Province alle urne: sindaci e consiglieri eleggono il presidente, forfait dei 5 Stelle

Ai più distratti sembrerà di essere tornati indietro di qualche anno: 61 province al voto – tra cui Arezzo, Parma, Verona, Ancona e Salerno –, centrodestra e centrosinistra che si sfidano nel più tradizionale dei bipolarismi. È il ritratto delle elezioni provinciali di ieri, che hanno rinnovato 47 presidenti e 27 consigli in ciò che rimane negli enti territoriali svuotati dalla riforma Delrio del 2014 e rimasti nel limbo dopo la bocciatura del referendum costituzionale renziano.

I risultati definitivi arriveranno oggi, ma l’anomalia delle consultazioni è evidente ancor prima dello spoglio. Lontano dalla retorica che da anni le dà per abolite, le province sopravvivono, ma non passano più dalla scelta dei cittadini. Sono infatti sindaci e consiglieri comunali a votare per i presidenti e per il consiglio della provincia di riferimento (per i quali non è prevista alcuna indennità di carica), riflettendo quindi maggioranze e volontà popolari vecchie anche di tre o quattro anni.

Il paradosso è che Lega e Movimento 5 Stelle, che in una consultazione alle urne avrebbero fatto man bassa di poltrone, escono pressoché a mani vuote da queste elezioni. Da tempo i grillini hanno deciso di non partecipare alla competizione, rinunciando sia a presentare propri candidati sia ad esercitare il diritto di voto, in polemica con il sistema delle elezioni di secondo livello (“politici che votano altri politici”, accusano dal Movimento) e consapevoli che, anche volendo, la loro scarsa capacità di penetrazione nei Comuni avrebbe consentito al massimo l’elezione di un paio di presidenti di provincia.

E così la sfida è stata tutta tra centrodestra e centrosinistra, forte di quei successi alle urne non ancora spazzati via dalla crisi del Pd e dall’ondata populista. In Toscana, per esempio, stanno crollando molti fortini dem – da Pisa a Siena, passando per Massa e Livorno – ma il centrosinistra può ancora contare sulla maggior parte dei Comuni – che magari andranno al voto per il sindaco tra uno o due anni – e così ha potuto piazzare i suoi candidati nelle Province.

Vittorie simboliche, tenuto conto che gli enti non hanno più l’importanza di una volta, ma comunque non del tutto irrilevanti. Alle Province sono stati tolti fondi e personale – dirottato nei Comuni e nelle Regioni –, ma conservano la competenza su temi delicati come la gestione delle scuole superiori (2,5 milioni di studenti sparsi in oltre 5mila istituti), delle strade provinciali (100mila chilometri di rete) e di alcune questioni ambientali. “Il ruolo del presidente della Provincia – spiega Achille Variati, presidente dell’Unione delle Province d’Italia (Upi) – è ormai più quello guidare il confronto tra i sindaci della zona”.

Con qualche caso particolare. In Lombardia, per esempio, mettere le mani sulle province di Varese, Bergamo, Brescia, Sondrio, Como e Lecco significa aver voce in capitolo sulle nomine del Comitato centrale di beneficenza di Fondazione Cariplo, che a sua volta esprime il presidente della Fondazione. La scelta è decisiva, se si pensa che Cariplo, tra le altre cose, controlla l’1,6 per cento di Cassa Depositi e Prestiti e finanzia ogni anno un migliaio di progetti sul territorio per un totale di circa 160 milioni di euro, buoni a portare posti di lavoro e consenso.

Niente male per una carica svuotata, in attesa che le cose cambino: “Auspico una nuova riforma – dice Variati – non per tornare indietro, ma per restituire fondi e dignità alla Provincia e per riconoscere un presidente che dovrebbe restare un coordinatore dei sindaci e non un’istituzione sovraordinata. E che magari sia scelto dai cittadini”.

Per il momento però la confusione regna sovrana: alcune Province che ieri hanno votato per il presidente eleggeranno i consigli soltanto ad anno nuovo – nonostante le richieste di un election day da parte dell’Upi – con l’assurda conseguenza che i nuovi presidenti potrebbero intanto ritrovarsi maggioranze dello schieramento politico opposto in consiglio. In attesa che poi, il prossimo maggio, ci sia un nuovo turno di amministrative, giusto in tempo per ribaltare le maggioranze nei Comuni e screditare ulteriormente i risultati del voto di ieri. Miracoli di una riforma incompiuta.

Sicurezza, 70 voti segreti. La fronda 5 Stelle non molla

Per dirla in gergo – visto il successo delle metafore belliche nel dibattito gialloverde dei giorni nostri – la “battaglia” è rinviata a lunedì, giorno in cui il decreto Sicurezza arriverà a Palazzo Madama per il suo primo passaggio nell’aula del Senato. Ed è lì che gli oppositori del governo proveranno ad alzare la trincea per la truppa – scarna ma decisiva – dei senatori Cinque Stelle che non gradiscono il decreto. Settantuno voti segreti. Tante sono le possibilità – a meno che non arrivi la scure della fiducia – che qualche pezzo della futura legge venga giù.

