Cnr, la guerra dei fondi dopo i tagli. A perdere è la ricerca pubblica

Nell’indifferenza del governo, che nella manovra stanzia le briciole per la ricerca pubblica, al Cnr si combatte una guerra dei fondi sulla pelle dei ricercatori, tra cui una marea di precari.

Ieri il cda del più grande ente di ricerca italiano ha discusso nuovamente le linee guida del bilancio di previsione 2019. Il disavanzo presunto è di 76 milioni. La cura proposta dal presidente Massimo Inguscio è bizzarra: requisire agli istituti i fondi con cui pagano i ricercatori precari che verranno stabilizzati e la quota per i progetti faticosamente conquistati usata per coprire i costi del personale (l’overhead). Dopo le proteste ha accantonato l’idea di addossargli pure le spese per utenze e pulizia degli immobili.

Come si è arrivati a questo? Il governo Gentiloni, a fine 2017, ha messo 40 milioni sul piatto per ovviare al problema del precariato nell’ente. Solo i precari che secondo la riforma Madia hanno diritto alla stabilizzazione sono almeno 2500. L’impegno è però che il Cnr ci aggiunga 20 milioni come co-finanziamento. Il governo giallo-verde ha aumentato la dote, stabilendo che 34 milioni dei vecchi fondi “premiali” fossero vincolati alle stabilizzazioni. Inguscio voleva usarli come co-finanziamento, risparmiando i 20 milioni che il Cnr dovrebbe tirar fuori dalle proprie casse. A questo si aggiungono i 18 milioni per il rinnovo contrattuale, che l’ente si paga da sé.

I 100 direttori degli istituti sono in rivolta e hanno firmato una lettera di protesta. Requisire i fondi sarebbe un colpo durissimo per la ricerca. Nella prima versione della proposta il prelievo arrivava a 60 milioni. Il cda ha approvato le linee guida, per ora senza una stima precisa del prelievo. Inguscio ha assicurato che il governo gli ha garantito nuove risorse (probabilmente dirottate da fondi residui del Miur) e che quindi non si arriverà a tanto. Resta però il pericoloso precedente, anche perché i soldi in più non sarebbero strutturali.

Dietro lo scontro c’è il cronico definanziamento, che ha fatto esplodere il precariato negli enti pubblici di ricerca. Il fondo di finanziamento per gli Epr è passato dagli 1,794 miliardi del 2011 agli 1,677 del 2018. Al Cnr i ricercatori sono impegnai da anni a trovare con i fondi competitivi le risorse per pagare le spese di funzionamento delle strutture. Un esercito di ricercatori, buona parte dei quali precari, mantiene alto tra mille difficoltà il valore della ricerca italiana. Secondo il consigliere di amministrazione Vito Mocella, servirebbe un aumento di 100 milioni del fondo per mettere il Cnr in grado di lavorare senza patemi; meno dello 0,3% del valore complessivo della legge di bilancio 2019. Il cambiamento parte anche da qui.

“Economia della conoscenza”, Stiglitz contro i luoghi comuni

Le anime semplici che affollano i talk show parlano sempre di un’economia che deve essere meno gretta e più umana, meno industria e più cultura, niente smog e solo idee. In un libro denso e non facile, il premio Nobel per l’Economia Joseph Stiglitz e l’economista Bruce Greenwald indagano l’economia “della conoscenza”. Che, sorpresa, è soprattutto industria: perché è lì che si sviluppa l’innovazione (la vera conoscenza che genera crescita). E non è affatto detto, come sostiene un certo mainstream, che il modo migliore per generare conoscenza sia affidarsi al libero mercato e alla concorrenza che seleziona le idee migliori. I monopoli sanno essere molto innovativi (vedi Google, Amazon e gli altri giganti del web) ma è ancora incerto il bilancio. Se, cioè, questo sia un esito ottimale o auspicabile. E anche qualche forma di protezionismo può aiutare l’industria nascente a prosperare e innovarsi. Sono 400 pagine, ma valgono quasi come una laurea triennale in economia.

Stati Uniti, sfida per il voto degli “uomini dimenticati”

Le elezioni americane di Midterm del 6 novembre, sono un passaggio delicato sia per Donald Trump sia per i Democratici, che devono riguadagnare il consenso negli Stati e nei territori che hanno voltato loro le spalle. A Trump un’opinione diffusa ha riconosciuto l’abilità di essersi accaparrato i suffragi dei dimenticati, i forgotten men and women lasciati indietro dalla corsa della globalizzazione. Quest’interpretazione ha contribuito a spostare a sinistra, durante le primarie, la piattaforma politica dei Democratici, grazie a candidati che a loro volta hanno sfidato l’establishment consolidato del partito. Non è un caso che alcuni grandi temi del welfare siano tornati di forza nella proposta dei Democratici, a cominciare da Medicare, l’assistenza sanitaria che ora molti candidati vogliono di nuovo estendere a tutti. Anzi, si fa sentire più forte la voce di chi, come Bernie Sanders, sostiene che essa vada garantita direttamente dallo Stato attraverso la fiscalità generale. Come è possibile che gli Stati Uniti, che spendono per la sanità il 17% del Pil, non siano in grado di tutelare la salute dei cittadini?

