All’indomani della richiesta di archiviazione, Tiziano Renzi ha comprato una pagina del quotidiano La Nazione, edizione Firenze. “Oggi dico basta, vendo tutto” è il titolo. E annuncia: “Vado in pensione, lascio ogni incarico, metto in vendita la mia società. Mi arrendo”. Poi il racconto da quando ha lasciato l’insegnamento per “creare posti di lavoro”. Il migliore fu per il figlio Matteo che però subito dopo fu eletto e i contributi glieli pagò la Provincia. Nel 2014, scrive ancora Tiziano, “la mia vita cambia” con “una odissea di avvisi di garanzia, indagini, inchieste”. Tiziano Renzi ricorda così le archiviazioni e il risarcimento (oggetto di ricorso) ottenuto dal Fatto. “La mia azienda è stata accusata ingiustamente di tutto e ha perso clienti molto importanti (…) Non hanno aspettato l’archiviazione, loro”.
Consip, ecco tutti i punti deboli dell’“archiviazione” per Tiziano
I pm di Roma chiedono di archiviare Tiziano Renzi per il reato di traffico illecito di influenze e vogliono mandare a giudizio solo il suo amico Carlo Russo, 35enne di Scandicci, per millantato credito. Il motivo? Secondo la procura, Russo dice tante bugie sui suoi rapporti con Tiziano Renzi e con i manager pubblici. Si vanta con l’imprenditore Alfredo Romeo, interessato ad alcune gare pubbliche, di poter influenzare i pubblici ufficiali di quattro enti: comune di Sesto San Giovanni (non Lodi, come abbiamo scritto ieri), Inps, Grandi Stazioni e Consip. L’amico di babbo Tiziano millantava capacità mirabolanti ma secondo i pm romani non era in grado di influenzare nessuno. La prova?
Nel caso della gara Consip Carlo Russo si era speso tra la fine del 2015 e la primavera 2016 per un’altra impresa. Nel caso Grandi Stazioni invece Romeo aveva già perso la gara per le pulizie quando lui, a settembre-ottobre promette di farlo vincere. I pm sembrano ignorare un punto centrale: le partite delle gare pubbliche si compongono di due fasi. L’aggiudicazione provvisoria è solo la prima. Resta la seconda fase nella quale spesso si può ribaltare l’esito.
Diamo per acquisito, come fanno i pm, che Russo abbia giocato nel primo tempo della gara Consip, che si chiude a primavera del 2016, per un’altra impresa. Nulla vietava a Romeo di assoldarlo per supportarlo politicamente nella seconda fase della stessa gara magari per lotti diversi.
Romeo era risultato primo nella graduatoria provvisoria in tre lotti per complessivi 609 milioni di euro. I due incontri di Russo con l’amministratore di Consip Luigi Marroni, di ottobre 2015 e aprile 2016, non c’entrano nulla. Romeo nella prima fase gioca da solo e Marroni lo dice chiaro ai pm: Tiziano Renzi gli ha raccomandato Russo e gli ha chiesto ben due volte di incontrarlo. Ma Russo poi gli ha raccomandato un’altra società, non Romeo.
Ciò non toglie che Tiziano Renzi abbia avuto un’influenza nel convincere Marroni a incontrare Russo. E ciò non impedisce a Russo ad agosto del 2016 di offrire i suoi servigi e quelli di Tiziano Renzi (a sua insaputa per i pm romani) promettendo di influenzare Luigi Marroni, amministratore di Consip, in favore di Romeo. Sul fronte Grandi Stazioni, secondo i pm, Russo millanta perché le due gare nelle quali Romeo partecipava erano già state vinte dai concorrenti. Effettivamente c’era l’aggiudicazione provvisoria avvenuta rispettivamente il 13 maggio e il 13 settembre 2016. Eppure, proprio leggendo insieme le due questioni Consip e Grandi Stazioni si può capire che la lettura dei pm non è l’unica possibile. Tiziano Renzi, Carlo Russo e Alfredo Romeo ‘probabilmente’, per i pm, si incontrano a Firenze il 16 luglio 2015. Dalle intercettazioni di Romeo si comprende che il tema all’ordine del giorno potrebbe essere Grandi Stazioni.
