Processo Eni, Zingales accusa Descalzi e Scaroni

Un rompiscatole. Un “poliziotto”. Uno che “paralizza l’azienda”. Così era considerato Luigi Zingales, economista, professore a Chicago, da maggio 2014 a luglio 2015 membro del consiglio d’amministrazione e del comitato controllo rischi di Eni. Ieri è stato il suo turno, al processone di Milano sulla tangente da 1,092 miliardi di dollari che secondo l’accusa sarebbe stata pagata da Eni e Shell per l’acquisto, nel 2010, della licenza d’esplorazione del campo petrolifero Opl-245 in Nigeria. Sentito come testimone, ha raccontato di essersi subito allarmato per le notizie che gli arrivavano sull’affare. “Sapevo che Eni, coinvolta in uno scandalo precedente, aveva dovuto pagare una multa di oltre 300 milioni di dollari alle autorità Usa. Questo era il mio incubo, che la compagnia potesse subire un danno patrimoniale”. “Notai subito che c’era un intermediario, cosa che era al di fuori delle pratiche di Eni”. Zingales scrive una nota al cda, chiede i documenti, fa domande. Troppe, tanto che Claudio Descalzi – oggi amministratore delegato e allora direttore della divisione Exploration e Production, imputato di corruzione internazionale nel processo milanese insieme ad altre dodici persone – gli dice che quel suo “interesse, quel fare domande paralizzava l’azienda”. L’economista denuncia “un buco significativo della governance”. Espone le sue preoccupazioni, via email, alla presidente Emma Marcegaglia. Lamenta la mancanza di due diligence sulla società Malabu che era entrata nell’affare. S’interrogaperché Eni avesse trattato con un intermediario, Obi Emeka (condannato il 20 settembre, con rito abbreviato, a 4 anni per corruzione internazionale): “Perché Eni gli dà l’esclusiva nella trattativa, rinunciando alla sua libertà contrattuale, in cambio di niente?”.

Nessuno gli dice bravo. Anzi, attorno a lui si fa il vuoto. S’incrinano i rapporti con Massimo Mantovani, allora responsabile dell’ufficio legale Eni (oggi indagato nell’inchiesta milanese sul presunto “complotto” per depistare le indagini). E l’allora ad Paolo Scaroni (oggi imputato anch’egli nel processo Opl-245) comunica al cda e a una commissione parlamentare che un report realizzato dalla società Risk Advisory Group “non aveva riscontrato alcuna evidenza che il nigeriano Dan Etete partecipasse al capitale sociale di Malabu”. Comunicazione falsa, perché in realtà il report aggiungeva che varie fonti in Nigeria sostenevano che dietro Malabu ci fosse proprio Dan Etete, l’ex ministro nigeriano del petrolio. Troppo rischioso un primo schema, che prevedeva di pagare direttamente Malabu, Eni e Shell nel 2011 versano oltre 1 miliardo di dollari su un conto del governo nigeriano. “Un affare con il preservativo”, scrive l’Economist: poi i soldi vanno comunque agli uomini di Etete e a politici nigeriani. Nel 2015 Zingales, capito che non è aria, lascia il cda Eni.

Blue Whale, 30 casi in 13 Regioni: 13enne pronta al suicidio

Aveva ferite sulla braccia procurate con un rasoio, si svegliava in piena notte per guardare film horror e ascoltare musiche sataniche, non usciva più di casa e passava ore a chattare. Era pronta al suicidio, a compiere l’ultima delle prove del gioco “Blue Whale”, quando la Polizia l’ha salvata. Le frasi scritte su Instagram “soffro”, “sto male”, “voglio morire” scritte dalla 13enne barese, sono state gli ultimi indizi che hanno spinto una sua amica a raccontare quello che stava accadendo a una insegnante. Così sono partite le indagini coordinate dalla Procura per i Minorenni di Bari, che hanno consentito di identificare almeno altri 30 adolescenti in 13 diverse regioni italiane coinvolti nel “gioco mortale”. La 13enne barese, vittima lei stessa del Blue Whale, è ora indagata per istigazione al suicidio, per aver diffuso foto e messaggi in diverse chat Whatsapp dai titoli “disagio” o “disastro”. Non partecipava solo al Blue Whale ma anche al gioco “NoStranger”, un’altra piattaforma virtuale che spiega come provare piacere procurandosi soffocamento. Dall’analisi del suo cellulare, gli investigatori hanno scoperto i partecipanti ai gruppi WhatsApp, inviando segnalazioni alle Questure di mezza Italia.