Il pacchetto di norme, per lo più dedicate all’immigrazione, su cui Matteo Salvini vuole affiggere il suo nome, come noto, sta funestando le giornate dei “contrattisti” del governo Conte.

Luigi Di Maio, per convincere i cinque senatori che chiedono modifiche al decreto è arrivato a scomodare la testuggine romana. E da un paio di giorni minaccia una assemblea congiunta dei parlamentari che rimetta in riga l’esercito scomposto. Rinviata a data da destinarsi, è l’ultimo aggiornamento, visto che l’esame del decreto Genova ha tenuto impegnati fino a sera i deputati del Movimento.

Però, anche senza assemblea, chi è contrario al testo non ha smesso di farlo sapere, soprattutto dopo che l’esame in commissione Affari costituzionali, ieri, si è chiuso con il parere negativo del governo a tutti gli emendamenti non concordati presentati dagli eletti Cinque Stelle.

Così, la richiesta di 71 voti segreti che sarà presentata dai senatori del Partito democratico può diventare l’arma con cui far emergere il dissenso. La possibilità di “schermare” le votazioni è prevista dal regolamento del Senato, visto che una serie di norme del decreto vanno a toccare articoli della Costituzione che riguardano i rapporti civili ed etico-sociali.

Giusto a titolo esemplificativo: l’ipotesi di trattenimento in centri di permanenza per i rimpatri dei migranti considerati pericolosi per l’ordine pubblico anche in assenza di una sentenza definitiva incide sull’articolo 27 della Carta, secondo cui nessuno è considerato colpevole fino al terzo grado di giudizio. Oppure le nuove norme sulla revoca della cittadinanza insistono sul precetto costituzionale numero 22, che ne vieta la perdita per motivi politici. O ancora, le modifiche al gratuito patrocinio hanno a che vedere con l’articolo 24 e l’inviolabile diritto alla difesa.

Come si arriverà alla prova di lunedì ancora non è chiaro. Salvini ieri ha parlato di una “maggioranza compatta”, ma il suo sottosegretario Nicola Molteni non ha escluso che il governo possa ricorrere alla fiducia. L’aria che tira nella fronda grillina è tutt’altro che serena.

E se Gregorio De Falco auspica “modifiche in aula” e invoca “libertà di coscienza” sui temi etici e civili, Matteo Mantero – solitamente assai cauto – va giù pesante: “Luigi ha usato la metafora della testuggine romana, ma l’Impero Romano è crollato non perché qualche legionario si è sfilato dalla testuggine, ma perché i soldati romani sono stati sostituiti da mercenari. Per avere donne e uomini che combattono per una causa comune e non mercenari è necessario avere valori comuni e un percorso di costruzione collettivo, bisogna aumentare la condivisione e la consapevolezza di quello che sta accadendo. Bisogna aumentare il dialogo e non azzerarlo”.

Immediato il like della collega Elena Fattori. Tace Virginia La Mura che pure è firmataria degli emendamenti. La campana Paola Nugnes, invece, non si sottrae: “Questo governo ha il dovere di portare avanti il programma, che non può essere stravolto e tradito radicalmente come sta avvenendo con questo decreto, anche perché le ripercussioni sulla vita di tutti saranno gravi”.

Il M5S blocca la prescrizione ma la Lega è “molto perplessa”

“Preoccupazione e sconcerto”, “Stato di polizia”, “violazione costituzionale”, “logica manettara”. In Parlamento c’è un’ola che unisce (in modo ormai non inconsueto) Pd e Forza Italia. Il tema che sconvolge gli onorevoli dem e azzurri è la prescrizione.

I Cinque Stelle hanno presentato una norma che ne sospende i termini dopo le sentenze di primo grado. Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede l’aveva annunciata più volte, ieri è stata proposta come emendamento al ddl Anticorruzione (in commissione Giustizia alla Camera) dai due relatori grillini, Francesca Businarolo e Francesco Forciniti.

Nella forma è solo un comma che modifica l’articolo 159 del codice penale: “Il corso della prescrizione rimane altresì sospeso dalla pronunzia della sentenza di primo grado (…) fino alla data di esecutività della sentenza che definisce il giudizio (…)”. Nella sostanza invece può essere la fine di un’epoca: quella che ha segnato la seconda parte del ventennio berlusconiano, quando una delle leggi ad personam cucite sulle esigenze del Cavaliere – la Cirielli, anno 2005 – ha trasformato la prescrizione in uno strumento micidiale nelle mani degli avvocati per far estinguere i processi. Quella legge era stata superata l’anno scorso con la riforma Orlando (ex Guardasigilli proprio del Pd) che sospende la prescrizione, ma per un periodo massimo di 18 mesi sia dopo la condanna in primo grado sia dopo la condanna in appello. La norma Bonafede invece riguarderebbe tutte le sentenze – anche di assoluzione – e cancellerebbe ogni residuo vincolo temporale.