L’8 luglio 2015 Alfredo Romeo parla con Italo Bocchino di ‘un ragazzo di Firenze’ che gli ha dato informazioni su Grandi Stazioni. Il 16 luglio 2015, appena 27 minuti dopo l’inizio del ‘probabile’ incontro a tre, con l’incrocio dei telefonini di Russo, Romeo e Tiziano in un’area di Firenze, Romeo chiama la segretaria e si fa rinfrescare la memoria sulle due gare di Grandi Stazioni a cui sta partecipando. Poi Romeo si piazza secondo in quella delle pulizie il 13 maggio ed è ultimo nella graduatoria delle manutenzioni pubblicata il 13 settembre. Partita chiusa? Chi si occupa di gare sa che il vincitore è solo sulla carta. Perché l’arbitro può ancora buttarlo fuori se c’è un’anomalia nell’offerta o altri cavilli. Come Romeo pur avendo vinto il primo tempo con l’aggiudicazione provvisoria di Consip, poteva essere sconfitto nella ripresa. Così pur avendo perso il primo tempo di Grandi Stazioni, poteva ribaltare l’esito nel secondo tempo. Questo schema potrebbe spiegare perché Romeo offre soldi in cambio di aiuto a Russo dopo che i giochi sono apparentemente fatti.
Romeo offrirebbe a Russo il 7 settembre 2016 ben 30 mila euro al mese per T. (cioé per Tiziano Renzi, per i pm) e 100 mila euro all’anno a Russo stesso per un accordo quadro che includa Consip e Grandi Stazioni. Forse perché vuole vincere il secondo tempo di entrambe le partite.
Nel primo caso pensa di fare entrare Russo nella ripresa con la funzione di attaccante e nel secondo caso come difensore. Nella partita Grandi Stazioni, secondo i pm, “essendo la sua società arrivata seconda nella gara per le pulizie la stessa potrebbe rientrare ancora nei giochi proprio a causa delle anomalie”. Romeo il 14 settembre spiega a Russo: “potrebbero fare … per noi! Hai capì? Siamo secondi però il primo…”. Questa conversazione avviene quattro mesi dopo l’aggiudicazione provvisoria dell’appalto da 30 milioni del lotto 2 delle pulizie delle stazioni ma Romeo non è un pazzo: spera di potere subentrare alla prima. La sconfitta dell’aggiudicazione provvisoria non è la smentita ma è proprio il presupposto dell’intervento offerto da Carlo Russo. L’amico di Tiziano poi passa all’azione e incontra più volte Silvio Gizzi, il presidente di Grandi Stazioni Rail. I pm sostengono che le loro frequentazioni “non possono essere comunque correlate alle vicende di Romeo”. Peccato che Silvio Gizzi a verbale dica il contrario: “Russo in tali incontri si è manifestato come espressione delle società riconducibili a Romeo, mi ha chiesto notizie sulle gare in corso relative alle manutenzioni e pulizie a cui partecipava Romeo”.
In Consip, invece, avendo vinto il primo tempo, almeno in tre lotti, Romeo cercava di assoldare Russo per ottenere l’assicurazione da Tiziano Renzi che “non ci fanno schifezze”, cioé che il risultato a suo favore non cambiasse. Russo dice tante bugie sui suoi rapporti con Tiziano Renzi e Luigi Marroni. Per i pm non ha commesso traffico di influenze e millantava sia su Grandi Stazioni sia su Consip. Però la motivazione della richiesta di archiviazione non coglie il senso dell’offerta a Romeo. Russo si offre per sovvertire l’esito della graduatoria Grandi Stazioni e per presidiare quella di Consip. Dire che Russo è un millantatore perché interviene su Grandi Stazioni solo dopo l’assegnazione (provvisoria) ai rivali di Romeo non ha molto senso.
In manette paladino antiracket: chiedeva il pizzo alle vittime
Denunciavano la criminalità organizzata per estorsione e finivano per essere vittime dell’associazione che li avrebbe dovuto difendere. È successo ad alcuni iscritti dell’Associazione Siciliana Antiestorsione (Asia) di Aci Castello, in provincia di Catania, presieduta dal 75enne Salvatore Campo, ai domiciliari con l’accusa di estorsione continuata, peculato e falso ideologico ai danni dei suoi associati.
