Le pagelle dei “gialli”: troppe promesse e qualche successo

L’invito di Luigi Di Maio a stare uniti “come la testuggine romana” perché “il M5S è sotto attacco”, tradisce le tensioni naturali di una forza giovane catapultata al governo. Per giunta con una forza accanto che ben poco gli somiglia. Da qui continui alti e bassi. Tipo questi.

 

Promesse. I 5Stelle, sul Tap, ripetono che non è colpa loro e che le penali risalgono ai governi precedenti. Certo. Nessuno lo nega, a parte il poro Calenda. Ma il punto non è questo: il punto è avere promesso l’impossibile ai pugliesi. Non è grave il non aver fatto miracoli: è grave averli promessi.

 

Brodini. In tempi di sinistre morte, piccole cose come il dl Dignità fan quasi gridare al miracolo. E infatti Landini gioisce. Idem per la chiusura (a rotazione) dei negozi la domenica. Perfino l’accordo sull’Ilva, lungi dal suscitare cortei, era il massimo possibile. Anche lì l’errore non è stato portare a casa il meno peggio, ma aver promesso fino al giorno prima la Luna.

 

Nervosismo. Di Maio attacca il gruppo Espresso, la Lezzi attacca il Fatto Quotidiano e i 5Stelle dicono che comprare Repubblica equivale a finanziare il Pd. Ora: Repubblica è più pidina del Pd ed è guidata da un direttore effimero e oltremodo fazioso, infatti crolla nelle vendite e neanche piace a chi ci scrive (ah, potessero parlare i fuori onda). Ma questo posso dirlo io o un cittadino qualsiasi. Non un politico, peggio ancora se al governo. È una cosa che sa di censura, di berlusconismo, di renzismo. È una cosa che fa schifo.

 

Bonafede. Uno dei ministri che più sta convincendo, e gli attacchi ad alzo zero che sta ricevendo da Forza Italia e Pd (perdonate la ripetizione) sono una medaglia al valore. SpazzaCorrotti, stop alla legge bavaglio, anticorruzione. La strada è quella giusta. E lo sarà ancora di più se – davvero – scatteranno le manette per gli evasori.

 

Gratteri. Il pm Gratteri ha però detto che il governo ha per ora fatto ben poco di concreto contro la mafia. Quanto a Bonafede, “è molto educato e molto umile. Non so se sia preparato o meno. Sono abituato a valutare dai risultati e ancora non ce ne sono”. Ecco: è tempo che i risultati arrivino.

 

Dialogo. Mentre gli studenti ne bruciavano il fantoccio come tanti fascistini inconsapevoli, Di Maio ha invitato i “ribelli” per un confronto, denotando con ciò garbo e furbizia. Lo stesso garbo che gli sta facendo ottenere risultati considerevoli – di cui ovviamente i media non parlano – in aziende devastate dalla crisi tipo Beckaert e Whirlpool. È il Di Maio che convince di più: quello che sclera poco e lavora tanto.

 

Bile. Di Maio è però anche quello che accusa Draghi di essere “antitaliano”, che si arrampica sugli specchi sul condono tombale a Ischia e che esulta al 15º quando la partita è ancora lontana dal finire. Essere calmo quando tutti ti crivellano non è facile, ma è l’unica strada perché i 5Stelle non implodano.

 

Qualità. Abituati alla razzumaglia che spesso c’era prima, colpisce la misurata competenza di Giuseppe Conte, tratteggiato alla vigilia come un Quisling tonto e ora assurto a miglior presidente del Consiglio dai tempi di Prodi. Bene anche il ministro Costa, che ha un ruolo nevralgico perché i M5S hanno sempre parlato di ambiente. E bene anche la scelta di Fabrizio Salini in Rai, uomo competente e – peraltro – tutto fuorché leghista o grillino.

 

Cultura. Meno bene – anzi gravissimo – il poco spazio che sembra avere la cultura nel Salvimaio. Si è invece rivelato falso il paventato taglio alle pensione agli ebrei vittime delle leggi razziali. Per fortuna: se davvero il Salvimaio avesse partorito un obbrobrio simile, avrebbe dovuto sputarsi in faccia da solo.

