Droghe. Legalizzarle comporterebbe un risparmio di miliardi di euro

 

Da anni si combatte, specialmente il Partito Radicale, per la liberalizzazione delle droghe leggere e per la legalizzazione delle droghe pesanti (coca, morfina, eroina ecc.). L’attuale legislazione, che condanna penalmente l’uso e lo spaccio di tali sostanze, mi ricorda la situazione dell’aborto prima della legalizzazione. Leggendo quello che è successo alla povera Desirée (e credo sia solo la punta di un iceberg) mi chiedo cosa aspetta il governo a intervenire. Forse ci sono altri motivi che fanno girare gli occhi altrove, visto che attorno alla droga girano milioni di euro? La liberalizzazione e la legalizzazione delle droghe, oltre a togliere dalla strada tanti poveri cristi, avrebbe altri vantaggi: ridurre il numero di detenuti nelle carceri; minori spese giudiziarie; alleggerire le operazioni delle forze dell’ordine. Tutto questo farebbe risparmiare milioni di euro allo Stato. “Le droghe fanno male”, dicono i benpensanti. È vero, ma causano meno morti dell’alcool o delle sigarette che sono monopoli di Stato. O sbaglio?

Gianni Rossi

 

Gentile signor Rossi, la penso come i Radicali, personalmente legalizzerei tutto, anche le droghe cosiddette pesanti, perché non credo al proibizionismo e inorridisco all’idea di un mercato criminale che vale non milioni, ma miliardi di euro. La stima è 14,4 miliardi nel 2017 secondo l’ultima Relazione annuale al Parlamento sulle tossicodipendenze in Italia fornita dalla Presidenza del Consiglio, di cui il 40 per cento per la sola cocaina (circa un milione di consumatori) e il 28 per cento per i cannabinoidi (sei milioni di persone), pari allo 0,9 per cento del Pil e al 75 per cento dell’intera economia illegale del nostro Paese. Un’enormità di profitti per le organizzazioni criminali mafiose e non. E altrettanto enorme è il costo della macchina giudiziario-poliziesca che fronteggia il traffico: si calcola circa 1,5 miliardi di euro pubblici l’anno, dalle indagini ai processi e alla detenzione, che potrebbero essere impiegati altrimenti. Credo anche che bisognerebbe smetterla di dire che il problema è la droga, il problema è semmai la sofferenza psichica all’origine dell’abuso di sostanze psicotrope, alcool e psicofarmaci legali inclusi, che il sistema sanitario non è in grado di trattare. Peraltro le diverse esperienze condotte all’estero, dall’Olanda alla Svizzera e agli Stati Uniti, dicono che la liberalizzazione/legalizzazione funziona, specie per le droghe cosiddette leggere. E tuttavia sarebbe preferibile intervenire a livello europeo, altrimenti c’è il rischio che la liberalizzazione/legalizzazione in un solo Paese alimenti il mercato illegale altrove e produca fenomeni di turismo “tossico”.

Alessandro Mantovani

Realismo magico e giornalismo politico: il caso Mattarella

In quella fantasmagoria che è il giornalismo politico italiano, florida corrente europea del moribondo realismo magico sudamericano, si leggono storie straordinarie. C’è ad esempio quella – un classico del genere che pare aver ripreso vigore dopo un periodo di appannamento – in cui se il Pil cala o non sale abbastanza bisogna tagliare il deficit per farlo crescere di più (il mitologico digiuno che ingrassa), ma di recente il filone d’oro sono le storie sui superpoteri di Sergio Mattarella, aka Quirinale, personaggio amato da grandi e piccini. Da ultimo, il CorSera di lunedì ci ha narrato quella del Quirinale che – insieme a “Palazzo Chigi”, “Tesoro” e “Ragioneria dello Stato” – “lavora a varie ipotesi di prevenzione e intervento, di carattere legislativo e finanziario” per salvare le banche “se la situazione dovesse peggiorare”. E mica solo il credito, Mattarella salva pure le pensioni. La Stampa, sempre lunedì, ci aveva raccontato che il governo, nel decreto fiscale, aveva tagliato “le pensioni agli ebrei vittime delle leggi razziali e ai perseguitati dal fascismo”. Poi il Tesoro ha spiegato che non era così: le minori spese nel decreto erano dovute al fatto che quella platea, fatalmente, si assottiglia. Titolo della Stampa di ieri: “Chiama il Colle e la pensione torna”. Pensate: Mattarella ti ridà la pensione cancellata per decreto senza manco un emendamento, gli basta la voce. Non vediamo l’ora di leggere i prossimi fumetti: noi – fatta salva la libertà di stampa – speriamo in cose tipo “Il Quirinale abbassa il deficit con le mani” o “Mattarella sorride e doma lo spread”.