Per comprendere la chance che ha la politica democratica di allargare le sue basi, occorre tuttavia considerare quanto è successo nel voto per le Presidenziali di due anni fa. Anche lo Stato del Michigan si è tinto di rosso (il colore dei Repubblicani) come l’Ohio, l’Indiana, il Wisconsin – gli Stati che formano la Rust Belt, la cosiddetta “fascia della ruggine”, colpita dalla deindustrializzazione – ma con profonde differenze interne. A Trump in Ohio è andato il 51,6% dei suffragi contro il 43,5% di Hillary Clinton, ma un’area metropolitana come Cleveland ha dato il 65,7% ai Democratici. Il tycoon di New York si è aggiudicato il Michigan con un risicatissimo vantaggio di 10.704, con un margine dello 0,3% sulla sua concorrente democratica. A Detroit il voto democratico ha surclassato quello per Trump, con un rapporto di 66,7 a 29,4%.

L’8 novembre 2016 l’America dei distretti rurali ha accerchiato quella delle aree metropolitane, con un’affermazione della sua mentalità iperconservatrice contro lo stile di vita e i valori urbani. Questo lo spartiacque che ha saputo sfruttare Trump, col suo istinto per la comunicazione di massa, distillando umori dalla destra repubblicana già liberati dal movimento dei Tea Party. Quella è l’America che ama le armi che riproducono quelle potenti dell’esercito, che combatte i costumi rilassati della grande città e il linguaggio politicamente corretto e che considera la supremazia bianca un articolo di fede.

Come abbia funzionato il discrimine della campagna contro la città lo si può constatare nel Wisconsin, dove Trump ha battuto Clinton per soli 23.648 voti, pari a uno scarto dello 0,7%, ma essendo sconfitto nella contea della capitale dello Stato, Milwaukee, dove la candidata democratica ha avuto dalla sua parte il 65,8% degli elettori contro il 28,5% del presidente eletto. Il voto dell’Indiana, lo Stato di cui il vicepresidente Mike Pence è stato il governatore, non si discosta da questa tendenza: se è vero che a Trump si può fregiare di una larga vittoria grazie al suo 56,9%, 19 punti più di Hillary Clinton, quest’ultima nella capitale Indianapolis ha invertito l’esito delle urne (59,7% per lei contro 35,9%).

Se ne potrebbe concludere con lo scrittore afroamericano Ta-Nehisi Coates che “le prove del declino economico quale spinta dei sostenitori di Trump sono a dir poco discutibili”, sebbene la tesi che l’ascesa del populismo alla Casa Bianca “sia stata alimentata soprattutto dal risentimento culturale e dal rovesciamento” e costituisca un dogma “tra gli opinionisti bianchi e i grandi esperti”. Si è costituita una vasta coalizione populista attorno all’idea del primato dell’America bianca, di un’America in cui i bianchi vengono prima degli altri.

Le elezioni del 2016 sono state una chiamata alle armi di un’America provinciale, che reagiva agli otto anni della presidenza Obama con una rivolta contro Medicare, preparata da una serie di misure che, Stato per Stato, poneva delle restrizioni di fatto al diritto di voto e scoraggiava la partecipazione politica. La Rust Belt è stata toccata da questa mobilitazione che era reazionaria perché reagiva all’espansione di un’America multirazziale che voleva contenere, ma non ne è stata l’epicentro. I suoi riferimenti primari stanno semmai nelle comunità minori, dove prevale una matrice rurale nelle consuetudini di vita, dove si coltiva la diffidenza verso l’urbanesimo, dove si può continuare a immaginare di vivere in una realtà monocromatica, allontanando la minaccia del multiculturalismo.

Sono queste le radici della radicalizzazione della politica americana che è la cifra dell’era di Trump. La polarizzazione è destinata a condizionare anche le elezioni di Midterm, coi Repubblicani che si rivolgono al nucleo duro della società, attaccato alla tradizione, e i Democratici che sollecitano diritti sociali. La questione del welfare e, in particolare, dell’assistenza sanitaria, resta uno dei discrimini di fondo, con la destra che sostiene la necessità di una razionalizzazione privatistica e la sinistra che invoca l’assunzione della responsabilità da parte dello Stato federale. Due soluzioni che pongono rilevanti problemi di prospettiva: delegare la sanità ai privati significa lasciare senza tutela milioni e milioni di persone; affidarla allo Stato implica un incremento delle tasse e lo smantellamento di un sistema assicurativo che oggi dà occupazione a centinaia di migliaia di impiegati. Tali scelte complesse fanno da sfondo alla nuova configurazione della politica americana.