 

Vittorie. L’abolizione dei vitalizi è un successo identitario che lancia un bel segnale. Il risarcimento ai truffati dalle banche è meritorio. Il reddito di cittadinanza sarebbe bello (se funzionasse). Di Maio ha “vinto” sulla pace fiscale, ma il condonino resta tale ed è indigesto non solo a De Falco. La lotta all’abominevole legge Fornero è anche una lotta 5Stelle. La revoca avviata per la concessione di Autostrade è sacrosanta, come pure il no secco (per ora?) al Tav e la rimessa in discussione della concessione dei beni comuni.

 

Fascismo. Di Maio non è certo tenuto a farlo, ma sarebbe assai gradito se per una volta se ne fregasse dei delicati equilibri del Salvimaio e proferisse parole nette su certa rumenta in giro per il mondo. Per esempio su Bolsonaro. E magari pure su quella “Evona Braunona” che, con gengive inversamente proporzionali alla capacità neuronale, rideva a Predappio mentre indossava la maglietta “Auschwitzland”. Basterebbe poco, Di Maio. Tipo: “Bolsonaro mi fa vomitare e quella ‘signora’ la vedrei bene in galera”. Basterebbe poco. E vorrebbe dire tanto.

Accuse e veleni sulle tessere al congresso del Pd a Roma

La data del congresso nazionale del Pd ancora non è stata fissata ma dalle primarie sui territori il partito esce nuovamente dilaniato tra accuse di “tesseramento gonfiato” e irregolarità. È il caso dei Dem del Lazio, dove nel fine settimana si sono svolte le votazioni nei circoli in vista delle primarie del 25 novembre per la segreteria regionale. I problemi arrivano ancora da Roma, dove la federazione – già commissariata per due anni e mezzo a seguito di Mafia Capitale con relativa chiusura di alcuni circoli – rimane in preda alle risse tra correnti.

Una polemica che vede coinvolto Massimiliano Baldini, componente dello staff dell’assessorato al Turismo della Regione Lazio, un fedelissimo del governatore Nicola Zingaretti, il candidato più in vista per il ruolo di prossimo segretario nazionale. Dopo la consultazione nelle sezioni, nella corsa per la segreteria laziale è in vantaggio col 60% il senatore Bruno Astorre, legato all’ex ministro Dario Franceschini; segue col 33% dal deputato Claudio Mancini, vicino al presidente del partito Matteo Orfini; chiude col 7% il giovane renziano Andrea Alemanni, vice presidente del Municipio II di Roma.

Appresi i dati dello spoglio il circolo romano di San Giovanni ha parlato di “risultato congressuale stravolto” poiché sono stati conteggiati anche i voti di 3 sezioni del Municipio VII nonostante le loro quote del tesseramento – pari a 2.050 euro – fossero state versate da una singola persona, Baldini per l’appunto, che non ne è il tesoriere. Ad attestarlo ci sono le ricevute dei tre bonifici per i circoli Morena, Anagnina e Cinecittà a nome del funzionario regionale. “Io sono una persona seria, la mia storia parla per me, non ho fatto nulla di male, tra l’altro ho consegnato le quote di persone che hanno votato per tutte e tre le mozioni congressuali”, spiega Baldini, che aggiunge: “I compagni di quelle sezioni sapevano che sarei andato in banca a versare la quota per il mio circolo, così dopo aver ricevuto una delega l’ho fatto anche per altri due”.

Tra le cause del cortocircuito ci sarebbero delle dispute interne tra i dem del municipio VII, la popolosa zona a sud della Capitale, coi segretari dei tre circoli che si sarebbero rifiutati di consegnare le quote al tesoriere optando per una procedura non prevista dal regolamento. Il responsabile della commissione congressuale, Andrea Ferro, minimizza: “Nel municipio VII c’è un circolo unico ma nella sua autonomia ha deciso di votare in 6 postazioni differenti e alcuni responsabili hanno scelto la soluzione del bonifico, ho cercato il più largo consenso prima di arrivare alla convalida del voto”. I presenti però parlano di una riunione della commissione piuttosto tesa. Ieri sera Fabio Bellini, delegato di Mancini, ha presentato ricorso alla commissione nazionale di garanzia: “Il pagamento per le tre sezioni è stato fatto da una persona che non ha alcun titolo a svolgere questo ruolo”.

