore all’urbanistica di Milano. Sarà anche tutto lecito ma una città è fatta dei suoi palazzi, delle sue abitazioni, dei suoi monumenti, delle sue chiese, se li ricopriamo e li nascondiamo con la pubblicità, cioè ancora e sempre per denaro, che ne resta? Quando Ridley Scott nel suo Blade Runner immaginò le pubblicità parlanti non era che un dilettante.

Mail box

 

Il reddito di cittadinanza è l’occasione persa dei dem

Caro Travaglio, ho seguito con interesse il dibattito tra lei e alcuni personaggi circa il reddito di cittadinanza nel programma Otto e mezzo e ho avuto la conferma di ciò che penso da tempo sui motivi del dissolvimento della sinistra italiana. Ciò che da diversi anni avrebbe dovuto essere il cavallo di battaglia di un movimento politico che, per principio, dovrebbe evitare l’accentuazione delle differenze tra ricchi e poveri, viene criticato aspramente proprio da costoro. È evidente che gli illustri personaggi che compaiono in pubblico professandosi orgogliosamente elettori progressisti sono completamente lontani dal mondo reale. In un libro ho raccontato la mia esperienza all’estero, dove nei primi periodi di estrema difficoltà il Notstand Beihilfe (l’equivalente austriaco del reddito di cittadinanza) mi ha letteralmente salvato non solo dal baratro economico ma anche dal punto di vista dell’integrazione in un ambiente estraneo. Credo inoltre che la mia esperienza da espatriato abbia demolito due giganteschi luoghi comuni: uno, chi è disoccupato lo è perché non ha voglia di lavorare; secondo, gli stranieri rubano il lavoro agli indigeni. In questi giorni è in discussione il Def e mi auguro con tutto il cuore che il reddito di cittadinanza venga approvato. Credo inoltre che la sua introduzione, unita a un programma serio e obbligatorio di corsi di formazione e attività varie di pubblica utilità, porterà sia allo Stato che ai soggetti interessati immediati benefici.

Sergio Onorati

 

Scuole chiuse nonostante il meteo poco allarmante

Alle 15 di domenica mi arriva un sms: scuole chiuse per forte allerta meteo. Parlo subito con un amico meteorologo e mi mostra subito la mappa meteorologica colorata che già girava fra loro da ore, dicendo: l’allerta è su Belluno e il Trentino. Ci diciamo quindi che sono interessati solo la Brenta, il Piave e l’Adige. In quel momento e alla sera e alle 8 del lunedì mattina, l’Astico-Tesina è ancora in morbida, il Leogra-Timonchio-Baccaglione in morbida, Tribolo, Caveggiara e Riello poco più della magra, fossi e canaletti a metà. Cosa importante per chi se ne intende di alluvioni è che fino a poco prima tutta l’idrografia era in magra, cioè come fosse estate. Alle 10 di lunedì 29, quando tutti i ragazzi e i loro insegnanti dovevano essere a scuola, i livelli erano di poco aumentati, quindi assolutamente nulla di preoccupante; 24 ore dopo l’allerta, le previsioni si rivelano perfette e a occhio per il secondo giorno di scuola non saranno tanto diverse. Ma saremo stati tutti a casa ancora!

Gianni Padrin

 