Dalla Magneti Marelli mega utili per gli azionisti Fca

I conti del terzo trimestre di Fca, primo periodo interamente sotto la guida del nuovo amministratore delegato Mike Manley dopo la morte di Sergio Marchionne, sono arrivati sul tavolo del consiglio di amministrazione convocato a Londra. La chiusura dell’operazione Magneti Marelli, venduta a CK Holdings per 6,2 miliardi, consentirà il pagamento di un dividendo straordinario di 2 miliardi di euro. Questo in aggiunta alla ripresa della distribuzione di un dividendo annuale ordinario nella primavera del 2019, nella misura del 20% degli utili. Fca segnano un utile netto a 564 milioni di euro, in calo del 38% (-33% a parità di cambi di conversione) ma per effetto dei costi stimati in 0,7 miliardi di euro accantonati in relazione alle problematiche del diesel anche negli Stati Uniti. Vola invece l’utile netto adjusted pari a 1.396 milioni di euro, in rialzo del 51% (+54% a parità di cambi di conversione). L’ebit adjusted è di 1.995 milioni di euro, in rialzo del 13% (+16% a parità di cambi di conversione) con margine in aumento di 20 punti base al 6,9%.

Il 75% degli italiani vorrebbe risparmiare ma non sa come si fa

Quasi il 75% degli italiani vorrebbe risparmiare di più ma non sa come farlo (49%) o ha troppe spese (25,7%). A dimostrazione che l’Italia si conferma uno dei Paesi peggiori in Europa per educazione finanziaria. La fotografia è stata scattata in occasione della 94ª Giornata mondiale del Risparmio da Oval Money (l’app nata per consentire a tutti di risparmiare e investire) e Jeme Bocconi. L’indagine, realizzata su un campione di quasi 4.000 persone, sarà scaricabile su www.giornatadelrisparmio.it a partire dalle 12 di oggi. Oval ha puntato sul target compreso fra i 20 e i 45 anni con l’intento di sensibilizzare i giovani sul risparmio a lungo termine attraverso una campagna social #spicciamoci che coinvolge 5 influencer: Dio e Osho su Twitter e Facebook, Gordon e Hawkman su Facebook e Instagram e Fabio Celenza.

Associazioni: il grande affare della difesa dei consumatori

Ogni mattina, come sorge il sole, un consumatore si sveglia e sa che dovrà correre più veloce di un colosso telefonico, energetico, dei trasporti o verrà spennato. Ogni mattina, come sorge il sole, un’associazione dei consumatori si sveglia e sa che dovrà correre più veloce delle altre e fare un comunicato stampa per poi costituirsi parte civile nel maggior numero di processi e ottenere il risarcimento. Sono a decine, si moltiplicano come funghi e a livello locale se ne perdono addirittura le tracce. Per i consumatori è un labirinto addentrarsi nei loro siti che, se nella maggior parte dei casi non risultano aggiornati, hanno tutti un fattore comune: centinaia di dichiarazioni compulsive di presidenti o segretari su tutte le peripezie che subiscono i consumatori. Ma se qualcuno riuscisse a perdersi queste “cazziate” contro i poteri forti, basterà sintonizzarsi su un qualsiasi programma in tv e ascoltare dalla loro viva voce l’ennesimo commento al vetriolo sull’ennesima sciagura che si è abbattuta sugli italiani. Un po’ come prezzemolini, i responsabili delle associazioni presidiano i salotti del piccolo schermo per dimostrare che dalle assicurazioni all’ambiente, dall’alimentazione alle banche, dalla giustizia alla sanità non c’è settore che non sia presidiato e tutelato. Cani da guardia nel mercato dei beni e dei servizi, che non guardano in faccia a nessuno. Almeno su carta. I consumatori italiani restano, infatti, tra i più vessati a livello europeo anche perché non c’è un’accettabile cultura finanziaria ed economica che permetta loro di difendersi.

