L’invito di Luigi Di Maio a stare uniti “come la testuggine romana” perché “il M5S è sotto attacco”, tradisce le tensioni naturali di una forza giovane catapultata al governo. Per giunta con una forza accanto che ben poco gli somiglia. Da qui continui alti e bassi. Tipo questi.
Promesse. I 5Stelle, sul Tap, ripetono che non è colpa loro e che le penali risalgono ai governi precedenti. Certo. Nessuno lo nega, a parte il poro Calenda. Ma il punto non è questo: il punto è avere promesso l’impossibile ai pugliesi. Non è grave il non aver fatto miracoli: è grave averli promessi.
Brodini. In tempi di sinistre morte, piccole cose come il dl Dignità fan quasi gridare al miracolo. E infatti Landini gioisce. Idem per la chiusura (a rotazione) dei negozi la domenica. Perfino l’accordo sull’Ilva, lungi dal suscitare cortei, era il massimo possibile. Anche lì l’errore non è stato portare a casa il meno peggio, ma aver promesso fino al giorno prima la Luna.
Nervosismo. Di Maio attacca il gruppo Espresso, la Lezzi attacca il Fatto Quotidiano e i 5Stelle dicono che comprare Repubblica equivale a finanziare il Pd. Ora: Repubblica è più pidina del Pd ed è guidata da un direttore effimero e oltremodo fazioso, infatti crolla nelle vendite e neanche piace a chi ci scrive (ah, potessero parlare i fuori onda). Ma questo posso dirlo io o un cittadino qualsiasi. Non un politico, peggio ancora se al governo. È una cosa che sa di censura, di berlusconismo, di renzismo. È una cosa che fa schifo.
Bonafede. Uno dei ministri che più sta convincendo, e gli attacchi ad alzo zero che sta ricevendo da Forza Italia e Pd (perdonate la ripetizione) sono una medaglia al valore. SpazzaCorrotti, stop alla legge bavaglio, anticorruzione. La strada è quella giusta. E lo sarà ancora di più se – davvero – scatteranno le manette per gli evasori.
Gratteri. Il pm Gratteri ha però detto che il governo ha per ora fatto ben poco di concreto contro la mafia. Quanto a Bonafede, “è molto educato e molto umile. Non so se sia preparato o meno. Sono abituato a valutare dai risultati e ancora non ce ne sono”. Ecco: è tempo che i risultati arrivino.
Dialogo. Mentre gli studenti ne bruciavano il fantoccio come tanti fascistini inconsapevoli, Di Maio ha invitato i “ribelli” per un confronto, denotando con ciò garbo e furbizia. Lo stesso garbo che gli sta facendo ottenere risultati considerevoli – di cui ovviamente i media non parlano – in aziende devastate dalla crisi tipo Beckaert e Whirlpool. È il Di Maio che convince di più: quello che sclera poco e lavora tanto.
Bile. Di Maio è però anche quello che accusa Draghi di essere “antitaliano”, che si arrampica sugli specchi sul condono tombale a Ischia e che esulta al 15º quando la partita è ancora lontana dal finire. Essere calmo quando tutti ti crivellano non è facile, ma è l’unica strada perché i 5Stelle non implodano.
Qualità. Abituati alla razzumaglia che spesso c’era prima, colpisce la misurata competenza di Giuseppe Conte, tratteggiato alla vigilia come un Quisling tonto e ora assurto a miglior presidente del Consiglio dai tempi di Prodi. Bene anche il ministro Costa, che ha un ruolo nevralgico perché i M5S hanno sempre parlato di ambiente. E bene anche la scelta di Fabrizio Salini in Rai, uomo competente e – peraltro – tutto fuorché leghista o grillino.
Cultura. Meno bene – anzi gravissimo – il poco spazio che sembra avere la cultura nel Salvimaio. Si è invece rivelato falso il paventato taglio alle pensione agli ebrei vittime delle leggi razziali. Per fortuna: se davvero il Salvimaio avesse partorito un obbrobrio simile, avrebbe dovuto sputarsi in faccia da solo.
Vittorie. L’abolizione dei vitalizi è un successo identitario che lancia un bel segnale. Il risarcimento ai truffati dalle banche è meritorio. Il reddito di cittadinanza sarebbe bello (se funzionasse). Di Maio ha “vinto” sulla pace fiscale, ma il condonino resta tale ed è indigesto non solo a De Falco. La lotta all’abominevole legge Fornero è anche una lotta 5Stelle. La revoca avviata per la concessione di Autostrade è sacrosanta, come pure il no secco (per ora?) al Tav e la rimessa in discussione della concessione dei beni comuni.
Fascismo. Di Maio non è certo tenuto a farlo, ma sarebbe assai gradito se per una volta se ne fregasse dei delicati equilibri del Salvimaio e proferisse parole nette su certa rumenta in giro per il mondo. Per esempio su Bolsonaro. E magari pure su quella “Evona Braunona” che, con gengive inversamente proporzionali alla capacità neuronale, rideva a Predappio mentre indossava la maglietta “Auschwitzland”. Basterebbe poco, Di Maio. Tipo: “Bolsonaro mi fa vomitare e quella ‘signora’ la vedrei bene in galera”. Basterebbe poco. E vorrebbe dire tanto.