Legalizzare le droghe significa anche sconfiggere le mafie

Dal Fatto Quotidiano del 28 ottobre, apprendo che la mafia calabrese è un gruppo globalizzato a livello mondiale, che controlla gran parte dello smercio di droga in Europa e che fattura oltre 30 miliardi di euro all’anno. Inoltre dove si spara e si uccide, spesso è la droga che fa premere il grilletto. È importante conoscere tutto questo, ma sarebbe molto più necessario ostacolarlo con qualcosa che sia determinante e definitivo, in quanto l’attività delle forze dell’ordine non è sufficiente a risolvere il problema. Infatti, quando ero giovane si negava la presenza della mafia anche in Sicilia e successivamente nelle altre parti d’Italia e oggi la situazione è la predetta che dimostra la nostra incapacità di vincere questa guerra con i mezzi fino ad ora usati. A mio parere lo Stato dovrebbe legalizzare tutte le droghe e permetterne l’acquisto in farmacia a un prezzo accessibile come per i farmaci. Si eviterebbe il mercato nero, lo spaccio clandestino, l’adesione alle organizzazioni criminali di tanti italiani e immigrati al fine di procurarsi facili guadagni e gli stupefacenti, la prostituzione, e si darebbe un colpo definitivo agli affari italiani della mafia, alla sua espansione e alla sua organizzazione in tutto il Paese.

Sarebbe una rivoluzione sicuramente non indolore, che necessiterebbe di una campagna costante di informazione, atta a creare una cultura antidroga idonea a limitare al massimo possibile la richiesta.

Ivo Bagni

 

La giusta battaglia dei negozi chiusi nei festivi

Ho appreso con piacere che l’attuale governo è intenzionato e rivedere la legge che ha liberalizzato l’apertura illimitata degli esercizi commerciali, 7 giorni su 7 e 24ore su 24. Una legge così “liberal” non esiste in nessun Paese europeo. In Paesi come Germania, Austria, Svizzera ecc. nei giorni festivi i negozi sono chiusi, salvo eccezioni. È noto che questa legge ha fatto chiudere decine di migliaia di piccoli negozi a gestione familiare che non hanno retto alla concorrenza spietata della grande distribuzione e allo stesso tempo non ha incrementato gli incassi e le assunzioni di nuovo personale.

Invece ha tolto a centinaia di migliaia di lavoratori e lavoratrici il diritto di trascorrere un giorno di festa con i propri figli. Per fare la spesa abbiamo a disposizione sei giorni alla settimana; per le necessità urgenti sarebbe sufficiente l’apertura di qualche esercizio in ogni quartiere.

Mi auguro che il governo non si faccia condizionare dalle pressioni di certi gruppi di potere.

Fabio Mendler

Dieselgate. È ancora lunga la strada verso i risarcimenti per i proprietari

Sono passati ormai più di tre anni da quando si è scoperto l’imbroglio della Volkswagen che aveva truccato i dati delle emissioni inquinanti delle sue automobili con motore diesel. Anch’io ci sono cascato con la mia Tiguan. Ho presentato un esposto alla Procura di Udine e sono stato interrogato; ho fatto richiesta di risarcimento con la Federconsumatori e con Altroconsumo. In tutti i casi nessun risultato. La Volkswagen però non è rimasta inerte: ha richiamato la vettura per un controllo (neanche mezzora di lavoro), ha modificato qualcosa nel cofano motore e mi pare che ora la mia Tiguan consumi di più; ci ha poi omaggiato di una scatoletta contenente una penna biro, un accumulatore per caricare telefonini (subito ritirato per un difetto di costruzione), un buono da 250 euro che in tre anni non ho potuto utilizzare per un motivo o per l’altro. In Italia e in Europa la Volkswagen non ha avuto sanzioni. In America è stata condannata a pagare milioni di dollari. Come sempre il cittadino italiano è cornuto e mazziato e lo Stato non lo difende.

Claudio Carlisi

 