Secondo le indagini della Guardia di Finanza, Campo avrebbe chiesto una dazione di denaro per avviare le pratiche d’indennizzo, tra il 3-5% del beneficio concesso alle vittime, e minacciato chi non avrebbe accettato le sue condizioni. In alcuni casi avrebbe suggerito certificati medici falsi, per consentire all’associato di ricevere una somma maggiore. Campo si sarebbe appropriato di circa 70 mila euro tratti dai conti associativi, di cui la metà proveniente da fondi pubblici. Tra le vittime anche Franca Pepi, figlia dell’imprenditore agroalimentare Francesco Pepi, ucciso a Niscemi dalla mafia nel 1989 per essersi rifiutato di pagare il pizzo.
Non solo l’aria: è avvelenata anche la terra
Si chiamava “Consiglio di famiglia” ed era il “direttorio occulto” con cui i Riva gestivano la fabbrica di Taranto attraverso il “Patto di famiglia”, l’accordo stipulato nel 1999 dagli ex padroni dell’acciaio ionico e sciolto nel 2013 dopo il sequestro dell’area a caldo dello stabilimento siderurgico.
È quanto emerge dall’inchiesta coordinata dal pm Mariano Buccoliero che ieri ha portato al sequestro di un’area di 540 mila ettari nei quali i vertici dell’azienda avrebbero abusivamente interrato circa 5 milioni di tonnellate di “cumuli di rifiuti pericolosi e non pericolosi di origine industriale”. Montagne di rifiuti, alte quasi 30 metri, nascoste dalla vegetazione: una discarica abusiva che non solo ha sfregiato il volto della “Gravina Leucaspide”, un sito sulla carta protetto dai vincoli paesaggistici, ma soprattutto creato un nuovo disastro ambientale: i rifiuti, infatti, avrebbero deviato il corso d’acqua che in alcune stagioni attraversa la gravina e filtrando poi nel sottosuolo avrebbe gravemente avvelenato la falda acquifera utilizzata per usi agricoli nelle campagne circostanti.
L’inchiesta è nata dopo la denuncia della famiglia De Filippis, proprietaria di un terreno che confina con le discariche abusive dell’acciaieria, che attraversi gli avvocati Carlo e Claudio Petrone hanno denunciato la svalutazione dei loro beni nel corso del tempo e gli ingenti danni causati dall’attività illecita dell’Ilva.
Per i finanzieri del Nucleo di polizia economico-finanziaria di Taranto, agli ordini del tenente colonnello Marco Antonucci, le responsabilità della vicenda sono da imputare proprio ai membri del “Consiglio di famiglia” e ad alcuni dirigenti della fabbrica. Nel registro degli indagati, con l’accusa di disastro ambientale doloso, sono finiti cinque membri della famiglia Riva: Fabio, Nicola, Claudio, Cesare Federico e Angelo Massimo che negli anni tra il 1995 e il 2012 hanno ricoperto ruoli nel Consiglio di famiglia e nei cda di Ilva e Riva Fire che fino al 2013 è stata la cassaforte del Gruppo.
I dirigenti coinvolti invece sono l’ex direttore dello stabilimento Luigi Capogrosso, il responsabile delle discariche Renzo Tommassini, Antonio Gallicchio che tra il 2001 e il 2017 ha ricoperto il ruolo di responsabile del laboratorio Ecologia, Oli e Circuiti, e infine Domenico Giliberti che dal 2005 di occupa di redigere il Piano di caratterizzazione dei suoli da bonificare.
Le indagini condotte dai finanzieri ha rivelato la presenza nel sottosuolo di metalli come stagno, berillio e selenio, di idrocarburi policiclici aromatici come indeno, pirene, benzo-apirene e benzo-terilene oltre a idrocarburi “pesanti”. Non solo. Le acque sotterranee risultano contaminate da cromo, cloroformio e idrocarburi mentre quelle in superficie conterebbero tracce di manganese. Metalli pesanti, dannosi per la salute umana soprattutto se utilizzate in agricoltura.