Il problema, per i Cinque Stelle, è ancora la Lega, che ha scelto la prescrizione come ultima frontiera dello stato di tensione permanente nella maggioranza. A Matteo Salvini la norma non piace, e gli piace ancora meno il modo in cui è stata introdotta. L’ha fatto sapere tramite il suo capogruppo alla Camera, Riccardo Molinari: “Abbiamo forti perplessità. L’emendamento è stato presentato dai relatori, non è concordato a livello di governo, non è passato dal Consiglio dei ministri e ci riserviamo di fare valutazioni. Ne discuteremo, come sul resto del provvedimento”.

Una reazione che arriva in serata e gela lo stesso Buonafede, che si era esposto in tv, a Otto e mezzo, pochi minuti prima: “Non mi risulta che ci siano mal di pancia della Lega e non so perché dovrebbe averli, visto che sulla prescrizione il contratto di governo è molto chiaro”. Vero? Nì. Il documento su cui si bassa il patto Salvini-Di Maio cita esplicitamente la “necessità di una efficace riforma della prescrizione dei reati”, ma si ferma lì, senza specificare quale sia la misura.

Dunque Salvini è “fortemente perplesso”, e batte un colpo, rispondendo anche alla chiamata di Forza Italia. Tra i tanti parlamentari azzurri allucinati per il “golpe” grillino in commissione Giustizia, più di uno – Mariastella Gelmini, Paolo Sisto, Andrea Ruggieri, Enrico Costa – si era appellato alla Lega per ammansire l’alleato di governo.

Il fatto curioso, semmai, è che a gridare allo scandalo non sono solo i berlusconiani – coerenti con la ragione sociale e la storia di Forza Italia – ma pure il partito che negli anni della legge Cirielli si trovava dall’altra parte della trincea. Sergio Bazoli, capogruppo del Pd in commissione Giustizia, si è definito “preoccupato e sconcertato” per la sospensione della prescrizione. Il deputato Stefano Ceccanti, costituzionalista, ha usato gli stessi argomenti esposti poche ore prima dalla collega Anna Maria Bernini (capogruppo azzurra al Senato): “Esiste un articolo della Carta, il 111, che garantisce la ragionevole durata dei processi. Capisco che è stato introdotto nel 1999 per cui forse il ministro Bonafede può non avere consultato una copia aggiornata”, ironizza Ceccanti. Per l’ex sottosegretario Cosimo Ferri invece è una norma semplicemente “inutile”, perché sulla materia è già intervenuta la riforma Orlando.

Le ultime statistiche sulla prescrizione sono state diffuse proprio dall’ex Guardasigilli del Pd e si riferiscono al primo semestre del 2015 (quando vigeva ancora la Cirielli): in quel periodo i procedimenti prescritti sono stati 68.098. La stragrande maggioranza si interrompe in fase preliminare (oltre 35mila), un’altra parte non arriva alla sentenza di primo grado (circa 16mila). Nel 2015 le prescrizioni che sarebbero state sospese grazie alla norma Bonafede – cioè quelle sopraggiunte dopo il primo grado di giudizio – sono 12.700 su 68.098, il 18,6%.

Insomma, l’emendamento voluto dal ministro grillino – basandoci sulle statistiche del 2015 e senza considerare gli effetti della riforma Orlando, che non sono ancora stati misurati – dovrebbe riguardare meno di un caso di prescrizione su cinque (pur sempre diverse migliaia di processi). Ma per i Cinque Stelle è soprattutto una battaglia di principio, oltreché una promessa storica agli elettori. Per mantenerla, a quanto pare, dovranno passare sulla Lega.

La farsa degli equivoci

Appassionati come siamo del teatro dell’assurdo alla Ionesco, ma anche del vaudeville francese della commedia degli equivoci, non potevamo non perdere la testa per il caso Consip. E non vediamo l’ora che cominci il processo, che si annuncia quantomai esilarante. Merito degl’impagabili sceneggiatori della Procura di Roma, eredi naturali della grande tradizione dei Flaiano, Zavattini, Age e Scarpelli. Il protagonista assoluto è un giovanotto di belle speranze di Scandicci: Carlo Russo, 33 anni all’epoca dei fatti, “imprenditore” collezionista di fiaschi (dal centro benessere subito chiuso alla vendita di medicine a domicilio, con denunce per truffa da alcuni farmacisti). Berlusconiano in gioventù, poi renziano dopo l’incontro della vita: quello con Tiziano Renzi, che fa da padrino al battesimo di suo figlio e che lui accompagna nei pellegrinaggi a Medjugorje. Voi direte: uno sfigato che si arrabatta tra un fiasco e l’altro. E invece no: Carletto Russo da Scandicci è un genio degli affari, un gigante della finanza, un drago delle pr. Fra il 2015 e il 2016 diventa intimo di Alfredo Romeo, grande imprenditore napoletano del global service che fa miliardi servendo i più alti vertici della Pubblica amministrazione.