Gentile Carlisi, lo scandalo del dieselgate che ha coinvolto Volkswagen oltrepassa i confini italiani ed è una faccenda tutt’altro che conclusa. È notizia di pochi giorni fa che la motorizzazione civile tedesca sta per chiedere il ritiro di 100 mila auto diesel della Opel. Sul solo fronte europeo, i veicoli coinvolti nella manipolazione delle emissioni truccate ammontano a 8,5 milioni e anche se l’Unione europea ha chiesto alla casa di Wolfsburg di offrire garanzie in caso di problemi dopo la sistemazione del veicolo difettoso, è stata l’associazione Altroconsumo a denunciare il suo sospetto: numerose vetture, una volta rientrate dall’officina, hanno presentato un maggior consumo di carburante, anomalie e perdita di potenza al motore. Come si fa, quindi, per pretendere giustizia? Si aspetta che la giustizia faccia il suo corso. Al contrario degli Stati Uniti, dove la class action ha già inchiodato Volkswagen, in Europa questo istituto non funziona bene. Non bisogna, quindi, stupirsi se a oggi sono due le azioni collettive contro Volkswagen ammesse dai giudici: quella di Altroconsumo in Italia e quella di Test-Achats in Belgio. Per l’Italia coinvolti i consumatori che hanno acquistato dal 2009 al 2015 un’auto Volkswagen, Audi, Seat e Skoda con motore EA189 Euro 5. Il risarcimento richiesto è pari al 15% del prezzo d’acquisto dell’auto. Ma l’udienza prevista presso il Tribunale di Venezia lo scorso 6 giugno è saltata e il prossimo appuntamento è stato rimandato a fine anno.

Patrizia De Rubertis

“La spiaggia sul Tevere è abusiva, il Comune ripristini l’area”

La Soprintendenza si scaglia contro la “spiaggia sul Tevere” tanto cara alla sindaca Virginia Raggi. Per l’ente è “abusiva” perché allestita senza i permessi. E gli interventi non hanno neanche rispettato le procedure di legge e le tutele dell’ambiente. Quindi invita il Comune a “presentare un progetto di smantellamento dell’opera e di ripristino dello stato dei luoghi“. Il Pd prende la palla al balzo: “Dopo la beffa il danno all’erario. Un danno pagato con i soldi dei romani e sul quale la Corte dei Conti potrebbe aprire un fascicolo. L’arenile realizzato con camionate di sabbia, qualche vaso, una ventina di ombrelloni, non solo era di una tristezza infinita, tanto che i romani né hanno snobbato la frequentazione, ma è anche costato alle casse comunali uno sproposito”, afferma la consigliera capitolina Ilaria Piccolo. “Il primo lido sul Tevere è regolare. Dopo l’esperienza positiva della estate appena trascorsa, Roma Capitale lavora a stretto contatto con la Soprintendenza e tutti gli Enti coinvolti per il ripristino della zona di insediamento delle strutture, estendendo la collaborazione ad una ulteriore valorizzazione congiunta dell’area sul Tevere”, afferma in una nota il Campidoglio.

Parnasi: “Pagavo Lanzalone perché era un canale con i 5S”

Sono tre le ragioni che spingono Luca Parnasi a promettere consulenze a Luca Lanzalone, l’avvocato paracadutato a Roma e nominato da Virginia Raggi alla guida di Acea. Le spiega a verbale lo stesso imprenditore agli inquirenti capitolini il 27 giugno 2018. “Mi è sembrato una persona capace e pensavo fosse utile intrattenere un rapporto con lui”, esordisce Parnasi. La seconda “ragione era il suo ruolo svolto per la parte pubblica in relazione alla vicenda dello stadio” e, aggiunge, “era a mio giudizio un buon canale di contatto con il movimento cinque stelle, per la sua capacità di incidere sulle loro determinazioni anche in relazione vicende diverse da quella dello stadio, come ad esempio quella di Ecovillage”. Questa parte di verbale è riportata nell’informativa conclusiva delle indagini sul nuovo stadio a Tor di Valle depositata il 29 ottobre scorso dai carabinieri del Nucleo investigativo di Roma e chiuse martedì.