Per il giudice Vilma Gilli è evidente che “chi avrebbe potuto e dovuto intervenire in epoca successiva a quella pubblica non lo ha fatto, pur consapevole delle gravose problematiche ambientali ereditate dal passato”. Insomma il “Consiglio di famiglia” sapeva e non ha fatto nulla e “il ritardo accumulato nel corso degli anni – ha aggiunto il magistrato – ha verosimilmente compromesso in maniera irreparabile lo stato di salute del sito”. Nelle 104 pagine che compongono il decreto di sequestro preventivo il gip Gilli ha chiarito che persino il Consiglio di Amministrazione di Ilva “era sempre subordinate alle direttive del ‘Consiglio di Famiglia’” che tuttavia non ha lavorato solo: la violenza commessa su quelle terre infatti è stata possibile grazie “ad alcuni dipendenti dell’azienda”. E forse anche grazie ad altri: figure preposte al controllo che le indagini potrebbero raggiungere in futuro.
La vendetta dei nuovi padroni: “ribelli” Ilva a casa senza lavoro
“Oggi nel mio ‘ultimo giorno in fabbrica’ ho assistito a scene drammatiche. Lacrime grosse e sincere, abbracci veri tra chi restava e chi svuotava cassetti e armadietti. Silenzi assordanti, colleghi che a testa bassa non riuscivano a sorridere, reparti semivuoti, spogliatoi ‘freddi’”.
Comincia così sui social il racconto di Vincenzo De Marco, uno dei 2.586 operai dell’Ilva di Taranto ritenuti in esubero dal gruppo Arcelor Mittal nuovo proprietario della fabbrica e collocati dal 1° novembre in cassa integrazione straordinaria, a fronte di 10.700 riassunti nei vari stabilimenti di cui 8.200 a Taranto. Sono tanti gli sfoghi e i racconti degli operai che attraverso una comunicazione sul portale aziendale “MyIlva” hanno ricevuto la ferale notizia.
“Leggo di ‘meritevoli’ – scrive ancora De Marco –. Chi decide chi sia meritevole e chi no? Che criteri sono stati usati?”. È proprio questa la domanda a cui ora proprio Am Investco Itaia, la cordata guidata dal gruppo indiano, dovrà dare una risposta.
Tra gli operai, infatti, serpeggia l’ipotesi di una vera e propria epurazione di lavoratori sgraditi, alcuni dei quali aderenti al comitato dei Cittadini e lavoratori liberi e pensanti che negli anni ha affermati la necessità di fermare gli impianti inquinanti fino alla loro messa in sicurezza. Le lettere sono giunte a numerosi operai che dal 2012, anno del sequestro della fabbrica, hanno rappresentato la voce critica verso le diverse gestioni e i governi che hanno cercato soluzioni per il disastro ambientale e sanitario causato dalla gestione Riva. Come Massimo Battista, ormai ex esponente del Movimento 5 Stelle dopo la firma dell’accordo del 6 settembre tra sindacati e proprietà: “Dopo 21 anni – ha scritto Battista sulla sua pagina facebook – dove ho subito licenziamenti, allontanamenti e contestazioni disciplinari a non finire, ci siete riusciti a farmi fuori, la squadra da battere questa volta era forte: azienda, sindacati e ‘governo del cambiamento’. Purtroppo quando ti metti contro un sistema marcio questi sono i risultati”. E ancora Domenico Rito, uno degli operai che con le sue denunce aveva contribuito alla scoperta del “governo ombra”, la rete di fiduciari con cui la famiglia Riva inseguiva la logica del massimo profitto con il minimo sforzo. Una lista lunga che nel capoluogo ionico ha rievocato lo spettro della “Palazzina Laf” in cui finirono, nel lontano 1995, gli operai che non accettarono le nuove condizioni di lavoro imposte dai Riva al loro arrivo a Taranto.
Quasi due mesi dopo la firma dell’accordo con Mittal, benedetto dal vicepremier Luigi Di Maio, anche i sindacati hanno dovuto forse ricredersi: in una lettera all’amministratore delegato di Am InvestCo Italia, Jehl Matthieu e al ministro dello Sviluppo economico Di Maio, Fim, Fiom, Uilm e Usb di Taranto hanno segnalato “gravissime anomalie rispetto all’applicazione dei criteri di legge in ambito selettivo del personale” evidenziando “molteplici incongruenze palesi sui criteri della professionalità, anzianità e carichi familiari, per effetto dei quali non vi è più ombra di dubbio come la selezione per centinaia dei distacchi sia stata operata attraverso criteri unilaterali da parte dell’azienda, di fatto al di fuori di quanto previsto dall’accordo”.