Romeo vuol conoscere Tiziano Renzi e Carlo glielo presenta in un bar di Firenze. Romeo vuole farsi amico il nuovo ad di Consip Luigi Marroni ed entrare nell’appalto più grande d’Europa (roba da 2,7 miliardi) e Carletto si attiva. In cambio, l’imprenditore gli promette 2.500 euro al mese per lui (e poi 100 mila euro in una botta sola) e per Tiziano Renzi (30 mila euro al mese) perché crede ingenuamente che Carletto abbia dietro il babbo del premier. Sulla parola, senza neppure alzare il telefono per controllare, prima di metter mano al portafogli. Figurarsi la sorpresa nello scoprire dalla Procura che Russo era un volgare “millantatore” e “impostore”: non agiva per conto di Tiziano, ignaro dei suoi traffici su Consip, anche se a Marroni l’ha “presentato” e “raccomandato” lui; anzi prometteva di intercedere con Marroni per far vincere Romeo, e invece perorava la causa dei suoi concorrenti. “E io pago!”, direbbe Totò. Russo promette a Romeo di raccomandarlo presso l’Inps e infatti gliene porta a domicilio la direttrice generale del Patrimonio, Daniela Becchini. Così Romeo si convince che conti parecchio, grazie alla Family di Rignano: invece è solo un millantatore che riesce ad abbindolare pure l’alta dirigente Inps. Romeo vuole appalti da Grandi Stazioni Rail. E Carletto che fa? Ne incontra l’ad Silvio Gizzi, non una, ma 10 volte.

E proprio sui dettagli dell’appalto Grandi Stazioni s’informa Romeo telefonando alla segretaria mentre sta incontrando o subito dopo aver incontrato Tiziano e Carletto al bar. Ma è solo un’altra coincidenza, infatti i pm quella telefonata non la citano neppure. Ammettono che Tiziano è bugiardo, ma non si domandano che interesse avrebbe a negare di aver visto Romeo, se non ha fatto nulla di illecito per lui. La verità vera è che tutta l’Italia che conta è irresistibilmente attratta dal galoppino di Scandicci: ma per il suo fascino magnetico, non certo perché lo mandi il genitore del premier. Carletto incontra pure il governatore Pd della Puglia Michele Emiliano, per annunciargli una visita di babbo Tiziano, che spera in un aiuto per un affare immobiliare, e si presenta come rappresentante dei Renzi e del Giglio Magico. Emiliano è l’unico personaggio della nostra commedia a domandarsi: ma questo Russo sarà mica un millantatore? E gira la domanda a Lotti: “Conosci un certo Carlo Russo che sta venendo a Bari a ‘sostenermi’ dicendo che è amico tuo e di Maria Elena Boschi?”. Il sottosegretario non ha dubbi: “Lo conosciamo. Ha un buon giro ed è inserito nel mondo della farmaceutica. Se lo incontri per 10 minuti non perdi il tuo tempo”. Nemmeno Lotti, poveretto, sa che Russo è un impostore (infatti i suoi scambi di sms con Emiliano vengono ignorati dai pm). E neanche il tesoriere Pd Francesco Bonifazi, che si fa mandare via email dal millantatore un piano dettagliato per salvare l’Unità coi soldi della sua preda preferita (il solito Romeo).

Un brutto giorno la Procura di Napoli si accorge di tutti quei traffici e, ingenuamente, crede a quel che vede. Malfidati come sono, i pm Woodcock e Carrano ipotizzano financo che Russo stia commettendo reati in nome e per conto del padre del premier che l’ha raccomandato a Marroni e ha incontrato Romeo. Partono indagini e intercettazioni. Ed ecco il colpo di scena: nel dicembre 2016 i sospettati dello scandalo, avvertiti da un uccellino, smettono di parlarsi. Marroni fa persino rimuovere le microspie dagli uffici Consip. Chi li ha informati? Marroni lo dice subito al Noe: il ministro Lotti; il consulente renziano e presidente di Publiacqua Vannoni; il comandante dell’Arma, Del Sette; e il capo dei carabinieri tosco-emiliani Saltalamacchia. Ora i pm confermano la quadrupla fuga di notizie istituzionale per “aiutare gli indagati a eludere le investigazioni”. Quali indagati? L’unico che vogliono processare per gli appalti Consip: Russo. Non certo Marroni, mai indagato. Né Tiziano o Romeo, vittime innocenti delle millanterie di Carletto. Il finale dovete sceglierlo voi, ma delle due l’una. Del Sette, Saltalamacchia, Lotti e Vannoni si rovinano la carriera e la reputazione con quella soffiata per salvare dai guai non Renzi padre e dunque figlio, ma Carlo Russo da Scandicci perché: a) è un genio del male e ha fregato pure loro; b) sanno benissimo che lo manda Tiziano, ma non sanno che Tiziano è innocente; anzi, più malfidati dei pm, lo credono addirittura colpevole. In ogni caso, risate a crepapelle.

Festa oppure Festival? La kermesse del cinema di Roma è senza identità

Si sono appena spenti i riflettori sulla Festa del Cinema di Roma e la domanda che ricorre è cosa diavolo sia. Istituita per volere del Pd di Veltroni nel 2006, si chiamava “Cinema. Festa internazionale di Roma”. Obiettivo non dichiarato, sfidare la “Mostra del Cinema di Venezia”.