Nelle oltre 350 pagine si trovano conferme all’interesse che Parnasi mostrava nei contatti da avere con il Movimento e per i quali si rivolgeva a Lanzalone. Il 16 maggio 2018 si incontrano nell’ufficio dell’imprenditore. I due, sintetizzano gli inquirenti, “parlano dei rapporti di Lanzalone Luca con Fraccaro con Di Maio e con Vincenzo Spadafora, Lanzalone riferisce a Parnasi che con Spadafora ha un rapporto più stretto e confidenziale”. E Parnasi afferma: “Allora parlane con Vincenzo, parlane con Vincenzo e dammi l’ok quando tu ne hai parlato con Vincenzo che io lo trasferisco a Giancarlo”. Parnasi, prosegue l’informativa, continua “a dispensare consigli a Lanzalone su come proporsi a Spadafora e agli altri esponenti del M5S per sponsorizzare il suo nome”.

Vincenzo Spadafora è sottosegretario alla Presidenza con delega alle Pari opportunità e ai giovani ma soprattutto è ritenuto molto vicino al vicepremier Di Maio. Il Giancarlo cui fa riferimento Parnasi non è chiaramente individuato ma gli inquirenti ipotizzano si tratti di Giorgetti, vicesegretario della Lega, considerato il Richelieu di Matteo Salvini nonché potente sottosegretario alla presidenza del Consiglio con numerose deleghe tra cui quella al Cipe. Giorgetti e Parnasi, del resto, si conoscono bene, come ha ammesso lo stesso imprenditore e nell’informativa è riportato anche un pranzo tra i due.

Ma in queste oltre trecento pagine c’è un altro aspetto che appare rilevante ed è il ruolo svolto da Lanzarone al Comune di Roma, i suoi rapporti con il sindaco Virginia Raggi. Lo scorso giugno, durante l’interrogatorio di garanzia davanti al gip Maria Paola Tomaselli, spiegò che in Campidoglio andava esclusivamente per parlare di Acea, della quale era presidente. Insomma: lui nella vicenda stadio non è mai entrato. Al Comune di Roma, dice, “non ho mai avuto alcun incarico formale” e “ho avuto una richiesta di prestare un’assistenza preliminare, che poi per varie ragioni non si è concretizzata in un contratto, in relazione a una delibera” sulla vicenda stadio. Dopodiché, aggiunge, “non ho mai partecipato ad alcun atto del Comune”. Le telefonate intercettate, i messaggi e i dialoghi sul tema? Solo “per curiosità”, si difende davanti al gip, “per curiosità e per interesse avendola, come dire, partorita all’inizio saltuariamente, mi informavo sullo stato della questione”. Insomma Lanzalone avrebbe fatto fruttare le sue relazioni con i Cinque stelle per ottenere la nomina alla presidenza di Acea e solo di questo parlava con il sindaco.

C’è però una conversazione avvenuta nel maggio 2017 in cui Lanzalone caldeggia a Raggi la nomina di Fabio Serini alla gestione dell’Ipa. Incarico poi effettivamente assegnato a Serini. Il primo cittadino ringrazia e risponde a Lanzarone esprimendo la volontà di incontrare alcuni sindaci dei Comuni limitrofi a Bracciano per affrontare la questione del livello dell’acqua del lago e gli comunica la richiesta di un incontro con lui ricevuta dal sindaco M5S di Civitavecchia. Due messaggi ai quale l’avvocato risponde: “Praticamente mi fai da segretaria, che onore”.

Torino, l’ex presidente del Salone del libro condannato a due anni

Confermata la condanna a due anni per l’ex presidente del Salone del libro di Torino Rolando Picchioni. L’ex politico di 82 anni, a capo della rassegna per dieci anni, era sotto processo per calunnia: aveva accusato ingiustamente un imprenditore di 43 anni, Stefano Buscaglia, di estorsione. “Non ho voluto accusare Buscaglia né di estorsione, né di altro”, ha ribadito Picchioni prima del verdetto. Nel corso di un’inchiesta l’ex presidente era stato convocato in Procura come persona informata sui fatti e, alla domanda sul perché avesse fatto formattare pc, tablet e telefono, Picchioni raccontò di voler nascondere il ricatto di Buscaglia. Nel settembre 2013 l’uomo aveva ottenuto, tramite un accordo stragiudiziale, un risarcimento perché la sua collaborazione con il Salone era stata interrotta dopo aver risposto negativamente a un messaggio di “avances” di Picchioni, “una fake news che contesto con tutte le mie forze”, ha detto l’imputato. La IV sezione della Corte d’appello di Torino ha ritenuto che Picchioni abbia calunniato il 43enne che nel 2015 permise alla Procura di avviare l’inchiesta sul Salone del libro, ormai vicina alla conclusione.