I sindacati chiedono a Mittal di evitare discriminazioni tra i lavoratori annunciando che, oltre alla “possibilità eventuale di ricorsi collettivi e individuali nelle sedi previste”, in mancanza di “risposte esaustive” sono pronti ad avviare “forme di protesta presso la sede del ministero dello Sviluppo economico, in cui chiederemo al Garante dell’accordo nella persona del ministro Luigi Di Maio, l’assoluto rispetto dell’accordo e delle leggi vigenti”.
“Si straparla di Fascismo. Non vedo regimi in agguato”
Una delle prime lezioni che s’impartiscono ai giornalisti in erba è che non c’è bisogno di fronzoli quando si racconta una storia. Paolo Mieli, non per nulla due volte direttore del Corriere della Sera, l’ha applicata nell’introduzione al suo ultimo Lampi sulla storia in cui mette in fila una serie di episodi che svelano, senza aggettivi, i rischi del politicamente corretto. Che “nasce per una giusta causa: i neri, nei film americani fino agli anni Sessanta, sono tutti Mami di Via col vento”, spiega Mieli. “Una descrizione caricaturale contro cui il politicamente corretto ha giustamente agito. Dopodiché un processo senza freni ci ha portato agli esempi che porto nel libro, causando un senso di rigetto nei confronti della manipolazione storica. Un sentimento pericoloso che alimenta tutte le ondate reazionarie in Occidente. Mi dà molto fastidio che dell’arma della ragionevolezza si sia impossessata la destra. Quando si arriva – qui chiamo in causa la ‘mia’ sinistra – a ‘genitore 1’ e ‘genitore 2’ si sconfina nel comico”.
Dal punto di vista storico?
Il politicamente corretto è una bomba: costringe gli storici a confrontarsi con una retrodatazione dei giudizi formulati sulla base dei principi di oggi. Un crimine. Che senso può avere esaminare la democrazia greca del V secolo a.C. alla luce del modello Westminster?
Parliamo di Robespierre, intoccabile per i suoi connazionali…
Non si può dire che aveva la pelle butterata o che era appassionato di ricamo: per adeguarlo allo stereotipo si cela la verità. Quando si crea un eroe, o un demone, si enfatizzano solo gli aspetti che lo riducono a una dimensione. Ma non esistono incarnazioni del bene o del male.
Abbiamo un mito analogo?
Tutti risorgimentali: Cavour, mito liberale, Mazzini, mito repubblicano, Garibaldi, mito rivoluzionario. Ma già all’inizio del 900 erano messi in discussione. Il modello Cavour, per esempio, si è rivelato carente nell’impostazione politica, perché non è riuscito a fondare un sistema dell’alternanza come accadde in quasi tutti i Paesi europei moderni. Il modello era il compromesso di governo tra destra e sinistra: un modello sopravvissuto, in varie forme, fin qui. Forse ora si profila la possibilità che al prossimo giro, uno vinca e governi, insieme allo schieramento con cui si presenta. Parlo di Salvini con il centrodestra unito, naturalmente.
C’è un aspirante Garibaldi? I leader di oggi si presentano come rivoluzionari…
Garibaldi era uno capace di vincere le guerre, a differenza dei nostri eserciti che di solito le perdevano. Era un leader internazionale, aveva combattuto in America Latina. E aveva una comunicazione politica semplice, immediata. Tre caratteristiche che ne hanno fatto un modello d’ispirazione, consapevole o no. Non a caso la sua effigie era nello stemma del Fronte popolare nel 1948, ed era il mito di Craxi. I 5Stelle non si richiamano a leader del passato, ma se dovessimo cercare una parziale fonte d’ispirazione per loro sarebbe proprio Garibaldi. Hanno in comune molte cose: penso al fatto di partire dalla Sicilia, e allora ecco la nuotata di Grillo, e poi all’attenzione alla questione meridionale e anche la propensione a imbarcarsi in imprese impossibili. Poi quando c’è l’incontro con la politica del Nord si soccombe, come capitò a Garibaldi, che nel duello con Torino dovette piegarsi.
Non ha risposto: Di Maio è un Garibaldi?
Né lui né Grillo.
