Oltre 39 miliardi di euro. Cioè quasi due punti e mezzo di Pil o, se preferite, tre volte la somma che il governo deve trovare per evitare lo scatto al rialzo dell’Iva. È la somma distrutta dal Monte dei Paschi di Siena dalla sciagurata acquisizione di Banca AntonVeneta sino a oggi. Il falò ha subìto una nuova impressionante accelerazione nell’ultimo anno: la Consob aveva bloccato gli scambi sull’azione Mps il 22 dicembre 2016, quando l’estremo tentativo privato di ricapitalizzare la banca era fallito e per salvarla dovette intervenire il governo. Dopo una sospensione durata 10 mesi che ha coinvolto anche un centinaio di obbligazioni, l’azione è stata riammessa in Borsa il 25 ottobre 2017. Al rientro in Piazza Affari il titolo valeva 4,7 euro ma, un anno dopo, oscilla intorno a quota 1,5: il calo è di oltre il 68 per cento.
Si tratta solo dell’ultimo giro di quel palio delle contrade morte che è la crisi di molte banche italiane, una spirale dalla quale l’istituto senese non pare riuscire a sottrarsi. Ma la reale débâcle borsistica (e non solo) di Mps è ben maggiore di quella dell’ultimo anno.
Il 28 novembre 2016 le azioni senesi furono “raggruppate”, emettendone una nuova ogni 100 preesistenti: alla data della sospensione, una nuova azione valeva circa 15 euro. Se poi si torna al 18 maggio 2007, al culmine della bolla borsistica prima della crisi finanziaria, la “vecchia” azione del Monte gestito da Mussari, Vigni e compari segnava il massimo storico di 5,34 euro: ricalcolati in base al raggruppamento e alla diluizione dei sei aumenti di capitale fioccati da allora, oggi sarebbero 9 mila 97 euro. Insomma, negli ultimi 11 anni, le azioni Mps hanno perso il 99,9% del loro valore.
A leccarsi le ferite sono tutti gli investitori, grandi o piccoli, e il ministero del Tesoro in primis. Dopo la “ricapitalizzazione prudenziale” scattata a fine 2016 e finita nell’estate del 2017, il dicastero di via XX Settembre è diventato il primo azionista della nuova Montepaschi “nazionalizzata” con il 68,247%. Peccato che perda oltre 4,5 miliardi dei 5,39 investiti. Ma sono state azzerate anche decine di miliardi versati da 150 mila piccoli azionisti e 40 mila obbligazionisti subordinati.
Al falò delle vanità senesi hanno infatti portato combustibile ben sei aumenti di capitale in nove anni: Rocca Salimbeni ha bruciato non solo i 5,39 miliardi versati nel 2016, ma anche i 3 miliardi dell’aumento del 2015, i 4 di quello del 2014, i 2 e mezzo del 2012, i 2 del 2011 e i 5 raccolti nel 2008 per finanziare l’acquisto di AntonVeneta. In totale, la banca ha raccolto aumenti per 21,9 miliardi che, sommati alla capitalizzazione di 16,1 miliardi raggiunta a maggio 2007 (tra azioni ordinarie e privilegiate, senza considerare quelle di risparmio), hanno visto gli azionisti immettere oltre 38 miliardi. Poiché oggi in Borsa la banca capitalizza appena 1,74 miliardi, ne mancano 36,3 circa.
Non a caso dalla primavera del 2007 a oggi la geografia degli azionisti è totalmente cambiata: dal raggruppamento dei titoli e dalla “ricapitalizzazione prudenziale” i vecchi azionisti sono usciti diluiti del 98%. Coloro che collettivamente possedevano il 100% del capitale della banca oggi, messi insieme, ne possiedono solo il 2,5%. La Fondazione, che al 31 marzo 2007 tra azioni ordinarie, privilegiate e risparmio controllava il 58,59% del capitale ha visto la sua quota vaporizzata. Usciti di scena Francesco Gaetano Caltagirone (3,81% del capitale totale), Hopa (2,42%) e UniCoop Firenze (2,41%), oggi i nuovi azionisti rilevanti oltre al Tesoro sono Mps stessa, che detiene azioni proprie per il 3,18%, e il gruppo Generali, che controlla il 4,32 per cento.
Ma gli aumenti di capitale 2014 e 2015 intersecano anche le indagini penali. Il 27 aprile scorso, a Milano, sono stati rinviati a giudizio per aggiotaggio e falso in bilancio Alessandro Profumo, presidente di Mps dal 19 marzo 2012 al 6 agosto 2015, e Fabrizio Viola, dg e poi ad dal 13 gennaio 2012 all’8 settembre 2016. L’ex presidente del collegio sindacale Paolo Salvadori è imputato di falso in bilancio, come pure la stessa banca in base alla legge 231.
Le contestazioni riguardano la rappresentazione nei bilanci Mps dal 2012 alla semestrale 2015 “a saldi aperti” (cioè come BTp) invece che “a saldi chiusi” (ovvero come derivati, quali in effetti erano) dei due contratti Santorini e Alexandria, del valore totale di 5 miliardi. Tremila piccoli azionisti si sono costituiti parti civili, ma non la banca.
La “ricapitalizzazione prudenziale” di fine 2016 è ricaduta però anche sui detentori di bond subordinati, come era accaduto anche per Etruria, Banca Marche, CariFerrara, Popolare Vicenza e Veneto Banca. Le 11 obbligazioni Mps coinvolte, del valore totale di 4,96 miliardi, sono state trasformate in azioni e svalutate per 2,75 miliardi.
Nel 2008 per contribuire a finanziare l’acquisto AntonVeneta la banca vendette a 40 mila piccoli risparmiatori (a tagli da mille euro) il bond subordinato decennale Upper Tier 2 per 2,06 miliardi. Questi clienti hanno visto i loro titoli prima convertiti in azioni e poi riacquistati dal Tesoro che li ha scambiati con una obbligazione senior, ma solo per un valore di 1,536 miliardi: hanno perso oltre 526 milioni. Ognuno di loro ha visto bruciare oltre 13 mila euro dei suoi risparmi e, aderendo allo scambio, ha rinunciato per sempre a fare causa per danni.
Ma la crisi non si ferma e anche il nuovo governo è preoccupato. Nei giorni scorsi a Palazzo Chigi si è discussa la possibilità di un “matrimonio riparatore” per Mps.
È stato individuato un terzetto di possibili “pretendenti”: Ubi, Bper e Banco Bpm. L’amministratore delegato di Ubi Banca, Victor Massiah, ha già risposto: “Ubi non ha alcun dossier aperto, ma non escludiamo operazioni e non solo con Mps”. Gli inquilini di Palazzo Chigi cambiano eppure l’antica tradizione italiana di fondere istituti in difficoltà in banche maggiori non muore mai. Il palio delle contrade morte può continuare.