Seguendo la pratica tipica degli ex comunisti di cambiare nome a ogni soffio di vento, appena due anni dopo la manifestazione muta pelle e si auto-battezza pomposamente “Festival Internazionale del Film di Roma”. A fungere da presidente viene nominato il decano dei critici Gian Luigi Rondi, tipica operazione in stile compromesso storico per far contenta l’anima romana centrista e quella di sinistra. A Rondi, Pier Paolo Pasolini aveva dedicato un celebre poemetto: “Sei così ipocrita, che come l’ipocrisia ti avrà ucciso, sarai all’inferno e ti crederai in paradiso”. Passano pochi anni e viene trovato un nuovo presidente, Paolo Ferrari, ex manager della Warner, che chiama a dirigere il festival Marco Müller, il quale lascia Venezia per Roma.

È ritenuto tra i migliori esperti, ma non gli viene perdonato il placet della giunta di centrodestra, guidata da Renata Polverini. Infatti appena torna il centrosinistra, viene licenziato e di lì a poco la rassegna cambia nuovamente nome, assumendo l’attuale “Festa del Cinema di Roma”. Un ritorno agli inizi, a voler sottolineare la natura di festa più che di festival. Infatti quest’anno, per volere di Francesco Rutelli, che da ex ministro dei Beni culturali nel frattempo è stato nominato a capo dell’Anica, l’associazione dell’industria cinematografica, la rassegna è stata accompagnata da uno sfavillio di luci, suoni e installazioni in giro per la città, chiamato “Videocittà”.

Dopo una girandola di direttori che si sono alternati nel corso di un decennio, a dirigere la Festa nel 2015 è stato chiamato Antonio Monda, giornalista e scrittore, firma di Repubblica, noto per ospitare a New York un cenacolo intellettuale.

Tale capacità si è riversata nella dinamica della Festa, la quale ora, più che proiettare film, si è trasformata in passerella di star, tappeti rossi e incontri, come quest’anno è accaduto con Martin Scorsese e Michael Moore.

Nonostante il brillare, a parte il quotidiano di cui Monda è collaboratore, la maggior parte delle testate ha criticato l’impostazione di fondo, che a molti non sembra né carne né pesce.

Per gli organizzatori 3,5 milioni di budget non bastano e ora ne chiedono di più. La maggior parte è denaro pubblico. Di questi tempi non sarebbe meglio accontentarsi? Il Sole 24 Ore per la firma di Andrea Martini ha definito la rassegna appena terminata “Una festa molto yankee”, sottolineando che Monda, il quale da anni risiede a New York, sembra avere più un occhio rivolto all’America che a Roma: “Sempre più la rassegna sposa il modello salottiero… Scelte sbilanciate frutto di una malcelata casualità hanno confermato uno strabismo che stona in una rassegna metropolitana”.

Anche il Corriere della Sera, per mano del suo critico Paolo Mereghetti non cela delusione: “Evento ancora prigioniero dell’ambiguità (e dei sogni di grandeur) con cui era stato pensato”. E aggiunge: “Incontri ravvicinati o le iniziative della neonata Videocittà sembrano fatti più per portare visibilità ai loro organizzatori che non per accendere l’animo di una città che dimostra di avere la testa altrove”. Cristina Piccino sul Manifesto con una punta di perfidia si chiede: “Ma… e i film?”.

Un’identità più chiara sembra invece averla la rassegna parallela, “Alice in città”, diretta con passione da Fabia Bettini e Gianluca Giannelli.

Almeno lì si capiscono i fini: stimolare i giovani ad apprezzare il cinema, anziché deturparlo sui tablet o sui telefonini. In realtà i festival stanno invecchiando. Ermanno Olmi prima di lasciarci ebbe a definirli incapaci di “sottrarsi al mercantilismo, alle pressioni politiche e ai patteggiamenti”. Accade in politica.

La casta del cinema non è da meno.

I dolori (per il pallone) del giovane Pier Paolo

Anticipiamo la prefazione di Antonio Padellaro a “Il calcio secondo Pasolini” di Valerio Curcio, in libreria da oggi.

 

“Io abitavo a Bologna. Soffrivo allora per questa squadra del cuore, soffro atrocemente anche adesso, sempre. (…) L’attesa è lancinante, emozionante. Dopo, al termine della partita, è un’altra faccenda, ci si rassegna al risultato, o si esulta”. Quante volte recandomi allo stadio ho pensato la stessa cosa. E quante volte mi sono un poco vergognato di quell’attesa “lancinante, emozionante”: ma come, alla tua età palpitare ancora come un bamboccio…?

Quando ho letto che Pier Paolo Pasolini provava esattamente ciò che io provo (e con me provano milioni di esseri umani) l’ho ringraziato dal profondo del cuore. Così come va ringraziato Valerio Curcio che con la sua ricerca attenta, documentata, appassionata ci ha raccontato l’umanità di uno dei massimi pensatori contemporanei, nella sua forma più autentica e intima. Perché continuare a blaterare (come molti blaterano) che in fondo si tratta “solo” di una partita di calcio, è una bestemmia, un’idiozia e forse anche un crimine intellettuale (fermatemi!). A costoro direi di leggere Il calcio secondo Pasolini, prima di aprire bocca, se ciò servisse a qualcosa. Perché il tifo (o come vogliamo chiamarlo), il trasporto esclusivo, ossessivo per quei colori lì, l’avversione per quelle altre maglie là (non dirò quali), non prevede parole. Il sentimento che nel volgere di un attimo può illuminarti e poi trafiggerti, quindi trafiggerti e poi illuminarti fa parte di un’oscura e insieme radiosa cerimonia interiore che non può essere spiegata. Esiste e basta.