In un capitolo parla di Lorenz, Eliot e Hamsun e dell’indicibile attrazione per il nazismo. In Italia non abbiamo fatto la pace con il fascismo, né in un senso né nell’altro.
Credo che i nostalgici del regime siano un fenomeno marginale. Non si può mescolare il folklore a Predappio con un fenomeno politico che raccoglie un grande successo. Salvini e Di Maio sono emuli del fascismo? No. Possono essere pericolosi, mandare il Paese in bancarotta, ma non c’entrano niente col fascismo.
Nel senso dell’orbace?
Non sono proprio fascisti! Il fascismo andò al potere in questi giorni nel 1922. Due anni dopo ci furono le elezioni con la legge Acerbo, il delitto Matteotti, l’Aventino. Salvemini, una delle figure più specchiate dell’antifascismo, scriveva proprio in quei giorni di temere, sulla scorta delle esperienze passate, un colpo di Stato militare regio. Pensava il presente con categorie passate e quindi sbagliate. Non vedo all’orizzonte un regime dove non ci sia libertà di voto, di culto, di stampa, di manifestazione del pensiero. Ci sono affinità tematiche. Ma quelle ci sono anche con le destre precedenti al fascismo. Per il puro gusto di usare quella parola – fascista, che sembra esprimere la condanna assoluta – si rinuncia a un’analisi fondamentale. La battaglia è contro la nostra pigrizia mentale.
Salvini è un leader rivoluzionario?
La destra italiana, a partire da Mussolini, ha avuto per tradizione dei tratti rivoluzionari. La destra d’ordine, liberale, ha incontrato cattive fortune. È paradossale che quando la destra dichiara di voler sovvertire l’ordine nell’interesse del popolo abbia più fortune della sinistra, che dovrebbe avercelo nel suo bagaglio.
Un’ operazione di maquillage è toccata pure ad Antonio Gramsci.
Nel Dopoguerra è stato edulcorato, descritto come precursore dell’Italia democratica, fratello maggiore di Togliatti. Sottacendo che Gramsci aveva avuto un complicatissimo rapporto con l’Urss e i rapporti con Togliatti negli ultimi anni erano tesissimi. Gramsci non è affatto un ‘nonno’ del Pd, con cui non ha quasi nulla da spartire.
Alitalia, ok dalle Fs all’offerta. Lufthansa frena: “No al governo”
Da ieri è ufficiale. Il cda di Ferrovie dello Stato ha deliberato l’ok all’offerta per l’acquisto del 100% di Alitalia, i cui asset confluiranno in una newco secondo i piani voluti dal governo. La società dei treni ha condizionato la propria offerta al coinvolgimento, nella fase successiva, di altri partner: una compagnia aerea straniera e altre società pubbliche, dalla Cdp a Poste (sono circolati anche i nomi di Leonardo e di Eni, che ieri hanno smentito) insieme alle quali detenere una quota che si ipotizza compresa tra il 51% e il 60%. Qualora non si configurasse questo disegno, l’offerta decadrebbe. Delle compagnie aeree straniere sono rimaste in campo, oltre a EasyJet, l’americana Delta e la tedesca Lufhtansa. Quest’ultima ieri ha frenato molto sull’ipotesi. L’ad della società, Carsten Spohr ha spiegato che: “Una partnership con Alitalia è ancora possibile” ma “sicuramente non saremo interessati a essere co-investitori con il governo in una compagnia che ha bisogno di essere ristrutturata”. Per la complessità del dossier, il governo potrebbe valutare l’ipotesi di dilatare i tempi della gara fino ai primi mesi del 2019.