Sono venti le associazioni dei consumatori riconosciute dallo Stato (si caratterizzano per l’appartenenza politica o sindacale), secondo l’articolo 137 del Codice del consumo che nel 2005 le ha istituite, e sono iscritte all’albo nazionale tenuto dal Consiglio nazionale dei consumatori e degli utenti (Cncu) che ha sede presso il ministero dello Sviluppo economico. Per “esistere” devono rispettare pochi requisiti, tutti autocertificati: tra le altre cose, essere attive da almeno tre anni, avere un numero minimo di iscritti, essere presenti in almeno cinque Regioni con i loro sportelli e avere uno statuto che preveda una certa democraticità interna. Il riconoscimento pubblico a livello nazionale dà alcuni vantaggi, come la possibilità di rappresentare gli iscritti nelle conciliazioni paritetiche, una procedura di risoluzione delle controversie, la possibilità di partecipare ai bandi per i progetti a favore dei consumatori finanziati dall’Unione europa. Un fiume di soldi elargito soprattutto per scrivere e diffondere depliant, vademecum e fascicoli informativi sulla tutela dei consumatori che, perlopiù, restano negli scatoloni nelle sedi delle associazioni dove di associati se ne vedono ben pochi (i maligni dicono che la maggior parte degli iscritti sono nomi falsi o che si ripetono nell’elenco di diverse associazioni), perché fino all’85% dei bilanci delle associazioni hanno un’unica voce in entrata: una parte dei fondi derivanti dalle sanzioni dell’Antitrust, mentre le quote d’iscrizione e il tesoretto raccolto dal 5 per mille sono poca cosa.

Tutto ruota attorno ai 10 milioni di euro annui che dal 2015 a oggi si stanno spartendo in 20 tra iniziative di controllo e vigilanza dei consumatori, conoscenze di tutela o iniziative di supporto. Ma c’è anche da dire che prima del 2010 i fondi erano molto più alti: dal 2003 al 2007, ad esempio, si sono spartiti 47,7 milioni. Poi, parte di questo tesoretto è andato ad altre iniziative decise dal ministero dello Sviluppo economico. Ad esempio, nel 2016 (l’ultimo anno contabilizzato) alle “iniziative per la restituzione parziale da favore dei beneficiari delle polizze dormienti (8.879.798, 74 euro nel 2016, ndr)”. In ogni caso, la maggior parte delle entrate delle multe (quasi 147 milioni di euro sempre nel 2016) è stato utilizzato per altro, come per gli interventi in favore delle popolazioni terremotate (80 milioni) o il Fondo di garanzia per le piccole e medie imprese (23 milioni).

Insomma, i soldi ci sono per insegnare ai consumatori come difendersi senza bisogno di subire lo strapotere delle aziende. Eppure qualcosa non funziona. Così anche se da anni le associazioni dei consumatori si confrontano con l’Associazione bancaria (Abi), questo non ha evitato che semplici clienti sottoscrivessero azioni subordinate di Banca Etruria, vedendo finire i propri risparmi in fumo, anche se nel 2014 le stesse associazioni hanno aderito alla Fondazione per l’Educazione Finanziaria e al Risparmio, l’organismo per diffondere l’educazione finanziaria nel Paese.

Desta qualche perplessità anche la Consulta per la sicurezza istituita da Autostrade per l’Italia in collaborazione con Codacons, Adusbef, Federconsumatori e Adoc nel 2005. Per l’anniversario dei primi 10 anni le associazioni hanno espresso un giudizio positivo per quella partnership che ha portato alla presenza in autostrada dei cartelli con l’indicazione dei prezzi della benzina, senza fare riferimento alla sicurezza di ponti e gallerie.

E sempre i maligni mettono sul piatto anche la partita della class action, il meccanismo che consente di aderire all’azione legale. Anche se non ha mai funzionato (in 10 anni solo un caso su 7 è arrivato al risarcimento) perché per anni le associazioni hanno continuato a lanciare comunicati per convincere i consumatori ad aderirvi? Solo per incrementare le casse con le spese legali o perché sono riuscite a ottenere un rapporto diretto con le società coinvolte perdendo così l’indipendenza?

Il grande falò del Montepaschi. A Siena evaporati 39 miliardi

Oltre 39 miliardi di euro. Cioè quasi due punti e mezzo di Pil o, se preferite, tre volte la somma che il governo deve trovare per evitare lo scatto al rialzo dell’Iva. È la somma distrutta dal Monte dei Paschi di Siena dalla sciagurata acquisizione di Banca AntonVeneta sino a oggi. Il falò ha subìto una nuova impressionante accelerazione nell’ultimo anno: la Consob aveva bloccato gli scambi sull’azione Mps il 22 dicembre 2016, quando l’estremo tentativo privato di ricapitalizzare la banca era fallito e per salvarla dovette intervenire il governo. Dopo una sospensione durata 10 mesi che ha coinvolto anche un centinaio di obbligazioni, l’azione è stata riammessa in Borsa il 25 ottobre 2017. Al rientro in Piazza Affari il titolo valeva 4,7 euro ma, un anno dopo, oscilla intorno a quota 1,5: il calo è di oltre il 68 per cento.