Come cresce il Qatar

Il Capitano è pragmatico. Buoni e cattivi, nella sua geografia personale, occupano tessere scambiabili. L’anno scorso il Nostro aveva in antipatia il Qatar, e non mancava di farlo sapere, dentro e fuori i social network: “Finalmente se ne accorge anche l’Arabia Saudita che il Qatar finanzia e fomenta il terrorismo. Bene, ma non basta”. Oppure “Moschee finanziate con i soldi del Qatar! ROBA DA MATTI! Con la Lega al governo nemmeno MEZZO METRO QUADRO a chi è anche lontanamente sospettabile di fiancheggiare il terrorismo islamico!”. Poi la Lega ci è andata, al governo, e il Nostro ha cambiato lievemente impostazione. Ieri mandava i saluti da Doha, Capitale – indovinate? – dell’Emirato che finanzia i terroristi. Il ministro è in visita ufficiale: “Parteciperò alla Fiera Internazionale sulla Sicurezza, incontrerò l’Emiro, il Primo Ministro e il Ministro degli Esteri, e diversi imprenditori Italiani”. Alla fiera, per inciso, si è fatto fotografare con un bel mitra in braccio (e ha regalato ai follower la radiosa immagine). Cos’è cambiato dal 2017 a oggi? Il ruolo di Salvini, ovvio. E i soldi: gli affari Qatar-Italia continuano a crescere (in ultimo, a marzo, una commessa da 3 miliardi vinta da Leonardo-Finmeccanica). Et voilà: ora, per il Capitano, “il Qatar si sta distinguendo per un certo equilibrio rispetto agli estremismi”.

Dl Genova in aula, il Pd fa ostruzionismo sul condono per Ischia

La discussione alla Camera del dl Genova si è trasformata in uno scontro tra maggioranza e opposizione. Ieri i deputati del Pd hanno accusato il Movimento 5 Stelle di aver inserito un condono edilizio per Ischia nel decreto, tradendo così i propri principi sulla legalità. I dem hanno anche esposto cartelli con la scritta: “No al condono Di Maio”, facendo poi il verso al coro grillino “Onestà, onestà”. Il presidente della Camera Roberto Fico ha dovuto anche sospendere la seduta, allungando i tempi di una discussione che ieri è andata avanti fino a mezzanotte e che oggi riprenderà dalle fasi di voto. “Secondo i grillini quel condono non esiste, – ha detto Matteo Orfini – peccato che il titolo dell’articolo 25 del decreto sia ‘definizione delle procedure di condono’”. “Avete nascosto il condono per Ischia – ha aggiunto il dem Ettore Rosato – nel decreto per Genova, sapendo che su questo non avremmo fatto polemiche. Una ipocrisia che grida vendetta”. Dal canto loro, i 5 Stelle si sono difesi negando l’esistenza della sanatoria per gli abusivi: “Non c’è nessun condono, – ha scritto Di Maio su Facebook – prevediamo soltanto che i terremotati di Ischia che aspettano una risposta da anni la ricevano entro 6 mesi”.

Roma, il capogruppo della Lega contro la Raggi: “Fa disastri, si dimetta”

“Virginia Raggi dovrebbe dimettersi per i disastri che sta facendo”. L’accusa arriva da Maurizio Politi, capogruppo della Lega al Comune di Roma per nulla intenerito, nei giudizi sulla sindaca, dall’alleanza di governo tra il suo partito e il Movimento 5 Stelle. In un’intervista rilasciata ieri a Radio Cusano Campus, Politi ha anche aggiunto di aver partecipato alla manifestazione di piazza di sabato scorso contro la prima cittadina grillina. “L’amministrazione Raggi è più marxista del Pd – ha detto Politi – Attendiamo la sentenza del 10, ma credo che la sindaca dovrebbe dimettersi per i disastri che sta facendo”. Il riferimento è al processo per falso che arriverà a sentenza tra pochi giorni e che, in caso di condanna, costringerebbe la Raggi a dimettersi in linea con il codice etico del Movimento.

Al di là di come andrà a finire, Politi esclude aperture ai 5Stelle in nome della ragion di governo: “A livello nazionale c’è un accordo su punti ben precisi, qui invece siamo all’opposizione di una delle peggiori amministrazioni di Roma”. A protestare contro la Raggi, ci ha tenuto a sottolineare Politi, non era dunque soltanto la sinistra: “Sabato eravamo in piazza per dire basta. Delle promesse fatte in campagna elettorale è rimasto soltanto il loro immobilismo”.

