“Per noi l’Africa vale più dell’asse con i Paesi dell’Est”

Mentre parla di tribù libiche e di strategie globali per gestire il tema delle migrazioni, Marco Minniti si anima. Martedì prossimo presenterà il suo libro, Sicurezza è libertà, una sorta di “Romanzo Viminale”, nel quale racconta non solo gli anni al governo, ma anche tutto quello che li ha preceduti, dall’esperienza di essere il primo comunista ai Servizi segreti, all’incontro con Gheddafi. In quell’occasione dovrebbe sciogliere la sua riserva sulla candidatura alla segreteria del Pd. Sono gli ultimi giorni e di quello che potrebbe essere il suo futuro preferisce non parlare. Il passato, invece, è ben presente. E in questi giorni, pure molto attuale: il 12 e 13 novembre c’è la Conferenza sulla Libia, a Palermo.

Quali sono le attese realistiche per la conferenza sulla Libia?

Il mio auspicio è che serva a correggere un errore di impostazione che c’è stato in questi 5 mesi, riportando la questione indietro di un anno sui flussi migratori. Dovrebbe riuscire a rilanciare il rapporto tra Africa e Europa. Perché lì si giocano 3 grandi sfide: la sicurezza con i foreign fighters di ritorno; il terrorismo africano e il governo dei flussi demografici. Con la presenza in Libia di Oim e Unhcr ci sono stati i primi corridoi umanitari, circa 1000 persone sono state messe nelle condizioni di poter essere accolte come rifugiati e sono stati fatti 25mila rimpatri volontari assistiti. La mia preoccupazione è quel modello possa rinsecchire.

Quel modello aveva più di qualche controindicazione, visto che i centri sono stati paragonati a lager.

Le condizioni dei centri in Libia sono inaccettabili. Ma è così da 20 anni. E ora le agenzie dell’Onu se ne possono occupare invece che da Tunisi, da Tripoli. Non è poco, anche se questo non ha risolto il problema di colpo.

Si è detto che lei i trafficanti li pagava.

Queste cose le abbiamo sempre smentite. Ma ribadisco che si era costruito un modello: mi auguro non venga mandato a carte quarantotto. Le tensioni dentro l’Europa hanno indebolito il ruolo dell’Italia in Africa, costruendo un’alleanza innaturale con i Paesi di Visegrad, che sono interessati alla rotta balcanica.

La data del voto in Libia è una delle questioni di cui si è discusso in questi mesi.

La stabilizzazione della Libia passa per un orizzonte elettorale, che va concordato con i libici. L’Italia a un certo punto ha dato l’impressione che questa data fosse stata spostata sine die. Il punto è lavorare per costruire a un percorso che porta al voto. Non so se il rappresentante dell’Onu intenda lavorare su una grande assemblea delle tribù libiche. Qualora lo facesse, gliene parlai la prima colta che ci siamo incontrati. Una grande assemblea è un elemento di stabilizzazione: le tribù sono un soggetto primario della tenuta in Libia. In qualche modo, un tessuto connettivo. E dobbiamo sapere che su tutto ciò che accade lì la comunità internazionale ha una pesantissima responsabilità: essere intervenuta militarmente senza un progetto per il futuro della Libia. E questo non vuol dire che ho nostalgia per Gheddafi.

Alla Conferenza di Palermo ci saranno sia il presidente libero Serraj sia il generale Haftar. Il vostro governo ha sempre puntato ad avere un rapporto privilegiato con Serraj. Non è stato un errore?

Abbiamo avuto rapporto con Serraj per una ragione semplicissima: non si poteva non firmare un accordo con lui perché era rappresentante della comunità internazionale. E la Tripolitania era un punto chiave per la questione migranti. Abbiamo avuto un rapporto altrettanto forte con Haftar, mantenuto un rapporto con Misurata e poi con il Fezzan. L’Italia interloquiva con tutti.

Come si spiega lo stallo sulle nomine ai Servizi segreti? Quest’estate è stato avviato l’avvicendamento ai vertici del Dis e dell’Aise, ma i successori di Pansa e Manenti non sono mai stati individuati.

Non sta a me parlarne. Ma mi preme ricordare un dato: la proroga di un anno fatta dal governo Gentiloni dopo le elezioni è stata fatta sulla base di una larghissima convergenza nel Copasir, oltre la maggioranza di allora. Il Copasir era guidato dall’opposizione, dal leghista Stucchi.