Parnasi e Lanzalone verso il processo. Chiesta archiviazione per Malagò e Vaglio
Chiuse le indagini sul nuovo stadio della Roma. Rischiano il processo, sulla base degli accertamenti condotti dai carabinieri del Nucleo investigativo di Roma, 20 persone tra cui l’imprenditore Luca Parnasi, l’ex presidente di Acea Luca Lanzalone, l’ex vicepresidente del Consiglio regionale del Lazio Adriano Palozzi (FI), l’ex assessore regionale Michele Civita (Pd) e il soprintendente ai beni culturali di Roma, Francesco Prosperetti. I reati contestati, a vario titolo, sono associazione per delinquere, corruzione e finanziamento illecito. I pm chiedono l’archiviazione, tra gli altri, per il presidente del Coni Giovanni Malagò e gli avvocati Mauro Vaglio e Daniele Piva. È stato stralciato il fascicolo sui finanziamenti alla politica, indicati da Parnasi. Riguarda i 150 mila euro dati alla Fondazione Eyu, presieduta da Francesco Bonifazi, tesoriere Pd legato a Renzi; e i 250 mila all’associazione Più Voci, guidata dal tesoriere della Lega Giulio Centemero, fedelissimo di Salvini. Bonifazi e Centemero sono indagati per finanziamento illecito. Coinvolto anche l’ex capogruppo M5s in Campidoglio Paolo Ferrara (autosospeso)
Garofoli e i soldi a Croce Rossa dopo il maxi-sconto per la casa
Il capo di gabinetto al Tesoro, che i 5Stelle accusano di essere l’autore della norma pro Croce Rossa introdotta alla chetichella nel dl fiscale e poi “cassata” dal presidente del Consiglio, pochi mesi prima ha fatto un ottimo affare: è riuscito ad aprire un lussuoso B&B nel cuore di Molfetta proprio grazie alla Croce Rossa, ottenendo dai suoi vertici, a buon prezzo, un immobile che per nove anni aveva inutilmente preteso a suon di carte bollate.
Riassumendo: Roberto Garofoli balza agli onori delle cronache perché il premier scopre che una “manina” ha inserito nel decreto fiscale un articolo che assegna 84 milioni alla Croce Rossa, ormai privatizzata. È lui a difendere la norma quando Conte chiede spiegazioni in una riunione. I grillini ne chiedono le dimissioni, il ministro, invece, lo difende (“attacchi irrazionali”). Tria non sapeva quel che raccontiamo oggi, e cioè che i vertici di Croce Rossa avevano “dato una mano” a Garofoli: nel dicembre 2017 il commissario liquidatore Patrizia Ravaioli, col nullaosta del presidente Francesco Rocca, aveva infatti messo fine a un lungo contenzioso proprio con Garofoli.
Il caso riguarda la proprietà di un immobile nel centro storico di Molfetta, città d’origine del giurista che lì ha mantenuto la famiglia. Un cespite era pervenuto alla CRI 46 anni prima per volontà di un benefattore che voleva destinarlo alla cura di bambini down. Gli attuali vertici lo venderanno, a un terzo del valore peritato, a Garofoli che tre mesi dopo ci apre un B&B con “suite king” da 100 euro a notte. Si chiama “BorgoAntico34 – Luxury room” e ha già ottime recensioni su TripAdvisor: i clienti apprezzano la doccia con cromoterapia, “l’elegante giardino d’inverno” dalle grandi vetrate e il servizio assicurato “con cortesia e professionalità” da due persone.
Gli appartamenti, da Fini a Scajola, hanno un certo ruolo nella cronaca politica italiana e il problema di quello di Garofoli, uomo di legge con passato da pm, è l’ombra di un conflitto di interessi infilatosi sotto il tetto di via Domenico Picca 34, Molfetta.
I fatti. Fino a dicembre 2017 lui e la Croce Rossa sono stati comproprietari di un appartamento di 9 vani: 245 metri quadri con giardino di 100, garage e un locale seminterrato di 80 mq al primo piano di un palazzo del Settecento. Garofoli aveva comprato l’immobile nel 2006, o meglio i 5/6 dell’immobile, a un prezzo interessante, assicurano i vicini, proprio per via dell’ingombrante comproprietario: il restante 1/6, infatti, apparteneva alla Croce Rossa dal lontano 1972, quando Pasquale Fontana lo dona “alla CRI di Malcesine per i bambini spastici”.
Il giurista del Mef su quella casa ha progetti diversi. Coltiva da tempo l’idea di un B&B esclusivo nel cuore della città da cui è partito da giovane uditore giudiziario verso una folgorante carriera che lo ha portato al Tar e al Consiglio di Stato e da lì a una sfilza d’incarichi tecnico-politici culminati con la poltrona al Tesoro, che conserva dal governo Renzi. Deve però liberarsi di un ostacolo: il coinquilino pubblico. Avendo scritto interi compendi sulle privatizzazioni degli enti e un Codice dell’espropriazione, l’insigne giurista ha tutti gli strumenti per riuscirci. Il 13 marzo 2009 intenta un giudizio contro Croce Rossa al Tribunale di Trani. Vuole vedersi assegnare l’appartamento per intero, sostenendo – si legge nelle carte – di aver acquistato interamente il locale seminterrato dagli ex proprietari per “intervenuta usucapione”, facendo poi valere la preferenza nell’assegnazione del “bene indivisibile” (art. 720 codice civile).