Rai, oggi i nomi dei tre direttori in Cda. Al Tg1 va il cronista che segue i 5Stelle

Decisi i direttori dei Tg Rai, ma intoppo sulle reti. Dopo una lunga e frenetica trattativa, che ha visto coinvolti Fabrizio Salini, Marcello Foa, Luigi Di Maio e Matteo Salvini, la quadra sulla Rai si è trovata, ma solo a metà. Dopo la renzizzazione, torna la lottizzazione. Oggi l’ad Salini proporrà al Cda i seguenti nomi: alla direzione del Tg1 Giuseppe Carboni (quota M5S); al Tg2 Gennaro Sangiuliano (quota Lega); al Tg3 Giuseppina Paterniti (quota sinistra); Alessandro Casarin alla direzione della Tgr (quota Lega); l’attuale direttore del Tg3 Luca Mazzà (Pd) va alla guida di Radio Rai. A sorpresa restano fuori le direzioni delle tre reti tv, più Radio Rai (senza direttore dopo l’addio di Greco), Rainews e RaiParlamento.

La trattativa è stata convulsa: fino a lunedì il nome di Carboni non era previsto, salvo poi essere inserito in corsa. Sarà lui a guidare il tg ammiraglio di Viale Mazzini. Giornalista di lungo corso con una passione per la musica (ha iniziato a Stereonotte a metà anni 80) e la Puglia (possiede un trullo), sposato con tre figli, è caporedattore del Tg2 dove dal 2012 segue il M5S. “È uno dei pochi giornalisti a parlare con Grillo”, dicono a Saxa Rubra. Rapporto iniziato seguendo l’ex comico nella traversata dello Stretto di Messina nell’ottobre 2012. Una nuotata che ha portato fortuna a entrambi.

Chiusa dunque a sorpresa la partita dei tg, resta l’intoppo sulle reti, in particolare Rai1 e Rai2. Sarebbe stato lo stesso Salini a fissare paletti precisi. E a opporre resistenza, per esempio, su Casimiro Lieto, il capo autore e principale collaboratore di Elisa Isoardi (fidanzata di Salvini) a La prova del cuoco, cui il leader leghista vorrebbe affidare un canale. Una scelta a dir poco controversa, anche perché Lieto con la Rai ha solo un contratto di consulenza.

Altro nodo è su Carlo Freccero, sostenuto dal M5S, in lizza per Rai1. Il problema non è il nome, ma il fatto che l’ex direttore di Rai2 è un pensionato Rai e, secondo la legge, non può ricoprire incarichi remunerati. Non ci sarebbero problemi, invece, per la conferma di Stefano Coletta a Rai3. Salvini, però, non sembra intenzionato a cedere, perché considera le reti più importanti dei tg: ci sono più risorse e ci si può muovere con maggiore libertà, anche nell’aprire o chiudere programmi. Si deciderà dopo l’audizione di Salini in Vigilanza (martedì). Nel frattempo il Pd insorge. “È pura occupazione”, attacca il dem Francesco Verducci.

Toninelli: “Niente Tav, Terzo Valico sì”

Sulle grandi opere, ormai è chiaro, c’è un governo giallo e uno verde. Risolta drammaticamente (per i Cinque Stelle) la questione Tap, le prossime partite sono su Tav e Terzo Valico.

Sulla carta, per entrambe bisogna attendere i risultati dell’analisi costi-benefici, ma in pratica il perimetro delle due sfide è già disegnato. Il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli ha calato ufficialmente le carte del Movimento, e lo ha fatto in un colloquio con Bruno Vespa contenuto nel suo tradizionale libro di Natale, del quale iniziano a uscire le prime anticipazioni.

Toninelli, stringi stringi, dice questo: Terzo Valico sì, Tav no. Sul primo dichiara: “Abbiamo speso un miliardo e mezzo già consuntivato. Devono arrivare le prime analisi sul rapporto tra benefici e il costo dei risarcimenti e dei rimborsi all’Europa. Voglio vedere scritto nero su bianco e prima non posso esprimermi. Ma credo che lo stato di avanzamento sia tale che bloccarla costerebbe più che mandarla avanti”.

Una resa sostanziale rispetto alla posizione originale del Movimento, i cui parlamentari in commissione Trasporti a inizio legislatura definivano il Terzo Valico “un’infrastruttura devastante per l’ambiente e le casse dello Stato”.