Si tratta solo dell’ultimo giro di quel palio delle contrade morte che è la crisi di molte banche italiane, una spirale dalla quale l’istituto senese non pare riuscire a sottrarsi. Ma la reale débâcle borsistica (e non solo) di Mps è ben maggiore di quella dell’ultimo anno.

Il 28 novembre 2016 le azioni senesi furono “raggruppate”, emettendone una nuova ogni 100 preesistenti: alla data della sospensione, una nuova azione valeva circa 15 euro. Se poi si torna al 18 maggio 2007, al culmine della bolla borsistica prima della crisi finanziaria, la “vecchia” azione del Monte gestito da Mussari, Vigni e compari segnava il massimo storico di 5,34 euro: ricalcolati in base al raggruppamento e alla diluizione dei sei aumenti di capitale fioccati da allora, oggi sarebbero 9 mila 97 euro. Insomma, negli ultimi 11 anni, le azioni Mps hanno perso il 99,9% del loro valore.

A leccarsi le ferite sono tutti gli investitori, grandi o piccoli, e il ministero del Tesoro in primis. Dopo la “ricapitalizzazione prudenziale” scattata a fine 2016 e finita nell’estate del 2017, il dicastero di via XX Settembre è diventato il primo azionista della nuova Montepaschi “nazionalizzata” con il 68,247%. Peccato che perda oltre 4,5 miliardi dei 5,39 investiti. Ma sono state azzerate anche decine di miliardi versati da 150 mila piccoli azionisti e 40 mila obbligazionisti subordinati.

Al falò delle vanità senesi hanno infatti portato combustibile ben sei aumenti di capitale in nove anni: Rocca Salimbeni ha bruciato non solo i 5,39 miliardi versati nel 2016, ma anche i 3 miliardi dell’aumento del 2015, i 4 di quello del 2014, i 2 e mezzo del 2012, i 2 del 2011 e i 5 raccolti nel 2008 per finanziare l’acquisto di AntonVeneta. In totale, la banca ha raccolto aumenti per 21,9 miliardi che, sommati alla capitalizzazione di 16,1 miliardi raggiunta a maggio 2007 (tra azioni ordinarie e privilegiate, senza considerare quelle di risparmio), hanno visto gli azionisti immettere oltre 38 miliardi. Poiché oggi in Borsa la banca capitalizza appena 1,74 miliardi, ne mancano 36,3 circa.

Non a caso dalla primavera del 2007 a oggi la geografia degli azionisti è totalmente cambiata: dal raggruppamento dei titoli e dalla “ricapitalizzazione prudenziale” i vecchi azionisti sono usciti diluiti del 98%. Coloro che collettivamente possedevano il 100% del capitale della banca oggi, messi insieme, ne possiedono solo il 2,5%. La Fondazione, che al 31 marzo 2007 tra azioni ordinarie, privilegiate e risparmio controllava il 58,59% del capitale ha visto la sua quota vaporizzata. Usciti di scena Francesco Gaetano Caltagirone (3,81% del capitale totale), Hopa (2,42%) e UniCoop Firenze (2,41%), oggi i nuovi azionisti rilevanti oltre al Tesoro sono Mps stessa, che detiene azioni proprie per il 3,18%, e il gruppo Generali, che controlla il 4,32 per cento.

Ma gli aumenti di capitale 2014 e 2015 intersecano anche le indagini penali. Il 27 aprile scorso, a Milano, sono stati rinviati a giudizio per aggiotaggio e falso in bilancio Alessandro Profumo, presidente di Mps dal 19 marzo 2012 al 6 agosto 2015, e Fabrizio Viola, dg e poi ad dal 13 gennaio 2012 all’8 settembre 2016. L’ex presidente del collegio sindacale Paolo Salvadori è imputato di falso in bilancio, come pure la stessa banca in base alla legge 231.

Le contestazioni riguardano la rappresentazione nei bilanci Mps dal 2012 alla semestrale 2015 “a saldi aperti” (cioè come BTp) invece che “a saldi chiusi” (ovvero come derivati, quali in effetti erano) dei due contratti Santorini e Alexandria, del valore totale di 5 miliardi. Tremila piccoli azionisti si sono costituiti parti civili, ma non la banca.

La “ricapitalizzazione prudenziale” di fine 2016 è ricaduta però anche sui detentori di bond subordinati, come era accaduto anche per Etruria, Banca Marche, CariFerrara, Popolare Vicenza e Veneto Banca. Le 11 obbligazioni Mps coinvolte, del valore totale di 4,96 miliardi, sono state trasformate in azioni e svalutate per 2,75 miliardi.