La terra ai nuovi nati: con sei o sette figli ti fai persino il latifondo

Andrà letta per bene e nei dettagli, la rivoluzionaria proposta contenuta nella manovra economica che promette un po’ di terra da coltivare per chi fa il terzo figlio. Già detta così pare bellissima, c’è un che di Via col vento e al tempo stesso qualcosa di romanticamente sovietico: la terra ai contadini! Solo se hanno tre figli, anzi due ma promettono di fare il terzo. Siccome sono tempi in cui i paragoni storici si sprecano, spesso a sproposito, non dirò della ripopolazione delle campagne, delle paludi, del sacro suolo, eccetera eccetera, e nemmeno dei premi alle famiglie numerose. Mi limiterò a ricordare un precedente illustrissimo. Era il 1865 e, in America, il generale Sherman emanò un’ordinanza per donare a ogni ex schiavo, come risarcimento, 40 acri di terra e un mulo per ararla. C’era il trucco: era terra quasi sempre paludosa e incoltivabile, in brutte zone, il mulo non gliel’hanno mai dato, poco dopo ammazzarono Lincoln, cambiò tutto e gli ex schiavi dovettero rendere le terre ai padroni bianchi. 40 acri e un mulo è un modo di dire, in America, che sottintende la fregatura storica che diventa, per l’appunto, proverbiale.

Ma qui c’è di più. La faccenda della terra distribuita per questioni di merito demografico (tre figli! Bravi, avete vinto un prato in Molise!) ha qualcosa di irresistibilmente satirico: con sei o sette figli ti fai un latifondo come ai tempi dei Viceré.

Ora immaginiamo la famigliola aspirante ceto medio che si arrabatta con due figli, stipendi precari, mutuo sul groppone, che si accinge a fare il terzo figlio, carica il camioncino come la famiglia Joad (Furore, John Steinbeck, 1939) e va dall’Oklahoma alla California in cerca di un pezzo di terra da coltivare. Molto suggestivo e letterario, molto fotografia seppiata della Grande Depressione. Forse un po’ meno affascinante dal punto di vista pratico, e poi bisognerebbe pensare allo sviluppo, andare avanti, programmare. Al quarto figlio la stalla. Al quinto figlio la trebbiatrice nuova. Senza contare alcune cosucce di non poco conto, come le condizioni dell’agricoltura italiana: uno va a coltivarsi i suoi 40 acri, e poi? Poi gli passano sotto il naso i camion delle arance raccolte col lavoro semischiavistico, il caporalato, la grande distribuzione e le sue aste al ribasso. Tutto questo senza nemmeno dover sparare a Lincoln.

In ogni caso si va a parare lì, all’aumento della natalità premiato come se fosse un donare braccia alla patria, una cosa già sbandierata dall’indimenticabile ministra Lorenzin. Naturalmente i legittimi titolari di due figli che si mettano in testa la balzana idea di fare il terzo ringrazieranno molto per l’idea, ma si ha come l’impressione che preferirebbero altri incentivi. Per esempio un asilo nido meno caro di una Porsche, servizi sociali adeguati, un welfare funzionante che permetta alle madri di lavorare a parità di salario con gli uomini, e altre cosucce consimili come magari tempi di lavoro che non siano dettati da un algoritmo. Dettagli. Cosucce. Ma va bene anche il prato in Molise, eh!

Immagino che ci sarà un boom demografico senza precedenti e avremo migliaia di nuove aziende agricole, dove il neonato potrebbe occuparsi delle papere. È evidente che affidare tutto questo ben di dio a famiglie svogliate ed egoiste che si rifiutano di figliare oltre il secondogenito sarebbe diseducativo e non ripopolerebbe le campagne, mentre si sa che l’impero ha bisogno di braccia da restituire all’agricoltura. Magari un giorno si supererà questa visione agreste e littoria per arrivare a incentivi meno avventurosi. Esempio: se fai il terzo figlio, scuola gratis fino alla laurea per gli altri due. La butto lì per il ministro della Famiglia, se si scopre che il terzo figlio sono due gemelli al papà si restituisce l’articolo 18. Pensiamoci. Il mulo, magari, un’altra volta.