Ormai è deciso che l’ultima bandiera M5S sulle grandi opere sarà issata sull’Alta velocità Torino-Lione. Toninelli lo conferma a Vespa, all’indomani dell’ordine del giorno anti Tav approvato dal Comune di Torino. “Ci metteremo d’accordo con la Francia – il virgolettato del ministro – per non fare il Tav. Mi risulta che Macron l’abbia escluso dalle priorità infrastrutturali proprio dopo averne valutato costi e benefici. E non ha stanziato risorse per finanziare il percorso dalla galleria a Lione”.

Il riferimento ai francesi non è casuale. Il nodo Tav è l’unico tra le grandi opere a essere esplicitamente “disciplinato” nel contratto di governo con i leghisti, che dice: “Ci impegniamo a ridiscuterne integralmente il progetto nell’applicazione dell’accordo tra Italia e Francia”.

Ma Salvini e i suoi vanno per la loro strada. Nel giorno in cui il ministro delle Infrastrutture annuncia a Vespa la possibilità di cancellare il Tav, il suo sottosegretario leghista Edoardo Rixi conferma a La Stampa che al massimo si può rivedere il progetto – per esempio ridimensionando la stazione di Susa, o eliminando la tratta nazionale da Bussoleno a Torino – ma sicuramente non si può fermare: “Molte cose possono essere cambiate, a patto che l’Alta velocità si faccia”, dice in un’intervista a La Stampa.

E il capogruppo della Lega alla Camera, Riccardo Molinari, rafforza il concetto subito dopo aver letto l’uscita di Toninelli: “Rispettiamo il Movimento 5 Stelle, ma per quanto ci riguarda, riteniamo che sia anche questa una infrastruttura strategica fondamentale e che vada realizzata”. Insomma la “sintesi” tra i gialli e i verdi auspicata dal premier Giuseppe Conte, in missione a Nuova Delhi, ancora non c’è.

Il Pil italiano si ferma: “La manovra resta, adesso è necessaria”

Magari il dato verrà rivisto, ma la notizia cambia lo scenario in cui si muove il governo. L’economia italiana si è fermata negli ultimi tre mesi. Secondo la stima provvisoria dell’Istat, diffusa ieri, il Prodotto interno lordo non è cresciuto nel terzo trimestre di quest’anno (+0,02%). Se verrà confermata, si tratterebbe del primo stop da oltre tre anni, dal quarto trimestre del 2014, quando l’economia è ripartita, seppur a ritmi molto blandi. Adesso è “stagnante”. Secondo l’Istat, la crescita su base annua è dello 0,8%, mentre quella “acquisita” per il 2018, cioè se il Pil dovesse rimanere fermo anche il prossimo trimestre, si fermerebbe all’1%. “Il risultato giunge dopo una fase di progressiva decelerazione della crescita”, spiega l’Istat. Il Pil era salito dello 0,3% nei primi tre mesi di quest’anno, e dello 0,2% nel secondo trimestre.

Il rallentamento era, insomma atteso, ma si è rivelato peggiore delle previsioni. L’Ufficio parlamentare di bilancio e la Banca d’Italia prevedevano +0,1%. Lo stop, spiega l’Istat, è dovuto a un aumento del valore aggiunto nel comparto dell’agricoltura, silvicoltura e pesca e dei servizi e di una diminuzione nell’industria. Da quest’ultima arrivano i segnali peggiori, visto che dovrebbe essere rimasta pressoché stazionaria nel trimestre estivo. Nonostante la ripresa degli investimenti, a pesare, secondo Upb e Bankitalia è “la battuta d’arresto degli scambi con l’estero”. Le esportazioni, componente ormai fondamentale dell’economia italiana, dopo anni di compressione della domanda interna, hanno risentito del calo del commercio mondiale dopo le tensioni degli Usa con la Cina, ma anche con l’Ue, con la Germania che continua ad accumulare enormi surplus commerciali.

Il Pil italiano è ancora del 5% inferiore al picco pre-crisi del 2008. E i nuovi dati permettono di inquadrare in una luce diversa lo scontro in atto tra il governo – che ha deciso di portare il deficit pubblico al 2,4% nel 2019 – e Bruxelles. Per centrare le previsioni messe nei documenti di bilancio – Pil a +1,2% nel 2018 – il prodotto interno lordo dovrebbe crescere dello 0,4% nell’ultimo trimestre dell’anno. Ipotesi inverosimile. È probabile che la crescita si fermerà all’1%, e questo avrà un effetto negativo anche nel 2019, quando il governo prevede che salga a +1,5% grazie alla manovra (servirebbe +0,5% in tutti i trimestri). Il primo effetto è che il deficit pubblico 2018 salirà dall’1,8% stimato verso il 2%, solo 0,4 punti meno dell’obiettivo del governo per il 2019 che ha scatenato la scontro totale con la Commissione.