“Voto di scambio, così avrebbe fatto Falcone”

“Il nuovo testo della legge sul voto di scambio politico-mafioso (416 ter) ha una volontà generale: raccogliere gli insegnamenti di Giovanni Falcone che per primo, nel 1992, la pensò e la volle fortemente”. Mario Giarrusso, senatore del Movimento 5 Stelle e relatore del nuovo provvedimento, non ha dubbi su questo.

Falcone, 26 anni dopo…

In particolare il legame che impose con il 416 bis (associazione mafiosa), modulando così le pene che devono essere le stesse per l’affiliato e il politico che beneficia dei voti. Senza politica la mafia non esisterebbe e per questo Falcone diceva che la mafia ha la sua forza fuori di essa.

Leggo: “Chiunque accetta, direttamente o a mezzo intermediari, la promessa di procurare voti da parte di soggetti appartenenti alle associazioni di cui all’articolo 416 bis”. Critiche sono arrivate dal termine “appartenenza”, per alcuni troppo restrittivo.

Non è così. Prima cosa: per esserci l’ipotesi del 416 ter è necessario che il politico si interfacci, direttamente o meno lo vedremo, con un mafioso, altrimenti il reato non c’è. Ma qui il punto è un altro: l’appartenenza non è un dato a priori ma una circostanza che si dimostra nel processo. Quindi le critiche hanno un vizio di base e cioè di non comprendere che l’appartenenza è un’ipotesi di reato che vale anche per chi, allo stato incensurato, è intraneo al clan.

Altri criticano la legge perché lascerebbe fuori tutti coloro che non sono affiliati ma che ruotano attorno agli interessi del clan. Tradotto: manca la zona grigia.

Chi lo dice forse non ha letto il testo e la parola ‘intermediari’. Parola che significa questo e che raccoglie quelle figure che favoriscono l’accordo politico-mafioso. Figure che così rientrano nel 416 ter.

Terzo elemento di critica, il fatto che la mafiosità di chi porta voti deve essere nota al politico.

Le associazioni mafiose non sono segrete, ma visibili e lo devono essere per la necessità di controllare il territorio. È evidente che il politico non si impegna in astratto, ma in concreto con chi sa essere mafioso.

La nuova legge elimina la necessità di dimostrare il metodo mafioso, cosa che invece fu introdotta nel 2014 dal governo Letta.

Quello fu un vero favore fatto ai mafiosi. Con quelle modifiche si imponeva di dimostrare che ogni singolo voto fosse stato raccolto con metodo mafioso, come se i clan avessero anche un altro metodo. Assurdo. Tanto che la giurisprudenza negli anni ha superato l’ostacolo derubricando il metodo mafioso a elemento implicito. Noi lo togliamo del tutto.

C’è poi il tema delle pene, parificate a quelle previste per il 416 bis e aumentate della metà se il politico viene eletto.

È un reato nel reato. Quando un politico viene eletto si concretizza uno degli obiettivi previsti dal 416 bis. Questo punto avrà poi un effetto devastante per la democrazia. Andrà a colpire tutti coloro, delinquenti normali, che si candidano con liste a sostegno di un sindaco. Se saranno eletti rischieranno fino a 15 anni di galera e, mi creda, i criminali i conti con i reati se li fanno eccome.