Perché Desirée ha fatto vacillare le nostre certezze

È impossibile scrivere di Desirée senza tremare di dolore, di rabbia. E di vergogna perché costa carissimo ammettere quello che segue. Credevamo di avere anticorpi sufficienti contro il razzismo. Anticorpi culturali, costituzionali, gli anticorpi della ragione. Invece quello che è capitato in quel capannone a San Lorenzo ha fatto vacillare alcune certezze, che sembrava impossibile mettere in discussione. Di fronte a quello che è accaduto a questa bambina – che si è smarrita e come in una favola orribile ha incontrato l’orco – si può solo avere paura: per quello che è stato fatto a Desy da viva – qualcosa che le parole, anche quelle più spaventose, non possono descrivere – e per quello che è stato fatto a Desy da morta. Anche dopo, il suo corpo violato è stato usato: come bandierina dell’indegno “dagli al negro” e come bandierina dell’antifascismo, per la parola “razza”. Ma qui la razza se c’entra, c’entra per quella frase riportata dagli investigatori: “La ragazzina bianca è tornata ed è disponibile”. Le donne che frequentavano lo stabile l’avevano messa in guardia: è pericoloso, “soprattutto per una bianca”. Il senso di colpa per i sentimenti che le cronache di questa storia hanno suscitato è così forte, che scoprire anche l’italianissimo Marco nel branco è stato per molti un sollievo. È ovvio che le torture non sarebbero state meno gravi se a infliggerle a Desy fosse stato un gruppo di bianchi. Ma gli uomini che le hanno teso l’agguato, che l’hanno usata come una bambola gonfiabile, che potevano salvarla ma hanno scelto di non farlo, erano immigrati africani irregolari. E ignorare questa circostanza è sbagliato e ingiusto. Il problema riguarda una criminalità alimentata da un’immigrazione fuori controllo. Non si dica più che chi arriva qui senza poter trovare un lavoro delinque per forza, che cade nella rete delle mafie perché non ha altra scelta. È vero che il circolo vizioso è spesso questo, ma gli spacciatori non hanno drogato una ragazzina per abusare di lei a turno, mentre era incosciente o forse addirittura morta, perché avevano bisogno di mangiare: non si sono fermati davanti alla sua età, davanti all’agonia, davanti alla morte. Hanno scelto di lasciarla crepare per evitare la galera. Non meritano né pietà né pietismo, non meritano tentativi di giustificazione.

Essere immigrati non può diventare l’attenuante dei criminali: se succede, se si fa propaganda perfino con il cadavere di una bambina ancora caldo, si alimenta il sentimento di rabbia. Vero, si sentono invocare la castrazione chimica e la pena di morte: anche questa è propaganda, ed è irricevibile. Ma si deve rispondere provando a collegare il cervello con la bocca: il corteo antifascista è una risposta caricaturale. Lo Stato, è evidente, non deve mai rinunciare al proprio ruolo perché amministra giustizia e non vendetta: guai se fosse il contrario. Però può provare a ricucire le ferite sociali, partendo da quelle del tessuto urbano: non è tollerabile che esistano luoghi come quello dove è morta Desy, a Roma e altrove. D’istinto vorremmo mandare l’esercito domani, anzi subito, perché è già tardi, perché l’urgenza è provare a ripulire l’orrore di San Lorenzo. Ma bisogna fare attenzione a quello che si desidera. La soluzione non è mai lo Stato di polizia, non è militarizzare le nostre città: il Pigneto di Roma, grazie al cielo, nemmeno con i Ranger del Texas diventerebbe Cortina.

Quanto è accaduto non può diventare per nessuna ragione la lente con cui gestire immigrazione e integrazione. Ma negare i problemi o peggio girare la testa dall’altra parte, lasciando che ci abituiamo al degrado, alla brutalità, alla violenza, è ugualmente sbagliato. E pericoloso.

Se manca la politica il degrado rimane

Il degrado e le criticità emerse a San Lorenzo – che rappresentano una sorpresa solo per chi non ci vive – pongono questioni e impongono soluzioni differenti rispetto alle difficoltà che vivono i cittadini in periferia, nonostante il tasso di criminalità e la tipologia di reati siano spesso gli stessi: lo spaccio di stupefacenti su tutto. Il comun denominatore è l’abbandono, determinato dalla carenza di una politica lungimirante e dall’assenza di una rete di collaborazione tra le istituzioni.