Accuse di abusi su minori: rimosso vescovo di New York

Un vescovo ausiliare di New York, monsignor John Jenik, è stato accusato di molestie sessuali nei confronti di un teenager e rimosso dai suoi incarichi pubblici. Lo ha annunciato l’arcidiocesi, che attraverso il cardinale arcivescovo di New York Timothy Dolan ha chiarito: “Anche se le accuse risalgono a decenni fa, il Consiglio di Revisione dei Laici ha concluso che gli elementi sono sufficienti per giudicarle credibili”. Monsignor Jenik ha negato le accuse, che risalgono agli anni Ottanta. Per vederci chiaro, lo Stato di New York ha avviato un’indagine sulle sue otto diocesi. Lo scandalo arriva proprio mentre l’Fbi sta indagando su un presunto “traffico di minori attraverso i confini dello Stato al fine di compiere abusi sessuali” che porterebbe a Buffalo. A far partire l’inchiesta sarebbe stata una donna che accusa di essere stata abusata da un sacerdote della diocesi, sempre nei primi anni 80. Grazie all’aiuto di una talpa, gli investigatori avrebbero scoperto come la stessa diocesi di Buffalo abbia nascosto i nomi di decine di preti molestatori.

Emanuela e Mirella, tra Sant’Apollinare e il palazzo di via Po

Sono davvero Emanuela Orlandi e Mirella Gregori? Difficile credere dopo tanti anni che la soluzione sia a un passo, ma appena le agenzie hanno battuto la notizia che, sotto il pavimento di un locale adiacente all’Ambasciata della Santa Sede, sono stati trovati lo scheletro quasi integro di una donna e poco distante i resti di un’altra persona, forse di sesso femminile, i fantasmi del passato si sono riaffacciati con tutto il carico di interrogativi che non hanno mai trovato risposta. Una cosa è certa: il destino di queste due adolescenti per strade diverse ci conducono agli intrecci di quegli anni quando a Roma comandava la Banda della Magliana, che non era soltanto un gruppo criminale, ma il braccio armato di molti poteri e tra questi c’era anche, anzi soprattutto, il Vaticano di Paul Casimir Marcinkus. Il vescovo americano che non riuscì mai a diventare cardinale, ma che era di fatto il dominus dello Ior, il tramite tra la Santa Sede e i Servizi segreti, insomma il manovratore degli affari “indicibili” al cui centro si trovava il Vaticano.

Emanuela era nata lì, dietro le Mura Leonine, e il 22 giugno 1983 è uscita di casa alle 16 per recarsi alla scuola di musica Tommaso Ludovico da Vitctoria, dove studiava flauto traverso. Una scuola che si trova all’interno del complesso della chiesa di Sant’Apollinare, a cento metri dal Senato. Quella sera uscì in anticipo, ma a casa non è più tornata: né morta né viva. La famiglia, che vive ancora all’interno del Vaticano, dove il padre lavorava come messo pontificio, non si è mai rassegnata. Una ventina di anni dopo, si scoprì che nei sotterranei di quella chiesa, all’interno di una cripta dove sono sepolti principi, cardinali e artisti c’era anche la tomba di Enrico De Pedis, alias Renatino, il Dandy di Romanzo criminale. In poche parole l’ultimo capo della Banda della Magliana. Come era finito in quella sontuosa cripta? Mistero. L’unica spiegazione era la devozione del bandito al parroco Don Vergari, che aveva conosciuto a Regina Coeli e a cui, disse la moglie, faceva generose offerte. Ma nessuno ci ha mai creduto.