Torniamo a Falcone: scrivete nel testo “interessi ed esigenze dell’associazione”

È il passaggio sulle utilità che un mafioso può ricevere e, come Falcone già aveva fatto, noi non includiamo solo denaro ma tutti quegli atti che una pubblica amministrazione può fare per favorire un elemento criminale. Falcone resta la nostra bussola per questa legge che potrà essere migliorabile ma non criticabile da chi in passato, e mi riferisco alla riforma del 2014, ha favorito realmente la mafia.

’Ndrine in Emilia: 118 condanne. “Holding mafiosa”

Gusto amaro di ’nduja e ’ndrine in Emilia. Non solo più Lombardia e Piemonte. La piovra calabrese si è presa anche questo territorio. La conferma è arrivata ieri. Il Tribunale di Reggio Emilia ha condannato 118 su 148 imputati, pene fino a 21 anni e otto mesi per un totale di circa 1.200 anni di carcere. Decisione arrivata dopo una settimana di camera di consiglio e oltre due anni di dibattimento. Alla sbarra i protagonisti della maxi-inchiesta Aemilia iniziata nel 2015 con 203 ordinanze firmate dal gip. Processo con rito ordinario. Prima ancora circa 50 persone avevano scelto l’abbreviato. Su questo filone la parola fine è stata messa dalla Cassazione il 25 ottobre per 40 imputati.

Nel dispositivo letto dal giudice ieri, nomi di mafiosi e imprenditori, e anche dell’ex calciatore della Juventus Vincenzo Iaquinta, condannato a 2 anni (senza aggravante mafiosa), mentre il padre Giuseppe è stato travolto da 19 anni di condanna per mafia. Iaquinta fuori dal tribunale ha urlato: “Sono un campione del mondo, mi condannano solo perché sono calabrese, noi con la ’ndrangheta non c’entriamo”. Ma al di là di ruoli e nomi, è il senso complessivo di un’inchiesta che ha messo in luce la capacità della ’ndrangheta di mutare forma e adattarsi al contesto sociale ed economico. In un verbale del 2012 il collaboratore di giustizia Luigi Bonaventura spiega: “L’Emilia-Romagna sembra che si muove poco, non c’è più la caciara come prima, perché adesso si sono creati degli investimenti veramente importanti”. Parole che fotografano esattamente il territorio in cui i clan legati al boss Nicolino Grande Aracri di Cutro (Crotone) hanno infiltrato il tessuto economico legale e la politica. Scrive il giudice nell’ordinanza del 2015: “Hanno procurato a sé e ad altri voti in occasione di competizioni elettorali almeno dal 2007 al 2012 nelle province di Parma e Reggio Emilia”. Cinque anni di elezioni. Compresa quella del 2009 nel Comune di Brescello, poi sciolto per mafia nel 2016. Mentre nel 2015 l’ex sindaco Marcello Coffrini (non indagato) spiegava che Francesco Grandi Aracri, condannato per mafia, era una persona “gentile” e “composta”.

Una presenza forte quella dei cutresi. Tanto che nel 2012 Graziano Delrio, allora sindaco di Reggio Emilia (sarà poi ministro delle Infrastrutture nel governo Renzi), scese a Cutro per incontrare i cittadini. Delrio, mai indagato nell’inchiesta, in aula ha spiegato che quella trasferta fu dettata dall’intenzione di rassicurare che non tutti i cutresi fossero legati alla ’ndrangheta.

In Emilia, a differenza della Lombardia, non sono stati individuati locali di ’ndrangheta, “ma – scriveva il gip – la presenza dell’organizzazione criminale ha volto e contenuto imprenditoriale”. Non solo, nella sentenza di primo grado nel processo in abbreviato il giudice scrive: “Si assiste alla rottura degli argini” e al “contatto con il ceto artigianale e imprenditoriale reggiano per arrivare a vere e proprie attività predatorie di complessi produttivi fino a cercare punti di contatto e di rappresentanza mediatico-istituzionale”. E ancora: “Di nuovo rispetto al passato vi è la complessità delle strategie all’interno di una finalità di più ampio respiro, volta alla gestione delle attività economiche e al controllo di settori dell’imprenditoria locale”.