Nel 2008 per contribuire a finanziare l’acquisto AntonVeneta la banca vendette a 40 mila piccoli risparmiatori (a tagli da mille euro) il bond subordinato decennale Upper Tier 2 per 2,06 miliardi. Questi clienti hanno visto i loro titoli prima convertiti in azioni e poi riacquistati dal Tesoro che li ha scambiati con una obbligazione senior, ma solo per un valore di 1,536 miliardi: hanno perso oltre 526 milioni. Ognuno di loro ha visto bruciare oltre 13 mila euro dei suoi risparmi e, aderendo allo scambio, ha rinunciato per sempre a fare causa per danni.

Ma la crisi non si ferma e anche il nuovo governo è preoccupato. Nei giorni scorsi a Palazzo Chigi si è discussa la possibilità di un “matrimonio riparatore” per Mps.

È stato individuato un terzetto di possibili “pretendenti”: Ubi, Bper e Banco Bpm. L’amministratore delegato di Ubi Banca, Victor Massiah, ha già risposto: “Ubi non ha alcun dossier aperto, ma non escludiamo operazioni e non solo con Mps”. Gli inquilini di Palazzo Chigi cambiano eppure l’antica tradizione italiana di fondere istituti in difficoltà in banche maggiori non muore mai. Il palio delle contrade morte può continuare.

Il “partito del Pil” scorda le sue colpe

Adesso si preoccupano, protestano. Sono gli esponenti di quello che Dario Di Vico chiama sul Corriere della Sera il “partito del Pil”: la Confindustria, ma anche i tanti imprenditori di quel Nord-Est che cresce a ritmi cinesi, lontani dai talk show e dalla politica attiva. Protestano e si preoccupano per le scelte del governo, sulla manovra e non solo. Ha cominciato Carlo Bonomi di Assolombarda, ora spara col cannone anche Vincenzo Boccia, presidente di Confindustria che pure aveva fatto grandi aperture alla Lega (“aspettative altissime”). Quel che resta dell’imprenditoria e dei salotti italiani è stato così ossessionato dai Cinque Stelle (“sono ostili all’impresa”, dicono) da aver scambiato Matteo Salvini per un nuovo Silvio Berlusconi, garanzia di continuità con il solito laissez faire all’italiana:

pochi controlli, molta evasione fiscale e un po’ di sussidi. Ora il “partito del Pil” scopre che il sostegno alla Lega non solo ha favorito il governo con il M5S, ma ha legittimato una linea anti-europea che spinge l’Italia allo scontro con la Commissione europea e, temono molti, mette a rischio la permanenza nell’euro.

E così ora si annunciano manifestazioni, proteste, da quella maggioranza che si allarma solo quando vede in pericolo il proprio destino individuale, ma è indifferente a quello collettivo. Non ci sono più industriali nelle liste dei partiti, personaggi un tempo loquaci (Della Valle, Abete, Moretti Polegato) tacciono. E non si leggono mai dichiarazioni indignate da parte delle imprese sul condono fiscale, sulle nuove cedolari che svuotano l’Irpef, sulle concessioni scritte su misura dei concessionari. E se pensano che l’euro e l’Europa siano importanti per l’Italia, gli imprenditori dovrebbero avere il coraggio di dirlo e battersi per questo, invece di mettere al riparo i propri risparmi e poi sostenere Salvini per opportunismo. I membri del “partito del Pil” devono dimostrare di pensare davvero al Pil di tutti e non soltanto al proprio conto economico.

La guerra a comando di Rienzi: Mps paga e Codacons si zittisce

Il presidente del Codacons Carlo Rienzi ama spararle grosse. Quando il maltempo si è abbattuto sulla Capitale ha fatto la danza della pioggia. Domenica scorsa ha annunciato un esposto alla Procura perché la città si presentava “del tutto impreparata alla pioggia”. Lunedì ha protestato perché le scuole erano chiuse e non pioveva. Poi ha piovuto e il Codacons ha incitato i romani a fare causa al Campidoglio. Abbiamo l’unica Capitale al mondo che non resiste alla pioggia ma anche il problema del consumerismo all’italiana: abbaia sempre e non morde mai. In attesa dell’osso.

Esemplare la vicenda del conflitto tra Codacons e Monte dei Paschi di Siena. Rienzi ha per anni lanciato accuse tonitruanti ai vertici di Mps, passati, presenti e futuri, arrivando a chiedere in nome del popolo dei truffati 4 miliardi di euro di danni.

L’osso è arrivato, infine. Il 9 febbraio scorso il consiglio d’amministrazione della più antica banca del mondo ha deliberato di chiudere il contenzioso con Rienzi nel modo più antico del mondo. Ha mollato al Codacons un milione e 635 mila euro in cambio del quale ha ottenuto l’impegno a non mordere e neppure abbaiare. Il 18 luglio scorso il Codacons ha rinunciato alla costituzione di parte civile nel processo agli ex Mps Alessandro Profumo e Fabrizio Viola, in cui anche la banca è imputata, senza spiegare perché e senza neppure darne notizia. “Ai nostri associati abbiamo mandato una lettera, la stampa non l’abbiamo informata per evitare operazioni maliziose come quella che lei sta facendo”, precisa Rienzi tra il serio e il faceto.