Però il calcio non è solo spettacolo o condivisione o emozione stando seduti sugli spalti o davanti al teleschermo. Quel gioco siamo noi, se conserviamo ancora il vigore per dare quattro calci con gli amici. Quel gioco siamo stati noi quando, da ragazzini, catapultati da un’aula polverosa, disegnavamo in un prato o per strada le linee immaginarie di un campo ideale (e perfino i pali della porta, larghi da un sasso all’altro e alti una misura immaginaria come immaginaria era la traversa).

Per quelle partite Pasolini, scrive Curcio, lasciava il set a Mosca per correre a Roma, e poi dopo scapicollarsi in aeroporto. Racconta Franco Citti che “finita l’esaltazione, il momento magico che lo faceva ritornare come un ragazzino a sorridere e a ridere, ritornava a essere solo, immediatamente si ritrovava ad annegare nei pensieri e nei problemi che non raccontava mai a nessuno”. Sentite Dacia Maraini: “Secondo me Pier Paolo andava avanti con la testa rivolta indietro. Inseguiva un se stesso bambino che scappava. Quando giocava, quel bambino prendeva corpo assieme al pallone, quando finiva di giocare, tornava l’adulto inquieto e doloroso che era diventato”. Di più, di meglio non si può dire.

“Dimmi cos’è, cos’è”, canta Antonello Venditti mentre prendo posto nel luogo della sofferenza e della gioia. Leggete questo libro e comincerete a capire: cos’è.

Miracolo Coni. E i danzatori diventarono quasi atleti

Nel panorama teatrale italiano c’è una notizia positiva: gli allievi di canto lirico sono passati dai 3.065 del 2007 ai circa 3.600 di oggi. Numeri sbandierati dalla stampa che ci rendono ancora più orgogliosi dell’opera italiana. Però nessuno ha mai scritto che ci sono un milione e mezzo di allievi di danza. Tra questi, perlomeno un milione studia balletto classico, che è l’equivalente del canto lirico. Fantastico, mi direte voi. Una strepitosa risorsa culturale e un investimento per il futuro, visto che a ogni giovane con una disciplina e una passione corrisponde un adulto migliore. Investimento straordinario anche perché quasi a costo zero, dal momento che la quasi la totalità dell’insegnamento della danza è a pagamento e privata.

Insomma questo è lo scenario: un esercito di ragazze e ragazzi che studiano una disciplina artistica e sognano di trasformarla nella propria attività professionale e uno Stato che li ignora. Stato, però, è un parolone: in realtà ci sono due soggetti istituzionali che conoscono molto bene questi numeri e negli ultimi anni si sono organizzati con modalità del tutto opposte. Il ministero dei Beni culturali, durante i precedenti governi, con diversi decreti taglia-danza ha assegnato dei punteggi a cui corrispondono le sovvenzioni del Fondo Unico per lo Spettacolo per i teatri di eccellenza che producono opera e balletto. Uno spettacolo d’opera con grande orchestra, solisti e coro vale esattamente il doppio del punteggio di un balletto con lo stesso organico. Un po’ come dire che il Mibac considera cittadini di serie B coloro che acquistano un biglietto per vedere un balletto rispetto a chi va a vedere un’opera. Strano, visto che gli spettacoli di danza nelle grandi Fondazioni Lirico Sinfoniche portano sempre un sacco di pubblico giovane. Risultato di questi punteggi assegnati è che tutti i Sovrintendenti con scarse competenze di teatro, manageriali e gestionali, stanno smantellando i propri Corpi di Ballo, con il rischio di cancellare il balletto classico italiano, un pezzo di storia che abbiamo inventato ed esportato in tutto il mondo, Russia compresa. Tutto ciò nonostante in Siae confermino il gradimento del pubblico in ascesa esponenziale, essendo il 50% degli incassi della sezione Lirica frutto degli spettacoli di balletto.