In sostanza, l’Italia si avvia alla terza frenata dell’economia in un decennio, dopo la recessione innescata dalla crisi negli Usa e quella indotta dalla stangata fiscale del governo Monti nel 2011-12: Bruxelles ora chiede di tagliare il deficit almeno all’1,6% nel 2019, una stretta che aggraverebbe la frenata del Pil. Anche senza farlo, però, il governo faticherà a evitare che il deficit sfori gli obiettivi, visto che quando l’economia rallenta le spese crescono in automatico (cassa integrazione, sussidi alle imprese in crisi, eccetera).

Ieri il governo ha approfittato dei dati per confermare la bontà della manovra: “Se il Pil rallenta è perché quelli che c’erano prima avevano il braccino e obbedivano alla Ue”, ha spiegato Matteo Salvini. Il premier Giuseppe Conte parla di “dato congiunturale, che riguarda l’intera eurozona: proprio per questo abbiamo fatto una manovra espansiva”.

Intanto Bruxelles ha spedito una nuova lettera all’Italia. Come ogni anno, chiede chiarimenti per il mancato rispetto del calo del debito/Pil nella misura indicata dal Fiscal compact: “L’ampia espansione di bilancio prevista per il 2019 è in netto contrasto con l’aggiustamento di bilancio raccomandato dal Consiglio”. Roma risponderà il 13.

M5S, la fiducia sul dl Salvini: “Chi non vota sì andrà fuori”

Il capo politico ha un alleato che gli fa la guerriglia, tutti i giorni. E non ha alcuna voglia di discutere, perché si sente già abbastanza indebolito tra manine, condoni e grandi opere che entrano ed escono dal tavolo di governo. Così, salvo sorprese, arriverà la fiducia a sigillare quel decreto Sicurezza su cui Luigi Di Maio non vuole più problemi. E potrebbero arrivare espulsioni, per alcuni o tutti i quattro senatori che si ostinano a chiedere correzioni. E che ora accusano il M5S di “essere cambiato”, come scandisce Paola Nugnes. Mentre la sua collega Elena Fattori agita in assemblea di fronte ai colleghi il recente incubo delle restituzioni, lancia strali sui soldi. E già nel Movimento corrono ai ripari, assicurando chiarezza sulle rendicontazioni, ferita che non smette di zampillare.

Ecco lo scenario dentro i Cinque Stelle che sono diventati grandi e incattiviti, dove “l’esigenza di fare sintesi” (Giuseppe Conte dixit, ieri) viene prima del “discutere”, perché c’è da rispettare il contratto di governo con i sodali dal sorriso carnivoro, quelli del Carroccio.

E pazienza se per cinque anni il M5S all’opposizione si era sgolato contro i voti di fiducia dei governi di centrosinistra. E poco male se Roberto Fico, il presidente della Camera con il cuore rosso antico, si è chiuso in un silenzio addolorato. “Serve un segnale chiaro” ripetono dall’alto. Per tutti gli eletti, chiamati a votare (anche) condoni per evasori e abusi edilizi. “Dobbiamo restare compatti” voleva scandire ieri sera Di Maio in assemblea congiunta a tutti gli eletti, dopo aver invocato romanamente “un M5S come una testuggine” in un post. Poi la riunione è slittata, causa voto notturno sul dl Genova.

Ma l’appuntamento è per oggi alle 15, quando il vicepremier potrà chiarire che “chi non è dentro si mette fuori”. Più o meno quanto spiegato ieri mattina alle telecamere del fattoquotidiano.it dal capogruppo Stefano Patanuelli: “Per chi non votasse la fiducia in aula si aprirebbe un provvedimento disciplinare”. Così prevedono lo Statuto e una scrittura privata, firmata dagli eletti al momento della candidatura. Ergo, quello del capogruppo è un avviso dritto per Nugnes, Fattori, Gregorio De Falco e Matteo Mantero, firmatari degli emendamenti al testo che avevano fatto infuriare Matteo Salvini, il padre del decreto. E la pressione si fa fortissima.