Le periferie romane, soprattutto quelle a forte prevalenza di edilizia popolare, sono diventate negli anni ghetti di esclusione sociale, dove si concentra un’umanità dolente che vive tra spaccio, discariche abusive e il fumo nero dei roghi tossici, accesi nei vicini campi rom. Lo Stato qui esiste solo in forma repressiva, attraverso le forze dell’ordine, ma non esiste alcuna politica preventiva né di riqualificazione, salvo le meritorie iniziative private dei cittadini, sempre più sconfortati. In queste zone dove la disoccupazione giovanile è altissima, così come l’evasione scolastica, il vero welfare è rappresentato dalla droga. Si fa la vedetta per 30 euro, si fa il pusher per 70 euro. Non ci si arricchisce, si sopravvive a costi altissimi (la vita o la galera). Nascere in una famiglia di pregiudicati o in un palazzo trasformato in una piazza di spaccio a Tor Bella Monaca come a Scampia equivale ad avere un destino segnato. In queste zone i tanti cittadini perbene non scendono in strada a manifestare perché questo tipo di criminalità, ormai endemica, rappresenta una microeconomia sommersa e illegale, ma con poche alternative legali. Affrontare seriamente il problema significherebbe per le istituzioni creare mescolanza sociale attraverso piani abitativi, gestire la disoccupazione giovanile, costruire centri di aggregazione, risolvere l’annosa questione dei campi rom e occuparsi delle categorie più a rischio come sono, per un esempio, gli ex detenuti che una volta usciti di galera tornano a delinquere come prima. Un tempo se ne occupava, lucrandoci sopra, Salvatore Buzzi attraverso le sue cooperative. Ma se Buzzi ha potuto fare, disfare e rubare è perché la politica ora come allora si è mostrata indifferente. Il caso San Lorenzo rappresenta l’altra faccia della stessa medaglia, che chiama in causa un’altra questione non risolta: la gestione dei flussi migratori. A San Lorenzo infatti, così come mesi fa a Macerata, è esploso in modo drammatico quel combinato disposto di immigrazione incontrollata e crisi economica che ha fatto implodere la sinistra italiana insieme ai partiti di sinistra di mezza Europa. San Lorenzo ha due fattori che calamitano la criminalità: la vicinanza alla stazione dove gravitano balordi e immigrati irregolari e la presenza di molti studenti,che come ovunque attraggono lo spaccio, che si sposta dove c’è domanda: è una questione di mercato, non solo di degrado. Questo tipo di criminalità – caratterizzato da un traffico di droga meno organizzato e più “mordi e fuggi” – in mano soprattutto ad africani e nord africani, contribuisce al decadimento di tutto il quartiere, già abbandonato all’incuria da amministrazioni distratte: prova ne è il capannone di 16 mila metri quadri dove è morta Desirée, prova ne è l’assenza totale di illuminazione in certe strade di questo e altri quartieri a rischio. La Raggi non può rispondere a quello che è successo con il risibile divieto al consumo di alcolici in strada dopo le 21 o trincerarsi dietro alla cantilena: “È la situazione che abbiamo ereditato dalle precedenti amministrazioni”, perché anche se le responsabilità non sono dirette, da due anni sono lei e la sua giunta a dover rispondere di ciò che accade a Roma, a meno di non dover derubricare il suo ruolo politico a mera supplenza di chi sa chi.

La maggior presenza numerica di polizia e carabinieri aiuterebbe ma non basta senza un serio piano di riqualificazione della zona e senza leggi più stringenti. Solo dall’inizio dell’anno i carabinieri hanno eseguito a San Lorenzo diciotto blitz antidroga. Il comandante della compagnia di Piazza Dante, Vincenzo Carpino, ha arrestato lo stesso spacciatore in un mese quattro volte e per quattro volte è stato rimesso in libertà. In due anni il capannone in Via dei Lucani è stato sgomberato 7 volte, due giorni dopo rientravano. Il quadro normativo così com’è non rappresenta un deterrente per spacciatori e consumatori. Lo Stato deve capire qual è l’obiettivo da colpire; il traffico di droga non è un problema che tocca solo persone fragili come Desirée , non è una questione che impatta solo con le aree degradate perché la droga che africani, albanesi, italiani vendono arriva sempre da ‘Ndrangheta e Camorra e si trasforma attraverso il riciclaggio in economia pulita che diventa Pil. Si vuole inasprire la legge colpendo anche i consumatori? Si vuole sottrarre alle organizzazioni criminali mafiose il traffico di droga legalizzandola? Si faccia qualcosa, perché le ruspe funzionano sul momento, ma poi durano poco.