Strano, perché il Codacons produce centinaia di comunicati ogni mese. Quel giorno ci ha raccontato anche la drammatica avventura occorsa allo stesso Rienzi, rimasto bloccato dentro un ascensore del Tar di Roma e costretto a una “snervante attesa” durante la quale ha concepito l’ennesimo esposto penale, stavolta per omissione di soccorso.

Nella transazione firmata con il Monte dei Paschi Rienzi si è impegnato a comunicare così il sotterramento dell’ascia di guerra: “Tenuto conto dell’impegno assunto da Mps a sostenere i bisogni dei cittadini rappresentati dal Codacons con la realizzazione di progetti sociali di grande rilevanza”. Già, l’eterno duello tra associazioni e grandi aziende può trovare queste ireniche composizioni, all’oscuro dei consumatori e a beneficio dei loro paladini. Il Codacons si era accodato alle proteste sul crac del Monte dei Paschi. Nel 2014 la gestione Profumo-Viola aveva fatto causa per diffamazione chiedendo a Rienzi e al suo consulente di allora, Giuseppe Bivona, 30 milioni. Rienzi e Bivona hanno chiesto a loro volta i danni a Mps, mentre il Codacons ha chiesto al Tar l’annullamento dell’aumento di capitale da 3 miliardi del 2015 e il risarcimento agli azionisti rovinati. Nel frattempo l’associazione di Rienzi si era costituita parte civile anche contro l’ex presidente Giuseppe Mussari.

Tutto è stato azzerato tra Codacons e banca, all’insaputa di Bivona contro il quale il Monte continua l’azione. Montepaschi, per togliersi la rogna, ha finanziato “sei progetti di interesse civico” promossi dal Codacons. Tra essi spiccano quello per la valorizzazione del latte d’asina a scopi pediatrici nella provincia di Siena e quello per la prevenzione dell’infarto del miocardio per mezzo della sottoposizione di un questionario a 500 (cinquecento) persone. Per sostenere i progetti Mps ha versato al Codacons 732 mila euro “da pagarsi entro tre giorni lavorativi dalla conclusione del presente accordo”. Si legge nella transazione: “Il Codacons organizzerà la diffusione pubblica dei progetti, dando visibilità alla cooperazione e alla partecipazione di Mps”. Ci faranno sapere.

Ma la banca ha anche riconosciuto per spese legali 612 mila euro al Codacons e 291 mila personalmente a Rienzi. Non male. Chissà quanti degli azionisti di Mps riusciranno a mettersi in tasca 291 mila euro di risarcimento. Forse nessuno. E se qualcuno ci riuscirà non sarà certo grazie al marchio Codacons, che nella transazione si è impegnato a “rinunciare anche a spiegare e a coltivare il proprio intervento in giudizio a sostegno delle cause promosse nei confronti di Mps o di ex esponenti di Mps da investitori in strumenti finanziari emessi da Mps nel tempo fino alla data odierna”. Certo, la trattativa non dev’essere stata semplice. All’assemblea degli azionisti del 12 aprile 2017 la banca si disse disponibile a una “ipotesi conciliativa” per la causa da 30 milioni con il Codacons “sul presupposto che fossero abbandonati anche i procedimenti che tale associazione ha promosso (direttamente o indirettamente) contro l’istituto”.

Indovinate come reagì Rienzi? Avete indovinato. Fece un esposto alle Procure di Siena e Milano “per i provvedimenti del caso” su “affermazioni gravissime che costituiscono un autogol” con questa motivazione: “La banca ammette di aver tentato di zittire l’associazione e portarla a rinunciare alle azioni a tutela degli azionisti attraverso una causa infondata e assurda”. Già, la banca ha tentato di zittire il Codacons e c’è anche perfettamente riuscita.