La foto che spiccava sulla lapide, tempestata di rubini, era la stessa pubblicata dai giornali quando il boss romano nel marzo 1990 fu ucciso in via del Pellegrino. Non vogliamo addentrarci nei falsi retroscena, nelle menzogne di Ali Agca, negli appelli del Papa, nei depistaggi e negli ultimatum che che hanno scandito questa vicenda. Come in ogni sequestro anche nella sparizione di Emanuela Orlandi, l’obiettivo vero erano i soldi. Ma stavolta il riscatto era davvero importante, perché dietro il rapimento c’era la mafia. A rivelarlo è stata Sabrina Minardi, moglie di Bruno Giordano il bomber della Lazio, ma soprattutto amante di Renatino. Una donna che nel 2008 a un poliziotto rivelò: “Certo che so di Emanuela, l’ho accompagnata io in Vaticano”, Il mandante del sequestro? “Marcinkus”. Il movente: “Così chi doveva capi’ capiva”.

A gestire la faccenda, piuttosto delicata, doveva essere Renatino. In ballo c’erano i miliardi che la criminalità aveva investito nello Ior, dovevano rientrare con il 20 per cento di interessi invece erano spariti nel crac dell’Ambrosiano. Sembra che al boss sia stata riconosciuta una certa abilità nella trattativa, e forse la bella sepoltura è stato un segno di riconoscenza, ma alla fine l’inchiesta è stata archiviata dal procuratore Pignatone. Mancanza di prove, valle a trovare le prove in una storia come questa. Anche Emanuela era sepolta lì? I suoi resti furono a lungo cercati nell’ossario adiacente alla cripta, ma il Dna dimostrò che appartenevano a morti antichi: preti, viandanti, pellegrini.

Diversa è questa storia dei due scheletri occultati sotto il pavimento della Nunziatura. Quando? Sono ben conservati, per questo si indaga per omicidio. Mirella viveva sulla Nomentana, quando è sparita il 7 maggio dello stesso anno aveva detto che aveva un appuntamento a Porta Pia, a poche centinaia di metri da via Po. La madre per anni ha accusato un vicino di casa, un uomo molto più grande che si tratteneva con Mirella e una sua amica nel bar sotto casa. Non era uno qualunque, ma un pezzo grosso della Gendarmeria vaticana, a lungo indagato e poi prosciolto. Mancanza di prove. C’è poi una foto di Mirella, raggiante, al fianco del Papa durante un’audizione. Sono storie che si intrecciano quelle di Emanuela e Mirella, difficile immaginare che il mistero della loro scomparsa possa trovarsi sotto il pavimento della Nunziatura asfaltato da segreti tanto più grandi di loro.

Scheletri vaticani, il vicino di casa era della “Magliana”

Al civico 27 di via Po, in una casupola al limite del territorio italiano, nel pomeriggio di lunedì scorso, gli operai che ristrutturano l’abitazione del portiere della Nunziatura apostolica – villa Giorgina, l’ambasciata vaticana a Roma – sollevano il massetto del pavimento e scoprono uno scheletro umano quasi ancora interamente composto e accanto un mucchietto di frammenti ossei. I gendarmi vaticani avvisano la Procura capitolina – che apre un’indagine contro ignoti per omicidio – e subito i magistrati italiani valutano l’ipotesi che quei resti possano appartenere a uno o due corpi, forse a una donna minuta, a Mirella Gregori o Emanuela Orlandi, due ragazze che neanche si conoscevano, ma che all’epoca della scomparsa – tra il 7 maggio e il 22 giugno del 1983 – erano due adolescenti di quindici anni con due vite diverse e un destino simile.

Al civico 25 di via Po, sullo stesso lato su cui si affaccia villa Giorgina, proprio lì a pochi metri, tra il 1983 e il 1985 abitava Giuseppe Scimone (morto una dozzina di anni fa), in contatto con la Banda della Magliana e amico del boss Enrico “Renatino” De Pedis. In un’informativa del gruppo della Squadra mobile che indagava su Orlandi – il Fatto ha consultato il documento del settembre 2009 – si riporta una testimonianza di Sabrina Minardi, già amante di De Pedis. Minardi solleva l’ipotesi di un presunto coinvolgimento di Scimone (mai riscontrato, ndr) nella sparizione di Emanuela, riferisce di un appartamento ai Parioli e di un ascensore che sbuca in casa.