Caso Orlandi, indagini su ritrovamento di ossa

Gli inquirenti del Vaticano e la procura di Roma indagano sul ritrovamento di ossa umana in un edificio fuori dalle mura ma di proprietà della Santa Sede: si tratta di un locale, al civico 27 di via Po, sede della Nunziatura apostolica, cioè la rappresentanza vaticana in Italia. Questo luogo, forse, induce a pensare che la scoperta possa riguardare Emanuela Orlandi, la ragazza scomparsa nel giugno del 1983.

I magistrati romani hanno aperto un fascicolo per omicidio, allertati dalle autorità vaticane: i frammenti ossei umani – così recita una nota della Santa Sede – sono stati rinvenuti durante alcuni lavori di ristrutturazione. Ora l’inchiesta, in collaborazione col Vaticano, è gestita dalla Procura capitolina e affidata alla polizia scientifica e alla squadra mobile. Da un paio di giorni pare siano iniziati gli accertamenti.

Le verifiche tecniche servono a stabilire se i resti appartengono a uno o più corpi, l’epoca, il sesso, i motivi del decesso, ma il mistero – che si pul risolvere in pochi giorni – si lega al doppio mistero della scomparsa a Roma di due ragazze minorenni tra la primavera e l’estate del 1983: Mirella Gregori, figlia di un barista di via Volturno, sparita il 7 maggio; Emanuela Orlandi, che abitava in Vaticano, mai vista nè sentita dopo una telefonata alla sorella del 22 giugno. Due adolescenti di quindici anni, due vite diversi, due casi irrisolti.

“È un sacrosanto diritto avere verità e giustizia, non ci rinunceremo mai”, aveva detto in occasione dell’ultimo anniversario della scomparsa Pietro Orlando, il fratello di Emanuela, che dopo la chiusura delle indagini da parte della Procura di Roma è tornato a chiedere giustizia direttamente al Tribunale Vaticano.

E da alcuni mesi, infatti, la denuncia di scomparsa è di nuovo sui tavoli della Gendarmeria e del Promotore di Giustizia. La famiglia Orlandi l’aveva presentata per la prima volta un anno fa, lo scorso novembre. Il fascicolo è stato aperto “ma da allora non è stato fatto niente, non è stato interrogato nessuno”, ha denunciato più volte l’avvocato Laura Sgrò, legale di Pietro Orlandi. Che invano ha anche chiesto che venisse sentito il boss mafioso Pippo Calò, oggi 87enne, attualmente detenuto al 41 bis nel carcere di Opera. All’epoca dei fatti, nel 1983, era a Roma, era un personaggio a conoscenza “di quello che succedeva”, collegato alla banda della Magliana, ritenuta invischiata nella scomparsa della ragazza.

Emanuela oggi avrebbe cinquant’anni. La ragazza era la figlia di un messo della prefettura della Casa pontificia, è cittadina del Vaticano.

A maggio era già scomparsa un’altra ragazza romana, Mirella Gregori, coetanea di Emanuela, e i due casi vengono quasi subito collegati. In questi termini– come di “una stessa cosa” – ne parla Ali Agca, l’attentatore del Papa, ma non sono mai emersi elementi concreti che avvalorassero questa pista. Gregori, studentessa, non conosceva Emanuela, né le due ragazze avevano frequentazioni in comune. Mirella scomparve dopo aver detto alla madre che “aveva un appuntamento” presso il monumento al bersagliere di Porta Pia con un vecchio compagno di classe, che peraltro quel pomeriggio era impegnato altrove. Da quel momento la famiglia non ha più avuto notizie della ragazza.

Maltempo, 12 morti. A Venezia danni a San Marco, paura a Como

Sale a dodici il bilancio delle vittime per il maltempo in tutto il Paese. Dopo i 7 morti di lunedì, ieri i soccorritori hanno recuperato altri 5 corpi. Una donna in provincia di Trento, un velista inghiottito dalle onde a Catanzaro, un 63enne morto mentre faceva kitesurf a Rimini, un pescatore annegato nel Lago di Levico in Trentino e un 61enne nel torrente Biois, nel Bellunese. In 48 ore sono più di 7 mila gli interventi dei vigili del fuoco da Nord a Sud, soprattutto in Liguria, Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Lombardia, Toscana e Lazio; 5.800 i soccorritori impegnati nell’arginare le ripercussioni di allagamenti, smottamenti e alberi caduti. I danni ammontano a centinaia di milioni di euro.