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Non è la natura a uccidere, ma la mancata prevenzione

Da giorni siamo inondati oltre che dall’acqua, dalle allerte multicolori, come sempre inutili. Appena piove oltre la norma o tirano raffiche di vento, lo “stivale” si riempie d’acqua che entra da tutte le parti, di fango, detriti e frane e gli alberi cadono come fossero fuscelli. Per la stampa alberi, frane, fiumi, fango diventano assassini. Gli assassini invece sono quelli che, fregandosene della prevenzione (che non c’entra nulla con lo sfoggiare equipaggiamenti da boutique dopo il disastro) non controllano lo stato di salute degli alberi e se sono quindi saldamente ancorati con le radici; che non curano la potatura dei rami; che fanno finta di nulla se ci sono strade che ad ogni pioggia si trasformano in torrenti; che fanno affogare la gente nei sottopassi; che ignorano che i tombini sono ostruiti dovunque; ecc. Salvo leggere o vedere in tv dei miracolosi interventi di “riqualificazione” che come sempre consistono nel buttare altro cemento, nel tagliare piante in ottima salute per realizzare piste ciclabili che dopo un mese vanno in malora. Ovviamente senza che ci sia qualcuno che abbia la dignità di scrivere che se c’è chi rischia la vita perché un fiume di fango lo travolge o un albero gli cade addosso non è colpa della natura ma degli incapaci che la violentano. Nel frattempo, si dovrebbe spiegare cosa deve fare un “disgraziato” che si vede franare sotto l’auto la strada che percorre per andare al lavoro o viene centrato da un ramo mentre accompagna i figli a scuola. La causa, secondo i cialtroni, oltre alla furia assassina degli elementi, è la mancanza di soldi. Che si trovano per tutto, armi, aerei da guerra, missioni militari ultradecennali, contributi a sagre e “bi/tri/centenari”, spedizioni spaziali per vedere se su Saturno nevica ad agosto, ma non si trovano per mettere un sensore o una trappola per topi che scatti se l’acqua supera i 5 cm, facendo bloccare il passaggio di auto e persone nei sottopassaggi.

Franco Taccia

 

Il sud non ha votato il M5S per il reddito di cittadinanza

Non se ne può più di sentire che i cittadini del sud hanno votato il M5S per la promessa di una paghetta mensile che consentirà loro di stare sul divano. La maggior parte dei commentatori che lo sostengono non ha mai messo piede al sud, se non per qualche breve periodo agostano, e ignora che il Mezzogiorno soffre per una sanità inesistente, per l’assenza di trasporti, di servizi di assistenza, per l’assenza di una classe dirigente onesta. Gli 800 euro mensili non potrebbero alleviare le difficoltà quotidiane di una famiglia. Perché se non hai un ospedale per curarti, un autobus o un treno con cui andare a scuola o al lavoro, quando ti trovi strade e ponti chiusi da oltre un anno perché pericolanti, gli 800 euro al mese non ti cambiano la vita! Il voto al M5s non è motivato dal reddito di cittadinanza, perché i cittadini del sud non sono parassiti, così come il voto alla Lega non è motivato dalla promessa di un mega condono fiscale, perché i cittadini del Nord non sono degli evasori in cerca di immunità.

Il voto del 4 marzo è solo l’effetto del definitivo rifiuto di una politica che ha perso il contatto con la realtà del paese, autoreferenziale, indisponente e incapace di comprendere i bisogni della collettività.

Alessandra Stalteri

 

Rca, a Napoli paghiamo per chi denuncia falsi incidenti

Alcuni anni fa fu istituita l’obbligatorietà di assicurare i veicoli che circolavano per strada con la famosa polizza RCA. Quelli che governavano permisero tra l’altro di istituire un tariffario provinciale. Le compagnie decisero di premiare coloro che non facevano incidenti con la formula Bonus-Malus. A un certo punto le compagnie si accorsero che in provincia di Napoli gli incidenti erano lievitati a dismisura. L’anomalia era dovuta al comportamento disonesto di molte persone che denunciavano falsi incidenti. Questi delinquenti, con la complicità di carrozzieri, periti assicurativi e avvocati, truffavano e truffano ancora oggi le compagnie assicurative. Approfittando del tariffario provinciale, le compagnie decisero di applicare, indistintamente, uno spropositato aumento che colpiva in modo indiscriminato i residenti della provincia di Napoli e a pagare lo scotto più alto erano proprio i più virtuosi. A un automobilista virtuoso, però presunto disonesto, perché residente in provincia di Napoli, viene imposta una tariffa anche 5 volte più alta rispetto a un altro automobilista, presunto onesto, che ha la fortuna di risiedere in un’altra provincia italiana. Chi rimborserà quei pochi onesti che per decenni non hanno mai fatto incidenti?

Enzo Martire

 

Il fallimento del bike sharing dimostra le colpe dei cittadini

Leggere nell’articolo sul Fatto del 29.10 di biciclette abbandonate, gettate nel fiume o rotte, per il solo piacere di farlo, fa sorgere il dubbio che se tante cose non filano per il verso giusto, la colpa non è solo dei politici. Cosa ci si può aspettare da chi si comporta in questo modo? I cittadini come ponderano le loro scelte quando decidono di andare a votare (o di non andare)? Se si comportano in questo modo per il solo gusto vandalico di farlo, dove mai potrebbero arrivare se avessero un tornaconto?

Umberto Alfieri