I poliziotti ricostruiscono i movimenti di Scimone, passano al setaccio più di una abitazione, anche l’affitto per oltre un biennio di via Po 25, al primo piano di una palazzina di pregio. Il prezzo era alto: due milioni e mezzo di lire al mese per l’immobile, due milioni per il mobilio per un totale di circa 400 metri quadri. È una traccia che si perde tra le piste seguite e poi abolite in oltre trent’anni, ma che adesso può aiutare nella ricerca della verità.

Complotti internazionali, papa Karol Wojtyla, ripetuti ricatti, infiniti depistaggi, la malavita romana, la banda della Magliana, i Lupi grigi, i Servizi segreti, la pedofilia, la mafia, le banche: il caso Orlandi è un coacervo di misteri, ma la suggestione che emerge tra le carte dell’ultima inchiesta (archiviata) assume un valore dopo l’inquietante ritrovamento perché riporta al nome di De Pedis attraverso Scimone.

Ucciso in un agguato in via del Pellegrino il 2 febbraio del ’90, De Pedis viene sepolto nel cimitero del Verano, all’improvviso due mesi dopo è trasferito – su ordine di monsignor Piero Vergari – nella cripta della basilica di Sant’Apollinare. Per una beffarda coincidenza, la scuola di musica di Emanuela era proprio in piazza Sant’Apollinare. Orlandi va a lezione quel giorno di giugno del 1983, telefona alla sorella e poi il buio. Anche gli spostamenti di Emanuela e Mirella hanno prodotto le congetture più varie.

Mirella, la ragazza di via Nomentana, prima di finire nel nulla, confida alla mamma che ha un appuntamento con un amico in piazza di Porta Pia, non lontano dal bar del padre in via Volturno e neanche dalla Nunziatura.

Il Vaticano professa prudenza, perché non esiste al momento una correlazione tra Orlandi o Gregori e i resti umani di villa Giorgina.

Il medico legale ha appurato soltanto che si tratta di ossa non molto consunte per andare troppo lontano nel tempo: è questione di pochi decenni, non certo di secoli. Alcune indiscrezioni non confermate spingono a supporre – per la struttura degli arti superiori e in particolare del bacino – che il massetto abbia occultato il corpo di una donna minuta. Adesso s’aspettano gli esami – che possono durare una decina di giorni – per stabilire la data e il sesso di una o più vittime e poi confrontarle con il Dna delle famiglie Orlandi e Gregori. Villa Giorgina fu costruita nel ’20 dall’architetto Clemente Busiri Vici su commissione di Isaia Levi, immersa in un parco di 20.000 metri quadri chiuso al pubblico, fu donata al Vaticano dopo la Seconda guerra mondiale. I confini toccano cinque punti del quartiere Pinciano di Roma: via Salaria, via Peri, via Caccini, largo Ponchielli e via Po 27. Lì vicino, tra il 1983 e il 1985, c’era un amico di De Pedis.

Borghi (Lega) boccia le modifiche alla legge salva-parenti di Renzi

L’emendamentoche avrebbe modificato la norma sull’appropriazione indebita “è inammissibile”. Così Stefano Borghi, presidente della Commissione affari costituzionali del Senato in quota Lega, ha bocciato la proposta di modifica la decreto sicurezza presentata da Fratelli d’Italia per re-introdurre la procedibilità d’ufficio per l’appropriazione indebita, ovvero ciò che la Procura di Firenze contesta ai fratelli del cognato di Renzi (il marito della sorella è invece accusato di riciclaggio). Alessandro Conticini è stato il fondatore della Play therapy Africa e di altre due società attraverso le quali, secondo i pm di Firenze, insieme coni fratelli Andrea (cognato di Renzi) e Luca, avrebbe accumulato un tesoretto di 6,6 milioni di dollari grazie alle donazioni ricevute da diversi enti, tra cui Unicef, per finanziare progetti umanitari in Africa. Il reato di appropriazione indebita, però, non è più perseguibile d’ufficio da quando il governo Gentiloni ne ha modificato il profilo, rendendolo efficace solo su querela. Con Unicef che non ha mai denunciato i Conticini, l’indagine è dunque ferma e lo sarebbe rimasta anche in caso di modifiche alla legge, non valide a indagine iniziata. In ogni caso, la Lega ha preferito evitare cambiamenti.