Affari di ogni tipo, compresi lavori per la ricostruzione dopo il terremoto del 2012. Qui il clan è entrato grazie alla “compiacenza di imprenditori emiliani che nella ’ndrangheta vedono un’opportunità”. Non mancheranno le risate di due imputati dopo il crollo. Amaro il commento del giudice: “La ’ndrangheta non si prende neanche il tempo dello sgomento”. Che il filo rosso sia questo, lo dimostra un passaggio della sentenza d’appello sugli imputati giudicati in abbreviato: “Il progressivo innalzamento di livello dell’associazione si rendeva evidente con l’inserimento nel mondo degli affari sino a condurre alla formazione di una vera e propria holding criminale di rilievo internazionale”. Legata a doppio filo con la casa madre in Calabria. Il procuratore antimafia di Bologna Giuseppe Amato ha spiegato: “Bene così, ma le indagini non finiscono, stiamo sviluppando altri filoni”.

Alitalia, tre le offerte. In campo le Ferrovie Easyjet e Delta

Sono tre le offerte arrivate ieri ai comissari governativi per Alitalia, nell’ultimo giorno utile per presentarle. In campo, come atteso, c’è Ferrovie dello Stato, il player voluto dal Governo, ma ci sono anche EasyJet (offerta vincolante “per una compagnia ristrutturata”), che ha partecipato alla procedura di vendita fin dalle prime fasi e l’americana Delta, che avrebbe avanzato un’offerta non vincolante. Ora iniziano le trattative, ma restano ancora nodi da sciogliere e soprattutto un tempo limitato: entro il 15 dicembre vanno restituiti i 900 milioni più interessi del prestito ponte.

L’offerta delle Fs stabilisce che venga fatto un piano industriale e una “due diligence”, condizione essenziale per individuare soggetti privati e istituzionali interessati. Le Fs si riservano di costituire una società anche con la compartecipazione di un vettore aereo. Se non accade, l’offerta non avrà efficacia. Esce di scena invece Lufthansa. Ora inizia la fase più difficile: costituire una newco con una dotazione di almeno 2 miliardi in cui far confluire, insieme a Fs, altri partner istituzionali. Ma, tra le partecipate che il governo vuole coinvolgere, si sono già sfilate Leonardo ed Eni e su Cdp c’è il no delle Fondazioni azioniste.

“Enigate”, il più grande scandalo di corruzione della storia d’Italia

Le grandi storie di abuso di potere e corruzione iniziano spesso con una notizia breve e apparentemente insignificante. In questo caso a dare il via è stato un articoletto da me scritto il 1° agosto 2012 sulla testata per la quale lavoravo all’epoca, Il Sole 24 Ore. Allora non avevo consapevolezza che mi avrebbe portato a scrivere un libro-inchiesta su uno scandalo senza eguali.

Secondo l’economista Luigi Zingales, che ha vissuto alcuni dei fatti come membro del Cda di Eni, se le circostanze da me descritte fossero confermate dai tribunali “si tratterebbe del più grave scandalo della storia della Repubblica Italiana”. Si parla infatti dei massimi vertici di Eni, dall’ex ad Paolo Scaroni all’attuale ad Claudio Descalzi.

Ma quella di Enigate è anche una storia avvincente. C’è di tutto: corruzione, intermediazioni segrete, interessi privati in atti aziendali, un complotto che in altri Paesi occidentali sarebbe impensabile. I due consiglieri dell’Eni che sulle vicende in questione avevano sentito il bisogno di rafforzare la governance della compagnia petrolifera, Luigi Zingales e Karina Litvack, sono stati bersagli di una “antinchiesta” orchestrata da un avvocato al servizio dell’Eni per farli apparire pedine di un complotto inteso a delegittimare il vertice operativo della compagnia petrolifera.