Intanto si temono danni gravi alla Basilica di San Marco a Venezia. La “chiesa d’oro” è stata invasa dall’acqua salmastra nel suo corpo principale e ha raggiunto il livello di 90 centimetri, ritirandosi solo dopo 16 ore. E sempre a Venezia due arazzi di Joan Mirò in mostra a Palazzo Zaguri a Venezia sono stati danneggiati in seguito all’acqua alta. Le due opere sono già in restauro all’arazzeria di Asti per salvarli dalla salsedine.

L’ultimo addio di Cisterna alla sua figlia dimenticata

Un funerale coi fiocchi per una vita di niente. Quel che Desirée non ha visto da viva, le lacrime delle sue amichette, il pianto del suo papà, la disperazione dolce di sua mamma, lo sguardo sequestrato dal dolore, l’ha ottenuto da morta. Il lutto cittadino, il sindaco, il servizio d’ordine per tenere a bada la gente che nel pratone della Chiesa di San Valentino è accorsa a piangere, anche a filmare, o a farsi un selfie con la bara, e a commentare incredula. Come la donna che confida alla sua amica: “Io te lo dico qua. Se me dovessi accorgere de mia figlia che non riga dritto, gliè toglierei la vita. Io te l’ho data e io te la tolgo”.

Desirée Mariottini, finita a 16 anni dentro il buio pesto della crudeltà umana, di un branco di uomini e donne abituato dall’eroina a togliere senso alla pietà, ha ottenuto per il suo sacrificio, la spaventosa sequela di violenze a cui è stata sottoposta da viva e poi da morta, i fuochi d’artificio, i palloncini colorati in cielo, una canzone di Jovanotti e una dei Maneskin, gli striscioni che sempre chiedono verità e giustizia, tanti applausi e urla isolate ma rabbiose: “Ai carnefici li devono ammazzà”. Questa ragazzina fragile, figlia a sorpresa di un amore finito prima di nascere tra sua madre, che aveva sedici anni, la sua stessa età, e suo padre, più grande e spavaldo e abituato al ring della vita, ha finito nel suo quartiere la sua corsa verso il nulla. “Era scapigliata, buona, non voleva mai farsi fare le foto”, ricorda lo zio. “La famiglia la teneva sul palmo della mano, è gente benestante, rispettata. Figuriamoci se la trascurava”, giura l’amico di famiglia interdetto per la descrizione letta sui giornali e in tv. “Altro che povertà. Andava a scuola, era perfetta. Poi si sa, le ragazzine di oggi in un attimo cambiano. Avrà detto: vado a Roma. Ma chi non ci va dei nostri figli?”.

A Cisterna oggi è venuta anche Giorgia Meloni, per via della connessione sentimentale che questa terra ha con la destra storica, qui il Duce ha bonificato le paludi.

La Pontina è il pied-à-terre di Roma, la porta di servizio da cui si entra nella Capitale e si esce in un’ora, traffico permettendo. E Desirée, studentessa dell’Agrario, ha raggiunto la città con una sua amica ma non per passeggiare in via del Corso, il luogo dove le principianti dello struscio affrontano le prove gioiose della loro età con il viso già marcato dal trucco. No, hanno scelto San Lorenzo, dentro l’angolo più buio di questo quartiere popolare e studentesco, tra le mura abbandonate di via dei Lucani, dove si entra solo per farsi di eroina e crac, le stazioni finali del cammino doloroso della droga. Perché lì? “Te spiego io perchè – mi dice un signore – Il padre, che è anche un ragazzo di vita, ha avvertito la piazza di Latina che a Desirée non doveva essere concesso neanche un filo d’erba, un grammo di fumo. Per amore, per cercare di tenerla lontana da questo mondo”. L’amore di papà l’avrebbe dunque obbligata a scavalcare il cordone di sicurezza e cercare fortuna dentro la gabbia dei leoni. Una scelta scriteriata e inconsapevole, che i suoi anni certamente fanno intendere, una prova, e non sappiamo se fosse questa una prima volta o già un bis o un tris, nella quale è cascata già quasi sfinita.