La Corte dei Conti: “Non punibili le frodi con le fatture false”

Valutare la costituzionalità dell’aliquota del condono al 20%, considerare la non punibilità delle frodi effettuate con fatture false e tenere presente il pericolo di fuga dei contribuenti dopo il pagamento della prima rata. Sono le osservazioni fatte in audizione dalla Corte dei conti sul decreto fiscale. Tre rilievi non da poco che vanno a impattare sui temi più discussi del provvedimento varato dal governo gialloverde. Come anticipato da Il Fatto i giudici contabili fanno notare il pericolo di non punibilità delle frodi secondo la formulazione del comma 9, osservando anche le “difficoltà di applicazione” della norma in assenza “di un meccanismo di disclosure”. Altra pesante annotazione riguarda l’imposta al 20%, “ontologicamente inferiore a quella che il contribuente avrebbe pagato alle scadenze ordinarie”. È poi possibile – ha detto il presidente Angelo Buscema – che “il pagamento della sola prima rata sia utilizzato per fruire dei benefici e per procrastinare gli atti di riscossione” rischiando di vedere svanire le prospettive di incasso perché, come già successo con il condono tombale del 2002, ci possono essere i furbetti che pagano la prima rata per far scattare la sanatoria salvo poi non pagare più.

“Vengo dai piani bassi. Grillo? A nessuno interessava e così hanno mandato me”

Alla direzione del Tg1 c’è il milite ignoto.

Ho detto a tutti che sono il Signor Nessuno. E tutti hanno scritto che sono il Signor Nessuno.

Con qualche comprensibile aderenza alla realtà.

Ma assolutamente sì, non devo nemmeno aggiungere altro.

Giuseppe Carboni, direttore senza un perché.

Mi sento in un frullatore.

Mi sento in un tritacarne.

Anche in un tritacarne.

Il Tg1 certo è una rogna. È così influente, così osservato, così giustamente ambizioso. Gli italiani alle otto di sera non cenano se non è accesa la tv. Diciamocelo: c’è un solo telegiornale.

Rispetto massimo per i colleghi e non mi metto certo a parlare con te di ciò che dirò a loro.

Questo è giusto.

Ma assolutamente!

Il nuovo direttore è sempre oggetto di attenzioni parossistiche, financo compulsive. Con te anche di più. La domanda è sempre la stessa: ma chi diavolo è questo Carboni?

Tu hai scritto di conoscere meglio la Paterniti (neodirettrice del Tg3 ndr). Chiedi a lei chi sono.

Chiedo a te e faccio prima.

Vengo dai piani bassi del giornalismo.

Mi verrebbe da fare questo titolo: Tg1, la classe operaia va in Paradiso.

Nasco in una radio privata, ho fatto tanta gavetta. Non credere chissà cosa, adesso. Sono stato un precario storico, ho quarant’anni di Rai alle spalle e la copertura di ogni ruolo. Da quello ordinario fino al più nobile. Ho raccontato tanto.

I grillini credono molto in te.

Tu dici?

Ho letto che hai seguito alla perfezione la traversata di Grillo tra Scilla e Cariddi, quella nuotata che diede l’abbrivio alla Storia, come ci ha ricordato Di Maio.

Magari mi hanno mandato a seguire Grillo perché non c’era nessuno a cui fregasse granché della cosa.

Sei molto modesto, e questo ti fa onore. Però ci deve essere una connessione sentimentale sconosciuta con i Cinquestelle, altrimenti Carboni restava dov’era, ai piani bassi della redazione.

E che ne so io? Chiedilo a qualcun altro, non certo a me.

Perdona se ora mi sorge un altro dubbio.

Clic.

La Rai senza l’opposizione? No, è la vecchia lottizzazione

“Per la prima volta nella storia le opposizioni non hanno neanche un direttore di Tg”. Parola di Michele Anzaldi, segretario della commissione di Vigilanza Rai, Pd. Anzaldi, per capirsi, è quello che Matteo Renzi chiama per primo quando serve lanciare una campagna sui social e quindi rappresenta solo la punta dell’iceberg della propaganda renziana.