Il Coni invece, saggio barone rampante, ha capito prima di tutti i numeri biblici della danza italiana. Zitto zitto, quatto quatto, ha bonariamente aperto le sue lunghe braccia per accogliere gli esuli: ha raccontato ai due milioni di profughi danzanti che se si fossero iscritti a una associazione sportiva dilettantistica, li avrebbe protetti e preservati dai cattivi profeti della Guardia di Finanza. Molti raccontano di come tante scuole di danza italiane (circa 20 mila, con un contributo di formazione culturale capillare da non sottovalutare, anche in luoghi ad altissimo rischio sociale) si fossero rifiutate di trasformare la loro associazione culturale in associazione sportiva dilettantistica (insegnando un’arte e facendo cultura e non lancio del giavellotto) per ritrovarsi poi la Guardia di Finanza che li ha massacrati con multe fino a 4/500 mila euro. Che questa cosa sia vera o no, sta di fatto che tutti i 20 mila direttori di scuole di danza si sono precipitati dai loro commercialisti per trasferirsi nelle calde e protettive braccia del Coni. Con una media di 80 allievi a scuola, nel giro di qualche anno il Coni si è ritrovato un milione e 600 mila nuovi tesserati. Il 18 ottobre scorso, il Fatto riportava, a proposito del decreto della regolarizzazione di imposte appena approvato, “novità dell’ultimo minuto, anche alle società sportive dilettantistiche iscritte al Coni è consentito di regolarizzare con versamento volontario Ires e Irap precludendo così azioni accertatrici e beneficiando della non punibilità per reati tributari”. E per dare un’idea in più sui soldi che girano, possiamo dire che dal 2019 ogni associazione sportiva dilettantistica dovrà fare corsi di aggiornamento al proprio personale (magari Professori diplomati all’accademia Nazionale di Danza, l’unico ente di alta formazione esistente in Italia) al costo di 400 euro a scuola.

Il risultato clamoroso è che oggi, più della metà degli iscritti al Coni non sono sportivi, ma ballerini. Il Comitato ha di fatto raddoppiato i suoi numeri dei dilettanti che gli consentono di battere cassa e avere maggiore potere contrattuale nei tavoli che contano e tutti i grandi numeri della danza italiana sono scomparsi a favore dello sport. Immagino tra qualche anno Il Lago dei Cigni, traslocato dal Teatro dell’Opera, diventare disciplina olimpica. Aspettiamo fiduciosi il campionato mondiale di Schiaccianoci…

* Regista e coreografo

La canonica infestata

Un’esperienza paranormale – Dormire in una delle case più infestate al mondo? È possibile, in Svezia. Partendo da Stoccolma, con un viaggio di dieci ore verso Nord – e prendendo almeno due treni e due autobus – si raggiunge il piccolo paese di Borgvattnet. Qui, stando alla classifica del quotidiano inglese “The Guardian”, si trova uno dei dieci posti più spaventosi al mondo: la Canonica fantasma (Spökprästgård, in svedese).
La prima apparizione documentata risale al 1927 e da allora la fama di casa maledetta è cresciuta di decennio in decennio. Nei dintorni, tutti conoscono la “casa grigia”, ma nessuno ne parla troppo. Sul sito www.laxton.se è possibile prenotare una stanza (solo nei mesi da maggio a ottobre) e provare a sfidare le leggende: per gli impavidi che vi resistono una notte intera, ci sarà un certificato di coraggio. Per quanti, invece, fuggono nella notte, uno spaventoso racconto degno di Halloween.

Guedes, ministro liberista e già indagato

Il futuro ministro dell’Economia nel governo Bolsonaro arriva già indagato. La procura federale, infatti, ha aperto un’indagine contro Paulo Guedes, l’economista liberista mentore del nuovo presidente, per il reato di gestione fraudolenta di fondi pensione.

Nel corso di sei anni, Guedes avrebbe prelevato almeno un miliardo di reais (240 milioni di euro) da fondi pensione privati finanziati da risorse pubbliche (il fondo Petrobras o quello delle Poste). Secondo l’ufficio del procuratore, parte del denaro è stata investita in Hsm Educacional SA, che ha Guedes nel suo consiglio di amministrazione.

L’economista, quindi, si rifà alle peggiori tradizioni sudamericane. Studi a Chicago, allievo del Nobel Milton Friedman, dunque dell’ala più dura del liberismo occidentale, più che per la carriera universitaria si fa notare per gli affari. Socio di Bozano Investimentos, il cui direttore è stato arrestato in seguito a un’indagine finanziaria, è stato uno dei fondatori del Banco Pactual nel 1983, poi della Br Investimentos, focalizzata, come la Bozano in private equity.

Oltre all’incarico di PhD all’Università di Chicago, l’altro importante incarico universitario che può vantare è all’Università di Santiago durante la fase di Pinochet. Il dittatore cileno, nel corso degli anni 80, fu un fervido seguace della dottrina di Friedman che applicò nel vivo con la riforma delle pensioni affidata a José Piñera, economista laureato ad Harvard e specializzato a Chicago. Una riforma allora rivoluzionaria perché introduceva il sistema a capitalizzazione poi recepito da altre riforme compresa quella italiana.

Studi liberisti , frequentazioni istituzionali importanti, come fa capire la cattedra di macroeconomia alla Pontificia università cattolica di Rio de Janeiro, e idee di riforma liberista dell’economia. L’Istituto Millennium, think tank di politica ed economia di cui Guedes fa parte, pubblicava poco prima delle elezioni il suo manifesto: “Il liberal-democratico del secolo XXI riconosce la colossale capacità produttiva dell’economia di mercato e assume l’impegno fraterno di dare opportunità e aiuti ai più poveri. Democrazia, mercati e politiche pubbliche decentralizzate ci portano alla Grande società aperta”.