Le valutazioni disposte dalla Direzione patrimonio e contenzioso, coadiuvata dall’Avvocatura distrettuale di Bari, dicono che l’usucapione non vale e che il sesto della Croce Rossa – secondo alcune perizie – vale tra 78 mila e 85.750 euro. Gli atti raccontano come Garofoli, inizialmente, puntasse a ottenere l’intero appartamento gratis a sconto del rimborso pro-quota delle spese sostenute negli anni: quelle condominiali, pari a 20 mila euro, ma pure quelle di una ristrutturazione interna costata 162 mila euro, compresi 109 mila euro definiti “lavori urgenti e indifferibili di conservazione” che, per i periti della controparte, erano invece opere per “migliorare il comfort interno”.
Garofoli, a quel punto, offre 20 mila euro, la CRI rifiuta e ne chiede almeno 28 mila. La lite va avanti per nove anni fino allo scorso dicembre quando – su mandato dell’ad Ravaioli – il servizio contenzioso accetta la proposta di Garofoli disponendo la revoca della lite e la vendita del bene. Alla fine Garofoli pagherà i 28 mila euro richiesti, l’ente ne perderà 50 mila avendo anche rinunciato al controvalore del secondo immobile di 80 mq, ceduto senza contropartita, e al riconoscimento di 5.871 euro a titolo di “valore locativo” per i 12 anni in cui il coinquilino ha usato l’immobile. Per il dominus di via XX Settembre è un affare, per l’ente meno.
Sono le date a rendere la questione spinosa: proprio in quel dicembre 2017, a suon di pareri contrari, il ministero dell’Economia cassava gli emendamenti al decreto fiscale presentati da diversi partiti volti a impedire la privatizzazione della Croce Rossa e la messa in liquidazione del suo patrimonio di 1.506 immobili “non più utili a fini istituzionali”, compreso quello in via Domenico Picca 34.
La vendita, evidentemente, è sembrata vantaggiosa al commissario liquidatore Ravaioli, che il 18 dicembre 2017 firma di suo pugno la procura speciale per trasferire la proprietà a Garofoli e dichiarare cessati i motivi di lite. Dieci giorni dopo, il 28 dicembre, col parere positivo del ministero, otterrà la proroga dell’incarico (170 mila euro l’anno) “fino al completamento delle operazioni di liquidazione”; tempo pochi mesi e dal Mef arriva pure la “manina” che rifinanzia per tre anni la struttura. Ravaioli, contattata dal Fatto, prima sostiene di “non ricordare”, poi invia una nota: “Tutto secondo le norme”. Il Fatto ha chiesto di parlare con Garofoli: invano.
Martina si dimette, i dem verso la conta tra le incertezze
Con le dimissioni di Maurizio Martina ha preso il via formalmente la stagione del Congresso Pd. Ma, nonostante questo, il timing congressuale ancora non scorre liscio e una data precisa per le primarie non c’è. E neanche la lista dei candidati: in campo ci sono Nicola Zingaretti, Matteo Richetti, Cesare Damiano, Dario Corallo. In stand by Marco Minniti e un eventuale altro candidato dei renziani. La corsa del segretario dimissionario viene data quasi per scontata: potrebbe essere utilizzata da Renzi come ago della bilancia nell’Assemblea dei delegati, se nessuno ottiene la maggioranza.
L’Assemblea in cui il percorso verrà formalizzato dovrebbe essere l’11 novembre ma potrebbe slittare al 17. Ci sono difficoltà a reperire una sala libera da 1000 persone almeno. Dopo l’Assemblea, ci vorrà una doppia Direzione per eleggere la Commissione Congresso e poi approvare il regolamento delle primarie. Una parte del partito rimane ancora freddo all’idea di correre ai gazebo. Confermata, intanto, la riunione di Salsomaggiore del 9 e 10 novembre dei renziani. E per gli eventuali gazebo si parla ora del 17 febbraio.