Sarà proprio così? In realtà, se c’è un appunto da fare alle nomine di Giuseppe Carboni al Tg1, Gennaro Sangiuliano al Tg2 e Giuseppina Paterniti al Tg3, è il rispetto della sana tradizione italica, un po’ come la pastasciutta: uno al partito di maggioranza relativa, uno al suo alleato di governo e il terzo in quota opposizione. Giuseppina Paterniti, ad esempio, è definita in Rai come una “di sinistra solida”, un passato nel sindacato, un lungo precariato (come anche Carboni), vicedirettrice della TgR, i tg regionali un libro-intervista con Romano Prodi dal titolo inequivocabile: Una nuova anima europea. “Ora non sopportano che l’abbiano scelta i grillini” ci dice la fonte Rai, “ma quando aveva la vicedirezione del TgR era in quota sinistra”. La tripartizione quindi è rispettata: Carboni in quota M5S, Sangiuliano in quota Lega (con tripudio di Libero di cui è stato vicedirettore) e Paterniti proveniente dalla sinistra ma anche dal sindacato. Che infatti augura solo un “in bocca al lupo” ai tre direttori compiacendosi per le nomine interne. L’unica differenza è che Anzaldi non è stato informato prima.

“Almeno non siamo nel monocolore renziano”, dice soddisfatto la nostra fonte che non vota M5S. Perché la cosa buffa è che in tanti anni di storia della Rai, solo il Pd è riuscito a occupare tutti e tre i Tg. Sicuramente con Mario Orfeo e Bianca Berlinguer al Tg1 e Tg2 e con Marcello Masi, poi sostituito da Ida Colucci, al Tg2. Espressione di una maggioranza che imbarcava un pezzo dell’ex Forza Italia, come Angelino Alfano.

Nemmeno Silvio Berlusconi era arrivato a tanto. Durante i suoi governi, nel 2001-2006 e poi 2008-2011, le triadi sono: Clemente Mimun al Tg1, Mauro Mazza (An) al Tg2 e Antonio Di Bella, pedigree di sinistra, al Tg3 e oggi a RaiNews. Quando ritorna al potere, l’ex Cavaliere forma una nuova triade: Augusto Minzolini, Mario De Scalzi (ex Mediaset) al Tg2 e Bianca Berlinguer in quota al Pd di Pier Luigi Bersani. Origine che poi, durante il governo Renzi, le costerà la cacciata da parte del governo anche se dopo sette anni di direzione. La triade era stata garantita dal governo Prodi nel 2006 con Gianni Riotta, ulivista convinto, ancora Mauro Mazza e di nuovo Antonio Di Bella (che peraltro sembrerebbe confermato oggi a RaiNews). Uno schema immutabile con il corollario di gestione dall’alto e cacciate esemplari. Senza scomodare “ l’editto bulgaro”, che comunque apre una strada ben battuta dopo, Si può facilmente ricordare la fuoriuscita di Massimo Giannini da Ballarò, di Massimo Giletti, la cui Arena cancellata da Rai1 continua ad avere successo su La7 fino a Milena Gabanelli a cui, di fatto, si chiedeva di scaldare una sedia senza utilizzare quello che davvero sapeva e voleva fare, rilanciare l’informazione online della Rai.

Ma che dire del passato? Gad Lerner, direttore per tre mesi nel 2000, cacciato per una vicenda di immagini pedopornografiche, andò in onda ricordando come il presidente della commissione di Vigilanza, Mario Landolfi di An in un pranzo gli aveva passato un bigliettino dicendo: “Ci sarebbe una persona da sistemare”.

La stessa Berlinguer che quando lascia la direzione del Tg3 non può non ricordare “le pressioni sgraziate e gli attacchi sguaiati” ricevuti dal Pd di Renzi. Il rigido controllo politico ha consentito anche il “tg-mercato” con direttori spostati da un Tg all’altro. Mimun prima di dirigere il Tg1 dirigeva il Tg2, Mario Orfeo idem. Un curriculum analogo lo ha anche Andrea Giubilo che sostituisce Sandro Curzi cacciato dalla Rai “dei professori” e poi assume l’interim al Tg1 nel 2009 prima dell’arrivo di Minzolini. Alla fine degli anni 80 la triade era rigorosamente Dc, Psi e Pci. Poi il bipolarismo ha creato degli squilibri, ma senza alterare lo schema. Ribadito anche oggi, la nomina politica dei Tg.