Fortunatamente la Procura di Milano, con il supporto di quello che si chiamava Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia Finanza e dal 2018 è il Nucleo di Polizia economico-finanziaria, ha dimostrato che quell’anti-inchiesta era una bufala. La Procura di Milano parla di “un’associazione a delinquere finalizzata a depistare e a delegittimare l’autorità giudiziaria” concepita dal responsabile dell’ufficio legale dell’azienda italiana più internazionale e influente.

Quella di Enigate è però più di una storia di petrolio, nonostante quel campo petrolifero al largo delle coste nigeriane si dice abbia le più grandi riserve non ancora sfruttate dell’intero continente africano. Più di una storia di corruzione, nonostante la società occultamente controllata da un ex ministro del Petrolio nigeriano abbia ricevuto dall’Eni oltre un miliardo di dollari. E più di una storia di depistaggi, nonostante il 6 febbraio 2018 siano state applicate misure cautelari a due avvocati e un sostituto procuratore della Repubblica, e il responsabile dell’ufficio legale dell’Eni sia stato oggetto di un mandato di perquisizione, con l’accusa di aver depistato.

Enigate fa emergere il collegamento tra immigrazione e corruzione internazionale. Perché quel miliardo di dollari sottratto allo Stato nigeriano non è andato a costruire scuole migliori, non è servito a portare elettricità o assistenza sanitaria. Secondo l’ex governatore della Nigerian Central Bank, Lamido Sanusi, tra 2012 e 2013 sono stati sottratti dalle casse del Tesoro nigeriano tra i 12 e i 21 miliardi di dollari di proventi petroliferi. Come sorprendersi se nel 2017 tra le 119.247 persone sbarcate in Italia, il paese di provenienza più rappresentato sia la Nigeria?

Il programma elettorale del ministro dell’Interno Matteo Salvini parlava di combattere i trafficanti di esseri umani che lucrano sulla disperazione della gente. Ma è il momento di domandarci se a lucrare non siamo anche noi. E di guardare alle nostre responsabilità. Con il miliardo pagato dall’Eni a Dan Etete, l’ex ministro del Petrolio nigeriano, dopo essersi comprato aerei, ville e auto blindate, è accusato di aver distribuito centinaia di milioni ai suoi soci nei palazzi del potere. E per via di cleptocrati quali Etete, il sistema-Paese nigeriano sta collassando. A febbraio del 2018 il World Poverty Clock ci ha informato che la Nigeria ha superato l’India ed è ora il Paese con il maggior numero di persone in povertà estrema: quasi 83 milioni, il 42,4 per cento della popolazione.

Nel presentare i conti del 2017, l’ad di Eni Descalzi ha spiegato di aver “superato tutte le aspettative” nella riduzione dei costi di produzione di ogni barile di greggio. Tutto grazie alla ristrutturazione del gruppo da lui implementata che, però, non ha affrontato la governance. Nonostante la società sia sotto inchiesta per corruzione, per Descalzi e la presidente Emma Marcegaglia “la corporate governance di Eni rappresenta un esempio di eccellenza”.

Una radicale revisione della governance dell’Eni non è finora stata priorità neppure del suo azionista di maggioranza, il governo italiano. Anche perché finora nessuno ha pensato di chiedere all’Eni di farsi carico delle centinaia di migliaia di nigeriani che continueranno a bussare alle nostre porte spinti dalla mancanza di prospettive a casa propria.

Le vicende ricostruite in Enigate offrono un’opportunità di cambiamento. La si può ignorare, e perpetrare meccanismi che affamano popolazioni spingendole a fuggire e in Italia consentono a faccendieri vecchi e nuovi di far man bassa di quel poco che resta dei nostri beni nazionali. Oppure si può smettere di sovvenzionare cleptocrati all’estero e di accettare che in Italia aziende di Stato vengano usate dai dirigenti a fini personali.