Il colonnello della Cri scrisse al tecnico contro la riforma: “E lui comprava casa”

“Sono rimasto amareggiato, ma non sorpreso. In troppe occasioni abbiamo trovato muri di gomma sulla gestione della Croce Rossa. Abbiamo scritto pagine di storia di questo ente che era motivo di vanto nel mondo, all’epoca di Scelli. Io mi sono anche ammalato per le missioni. Poi leggi queste cose e dici: per che cosa l’abbiamo fatto? Perché buttano via tutto?”. Il colonnello Emerico Maria Laccetti era e resta un pezzo importante di Croce Rossa. Ha svolto missioni d’emergenza in mezzo mondo e ha dato un nome e una scossa alla battaglia dei militari per il riconoscimento delle vittime da uranio impoverito.

Questo finché la “riorganizzazione” avviata da Mario Monti nel 2012, assistita dall’alto dal Tesoro e dalla Ragioneria dello Stato, ha travolto anche lui, facendolo transitare – dopo 32 anni – nei ruoli del Viminale, a occuparsi degli stipendi dei poliziotti.

Il caso vuole che Laccetti, un anno fa, si fosse rivolto proprio al capo di Gabinetto del Mef, Roberto Garofoli, con una lettera molto accalorata nella quale chiedeva che il ministero dell’Economia desse parere favorevole agli emendamenti al decreto fiscale allora in discussione, che avrebbero ristabilito la natura pubblica dell’ente e mantenuto il patrimonio immobiliare e le professionalità della Croce Rossa. La lettera inviata il 30 novembre 2017 non ebbe risposta, gli emendamenti in merito furono bocciati dopo il parere contrario di via XX Settembre.

Ieri Laccetti aprendo il Fatto Quotidiano resta di sasso. Scopre che proprio nei giorni in cui lui e diverse forze politiche (e molti eletti del Pd, allora maggioranza) si appellavano al supertecnico del Mef per “salvare” il patrimonio della Croce Rossa, lui stava concludendo coi suoi vertici la risoluzione di una lunga controversia per l’acquisto di un immobile donato a scopi sociali che diventerà invece parte del suo B&B di lusso a Molfetta. “Quando l’ho letto – dice Laccetti – ho pensato che abbiamo toccato il fondo, ormai non sono i ricchi e i forti a finanziare la Croce Rossa, ma il contrario”.

In quella lettera, l’ex colonnello che al primo giorno da civile al Viminale si presentò ancora in mimetica, chiedeva a Garofoli di guardare bene i conti: “Le procedure di alienazione degli immobili per abbattere il debito della Croce Rossa non hanno dato risultati apprezzabili” sotto il profilo finanziario. “Pensando che Garofoli possa aver fatto un affare su quella vendita mi sento anche un po’ ingenuo”, dice ora il colonnello Laccetti.

Ma peggio, assicura, si sentiranno quei colleghi trasferiti dove capita per motivi di presunto risparmio. “C’è un maresciallo che è finito a fare il bidello, un gruista che era un vero fenomeno col bilico e ora fa il cancelliere alla Cassazione, suscitando imbarazzo in sé e negli altri. Come per migliaia di colleghi finiti dall’oggi al domani dietro una scrivania, a compilare scartoffie di cui quasi nulla sanno, mentre le loro competenze sono state buttate al vento per un’operazione di finto risparmio. Spero di non esserci il giorno in cui arriverà l’emergenza che ci mostrerà sguarniti di quelle professionalità”.

Il M5S: “Garofoli via dal Mef Dal B&B ai libri, troppi affari”

Spiegazioni o dimissioni, subito. Diventa un caso politico la vicenda dell’immobile della Croce Rossa, rivelata ieri dal Fatto, acquistato a Molfetta dal capo di Gabinetto del Mef che i 5 Stelle accusano di essere la “manina” che ha tentato di rifinanziare con 84 milioni lo stesso ente ormai privatizzato. La Croce Rossa ieri ha rivendicato la correttezza delle procedure seguite e negato “trattamenti di favore”, ma non è bastato.