Patuelli (Abi): “Noi, compratori di Btp Attenzione a spread”

Il governo non può rimanere indifferente al permanere di un elevato livello di spread per gli effetti che ha sulle banche e a cascata sulle famiglie, sulle imprese e quindi sull’intero Paese. Gli istituti di credito sono i principali compratori di titoli di Stato, quindi non bisogna indebolirli. Anche per questo non bisogna aumentare le tasse sul settore creditizio. Il monito arriva dal presidente dell’Associazione bancaria italiana, Antonio Patuelli, nel corso del suo intervento alla 94ª giornata del risparmio organizzata dall’Acri. “Non si può essere indifferenti agli andamenti dello spread e dei mercati e alle conseguenze su conti pubblici, imprese e famiglie”, ha detto Patuelli che poi si è chiesto “cosa sarebbe successo o succederebbe se le banche in Italia detenessero pochi o punti titoli di Stato? A quanto arriverebbe lo spread? E con quali conseguenze per lo Stato, le imprese e le famiglie?”. Indebolire le banche in Italia per Patuelli significherebbe anche indebolire i principali acquirenti di titoli di Stato italiani che avverte: “Gli isituti di credito continuano a detenere e sottoscrivere titoli di Stato nonostante lo spread che riduce il valore dei titoli di Stato e conseguentemente il patrimonio delle banche”.

Tav e Terzo valico, i veri dati dietro i due pesi e misure

Il ministro dei Trasporti, Danilo Toninelli, è in una posizione difficile. Non ha ancora pubblicato l’analisi costi-benefici sul Terzo Valico – conclusa dalla task force di esperti economisti nominata al ministero – che non offre appigli per salvare l’opera. Ma i lavori andranno avanti lo stesso per accontentare la Lega. Il M5S vuole però almeno fermare il Tav Torino-Lione, la cui analisi è appena iniziata (finirà quasi certamente con una bocciatura) ma è già partito il fuoco di fila di industriali, sindacati e politici bipartisan a colpi di bufale sulla reale utilità e i costi di uno stop. Come stanno davvero le cose?

I costi. 1) Tav. Secondo il commissario governativo per la Torino-Lione, Paolo Foietta, che serve lo Stato come lobbista del tunnel, fermare il Tav costa “4 miliardi, più dei 2,9 miliardi che ci servono per finirlo”. Non è vero. Finora sono stati spesi 1,4 miliardi. Per Foietta, con lo stop, Ue e Francia ci chiederebbero indietro il miliardo speso, poi si perderebbero gli 813 milioni di ulteriore finanziamento europeo. Premesso che non esistono “penali”, come Foietta ha finalmente ammesso (nessun grande appalto è stato assegnato), gli accordi bilaterali non prevedono alcuna clausola che compensi le spese per lavori fatti dall’altra parte sul proprio territorio. Non si capisce poi come un finanziamento Ue mancato si possa considerare una spesa. In ogni caso, andare avanti costerebbe all’Italia almeno 3 miliardi (il 35% del costo previsto per il tunnel, 8,6 miliardi, secondo il costruttore italo-francese Telt), più i 2 per il collegamento finale al tunnel da parte italiana: 5 miliardi per un’opera inutile.

2) Terzo Valico. “Credo che lo stato di avanzamento sia tale che bloccarlo costerebbe più che mandarlo avanti”, ha spiegato Toninelli nel nuovo libro di Bruno Vespa (sic). La realtà è più complessa. Finora per la linea ferroviaria di 53 km – essenzialmente merci – che dovrebbe collegare Genova e il suo porto alla Pianura Padana (arriva a Tortona, passando per Novi Ligure) sono stati spesi 1,5 miliardi. È stato concluso il 30% dei lavori. Toninelli ha scoperto che, sotto l’occhio vigile del predecessore, Graziano Delrio, il consorzio Cociv (Salini Impregilo, Condotte e gruppo Gavio) si è mosso con una rapidità impressionante, avanzando con più talpe per scavare le gallerie e aprendo cantieri multipli. In questo modo i costi per fermare i lavori sono lievitati. A questi si aggiungono le penali per la rescissione dei contratti. È l’appiglio che verrà usato per giustificare un via libera che le reali stime di traffico suggeriscono invece di evitare.