Desirée, sentito l’ultrà salviniano

“Non sono uno stupratore né un omicida. Desirée al bar che frequento? Potrei essermi sbagliato”. Mirko, molto conosciuto a San Lorenzo, ieri è stato ascoltato per quasi 3 ore in Questura. L’“ultrà salviniano”, come è stato ribattezzato negli ultimi giorni per aver acclamato, insieme ad alcune donne del quartiere, l’arrivo del ministro dell’Interno a San Lorenzo, aver partecipato alle contestazioni alla fiaccolata di giovedì scorso e presenziato alla marcia di Forza Nuova di sabato. Dopo aver assistito ai rilievi della polizia scientifica e ad altri sopralluoghi degli inquirenti, ieri era presente anche alla preparazione delle esequie di Desirée, all’obitorio comunale al Verano, quando gli uomini della Squadra Mobile lo hanno condotto in Questura per risentirlo. È stata interrogata anche una delle due bariste del locale di San Lorenzo frequentato da Mirko.

Gli investigatori cercano informazioni sulle due amiche “romane” di Desirée, Antonella (la ragazza dalle treccine blu) e una certa “Claudia che faceva la modella”. Contro di loro, contattato da Il Fatto, si è scagliato anche il papà della 16enne, Gianluca Zuccheddu: “Ce l’hanno portata loro in quel tugurio. Mia figlia era una ragazza che studiava, che si impegnava. Andate a cercare loro, sono loro che l’hanno corrotta”. Se Antonella è già stata interrogata – ma il suo verbale è top secret – su Claudia ci sono ancora misteri. Le loro testimonianze potrebbero contribuire a definiire un quadro ancora fumoso per via dei ricordi offuscati di testimoni in gran parte tossicodipendenti.

Poi c’è Mirko. Il 31enne, residente ad Aprilia (Latina), cantante neomelodico, è stato coinvolto in una serie di arresti per droga avvenuti nel 2015 nella cittadina pontina. È lui che fra la serata di venerdì 19 e la mattina di sabato 20 ottobre (ben 24 ore dopo la morte di Desirée) ha convinto un senegalese, soprannominato “Pi”, a recarsi prima al commissariato San Lorenzo, poi alla vicina stazione dei carabinieri e poi di nuovo alla polizia (non era stato ritenuto attendibile per via del suo stato di ebbrezza) per raccontare quanto sapeva del decesso della giovane. Perché? Cosa c’entrava lui? Cosa l’ha spinto? “Visto che penso di conoscere di vista la ragazza deceduta mi sono attivato nel quartiere”, aveva detto agli agenti. Circostanza smentita ieri in Questura: “Pensavo di averla vista la mattina qui al bar, ma mi sono sbagliato, non era lei”, avrebbe detto. Nasko, il testimone bulgaro, lo aveva poi citato nella sua testimonianza. “Mirko o Marco, non ricordo. Andava a Tor Bella Monaca a comprare la cocaina per conto di Koffy”. “Io lì dentro (in via dei Lucani, ndr) non ci metto piede”, dice Mirko. E sui tunisini Hytem e Samir: “Si sono dati tutti, non c’è più nessuno a San Lorenzo”. Hytem “sta a Velletri”, rivelano alcuni tossicodipendenti.

Intanto, mentre i due senegalesi conosciuti come Pako e Ibrahim e il nigeriano Sisco restano in cella a Roma, a Foggia il giudice ha convalidato il fermo e ordinato il carcere per Youssef, ma solo per violenza sessuale e non per omicidio.

Come ti nascondo il babbo di Firenze

Non è piaciuta granché ai giornali la notizia della chiusura dell’indagine Consip, con il possibile processo all’ex comandante dell’Arma Tullio Del Sette e all’ex ministro Luca Lotti e la richiesta di archiviazione per Tiziano Renzi. Che il papà dell’ex premier abbia mentito ai pm quando è stato sentito come indagato per traffico di influenze è chiaro a tutti, ma ognuno dedica spazio diverso. Il Messaggero e Il Corriere non hanno spazio in prima. Repubblica invece nelle due pagine dedicate al caso, non dimentica di sottolineare l’accusa mossa al carabiniere Scafarto di aver passato notizie al Fatto (che l’ha sempre negato). Caso a parte La Nazione di Firenze che nel titolo del pezzo dimentica la scarsa credibilità attribuita dai pm all’illustre conterraneo Tiziano Renzi.