Visioni che nel caso del Brasile e di Guedes si tradurranno nella riforma delle pensioni, indicata ieri come quella “più urgente” e basata proprio sul sistema cileno, in un massiccio piano di privatizzazioni, nell’indipendenza della Banca centrale e dello stesso ministero dell’Economia, nella riduzione massiccia delle tasse con l’idea di una flat tax del 15 o 20%. Un programma che piacerà alla grande finanza internazionale, che non a caso lo ha già appoggiato con l’endorsement del Wall Street Journal.

Guedes farà leva, almeno nei primi tempi della sua gestione, sui risultati che la gestione del Pt lascia sul campo. Dopo gli anni d’oro dei primi due mandati di Lula e della prima parte del mandato di Dilma Rousseff con tassi di crescita del 3% annuo, la riduzione dell’export, provocata dalla chiusura del mercato cinese, ha comportato una crisi che si è tradotta in un deficit superiore al 10% nel 2016. Da qui, la riduzione delle spese pubbliche, la protesta sociale a cui la corruzione del Pt ha offerto una miccia politica.

Guedes costituirà l’anima liberista di un governo che resta populista e che ha come modello Donald Trump. Appoggio alla finanza, conservatorismo compassionevole e mosse “populiste”: come quella di ieri, con la quale Bolsonaro ha annunciato che al ministero della Giustizia metterà Sergio Moro, il giudice che ha indagato Lula.

May aumenta la spesa per difendere la Brexit

È l’ultima Finanziaria prima della Brexit e, secondo molti osservatori, la più “politica” degli ultimi anni. “È un budget che mostra alla gente che il duro lavoro ripaga”, si legge in testa al documento presentato al Parlamento britannico. Come dire: vi abbiamo chiesto sacrifici e ora vi ricompensiamo.

Un chiaro mandato da parte del primo ministro Theresa May, che alla conferenza del partito conservatore, a fine settembre, aveva promesso la “fine dell’austerità”. E così il Cancelliere dello Scacchiere Philip Hammond viene meno alla fama di rigoroso guardiano dei conti pubblici che gli è valsa il soprannome di spreadsheet Phil (Phil foglio di calcolo) e mette la firma su un budget in controtendenza rispetto ai pesanti tagli dell’ultimo decennio.

Accantonato l’obiettivo dell’eliminazione del deficit, aumenta, a partire dall’anno prossimo, la spesa pubblica. Venti miliardi aggiuntivi in cinque anni andranno all’Nhs, il Servizio sanitario, che nel 70° anniversario dalla sua fondazione è in affanno di fondi e risorse. “La salute è la priorità numero uno per la popolazione britannica”, ha spiegato il Cancelliere. Vero, ma va ricordato che quello dell’insufficiente finanziamento all’Nhs è stato uno dei cavalli di battaglia della campagna pro Brexit. Ora il realismo politico richiede l’approvazione senza intoppi del budget e, più avanti, quella dell’accordo che Theresa May sta cercando di chiudere con Bruxelles. Questa Finanziaria sembra scritta proprio per rilanciare l’immagine di un partito conservatore finalmente compassionevole, un rilancio di cui i parlamentari Tories hanno bisogno per tenere a bada i loro elettori, e per facilitare un voto favorevole al deal finale.

La base di reddito esentasse sale al 12.500 sterline, 1,7 miliardi di investimento extra sono stanziati per la controversa riforma del sistema dei benefit alle fasce più bisognose della popolazione. Alle scuole vanno 400 milioni, un miliardo in più alla Difesa. Circa un miliardo in più anche per l’Irlanda del Nord, forse il prezzo da pagare per convincere gli unionisti del Dup, capricciosa stampella della maggioranza, ad ammorbidirsi sul nodo gordiano del confine con l’Eire che è il principale ostacolo al raggiungimento dell’accordo con l’Unione europea.

Niente nuove tasse per finanziare la spesa pubblica, a parte l’introduzione di una imposta sui servizi digitali in vigore dall’aprile 2020. Con un prelievo del 2% sui guadagni ottenuti nel Regno Unito punta a colpire le società tecnologiche con ricavi annui globali oltre i 500 milioni di sterline. Gettito previsto: 400 milioni di sterline, la montagna che partorisce il topolino, ma quello che conta è veicolare un messaggio di equità fiscale rispetto alle Big Tech, in linea con analoghe misure allo studio a Bruxelles.

È davvero la fine dell’austerità o “un azzardo con i conti pubblici”, come lo ha definito l’Institute for Fiscal Studies, think tank indipendente, nel suo commento alla manovra? L’Ifs fa notare che l’ottimismo di Hammond si basa sulle proiezioni positive dell’Office for Budget Responsibility, che ha previsto un aumento degli introiti fiscali, il mantenimento dei trend occupazionali e il Pil in rialzo al +1.6% l’anno prossimo. Previsioni che potrebbero ridimensionarsi.

E poi c’è sempre l’incognita no deal: senza un accordo sulla Brexit, ha avvertito lo stesso Hammond, torna l’austerità. Per almeno 5 anni.