L’utilità. 1) Tav. Secondo Confindustria Piemonte fermarlo “condannerebbe la manifattura italiana a 200 anni di marginalità”. Le merci però non cercano la ferrovia ma la evitano. Le stime di traffico non giustificano l’opera. Pochi mesi fa Foietta ha ammesso che quelle su cui sono stati firmati i trattati erano sballate, ma “in buona fede”. Tra Francia e Italia passano circa 42 milioni di tonnellate di merci ogni anno, solo 3,9 via treno. La linea ferroviaria che passa per il traforo del Frejus è sottoutilizzata e prevedere, come si è fatto negli studi preliminari, 15 milioni di tonnellate di merci su rotaia non è realistico. Il solo modo per ottenerlo – come auspicava l’accordo italo-francese del 2012 – è aumentare i pedaggi sull’autostrada del Frejus. Oppure dirottare di 200 chilometri il traffico di Ventimiglia, da dove passa il grosso del traffico merci su strada. Confindustria lo sa che per fare il Tav i costi di trasporto su gomma saliranno?

2) Terzo valico. Per la Lega è indispensabile. Toninelli è invece consapevole che l’analisi costi-benefici la boccia senza appello, anche solo per i costi necessari a finirla (4,7 miliardi) e anche considerando che il tratto già fatto non potrà essere collegato alla linea esistente per le differenze di altitudine delle gallerie. Sull’utilità dell’opera i numeri sono impietosi. Non a caso nel 2014 fu Mauro Moretti, capo delle Ferrovie, a definirla inutile: “Da Genova a Milano è giusto che le merci vadano in camion. In nessun altro Paese per fare 150 chilometri si va con le ferrovie”. Già in passato le analisi indipendenti, seppur con dati parziali, avevano bocciato l’opera.

Il Pil fermo frena anche il lavoro

La frenata che il Pil italiano ha subito nel terzo trimestre di quest’anno si è inevitabilmente abbattuta sul mercato del lavoro. A certificarlo sono i dati di settembre, mese in cui gli occupati – dice l’Istat – sono diminuiti di 34 mila rispetto ad agosto. Cifra data dai 77 mila posti stabili in meno e dai 27 mila precari in più (anche gli autonomi sono cresciuti di 16 mila). I disoccupati, cioè quelli che cercano attivamente un impiego, sono invece saliti di 81 mila arrivando a 2,6 milioni anche grazie al calo degli inattivi.

Considerando tutto il periodo che va da luglio a settembre, si può dire che il numero di occupati nel nostro Paese sia rimasto invariato rispetto al trimestre precedente. La somma zero è data anche qui dalla combinazione dei due fattori. I contratti a termine hanno proseguito con la rapida ascesa – più 98 mila tra luglio e settembre 2018 – mentre tra i rapporti a tempo indeterminato si è registrato l’ennesimo crollo: meno 85 mila nello stesso periodo. L’approvazione a luglio del decreto Dignità, almeno per il momento, non ha bloccato l’esplosione del precariato. Anche perché ad agosto la conversione in legge lo ha in parte congelato creando un regime transitorio che ha permesso il rinnovo dei contratti a tempo determinato già in vigore senza l’applicazione di alcune restrizioni; quindi era possibile reiterarli senza causale e superando i cinque rinnovi e i 24 mesi, ma restava l’aumento dello 0,5% sui contributi. Ricapitolando, le nuove norme approvate dal governo finora hanno potuto incidere poco e solo da oggi in poi potremo valutarne davvero gli effetti. Il periodo ponte è scaduto ieri: da adesso il decreto si applica per intero. Capiremo, quindi, se avranno ragione i critici che prevedono un aumento del turnover e una riduzione dell’occupazione, o il governo che spera di innescare una crescita del lavoro stabile.