Il ministro Tria stavolta non è intervenuto a difesa di Roberto Garofoli che invece annuncia querele, così come il commissario liquidatore della CRI Patrizia Ravaioli: il silenzio, a volte, pesa più delle parole. La questione, viene spiegato dal Tesoro, stavolta riguarda Garofoli, il quale “provvederà a difendersi nelle sedi appropriate”.

Il M5S invece ha dichiarato guerra, con la seconda richiesta di dimissioni in due settimane. Attacca il vicecapogruppo del M5S alla Camera, Francesco Silvestri: “Non siamo più disposti a tollerare l’affarismo privato di alcuni alti boiardi di Stato: dovrebbero occuparsi solo della cosa pubblica”. Gli fa eco il senatore Elio Lannutti. “Un vero servitore dello Stato non può permettersi multiformi attività collaterali”. L’accenno viene chiarito dalla questore del Senato, Laura Bottici, ricordando come non sia la prima volta che emergono “affari privati” in riferimento all’alto funzionario. “Intorno a Garofoli – scrive in una nuota – fino a qualche tempo fa, sempre a Molfetta ruotava a una serie di società che gestiscono corsi post universitari e pubblicano testi giuridici scritti dallo stesso capo di gabinetto del Mef e usati nei medesimi corsi. Società che, tra l’altro, vedevano come azionista anche la moglie”. Insomma, serve “un chiarimento nella certezza che il ministro dell’Economia saprà fare una giusta valutazione.”

A che cosa si riferisce Bottici? Prima della passione per i B&B di lusso, Garofoli ha coltivato interessi nel solco della sua principale professione di giurista ed esperto del diritto. Attorno al consigliere di Stato fuori ruolo, in quel di Molfetta, è nata nel tempo un’industria familiare di tutto riguardo attiva nel ricco mercato dell’editoria professionale e dei corsi di formazione per avvocati e magistrati in tutta Italia, sia dal vivo che online, finita già al centro di polemiche. Il cuore è la società Neldiritto Editore, con una sede a Roma e quella legale e operativa nella cittadina pugliese con un fatturato superiore ai tre milioni di euro. La parte editrice pubblica essenzialmente i manuali di Garofoli, che è direttore dell’omonima collana. La parte scuola organizza i corsi da circa mille euro in diverse sedi, da Ancona a Verona.

L’azienda conta sei dipendenti ed è di proprietà della moglie Elena Mancini e viene amministrata dal padre di lei, Domenico. Entrambe le attività, questo il motivo dell’attenzione, trarreberro dalla figura dell’insigne giurista arrivato in cima all’Olimpo degli incarchi tecnico-politici gran parte del loro peso, smalto e attrattiva. Fin qui nulla di strano. La polemica è scaturita un anno fa quando un articolo di Stefano Sansonetti per Il Giornale ha approfondito la galassia di società che facevano fruttare il lucroso business, senza che Garofoli formalmente comparisse se non come nobile curatore delle pubblicazioni, vate della linea editoriale e garante della qualità dei testi e dei percorsi formativi che vengono venduti.

Allora emerse che Garofoli era stato autorizzato dal Consiglio di Stato a tenere corsi giuridici per una società privata, con sede a Molfetta, al 90% di proprietà della moglie e al 10% del padre di lei. Il tema era se fosse opportuno o meno, per il braccio destro del ministro dell’Economia, tenere docenze pagate da un’azienda privata collegata alla società della moglie, che pubblica i suoi manuali. Nelle società sono intervenute varie modifiche, ma ancora oggi si può leggere tra i nomi del Comitato Scientifico quello di Garofoli, mentre la “scuola” ha via via allargato il ventaglio del businness, aprendosi ai concorsi per aspiranti vigili urbani, infermieri e così via.

Restano le costanti, compresa l’attenzione all’aspetto immobiliare per il quale Garofoli è appena finito sotto i riflettori: Neldiritto Editore a Molfetta ha una sede legale in via San Francesco D’Assisi 51 e tre distaccate. La direzione amministrativa è nell’ormai famosa via Domenico Picca, la strada dove a marzo di quest’anno – al civico 36 – ha aperto il b&b di lusso “BorgoAntico34” grazie alla risoluzione della controversia con la Croce Rossa. E dove Garofoli ha acquistato un altro locale, di 80mq, affittato come ristorante giapponese.