Lo prova l’altalena emotiva di Nugnes, vicinissima Fico, che all’Huffington Post nel pomeriggio sibila. “Siamo diventati come il Pd di Renzi”. Ma che poi in serata precisa: “Ho detto solo che abbiamo sempre criticato Renzi e il Pd”. E anche il no netto al dl stinge in un “vedremo, in Aula ci sono tutti i voti”. Poi c’è il ligure Mantero, ex deputato in prima linea sui diritti civili (ieri ha depositato un proposta di legge sull’eutanasia), che in mattinata a Palazzo Madama pesa le parole con il Fatto: “Non siamo frondisti, pensiamo che i miglioramenti al testo possano rafforzarci nella trattativa”. Ma a fine giornata tiene il punto: “Non sosterrò il dl, se votare contro o non votarlo lo deciderò la notte prima, al momento sono più per non votarlo, anche con la fiducia”.

In mezzo, cioè a mezzogiorno, c’è l’assemblea dei senatori. E ad animarla è soprattutto Fattori, che l’anno scorso era stata l’unica parlamentare a schierarsi contro Di Maio nelle primarie per finta del Movimento. Ed era stato un favore fatto ai vertici.

Parecchi mesi dopo, Fattori è contro per davvero, e morde: “Perché non restituiamo più da mesi parte dei nostri stipendi? E perché i soldi andranno tutti su un conto e non sul fondo per il microcredito? Quel denaro sarà al sicuro?”. Insiste, partendo da un fatto, ossia che le restituzioni fisse (3mila euro al mese) sono ferme al mese di giugno. E la replica è che ripartiranno a giorni, forse già la prossima settimana, con l’attivazione del conto (le restituzioni dovrebbero essere trimestrali).

La certezza è che la senatrice è in bilico, parecchio. Mentre sperano di recuperare De Falco, il fiore all’occhiello dei candidati negli uninominali delle scorse Politiche, critico ma anche cauto: “Il decreto è migliorato, ma non è del tutto ancora accettabile…”. Nicola Morra prova a fare il pontiere: “A furia di discutere il buon senso prevarrà”. Anche perché la maggioranza a Palazzo Madama ha numeri stretti. E cacciare senatori per il M5S “potrebbe essere un bel rischio”, come ricorda un veterano del gruppo. E allora per addolcire la pillola della fiducia la via potrebbe essere un maxi-emendamento, da abbinare al testo che arriverà in aula lunedì. Intanto oggi pomeriggio sarà assemblea, con Di Maio. L’occasione per tirare una linea, secondo i vertici. O per dirsi qualcosa in faccia.

LiberTav di stampa

Siccome i 5Stelle hanno torto a prescindere da quello che fanno, per ogni loro scelta i giornaloni hanno sempre pronti due titoli: quello che li attacca per l’opzione A e quello che li attacca per l’opzione B. Celebre il caso della candidatura di Roma alle Olimpiadi del 2024. Se avessero detto sì, i giornaloni avrebbero titolato: “Vergogna, sono come gli altri, servi dei palazzinari e traditori della promessa elettorale di dire no”. Invece dissero no e i giornaloni titolarono: “Vergogna, sanno solo dire no a tutto e fanno perdere alla Capitale un’importante occasione di sviluppo” (degli sprechi, del debito e delle mazzette, s’intende). La scena si ripeté per lo stadio della Roma, deliberato dalla giunta Marino in versione monstre con speculazioni e torri à gogo. Avendo promesso agli elettori il sì allo stadio, ma il no alle torri e alle speculazioni, la giunta Raggi approvò lo stadio senza le torri e le speculazioni. Apriti cielo. “Vergogna, servi dei palazzinari, sarà un ecomostro”, titolarono i giornaloni (che, quando l’ecomostro era davvero monstre, non obiettavano alcunché). Il titolo già pronto per il no allo stadio – “Vergogna, fate perdere alla Capitale un’altra importante occasione di sviluppo” – tornò buono quando lo stadio fu bloccato per l’inchiesta su Parnasi, Lanzalone & C. (a proposito: dopo tutti i titoloni sullo “scandalo Raggi-M5S”, i pm vogliono a giudizio i politici del Pd e di centrodestra pagati da Parnasi, ma nessuno dei 5Stelle).