Ben più incisivo, nel terzo trimestre, è stato il rallentamento generale dell’economia. A settembre il mercato del lavoro ha di fatto disperso i progressi che aveva fatto ad agosto, quando il tasso di occupazione aveva raggiunto il 59% e così superato il picco pre-crisi. Questa volta si è fermato al 58,8% con la disoccupazione che invece è tornata a due cifre (10,1%). Il calo mensile ha colpito soprattutto la fascia tra i 35 e i 49 anni, che ha perso 55 mila occupati rispetto ad agosto; gli over 50 mostrano invece un aumento di 22 mila unità, consueto lascito dell’aumento dell’età pensionabile. Ragionando in termini annuali, a settembre 2018 abbiamo 207 mila occupati in più rispetto allo stesso mese del 2017, frutto dell’aumento di 368 mila precari e del calo di 184 mila stabili. Ora che entra in scena a pieno regime il dl Dignità si vedrà se e come sarà invertita la tendenza. Il Pd, però, ha già addossato i cattivi risultati di agosto alle scelte del governo. Un’osservazione singolare, dato che gli stessi dem avevano attribuito al Jobs act i meriti dei buoni risultati di agosto, quando il decreto Dignità era parzialmente in vigore, con le stesse norme applicate a settembre. Per Di Maio “I dati sono l’ultimo colpo di coda del jobs act”.

Via i soldi al Coni, Giorgetti va avanti: la bozza non cambia

La riforma dello sport va avanti: anche nell’incontro col presidente Malagò, Giancarlo Giorgetti ha ribadito l’intenzione di ridimensionare i poteri del Coni. La manovra prevede di togliere il 90% delle risorse al Comitato olimpico, cancellare la Coni Servizi e creare una nuova partecipata statale (“Sport e salute spa”), direttamente alle dipendenze del governo, che controlli tutti i soldi, compresi quelle delle Federazioni. Il sottosegretario prova a stemperare i toni (“nessuna rivoluzione, semplice volontà riformatrice”) ma il cambiamento sarebbe epocale per tutto il sistema e infatti c’è grande fibrillazione al Foro Italico: Malagò parla di “mossa di natura politica” di cui “non si sentiva il bisogno”. Ieri i due si sono incontrati, nel vertice a Palazzo Chigi il capo del Coni ha mosso dei rilievi e auspicato delle modifiche, in vista della prossima discussione parlamentare, senza però trovare grandi aperture da parte del sottosegretario. Intanto però il provvedimento, che lunedì era ancora in fase di valutazione, è confermato anche nell’ultima bozza di manovra bollinata dalla ragioneria dello stato: e il testo non è cambiato di una virgola.

Per Anm “è un primo passo positivo”. I penalisti: “Inaudito”

L’associazione nazionale magistrati esprime cauta soddisfazione per la norma Bonafede sulla sospensione della prescrizione: “È un primo passo per evitare che gran parte del lavoro dei tribunali sia di fatto inutile – ha detto il presidente dell’Anm Francesco Minisci – ma è solo un primo passo che rischia di diventare inefficace se non sarà accompagnato da interventi finalizzati ad accelerare lo svolgimento dei processi, perché le lungaggini sono uno dei maggiori mali del nostro sistema”. Molto negativo invece il parere delle Camere Penali. La giunta UCPI, dopo aver preso visione del testo dell’emendamento, ha parlato di una “riforma di gravità inaudita”. E dichiara “lo stato di agitazione dei penalisti italiani”. “Tale abnorme emendamento – sostiene UCPI – nemmeno distingue tra sentenza assolutoria e sentenza di condanna, in spregio manifesto dei principi del giusto processo e della sua ragionevole durata sanciti dall’art. 111 della Costituzione”. I penalisti, peraltro, “prendono atto con sollievo della presa di distanza” da parte della Lega di Matteo Salvini.

Il decreto Genova è fermo: alla Camera liti su condono e fanghi (e quasi rissa)

Dall’impassealla rissa il passo è breve. Il percorso di conversione del decreto Genova in vigore dal 28 settembre si rivela lento e accidentato. Il muro contro muro alla Camera tra governo e Pd è sfociato ieri sera in un confronto molto acceso tra alcuni deputati di FdI e altri dem scesi dai banchi, sedato dai commessi e da Guido Crosetto. Il Pd è evidentemente intenzionato a non demordere dai propositi di ostruzionismo fino a quando il Governo non farà marcia indietro sul condono per Ischia e sull’articolo che autorizza lo sversamento di fanghi con idrocarburi e altri inquinanti nei campi. Rimangono 4 settimane di tempo, ma dopo aver esaminato gli emendamenti ai 46 articoli che compongono il provvedimento, sarà necessario passare agli ordini del giorno sul decreto, e in quella sede l’opposizione potrebbe ulteriormente rallentare l’iter. E dopo la bocciatura della Camera, arrivata ieri sera, dell’ultimo emendamento, l’intesa si fa ancora più lontana.