Il cuore operativo, gli uffici e i sei dipendenti sono invece in un capannone della zona industriale: qui lavora e produce l’impresa nata sulla scia della luminosa carriera di Garofoli su cui, di nuovo, pende la spada dell’ostilità grillina.

Bloccato l’aumento per il bagaglio a mano di Ryanair e Wizzair

Il garante della Concorrenza ha disposto in via cautelare la sospensione della nuova policy sui bagagli a mano delle compagnie low cost Ryanair e Wizz Air che sarebbe entrata in vigore oggi introducendo un supplemento di prezzo per il bagaglio a mano (trolley) che solitamente si porta a bordo sull’aereo. Le due compagnie avevano, infatti, comunicato, che dal 1° novembre sarebbe stato possibile trasportare gratuitamente una sola borsa piccola, da collocare esclusivamente nello spazio sottostante i sedili. Ma l’Antitrust ha fermato l’introduzione di questo balzello perché “rappresenta un onere non eventuale e prevedibile per il consumatore che dovrebbe essere ricompreso nella tariffa standard”.

Non si può, quindi, considerare un supplemento: il bagaglio a mano – ha sancito l’Authority – è un elemento essenziale del contratto di trasporto aereo. E la nuova policy ha quindi fornito una falsa rappresentazione del reale prezzo del biglietto viziando il confronto con le tariffe delle altre compagnie e inducendo in errore il consumatore. Le compagnie dovranno comunicare all’Autorità entro 5 giorni le misure adottate in ottemperanza a quanto deciso.

“CasaPound vicina alla gente, il Pd no”: provocazione del dem romano Astorre

Galeotta fu l’iperbole. Immaginata e coniata per dare finalmente una risposta alla fatidica rottura della connessione sentimentale tra il Pd e il popolo. E cioè: fare come i fascisti di CasaPound, quelli che dispensano pacchi di alimentari per i poveri, italiani ovviamente.

A sostenere l’ardita suggestione, in tempi rinnovati di lotta antifascista, almeno nello stretto recinto del centrosinistra, è il senatore democratico Bruno Astorre: “So’ fascisti, è vero, ma tante volte dovremmo imitare CasaPound per il loro modo di stare in mezzo alla gente”.

Testuale.

Dentro il Pd, Astorre non è un peone qualunque. Anzi, a fine mese rischia persino di diventare segretario regionale del Lazio. In attesa delle primarie, il neo fasciodem, in senso poundiano, è infatti primo nella consultazione tra i circoli del Pd. Astorre è sostenuto da Dario Franceschini e Nicola Zingaretti e al solito non sono mancate le polemiche sui tradizionali pacchetti di tessere “comprate” per rimpinguare il bottino di voti ai danni del candidato di Matteo Orfini, Claudio Mancini.

Anche per questo, allora, l’esternazione astorriana sull’esempio fascista da seguire ha scatenato un putiferio di reazioni, a partire dal suo sfidante Mancini che l’ha messa così: “A forza di essere subalterni agli argomenti della destra si finisce per parlare bene di CasaPound”.

E così all’incauto senatore è toccato mettere una pezza alla sua frase, pronunciata martedì sera in un incontro nella natìa Viterbo. La replica, a dire il vero, è un tentativo malriuscito di giustificarsi: “Va detto che il mio ragionamento è stato evidentemente più ampio e articolato e che la mia iperbole su CasaPound era da incorniciare con virgolette enormi. Considero CasaPound un’organizzazione nazi-fascista, che andrebbe chiusa e messa al bando perché è una fabbrica di odii, dall’antisemitismo alla xenofobia in un brodo di sottocultura che si muove sulle paure sociali”.

Epperò, ribadisce: “Il mio riferimento era relativo alla presenza quotidiana tra le persone. Il Pd ha dato troppo l’impressione di andare col cachemire e meno con le scarpe impolverate a fianco delle persone”.