L’altro giorno, l’ennesimo replay per il gasdotto Tap in Puglia. Il M5S si era sempre detto contrario, e aveva ragione da vendere. Aveva anche promesso di bloccare l’opera, e lì aveva commesso un grave errore, perché dopo gli accordi-capestro firmati nel 2015 da quel gran genio di Calenda (contro il parere del governatore Pd Emiliano), lo stop costerebbe allo Stato una ventina di miliardi di risarcimenti: purtroppo, porcata fatta capo ha (anche se qualcosa si può ancora tentare deviando il tracciato in un’area di minor pregio naturale e turistico). E giù titoloni (sacrosanti) sull’incoerenza dei 5Stelle che non han mantenuto le promesse o han promesso ciò che non potevano più mantenere. Ma sarebbero stati massacrati anche se ci fossero riusciti: “Vergogna, sapete solo dire di no e fate perdere all’Italia una grande occasione di sviluppo”. Lo dimostra il caso uguale e contrario del no dei 5Stelle e della giunta Appendino al Tav Torino-Lione. La bandiera No Tav (non contro l’Alta velocità tout court, ma contro la nuova ferrovia per le merci) sventola fra le mani di Grillo da prima che nascessero i 5Stelle, di cui poi divenne un cavallo di battaglia.

Lo sapevano benissimo i torinesi quando elessero sindaco la Appendino e gli italiani quando tributarono al M5S il 25,5% nel 2013 e il 32,5% nel 2018. Quindi, se bloccheranno il Tav, i 5Stelle non faranno altro che mantenere una promessa consacrata da valanghe di voti. Si chiama democrazia, e anche coerenza. Una coerenza che sarebbe più completa se il M5S governasse da solo o con alleati omogenei e potesse dunque agire solo in base all’inedita analisi costi-benefici sulle grandi opere commissionata a 14 esperti dal governo Conte (prima i governi dei “competenti” buttavano i nostri soldi a casaccio). Analisi che si accinge a bocciare sia il Tav sia il Terzo Valico: il Tav perché non serve a nulla, costa un occhio, è ancora in fase embrionale (in Italia come in Francia) e non prevede penali né risarcimenti; il Terzo Valico perché, costruito per un terzo, è del tutto inutile e costa molto meno sospenderlo (pagando penali e risarcimenti) che completarlo. Ma il M5S governa con la Lega che, come Pd e FI, è ben incistata nel partito trasversale del cemento. Di qui il compromesso tipico dei governi di coalizione: la Lega cede sul Tav e il M5S cede sul Terzo Valico.

E i giornaloni? Massacrano il M5S nelle pagine dispari perché è incoerente e non blocca il Tap, e in quelle pari perché è coerente e blocca il Tav. I fatti e i dati economici e scientifici che i “competenti” sbattono ogni due per tre in faccia agli ignoranti giallo-verdi non contano più nulla: solo slogan, fake news e titoli a mezzadria fra il terrorismo e il fantasy. Repubblica: “Il M5S dichiara guerra alla Tav. Rabbia di imprese e sindacati”, “Sarà la marcia dei centomila” (cioè i quattro gatti scesi in piazza a Torino con la Confindustria e gli annessi Pd&FI). La Stampa: “Torino vota lo stop all’Alta velocità. La piazza protesta: una vergogna” (sempre i soliti quattro gatti), “Rischiamo costi severi nel Nord” (Mario Deaglio in Fornero), “Adesso un’altra marcia dei 40 mila” (sempre i quattro gatti di cui sopra). Corriere: “Una cultura economica che disprezza la crescita, un colpo basso alla città”, “Giunta No Tav, divorzio dalla città”. Messaggero: “Chi blocca il Paese: il partito del no”, “A rischio 8.000 posti di lavoro, come esportiamo senza infrastrutture?”. Il Giornale: “Golpe grillino, stop alla Tav”, “Una marcia dei 100 mila per dire sì alle grandi opere” (sempre quei quattro gatti). Tutte balle. I posti di lavoro sono poche centinaia e arriverebbero, se va bene, a 4 mila. Non c’è nulla da esportare in più di quel che già si esporta: sulla ferrovia merci già esistente, la Torino-Modane, i treni partono con l’80-90% di container vuoti, perché il traffico merci che trent’anni fa era stimato in costante crescita è crollato o ha preso altre vie. I costi della retromarcia non sono 4 miliardi, ma zero (niente penali né indennizzi), mentre quelli per completare l’opera (in altri vent’anni di cantieri) vanno dai 15 ai 20 miliardi. Noi naturalmente siamo vicini ai “colleghi” ridotti a trombettieri del Tav per conto di chi gli paga lo stipendio e/o la pubblicità. Ma, per favore, lascino perdere la libertà di stampa: quella che difendono è la loro servitù.